Nella nostra traduzione da OnePeterFive la consueta circostanziata e profonda meditazione di P. John Zuhlsdorf, che ogni settimana ci consente di mantenere il cuore aperto ai tesori di grazia ricevuti nella celebrazione domenicale precedente qui. Già il primo periodo ci ricorda molte cose
In Illo Tempore: Domenica di Pentecoste
P. John Zuhlsdorf – 24 maggio 2026
“Gustate e vedete quanto è buono il Signore”, canta il salmista, “beato l’uomo che in Lui si rifugia” (Sal 34,8). Gusto e vista si incontrano. Assaporare/conoscere e illuminazione/comprensione si fondono. La Colletta dice che Dio ha istruito i cuori dei fedeli mediante l’illustratio dello Spirito Santo. L’illuminazione è insegnamento tramite la luce. Nella retorica, illustratio, il “discorso vivido”, porta le cose davanti agli occhi della mente degli ascoltatori. La predicazione di Pietro, respirata dallo Spirito, diede evidentia, cioè rese la cosa visibile: li illuminò. Coloro che si convertirono dovevano conoscere qualcosa per poter credere. Una volta istruiti dalla predicazione, furono illuminati dalla grazia e credettero. E una volta creduto, compresero ancora più profondamente ciò che era stato predicato. Qui troviamo l’antica cadenza agostiniana da Isaia nella forma latina antica: nisi credideritis non intelligetis, “se prima non avrete creduto, non comprenderete”.
Lo Spirito insegna ciò che il Figlio ha donato. Il Vangelo della Messa ci conduce nel Discorso d’addio dell’Ultima Cena, dove il Signore parla dell’amore, dell’obbedienza, della venuta del Paraclito e della pace. “Se uno mi ama, osserverà la mia parola”, dice, “e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. L’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo attraversa tutto il passo. Lo Spirito Santo, che il Padre invierà nel nome del Figlio, insegnerà ogni cosa e ricorderà tutto ciò che Cristo ha detto. Il Figlio parla la parola del Padre. Vi è distinzione delle Persone e perfetta unità della Divinità. È appropriato che la settimana dopo Pentecoste, quando lo Spirito Santo si manifesta così gloriosamente, la Chiesa ci doni la domenica della Trinità.
Una parola su “Holy Spirit” e “Holy Ghost”. Gli anglofoni hanno tradizionalmente usato Holy Ghost a causa delle prime Bibbie inglesi e delle preghiere ereditate. La King James Version e la Douay-Rheims usano sia Ghost sia Spirit. L’inglese ghost, legato al tedesco Geist, significava originariamente “spirito” in senso più ampio, e poteva tradurre il greco pneuma e il latino spiritus. Divenne parte del linguaggio cattolico e biblico comune, fissato negli inni, nelle devozioni e nella memoria. Non c’è motivo di vergognarsi delle parole arcaiche nella preghiera. Il linguaggio sacro arcaico ci collega ai nostri antenati. La Chiesa antica a Roma fece qualcosa di analogo quando adottò per la liturgia un latino altamente stilizzato, una lingua impregnata di antica preghiera, ornata di vocabolario tecnico, biblico e filosofico, una lingua battezzata per l’espressione dell’identità e della teologia cattolica. Il latino liturgico antico non era il “latino della strada”, non era “vernacolare”.
Anche il termine Paraclito va assaporato. La Vulgata latina ha paraclitus. Il greco parákletos viene da para, “accanto”, e kaleo, “chiamare”. È colui che è chiamato a stare accanto a noi: Avvocato, Consigliere, Intercessore, Consolatore. L’equivalente ebraico menahhem significa “consolatore”. Il termine inglese Comforter merita di essere salvato dalla sua sottigliezza sentimentale. Deriva dal latino fortis, forte. Consolare significa rafforzare. Lo Spirito Santo è il Fortificatore, colui che dona forza divina. Sta accanto al battezzato e conferma il cristiano nella lotta, rafforzandolo interiormente per la confessione esteriore della fede.
Questo conduce naturalmente alla Cresima, così appropriatamente associata alla Pentecoste. Lo Spirito Santo ci è stato dato nel Battesimo e approfondito in noi nella Confermazione, sacramento distinto dal Battesimo, che imprime anch’esso un carattere indelebile. Ludwig Ott, in Fundamentals of Catholic Dogma, spiega che la Confermazione aumenta la grazia santificante e perfeziona la grazia battesimale per rafforzare il destinatario affinché renda testimonianza a Cristo, come dice Atti 1,8, e confessi la fede esteriormente con coraggio. È un sacramento dei vivi, che richiede lo stato di grazia per essere ricevuto fruttuosamente. Non può mai essere ripetuto. Il suo carattere non può mai essere cancellato. La sua grazia può restare dormiente a causa del peccato mortale, ma il sigillo sacramentale rimane. San Tommaso insegna che, sebbene la Confermazione non sia assolutamente necessaria alla salvezza, se ne possono ricevere gli effetti mediante il desiderio, come per il Battesimo, nel senso appropriato (Summa Theologiae III, q. 72, a. 6, ad 1 e ad 3).
