Purtroppo e realisticamente, con dolorosa nostalgia, condivido; modificando tuttavia il titolo. Senza sapere se, nel tempo, le radici potranno dare nuovi frutti di civiltà e di bellezza, oltre a quella naturale, ineguagliabile.
Amare l’Italia; ma quale?
Roberto Pecchioli, 13 Gennaio 2026
Ha destato interesse un intervento di Marcello Veneziani sull’amor patrio. L’intellettuale pugliese, coetaneo dell’autore di queste note, confessa la sua delusione, il disincanto verso l’oggetto dell’amore di tutta una vita: la patria italiana.
Qualcosa dell’amarezza che traspare è legata all’età che avanza, alle illusioni perdute, alle incomprensioni vissute. Ingrata patria, ma non solo questo. L’Italia non ci ha tradito, ma deluso. Per il tradimento occorre che ci sia stato amore reciproco. Non è così.
Noi abbiamo amato un’entità, un sentimento, un luogo, una storia della quale a moltissimi italiani, alle istituzioni ufficiali, alle culture dominanti non importa nulla. Un amore ingenuo a senso unico. Non vale la pena amare ancora ciò che chiamiamo Italia. Peggio: è del tutto inutile.
Ci ha colpito, nella riflessione di Veneziani, una citazione di Sándor Márai, grande scrittore ungherese del Novecento, tratta dal romanzo Le braci:
«La mia patria non esiste più. Il misterioso elemento che unificava ogni cosa ha esaurito il suo effetto. Tutto è caduto in pezzi, sono rimasti solo i frammenti. La patria per me era un sentimento. Questo sentimento è stato offeso. In casi come questi, uno se ne va. Ai Tropici o ancora più lontano. Più lontano dove? Nel tempo».Márai fu un ungherese della diaspora di un popolo diviso tra vari Stati alla fine dell’Impero asburgico. Visse delusioni atroci: antifascista e anticomunista, fu perseguitato da entrambe le ideologie. Approdato negli USA, visse come un tradimento la decisione del figlio di americanizzare il proprio nome. Per questo si trasferì per anni in Italia, morendo suicida dopo il ritorno in America.
Anche a noi è sfuggita la patria, l’Italia che troppi chiamano “questo Paese”, al massimo “il nostro Paese”. Sopravvive nell’animo di qualcuno, nella memoria, nell’immenso lascito che forse nessuno erediterà. Si disseccano le fonti della cultura comune, aggredita dal globish accolto con sciocco giubilo provinciale e, più ancora, dall’indifferenza dei connazionali.
Sfuma lentamente la bellezza abbagliante dell’arte, del paesaggio naturale e di quello costruito nel tempo da popoli che non sapevano di essere italiani ma lo erano. Proprio il contrario dell’Italietta di oggi, abitata non da connazionali, bensì da contemporanei casuali.
Si ama una civiltà, un luogo, degli usi e dei costumi, una lingua, una cultura, un modo di essere. Terra dei padri e insieme madrepatria: la filiazione, l’eredità, le radici. Si ama soprattutto la gente che sentiamo “nostra”, ma per strada non la vediamo o non la riconosciamo più.
Patria è mutuo riconoscimento, non folla senza tratti comuni. Radici spezzate, ripetiamo, dall’indifferenza. Chi scrive è italiano per nascita, idioma e cultura. Ma ha smesso di amare “questo Paese”, rifugiandosi, come l’esule Márai, nel territorio senza tempo della memoria.
Indiretta, perché l’Italia amata intensamente di cui abbiamo nostalgia (“dolore del ritorno”) non l’abbiamo vista con i nostri occhi se non nei primi anni della vita. È come se qualcuno ci avesse silenziosamente cacciati di casa. Tutto è cambiato dinanzi a noi e ci siamo dovuti adattare per sopravvivenza, per non apparire pazzi.
Abbiamo indossato una maschera interiore per nascondere un’irriducibile, dolorosa diversità. Si ama un popolo, il suo peculiare modo di vivere, la sua specifica visione dell’esistenza, di guardare il mondo. Tutto dissolto.
