Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

lunedì 25 maggio 2026

"L'antica liturgia non cerca di compiacere i tempi, ed è per questo che i tempi vi ritornano."

Nella nostra traduzione da La CroixPer Philippe Darantière, presidente dell'associazione Notre-Dame-de-Chrétienté, che organizza il pellegrinaggio di Chartres, la liturgia si incarna e permette all'anima di elevarsi con il corpo. Qui l'indice degli articoli sulla liturgia ai tempi di Leone. 

"L'antica liturgia non cerca di compiacere i tempi,
ed è per questo che i tempi vi ritornano."


Alla vigilia del pellegrinaggio di Chartres organizzato da Notre-Dame-de-Chrétienté, il presidente dell'associazione riflette sul fascino che la liturgia tradizionale esercita sulle giovani generazioni di cattolici. Per Philippe Darantière, in un mondo saturo di strutture orizzontali, la verticalità dei riti ancestrali si distingue e libera.

Scrivendo il 18 marzo 2026 a nome di Papa Leone XIV ai vescovi di Francia riuniti a Lourdes, il cardinale Parolin ha sottolineato "la crescita delle comunità legate al Vetus Ordo". Il fatto è innegabile: la liturgia tradizionale attrae le persone, e attrae i giovani. Questa Pentecoste, 20.000 persone partecipano al pellegrinaggio tradizionalista da Parigi a Chartres, con un'età media di 22 anni e un aumento medio dell'8% delle presenze negli ultimi dieci anni. Come si spiega tutto ciò?

La prima risposta, e la più comoda, è quella della "sensibilità": latino, incenso, canto gregoriano, la bellezza dei paramenti. Ma tutto ciò si trova anche altrove… Si dirà allora che è una questione di identità, di bisogno di radici, di resistenza a un mondo fluido che non sa più da dove viene. Questa argomentazione contiene un fondo di verità, ma non è sufficiente. Se la liturgia tradizionale fosse solo un deposito culturale, sarebbe un museo, ma è chiaramente viva. Trasforma il culturale in religioso.

L'uomo scompare sullo sfondo prima del rituale.
Qui sta il primo paradosso: una liturgia che, dall'esterno, sembra svolgersi "senza di noi" è profondamente coinvolgente. Il sacerdote è rivolto a est, verso Cristo, di cui è solo lo strumento visibile. Non guida, né spiega in tempo reale. I gesti sono quelli che si sono svolti invariabilmente e meticolosamente fin dall'antichità. Il santuario separa il sacro dal profano. Tutto rimanda a un altro regno, quello di Dio.

Questo "distanziamento" non è un concetto arcaico. Significa che non si va a Messa principalmente per se stessi. Si va perché si ha un debito insormontabile verso Dio, un debito che nessuna generosità umana potrebbe mai ripagare. Si va per dare a Dio ciò che Gli è dovuto. Ed è proprio perché si va per Dio che si esce arricchiti. La virtù della religione, questo dovere di adorazione verso il Creatore, è inscritta in ogni gesto di questa liturgia. L'uomo si annulla davanti al rito. E lungi dall'umiliarlo, questo annullamento lo eleva. In un'epoca satura di orizzontalità e di costante egocentrismo, questa verticalità si distingue e libera.

Si obietta che questa liturgia sia ermetica. Ciò significa fraintendere il suo rapporto con il corpo e i sensi. Al contrario, essa è straordinariamente incarnata. I gesti ritualizzati, i paramenti, il latino, il silenzio, l'incenso, le genuflessioni, il canto gregoriano: tutti questi sono segni concreti che, secondo Benedetto XVI, «aprono sull'invisibile». L'anima non si eleva nonostante il corpo, ma con esso. Questa pedagogia sacramentale risponde a qualcosa di molto profondo che la Bibbia, da Abele, Noè, Abramo e Mosè in poi, ci insegna: l'umanità è una creatura, l'unica in natura, che prega, che offre, che consacra.

Il segno della permanenza
Alcuni hanno sostenuto che il sacro corrisponda a una fase arcaica dell'umanità che si sta trascendendo. La realtà del XXI secolo è più persistente: il sacro continua ad attrarre. Non nonostante la modernità, ma forse proprio per questo: ciò che la modernità cerca di distruggere, la liturgia lo preserva e lo restituisce.