La materia e la forma della Confermazione sono state trattate con grande cura nei secoli. Trento parla del crisma, olio d’oliva mescolato con balsamo e consacrato da un vescovo. Molti teologi sostengono che l’imposizione delle mani e l’unzione insieme, come materia remota e prossima, appartengano al segno sacramentale completo. Le pratiche variarono nel corso dei secoli, come mostra talvolta l’arte medievale e rinascimentale che rappresenta l’unzione con uno stilo. Tuttavia la sostanza della Chiesa rimane stabile sotto le legittime variazioni rituali. Nell’antico rito romano, il vescovo impone la mano sul capo di ciascun cresimando e unge la fronte con il crisma dicendo in latino:
N., signo te signo Crucis, et confirmo te chrismate salutis; in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.
Cioè:
N., io ti segno col segno della Croce e ti confermo con il crisma della salvezza; nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Il rito nuovo colloca di solito la Confermazione all’interno della Messa dopo l’omelia, nel punto in cui normalmente vi sarebbe il Credo, e include un rinnovo o professione di fede, l’estensione delle mani sui cresimandi, le intercessioni e la formula:
N., ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono.
Questa formula possiede una risonanza orientale. Fin dall’antichità la tradizione greca ha usato formule come:
Il sigillo del dono dello Spirito Santo.
Nella forma romana antica il vescovo dice “io ti segno” e “io ti confermo”. Nella forma nuova il linguaggio è più indiretto. La validità sacramentale del rito nuovo è una questione distinta dalla prudenza e chiarezza della sua formulazione. Tuttavia è legittimo osservare che il rito antico dichiara con precisione romana ciò che viene fatto, chi agisce ministerialmente, ciò che viene conferito e nel cui Nome divino viene conferito.
Né dovremmo trascurare il piccolo segno marziale del rito antico, quando il vescovo dà al neocresimato un leggero colpo o schiaffo sulla guancia. Non appartiene all’essenza del sacramento, ma quanto è gloriosamente cattolico! Il cresimato è un soldato di Cristo nella Chiesa militante. Deve essere pronto a soffrire. Deve essere forte interiormente ed esteriormente. Deve testimoniare quando la testimonianza costa qualcosa. “Vi lascio la pace, vi do la Mia pace”, dice il Signore. Questa pace non è una tregua con la mondanità o con la menzogna. “La Mia pace” significa la Croce. “Vi do la Mia Croce.”
Il Vangelo contiene anche l’affermazione del Signore: “il Padre è più grande di Me”, frase che ha spesso confuso le persone. La risposta cattolica è precisa. Il Figlio è uguale al Padre secondo la Sua divinità. Soltanto il Figlio, fra le Persone divine, ha assunto una natura umana, e secondo questa umanità può dire che il Padre è maggiore. Questo stesso passo evangelico prepara quindi la domenica della Trinità. La Pentecoste pone lo Spirito Santo davanti ai nostri occhi, ma sempre come Spirito inviato dal Padre nel Nome del Figlio. Padre, Figlio e Spirito Santo vengono a fare dimora nell’anima in grazia. Qualcosa in cui Dio abita è un tempio. Perciò Paolo dice: “il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio” (1 Cor 6,19).
Così la Pentecoste non è soltanto un memoriale. È la vita stessa della Chiesa, il suo oggi infuocato. È il Sinai compiuto, Babele guarita, il Tempio riempito, il raccolto radunato, la Pasqua completata, l’Ascensione incoronata, l’ESORDIO della Missione.
Perciò, in questi giorni di Pentecoste, riesaminate la vostra Cresima. Chiedetevi se la sua grazia è attiva in voi o dormiente a causa del peccato, della codardia, della mondanità o della tiepidezza. Chiedetevi se sapete gustare rettamente o se il vostro gusto è stato corrotto dall’alimento insipido del mondo. Chiedetevi se il Fortificatore trova in voi un soldato disposto. I nemici della fede sono reali. Molti sono dentro le mura. È sempre stato così, ma ora è sempre più evidente: non si nascondono nemmeno più.
Abbiamo bisogno dello Spirito Santo più che mai. Abbiamo bisogno della nostra Tradizione, dei sacramenti, della nostra fede salda. Abbiamo bisogno gli uni degli altri per essere forti.
Vieni, Spirito Santo. Illumina i nostri cuori. Consolaci e fortificaci. Insegnaci a gustare ciò che è retto. Sigillaci e rendici d’acciaio nel ricordo costante di quel marchio che non può mai essere cancellato. E ora, con le parole stesse del Signore che riecheggiano dalla fine del passo evangelico: alzatevi, andiamo via di qui.