Amavamo i connazionali, non i concittadini. E non ci riferiamo solo alla rapida sostituzione etnica che modifica per sempre città e paesi, ma all’evidenza che una Patria — qui serve la maiuscola — non è uno Stato e le sue leggi, buone o cattive.
A chi scrive non importa nulla della Repubblica. La patria è l’acqua in cui si nuota, il luogo in cui si sta come nel ventre della madre, in cui il volto dell’altro è simile al nostro, dove ci si intende senza parlare e, quando si apre bocca, sgorga una lingua di cui si condividono le sfumature e perfino il non detto.
Patria è la comunità che protegge se stessa e chi ne fa parte, l’eredità accettata che attraversa il tempo e si trasmette ai figli, possibilmente migliore, più ricca, più bella. Non c’è eredità senza eredi.
L’Italia sta silenziosamente smantellando se stessa: non abbiamo figli, quindi nessun italiano riceverà quanto lasciano le generazioni presenti. Inevitabilmente ciò che non si ama non si custodisce: è trascurato, consumato, alienato.
I giovani italiani sono pochi e smarriti. I più vitali lasciano il Paese — o la patria — per assenza di prospettive e perché sanno che non c’è un progetto nella terra natia. Chi resta non si riproduce né biologicamente né culturalmente.
L’Italia ha imboccato da mezzo secolo — da trent’anni con moto accelerato — un declino economico, etico, esistenziale, demografico e civile inarrestabile. Si può ormai amare solo un ricordo, un legato che smentisce il suo nome, abbandonato com’è da chi lo ha rifiutato.
Le poche voci che hanno lanciato l’allarme sulla fine dell’Italia per esaurimento demografico e indifferenza a se stessa sono state ridotte al silenzio, derise, accusate di anacronismo. Il risultato è il trionfo dell’individualismo di massa (un ossimoro), che enfatizza una caratteristica della nostra gente: all’eccellenza individuale non corrisponde lo spirito comune, la volontà di intraprendere un percorso condiviso, di popolo.
La conseguenza è la sterilità per trascuratezza. Come una prateria fertilissima che nessuno coltiva più. Il contadino ama visceralmente e insieme concretamente il suo campo, è legato ad esso e vuole trasmetterlo ai figli. L’individuo solo casualmente italiano — cittadino di una patria formata da un’unica persona, l’Io — è indifferente.
Domani — dieci, quindici anni al massimo — maledirà di non avere avuto figli: chi gli pagherà la pensione, la sanità, chi avrà cura della sua vecchiaia? Per egoismo e irresponsabilità non ci ha mai pensato, come la cicala della fiaba.
Giocoforza, l’immigrazione massiccia riempirà i vuoti: è la legge della vita. Ma non saranno italiani, solo cittadini di uno Stato non più nazione.
Come si può amare ciò che non senti tuo? Dicono che l’unico patriottismo accettabile è quello “costituzionale”, fondato sullo Stato e sulle leggi che lo sostengono. Ridicolo: nessuno ama una legge più di una patria, nessuno si immola credendo davvero che la sovranità appartenga al popolo (quale?) “che la esercita nei limiti stabiliti dalla Costituzione”.
Ovvero: la norma scritta è superiore, addirittura anteriore al motivo per cui esiste uno Stato chiamato Italia, nato per riunire generazioni di compatrioti. È difficile appartenere a uno Stato che non è patria. Tutt’al più se ne fa parte, esibendo il documento che attesta la cittadinanza. Concittadini, non compatrioti.
Passo alla prima persona singolare: non mi sento cittadino. Di un Paese — non nazione, non popolo — che protegge i criminali e non le persone oneste, sino a condannare al carcere e alla rovina economica i suoi funzionari in divisa che si oppongono a ladri e rapinatori.
Non sono cittadino se non posso difendere ciò che è mio e la mia famiglia senza essere trattato peggio dei delinquenti. Non sono cittadino se i miei diritti sono di fatto inferiori a quelli di chi è ospite nella mia casa.
