Nella nostra traduzione da Substack.com Diane Montagna intervista mons. Schneider sulla più recente difesa della Traditionis Custodes da parte del cardinale Arthur Roche. Importanti le alternative indicate per l'incontro di giugno. Evidente dimostrazione che ci sono soluzioni anche in un orizzonte di conservatorismo. Qui l'indice degli articoli sulla Liturgia al tempo di Leone.
Il vescovo Athanasius Schneider: il rapporto sulla liturgia del cardinale Roche è “manipolatorio” e distorce la storia
ROMA, 20 gennaio 2026 — Il vescovo Athanasius Schneider ha espresso una forte critica a un recente rapporto sulla liturgia preparato dal cardinale Arthur Roche, affermando che si basa su un “ragionamento manipolatorio” e “distorce le prove storiche”.
Il testo di due pagine del Cardinale – presentato come una "attenta riflessione teologica, storica e pastorale" – è stato distribuito ai membri del Sacro Collegio durante il concistoro convocato da Papa Leone XIV il 7 e 8 gennaio. Sebbene non fosse stato formalmente presentato o discusso durante la riunione per motivi di tempo, il rapporto ha ricevuto forti resistenze da parte del clero e dei fedeli in seguito alla diffusione del suo contenuto sui media.
In un'analisi punto per punto, il vescovo Schneider contesta sia i presupposti storici che le premesse teologiche alla base del testo. Basandosi sui documenti del Concilio Vaticano II, sul magistero papale e su testimonianze di studiosi e testimoni direttamente coinvolti nella riforma liturgica postconciliare, sostiene che il rapporto, piuttosto che un'analisi imparziale e attenta, rispecchia un approccio ideologico caratterizzato da quello che definisce "rigido clericalismo".
Al centro della critica del vescovo c'è l'affermazione che la riforma liturgica attuata nel 1970 rappresenti una rottura con lo sviluppo organico del Rito Romano. Il vescovo Schneider sostiene che la Messa più fedele al Concilio fu l'Ordo Missae del 1965, e che la forma successivamente promulgata da Papa Paolo VI – il Novus Ordo Missae – fu sostanzialmente respinta, nel 1967, dal primo Sinodo dei Vescovi dopo il Concilio.
Egli contesta inoltre l'interpretazione del cardinale Roche del Quo primum di Pio V, respinge la sua affermazione secondo cui il ripristino della liturgia romana tradizionale fu semplicemente una "concessione" e contesta l'idea che il pluralismo liturgico "congela la divisione" all'interno della Chiesa.
Per il vescovo Schneider, il rapporto del cardinale Roche "ricorda la lotta disperata di una gerontocrazia a fronte di critiche serie e sempre più forti, provenienti principalmente da una generazione più giovane, la cui voce essa cerca di soffocare attraverso argomenti manipolatori e, in ultima analisi, trasformando in armi il potere e l'autorità".
Nell'intervista che segue, Sua Eccellenza guarda anche al concistoro straordinario previsto per fine giugno, delineando alternative che, a suo dire, potrebbero contribuire a ripristinare la pace liturgica nella Chiesa.
Diane Montagna (DM): Eccellenza, qual è la sua opinione complessiva sul documento sulla liturgia predisposto dal cardinale Roche per l'esame dei membri del Sacro Collegio nel concistoro straordinario?
+Athanasius Schneider (+AS): Per qualsiasi osservatore onesto e obiettivo, il documento del Cardinale Roche trasmette l'impressione di un evidente pregiudizio contro il Rito Romano tradizionale e il suo uso attuale. Sembra mosso da un programma volto a denigrare questa forma liturgica e, in ultima analisi, a eliminarla dalla vita ecclesiale. Il cardinale sembra determinato a negare al rito tradizionale qualsiasi ruolo legittimo nella Chiesa odierna. È vistosamente assente un impegno di obiettività e imparzialità – caratterizzato dall'assenza di pregiudizi e da una genuina preoccupazione per la verità –. Per contro, il documento usa ragionamenti manipolatori fino al punto di distorcere le prove storiche. Non riesce a incarnare il principio classico, sine ira et studio – ovvero un approccio "senza rabbia o zelo di parte".
(DM): Passiamo ad alcuni passaggi specifici del rapporto. Nel n. 1, il Cardinale Roche afferma: "La storia della Liturgia, potremmo dire, è la storia della sua continua 'riforma' in un processo di sviluppo organico". Questo solleva una domanda fondamentale: riforma e sviluppo sono la stessa cosa? La riforma sembra suggerire un intervento deliberato e positivista, mentre lo sviluppo sembra implicare una crescita organica verificata nel tempo. Storicamente, è corretto affermare che la liturgia ha richiesto una riforma continua, o è meglio intenderla come uno sviluppo organico, con solo occasionali interventi correttivi?
(+AS): A questo proposito, rimane pertinente e incontrovertibile l'affermazione di Papa Benedetto XVI: «Nella storia della liturgia c'è crescita e progresso, ma nessuna rottura» (Lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione della Lettera apostolica Summorum Pontificum, 7 luglio 2007). È un dato storico – attestato da autorevoli studiosi della liturgia – che dal tempo di Papa Gregorio VII nell'XI secolo, cioè per quasi un millennio, il Rito della Chiesa romana non ha subito riforme significative. Il Novus Ordo del 1970, al contrario, a qualsiasi osservatore onesto e obiettivo, si presenta come una rottura con la tradizione millenaria del Rito romano.