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]
Fra tutti i tesori della sacra liturgia della Santa Chiesa Cattolica Romana, la Pentecoste è certamente uno dei più ricchi, forse il più ricco, specialmente così come ci è giunta nel Vetus Ordo. La Pasqua ha la sua Veglia con la benedizione dell’acqua battesimale, la sua ottava, le sue aggiunte al Canone Romano. La Pentecoste, rispecchiando la Pasqua come una sorta di Pasqua dello Spirito Santo, ha una propria Veglia il sabato [qui] con la benedizione dell’acqua battesimale, poiché coloro che non avevano ricevuto il sacramento fondamentale a Pasqua potevano essere battezzati e cresimati. Ha un’Ottava durante la quale la Chiesa canta la straordinaria Sequenza Veni Sancte Spiritus [qui]. Ha inserzioni proprie nel Canone Romano, il Communicantes [qui] e l’Hanc igitur [qui]. Contiene, entro la sua ottava, le Quattro Tempora di primavera [qui] il mercoledì, il venerdì e il sabato. In altre parole, la Pentecoste possedeva un peso liturgico, uno spessore, una consistenza.
Per questo la diminuzione della Pentecoste nella riforma postconciliare non fu una questione di poco conto. Paolo VI, quasi ammaliato dalla guida del Consilium, eliminò gran parte della massa e della gravità liturgica della Pentecoste. Questo è difficile da conciliare con il comando dei Padri conciliari in Sacrosanctum Concilium 23, secondo cui le innovazioni devono essere introdotte soltanto quando il bene della Chiesa le richieda realmente e con certezza, e le nuove forme devono crescere organicamente da quelle già esistenti. Una festa che aveva custodito memoria battesimale, forza cresimale, solennità canonica, estensione ottavaria e disciplina delle Tempora divenne liturgicamente più sottile. I fedeli ne uscirono più poveri, non più ricchi. Noi siamo i nostri riti.
Per la Pentecoste dobbiamo scavare alla ricerca del contesto, perché il contesto approfondisce il contenuto. La celebrazione liturgica sacra dei misteri della nostra salvezza ci rende presenti ad essi ed essi presenti a noi. La realtà sacramentale abbraccia, eleva e trasforma la realtà sensibile. Ancora una volta: noi siamo i nostri riti. Perciò non siamo mai profondamente appagati se non siamo disposti ad approfondire il contenuto, e per farlo abbiamo bisogno del contesto, persino delle profondità della storia.
Il greco pentekosté significa “cinquantesimo giorno”. La Pentecoste cristiana porta a compimento l’antica festa primaverile ebraica di Shavuot [vedi], la Festa delle Settimane, una delle tre grandi feste annuali di pellegrinaggio che conducevano a Gerusalemme gli uomini adulti ebrei. La popolazione della città cresceva enormemente. Gli ebrei arrivavano da molte terre. Lingue, abiti, accenti, memorie, sacrifici e attese convergevanο attorno al Tempio. Le feste ebraiche guardavano simultaneamente a un evento storico passato e al suo compimento futuro. Shavuot guardava indietro al Sinai, dove Dio diede la Legge a Mosè fra fuoco, nube, tuono e timore, cinquanta giorni dopo l’Esodo. Ma guardava anche avanti, verso il ritorno della presenza infuocata di Dio, la nube della gloria, la Shekinah, nel Tempio.
Shavuot era anche una festa delle primizie. A Pasqua venivano offerte a Dio le prime spighe d’orzo, agitate ritualmente davanti a Lui. Cinquanta giorni dopo il raccolto del grano era completato e venivano offerte due pagnotte mediante l’agitazione rituale. Alfred Edersheim, convertito ebreo e studioso biblico, scrisse in The Temple: Its Ministry and Services:
Secondo il computo inclusivo, cinquanta giorni dopo la Risurrezione, dieci giorni dopo l’Ascensione, lo Spirito Santo discese in fuoco sugli Apostoli e sui primi credenti, insufflando vita piena di grazia nel Corpo Mistico di Cristo, la Chiesa. Al Sinai Dio discese sulle Dodici Tribù e diede la Legge scritta sulla pietra. A Gerusalemme, Dio Spirito Santo discese sui Dodici Apostoli e sulla comunità dei credenti (Atti 1,15), il cui numero era circa centoventi, cifra che suggerisce dodici moltiplicato per dieci: perfezione moltiplicata per fondamento apostolico. La Vecchia Legge fu scritta su pietre immobili. La Nuova Legge fu scritta su pietre pulsanti, sui cuori.
