Don Claude Barthe su Res Novae – Perspectives romaines espone la sua posizione sulla nota dottrinale Mater Populi fidelis. Qui l'indice degli articoli dedicati.
La Nota dottrinale sui titoli della Santa Vergine,
sequela «conciliare» 60 anni dopo il Vaticano II
Grande è stato il turbamento suscitato dalla Nota dottrinale Mater Populi fidelis «su alcuni titoli mariani, che si riferiscono alla cooperazione di Maria all’opera di salvezza» del Dicastero per la Dottrina della Fede, pubblicata il 4 novembre 2025. Documento di un organismo di Curia, certo, ma due volte approvato dal Papa, prima della sua pubblicazione, il 7 ottobre 2025, e davanti al Dicastero per la Dottrina della Fede, il 29 gennaio 2026.
Il titolo di Maria Corredentrice sarebbe «sempre inappropriato»
Questa Nota dottrinale vuole salutare ed incoraggiare la pietà mariana popolare, ma pretende che questa pietà venga chiarita, nello stile proprio di un neo-giansenismo, e scarta l’uso di tre titoli spesso attribuiti alla Santa Vergine, con vari gradi di rifiuto:
- «Certe espressioni [«Maria, Madre della grazia»: il documento si riferisce senza dubbio al titolo di Maria Madre della divina grazia], che possono essere teologicamente accettabili, si caricano facilmente di un immaginario e di un simbolismo che trasmettono, di fatto, altri contenuti, meno accettabili. Ad esempio, Maria viene presentata come se avesse un deposito di grazia separato da Dio, dove non si percepisce così chiaramente che il Signore, nella sua onnipotenza generosa e libera, ha voluto associarla alla comunicazione di quella vita divina che scaturisce da un unico centro, che è il Cuore di Cristo, non Maria. È anche frequente che venga presentata o immaginata come una fonte da cui sgorga ogni grazia. Se si tiene conto che l’inabitazione trinitaria (grazia increata) e la partecipazione alla vita divina (grazia creata) sono inseparabili, non possiamo pensare che questo mistero possa essere condizionato da un “passaggio” attraverso le mani di Maria. Immaginari di questo tipo esaltano Maria in modo tale che la centralità di Cristo stesso possa scomparire o, almeno, essere condizionata» (n. 45).
- «Alcuni titoli, come per esempio quello di Mediatrice di tutte le grazie, [che] hanno dei limiti che non facilitano la corretta comprensione del ruolo unico di Maria. Difatti, lei, che è la prima redenta, non può essere stata mediatrice della grazia da lei stessa ricevuta. Non si tratta di un dettaglio di poca importanza, perché rivela qualcosa di centrale: che, anche in lei, il dono della grazia la precede e procede dall’iniziativa assolutamente gratuita della Trinità, in previsione dei meriti di Cristo. Lei, come tutti noi, non ha meritato la propria giustificazione a motivo di alcuna sua azione precedente, né tanto meno di alcuna sua azione successiva» (n. 67).
- E soprattutto, il titolo di Maria Corredentrice, di cui la Nota dichiara l’uso «sempre inappropriato»: «22. Considerata la necessità di spiegare il ruolo subordinato di Maria a Cristo nell’opera della Redenzione, è sempre inappropriato usare il titolo di Corredentrice per definire la cooperazione di Maria. Questo titolo rischia di oscurare l’unica mediazione salvifica di Cristo e, pertanto, può generare confusione e squilibrio nell’armonia delle verità della fede cristiana, perché “in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (At 4, 12). Quando un’espressione richiede numerose e continue spiegazioni, per evitare che si allontani dal significato corretto, non serve alla fede del Popolo di Dio e diventa sconveniente» [i corsivi sono nel testo].
Tralasciamo i due rifiuti espressi in modo più debole, quelli dei titoli di Madre di grazia e Mediatrice di tutte le grazie. Ricordiamo comunque – come del resto fa la Nota – che Pio XI ha istituito nel 1921 una messa ed un ufficio di Maria Mediatrice di tutte le grazie per la diocesi di Malines-Bruxelles, messa e ufficio poi estesi a numerose diocesi e congregazioni. Come minimo, questo ingresso nella lex orandi ci assicurava che tale titolo mariano non contravvenisse in alcun modo alla fede ed ai costumi.
Resta dunque il rifiuto radicale della Corredenzione o, meglio, poiché ci troviamo in un genere letterario più ovattato, il rifiuto dell’uso del titolo che vi si riferisce: «l’utilizzo del titolo di Corredentrice per definire la cooperazione di Maria è sempre inappropriato».