Questa valutazione è rafforzata dal giudizio dell'archimandrita Boniface Luykx, studioso di liturgia, perito al Concilio Vaticano II e membro della commissione liturgica vaticana (il cosiddetto Consilium) guidata da padre Annibale Bugnini. Luykx, alla base del lavoro di questa commissione, ha individuato fondamenti teologici errati e ha scritto:
“Dietro queste esagerazioni rivoluzionarie si nascondevano tre principi tipicamente occidentali ma falsi: (1) il concetto (à la Bugnini) della superiorità e del valore normativo dell’uomo occidentale moderno e della sua cultura su tutte le altre culture; (2) l’inevitabile e tirannica legge del cambiamento continuo applicata da alcuni teologi alla liturgia, all’insegnamento della Chiesa, all’esegesi e alla teologia; e (3) il primato dell’orizzontale” (A Wider View of Vatican II, Angelico Press, 2025, p. 131).
(DM): La descrizione che il Cardinale Roche fa della bolla Quo primum di Papa Pio V al n. 2 è accurata? Papa San Pio V non permise forse che un rito in uso da duecento anni continuasse a esistere? E anche altri riti, come quello ambrosiano o domenicano, non poterono sopravvivere e prosperare?
(+AS): Il cardinale Roche fa un riferimento selettivo a Quo primum, distorcendone così il significato e utilizzando il documento di Papa San Pio V a sostegno di un'interpretazione antitradizionale. Infatti, Quo primum consente esplicitamente una legittima continuità a tutte le varianti del Rito Romano che fossero in uso ininterrottamente per almeno duecento anni. Unità non significa uniformità, come attesta la storia della Chiesa.
Dom Alcuin Reid, studioso della liturgia e massimo esperto del suo sviluppo organico, descrive così la situazione di questo periodo:
“Non dovremmo cadere nell'errore revisionista di immaginare una completa 'imbiancatura romana' centralista della liturgia occidentale: la diversità è continuata nell'abbraccio di questa unità. I domenicani conservarono la propria liturgia. Anche altri ordini mantennero riti distintivi. Le chiese locali (Milano, Lione, Braga, Toledo ecc., così come i principali centri medievali inglesi: Salisbury, Hereford, York, Bangor e Lincoln), custodivano le proprie liturgie. Eppure ciascuna apparteneva alla famiglia liturgica romana” (The Organic Development of the Liturgy, Farnborough 2004, pp. 20-21).
Questa realtà storica conferma che Papa San Pio V ha effettivamente permesso che riti con una storia continua di almeno due secoli perdurassero, compresi quelli di uso consolidato come i riti ambrosiano e domenicano, che non solo furono preservati, ma continuarono a prosperare nel novero dell'unità della Chiesa romana.
Nel n. 4 del documento, il cardinale Roche scrive: «Possiamo certamente affermare che la riforma della liturgia voluta dal Concilio Vaticano II è … in piena sintonia con il vero significato della Tradizione». Qual è la sua opinione su questa affermazione, soprattutto alla luce dell’esperienza che la maggior parte dei cattolici ha della nuova Messa nella propria chiesa parrocchiale?
Questa affermazione è vera solo in parte. L'intenzione dei Padri del Concilio Vaticano II era infatti una riforma in continuità con la tradizione della Chiesa, come risulta dall'importante formulazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia: «Non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa; e si abbia cura che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti» (Sacrosanctum Concilium, n. 23). [Il problema sottile sta proprio in quel "in qualche maniera": tipica espressione che fa da spiraglio (al pari di altre disseminate ad arte nei documenti conciliari da parte dei famosi 'periti') per aperture che sono diventate voragini, attraverso la pastorale che, alla fine, incide sulla dottrina - ndT].
Il cardinale Roche commette il tipico errore dell'ideologo, utilizzando un argomento circolare, che può essere riassunto come segue: (1) la riforma della Messa del 1970 è in piena sintonia con il vero significato della Tradizione; (2) l'intenzione dei Padri del Concilio Vaticano II era in piena sintonia con il vero significato della Tradizione; (3) quindi, la Messa del 1970 è in piena sintonia con il vero significato della Tradizione.
Disponiamo tuttavia di valutazioni di testimoni illustri, direttamente coinvolti nei dibattiti liturgici del Concilio, i quali sostengono che l'Ordinamento della Messa del 1970 rappresenta il prodotto di una sorta di rivoluzione liturgica, contraria alla vera intenzione dei Padri conciliari.
Tra i testimoni più autorevoli c'è Joseph Ratzinger. In una lettera del 1976 al professor Wolfgang Waldstein, scrisse con sorprendente chiarezza:
“Il problema del nuovo Messale sta nel fatto che si stacca da questa storia continua – che ha progredito ininterrottamente sia prima che dopo Pio V – e crea un libro completamente nuovo, la cui comparsa è accompagnata da una sorta di proibizione di ciò che esisteva in precedenza, del tutto estranea alla storia del diritto ecclesiastico e della liturgia. Dalla mia conoscenza dei dibattiti conciliari e da una rilettura dei discorsi pronunciati in quel periodo dai Padri conciliari, posso affermare con certezza che questo non era nelle mie intenzioni.”
