Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

giovedì 8 gennaio 2026

In Illo Tempore: Santissimo Nome di Gesù

Nella nostra traduzione da OnePeterFive la consueta meditazione di P. John Zuhlsdorf che ogni settimana ci consente di approfondire i tesori di grazia ricevuti nella domenica precedente qui. Importante anche per i riferimenti al superamento dei problemi attuali.

In Illo Tempore: Santissimo Nome di Gesù

La festa del Santissimo Nome di Gesù si è sviluppata gradualmente da una pratica devozionale fino a entrare nel calendario liturgico universale della Chiesa. Il suo fondamento scritturistico si trova nell’enfasi del Nuovo Testamento sul potere salvifico e sovrano del Nome (Fil 2,9–11; At 4,12), ma la sua celebrazione formale è nata più tardi, attraverso la riforma pastorale medievale. Nel XV secolo, il movimento francescano ha dato un impulso decisivo a questa devozione, in particolare attraverso la predicazione di San Bernardino da Siena (†1444) e San Giovanni da Capestrano (†1456). La loro predicazione incoraggiava la venerazione pubblica del Santissimo Nome in un periodo di grande degradazione morale, come rimedio contro la bestemmia e come mezzo di rinnovamento morale.

Inizialmente, le celebrazioni liturgiche del Santissimo Nome furono locali, all’interno delle comunità francescane e di alcune diocesi in Italia e nell’Europa centrale. Queste celebrazioni sottolineavano il Nome rivelato come inseparabile dalla missione salvifica di Cristo e come punto focale dell’identità cristiana. Le confraternite dedicate al Santissimo Nome promossero ulteriormente questa devozione tra i fedeli.

Nel 1721 Papa Innocenzo XIII (dei Conti, †1724 – finora l’ultimo papa a portare il nome “Innocenzo”) ha esteso la festa del Santissimo Nome di Gesù a tutta la Chiesa universale. Nel Messale Romano tradizionale, la festa integra la devozione popolare nella vita liturgica e dottrinale della Chiesa, orientando la venerazione del Santissimo Nome verso la santificazione e l’unione ultima con Cristo.

La Messa del Santissimo Nome di Gesù nel Missale Romanum del 1962 presenta un arco teologico in cui rivelazione, invocazione e glorificazione del Nome convergono.

L’Introito, In Nómine Iesu omne genu flectátur (Fil 2,10–11), stabilisce il tema dominante: il Nome di Gesù come oggetto di adorazione universale. Cielo, terra e inferi sono chiamati a confessare la Sua signoria. La Colletta fonda questo culto storicamente ed escatologicamente: Dio non solo comanda il Nome, ma ordina la venerazione presente verso l’aspetto futuro (aspectus) di Cristo nella gloria.
Deus, qui unigénitum Fílium Tuum
constituísti humáni géneris Salvatórem,
et Iesum vocári iussísti:
concéde propítius;
ut, Cuius sanctum Nomen venerámur in terris,
Eius quoque aspéctu perfruámur in cœlis.


O Dio, che hai costituito il Tuo Figlio unigenito
Salvatore del genere umano
e hai comandato che fosse chiamato Gesù,
concedi benignamente
che, venerando sulla terra il Suo santo Nome,
possiamo godere anche della Sua visione nei cieli.
L’Epistola, tratta da Atti 4,8–12, proclama l’esclusività della salvezza nel Santissimo Nome: “non vi è infatti sotto il cielo altro nome dato agli uomini nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati”. Il Vangelo, da Luca 2,21, è conciso: la Circoncisione e l’imposizione del Nome a Gesù. La liturgia indugia sull’atto stesso piuttosto che sul contesto narrativo, sottolineando che il Nome è conferito per comando divino, non per scelta umana. Quando Giuseppe pronunciò ufficialmente il Santissimo Nome nel momento dell’imposizione del Nome a Gesù, ciò fu una predica sul Salvatore che fu scritta con il primo spargimento del Preziosissimo Sangue.

