venerdì 11 ottobre 2019

Il Progressismo e la Dottrina sociale della Chiesa

Riprendiamo l’Editoriale di S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi al Bollettino 3/2019 dedicato a “Il Progressismo cattolico: un bilancio

Il Progressismo e la Dottrina sociale della Chiesa
S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi
Presidente dell’Osservatorio

Questo numero del “Bollettino” è dedicato al Progressismo, sia esso politico che filosofico e teologico. Era una riflessione doverosa da fare da parte del nostro Osservatorio, perché il progressismo, se assunto nelle sue radicali motivazioni, rende inutile la Dottrina sociale della Chiesa in quanto tale, che viene contestata alle radici.

Non c’è dubbio che l’evento cristiano abbia avuto delle salutari conseguenze anche sociali e politiche e che, quindi, abbia anche migliorato la conduzione umana e sociale[1]. Se questo non è adeguatamente risaputo è perché proprio l’ideologia progressista lo ha sempre negato, presentando il progresso come una liberazione dalla religione cristiana. Si è così costituita una mentalità diffusa, anzi addirittura una cultura, secondo la quale il cristianesimo non ho prodotto miglioramenti e progressi, ma il contrario. La realtà è però ben diversa: il cristianesimo ha liberato l’umanità dalla schiavitù del paganesimo e continua a farlo anche oggi quando il paganesimo si è fatto evoluto, sofisticato, snob e post-moderno, rimanendo però paganesimo. Ha liberato l’umanità dalla schiavitù dei miti e delle credenze, collegando tra loro la ragione e la fede nella verità[2]. Ha illuminato il senso dei legami naturali, dalla famiglia alla nazione, creando così un’etica pubblica fondata sull’ordine finalistico della società. Non ha abbandonato l’autorità politica all’arbitrio o alla convenzione, ma l’ha legittimata nel bene e nel Sommo Bene. Ha creato spazi di pace senza essere pacifista in senso ideologico. Ha messo in guardia dalle ideologie disumane, mostrando come tutte alla fine si fondino sulla superbia umana e sull’aspirazione a costruire un mondo non secondo verità ma secondo le proprie aspirazioni e desideri.

Come si può quindi negare che il cristianesimo abbia prodotto dei miglioramenti o, come anche si dice, dei progressi? Eppure il cristianesimo non è progressista. Il progressismo, infatti, pone la ragione del progresso nel progresso stesso. Esso è evolutivo in senso immanentistico. Ci sarebbe una dinamica interna alla storia che condurrebbe la storia sempre in avanti, verso il meglio, sicché il “nuovo” sarebbe anche  sempre “migliore”. Il progressismo non tiene conto del peccato originale[3], la cui dottrina ci dice che in ogni caso la condizione umana attuale è decaduta e ferita e non più in grado di bastare a se stessa. Il progressismo non può accettare delle realtà e delle verità che rimangano sempre uguali a se stesse, diciamo delle verità assolute, perché allora il progresso sarebbe solo accidentale e marginale e non sostanziale. Riguarderebbe le applicazioni o i dettagli e non l’essenza stessa della realtà. Ecco perché il progressismo rifiuta l’idea di “natura” e progressivamente intende tutto come storia, come processo, come percorso. Ciò implica il soggettivismo, sia esso dell’io individuale o dell’io collettivo. Per annullare ogni residuo naturalistico, la storia deve essere un fatto di coscienza, una coscienza in divenire nella quale la realtà (o la verità) non distinguono dalla loro conoscenza da parte di una coscienza, ripeto: individuale o collettiva poco cambia.  Storicismo, immanentismo, soggettivismo, evoluzionismo sono alcuni dei caratteri principali del progressismo.

