Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

lunedì 19 gennaio 2026

Serietà liturgica o umorismo inglese?

Nella nostra traduzione da Infovaticana. Qui l'indice degli articoli sulla Liturgia ai tempi di Leone.

Serietà liturgica o umorismo inglese?

La fede della Chiesa non nasce da decreti, né è sostenuta da piani o strategie pastorali, né è imposta dal consenso amministrativo. E questa fede – la lex credendi – si esprime nella lex orandi. Infatti, la legge della preghiera non è un insieme mutevole di regole, ma l'espressione organica, storica e spirituale della fede vissuta dalla Chiesa nel corso dei secoli. Pertanto, qualsiasi affermazione sulla liturgia che si presenti come definitiva, onnicomprensiva o esclusiva deve essere esaminata con particolare attenzione. Non basta invocare l'autorità, né tantomeno l'intenzione pastorale; è necessario rispettare la natura stessa di ciò che si sta discutendo. La liturgia appartiene al cuore credente della Chiesa piuttosto che al suo apparato normativo. Vale la pena ricordarlo in questi tempi, in cui ci viene detto che voci autorevoli – in linea di principio – tentano di identificare l'unità liturgica con l'universalizzazione esclusiva di una specifica forma rituale, sorta molto recentemente nella storia della Chiesa e presentata – con sorprendente audacia – come se fosse la misura ultima della Tradizione.

Si dirà che il passato non viene negato, ma semplicemente il presente viene "orientato"; che il passato non viene esplicitamente condannato, ma tollerato temporaneamente. Ma la storia della Chiesa insegna che ciò che viene sistematicamente relegato finisce per essere rinnegato nella pratica, anche se conservato nel linguaggio.

La Chiesa non ha mai conosciuto una lex orandi nata spontaneamente: la preghiera comune del Popolo di Dio non è mai sorta come prodotto di un laboratorio pastorale, né è stata frutto di una volontà di rottura, né ha avuto bisogno di giustificarsi alla luce di ciò che essa stessa era stata per secoli. La liturgia autentica non si presenta come soluzione a un problema, ma come continuazione della vita.

La liturgia romana tradizionale – la Messa celebrata da santi, martiri, dottori, missionari e interi popoli per secoli – non è un reperto archeologico, né una scelta estetica, né un sospiro nostalgico. È un fatto teologico, un rito cresciuto serenamente, lentamente, attraverso raffinatezza, fedeltà e venerazione, sotto la tutela della Chiesa e non sotto i capricci di un'epoca particolare. Ha costantemente espresso la fede cattolica nel Sacrificio, nel sacerdozio ministeriale, nella Presenza Reale, nell'adorazione e nella trascendenza del Mistero.

Ridurre questa realtà a una mera “sensibilità” o a un “gusto” particolare – come a volte si suggerisce con ignorante e, quindi, insolente superficialità – equivale a ignorare cosa sia la liturgia: teologia in azione, dottrina pregata, fede in ginocchio.

Questo è ciò che significa lex orandi, nel suo senso vero e profondo: non una forma tra le altre, ma una norma spirituale che ha plasmato la lex credendi per secoli. Affermare che questa normatività si sia improvvisamente esaurita in una forma recente e concreta, per quanto legittima, implica una silenziosa ridefinizione del concetto stesso di Tradizione.

Ciò non significa negare la legittimità del Messale promulgato da San Paolo VI. È legittimo, e la Chiesa celebra la Messa con esso, validamente e lodevolmente. Ma una cosa è la legittimità giuridica, un'altra è la pretesa di esclusività teologica e di un certificato di appartenenza ecclesiale. Identificare semplicemente la lex orandi della Chiesa con un messale compilato solo pochi decenni fa – per quanto venerabile possa essere il suo promulgatore; in ogni caso, non più di San Pio V – è una riduzione storica e teologica difficile da sostenere. Quando si afferma che una sola forma garantisce l'unità, si afferma implicitamente che tutte le altre la mettono in pericolo. E questa affermazione, anche se non esplicitamente affermata, ha conseguenze ecclesiali dolorose e ingiuste. La Chiesa non progredisce negando ciò che è stata, ma abbracciandola, purificandola quando necessario e preservandola quando ha dimostrato di essere veicolo di fede. Il criterio non è la novità, ma la fecondità spirituale comprovata dal tempo.