Non sono e non mi sento cittadino se, per mantenere una gigantesca struttura burocratica che mi è ostile, lavoro più tempo per lo Stato che per me stesso. Non sono cittadino se le leggi che sono costretto ad osservare provengono in gran parte da una struttura estranea — se non nemica — quale l’UE.
Non lo sono se non ho il potere di scegliere amici e alleati e se in casa ospito — pagando — eserciti stranieri. Non sono cittadino se il denaro che spendo è emesso da banche private straniere.
Se questa è la patria, ne faccio a meno e divento apolide. Di nazionalità, lingua e cultura italiana, orgoglioso di aver fatto parte di una storia.
Quel che resta della mia patria somiglia a un brano di Lucio Battisti:
“Chiudere gli occhi per fermare qualcosa che è dentro me, ma nella mente tua non c’è. Tu chiamale, se vuoi, emozioni.”Di un esule dal tempo, abitatore un tempo innamorato di uno spazio tra Alpi e mare, la mia patria adesso è solamente Repubblica Italiana.

26 commenti:
Lo avevo scritto qualche mese fa...
CIVIS ROMANUS SUM
È una percezione che ho cominciato ad avere più di venti anni fa, ma ora appare definitiva, NON MI SENTO ITALIANO.
Come a messa, ci sto fisicamente ma non con la coscienza che vaga alla ricerca della vera messa…. così sono cittadino di questo Stato perché le leggi me lo hanno imposto, sono cittadino con il corpo, con la mia biologia certificata dalla tessera sanitaria e censita dal codice fiscale, con i miei dati anagrafici da loro amministrati, per le tasse che pago, ma non con l’intelletto, non con l’animo. Sono cittadino romano, poi cristiano dello Stato Pontificio, stato di diritto confiscato dai massoni del cosiddetto risorgimento.
Mi sento di appartenere a questa nazione Italia, che amo, l’Italia di Virgilio, che fa dire ad Enea, in fuga da Troia ed in vista delle coste del Salento:
«Iamque rubescebat stellis Aurora fugatis
cum procul obscuros collis humilemque videmus
Italiam».
(E già, fugate le stelle, arrossiva l'aurora, quando vediamo lontano oscuri colli e, umile sull’orizzonte, l’Italia.) - trad. V. Sermonti.
Gli uomini di allora, di cui ho potuto solo sfiorare la conoscenza, non avevano il problema di questa dicotomia. Loro erano, internamente ed esteriormente un’unica entità. È la modernità che ha costretto, chi vuole essere sé stesso – e mai come oggi questo ha un suo profondo significato – ad essere diviso tra una parte esteriore, senza la quale non ti fanno vivere e una parte interiore.
Avevamo un’antica, unica identità, eravamo già un popolo, eravamo già una nazione, che si riconosceva in princìpi comuni come il campanile, il focolare, la parrocchia (cfr. “Le Due Italie” di Massimo Viglione). Paradossalmente, ora che siamo Stato, non abbiamo più una identità comune, se non quella indeterminata, perché ingiunta, dell’appartenenza al mondo globalizzato, avvalorata da quello strumento che ormai costituisce un’appendice delle nostre mani (e del nostro cervello...). Ma anche questo fa parte della storia, il preordinato azzeramento di una identità precisa, riconoscibile, ereditaria, era il presupposto per la collettivizzazione dei “cittadini” , per la evaporazione delle coscienze nella nebulosa svolazzante e caotica del mondo senza Dio.
Claudio Gazzoli
N.B
NAZIONE (dal vocabolario Treccani): Il complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità politica.