Basterebbero queste indicazioni a dimostrare la incompatibilità del progressismo con la Dottrina sociale della Chiesa. Essa affronta sì le sempre nuove problematiche storiche ma a partire dal messaggio evangelico che non cambia; sostiene la impossibilità di costruire la storia di questo mondo senza riferimento alla dimensione trascendente; dà la precedenza alla realtà oggettiva sostenendo che anche il soggetto stesso è, prima di tutto, qualcosa di oggettivo e di indisponibile a se stesso; rifiuta l’evoluzionismo che annullerebbe la moralità degli atti umani, togliendo all’uomo la propria libertà e responsabilità.

Il progressismo è un fatto prima di tutto teologico, e consiste nell’intendere l’auto-comunicazione di Dio all’umanità come un fatto compiutamente storico[4], e quindi evolutivo nella coscienza dell’uomo e nell’autocoscienza della Chiesa. Il contenuto dogmatico del kerigma è in continuo divenire e non esiste verità dottrinale che non sia costituta anche dalla coscienza che la Chiesa ne ha nella storia e nel tempo. Il dogma è sempre interpretato, e sta tra la Parola e la situazione in cui la Chiesa vive in quel momento. Proprio del progressismo è la sostituzione completa della metafisica con l’ermeneutica. Ciò comporta che il luogo teologico non sia più la fede apostolica fedelmente trasmessa, ossia che non sia più il dogma, ma la situazione storica ed esistenziale dal cui punto di vista la Parola viene via via letta nel tempo e interpretata. In questo senso il progressismo coincide con il modernismo.

Se il progressismo è prima di tutto teologico sul piano dei contenuti, su quello del metodo è prima di tutto filosofico, in quanto consiste nella applicazione del principio moderno di immanenza alla dogmatica. Non è un caso che tutti i “progressismi” (comprese le posizioni antiprogressiste che proponevano un ritorno alle origini, ad una natura non ancora contaminata dalla civiltà) appartengano all’epoca moderna. Questo perché è nella modernità che, filosoficamente parlando, si ritiene che non esista un oggetto di conoscenza indipendente dal soggetto che lo conosce, un contenuto indipendente dal metodo, una verità indipendente dalla coscienza. E’ nella modernità che viene assunto come un postulato indimostrato[5] – come un “dogma” non religioso potremmo dire – il principio del razionalismo: l’essere è solo e sempre nel pensiero. Da quel momento essere e coscienza sono diventati sinonimi, sicché la verità evolve insieme alla coscienza: in ciò consiste appunto il progressismo.

Il progressismo ha però anche un carattere politico, oltre che teologico e filosofico. I criteri della prassi politica non possono venire indicati dal di fuori della prassi politica stessa, ma dall’interno. Venendo meno la possibilità di attingere alla trascendenza e alla sovrannatura, venendo meno la stessa possibilità di attingere ad una natura perché si tratterebbe nel primo caso di un integralismo religioso e nel secondo caso di un integralismo etico, non rimane che lasciare la coscienza individuale libera di fare proprie o meno le diverse prassi politiche, vivendo in modo radicalmente laico la condizione politica, senza residui confessionali. Come si vede, anche in questo caso la Dottrina sociale della Chiesa  è messa radicalmente fuori gioco. Si può comprendere come i cattolici impegnati in politica che si sono ispirati al progressismo politico non abbiano mai seriamente opposto alle ideologie del soggettivismo radicale non solo il riferimento alla dottrina della fede ma nemmeno quello alla legge morale naturale: si sarebbe trattato, dal loro punto di vista, di residui del regime di cristianità.