Per secoli, la Chiesa ha convissuto con un'armoniosa pluralità di riti e pratiche: romano, ambrosiano, mozarabo, certosino, domenicano e così via, per non parlare delle diverse tradizioni orientali. Nessuno vedeva questa diversità come una minaccia all'unità; al contrario, era la prova di un'unità più profonda, non amministrativa o basata su decreti, ma dottrinale e sacramentale.

È difficile comprendere perché ciò che per oltre un millennio non ha danneggiato la comunione, ma anzi l'ha favorita, e in che modo, lo faccia ora, a meno che non si adotti una nuova – e non sempre esplicitamente dichiarata – concezione di ciò che significa “unità”. Perché l'attuale linguaggio sinodale – non sinodale – invischiato in mille enigmi dialettici, non sembra, almeno per il momento, in grado di esprimere un'unità che non sembra nemmeno produrre.

È sorprendente che oggi l'"unità liturgica" venga invocata proprio per fare ciò che la Chiesa non ha mai fatto: sopprimere di fatto un rito venerato semplicemente perché antico, mentre ne assolutizza un altro semplicemente perché recente. L'ironia storica è evidente, tanto più quando la Tradizione viene costantemente invocata per giustificare decisioni che, in pratica, costituiscono una rottura funzionale con essa. Questa non è una contraddizione di poco conto, ma una contraddizione lampante, dato che parole sagge, un tempo pronunciate con saggezza per proteggere la continuità, non per reciderla, vengono usate con sorprendente flessibilità ermeneutica.

Invocare la continuità limitando al contempo ciò che la garantisce è un uso dell'argomentazione che alcuni definirebbero distorto, e che noi ci accontentiamo di definire selettivo.

Amare e sostenere la Messa latina tradizionale non significa mettere in discussione il Concilio Vaticano II, negare l'autorità della Chiesa o essere un cattolico ribelle. Significa semplicemente usare sano giudizio per respingere l'idea che la Tradizione abbia avuto inizio nel 1965. Significa ricordare che la Chiesa non può rinnegare la propria preghiera secolare senza impoverirsi gravemente.

La Chiesa può regolamentare, ordinare, perfino riformare; ciò che non può fare senza danneggiare se stessa è trattare il suo patrimonio liturgico come un'escrescenza problematica e indesiderabile.

La vera pace liturgica – così prudentemente, serenamente, umilmente e sapientemente sostenuta e coltivata da Benedetto XVI – non consiste nell'imporre il silenzio o nel creare vincitori e vinti, ma nel riconoscere che ciò che era sacro per le generazioni precedenti rimane tale anche oggi. Non si tratta di un'affermazione sentimentale, ma di una tesi profondamente ecclesiologica, nata dal sensus communis, anche se alcuni potrebbero cercare di nascondere la verità con un dito puntato, come nel circo romano.

Quando la pace liturgica viene presentata come un'anomalia da sradicare, si suggerisce implicitamente che la coesistenza delle forme ordinarie e straordinarie del Rito romano sia un errore. E questa interpretazione contraddice i frutti visibili che tale coesistenza produce nella vita reale della Chiesa.

L'unità autentica non nasce da un'uniformità forzata, ma dalla comunione nella fede ricevuta, una comunione che non ha bisogno di amputare la propria memoria per sentirsi sicura. Chi teme che la Messa latina tradizionale fratturi la Chiesa sembra non accorgersi che ciò che veramente ferisce la comunione è la sensazione sempre più diffusa che la Chiesa diffidi del proprio passato, o lo tolleri solo come una scomoda concessione. La fede non si trasmette in questo modo. Né la liturgia. Perché quando l'antico è permesso solo con sospetto, cessa di essere tradizione e diventa un'eccezione cauta.