L’antifona di Comunione universalizza il tema: “Tutte le genti che hai creato verranno e Ti adoreranno, Signore, e glorificheranno il Tuo Nome”. La Messa si muove così dalla rivelazione del Nome, alla sua proclamazione, fino al suo possesso sacramentale.

Se nella Messa vi sono tre movimenti, vi sono almeno tre aspetti del Santissimo Nome che possiamo esaminare. Solo tre, perché ciò non diventi un opus magnum et arduum. Abbiamo già toccato la reverenza dovuta al Santissimo Nome. Abbiamo anche l’esortazione del Signore a chiedere ogni cosa nel Suo Nome (ad esempio Gv 14,14 e Gv 16,23). Conosciamo inoltre la potenza del Suo Nome.

Dobbiamo una grande venerazione al Santissimo Nome di Gesù. Si racconta di San Francesco d’Assisi che abbia chiesto a un seguace di raccogliere da terra i pezzetti di carta, nel caso che su qualcuno di essi fosse scritto il Santissimo Nome di Gesù. Il Santissimo Nome occupa un posto singolare nella devozione cristiana perché significa la Persona stessa. Nella comprensione biblica, il nome esprime identità, missione e presenza. Quando l’angelo comanda: “Lo chiamerai Gesù”, il Nome contiene già l’opera che significa: “Egli infatti salverà il Suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). Il nome Gesù affonda le sue radici nel nome ebraico Yēhōšūa, abbreviato in Yēšūa, che significa “Il Signore salva”. Nel Nuovo Testamento greco diventa Ἰησοῦς (Iēsous), che passa poi nel latino come Iesus. Il Nome unisce identità e missione, esprimendo l’azione divina piuttosto che un’aspirazione umana. Nella Scrittura, coloro che portano questo nome, in particolare Giosuè figlio di Nun, agiscono come strumenti della potenza salvifica di Dio. Quando è dato al Verbo incarnato, il Nome non significa semplicemente l’aiuto di Dio, ma Dio stesso che agisce per salvare l’umanità. La Chiesa accorda quindi al Santissimo Nome una venerazione distinta dal linguaggio ordinario, riflessa nella consuetudine liturgica, nella pratica devozionale e nell’insegnamento ascetico.

Questa venerazione nasce dalla fede nell’Incarnazione. Il Figlio eterno è entrato nella storia, e il Suo Nome umano è il segno udibile della condiscendenza divina. San Paolo articola questo istinto di culto quando comanda che “nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,10). Il Nome funziona come un segno sacro che introduce il credente all’adorazione. L’uso casuale o irriverente del Nome entra quindi in conflitto con la disciplina ecclesiale del linguaggio sacro, mentre l’invocazione deliberata educa l’anima a riconoscere la presenza permanente di Cristo.

Quando Cristo promette: “Se Mi chiederete qualche cosa nel Mio Nome, io la farò” (Gv 14,14), e ancora: “Qualunque cosa chiederete al Padre nel Mio Nome, ve la darà” (Gv 16,23), Egli insegna qualcosa circa la nostra disposizione interiore. Chiedere nel Suo Nome significa pregare in comunione con la Sua volontà, con la Sua obbedienza al Padre e con la Sua missione salvifica. L’invocazione del Santissimo Nome conduce il discepolo davanti al Padre rivestito della stessa relazione filiale del Figlio. Il Padre ascolta tali preghiere perché ascolta Suo Figlio. La Chiesa conserva liturgicamente questa teologia indirizzando costantemente la preghiera “per Dominum nostrum Iesum Christum”, confessando che l’accesso al Padre è mediato, non autonomo. L’efficacia promessa da Cristo appartiene quindi a una preghiera plasmata dall’unione con Lui, non a richieste separate dalla conversione e dal discepolato.