Un altro testimone di spicco è il già citato archimandrita Bonifacio Luykx. Nel suo recente libro "A Wider View of Vatican II. Memories and Analysis of a Council Consultor", ha dichiarato candidamente:
“C'è stata una perfetta continuità tra il periodo preconciliare e il Concilio stesso, ma dopo il Concilio questa cruciale continuità è stata interrotta dalle commissioni postconciliari. … Il Novus Ordo non è fedele alla CSL [Costituzione sulla Sacra Liturgia], ma va sostanzialmente oltre i parametri che la CSL ha stabilito per la riforma del rito della Messa. … Il rullo compressore dell'orizzontalismo incentrato sull'uomo (in contrapposizione al verticalismo incentrato su Dio) ha appiattito tutte le forme liturgiche dopo il Vaticano II, ma la sua vittima principale è il Novus Ordo. … Il principale perdente in questo processo è il mistero, che dovrebbe essere, al contrario, l'oggetto e il contenuto principale della celebrazione” (pp. 80, 98, 104).
Cosa ne pensa dell'affermazione del cardinale Roche al n. 9, secondo cui "il bene primario dell'unità della Chiesa non si ottiene congelando la divisione, ma ritrovandoci nella condivisione di ciò che non può che essere condiviso"?
Per il cardinale Roche, l'esistenza stessa del principio e della realtà del pluralismo liturgico nella vita della Chiesa equivale apparentemente a "congelare la divisione". Tale affermazione è manipolatoria e disonesta, poiché contraddice non solo la pratica bimillenaria della Chiesa, che ha sempre considerato la diversità dei riti riconosciuti – o delle legittime varianti all'interno di un rito – non come fonte di divisione, ma come un arricchimento della vita ecclesiale.
Solo chierici dalla mentalità ristretta, plasmati da una mentalità clericalista, hanno mostrato – e continuano a mostrare anche ai nostri giorni – intolleranza verso la pacifica coesistenza di riti e pratiche liturgiche diversi. Tra i molti esempi deplorevoli, nell'India del XVI secolo, c'è la coercizione dei cristiani di Tommaso, che furono costretti ad abbandonare i propri riti e ad adottare la liturgia della Chiesa latina, sulla base dell'argomentazione che a una lex credendi dovesse corrispondere una sola lex orandi, cioè un'unica forma liturgica.
Un altro tragico esempio è la riforma liturgica della Chiesa ortodossa russa nel XVII secolo, che proibì la forma più antica del suo rito e impose l'uso esclusivo di una forma appena riveduta. Se le autorità ecclesiastiche avessero permesso la coesistenza del vecchio e del nuovo rito, non avrebbero certamente "congelato la divisione", ma avrebbero piuttosto evitato un doloroso scisma – lo scisma dei cosiddetti "Vecchi Riti" o "Vecchi Credenti" – che perdura ancora oggi. Dopo un considerevole periodo di tempo, la gerarchia della Chiesa ortodossa russa riconobbe l'errore pastorale di un'uniformità liturgica forzata e ripristinò il libero uso della forma più antica del rito. Purtroppo, solo una minoranza dei "Vecchi Credenti" si riconciliò con la gerarchia, mentre la maggioranza rimase nello scisma, poiché i traumi erano troppo profondi e l'atmosfera di reciproca sfiducia e alienazione era durata troppo a lungo. In questo caso, l'intolleranza da parte della gerarchia verso l'uso legittimo del rito più antico congelò letteralmente la divisione: gli Antichi Ritualisti furono esiliati dallo Zar nella gelida Siberia.
L’attaccamento alla forma più antica del Rito romano non “congela la divisione”. Al contrario, esso rappresenta, nelle parole di San Giovanni Paolo II, “una giusta aspirazione di cui la Chiesa garantisce il rispetto” ( Lettera apostolica Ecclesia Dei, 2 luglio 1988, n. 5 c). La pacifica coesistenza di entrambi gli usi del Rito romano, uguali in diritto e dignità, dimostrerebbe che la Chiesa ha preservato tolleranza e continuità nella sua vita liturgica, attuando così il consiglio del “padrone di casa”, lodato dal Signore, “che trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche (nova et vetera)” (Mt 13,52). Al contrario, in questo documento il Cardinale Roche spicca come rappresentante di un clericalismo intollerante e rigido in ambito liturgico, che rifiuta la possibilità di un’autentica condivisione reciproca in presenza di diverse tradizioni liturgiche.
Nel n. 10 del documento – che forse ha suscitato la maggiore costernazione – il cardinale Roche afferma: «L'uso dei libri liturgici che il Concilio ha cercato di riformare è stato, da san Giovanni Paolo II a Francesco, una concessione che non prevedeva in alcun modo la loro promozione». Come risponderebbe al cardinale su questo punto, in particolare alla luce della lettera apostolica Summorum Pontificum di papa Benedetto XVI e della lettera di accompagnamento a questo motu proprio ?