Quando sono nata io - e son più di settant'anni - l'amore per la patria lo sentivamo davvero. Era un sentirsi uniti in un tutt'uno, un riconoscersi appartenenti alla stessa famiglia, con gli stessi usi, le stesse abitudini, le stesse tradizioni, la stessa religione e gli stessi principi morali. Usavamo la nostra bella lingua con le sue belle espressioni, le sue belle locuzioni che oggi non ricordiamo più e non la impiastravamo con una lingua povera, anzi poverissima che ha preso il sopravvento e che in noi vecchi crea imbarazzanti difficoltà. Sorridono i nostri nipoti sapendoci conoscitori di un francese che ci siamo portati dietro fino all' universitá (a che pro?...) e si divertono a tenderci tranelli e a farci
dispetti linguistici. Essi, ferratissimi nel linguaggio universale, non sono più italiani, ma abitatori del villaggio globale. E molti che oggi si dicono italiani perché nati in Italia, sono come certi indumenti con su scritto made in Italy solo perché lavorati a Prato. Possono mai provare amor di patria? Non lo prova neanche la nostra ineffabile presidentessa del Consiglio che prima
si proclamava patriota, cristiana e madre e poi con incredibile nonchalance si è messa a sguazzare bellamente nelle mefitiche acque marchiate UE.
Che Dio ci salvi.
Nonna
Non mi sento cittadino di un Paese che protegge i criminali e non le persone oneste, che sanziona chi difende la propria famiglia e la propria casa dai malviventi, che coccola i famigliari dei delinquenti e manda in rovina i tutori dell'ordine, che favorisce il parassitismo autoctono e importato. E che durante il periodo della influenza cinese (perché continuiamo a chiamarla COVID?) si è dimostrato tra i peggiori a livello mondiale nella gestione della fase di c.d. emergenza, diventando un modello di sinicizzazione.
Cara Nonna, non si consideri vecchia, su, lei ha lo spirito di una giovincella delgli anni sessanta, invidiabile nello spirito determinato e fedele alla vera religione cattolica. Io ho qualche anno più di lei, non molti, però, eh? ma anch' io ho lo stesso spirito, lo stesso entusiasmo, la stessa gioia per la mia fede ( prettamente ed esclusivamente preconciliare.. si può dire? del CV II e del postconcilio ne ho le tasche piene) che non cambierei per niente al mondo, così come mi sentivo negli anni '60, i giovani d'oggi mi fanno un po' pena e un po' compassione, poveretti. Anch'io ho fatto l'università negli anni '60, seconda metà, nel pieno del '68, ma mi è servito come un vaccino contro tutte le idiozie del modernismo, mai ascoltato né accettato... mi danno del rigido integralista? grazie, ringrazio, il cattolico tout court così dev'essere. Pace e bene, cara amica e LJC Catholicus
Certamente per noi, che abbiamo passato da tempo gli 'anta', la Patria è stata quella di quando eravamo bambini. Era anche il tempo in cui gli adulti restavano più a lungo bambini, forse era la vita ad essere più semplice. Con gli anni sessanta inizia un'altra storia e la Patria diventa indossatrice di tanti vestiti, nordici o d'oltreoceano, e noi che eravamo semplici cominciammo a diventar complessi come i nordici o come gli americani più avanti. Noi e la Patria ci sforzammo, guardando Oltralpe e Oltremare, a diventar moderni.Il che forse fu una forzatura per la Patria e per noi. E quel comune sentirsi espatriati restando in Patria è stato uno straniamento che è rimasto, come quando non vengono rispettati i tempi di crescita di un bambino.
Nostalgia dell'Italia del comune, del campanile, della parrocchia, che sarebbe stata la vera patria italiana? Nostalgia della malaria, della pellagrra, dell'analfabetismo, del brigantaggio endemico dalla Romagna alla Calabria, endemico come la miseria delle plebi; delle dominazioni straniere che vegliavano su campanile, parrocchia, chiesa, conventi, questa no di nostalgia?
Pace e bene anche a lei, caro amico che ha gli stessi miei intendimenti! Incoraggiamoci e sosteniamoci a vicenda nella nostra tenace determinazione a non allontanarci mai dalla vera fede che con tanto zelo e tanto amore ci fu trasmessa. Sorridiamo considerandoci diversamente giovani (siamo su per giù coetanei) e andiamo avanti con l' aiuto del Buon Dio.