Esiste una discussione interessante riguardo a dove si trovassero gli Apostoli quando lo Spirito Santo venne su di loro. Atti 2,2 dice che il suono riempì la “casa”, in greco oikos. In superficie, oikos suggerisce il cenacolo dove avevano celebrato la Pasqua. Tuttavia oikos può significare anche “casa di Dio”, come in Atti 7,47, dove Salomone costruì una “casa” per Lui. Il Tempio è di solito chiamato hierón, oppure naós per il santuario interno, ma la parola oikos merita attenzione. Atti 2,15 colloca l’evento della Pentecoste alla terza ora, circa le 9 del mattino, il momento del tamid mattutino, il sacrificio di un agnello senza macchia. Atti 3,1 mostra Pietro e Giovanni che salgono più tardi al Tempio alla nona ora, circa le 15, l’ora del secondo tamid. Dunque gli Apostoli vivevano ancora nel ritmo della preghiera del Tempio. Atti 2 descrive anche una moltitudine che si raduna e circa tremila persone battezzate. Un gruppo del genere è difficile da immaginare nel cenacolo, mentre si adatta molto bene ai cortili del Tempio.
Alla luce di ciò, all’ora del tamid mattutino, nell’oikos (il Tempio), la presenza infuocata di Dio tanto attesa ritorna davvero, ma ora in lingue di fuoco sopra pietre viventi destinate a essere costruite nella Chiesa. Cristo, il vero Tempio, aveva già insegnato nel Tempio terreno. Ora lo Spirito Santo riempie il Tempio e fa degli uomini la dimora vivente di Dio. Il Sinai trova il suo compimento. La molteplicità delle lingue che tutti comprendono mostra il rovesciamento di Babele. Le lingue disperse degli uomini vengono raccolte nella confessione delle opere potenti di Dio. Il fuoco celeste discende e le primizie del raccolto cristiano vengono radunate nella festa delle primizie che attendeva il ritorno della presenza di Dio.
Anche la folla stessa è importante. Ebrei e proseliti provenienti da tutto il mondo antico udirono gli Apostoli parlare “delle grandi opere di Dio” nelle proprie lingue. Pietro, un tempo spaventato davanti a una serva, ora si alza nel fuoco del Paraclito e predica con parrhesia apostolica. Le tenebre delle menti e dei cuori vengono dissipate. Gli occhi si aprono. I cuori sono trafitti. Chiedono cosa debbano fare. Vengono battezzati. Sono aggiunti. La Chiesa, nata dal costato trafitto di Cristo sul Calvario, ora respira ad alta voce nelle strade di Gerusalemme.
L’antica Colletta della Pentecoste canta questo mistero di apertura, illuminazione e trasformazione con concisione romana:
Il verbo sapere è un gioiello. Significa anzitutto gustare, assaporare, avere il sapore di qualcosa. Da questa radice corporea si estende al conoscere e comprendere. Da qui sapientia, sapienza. Un homo sapiens è colui che conosce il sapore delle cose. La parola insipido indica ciò che manca di sapore e, per estensione, di buon senso. Avere sapienza significa gustare le cose giuste, assaporare la realtà secondo Dio. La Colletta chiede che, nello Spirito Santo, possiamo recta sapere, gustare le cose “rette”, conoscere rettamente, essere saggi rettamente. Capito?
Per questo la diminuzione della Pentecoste nella riforma postconciliare non fu una questione di poco conto. Paolo VI, quasi ammaliato dalla guida del Consilium, eliminò gran parte della massa e della gravità liturgica della Pentecoste. Questo è difficile da conciliare con il comando dei Padri conciliari in Sacrosanctum Concilium 23, secondo cui le innovazioni devono essere introdotte soltanto quando il bene della Chiesa le richieda realmente e con certezza, e le nuove forme devono crescere organicamente da quelle già esistenti. Una festa che aveva custodito memoria battesimale, forza cresimale, solennità canonica, estensione ottavaria e disciplina delle Tempora divenne liturgicamente più sottile. I fedeli ne uscirono più poveri, non più ricchi. Noi siamo i nostri riti.
Per la Pentecoste dobbiamo scavare alla ricerca del contesto, perché il contesto approfondisce il contenuto. La celebrazione liturgica sacra dei misteri della nostra salvezza ci rende presenti ad essi ed essi presenti a noi. La realtà sacramentale abbraccia, eleva e trasforma la realtà sensibile. Ancora una volta: noi siamo i nostri riti. Perciò non siamo mai profondamente appagati se non siamo disposti ad approfondire il contenuto, e per farlo abbiamo bisogno del contesto, persino delle profondità della storia.
Il greco pentekosté significa “cinquantesimo giorno”. La Pentecoste cristiana porta a compimento l’antica festa primaverile ebraica di Shavuot [vedi], la Festa delle Settimane, una delle tre grandi feste annuali di pellegrinaggio che conducevano a Gerusalemme gli uomini adulti ebrei. La popolazione della città cresceva enormemente. Gli ebrei arrivavano da molte terre. Lingue, abiti, accenti, memorie, sacrifici e attese convergevanο attorno al Tempio. Le feste ebraiche guardavano simultaneamente a un evento storico passato e al suo compimento futuro. Shavuot guardava indietro al Sinai, dove Dio diede la Legge a Mosè fra fuoco, nube, tuono e timore, cinquanta giorni dopo l’Esodo. Ma guardava anche avanti, verso il ritorno della presenza infuocata di Dio, la nube della gloria, la Shekinah, nel Tempio.