Vorrei rispondere con la seguente saggia osservazione dell'archimandrita Boniface Luykx: "Sostengo che la pluriformità, cioè la coesistenza di diverse forme di celebrazione liturgica mantenendone il nucleo essenziale, potrebbe essere di grande aiuto per la Chiesa occidentale. ... Papa Giovanni Paolo II ha infatti adottato il principio della pluriformità quando ha restaurato la Messa tridentina nel 1988" (A Wider View of Vatican II. p. 113).
Questa intuizione contraddice direttamente l'affermazione secondo cui l'uso continuato dei libri liturgici precedenti fosse semplicemente una concessione tollerata, priva di qualsiasi intenzione di incoraggiamento o promozione. Un importante insegnamento di San Giovanni Paolo II illumina ulteriormente questo punto. Egli afferma:
«Nel Messale Romano di san Pio V, come in diverse liturgie orientali, si trovano bellissime preghiere attraverso le quali il sacerdote esprime il senso più profondo di umiltà e di riverenza dinanzi ai santi Misteri: in esse si rivela la sostanza stessa della Liturgia» (Messaggio ai partecipanti all'Assemblea Plenaria della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 21 settembre 2001).
Nel loro insieme, queste autorevoli testimonianze dimostrano che il riconoscimento e il ripristino dei libri liturgici più antichi non furono intesi semplicemente come concessioni date con riluttanza, ma come espressioni di una legittima pluriformità all'interno della vita liturgica della Chiesa, capace di arricchire la Chiesa occidentale preservando al contempo il nucleo essenziale del Rito romano.
È del tutto possibile che, se questo documento fosse stato preso in esame nel concistoro del 7-8 gennaio, i cardinali nel loro insieme non sarebbero stati in grado di comprenderlo adeguatamente, data la diffusa mancanza di formazione liturgica nella Chiesa odierna, anche tra il clero e la gerarchia. Quanti tra loro, ad esempio, avrebbero potuto confutare l'affermazione del cardinale riguardo al Quo primum di Pio V? In un futuro concistoro, un Papa ha pieno potere di convocare un perito per presentare ai membri del Sacro Collegio un documento più accademico e fondato sull'argomento che ritiene debba esser preso in considerazione. Potrebbe essere questa una via da seguire nel concistoro straordinario previsto per la fine di giugno 2026?
Credo che oggi, tra vescovi e cardinali, vi sia una diffusa ignoranza riguardo alla storia della liturgia, alla natura dei dibattiti liturgici durante il Concilio e perfino riguardo al testo stesso della Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II.
Due fatti molto importanti vengono spesso dimenticati. Il primo è che la vera riforma della Messa secondo il Concilio era già stata promulgata nel 1965, ovvero l' Ordo Missae del 1965, che la Santa Sede all'epoca descrisse esplicitamente come l'attuazione delle disposizioni della Costituzione sulla Sacra Liturgia. Questo Ordo Missae rappresentò una riforma molto cauta e mantenne tutti i dettagli essenziali della Messa tradizionale, solo con modifiche limitate. Tra queste, l'omissione del Salmo 42 all'inizio della Messa – una modifica non senza precedenti, poiché questo salmo era sempre stato omesso nella Messa da Requiem e durante il Tempo di Passione – nonché l'omissione del Vangelo di San Giovanni alla fine della Messa.
La vera innovazione consistette nell'uso della lingua volgare durante tutta la Messa, ad eccezione del Canone, che doveva ancora essere recitato in silenzio in latino. Gli stessi Padri conciliari celebrarono questa Messa riformata durante l'ultima sessione del 1965 e ne espressero la generale soddisfazione. Anche l'Arcivescovo Lefebvre celebrò questa forma di Messa e ne ordinò l'uso nel suo seminario di Écône fino al 1975.
Il secondo fatto è il seguente. Al primo Sinodo dei Vescovi dopo il Concilio, tenutosi nel 1967, Padre Annibale Bugnini presentò ai Padri Sinodali il testo e la celebrazione di un Ordo Missae radicalmente riformato. Si trattava essenzialmente dello stesso Ordo Missae che fu poi promulgato da Papa Paolo VI nel 1969 e che oggi è la forma ordinaria della liturgia nella Chiesa cattolica romana.
Tuttavia, la maggior parte dei Padri sinodali del 1967 – quasi tutti Padri del Concilio Vaticano II – respinsero questo Ordo Missae, cioè il nostro attuale Novus Ordo. Di conseguenza, ciò che celebriamo oggi non è la Messa del Concilio Vaticano II, che è in realtà l' Ordo Missae del 1965, ma piuttosto la forma della Messa che fu respinta dai Padri sinodali nel 1967 perché troppo rivoluzionaria.
Quali alternative al documento del cardinale Roche proporrebbe ai cardinali, se potesse porgere loro anche solo pochi punti?
Vorrei presentare ai cardinali alcuni punti fondamentali. In primo luogo, vorrei ricordare gli innegabili fatti storici riguardanti la vera Messa del Concilio Vaticano II, ovvero l' Ordo Missae del 1965, nonché il sostanziale rifiuto da parte dei Padri Sinodali nel 1967 del Novus Ordo presentato loro da Padre Bugnini.