Il magistero dei Papi: Maria è Corredentrice
Ma, quando si parla di Corredenzione, più che di un’eminenza di Maria in termini di grado, si evoca una partecipazione specifica all’opera redentrice di suo Figlio in quanto «Madre di Dio» (Efeso, 430). Se Cristo, unico Sacerdote, offre il sacrificio del suo Sangue, la partecipazione subordinata della Madre di Dio a questa offerta redentrice deriva dal fatto che il suo Fiat ha reso possibile la Redenzione, poiché lei ha fornito la vittima del sacrificio. Inoltre Cristo, che ha sofferto ogni tipo di sofferenza umana (san Tommaso, Somma teologica, III, q. 46, a. 5), assume anche la Compassione di sua Madre, che è di una qualità assolutamente unica, materna. Resta inteso che i meriti del contributo di Maria alla nostra salvezza non sono, come quelli di Cristo, de condigno, di pieno diritto, ma sono de congruo, di convenienza, cioè accordati da Dio alla preghiera della Beata Vergine.
Rimandiamo al nostro articolo «Défense de la doctrine de la Corédemption de la Sainte Vierge»[1] [«Difesa della dottrina della Corredenzione della Santa Vergine»] sugli sviluppi tradizionali che fondano questo titolo: in sant’Ireneo (la Vergine Maria, fin dal suo Fiat, «è divenuta causa della salvezza per se stessa e per tutto il genere umano»); san Giustino, Tertulliano, san Girolamo (Maria è per il Nuovo Adamo, Cristo, ciò che Eva è stata per il padre dell’umanità); Arnaldo di Chartres, nel XII secolo («Entrambi [Cristo e Maria] hanno offerto insieme un solo olocausto, lei, con il sangue del suo cuore, Lui, con il sangue della sua carne»); il termine di Corredentrice è apparso nel XV secolo (captivato transgressori, tu Corredemptrix fieres, per il prigioniero che ha trasgredito, tu sarai Corredentrice).
E ricordiamo che:
- Leone XIII, nella sua enciclica Adjutricem populi del 5 settembre 1895, affermava che la riconciliazione dei popoli separati dalla Chiesa è in modo speciale opera di Maria, collegando la cooperazione alla Redenzione alla dispensazione delle grazie: «Infatti di là, secondo i disegni di Dio, ella cominciò a vegliare sulla Chiesa e ad assisterci e proteggerci come una Madre in modo che, dopo esser stata cooperatrice del mistero della umana Redenzione [il corsivo è nostro], così, con il potere quasi illimitato che le era stato conferito, fu dispensatrice della grazia che per tutti i tempi deriva da questa redenzione».
- San Pio X, nell’enciclica Ad Diem illum del 2 febbraio 1904 sull’Immacolata Concezione, giustifica l’appellativo di «riparatrice dell’umanità decaduta» e dispensatrice di tutte le grazie: «Quando venne per Gesù l’ultima ora e “Sua Madre stava presso la Croce”, oppressa dal tragico spettacolo e nello stesso tempo felice “perché Suo Figlio si immolava per la salvezza del genere umano, partecipava d’altronde ai Suoi dolori a tal punto che Le sarebbe sembrato infinitamente preferibile prendere su di sé tutti i tormenti del Figlio, se fosse stato possibile” (san Bonaventura, I Sent., d. 48, ad Litt., dub. 4). La conseguenza di questa comunione di sentimenti e di sofferenze fra Maria e Gesù è che Maria “divenne legittimamente degna di riparare l’umana rovina” e perciò di dispensare tutti i tesori che Gesù procurò a noi con la Sua morte ed il Suo sangue. […] Siamo ben lontani dall’attribuire alla Madre di Dio una virtù produttrice di grazie: quella virtù che è solo di Dio. Tuttavia, poiché Maria supera tutti nella santità e nell’unione con Gesù Cristo ed è stata associata da Gesù Cristo nell’opera di redenzione, Ella ci procura de congruo, come dicono i teologi, ciò che Gesù Cristo ci ha procurato de condigno ed è la suprema dispensatrice di grazie. Gesù “siede alla destra della Maestà Divina nell’altezza dei Cieli” (Ebrei 1, 3)».
- Benedetto XV, nella Lettera apostolica Inter sodalicia del 22 marzo 1918, parla dell’associazione della Vergine Maria al riscatto compiuto da suo Figlio, associazione che si potrebbe definire co-redenzione: «Perché così ella soffrì e quasi morì con il Figlio suo sofferente e morente, così rinunciò per la salvezza degli uomini ai suoi diritti di madre su questo Figlio e, benché le appartenesse, lo immolò per placare la divina giustizia, sicché si può dire, a ragione, che ella abbia redento con Cristo il genere umano» [il corsivo è nostro].
- Pio XI in un’allocuzione del 30 novembre 1933: «Il Redentore doveva, necessariamente, associare sua Madre alla propria opera. È per questo che noi la invochiamo col titolo di Corredentrice [il corsivo è nostro]. Lei ci ha dato il Salvatore. Lei lo ha accompagnato nella sua opera di redenzione fino alla Croce. Ha condiviso con Lui le sofferenze dell’agonia e della morte con cui Gesù ha compiuto il riscatto di tutti gli uomini».