In un mondo in cui tutto cambia, in cui ogni istituzione, persino all'interno della Chiesa, cerca di "reinventarsi", questa liturgia porta il segno della permanenza. Le letture sono rimaste le stesse per secoli. Il canto gregoriano viene intonato da oltre un millennio. Il Canone Romano mormora le stesse parole dei tempi di Gregorio Magno. E coloro che scoprono questa Messa per la prima volta comprendono istintivamente di entrare in qualcosa che li trascende, che li ha preceduti, che sopravviverà loro: per un fugace istante, diventano partecipanti a una liturgia che ci connette al cielo.

Ciò non significa che la liturgia sia intrinsecamente immutabile. Si evolve lentamente, organicamente, ma sempre con quella "delicatezza infinita" dimostrata dal Concilio di Trento, che ha saggiamente preservato immutati i riti con una storia che abbraccia più di due secoli. Ed è questa permanenza deliberata e accettata che le conferisce la sua autorità. La liturgia non cerca di compiacere i tempi. Ed è per questo che i tempi continuano a ritornarvi.

Il mistero reso presente
Rimane un ultimo paradosso, forse il più decisivo. La liturgia tradizionale è anche, e forse soprattutto, un'espressione straordinariamente densa del mistero che celebra. La Messa, “tesoro di fede”, è memoriale della Passione del Signore, non la sua rievocazione ma il suo rinnovamento incruento, il sacrificio redentore di Cristo reso presente sull'altare. L'offertorio, la doppia consacrazione, le preghiere del Canone recitate in silenzio, la comunione ricevuta in ginocchio: tutto ciò non narra la morte e la risurrezione del Signore, tutto ciò le rende presenti.

L'antica liturgia è dunque un catechismo vissuto: insegna non solo chi è Dio, ma anche chi è l'umanità in relazione a Dio. È un'antropologia religiosa che i nostri contemporanei non hanno dimenticato, anche quando hanno smesso di articolarla. Forse è questo il segreto del suo fascino: essa esprime una verità sull'umanità che l'umanità porta dentro di sé senza saperlo.

Liturgia missionaria? Assolutamente sì. E per un numero crescente di battezzati e convertiti, è diventata la lingua madre per parlare con Dio e ascoltarlo. È una ricchezza della Chiesa, un tesoro del suo passato, presente e futuro. Un tesoro che il 30% dei pellegrini a Chartres scopre per la prima volta ogni anno. Questa cifra da sola dimostra che la liturgia tridentina celebrata durante il pellegrinaggio non è un ostacolo alla comunione nella Chiesa, ma uno dei suoi gioielli.
Philippe Darantière 
Presidente di Notre-Dame-de-Chrétienté

23 commenti:

Anonimo ha detto...

Il Ministero Petrino tra Chiarificazione Dottrinale e Unità Ecumenica

Gentili lettori, le recenti comunicazioni della Chiesa Ortodossa Copta riguardo alla ripresa del dialogo teologico con la Santa Sede hanno apportato una diffusa serenità. Il dialogo era stato interrotto nel marzo 2024 a seguito delle tensioni dottrinali e pastorali generate dalla Dichiarazione “Fiducia Supplicans”, emanata dal Dicastero per la Dottrina della Fede.

Secondo quanto riportato dai canali ufficiali della Chiesa Ortodossa Copta, durante un colloquio telefonico intercorso lo scorso 15 maggio tra Papa Leone XIV e il Patriarca Tawadros II, il Pontefice ha confermato l'orientamento della Chiesa Cattolica: non vi sarà alcuna benedizione per le coppie dello stesso sesso, ribadendo che il sacramento del matrimonio sussiste esclusivamente nell'unione tra uomo e donna, intrinsecamente aperta alla trasmissione della vita.

Tale precisazione da parte della Santa Sede ha rassicurato sia i fedeli che avevano accolto con sconcerto e disorientamento la Dichiarazione, sia le istituzioni ecclesiali coinvolte nel dialogo bilaterale. È opportuno evidenziare che il Santo Padre non ha abrogato il documento “Fiducia Supplicans”, bensì ne ha offerto un'autentica esegesi. Già nel corso del viaggio di ritorno dall'Africa — in risposta alle controversie sollevate da un intervento del Cardinale Reinhard Marx — il Papa aveva specificato che la Santa Sede disapprova la formalizzazione rituale delle benedizioni per le coppie irregolari, incluse quelle composte da persone dello stesso sesso.