In secondo luogo, vorrei richiamare l'attenzione sui principi sempre validi che regolano il culto divino, formulati dallo stesso Concilio Vaticano II: il carattere teocentrico, verticale, sacro, celeste e contemplativo della liturgia autentica. Come insegna il Concilio:
«In essa l'umano è ordinato e subordinato al divino, il visibile all'invisibile, l'azione alla contemplazione, il mondo presente alla città futura, verso la quale andiamo in cerca. … Nella liturgia terrena noi partecipiamo, pregustandola, a quella celeste» (Sacrosanctum Concilium, nn. 2; 8).
In terzo luogo, vorrei sottolineare il principio secondo cui la diversità liturgica non nuoce all'unità della fede. Come hanno dichiarato i Padri conciliari:
«Il sacro Concilio, obbedendo fedelmente alla tradizione, dichiara che la santa madre Chiesa considera con pari diritto e dignità tutti i riti legittimamente riconosciuti; vuole conservarli in avvenire e in ogni modo incrementarli» (n. 4).
Infine, vorrei fare appello alla coscienza dei Cardinali affermando che il Papa ha oggi un'opportunità unica per ripristinare la giustizia e la pace liturgica nella vita della Chiesa, concedendo alla forma più antica del Rito romano la stessa dignità e gli stessi diritti della forma liturgica ordinaria, nota come Novus Ordo.
Un simile passo potrebbe essere realizzato attraverso una generosa costituzione pastorale ex integro. Essa porrebbe fine alle controversie derivanti da interpretazioni casistiche circa l'uso dell'antica forma liturgica. Porrebbe anche fine all'ingiustizia di trattare tanti figli e figlie esemplari della Chiesa – soprattutto tanti giovani e giovani famiglie – come cattolici di seconda classe.
Una simile misura pastorale costruirebbe ponti e dimostrerebbe empatia con le generazioni passate e con un gruppo che, pur essendo minoritario, rimane trascurato e discriminato nella Chiesa di oggi, in un momento in cui si parla tanto di inclusione, tolleranza per la diversità e ascolto sinodale delle esperienze dei fedeli.
Eccellenza, c'è qualcosa che desidera aggiungere?
Sull'attuale crisi liturgica non potrei fare una dichiarazione migliore del citare le seguenti luminose parole dell'archimandrita Boniface Luykx, serio studioso di liturgia, zelante missionario in Africa e uomo di Dio che celebrava sia la liturgia latina che quella bizantina, respirando così, per così dire, con i due polmoni della Chiesa:
“Anche il cardinale Ratzinger ha dato il suo appoggio, dichiarando che la Messa antica è una parte viva e, anzi, 'integrale' del culto e della tradizione cattolica, e prevedendo che essa darà 'il suo contributo specifico al rinnovamento liturgico richiesto dal Concilio Vaticano II'” (p. 115).“Quando la venerazione viene meno, ogni forma di culto diventa solo intrattenimento orizzontale, una festa sociale. Anche in questo caso, i poveri, i piccoli, sono vittime, poiché l'evidente realtà della vita che scaturisce da Dio nell'adorazione viene loro sottratta da 'esperti' e dissidenti” (p. 120).“Nessun gerarca, dal semplice vescovo al papa, può inventare alcunché. Ogni gerarca è successore degli apostoli, il che significa che è prima di tutto custode e servitore della Santa Tradizione – garante della continuità nell'insegnamento, nel culto, nei sacramenti e nella preghiera” (p. 188).
Il documento del cardinale Roche ricorda la lotta disperata di una gerontocrazia confrontata con critiche serie e sempre più forti, provenienti soprattutto da una generazione più giovane, la cui voce essa cerca di soffocare attraverso argomenti manipolatori e, in ultima analisi, trasformando il potere e l'autorità in armi.
Tuttavia, la freschezza e la bellezza senza tempo della liturgia, insieme alla fede dei santi e dei nostri antenati, prevarranno comunque. Il sensus fidei percepisce istintivamente questa realtà, soprattutto tra i “piccoli” nella Chiesa: bambini innocenti, giovani eroici e giovani famiglie.
Per questo motivo, consiglierei vivamente al Cardinale Roche e a molti altri membri del clero più anziani e un po' rigidi di riconoscere i segni dei tempi – o, per dirla in senso figurato, di saltare sul carro dei vincitori per non rimanere indietro. Perché sono chiamati a riconoscere i segni dei tempi che Dio stesso dona attraverso i "piccoli" della Chiesa, che hanno fame del pane puro della dottrina cattolica e della bellezza durevole della liturgia tradizionale.
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

24 commenti:
Con Mons. Nicola Bux, Luigi Casalini, Giovanni Zenone si parla dei documenti circolati nell’ultima riunione di cardinali. Cosa succederà il 27-28 giugno al prossimo Concistoro?
Il Concistoro secondo Fernandez e Roche.
Fede & Cultura Universitas
https://www.youtube.com/live/U7ANSggvi3U
Mons. Nicola Bux, una garanzia!
Leone XIV e il rito antico, è la volta di padre John Berg
Prosegue il dialogo del Papa con prelati e comunità legati alla liturgia tradizionale. Dopo Burke, Sarah, Schneider e Rifan, ha ricevuto in udienza il superiore della Fraternità San Pietro.