Shavuot era anche una festa delle primizie. A Pasqua venivano offerte a Dio le prime spighe d’orzo, agitate ritualmente davanti a Lui. Cinquanta giorni dopo il raccolto del grano era completato e venivano offerte due pagnotte mediante l’agitazione rituale. Alfred Edersheim, convertito ebreo e studioso biblico, scrisse in The Temple: Its Ministry and Services:
Si può dire che la Festa degli Azzimi non fosse realmente terminata fino a cinquanta giorni dopo il suo inizio, quando confluisce nella Pentecoste (cap. 14).Poi egli applica ciò al cristianesimo:
il memoriale della liberazione d’Israele terminava appropriatamente nel dono della Legge – così, nella sua applicazione più alta, il sacrificio pasquale del Signore Gesù può dirsi completato nell’effusione dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste.La Pasqua matura nello Shavuot. La Pasqua cristiana matura nella Pentecoste. Le primizie della Risurrezione diventano la Chiesa, il raccolto. Il Signore, primizia di coloro che dormono, risorge. Ascende. Poi, dal Cielo, Egli e il Padre inviano lo Spirito Santo sugli Apostoli, e circa tremila anime vengono raccolte in un solo giorno. L’offerta agitata dei pani diventa carne e sangue viventi, uomini e donne segnati per Cristo [il pane vivo che viene dal cielo -ndT].
Secondo il computo inclusivo, cinquanta giorni dopo la Risurrezione, dieci giorni dopo l’Ascensione, lo Spirito Santo discese in fuoco sugli Apostoli e sui primi credenti, insufflando vita piena di grazia nel Corpo Mistico di Cristo, la Chiesa. Al Sinai Dio discese sulle Dodici Tribù e diede la Legge scritta sulla pietra. A Gerusalemme, Dio Spirito Santo discese sui Dodici Apostoli e sulla comunità dei credenti (Atti 1,15), il cui numero era circa centoventi, cifra che suggerisce dodici moltiplicato per dieci: perfezione moltiplicata per fondamento apostolico. La Vecchia Legge fu scritta su pietre immobili. La Nuova Legge fu scritta su pietre pulsanti, sui cuori.
Esiste una discussione interessante riguardo a dove si trovassero gli Apostoli quando lo Spirito Santo venne su di loro. Atti 2,2 dice che il suono riempì la “casa”, in greco oikos. In superficie, oikos suggerisce il cenacolo dove avevano celebrato la Pasqua. Tuttavia oikos può significare anche “casa di Dio”, come in Atti 7,47, dove Salomone costruì una “casa” per Lui. Il Tempio è di solito chiamato hierón, oppure naós per il santuario interno, ma la parola oikos merita attenzione. Atti 2,15 colloca l’evento della Pentecoste alla terza ora, circa le 9 del mattino, il momento del tamid mattutino, il sacrificio di un agnello senza macchia. Atti 3,1 mostra Pietro e Giovanni che salgono più tardi al Tempio alla nona ora, circa le 15, l’ora del secondo tamid. Dunque gli Apostoli vivevano ancora nel ritmo della preghiera del Tempio. Atti 2 descrive anche una moltitudine che si raduna e circa tremila persone battezzate. Un gruppo del genere è difficile da immaginare nel cenacolo, mentre si adatta molto bene ai cortili del Tempio.
Alla luce di ciò, all’ora del tamid mattutino, nell’oikos (il Tempio), la presenza infuocata di Dio tanto attesa ritorna davvero, ma ora in lingue di fuoco sopra pietre viventi destinate a essere costruite nella Chiesa. Cristo, il vero Tempio, aveva già insegnato nel Tempio terreno. Ora lo Spirito Santo riempie il Tempio e fa degli uomini la dimora vivente di Dio. Il Sinai trova il suo compimento. La molteplicità delle lingue che tutti comprendono mostra il rovesciamento di Babele. Le lingue disperse degli uomini vengono raccolte nella confessione delle opere potenti di Dio. Il fuoco celeste discende e le primizie del raccolto cristiano vengono radunate nella festa delle primizie che attendeva il ritorno della presenza di Dio.
Anche la folla stessa è importante. Ebrei e proseliti provenienti da tutto il mondo antico udirono gli Apostoli parlare “delle grandi opere di Dio” nelle proprie lingue. Pietro, un tempo spaventato davanti a una serva, ora si alza nel fuoco del Paraclito e predica con parrhesia apostolica. Le tenebre delle menti e dei cuori vengono dissipate. Gli occhi si aprono. I cuori sono trafitti. Chiedono cosa debbano fare. Vengono battezzati. Sono aggiunti. La Chiesa, nata dal costato trafitto di Cristo sul Calvario, ora respira ad alta voce nelle strade di Gerusalemme.
