Il Vescovo di Milano sceglie di non far uscire dal Duomo la millenaria processione del Corpus Domini, da sempre la più importante e solenne manifestazione pubblica cristiana. Il profondo significato di questa processione è proprio la presenza salvifica del Corpo e Sangue si Gesù tra la gente ed ha un valore non simbolico ma reale.
Il Vescovo motiva la sua scelta adducendo problemi di traffico e di confusione data dalla presenza numerosa dei turisti.
Proprio questa dimensione, quella del Santissimo Corpo di Cristo, innanzi al quale, tutto diventa relativo, viene clamorosamente meno.
Le piazze e le vie principali vengono bloccate per tutto e per tutti, dalle manifestazioni sindacali a quelle per rivendicazioni di tutti i tipi, dalle feste civili, dagli spettacoli, ai festeggiamenti per le vittorie sportive.
È chiaro che qui si parla di una plateale rinuncia a manifestare la cristianità per non turbare quell'opinione pubblica per la quale bisogna sacrificare tutto, anche la propria essenza.
La Chiesa moderna che si dice "in uscita" esce solo per curare i malati del corpo e i disagi materiali (cosa che riescono a fare - anche meglio- le organizzazioni caritative laiche) ma non esce più per l'annuncio della Fede, per portare agli uomini il Vero Medico e curatore dal quale promana tutto il bene del mondo.
Forse non ci credono più nemmeno loro.
Milano 2026, il Corpus Domini e il caso serio delle processioni
Ho davanti a me un Rituale Romanum stampato a Venezia nel 1735, dalla tipografia Balleoniana. È un libro robusto, le pagine ingiallite ma ordinate. A pagina 169 si apre un capitolo intitolato semplicemente De Processionibus. Per quasi trenta pagine il vecchio libro non descrive soltanto parole da dire o riti da celebrare: descrive un modo di camminare. Chi precede, chi segue, che cosa si porta, che cosa si canta, come si ornano le strade, come si conclude il gesto.
L’inizio è una formula brevissima:
Procedamus in pace. In nomine Christi. Amen.
Procediamo nella pace. Nel nome di Cristo. Ogni processione del rito romano, dalla Purificazione alle Palme al Corpus Domini, comincia così. Non con un proclama, non con un’identità da affermare: con un invito a camminare nella pace.
Sfoglio fino a pagina 180. Lì il libro spiega come deve svolgersi la processione del Santissimo Sacramento nella solennità del Corpus Domini. Prima di tutto — è la rubrica più sorprendente — chiede che le strade attraversate siano decenter ornentur: parietes viarum… tapetibus, & aulaeis, & sacris imaginibus, non autem profanis, aut vanis figuris, seu indignis ornamentis. Le pareti delle vie, drappi, tappeti, immagini sacre. Non figure profane o vane.
Il libro presuppone una città. Una città in cui la strada può, per un giorno, diventare navata. In cui il passaggio del Sacramento e lo sguardo di chi lo riceve appartengono allo stesso gesto. È una presupposizione antropologica, prima ancora che liturgica.
Tre ragioni per camminare
Qualche pagina prima, all’inizio del capitolo, il Rituale aveva già detto perché la Chiesa cammina. Lo dice in tre formule latine asciutte, da scolpire:
ad excitandam fidelium pietatem
— per suscitare la pietà dei fedeli;
ad commemoranda Dei beneficia, eique gratias agendas
— per fare memoria dei benefici di Dio e rendergli grazie;
ad divinum auxilium implorandum
— per implorare l’aiuto divino.
Pietà, memoria, supplica. La processione educa il cuore, ricorda i benefici ricevuti, porta davanti a Dio la necessità presente. È una grammatica del camminare cristiano. Non è una manifestazione, non è una passeggiata religiosa: è una publica sacraque supplicatio. Il Rituale la chiama anche, più solennemente, publicae sacraeque processiones. E aggiunge una frase che vale tutto il capitolo: continent enim magna ac divina mysteria. Contengono grandi e divini misteri.
La Chiesa cammina ancora
Sarebbe troppo facile leggere queste pagine come reperto. In realtà la liturgia di oggi non ha smesso di pensare la processione: l’ha distribuita altrove. Un dizionario liturgico contemporaneo apre la voce “Processioni” con un titolo molto diverso e però convergente: la processione, immagine di un’umanità in cammino. Il gesto di camminare insieme — scrive — “esprime la consistenza di un gruppo, di una comunità, di un intero popolo”; ricorda che “siamo tutti pellegrini”, in un esodo quotidiano, “diretti tutti verso una patria comune”.
Lo stesso testo, parlando delle processioni che si svolgono fuori della chiesa, aggiunge una piccola condizione che oggi è diventata enorme: si fanno per le strade della città, se la sensibilità sociale lo permette.