Inoltre, nel volume-intervista pubblicato la scorsa estate a cura della giornalista Elise Ann Allen, il Pontefice, commentando l'iniziativa sinodale tedesca, ha ribadito che tali posizioni contrastano con il documento approvato da Papa Francesco. “Fiducia Supplicans”, ha chiarito il Papa, afferma la possibilità di invocare la benedizione divina su ogni singolo individuo, vietando tassativamente qualsiasi forma di ritualizzazione che possa equiparare tali unioni al matrimonio, in conformità all'insegnamento perenne della Chiesa.

Questi ripetuti interventi pontifici non devono essere interpretati come mere risposte contingenti a esponenti del clero o alla stampa, ma come atti formali volti a sanare le fratture e a dissipare il disorientamento insorto all'interno del Popolo di Dio.

La chiarezza dottrinale rappresenta la più alta forma di carità pastorale, poiché dissolve l'incertezza e orienta la comunità dei credenti. In questo esercizio del magistero si manifesta pienamente la missione del Romano Pontefice quale Pastore della Chiesa Universale: una guida autorevole e necessaria per custodire l'unità del gregge di Cristo ed evitarne la dispersione.

«Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire.»
1 Corinzi 1,10
Cattolicesimo romano

Anonimo ha detto...

Ottava di Pentecoste.....accadde oggi....

un anziano cerimoniere di Papa Montini in pensione , asseriva di essere stato presente al fatto. L’aneddoto ha quindi un’attendibilità relativa; ma, come spesso accade, sono le storie non confermate che meglio ricostruiscono un clima, un’atmosfera, un’epoca.

Ed ecco di cosa parliamo. Siamo nel 1970, il lunedì di Pentecoste. La riforma liturgica è entrata in vigore da pochi mesi, nel frastornato entusiasmo dei maggiorenti della Chiesa: le cassandre che han visto lungo sono ignorate, i laooconti che mettevano in guardia sono stati silenziati e stritolati dalle spire del perbenismo ecclesiale.

Paolo VI si avvia la mattina presto verso la sua cappella per celebrare la Messa. Con sorpresa, trova preparati i paramenti verdi anziché quelli rossi, di Pentecoste e della sua ottava. Interroga i cerimonieri, che gli rispondono: “Ma Santità, ormai è tempus per annum, il colore è verde. L’ottava di Pentecoste è abolita”.

“Verde, ma come? Chi ha abolito l’ottava?” domanda concitato il Papa.

“Lei, Santo Padre…”.

Anonimo ha detto...

Parafrasando Einstein: "due cose sono infinite, l'universo e l'ipocrisia umana, ma sul primo ho ancora qualche dubbio".
C. Gazzoli

Anonimo ha detto...

“Impone, Domine, capiti meo galeam salutis ad expugnandos diabolicos incursus”.

È la preghiera che il Sacerdote recita quando si cinge il capo con l’Amitto prima di indossare, nel Rito Romano, gli altri Paramenti Sacri per Celebrare la Santa Messa.

(Traduzione: “Imponi, o Signore, sul mio capo l’elmo della salvezza, per sconfiggere gli assalti diabolici”.)

La formula richiama direttamente l’insegnamento di San Paolo nella Lettera agli Efesini dove si viene esortati a prendere “l’elmo della salvezza” per resistere alle insidie del diavolo. L’amitto viene dapprima posato brevemente sulla testa come un cappuccio per poi essere ripiegato attorno al collo e cinto in vita con le fettucce.

Anonimo ha detto...

Preghiera prima di un collegamento alla rete internet (dal blog di Padre Z):
O Dio onnipotente ed eterno che ci hai plasmati a Tua immagine, e ci hai comandato di cercare tutto ciò che è buono, vero e bello, specialmente nella persona del Tuo Unigenito Figlio e nostro Signore Gesù Cristo, fa’, Te ne preghiamo, che per intercessione di Sant’Isidoro, Vescovo e Dottore, durante le nostre peregrinazioni nella rete internet dirigiamo i nostri occhi e le nostre mani soltanto a ciò che Ti è gradito e trattiamo con carità e pazienza tutte le anime che incontriamo. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Anonimo ha detto...