Difendere la Messa di Tutti i Santi e di tutti i Secoli non significa guardare indietro con nostalgia, ma preservare le radici che sostengono l'albero. La lex orandi della Chiesa non si decreta: si accoglie, si custodisce e si trasmette. E quando questo avviene con umiltà, l'unità cessa di essere un mantra, come si dice ora, e diventa ciò che è sempre stata: il frutto di una verità condivisa, celebrata e adorata.

Per evitare di confondere fede e cronologia, vale la pena aggiungere una precisazione che raramente viene espressa esplicitamente ma che è alla base di molti discorsi contemporanei: non tutto ciò che è universale nel suo uso è universale nella sua portata teologica. L'universalità amministrativa non equivale automaticamente all'universalità tradizionale. La Chiesa ha conosciuto decisioni universalmente vincolanti che erano, tuttavia, provvisorie nella lunga storia della fede. Confondere questi due livelli è un grave errore metodologico, anche se appare – solo apparentemente – pastoralmente efficace.

Quando si afferma che una particolare forma liturgica è l'unica espressione del Rito Romano, non si descrive un fatto storico, ma piuttosto si postula una nuova tesi. E come ogni nuova tesi, dovrebbe almeno riconoscere di essere nuova. Presentarla come un'ovvia continuità è un modo per evitare il dibattito. Inoltre, parlare di un'“unica espressione” ha un effetto collaterale tutt'altro che innocente: trasforma retrospettivamente tutta la storia precedente in preistoria. Se una sola forma è pienamente espressiva, le altre diventano, nella migliore delle ipotesi, fasi superate; nella peggiore, ostacoli tollerati. E la Chiesa non ha mai parlato della propria preghiera in questo modo. C'è qui una contraddizione interna: la Tradizione viene invocata per giustificare un'interpretazione che riduce la Tradizione a un momento specifico nel tempo. È una Tradizione curiosamente breve, molto intensa nell'autorità, ma sorprendentemente breve nella memoria.

È anche importante chiarire cosa si intende per "divisione". Se consideriamo divisione il fatto che i fedeli cattolici, in piena comunione dottrinale e gerarchica, celebrino secondo una forma liturgica venerabile e legalmente riconosciuta, allora dovremmo ammettere che la Chiesa è stata "divisa" per secoli. Questa è una conclusione difficile da accettare senza riscrivere tutta l'ecclesiologia precedente. La vera divisione non nasce dalla coesistenza, ma dalla delegittimazione simbolica. Quando una forma liturgica è consentita solo sotto sospetto, sotto sorveglianza, in base a una narrazione di eccezionalità, il problema non è più liturgico: è ecclesiale.

Infine, c'è un paradosso pastorale di cui si parla raramente:

La liturgia tradizionale è accusata di essere "identitaria", mentre viene attaccata proprio per ragioni identitarie. Non perché sia ​​eterodossa o inefficace, ma perché non si inserisce in una particolare narrazione della Chiesa. E quando la liturgia viene valutata in base alla sua conformità a una narrazione, cessa di essere liturgia – opus Dei – e diventa opus humanum, uno strumento, se non un'arma.

Affermare apoditticamente che una forma liturgica recente è necessaria per l'unità equivale ad affermare tacitamente che la Chiesa è stata priva per secoli di un modo adeguato per esprimere tale unità. Questa tesi non viene solitamente formulata in questo modo, ma ne è la logica conseguenza.

D'altra parte, l'appello moralizzatore a un'“obbedienza” più deperibile di quella delle costituzioni della più piccola Compagnia è piuttosto affascinante, perché ciò che è in questione qui non è l'obbedienza all'autorità legittima, ma la natura stessa dell'oggetto del dare l'assenso dell'intelletto e della volontà. Ma resta il fatto che l'obbedienza non trasforma il contingente in costitutivo, né il recente in essenzialmente normativo. Obbedire non è ridefinire la Tradizione; è accoglierla con umiltà, in obedientia fidei.