Nell'intervista estiva a Elise Allen, a una domanda relativa alla liturgia tradizionale Leone XIV aveva risposto, tra l'altro: «non ho avuto la possibilità di sedermi davvero con un gruppo di persone che sostengono il rito tridentino. Presto ci sarà un’occasione e sono sicuro che ci saranno altre opportunità per farlo». Di fatto, nei sei mesi seguenti più di una volta il Papa si è seduto ad ascoltare la voce di quanti sono legati al rito antico.
Ieri, 19 gennaio, Leone XIV ha ricevuto in udienza padre John Berg, superiore della Fraternità Sacerdotale San Pietro (il primo degli istituti ex Ecclesia Dei, fondato nel 1988). Padre Berg è statunitense come il Pontefice (è nato in Minnesota nel 1970) e dopo gli studi in Germania e a Roma ha svolto negli USA gran parte del suo ministero, salvo i due mandati da superiore generale, il primo tra il 2006 e il 2018 e il secondo (in corso) dal 2024.
L'incontro con padre Berg fa seguito a quelli con i cardinali Raymond Burke e Robert Sarah e con mons. Athanasius Schneider, notoriamente vicini al mondo dei fedeli legati alla liturgia tradizionale, nonché più di recente con mons. Fernando Arêas Rifan, a capo dell'Amministrazione Apostolica San Giovanni Maria Vianney di Campos, in Brasile. Si conferma l'approccio di Leone XIV verso la liturgia tradizionale, che almeno per ora non prevede cambiamenti di rotta ma è decisamente improntato all'ascolto.
In breve, Schneider conferma che Roche è bugiardo.
Per tutti i credenti della Religione Conciliare mentire e ingannare sarebbero azioni lecite e addirittura raccomandabili, qualora siano necessarie per perseguire i propri scopi. Proprio come nello stalinismo, proprio dalla mentalità marxista secondo cui "l'importante non è capire il mondo ma trasformarlo".
Per "capire", infatti, occorre adeguarsi onestamente alla realtà, occorre il caro vecchio principio di non contraddizione, occorre quel minimo sindacale di umiltà da riconoscere che un proprio errore va corretto anziché portato avanti "per coerenza con quanto s'era già detto e fatto".
"Cosa succederà il 27-28 giugno al prossimo Concistoro?"
Domanda retorica. I cardinali saranno gli stessi e Papa Bob pure. Identici o simili i risultati. A meno di un miracolo, per cui si può certamente pregare... un fulmine (metaforico s'intende) sui loro zucchetti rossi o bianco.
"una garanzia" perché un fedelissimo del CVII ?
cg
"Riesaminato" come ha detto Mons.Bux.
Leggete bene l'intervento di Mons. C. M. Viganò
Sinodalità e vigile attesa. Il Concilio Vaticano II “sicuro ed efficace”
e non lasciatevi intortare da Schneider: e compari conservatori.
Bando ai petardi bagnati!
Alla larga dai conservatori conciliari, di qualsiasi ordine e grado. Catholicus
Non sono un conservatore e non ne condivido le idee, però credo che questa gara a chi sia più tradizionalista sia sbagliata. Chi pensa di essere più tradizionalista di tutti gli altri, disprezzandoli, prima o poi troverà qualcuno altro che lo batterà sul piano del radicalismo. Ricordiamoci del rimprovero di Gesù Cristo agli apostoli, che volevano impedire i miracoli fatti in suo nome a chi non era dei "loro". E ricordiamoci che l'atteggiamento di superiorità, collegato al disprezzo per gli altri che non erano "puri" come loro, fu tipico dei farisei.
Ben venga dunque anche il contributo di Mons Schneider così come di chiunque altro, anche se non ne condividiamo tutte le opinioni espresse.
"È anche importante revocare il divieto contro la forma di liturgia in uso valido fino al 1970. Chiunque difenda l'esistenza continua di questa liturgia o partecipi ad essa viene trattato come un lebbroso; ogni tolleranza finisce qui. Non c'è mai stato niente del genere nella storia, facendo questo, stiamo disprezzando e vietando tutto il passato della Chiesa. Come puoi fidarti del tuo presente se le cose stanno così? Devo dire, molto apertamente, che non capisco perché così tanti dei miei fratelli vescovi si siano sottoposti in gran parte a questa regola di intolleranza, che senza ragione apparente si oppone a fare le necessarie riconciliazione interne all'interno della Chiesa ".
Papa Benedetto XVI
Quando qualcuno riceve degnamente la comunione non c'è stella nel cielo che brilli tanto quanto il volto di chi la riceve.
Come leoni che divorano il fuoco, così usciamo dalla Sacra Mensa, terrificanti per i demoni.