Nonna
Nostalgia del comune, del campanile e della parrocchia, perché no? Ora sulla Chiesa, sulla parrocchia e sul campanile vegliano i burocrati di Bruxelles e i loro referenti nelle segrete stanze. Allora la Chiesa aveva voce in capitolo, ora è ridotta a megafono di lorsignori.
Come l'amico Claudio Gazzoli, devo ammettere pure io che non mi sento italiano.
E non sono pochi quelli che rimpiangono l'autonomia degli stati preunitari (che il Papa fosse "più Papa" allora è quasi incidentale), ma la sensazione post-pandemia è che lo Stato abbia addirittura dichiarato guerra ai suoi cittadini.
Amico delle 23:40 di ieri, guarda che il progresso scientifico e tecnologico ci sarebbe stato comunque: analfabetismo, malaria, brigantaggio, miseria, pellagra sarebbero comunque stati affrontati. L'interscambio di conoscenza sarebbe comunque avvenuto.
https://youtu.be/_pC5VgUWaOg?si=Dc-lwcD2uW_ziIMe : ADR, scrivono i Carabinieri nei loro rapporti, sigla che significa “A Domanda Risponde”, riferendosi al fermato, all’indagato, ecc; in questo caso, però, la “scienziata” scelta dai Dem USA per rispondere in una audizione del Senato non risponde affatto, ma si arrampica sugli specchi, cercando di colpevolizzare colui che la sta interrogando…”che figura di mxxda” avrebbe commentato la buonanima di Emilio Fede vedendo questo video. Eh si, i Dem, come i nostri sinistri, sono proprio alla frutta, se ricorrono a questi mezzucci, servi sì, leccapiedi dei mondialisti pure, ma ridicoli proprio no, eh? queste figuracce potrebbero risparmiarsele !
Cos'era per gli stranieri l'Italia?
"L'Italia era da secoli punto di convergenza dell'Europa, scuola, campo di battaglia, premio al vincitore, santuario, colonia di sfruttamento, terra di piacere e di riposo, demanio collettivo. Le genti si erano abituate a considerarla soggetta ad una specie di servitù internazionale, in omaggio ai superiori diritti dell'arte e della della religione o della politica dei grandi Stati" (Gioacchino Volpe, L'Italia del Risorgimento, in: ID., Italia in cammnino, Volpe ed., Roma 1973, pp. 25-71; p. 48). IL poeta e uomo politico francese Lamartine nell'Ottocento la definì "la terra dei morti". Dei costumi degli italiani Leopardi fece questo ritratto: "Essi dunque passeggiano, vanno agli spettacoli e ai divertimenti, alla Messa e alla predica, alle feste sacre e profane. Ecco tutta la vita e le occupazioni di tutte le classi non bisognose in Italia". Annotava anche che, al di là del conformismo ufficiale, dell'omaggio al prete e al funzionario governativo, non c'era un vero sentire comune, ognuno viveva all'insegna del motto 'ognun per sè, Dio per tutti'. Non usava quest'ultima espressione, ma questo era il concetto. Dietro la facciata un individualismo sostanzialmente scettico e senza nerbo.
Tutti questi giudizi negativi vanno a loro volta vagliati criticamente. Danno comunque da pensare. Va comunque respinta l'Italia da cartolina illustrata del tempo che fu cioè l'immagine che ci vuol oggi dare di essa la retorica manichea del neo-legittimismo, di origine "pliniana" o non.
Post Scriptum : quando il senatore chiede alla scienziata “mi risponda “gli uomini possono rimanere incinti” ? si o no?” la scienziata tenta di aggirare l’ostacolo, di sfuggire alla domanda, dicendo “lei sta polarizzando l’interrogatorio, io non voglio polarizzare”… ad udire queste parole della povera, disgraziata esponente Dem mi sono ricordato che anche Papa Leone usa lo stesso linguaggio, lo stesso metodo di aggirare il problema, per evitare di dover accogliere o respingere l’esortazione del Divin Maestro “il vostro parlare sia si si, no no, tutto il resto viene dal maligno”, e ciò nel tentativo di mettere d’accordo neomodernisti e tradizionalisti, per raggiungere l’unità nella diversità; questo suo modo di procedere mi provoca grande tristezza e delusione, purtroppo, dopo un iniziale, fragile entusiasmo.