Oratio ante colligationem in interrete (dal blog di Padre Z):
Omni­potens aeterne Deus, qui secundum imaginem Tuam nos plasmasti et omnia bona, vera, et pulchra, praesertim in divi­na persona Unigeniti Fi­lii Tui Domini nostri Iesu Christi, quaerere iussi­sti, praesta, quaesumus, ut, per intercessionem Sancti Isidori, Epi­scopi et Doctoris, in peregrinationibus per interrete, et manus oculosque ad quae Tibi sunt placita intendamus et omnes quos conveni­mus cum caritate ac patientia accipiamus. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

Anonimo ha detto...

Sant'Isidoro di Siviglia (560-636) è stato un teologo, scrittore e arcivescovo cattolico spagnolo, venerato come uno degli ultimi Padri della Chiesa latina. È celebre per essere stato l'uomo più colto del suo tempo e per aver salvato il sapere antico durante l'Alto Medioevo.

Anonimo ha detto...

Si evolve lentamente, organicamente, ma sempre con quella "delicatezza infinita" dimostrata dal Concilio di Trento, che ha saggiamente preservato immutati i riti con una storia che abbraccia più di due secoli....
Diversamente, nel 1969 e' stata usata la scure

Anonimo ha detto...

E paolo VI si mise a piangere.
E' assolutamente e sicuramente un fake

Anonimo ha detto...

Messa antica che poi tanto antica non è risale al 1570

mic ha detto...

Non risale al 1570, ma fu allora che Pio V estese il Rito romano, il cui nucleo rissle all'epoca Apostolica, a tutta la Chiesa...
Il riferimento più importante in ordine alle prime forme della liturgia latina è Sant'Ambrogio. Nel suo De sacramentis (390) scopriamo che la preghiera eucaristica usata a quell'epoca a Milano contiene le forme più antiche delle preghiere Quam oblationem, Qui pridie, Unde et memores, Supra quae, e Supplices te rogamus del Canone Romano. In altri punti della stessa opera Ambrogio sottolinea il suo intento di seguire in tutto l'uso della Chiesa romana; dunque è evidente che questa preghiera eucaristica è di origine romana. La formulazione letterale delle preghiere citate da Ambrogio non è sempre identica al Canone promulgato da Gregorio Magno (fine del VI secolo), giunto fino a noi con poche e irrilevanti modifiche rispetto ai libri liturgici più antichi, specialmente il vecchio Sacramentario Gelasiano (metà dell'VIII secolo), ritenuto eco di usi liturgici più antichi. Importante notare che le differenze fra questi due testi sono di gran lunga inferiori alle loro somiglianze; tanto più se si considera che i circa trecento anni intercorsi hanno segnato momenti di intenso sviluppo liturgico.

Anonimo ha detto...

# Anonimo delle 21 e 48, che continua a riproporre la falsità secondo la quale la Messa di rito romano antico risalirebbe invece al 1570, nonostante i molti chiarimenti in proposito già apparsi su questo blog ad opera di Mic e di altri: ma lei c'è o ci fa?

Anonimo ha detto...