I contributi del presente numero del “Bollettino” mettono in luce i diversi aspetti del progressismo – teologico, filosofico, politico – e, data la diffusione di queste idee oggi, chiariscono sia i motivi di una certa “stasi” della Dottrina sociale della Chiesa, sia le cose da fare per rilanciarla. - Fonte
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[1] Tutti i documenti del magistero sociale mettono in evidenza le conseguenze benefiche del cristianesimo per la società umana. Non si tratta di benefici occasionali,  accidentali o residuali, ma fondamentali, al punto che senza del cristianesimo la società non può sopravvivere. Per questo non è accettabile la tesi contraria di Karl Löwith secondo il quale nonostante il cristianesimo siamo rimasti all’età dei vandali. Si può sostenere questa pessimistica conclusione e dire addirittura che, per certi aspetti, siamo oggi anche peggio dei Vandali, ma a causa dell’abbandono del cristianesimo non per la sua inefficacia anche in termini di civiltà.
[2] Cfr. J. Ratzinger, Fede verità tolleranza. Il Cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2003.
[3] Cfr. S. Fontana, Il peccato delle origini e il problema politico della modernità,  in AA.VV., La persona al centro del Magistero sociale della Chiesa. Omaggio al Rev. Prof. Enrique Colom Costa, a cura di P. Requena e Martin Schlag, EDUSC, Roma 2011, pp. 115-132.
[4] Cfr. K. Rahner, Corso fondamentale sulla fede. Introduzione al concetto di cristianesimo, San Paolo, Cinisello Balsamo 1990.
[5] Che il razionalismo sia un postulato indimostrato trova concordi Etienne Gilson, Cornelio Farbo, Augusto Del Noce e Joseph Ratzinger. 

15 commenti:

Anonimo ha detto...

Ut Domnum Apostolicum & omnes ecclesiasticos ordines in sancta religione REDUCERE digneris. Te rogamus, audi nos.

mic ha detto...

Cito da Wikipedia: 
Domnus Apostolicus, o in latino classico Dominus Apostolicus, che significa Signore Apostolico, è un titolo storico, ai giorni nostri attribuito solamente al Papa, che fu utilizzato molto frequentemente tra il VI e l'XI secolo.

Nella liturgia preconciliare, che si può ancora, sotto certe condizioni, usare in virtù del motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, si canta nella seconda parte delle Litanie dei santi nella liturgia della Veglia pasquale la petizione: "Ut domnum apostolicum et omnes ecclesiasticos ordines in sancta religione conservare digneris, te rogamus, audi nos."

Ben detto dal lettore Anonimo nell'invocazione "reducere", visto che il "conservare" ormai...

Unam Sanctam ha detto...

Bisognerebbe invero però modificare l'abl. "sancta religione" nell'acc. "sanctam religionem" per serbare l'acutezza del senso.

Inoltre, la pagina wikipedia, così come citata da mic, necessiterebbe di qualche modifica, volta a correggere la povertà delle indicazioni liturgiche (non certo solo durante la Veglia pasquale si canta codesto verso), nonché lo svarione di latino ("Dominus apostolicus" in latino classico non esiste perché ai tempi di Cicerone non c'era il Papa di Roma; più correttamente bisognerebbe spiegare che nel latino imperiale e tardoantico, e dunque poi in quello ecclesiastico, si ha una distinzione tra "domnus" e "dominus", indicando il primo il "signore" in senso di autorità, superiore, padrone; il secondo invece il signore in senso di divinità (anche gli dei pagani, o l'imperatore). Questa distinzione viene meno nei secoli, e già nel basso Medioevo la distinzione è obsoleta pure nel lessico ecclesiastico, e resta solo testimoniata in alcune formule cristallizzate ("jube domne/Domine benedicere" e "Domnus Apostolicus")

Pietro ha detto...

I danni del progressismo sono evidenti.
Anche a voler essere benevoli verso questo pontificato, mi sembra disdicevole che il Papa, spero per lui a sua insaputa, si riduca a fare da SPALLA di Scalfari!
Perché, se è vera la smentitina del Vaticano, il Papa sembra fare la parte di GIANNI AGUS che argomenta sulla DIVINITA’ di Gesù, e Scalfari di PAPPAGONE, che capisce fischi per fiaschi!
Siamo almeno alla TERZA sceneggiata! Il Papa parla, Scalfari riferirebbe l’esatto opposto, e il Vaticano dice che, come al solito, Scalfari tende a esagerare un po’!
In pratica Scalfari accusa il Papa di avere la lingua biforcuta, ma i due continuano a frequentarsi buttando tutto a tarallucci e vino!
Che succede? Il Papa deve capire DA CHE PARTE stanno i VERI nemici della Chiesa! Oppure lo ha già capito e non gli importa?
E se fosse stato SALVINI a mettere in bocca del Papa parole false (spero siano false)?
Il Papa non può permettere che Scalfari lo usi come COMPARE nel gioco delle tre carte!
Si tratta della divinità di Cristo e ne vanno di mezzo le anime.