Mi scuso per non essermi firmato, prima, LJC Catholicus
Imbozzolati tutti nel ' come siamo andati avanti!' In realtà si muore in abbondanza anche oggi e ci si ammala anche oggi con tutti i traguardi della tecnica e della scienza. Anni fa si calcolò che 6.000.000, sei milioni, di Italiani erano stati ammazzati nel grambo della madre; quanti ne uccise la droga di preciso non so, non pochi; il cancro fu una falce affilatissima; poi ci furono i vaccini che continuano a mietere improvvisamente nel tempo; senza contare che a fronte di un trapiantato si trova uno o più morti o fatti morire all'uopo; per non citare la dolce morte oggi di gran moda; ultimo le vecchie guerre sempre al passo dei tempi del progresso tecnico/scientifico volto alla morte esponenziale di chi capita capita.
Tutto questo ammazzare ha come scopo principale 'non avere noie' e ipocritamente non far penare il presto caro estinto. I genocidi hanno invece lo scopo di sfoltire la o le popolazioni che si reputano di ingombro per le proprie espansioni. Si studia più come ammazzare che non come far vivere. Poi uno si domanda perché siamo instupiditi!!!
Per rinsaldare e ristrutturare l'Italia, riportandola alla grandezza che le è consona, occorre che la destra, almeno una parte significativa di questa, si spogli di quella cultura esoterica che la permea.
"Non mi sento italiano di qui, non mi sento itaiano di là.." Questo ritornello è invece tipicamente italiano, una moda dell'italiano di oggi, per esprimere l'odio di sè che siamo riusciti ad instillarci come popolo, lavorando sugli ancestrali nostri complessi di inferiorità.
L'identità nazionale in crisi va ricostruita e rinnovata non rinnegata.
L'essere umano non è cambiato. Sono mutati e incredibilmente cresciuti gli strumenti a sua disposizione. E questo è un bene, da un lato, e un male dall'altro, perché, lo abbiamo visto negli ultimi due secoli, la tecnica consente di fare enormi progressi, ma soprattutto enormi danni, sfracelli veri e propri (basti pensare all'arma atomica o a quello che sta avvenendo oggi con i droni, missili e quant'altro).
Allora: è cresciuta la tecnica, è diminuita la fede. E, con quest'ultima, è scaduta l'etica.
C'è, a mio avviso, un rapporto tra i due elementi: il progresso tecnologico ha aumentato l'individualismo e l'orgoglio umano, e ha impoverito spiritualmente l'uomo. Ha accorciato le distanze, ma ha sostenuto il processo di alienazione e anonimato dell'individuo.
La stessa televisione, come l'automobile, hanno allargato gli orizzonti, ma depauperato le comunità. Internet è un'altra rivoluzione a doppio taglio, in bene e in male.
Tutto sta nel capire se l'essere umano è in grado di gestire la tecnica o se ne diventa strumento. Tutto lascia intendere che subisca il processo tecnologico anziché governarlo. Tutto questo cosa c'entra con l'Italia? C'entra nella misura in cui, penso a Marcello Veneziani che ha scritto un bel libro nostalgico sul Meridione, se si lascia il progresso tecnologico a sé stesso come negli ultimi decenni, amputando le radici culturali e religiose, si nutre il deserto e si perde l'anima.
Gli agricoltori non dimenticano.
Scendono in piazza contro un SISTEMA che distrugge l'agricoltura.
Nessuna forza politica è benvenuta. La frattura tra chi produce e chi decide sta diventando irreversibile.
Sul sito tutela rurale.org l'intero articolo, che vi farà anche capire cosa è diventata l'Italia nella UE e cosa è diventata la UE per l'Italia. Si può essere italiani ed europei in questa unione luciferina? La risposta è implicita.
Il Mercosur non è stato ancora ratificato dal Parlamento Europeo.