I Vangeli testimoniano la reale potenza esercitata attraverso il Nome di Gesù. Nel racconto di Marco, Giovanni riferisce: “Abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome” (9,38). L’autorità in azione non deriva dalla persona dell’esorcista, ma dal Nome invocato nella fede. Il passo rivela che il Santissimo Nome opera come strumento del dominio di Cristo, una realtà che la Chiesa assumerà poi nei suoi riti di esorcismo e nelle benedizioni sacramentali.

In Atti 16 vi è un momento potente e, in un certo senso, anche divertente, in cui Paolo dà una lezione memorabile a un demonio. A Filippi vi era una schiava posseduta da uno spirito di divinazione, e i suoi padroni guadagnavano molto denaro dalle sue predizioni. Ella seguiva Paolo e Sila proclamandoli servi del “Dio Altissimo”.

E questo lo fece per molti giorni. Ma Paolo, infastidito, si voltò e disse allo spirito: “Ti comando nel Nome di Gesù Cristo di uscire da lei”. E in quello stesso momento uscì.

Successivamente, i suoi padroni, irritati per la perdita del guadagno, denunciarono Paolo e Sila alle autorità. Gli apostoli vengono percossi, imprigionati e messi ai ceppi, preparando la scena per la loro miracolosa liberazione e per la conversione del carceriere più avanti nel capitolo.

Una rivelazione ancora più profonda avviene nel racconto della Passione. Quando coloro che sono venuti ad arrestare Gesù lo identificano, Egli risponde semplicemente: “EGO SUM… IO SONO”, ed essi “indietreggiarono e caddero a terra” (Gv 18,6). Questa espressione richiama il Nome divino rivelato a Mosè (Es 3,14), ora pronunciato dal Verbo incarnato. Nel momento stesso in cui Si consegna, Cristo manifesta un’autorità sovrana e una potenza con una rivendicazione di divinità che non poteva essere fraintesa. Il semplice pronunciare il Nome che Dio ha dato a se stesso – IO SONO – fa sì che i Suoi catturatori cadano a terra. Colui che sarà legato e crocifisso rimane il Signore il Cui Nome comanda la creazione.

Dobbiamo onorare il Santissimo Nome di Gesù con grande fiducia e amore. Invocare il suo Santo Nome ci rafforza nel combattere il Nemico. L’invocazione del Santissimo Nome è una costante nei riti di esorcismo fino ai nostri giorni. È una fonte di profondissima consolazione. Come predicava San Bernardo di Chiaravalle in una potente omelia sul Cantico dei Cantici (15):
Si disputes aut conferas, non sapit mihi, nisi sonuerit ibi Iesus. Iesus mel in ore, in aure melos, in corde iubilus. Sed est et medicina. Tristatur aliquis vestrum? Veniat in cor Iesus, et inde saliat in os; et ecce ad exortum nominis lumen, nubilum omne diffugit, redit serenum.
Se discuti o fai distinzioni, nulla per me ha sapore se non vi risuona Gesù. Gesù è miele nella bocca, melodia nell’orecchio, giubilo nel cuore. Ma è anche medicina. Qualcuno di voi è triste? Venga Gesù nel cuore e di lì balzi sulle labbra; ed ecco, al sorgere della luce del Nome, ogni nube si dissolve e torna il sereno.

Con fede incrollabile dovremmo pregare nei momenti di tentazione. Invocate il Santissimo Nome di Gesù. Possiamo pregare nel Suo Nome per altri che conosciamo e che lottano contro le dipendenze, che sono caduti nei vizi, che si sono allontanati dalla fede. Attraverso la potenza del Santissimo Nome di Gesù, dovremmo spesso pregare per i coniugi, per i figli, per i fratelli e le sorelle, per i governanti politici. Può essere molto utile per tutti noi invocare il Santissimo Nome quando preghiamo per i sacerdoti, i religiosi, i vescovi.

Dovremmo sviluppare buone abitudini verbali riguardo al Santissimo Nome e non abusarNe o usarLo impropriamente. Esso proviene direttamente da Dio e invoca Dio. Quando Lo sentiamo pronunciare in modo frivolo o irrispettoso, potremmo forse fare riparazione con la recita delle Litanie del Santissimo Nome, una delle litanie approvate per l’uso pubblico. Forse vi potrebbero essere recite regolari di questa Liturgia (e di altre) nelle parrocchie, affinché i fedeli possano beneficiare della loro forza formativa.