L’antica Colletta della Pentecoste canta questo mistero di apertura, illuminazione e trasformazione con concisione romana:
Deus, qui hodierna dieQuesta preghiera, attestata almeno al tempo del Liber sacramentorum Gellonensis e molto probabilmente ancora più antica, è sopravvissuta nei libri postconciliari come Colletta di una Messa votiva dello Spirito Santo ed è usata anche dopo il Veni Sancte Spiritus. Il suo hodierna die collega la Pentecoste all’“oggi” pasquale. Oggi è l’oggi liturgico della salvezza. Il mistero è presente e trasforma.
corda fidelium Sancti Spiritus illustratione docuisti:
da nobis in eodem Spiritu recta sapere,
et de eius semper consolatione gaudere.
O Dio, che in questo giorno
hai istruito i cuori dei fedeli con la luce dello Spirito Santo,
concedi a noi, nello stesso Spirito, di gustare rettamente ciò che è retto e
di gioire sempre della Sua consolazione.
Il verbo sapere è un gioiello. Significa anzitutto gustare, assaporare, avere il sapore di qualcosa. Da questa radice corporea si estende al conoscere e comprendere. Da qui sapientia, sapienza. Un homo sapiens è colui che conosce il sapore delle cose. La parola insipido indica ciò che manca di sapore e, per estensione, di buon senso. Avere sapienza significa gustare le cose giuste, assaporare la realtà secondo Dio. La Colletta chiede che, nello Spirito Santo, possiamo recta sapere, gustare le cose “rette”, conoscere rettamente, essere saggi rettamente. Capito?
“Gustate e vedete quanto è buono il Signore”, canta il salmista, “beato l’uomo che in Lui si rifugia” (Sal 34,8). Gusto e vista si incontrano. Assaporare/conoscere e illuminazione/comprensione si fondono. La Colletta dice che Dio ha istruito i cuori dei fedeli mediante l’illustratio dello Spirito Santo. L’illuminazione è insegnamento tramite la luce. Nella retorica, illustratio, il “discorso vivido”, porta le cose davanti agli occhi della mente degli ascoltatori. La predicazione di Pietro, respirata dallo Spirito, diede evidentia, cioè rese la cosa visibile: li illuminò. Coloro che si convertirono dovevano conoscere qualcosa per poter credere. Una volta istruiti dalla predicazione, furono illuminati dalla grazia e credettero. E una volta creduto, compresero ancora più profondamente ciò che era stato predicato. Qui troviamo l’antica cadenza agostiniana da Isaia nella forma latina antica: nisi credideritis non intelligetis, “se prima non avrete creduto, non comprenderete”.
Lo Spirito insegna ciò che il Figlio ha donato. Il Vangelo della Messa ci conduce nel Discorso d’addio dell’Ultima Cena, dove il Signore parla dell’amore, dell’obbedienza, della venuta del Paraclito e della pace. “Se uno mi ama, osserverà la mia parola”, dice, “e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. L’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo attraversa tutto il passo. Lo Spirito Santo, che il Padre invierà nel nome del Figlio, insegnerà ogni cosa e ricorderà tutto ciò che Cristo ha detto. Il Figlio parla la parola del Padre. Vi è distinzione delle Persone e perfetta unità della Divinità. È appropriato che la settimana dopo Pentecoste, quando lo Spirito Santo si manifesta così gloriosamente, la Chiesa ci doni la domenica della Trinità.
Una parola su “Holy Spirit” e “Holy Ghost”. Gli anglofoni hanno tradizionalmente usato Holy Ghost a causa delle prime Bibbie inglesi e delle preghiere ereditate. La King James Version e la Douay-Rheims usano sia Ghost sia Spirit. L’inglese ghost, legato al tedesco Geist, significava originariamente “spirito” in senso più ampio, e poteva tradurre il greco pneuma e il latino spiritus. Divenne parte del linguaggio cattolico e biblico comune, fissato negli inni, nelle devozioni e nella memoria. Non c’è motivo di vergognarsi delle parole arcaiche nella preghiera. Il linguaggio sacro arcaico ci collega ai nostri antenati. La Chiesa antica a Roma fece qualcosa di analogo quando adottò per la liturgia un latino altamente stilizzato, una lingua impregnata di antica preghiera, ornata di vocabolario tecnico, biblico e filosofico, una lingua battezzata per l’espressione dell’identità e della teologia cattolica. Il latino liturgico antico non era il “latino della strada”, non era “vernacolare”.