(San Giovanni Crisostomo)
Per il vero tradizionalista, il vero seguace di Cristo, non c'è disprezzo per nessuno, caro amico Anonimo 21:51, semmai questo atteggiamento è tipico dei modernisti e dei loro associati progressisti in politica, loro hanno il compito, l'ordine tassativo di disprezzare, denigrare ostracizzare gli avversari, chiunque si ponga di traverso all' agenda luciferina, sia in campo civile (?) che ecclesiastico. A loro vanno bene i conservatori conciliari, i fautori del cd " compromesso storico" alla Aldo Moro (RIP), sì, quello dell' apertura a sinistra della politica italiana, con le sua famisa teoria della "convergenza delle parallele", non per niente grande amico di Montini.... il vero tradizionalista si attiene solo all'evangelico "si si, no no", da cui si tengono ben lontani tiepidi, pavidi, opportuisti e collaborazionisti. LJC Catholicus
Papa Leone DEVE sospendere il processo sinodale in Germania, mentre aumentano i timori dello scisma.
https://www.lifesitenews.com/news/schism-fears-arise-as-catholic-church-in-germany-aims-to-put-laity-on-same-level-as-bishops/
L'attribuire "titoli" ingiuriosi (vedi sopra "bando ai petardi bagnati!") ai "conservatori" non è il "si sì no no" evangelico.
Così come ritenersi "vero tradizionalista", ovviamente in contrapposizione a quelli falsi ("tiepidi, pavidi, opportunisti e collaborazionisti"). Una auto-definizione che sa di farisaismo.
Le ricordo che "tradizionalismo" così come "tradizionalista" sono due termini con accezione negativa, tipica delle desinenze -ismo -ista. Il "vero seguace di Cristo" si dovrebbe auto-definire semplicemente "cristiano-cattolico" (come lei fa in firma) o al più un "amante della Tradizione".
Sul sito di Aldo Maria Valli, noto estimatore di Mons Viganò, la chiarificazione che VO e NO sono entrambi validi.
https://www.aldomariavalli.it/2026/01/22/vetus-ordo-novus-ordo-e-le-condizioni-stabilite-dalla-chiesa-perche-vi-sia-la-presenza-reale/
Forse e' giunta l'ora per Pietro di chiamare in udienza chi deve chiamare e di dir loro : "Basta! O state dentro la CC o state fuori!"
"Sul sito di Aldo Maria Valli, noto estimatore di Mons. Viganò, la chiarificazione che VO e NO sono entrambi validi."
Né io, né Aldo Maria Valli siamo il padreterno. Il NO e i nuovi sacramenti - con l'eccezione del battesimo, se correttamente amministrato - sono dubbiamente validi. Il dubbio, nel diritto canonico, ne sancisce in pratica l'invalidità. Pertanto, essi devono essere reiterati sotto condizione (come abitualmente faceva Mons. M. Lefebvre; egli percorse l'orbe intero per conferire i sacramenti della Cresima e dell'Ordine Sacro). Esistono studi approfonditi sulla questione. Ovviamente, ciascuno e libero da agire come meglio crede: rifiutare NO e sacramenti nuovi, "comporre", frequentare esclusivamente NO e nuovi sacramenti. Per quel che mi riguarda, io non cedo di un millimetro. Nato, così come i miei antenati, in territorio rosso pomodoro - in provincia di Reggio Emilia -, conosco benissimo le tattiche degli avversari e il trattamento che deve loro essere riservato. Sul mio paese - Bagnolo in Piano - si può vedere su internet archive - un intero film della durata di circa un'ora. Esso si intitola "Bagnolo tra il nero e il rosso", ed è stato girato nel 1964; la situazione descritta nel film perdurò fino agli anni 70 e, per l'aspetto politico, anche oltre, mentre ai nostri giorni la parrocchia è una specie di sezione del Partito Democratico. Ne consiglio vivamente la visione: è stupendo. Pochissimi un tempo cedevano per riguardo alle posizioni religiose e politiche. Io ammiro la fedeltà assoluta ai propri ideali nel mio campo e nel campo avversario. Questa lunga digressione serva di stimolo agli indecisi per vivere e morire nella fedeltà assoluta ai propri ideali.
VIVA CRISTO RE!
Su unavox oppure sul sito dell'autore, l'ottimo articolo di don Curzio Nitoglia "Shoah, Vaticano II e Stato d’Israele" termina così:
"AGIRE ASSIEME
Conoscersi da vicino, interloquire: è la stessa vecchia tattica del neo-comunismo gramsciano verso i “cristiani adulti”, che li faceva agire assieme a esso, per renderli simili a sé. Agere seguitur esse, si agisce come si è.
Ora, se agisco assieme al comunismo, parto da una posizione tendenzialmente simile a esso e pian piano divengo inevitabilmente eguale a esso; se agisco assieme al giudaismo odierno, poco alla volta giudaizzo.
Il primato della prassi sulla teoresi è un caposaldo del talmudismo, del comunismo e del modernismo.
“Bisogna agire come si pensa, altrimenti si giunge a pensare come si agisce”."