Anonimo ha detto...

radio Maria ha fatto peccato perché non si deve parlare di Cristo Dio
https://www.msn.com/it-it/notizie/other/radio-maria-pubblica-la-carta-di-identità-di-gesù-fedeli-in-rivolta-sui-social/ar-AAIALMr?ocid=spartandhp&fbclid=IwAR0H4VNnnmoAbr4NUDrdOeuiWyN2l0vZTNmsxUNlO4QjWoMjJw8WUK0lAI8

Anonimo ha detto...

Salvini e Bergoglio si detestano 'cordialmente', forse qualcosina in più da parte argentina, le ha dette e basta quelle parole,Scalfari è ciò che è, ma non può inventarsi tutto di sana pianta, la smentita è tragicomica, peggio di quelle di Lombardiana memoria che già erano vere scalate 3.000 mt. sugli specchi.IMHO la dottrine sociale della chiesa si è indebolita viavia, ma il colpo fatale è stata la televisione di stato, che entrava nelle case di tutti imponendo modelli sempre più lontani dai principi del Cattolicesimo, poi la tv commerciale ha dato la botta finale......dal 2020 ci sarà una tv in streaming, Vativision Netflix cristiano che non so se sostituirà tv2000, ma lo spot per la nuova emissione è di Alberto Angela......... intelligenti pauca.

Anonimo ha detto...

Detto papale papale (in tempo di doppi papi antipapi a Cristo unico vero Sommo Sacerdote Pontefice eterno)si tratta di fare i propri porci comodi di memoria adamitica, abolendo Dio in nome di idoli, abolendo la verità perché un legno diviene plastica o ferro secondo come lo penso ed in conclusione faccio quel che decide la maggioranza. Peccato che i porci comodi li fanno solo i capi, agli altri son permesse lussurie varie come contentino, degli idoli ne facciamo a meno in quanto il cristianesimo se non altro ci ha insegnato che sono solo demoni o pagliacci. La verità rimane una sola checchè la maggioranza decida.

Anonimo ha detto...

https://www.radiospada.org/2019/10/larcivescovo-vigano-smentite-insufficienti-francesco-deve-rispondere-personalmente/
Sul dogma non si tace, ed aggiungiamo le testuali parole contro l'Immacolata Concezione dette testualmente da Bergoglio, al fatto attuale. Concordo con Mons.Viganò: il silenzio di Bergoglio non si accetta.

Anonimo ha detto...

Interessante osservazione di Silvana De Mari:

Il Cardinal Sarah ci ricorda che chi è contro il Papa è fuori dalla Chiesa. Deduco che tutti i Cardinali che hanno parlato e tramato contro Benedetto XVI fossero quindi ormai fuori dalla Chiesa quel 28 febbraio 2013. Il 13 marzo 2913 il loro voto, se questa teoria è corretta, non era da considerarsi valido. Giusto? È così? Attendo lumi.

Anonimo ha detto...

Giulio Meotti:
“Quando la Francia impedí che le radici giudaico-cristiane entrassero nella Costituzione Europea”. Domani, sul Foglio in edicola, una mia pagina di interviste e racconto su come e perchè Jacques Chirac, da poco scomparso, fece di tutto per mettere il veto alle radici dell’Europa. Dialogo con il medievista Remi Brague, i filosofi Robert Redeker e Chantal Delsol, il politologo Jean-Luis Harouel. “Fu l’inizio del nostro disarmo morale”. E non ha portato molto bene all’Europa.

mic ha detto...

Quando la Francia impedí che le radici giudaico-cristiane entrassero nella Costituzione Europea”.