Mi piace, pur non essendo socialista, ricordare che ieri era l'anniversario della morte di Craxi, avvenuta ventisei anni fa. E mi piace farlo in occasione di un 2026 che passerà alla storia come l'anno in cui finalmente si concretizza una prima riforma della Magistratura.
Non credo che abbia capito il senso del testo. Noi tutti qui siamo italiani ma è il modo di esserlo imposto oggi (e anche nel recente passato) che viene visto come estraneo alla nostra autentica natura. Anche il veneziano del sedicesimo secolo (per fare un esempio a caso) sapeva di essere italiano, ma ciò rimaneva per così dire sollo sfondo, era implicito. Per usare un esempio filosofico: Il genere "animale" non compare in rerum natura (in natura si danno solo le singole spiecie), tuttavia questo "essere animale" si presenta chiaramente come vero e reale punto di unità delle differenti specie aniamali. Per tornare al nostro tema: l'italianità che si è venuta a creare è stata fatta a scapito dell differenze e questo ha creato una forma di alienazione. Noi non ci sentiamo italiani nel senso che rifiutiamo questo sradicamento (il genere senza specie), tanto più che questa italianità è stata progressivamente aperta anche a gente che, dal punto di vista etnico, non ha niente a che fare con noi e questo aumenta ulteriormente l'alienazione.
Aichardus
"L'Europa la amo, ma è irriconoscibile".
Parole sante di Trump, un Presidente forse eccentrico, ma che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo.
"L'italianità che si è venuta a creare è stata fatta a scapito delle differenze e questo ha creato una forma di alienazione", aggravata dal fatto che si è aperta l'Italia a gente straniera che con noi ha poco a che vedere.
Non confondiamo i problemi. La dissoluzione etnica e spirituale delle nazioni europee, attualmente in corso, è arrivata alla fine e rientra in un processo storico perverso imposto dalla decadente ideologia dominante.
L'alienazione che sarebbe stata prodotta dalla troppo veloce unificazione esiste invece da molto prima. Ma non prima del 1945. Voglio dire che i traumi dell'unificazione erano stati superati grazie alla vittoria nella Prima Guerra Mondiale, ottenuta a prezzo di duri sacrifici, che aveva praticamente fatto nascere un patriottismo generale. Questo patriottismo cominciò a venir fuori dopo Caporetto, nei combattimenti di due settimane dopo, quando il Regio Esercito fermò da solo gli austro-tedeschi sul Piave e sul Grappa, con i rinforzi alleati schierati in riserva, a tappare eventuali sfondamenti, che non ci furono.
Dopo il disastro del 1943 e l'apocalissi del 1943-45 si affermarono forze politiche, prevalentemente di sinistra, per le quali abolire il patriottismo (con la scusa di combattere l'eventuale eredità del fascismo) era un obbligo imprescindibile. Cominciò così un lavoro culturale disgregatore che non solo ha rimesso tutto in discussione ma alla fine ha eliminato l'idea stessa di una Italia patria comune di tutti. UN lavoro anche disonesto sul piano dei fatti storici, se si pensa che la nostra indubbia vittoria nella Grande Guerra è stata trasformata in una sconfitta (l'esercito italiano si sarebbe disintegrato a Caporetto e lo avrebbero salvato solo gli Alleati, dietro i quali sarebbe riapparso negli ultimi giorni di guerra per vantare una vittoria che non ci sarebbe stata).
All'opera di dissoluzione attivamente perseguita dalla cultura di sinistra, si è poi aggiunta in tempi più recenti l'azione disgregatrice sul piano dell'opinione da parte della cultura cattolica c.d. "tradizionalista", in senso generale, riassumibile nel concetto di un neo-legittimismo che vorrebbe tornare a ridividere l'Italia in tanti Stati, completando l'opera di dissoluzione messa in atto con l'attuazione delle regioni, concepite assurdamente quasi come mini-Stati.