Se non fosse per spezzare una lancia in favore dell’amico Laurentius (di cui condivido pienamente il pensiero cattolico) non entrerei in polemica con Anonimo 10:14 e 21:51 (ho infatti un’allergia istintiva alle polemiche), ma mi sento in dovere di “mettere i puntini sulle i” per così sire:
1) Se noi ci definiamo cattolici tradizionalisti, anziché cattolici tout court, è perché sentiamo il bisogno di prendere le distanze da coloro che continuano a definirsi cattolici (avendone usurpato tutte le sedi), mentre invece di cattolico non hanno più niente, essendone anzi nemici giurati, ed avendosi assunto il compito di distruggere ogni residua traccia di cattolicità dalla “chiesa militante”, laici ed ecclesiastici:
2) quanto al significato negativo, sprezzante, dell’aggettivo “tradizionalista”, poi, glie lo hanno attribuito i falsi cattolici, non volendo essi dichiararsi protestanti (alla stregua delle migliaia di sette protestanti), per meglio ingannare i fedeli cattolici, fiduciosi in chi di fiducia non ne merita alcuna, ed avendo essi l’incarico (datogli da chi?) di distruggere dall’interno Santa Romana Chiesa e di sradicare dall’animo della gente ogni traccia di Tradizione cattolica bimillenaria (il “popolo in cammino”, sì, ma verso l’abisso, guidato dai moderni pifferai di Hamelin)
3) quanto, infine, al disprezzo che scaturirebbe dai nostri post, pensi piuttosto alla sequela infinita di insulti ed epiteti denigratori rivoltici dal papa amante del “todos, todos, todos” (sic!) : facce di sottaceto, musi lunghi, sgranarosari, tonteros (per l fatto di considerare Maria SS.ma Corredentrice e Mediatrice), e via dicendo, tanto che con la lista dei suoi insulti rivolti ai cattolici amanti della Tradizione ci hanno riempito un libro intero!.
Concludendo, caro amico, prima di scagliarsi contro gli amanti del vero cattolicesimo. I disprezzati indietristi, veda un po’ cosa c’è dall’altra parte della barricata. Pace e bene, comunque. LJC Catholicus
Il vescovo Schneider: “Consiglio vivamente al cardinale Roche e a molti altri, del clero, anziani e un po' rigidi, di riconoscere i segni dei tempi; oppure, per dirla in senso figurato, di salire sul treno per non perderlo. Poiché sono chiamati a riconoscere i segni dei tempi che Dio stesso dà attraverso i «piccoli» della Chiesa, affamati del pane puro della dottrina cattolica e della bellezza imperitura della liturgia tradizionale«
Intervista in spagnolo: https://unavoce.com.ar/entrevista-a-mons-athanasius-schneider/
Caro Catholicus, non mi sono scagliato contro gli amanti del vero cattolicesimo, ho solo sottolineato delle incongruenze e intemperanze che a mio giudizio non recano beneficio alla causa della Tradizione.
Io ritengo infatti che ogni apporto positivo ad essa (di Schneider, Viganò, Williamson, fsspx, fraternità San Pietro, Le Barroux, Burke, Don LMP ecc) sia sempre da valorizzare, non da applaudire o disprezzare a seconda della fonte, nonostante il fatto che le scelte pratiche poi possano essere diverse. Su queste ultime si può certamente discutere, ma i nostri giudizi rimangono nel campo delle opinioni (appunto discutibili) in quanto nessuno di noi ha il quadro completo della situazione, che può avere solo Dio. Anche sugli effetti futuri delle nostre scelte non possiamo avere certezze. Le compiamo "in coscienza", ma cosa ci riserva il futuro lo sa solo Dio, il quale - ne sono certo - trarrà il bene da tutte.
Un altro punto che mi sembra importante riguarda la Santa Messa. Non conosco la vostra situazione locale, però vedo che per la maggior parte dei fedeli "tradizionali" il problema non è "chi" la celebra e a quale "corrente tradizionalista" appartiene il celebrante, bensì la mancanza totale o scarsità di Messe tradizionali nelle vicinanze. Conosco persone che fanno anche cento chilometri nella andata e cento chilometri al ritorno la domenica per poter partecipare alla Santa Messa VO. Poco gli importa se il celebrante sia "conservatore" o "tradizionalista", "tradizionalista vero" o "tradizionalista farlocco"... Quello che gli importa è poter avere il Sacramento, non le discussioni... È chiaro che sono da compatire, dato il loro livello intellettuale / teologico così basso, che nulla ha da spartire con quello così eccelso dei "leoni da tastiera".
"-ISMO
s. m. [uso sostantivato del suffisso prec.]. – Per lo più con tono negativo o spreg., parola formata col suffisso -ismo, con riferimento a movimento, tendenza, indirizzo, spec. in campo culturale e artistico, caratterizzati da artificiosità, inconsistenza o labilità."
(https://www.treccani.it/vocabolario/ismo_res-3b8937ef-0022-11de-9d89-0016357eee51/)
Dio sa trarre il bene anche dai nostri errori, di questo sono certo ( e ne ho fatto esperienza personale, con i miei errori), quindi non mi ritengo infallibile, ci mancherebbe altro! ..poi non sono uso " a compatire" nel senso spregiativo del termine, (mi sento spesso in colpa con i miei interlocutori, temendo di aver loro mancato di rispetto, e desiderando poter essere in pace con tutti). Gli unici verso cui potrei provare compassione sono quelli che scelgono volontariamente e ostinatamente il male, le parti del Nemico, quelli che osano sfidare l' Onnipotente, non sapendo a cosa vanno incontro...ecco, loro mi fanno compassione, perché mi sento incapace di poter essere loro di aiuto. Basta così per stasera, felice notte, caro amico. Catholicus
Per me invece è un problema partecipare la domenica pomeriggio alla messa VO celebrata da un prete neo-cat che la mattina "celebra" la messa da loro.
C. Gazzoli
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