Anche il termine Paraclito va assaporato. La Vulgata latina ha paraclitus. Il greco parákletos viene da para, “accanto”, e kaleo, “chiamare”. È colui che è chiamato a stare accanto a noi: Avvocato, Consigliere, Intercessore, Consolatore. L’equivalente ebraico menahhem significa “consolatore”. Il termine inglese Comforter merita di essere salvato dalla sua sottigliezza sentimentale. Deriva dal latino fortis, forte. Consolare significa rafforzare. Lo Spirito Santo è il Fortificatore, colui che dona forza divina. Sta accanto al battezzato e conferma il cristiano nella lotta, rafforzandolo interiormente per la confessione esteriore della fede.
Questo conduce naturalmente alla Cresima, così appropriatamente associata alla Pentecoste. Lo Spirito Santo ci è stato dato nel Battesimo e approfondito in noi nella Confermazione, sacramento distinto dal Battesimo, che imprime anch’esso un carattere indelebile. Ludwig Ott, in Fundamentals of Catholic Dogma, spiega che la Confermazione aumenta la grazia santificante e perfeziona la grazia battesimale per rafforzare il destinatario affinché renda testimonianza a Cristo, come dice Atti 1,8, e confessi la fede esteriormente con coraggio. È un sacramento dei vivi, che richiede lo stato di grazia per essere ricevuto fruttuosamente. Non può mai essere ripetuto. Il suo carattere non può mai essere cancellato. La sua grazia può restare dormiente a causa del peccato mortale, ma il sigillo sacramentale rimane. San Tommaso insegna che, sebbene la Confermazione non sia assolutamente necessaria alla salvezza, se ne possono ricevere gli effetti mediante il desiderio, come per il Battesimo, nel senso appropriato (Summa Theologiae III, q. 72, a. 6, ad 1 e ad 3).
La materia e la forma della Confermazione sono state trattate con grande cura nei secoli. Trento parla del crisma, olio d’oliva mescolato con balsamo e consacrato da un vescovo. Molti teologi sostengono che l’imposizione delle mani e l’unzione insieme, come materia remota e prossima, appartengano al segno sacramentale completo. Le pratiche variarono nel corso dei secoli, come mostra talvolta l’arte medievale e rinascimentale che rappresenta l’unzione con uno stilo. Tuttavia la sostanza della Chiesa rimane stabile sotto le legittime variazioni rituali. Nell’antico rito romano, il vescovo impone la mano sul capo di ciascun cresimando e unge la fronte con il crisma dicendo in latino:
N., signo te signo Crucis, et confirmo te chrismate salutis; in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.
Cioè:
N., io ti segno col segno della Croce e ti confermo con il crisma della salvezza; nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Il rito nuovo colloca di solito la Confermazione all’interno della Messa dopo l’omelia, nel punto in cui normalmente vi sarebbe il Credo, e include un rinnovo o professione di fede, l’estensione delle mani sui cresimandi, le intercessioni e la formula:
N., ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono.
Questa formula possiede una risonanza orientale. Fin dall’antichità la tradizione greca ha usato formule come:
Il sigillo del dono dello Spirito Santo.
Nella forma romana antica il vescovo dice “io ti segno” e “io ti confermo”. Nella forma nuova il linguaggio è più indiretto. La validità sacramentale del rito nuovo è una questione distinta dalla prudenza e chiarezza della sua formulazione. Tuttavia è legittimo osservare che il rito antico dichiara con precisione romana ciò che viene fatto, chi agisce ministerialmente, ciò che viene conferito e nel cui Nome divino viene conferito.
Né dovremmo trascurare il piccolo segno marziale del rito antico, quando il vescovo dà al neocresimato un leggero colpo o schiaffo sulla guancia. Non appartiene all’essenza del sacramento, ma quanto è gloriosamente cattolico! Il cresimato è un soldato di Cristo nella Chiesa militante. Deve essere pronto a soffrire. Deve essere forte interiormente ed esteriormente. Deve testimoniare quando la testimonianza costa qualcosa. “Vi lascio la pace, vi do la Mia pace”, dice il Signore. Questa pace non è una tregua con la mondanità o con la menzogna. “La Mia pace” significa la Croce. “Vi do la Mia Croce.”
Il Vangelo contiene anche l’affermazione del Signore: “il Padre è più grande di Me”, frase che ha spesso confuso le persone. La risposta cattolica è precisa. Il Figlio è uguale al Padre secondo la Sua divinità. Soltanto il Figlio, fra le Persone divine, ha assunto una natura umana, e secondo questa umanità può dire che il Padre è maggiore. Questo stesso passo evangelico prepara quindi la domenica della Trinità. La Pentecoste pone lo Spirito Santo davanti ai nostri occhi, ma sempre come Spirito inviato dal Padre nel Nome del Figlio. Padre, Figlio e Spirito Santo vengono a fare dimora nell’anima in grazia. Qualcosa in cui Dio abita è un tempio. Perciò Paolo dice: “il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio” (1 Cor 6,19).