L'esempio dell'italianità implicita sentita dai veneti della Repubblica Veneta del tempo che fu non regge. Ai veneti di allora non gliene avrebbe potuto importar di meno dell'Italia, che nel Cinquecento restava un ideale astratto, coltivato da piccoli gruppi intellettuali. I veneziani erano impegnati in una dura lotta per sopravvivere all'assalto asburgico e francese, appoggiato via via dagli occasionali alleati italiani minori incluso il papa - tanta voglia per sentirsi italiani non credo l'avessero.
Questa "alienazione" per come è stata unificata l'Italia (in fretta, anche perché si era presentata una situazione internazionale che paralizzava vicendevolmente l'azione delle Potenze, tutte contrarie ad uno Stato italiano unito, ovviamente) è un prodotto artificiale, un marcio frutto dell'ideologia politicamente corretta oggi dominante, sezione cattolica.
Concordo pienamente
"si può sentirsi italiani ed europei nell'Europa attuale?"
Non possiamo sentirci europei, cioè partecipi di un'organizzazione statale e sociale che si fonda sui principi di un liberalismo assoluto e della Rivoluzione Sessuale.
Quest'Europa va rifiutata. Difficile però è uscirne, sul piano pratico. Le rappresaglie economico-finanziarie potrebbero esser devastanti per noi. Si potrebbe tuttavia cominciarre ad aprire un discorso sul piano etico, reclamando per le singole nazioni una certa autonomia in materia di principi morali, diritto della famiglia. etc. Discorso anche questo difficile, per altri motivi. Intanto, non sono in genere i governi di coalizione a fare discorsi simili. Poi c'è la palla al piede rappresentata dal presente papato, che continua il precedente anche sul piano dei gravi cedimenti nei confronti dell'etica. Se non lo fa il papa, il discorso morale, ed anzi sembra accettare certe gravissime derive oggi imperanti, come può farlo un qualsiasi governicchio italiano di CD?
Ciò detto, però, non si capisce per qual motivo uno debba cessare di "sentirsi italiano". Questa conclusione appare del tutto sproporzionata. Si tratta invece di combattere per riportare l'Italia ad esser se stessa. Ma se ci si rifugia nel "non sentirsi italiano", questo non sembra un alibi per non impegnarsi nella lotta polica per l'Italia?
Sono nata all'ombra del Colosseo. Ho vissuto fino ai 18 anni in Via San Giovanni in Laterano. I miei giochi di bambina si dividevano tra il Colle Oppio e Villa Celimontana. Sono stata battezzata a Santa Maria in Domnica un 21 aprile e la mia mamma, ferrarese ma appassionata di storia romana, da bambina mi portava sul Palatino, ai Fori e mi raccontava... Ho respirato l'atmosfera del cristianesimo dei primi secoli a San Clemente al Laterano dove la mia mamma andava a confessarsi. La mamma l'ho persa a 11 anni; ma queste cose mi sono rimaste dentro e nel corso degli anni, sono state incrementate dalla mia formazione umanistica e dalla bellezza unica in cui sono tuttora immersa (al di là dei problemi del traffico et alia). Poi, da mio marito, ho assorbito l'amore per la storia patria di cui lui era appassionato.
Ricordo che negli anni 50 l'amor patrio ancora era nell'aria anche se, a scuola e in generale, negli anni successivi, cominciava a respirarsi un'aria diversa che te ne allontanava con quello che interpretavo come rifiuto di retorica (così ti facevano sentire se lo esprimevi).
Questa premessa per dire come io mi senta romana ma soprattutto italiana.
Ma la mia Roma e la mia Italia oggi sono imbastardite. Spero solo in quel che ho accennato nell'incipit dell'articolo...
E ora capirete perché amo molto gli autori d'oltreoceano che sono imbevuti di cultura classica e amano il latino e la Tradizione...
Ovviamente la crisi è di tutto l'Occidente cristiano. Sismo arrivati fin qui i continuiamo a fare la nostra parte. Il futuro è nelle mani del Signore...
Se esiste una sorta di DNA spirituale dei luoghi (in senso figurato ovviamente!) penso che l'Italia tutta ne abbia ricevuta una qualità particolare...
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