@Mic

La tesi secondo cui il Messale di Pio V risalirebbe agli Apostoli non ha alcun fondamento storico. Il Messale tridentino è un prodotto del 1570, frutto della riforma post‑tridentina che uniformò la liturgia latina eliminando varianti locali. Non esiste alcun documento che colleghi direttamente questo messale ai primi secoli cristiani, né tantomeno agli Apostoli. Anche il Canone Romano, spesso presentato come “apostolico”, non è attestato prima del IV secolo. La ricerca liturgica contemporanea è unanime: il testo del Canone prende forma tra IV e VI secolo e viene fissato per iscritto solo nel VII‑VIII secolo nei sacramentari Gelasiano e Gregoriano. Prima di questo periodo non esiste un canone romano stabile, né un testo che possa essere identificato con quello poi recepito da Pio V. Inoltre, il Messale di Pio V contiene numerosi elementi medievali e tardo‑medievali: le preghiere ai piedi dell’altare, l’Offertorio, il Confiteor doppio, l’Ultimo Vangelo, i riti privati del sacerdote. Tutti sviluppi compresi tra IX e XIV secolo, ben lontani dall’epoca apostolica. Pio V non restaurò un rito primitivo, ma standardizzò un complesso liturgico stratificato nei secoli. Attribuire al Messale tridentino un’origine apostolica significa ignorare la storia reale della liturgia, che è fatta di crescita, adattamenti, influenze e sviluppi progressivi. La tradizione teologica può parlare di “nucleo apostolico” della celebrazione eucaristica, ma questo non va confuso con la storia concreta dei testi liturgici. Il Messale del 1570 è un monumento della Controriforma, non un reperto del I secolo.
Ma in realtà la messa di Pio V è molto diversa dalla liturgia della Chiesa primitiva.

E.P. ha detto...

Uno dei cavalli di battaglia dello stupidario clerical-modernista è che la liturgia cosiddetta "tridentina" non assomigli a quella dei primi secoli. Di cui, però, si sa molto poco perché non abbiamo reperti che fughino ogni dubbio.

L'unica certezza ragionevole che possiamo avere è che la liturgia non abbia fatto "salti". Non si può presumere che papa Gregorio Magno abbia istituito una nuova liturgia (o anche solo una liturgia abbastanza diversa da quella celebrata fino a quel momento), così come papa Pio V non modificò nulla della liturgia che approvò in perpetuo con la Quo Primum Tempore. Un "salto" avrebbe fatto rumore, o dato luogo a un nuovo rito (sempre che si trovassero molti a volerlo davvero celebrare per tutta la vita).

Dunque, così come dal VI secolo alla metà del XX secolo i cambiamenti nel rito romano sono stati assai sporadici e piuttosto secondari, è ragionevole presumere che dagli Apostoli al VI secolo non ci siano stati che cambiamenti sporadici e secondari. E che laddove i cambiamenti erano più consistenti, si definiva semplicemente nuovo rito (e pochi di tali riti sono sopravvissuti fino ai nostri giorni). I clerical-modernisti vorrebbero insinuare l'idea che il rito romano sarebbe stato creato all'improvviso e imposto a tutti (e con successo) senza che ne restassero tracce.

Solo nel 1969 c'è stato un "salto": un'evoluzione non necessaria, una differenza molto marcata, un'imposizione ingiustificata, una serie di modifiche pressoché tutte piuttosto discutibili. Esattamente ciò che i clerical-modernisti vorrebbero farci credere del rito romano tradizionale.

Anonimo ha detto...

L'anonimo continua a giocare sull'equivoco. Continua a dire che è sbagliato "attribuire al Messale un'origine apostolica". Ma nessuno gli attribuisce questa origine. I papi hanno sempre parlato di origine apostolica del Canone non dell'intero Messale. Esiste l'ininterrotta tradizione secondo la quale il Canone sarebbe in sostanza come lo celebrava il Beato Pietro, a Roma (nella Suburra, una zona che oggi è tagliata da Via Cavour, il luogo sarebbe quello di una chiesa detta dei Filippini perché la comunità filippina è o era solita celebrarvi matrimoni).
Quella dell'origine apostolica del Canone è una tradizione orale, che l'anonimo in questione non considera degnamente: parla di "tradizione teologica" non meglio specificata, che non andrebbe confusa "con la storia concreta dei testi liturgici". Un tentativo poco elegante di eliminare la tradizione relativa all'origine apostolica del Canone, escludendola "dalla storia concreta dei testi liturgici" - non si sa perché, forse perché si tratta di una tradizione orale non sarebbe "concreta"?
"La Messa di san Pio V è molto diversa dalla liturgia della Messa primitiva". Ma chi l'ha mai negato che per vari aspetti fosse diversa? Nella Messa primitiva non si faceva la Comunione sotto le due Specie? Nella Messa Latina una lenta evoluzione portò ad una Specie sola. E con questo? Che bisogno c'era di ritornare al rito del I secolo? Un bisogno farlocco, "archeologismo" già condannato da Pio XII, parte di un movimento che ha creato una Messa completamente nuova e avulsa dalla Tradizione, quella di Paolo VI, che assomiglia assai più ai servizi di preghiera protestanti che alla vera Messa cattolica (mons. Schneider). E non per nulla ha svuotato le chiese.