Una clausola. Non una norma giuridica, ma una clausola pastorale: l’uscita non è un automatismo. Lo spazio pubblico conta, e la sua disponibilità a riconoscere il segno è parte del discernimento.
La forma giuridica della stessa idea è il canone 944 del Codice di diritto canonico: “Ove, a giudizio del Vescovo diocesano, è possibile”, si svolga la processione eucaristica per le pubbliche vie come pubblica testimonianza di venerazione verso l’Eucaristia; al vescovo spetta stabilire le direttive perché ciò avvenga con dignità. Redemptionis Sacramentum ribadisce la stessa logica: dove la processione esterna non sia possibile, “non vada perduta la tradizione, ma si cerchino nuove maniere di praticarla nelle circostanze attuali”.
Tradotto: la disciplina della Chiesa non comanda l’uscita sempre e comunque. Affida al vescovo un giudizio sulla possibilità, sulla dignità, sulla leggibilità del segno. Non per indebolire il rito, ma per custodirne la verità.
Milano, 4 giugno 2026
È dentro questa cornice che va letta la decisione comunicata il 22 maggio dalla diocesi di Milano. Per la celebrazione diocesana del Corpus Domini 2026 — solo per quella, va detto: nelle parrocchie, dove possibile, la processione resta “non solo possibile, ma auspicabile” — l’Arcivescovo non uscirà dal Duomo. Si muoverà tra le navate, portando il Santissimo verso il popolo raccolto in cattedrale.
Il comunicato dà due ragioni. La prima è materiale: il traffico, l’overtourism, la difficoltà concreta di una processione “così come dovrebbe essere”. La seconda, più fine, merita di essere letta lentamente: in centro l’overtourism rischierebbe di far apparire la processione “un’iniziativa folcloristica”, facendole perdere “la natura e il senso del rito”.
Cioè: il giudizio del Moderator Curiae — mons. Carlo Azzimonti, che firma la nota — non è solo logistico. È semiotico. Non dice soltanto non si può. Dice: se lo facessimo, non sarebbe più quello.
Questa distinzione cambia il livello della discussione.
La clausola attivata
La scelta milanese non rompe la grammatica postconciliare: ne attiva una clausola interna, quella del discernimento episcopale circa la possibilità e la leggibilità del segno. Il can. 944 prevede esattamente questo. Redemptionis Sacramentum prevede esattamente questo. Il dizionario liturgico prevede questo. La possibilità che la processione resti dentro è scritta dentro la stessa disciplina, come clausola legittima.
Eppure proprio per questo la decisione fa pensare. La regolarità della scelta non spegne la sua densità simbolica; anzi, la accende. Se il giudizio della diocesi è esatto — se davvero il segno, uscendo, rischierebbe di essere riassorbito in folclore — allora dobbiamo ammettere una cosa: lo spazio pubblico della Milano contemporanea è diventato un luogo in cui l’adorazione non è più riconoscibile come tale.
Non è una colpa della diocesi. Non è una colpa di Milano. È una diagnosi. Le pareti delle vie che il Rituale del 1735 chiedeva di ornare con immagini sacre, non profane o vane non si lasciano più ornare. Non perché siano indisponibili — oggi si addobbano per qualunque cosa, partite, sfilate, eventi — ma perché lo sguardo che passa è cambiato. Le strade non sono più una soglia tra ordinario e sacro: sono spazio funzionale, attraversabile, fotografabile, commerciabile. La processione, lì dentro, fatica a non essere percepita come una parade tra le altre.
Nihil dicens
A pagina 184 del mio Rituale, la processione del Corpus Domini si conclude in chiesa. Il sacerdote depone il Santissimo sull’altare, lo incensa, canta. Poi prende l’ostensorio velato, si volge al popolo. E qui c’è la rubrica più bella di tutto il capitolo:
Tunc Sacerdos, facta genuflexione, cum Sacramento semel benedicat populum in modum Crucis, nihil dicens.
Allora il sacerdote, fatta la genuflessione, benedica una sola volta il popolo con il Sacramento in forma di croce, nihil dicens — non dicendo nulla.
Dopo tutto il cammino, l’ultimo gesto è muto. La parola si ritira. Resta solo il segno tracciato sull’aria, davanti a un popolo in ginocchio.
Forse è qui — più che nella polemica sul tragitto interno o esterno — la domanda vera che la decisione milanese ci lascia. Una processione esce per le strade quando le strade sanno ancora ricevere quel silenzio. Una città che non sa più tacere non può ricevere il Santissimo come Santissimo: lo riceverebbe come spettacolo. E in questo, forse, la diocesi coglie un punto reale: meglio una processione che resta nella cattedrale ed è ancora processione, che una processione esterna che, attraversando il rumore, smetta di essere se stessa.