L’abitudine di invocare con riverenza il Nome di Gesù ci soccorrerà nei momenti di bisogno e di tentazione, persino negli ultimi istanti e negli ultimi respiri. Prendiamo l’esempio del Buon Ladrone, che invocò Gesù per Nome e, come disse Fulton Sheen, “rubò il Paradiso”.
O Signore, nostro Dio,
quanto è grande il Tuo Nome su tutta la terra! (Sal 8,2)
P. John Zuhlsdorf – 3 gennaio 2026

[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

1 commento:

Anonimo ha detto...

PRESSO I GIUDEI SAREBBERO RIMASTE SOLTANTO LE DIVINE SCRITTURE, CON LE QUALI I PAGANI SI SAREBBERO ISTRUITI E I GIUDEI ACCECATI (S.AGOSTINO)

Mentre erano stati tanti i re dei Giudei già nati e defunti, i Magi non cercarono nessuno di essi per adorarlo, perché di nessuno di essi il cielo aveva loro parlato. Non bisogna neanche tralasciare di dire che questa illuminazione dei Magi costituì una prova irrefutabile della cecità dei Giudei. I Magi cercavano nel paese dei Giudei colui che i Giudei non riuscirono a riconoscere pur essendo in mezzo a loro (cfr Gv. 1, 11).

In mezzo ai Giudei i magi trovarono il bambino che essi poi non accettarono quando insegnava in mezzo a loro. I Magi, pellegrini in queste terre da paesi lontani, adorarono il Cristo bambino che ancora non parlava; i suoi concittadini lo crocifissero, in età ancora giovane, mentre operava prodigi. I Magi riconobbero Dio in quel corpicino; questi, pur davanti ai prodigi, non lo risparmiarono neanche come uomo. Come se fosse stato più strepitoso vedere una nuova stella che ha brillato alla sua nascita, anziché il sole che ha pianto nella sua morte.

La stella, che condusse i magi al luogo dove si trovava con la vergine madre il Dio bambino, certamente poteva condurli direttamente a quella città; tuttavia si nascose e non apparve loro di nuovo se non quando ebbero interrogato i Giudei sulla città in cui doveva nascere il Cristo - perché fossero essi ad indicarla seguendo la profezia della divina Scrittura - ed essi risposero: “In Betlemme di Giuda. Così infatti è stato scritto dal profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei certo la minore fra le città di Giuda, perché da te uscirà un capo che guiderà Israele, mio popolo” (Mt 2, 6). Tutto questo che cosa ha significato nei disegni della divina Provvidenza se non che presso i Giudei sarebbero rimaste soltanto le divine Scritture, con le quali i pagani si sarebbero istruiti e i Giudei accecati? [Che le avrebbero conservate non come aiuto alla propria salvezza, ma come testimonianza della nostra salvezza? Infatti oggi, quando riferiamo queste antiche profezie riguardanti il Cristo, rese chiare ed evidenti alla luce degli eventi già avvenuti, se per caso dei pagani, che noi vogliamo convertire, dicessero che sono state inventate da noi, che non sono state pronunciate prima ma posteriormente agli eventi accaduti, così da credere che siano state profetizzate cose già avvenute; noi, per fugare il dubbio di questi pagani, presentiamo i codici dei Giudei. I pagani erano rappresentati già da quei magi, ai quali i Giudei, tramite le parole divine, indicavano la città in cui è nato Cristo. I Giudei però né lo cercavano né lo riconoscevano.]

[III giorno Ottava dell'Epifania]

S.AGOSTINO
Sermo 2 de Epiphania, qui est 30 de Tempore [la fede dei Magi e l’incredulità dei Giudei]

[Breviario Romano, Mattutino, Lezioni del II Notturno]