Così la Pentecoste non è soltanto un memoriale. È la vita stessa della Chiesa, il suo oggi infuocato. È il Sinai compiuto, Babele guarita, il Tempio riempito, il raccolto radunato, la Pasqua completata, l’Ascensione incoronata, l’ESORDIO della Missione.
Perciò, in questi giorni di Pentecoste, riesaminate la vostra Cresima. Chiedetevi se la sua grazia è attiva in voi o dormiente a causa del peccato, della codardia, della mondanità o della tiepidezza. Chiedetevi se sapete gustare rettamente o se il vostro gusto è stato corrotto dall’alimento insipido del mondo. Chiedetevi se il Fortificatore trova in voi un soldato disposto. I nemici della fede sono reali. Molti sono dentro le mura. È sempre stato così, ma ora è sempre più evidente: non si nascondono nemmeno più.
Abbiamo bisogno dello Spirito Santo più che mai. Abbiamo bisogno della nostra Tradizione, dei sacramenti, della nostra fede salda. Abbiamo bisogno gli uni degli altri per essere forti.
Vieni, Spirito Santo. Illumina i nostri cuori. Consolaci e fortificaci. Insegnaci a gustare ciò che è retto. Sigillaci e rendici d’acciaio nel ricordo costante di quel marchio che non può mai essere cancellato. E ora, con le parole stesse del Signore che riecheggiano dalla fine del passo evangelico: alzatevi, andiamo via di qui.
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

4 commenti:
La Diocesi di Milano rinuncia alla processione del Corpus Domini per colpa di traffico e turismo. Surreale autocensura di una Chiesa che si vergogna della fede mentre Islam e sigle Lgbt sgomitano per prendersi lo spazio pubblico.
E a Sant'Anna al Laterano ci sarà la Messa il giovedì?
📌 La crisi delle vocazioni investe anche la diocesi di Verona che per far fronte alla mancanza di sacerdoti, ha deciso di aprire alle donne e agli uomini anche laici, nella figura di guide pastorali, da destinare alle parrocchie. "Le parrocchie valorizzano la presenza delle donne nelle nostre comunità" è stato detto all'assemblea diocesana, presente il vescovo scaligero Domenico Pompili, e riportato da L'Arena di Verona. "Si avvalgono - è stato aggiunto - della facoltà estesa alle donne di esercitare il ministero di lettrice. Hanno cura che negli organismi di partecipazione siano presenti anche le donne. Nella parrocchie senza la presenza di un presbitero, la vita della comunità viene affidata a una guida pastorale. Questo compito - è stato precisato - può essere affidato anche a laici e laiche". Sul tema, monsignor Ezio Falavegna, professore di teologia pastorale allo Studio teologico San Zeno e alla Facoltà teologica del Triveneto a Padova ha spiegato che "non si tratta di ministro ordinato" sottolineando che "qui non c'entra il dibattito sul sacerdozio femminile, che riguarda la Chiesa universale, non certo quella di Verona. Qui si tratta di riconoscere ruoli di peso, anche a donne, nel governo della Chiesa". Falavegna ha ricordato che già il vescovo Pompili "ha già assegnato un ruolo di delegata episcopale a una donna per l'ambito della prossimità". La diocesi di Verona conta di 380 parrocchie con 600 preti e nel futuro di prospetta che ce ne saranno sempre meno
ANSA/Andrea Merola / Z82
Qualsiasi processione va segnalata al Comune che avvisa i Carabinieri per essere certi della sicurezza stradale dell'intero gruppo. La processione notturna al Sacro Cuore, Roma, avviene su una strada di scorrimento auto ed è sempre molto partecipata, dura tutta la notte e si conclude al mattino con la Santa Messa.
Quindi per tornare alla Diocesi di Sant'Ambrogio, turisti o non turisti, traffico o non traffico, basta scegliere la data, il luogo di partenza e quello di arrivo, decidere gli orari di partenza e di arrivo ed accertarsi che per il ritorno dei pellegrini ci siano mezzi di trasporto per chi deve tornare in città.Quindi è questione di un'organizzazione rigorosa di cui deve essere informato il Comune e richiesto il controllo della Polizia Stradale.Inoltre se il percorso è lungo va individuato un bar dove fare i bisogni. Alla processione romana notturna il bar era prospiciente ad un ampio campo e non pochi hanno preferito il campo.
In Italia, al tempo della Mutua, i Medici non avevano orari sindacali
come adesso e intervenivano se necessario anche di notte. In Italia,
tanto tempo fa, i portieri non avevano orari sindacali come adesso e
se necessario si rendevano disponibili anche di notte per piccolo e
varii disagi. Una volta, tanto tempo fa, i Preti dedicavano piu' tempo
al Confessionale e non avevano orari sindacali come adesso.
Questa mattina, entrando in una Chiesa romana, ho letto un avviso
che recava scritto :" Per la Confessione: mezz'ora prima della Messa
delle 7,30 e mezz'ora prima della Messa delle 18,30". Fine
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