Che poi le radici d'Europa sono innanzitutto greco-romane, sulle quali si è innestato il cristianesimo che, in Cristo Signore, è il compimento dell'ebrsismo puro della Torah, non di quello spurio, rabbinico, del Talmud!

Anonimo ha detto...


Le radici cristiane dell'Europa, svanite da secoli.

Ma l'Europa cristiana è finita dalla metà del Seicento, con i trattati di Westphalia, che posero fine alla Guerra dei Trent'anni, che fu guerra di religione e politica nel senso tradizionale.
In quei trattati trionfò il principio della sovranità del singolo Stato, con la sua religione, che poteva essere cattolica o protestante, parificate. Non c'era più l'universalità cattolica medievale, anche se da secoli di facciata. Il Papa protestò ma inutilmente.
Finì l'Europa "cristiana" dal punto di vista del sistema degli Stati non da quello della società civile, che rimase ancora a lungo cristiana. Ma il termne "cristiano" è equivoco, dopo Lutero. Voglio dire: non evoca più una visione comune, dopo la Riforma.
L'Europa cristiana dopo Lutero era divisa in due mondi, cattolico e protestante, che si combatterono ferocemente fino appunto al 1648, per quasi 130 anni. Le campagne delle guerre di religione in Francia furono nove, durarono quasi un secolo. I protestanti furono contenuti ma non sconfitti definitivamente, tranne che in Spagna, Italia, e nei domini austriaci, con il permanere di forti sacche eretiche in Boemia e in Ungheria (hussiti e calvinisti).
Ma le monarchie nazionali, con le Guerre d'Italia, cioè dividendosi l'Italia, avevano già cominciato a costruire un sistema europeo di Stati basato sul principio della ragione di Stato e l'egoismo nazionale più abietto, anche se nascosto dietro il principio dinastico e le formule imperiali. Machiavelli avrebbe tratto le conseguenze da tutto ciò per il pensiero politico.
Il ricorso all'ideale della Europa (unita) cristiana è comunque retorico, essendo l'Europa "cristiana" divisa da secoli tra cattolici, protestanti e "ortodossi".
Ed era inutile chiederlo a un ceto politico europeo del tutto laicizzato e nel senso peggiore. Bisognava opporsi alla nascita di questa "unione", questo avrebbe dovuto fare la Chiesa.
H

jn ha detto...

L incendio appiccato da berg il 4 ottobre sta dilagando!
Guardate un po' qui a Roma

http://www.lafedequotidiana.it/la-rete-panamazzonica-celebra-rituali-pagani-e-sincretici-in-una-chiesa-romana/?fbclid=IwAR2scPRINegC9TXmIuN85A8I7hxFx9urUIP0TQ5kWPb-KtAwZGoId7g9u40

Anonimo ha detto...

Seguito: divisione

Il resto era nel dividendo e possiamo dire fin da principio. Ma quale principio? Quello dell'uomo primitivo, decaduto? No, quello che era nel Paradiso a creazione conclusa e peccato originale non ancora commesso. Il resto incontaminato, che dopo il peccato originale, insieme al creato ed alla creatura per eccellenza, l'essere umano, pur contaminato anch'esso, conserva un ricordo, un anelito, un ricordo, un'inclinazione, seppur non completamente o affatto cosciente, di quell'Amore, di quella Giustizia, di quell'Ordine, di quell'Ubbidienza ormai lontani.

Il piccolo resto, credo abbia come sua caratteristica principale la memoria paradisiaca dell' Amore Giusto, Provvidente, che la storia umana, in ogni sua manifestazione, non ha potuto soffocare; questo ricordo, questo anelito il piccolo resto conservò, conserva e conserverà fino alla fine, di generazione in generazione, dopo che tutti i divisori avranno finito di dividere tutti i dividendi, tranne il piccolo resto, che non può farsi dividendo di alcun divisore, se non di se stesso per l'uno.

mic ha detto...

http://blog.messainlatino.it/2019/10/usa-in-una-base-militare-si-celebra.html
Nel Texas, in una base militare si celebra solo il Rito antico