Anonimo ha detto...

@E.P.

La tua tesi si fonda su tre presupposti storicamente infondati: che della liturgia antica si sappia poco, che il rito romano sia rimasto sostanzialmente immutato dal VI al XX secolo, e che ogni cambiamento significativo avrebbe necessariamente prodotto “rumore” o un nuovo rito. Tutti e tre sono smentiti dalle fonti e dalla storia liturgica.
In realtà le testimonianze dei primi secoli sono numerose: Traditio Apostolica, Costituzioni Apostoliche, Giustino, Cirillo, Ambrogio, Egeria, i sacramentari antichi. Da esse emerge una liturgia molto più vicina alla prassi recuperata dalla riforma che al modello tridentino, che è invece frutto di stratificazioni medievali. Anche l’idea che la liturgia non abbia mai conosciuto “salti” è smentita dai fatti. Tra IV e VI secolo compaiono Kyrie, Gloria, Credo e si struttura il Canone; tra VIII e IX secolo la liturgia romana viene profondamente trasformata dagli innesti gallicani; tra XI e XIII secolo nascono elementi come il Confiteor, le preghiere ai piedi dell’altare, la Messa privata, il canone silenzioso. Sono cambiamenti enormi, non “sporadici e secondari”. Neppure è vero che un cambiamento profondo avrebbe necessariamente lasciato “rumore”. L’imposizione del rito romano nei territori franchi, la soppressione dei riti locali da parte di Pio V, l’introduzione della comunione sotto una sola specie: tutti cambiamenti radicali, eppure accolti senza generare nuovi riti. Il rito tridentino non è la liturgia dei primi secoli, ma il risultato di un lungo sviluppo medievale. Molti suoi elementi caratteristici ,offertorio medievale, canone silenzioso, separazione netta tra sacerdote e popolo, comunione rarissima dei fedeli, moltiplicazione dei segni di croce non esistevano nella liturgia antica. Quanto al 1969, non rappresenta un “salto” improvviso, ma la conclusione di un processo iniziato ben prima: movimento liturgico, riforme di Pio X e Pio XII, richieste del Vaticano II. La riforma non “inventa” una nuova liturgia, ma recupera elementi antichi: preghiera dei fedeli, proclamazione udibile della preghiera eucaristica, partecipazione attiva, varietà delle anafore, abbondanza delle letture. Il vero salto storico non è il 1969, ma il Medioevo. La liturgia antica era dialogica, partecipata, semplice, comunitaria, con letture abbondanti e comunione frequente: esattamente ciò che la riforma ha voluto recuperare. La tua narrazione caro E.P. idealizza il rito tridentino come se fosse apostolico, mentre è un prodotto tardo medievale codificato nel XVI secolo. La riforma del 1969 non è una rottura, ma un ritorno alle fonti, mentre il modello tridentino è una fase storica , venerabile, ma non originaria. Smettiamola con le mistificazioni fate un torto allo stesso messale di Pio V.

Anonimo ha detto...