Le parole sono di una grande precisione: l’associazione di Maria a Cristo era necessaria, certamente per una necessità di congruità; l’invocazione di Maria col titolo di Corredentrice è un fatto accertato; la condivisione delle sofferenze redentrici si spiega con il dono iniziale che Ella ci ha fatto del Salvatore.
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Infine, bisogna considerare il ragionamento teologico di Pio XII nell’enciclica Ad Cæli Reginam dell’11 ottobre 1954, in cui parla dell’associazione di Maria alla Redenzione, basandosi sulla tipologia Eva/Maria: «Maria, nell’opera della salvezza spirituale, per volontà di Dio fu associata a Cristo Gesù, principio di salvezza, e ciò in maniera simile a quella con cui Eva fu associata ad Adamo, principio di morte, sicché si può affermare che la nostra redenzione si compì secondo una certa “ricapitolazione” per cui il genere umano, assoggettato alla morte per causa di una vergine, si salva anche per mezzo di una Vergine; inoltre si può dire che questa gloriosissima Signora venne scelta a Madre di Dio proprio per essere a lui associata nella redenzione del genere umano» [il corsivo è nostro].
Mater Populi fidelis, una sequela «conciliare»
Si può dire che questo testo rientri nel nuovo magistero, detto autentico (o «pastorale»), fondato dal n. 25 di Lumen Gentium, ma, in definitiva, la sua qualificazione ha poca importanza. Si tratta di un testo che esprime un giudizio di valore dottrinale: «L’uso del titolo di Corredentrice per definire la cooperazione di Maria è sempre inappropriato».
Ciò significa come minimo relativizzare un insieme di testi, che rientrano nel magistero di quattro Papi successivi[2] ed il cui apice si trova in Pio XI: «Il Redentore doveva, necessariamente, associare sua Madre alla propria opera. È per questo che noi la invochiamo col titolo di Corredentrice» (Pio XI).
Questo testo rientra perciò in una categoria di testi simili, che giocano d’astuzia, si potrebbe dire, con l’insegnamento precedente come: la dichiarazione Nostra ætate del Vaticano II sul dialogo interreligioso, n. 2, che passa dal riconoscimento tradizionale dei semi del Verbo nelle religioni non cristiane ad una legittimazione dei sistemi religiosi che contengono questi frammenti di verità: «[La Chiesa] considera con sincero rispetto [observantia: rispetto religioso] quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini»; il decreto Unitatis redintegratio del Vaticano II sull’ecumenismo, n. 3, che elabora la nuova nozione di «comunione imperfetta» per i separati e suggerisce una legittimazione ecclesiale delle loro comunità in quanto tali: «Lo Spirito di Cristo infatti non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di salvezza, la cui forza deriva dalla stessa pienezza della grazia e della verità, che è stata affidata alla Chiesa cattolica»; la dichiarazione Dignitatis humanæ del Vaticano II sulla libertà religiosa, n. 2, che inverte il principio tradizionale della tolleranza del male o dell’errore con un diritto civile a non esser impediti di professare l’errore religioso; ma anche l’esortazione apostolica Amoris lætitia [qui] di papa Francesco del 19 marzo 2016, n. 301, la quale afferma che una persona adultera, consapevole di contravvenire al comandamento, non si trova necessariamente nel peccato: «Non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante».
Li definiamo quindi «conciliari» in senso lato. Ma più direttamente, si può considerare che Mater Populi fidelis prolunghi e completi il percorso del Vaticano II, i cui i Padri hanno accettato che lo schema specifico che era stato preparato sulla Beata Vergine Maria fosse integrato nello schema sulla Chiesa (è diventato l’VIII capitolo di Lumen Gentium) e che il titolo di Mediatrice di tutte le grazie non venisse, in mancanza di una proclamazione dogmatica, espressamente esplicitato e valorizzato, bensì solo evocato di sfuggita in una serie di titoli: «La Beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di avvocata, ausiliatrice, soccorritrice, mediatrice. Ciò però va inteso in modo che nulla sia detratto o aggiunto alla dignità ed all’efficacia di Cristo, unico Mediatore» (n. 62).
Don Claude Barthe _________________________
[1] Défense de la doctrine de la Corédemption de la Sainte Vierge – Res Novae.
[2] Che la Nota dottrinale liquida con noncuranza: «Alcuni Pontefici hanno impiegato questo titolo senza soffermarsi a spiegarlo» (n. 18). Tuttavia, nella nota 33 riporta altri casi in cui è stato utilizzato: un documento della Sacra Congregazione dei Riti (13 maggio 1908); due documenti del Sant’Uffizio (26 giugno 1913, 22 gennaio 1914); il breve di Pio XI del 20 luglio 1925; il discorso “Ecco di nuovo” del 30 novembre 1933.

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