E tuttavia. Resta aperta una contro-domanda, e sarebbe disonesto non porla: non è proprio una città così — distratta, turistica, incapace di raccoglimento — quella che avrebbe bisogno di essere attraversata, almeno una volta l’anno, da un gesto che non serve, non produce, non intrattiene, e adora? La prudenza pastorale può sospendere l’uscita. Non può però togliere alla città la sua perdita: di non essere diventata, per un giorno, navata.
Procedamus in pace. Forse, prima ancora di chiederci se la Chiesa sappia ancora uscire, dobbiamo chiederci se sappiamo ancora camminare nella pace. Cioè in quel silenzio finale, nihil dicens, in cui il Sacramento traccia una croce sul popolo e basta.
Fonte





11 commenti:
Interessante il contenuto sulle processioni!
Don Abbondio Delpini e la sua curia sono gli stessi che nel 2020 fecero chiudere le chiese (agevolo [link] qui) e comandarono "la Messa? guardatevela su internet o in tv" (agevolo altro [link] qui).
Dunque, per non disturbare l'overtourism, nuova divinità del pantheon contemporaneo, è meglio che la processione si rintani in chiesa. Non sia mai che qualche overtourista venga offeso dalla presenza reale del Santissimo Sacramento.
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Il vescovo ha il compito di insegnare. E proprio ad una città divenuta distratta e vana, sarebbe bene insegnare un cammino composto, lento, umile, orante, anche nel canto, guidato dal Corpus Domini in testa sostenuto alto dai consacrati.
La pezza è stata peggio dello sbrego. Il fatto è, sotto sotto, che Milano e Curia si aggiornano da mo'!
I quali, tuttavia, riconoscono la bontà del Concilio Vaticano II, del Novus Ordo Missae e di tutti i riti riformati.
La processione del Corpus Domini ha una sua dimensione "popolare", "folkloristica", al di là delle valutazioni della Curia Milanese. Da parte mia ho sempre avuto la consapevolezza, mentre camminavo pregando dietro al Santissimo, di affermare davanti al mondo dei pagani di ritorno che Cristo, piaccia o no, è l'unico salvatore. Un pensiero troppo identitaria mente cattolico per essere accettato dai relativisti.
A prescindere dai turisti, la processione del Corpus Domini continuerà a essere ciò che è: una manifestazione della fede cattolica, un segno della sua presenza nella società. Se qualcuno la giudica una manifestazione folcloristica, che valore ha tale giudizio? Per un cattolico ben formato, non ha alcun valore; la processione è per l'onore e l'adorazione di Nostro Signore. Interromperne la celebrazione per questo motivo è segno che Egli non è più amato al di sopra di ogni cosa.
In Brasile, lo stato del Minas Gerais era un tempo lo stato più cattolico del paese. Nonostante la crisi conciliare, alcune tradizioni sono ancora preservate, come quella del Corpus Domini. Nell'ex capitale dello stato, la città di Ouro Preto (Sabará, un'altra città, non ha mai smesso di celebrare l'Ufficio delle Tenebre), diverse strade vengono decorate con tappeti di segatura recanti immagini del Corpus Domini. Questo comporta la chiusura al traffico e migliaia di turisti si recano in città per la festa. Alcuni la considerano una manifestazione culturale, ma ciò non significa che abbia cessato di essere ciò che è. In realtà, se ha cessato di essere ciò che era un tempo, questo è accaduto più per le riforme conciliari che per la presenza di turisti o perché venga considerata una manifestazione folcloristica.
Nel caso di Milano, la processione non può più essere quella di una volta, non per colpa del turismo, ma semplicemente perché è evidente che il vescovo non è più ciò che un vescovo dovrebbe essere.
Il mio commosso ricordo va alle processioni che si celebravano negli anni della mia infanzia con banda musicale, drappi alle finestre, gran decoro! E ricordo il mio cesto rosso ricolmo di petali di rosa: li spargevo lungo il cammino. Poi, man mano, è scomparso tutto quanto. In nome del Concilio Vaticano II, beninteso.
Cosa ordino' Gesu' ? Forse :
"Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato." (Matteo 28,19-20) ?
Oppure disse : " Pero' fatelo con discrezione, senza troppo disturbare? "
Infine : Di cosa si deve preoccupare un Vescovo erede degli Apostoli, del traffico cittadino, della fatica, della spossatezza, oppure deve indicare opportune ed
importune l'Autore de "La Via/ La Verita'/ La Vita" ? E' una domanda.
Preghiamo per Delpini :
Sacro Cuore di Gesu' imprimi in questo Tuo pastore l'Effigie del Tuo Santo Volto.
Amen!
Questo me lo ricordo, in cima al duomo di Milano, nei primi giorni del co..d a dire ai cattolici di seguire le indicazioni degli scienziati e di fidarsi di loro. sono passati 6 anni, ma non sono serviti a farlo rinsavire anzi, è più gnucco di allora
Alberto Lacchini
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