"La Messa di san Pio V è molto diversa dalla liturgia della Chiesa primitiva".
Ovvio, direi.
Nei primi secoli la Chiesa era perseguitata, non divenne "culto ammesso" (religio licita) il cristianesimo sino all'editto di Licinio e Costantino, 313 dC (inizio IV secolo). Le Messe si celebravano di nascosto in case private.
Questa situazione, come risulta dalle Lettere di san Paolo, facilitava gli abusi liturgici. Ovvio che nei primi secoli la liturgia della Messa non si fosse ancora assestata, anche se san Giustino martire in una delle sue Apologie dimostra già ben presente la fede nell'esistenza della "presenza reale" nell'Ostia e nel Calice, anche se ovviamente non usava il termine "transustanziazione", di molto posteriore . L'assestamento richiese del tempo. Occorrevano innanzitutto chiese e cappelle, luoghi degni, spazi consacrati al Signore.
Perché dovremmo assumere la liturgia della "chiesa primitiva" come modello?
La cosa è antistorica e soprattutto priva di senso.
Tornando alla "chiesa primitiva" come modello si cancella tutta l'evoluzione spontanea del rito e in sostanza la tradizione liturgica della Chiesa. E proprio questo hanno fatto i protestanti eretici, da Lutero a CAlvino etc: non hanno fatto altro che invocare il ritorno alla chiesa primitiva, sul presupposto che "il papismo" (ossia il magistero della Chiesa) avesse sbagliato per più di mille anni, ingannando i fedeli. Tesi assurde, che tuttavia servivano per fare tabula rasa della tradizione liturgica della Chiesa ed imporre gli errori del Sola Fide e Sola Scriptura. Nel calvinismo la Messa, intesa ereticamente come Cena del Signore, è praticamente scomparsa. Ho letto una vita di Calvino di un calvinista che, negli anni Sessanta del secolo scorso, si lamentava del fatto che la Santa Cena venisse celebrata solo quattro o cinque volte l'anno. Sostituita da letture pubbliche della SCrittura.
I neomodernisti della Nouvelle théologie hanno fatto lo stesso: invocato "l'esperienza" della Chiesa primitiva per far tabula rasa della tradizione liturgica della Chiesa e poter creare un rito interamento nuovo, gradito anche ai protestanti eretici. Per far ciò hanno anche anche alterato il concetto di tradizione cattolica, ridotta da loro all'esperienza del soggetto-Chiesa che connette la Chiesa primitiva all'attuale, quella "riformata" dal Vaticano II, cancellando tutto quello che c'è stato nel mezzo (cancel culture ante litteram). La tradizione viene pertanto da loro erroneamente ridotta ad un mutamento continuo, secondo le esigenze mutevoli dei tempi, perdendosi di vista il suo contenuto essenziale, la conservazione inalterata del Deposito della Fede.
pp

Anonimo ha detto...

Ma come si fa a dire che la Messa Novus Ordo continua le "riforme" di Pio X e Pio XII, quando per prima cosa ha abolito l'antichissima lingua liturgica, ossia il latino, e il canto gregoriano? Non solo: quando ha introdotto il principio della creatività liturgica, cosa in profonda rottura con tutta la tradizione della Chiesa: naturalmente, sotto il controllo (puramente) teorico della Prima Sedes, che all'atto pratico non controllava (quasi) niente (prendeva atto, anche perché spesso condivideva i mutamenti. GP II non era il primo ad usare il "per tutti" invece del "per molti", ancora conservato nell Institutio del NO?
Creatività liturgica per applicare il principio dell'adattamento o aggiornamento alle esigenze locali, secondo le culture locali. E difatti oggi abbiamo riti indo-cattolici, afro-cattolici, variazioni sudamericane sotto l'influsso dei carismatici etc, per tacere delle personali modifiche apportate dal singolo officiante.
Siamo arrivati anche alle Messe per i gay, con una liturgia ad hoc, una specialità di certi cardinali inglesi, in particolare del cardinale T. Radcliff...
E la Messa NO non ha applicato il principio (condannato esplicitamente da Pio XII) della concelebrazione del popolo con il sacerdote, principio ereticale già presente nella Sacrosanctum Concilium art. 48?
Qui non c'é stata nessuna continuità con le "riforme" del passato, anzi. San Pio X fece o voleva fare una riforma del Breviario per adattarlo a certe esigenze della vita moderna, non pensava certo a cambiare la Messa. Così mi sembra dica Amerio.
Certi errori esiziali del movimento liturgico, ampiamente riprovati da Pio XII nella Mediator Dei, sono diventati elementi essenziali della Nuova Messa costruita a tavolino assieme ai protestanti eretici (archeologismo, concelebrazione, ripulsa Messe private, creatività liturgica, abolizione del latino e del gregoriano) e lei Anonimo ci viene a parlare di continuità del Novus Ordo con il magistero liturgico di san Pio X e Pio XII, come se fosse cosa ovvia e scontata?
Ma lei, anonimo, li ha letti gli studi di mons. Gamber sulla Messa?
pp

E.P. ha detto...

Rispondere al commento delle 23:37 è piuttosto facile: è storicamente indimostrabile che la "liturgia dei primi secoli" fosse alquanto diversa da quella che vediamo dai tempi di Gregorio Magno (fine VI secolo) a metà del XX secolo.

Ed è irragionevole - storicamente e teologicamente irragionevole - presumere che i primi cristiani, sotto le persecuzioni, si siano divertiti a riconfigurarsi la liturgia anziché a seguire pedissequamente ciò che avevano fatto i loro evangelizzatori, a fare "salti" e voli pindarici anziché a celebrare ciò che erano sicuri fosse stato detto e fatto dagli Apostoli, solo perché per cautela dovevano celebrare nelle case.

Dunque a narrare una favoletta sono i liturgisti moderni (e gli aspiranti tali), che partono dall'idea che una liturgia possa venir imposta dall'alto (come avvenuto nel 1969), e che la gerarchia ecclesiale non avrebbe avuto scrupoli a spazzar via ciò che per innumerevoli secoli aveva nutrito la spiritualità dei santi (come avvenuto nel 1969).

Insomma, lo sforzo titanico di certuni (come il gesuita Giraudo o soggetti ancora più discutibili come il laico Grillo) è di natura ideologica, è inteso solo a seppellire e banalizzare tutto ciò che non può essere etichettato come conciliare, mediante cherry-picking di fonti e di congetture (e magari spacciando talvolta le une per le altre).

Tornando all'esempio delle preghiere ai piedi dell'altare, anche un bambino capirebbe che non sono un "salto": erano solo una pia usanza diffusasi tra tanti sacerdoti, che non intaccava la struttura della liturgia, diffusasi al punto che senza troppo sforzo venne integrata nei testi liturgici (se non avesse consistentemente prodotto una maggior coscienza dei divini misteri sarebbe rimasta "pia usanza di alcuni" e presto dimenticata).

Nella mentalità bugniniana-conciliare, i "primi cristiani" sono una figura mitologica da sfruttare come pezza d'appoggio per giustificare le novità. L'espressione "eh, ma tra i primi cristiani delle origini cristiane..." serve solo a zittire l'interlocutore, non a documentare qualcosa di tuttora indocumentabile. Serve solo a dire "le tue fonti scritte non mi vanno bene, le mie congetture sui primi cristiani valgono di più".

Per esempio, durante i "formidabili quegli anni" della cosiddetta riforma liturgica, era stato abolito persino il segno di croce all'inizio della Messa (come se i "primi cristiani" iniziassero la liturgia strimpellando le chitarrelle per il canto d'ingresso), e occorse un intervento diretto di Paolo VI per ripristinarlo (Paolo VI, però, non seppe o non volle intervenire su tante altre robe - come l'offertorio ridotto a "presentazione dei doni" e il suo formulario che menziona il sacrificio ma è praticamente una benedizione ebraica del pane a tavola; come la prex eucharistica II "di sant'Ippolito", no, solo vagamente ispirata secondo l'estro bugniniano, e con neanche tanta precisione, ecc.).

Anonimo ha detto...

Beh, adesso la liturgia si inizia con :
"Buongiorno, benvenuti a questa celebrazione";
(sì, mi par di ricordare che dicano così).

Anonimo ha detto...

P.S. Infine, vuoi per il compleanno del prete, vuoi per l'addio
ad una salma, Vuoi per la befana, si finisce sempre con l'applauso.

Come qui sotto che si sono tutti accalcati:
https://gloria.tv/post/RafJhomu94K71uzrfbiVqsgvt
Sviene per il caldo durante l'udienza generale in piazza San Pietro, Papa Leone accorre ad aiutarlo.
Concitazione, stamane in piazza San Pietro, durante l’Udienza del mercoledì. Un uomo, in fila per salutare il Pontefice, si è sentito male a causa del caldo ed è svenuto. Leone XIV si è avvicinato e inginocchiato per aiutare il pellegrino che è poi stato portato via, in sedia a rotelle, dal personale vaticano.

Anonimo ha detto...

Speriamo non si arrivi alle luci stroboscopiche
e all'ingresso delle sisters Act :)

Anonimo ha detto...

Quell’hom di cor diabolico, e ferino,
rubello a Christo, e contumace a Piero:
chi tosto non dirà, questi è Calvino?
Giovan Battista Marino