L'unità non si protegge impoverendo la lex orandi. Il Concilio non viene onorato rendendolo il fiore all'occhiello di una liturgia che non ha mai celebrato, contrapponendolo così implicitamente ai santi che hanno pregato davanti a lui, nella Messa di ogni tempo. Non si tratta di un conflitto da eliminare, ma di un falso problema, e quindi generato artificialmente, anche sulla base di sondaggi e statistiche che non reggono a un semplice confronto con l'aritmetica. A meno che, naturalmente, tutto questo non sia semplicemente il prodotto di un umorismo britannico incomparabilmente sarcastico...

15 commenti:

Anonimo ha detto...

Finché non si capirà che la liturgia è parte della religione universale senza dogmi, che deve essere la religione del governo universale, il cui compito consiste nello sfoltire la popolazione con guerre, droghe, vaccini, corruzione dalla culla alla bara, per dare spazio ai signori del mondo di insediarsi finalmente sui loro troni, si chiacchiera a vanvera. Brutalmente, davanti a questo piano globale , la Liturgia Romana diventa un dettaglio di vecchie zie. Invece è parte essenziale della riscossa. Coraggio!

Cit. Don Mario Proietti ha detto...

PREGARE PER L’UNITÀ: COSA INTENDEVA DAVVERO LEONE XIII

Cari amici, all’Angelus di oggi Papa Leone XIV ha ricordato che la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani affonda le sue radici in una storia più lunga di quanto spesso si immagini. Ha citato esplicitamente Papa Leone XIII, richiamando come già due secoli fa questa preoccupazione abitasse il cuore della Chiesa.

Non si tratta di una citazione ornamentale. È un richiamo serio a un’impostazione teologica e spirituale precisa, che merita di essere riscoperta senza sovrapposizioni moderne. Leone XIII non istituì la Settimana di Preghiera nella sua forma attuale, collocata tra il 18 e il 25 gennaio. Quella struttura nascerà solo nel Novecento. Leone XIII scelse un approccio più radicale e meno organizzativo. Chiese ai cattolici di pregare stabilmente per l’unità dei cristiani, legando questa intenzione soprattutto al tempo che va dall’Ascensione a Pentecoste.

La sua convinzione era semplice. Oggi risulta persino controcorrente: l’unità nasce dalla conversione dei cuori invocata nella preghiera, non da accordi costruiti a tavolino. Nel 1894, nell’enciclica Praeclara gratulationis, Leone XIII pone al centro la preghiera di Gesù nel capitolo 17 del Vangelo di Giovanni: «Perché tutti siano una cosa sola». Non elabora strategie, non propone tavoli di lavoro. Riporta tutto alla voce di Cristo che prega il Padre. L’unità, per Leone XIII, è un dono da implorare, non un risultato da pianificare. Finché l’unità viene pensata come qualcosa da negoziare, resta fragile. Quando viene chiesta come grazia, diventa possibile.

Due anni dopo, con l’enciclica Satis cognitum del 1896, Leone XIII entra nel cuore della questione ecclesiologica. L’unità è uno dei tratti costitutivi della Chiesa, impressi da Cristo stesso. Non è un accessorio. La Chiesa è una perché Cristo l’ha voluta tale. Questo realismo è tipico di Leone XIII. Non idealizza la storia, non la giustifica. Indica un principio teologico oggettivo.

Da qui deriva anche il suo linguaggio, oggi spesso frainteso. Parlare di “ritorno all’unità” significa affermare che l’unità piena ha una forma visibile, non riducibile a una semplice comunione interiore. Questa affermazione non implica disprezzo verso gli altri cristiani. Custodisce la convinzione che l’unità voluta da Cristo non sia solo spirituale, ma anche concreta e riconoscibile.

In diversi testi Leone XIII collega la preghiera per l’unità allo Spirito Santo. È una scelta precisa. L’unità è opera dello Spirito, non dell’abilità umana. Per questo l’invito è a pregare nel tempo di Pentecoste, quando la Chiesa riconosce di vivere non di proprie forze, ma di un dono ricevuto.

Qui emerge una lezione sempre attuale. Ogni discorso sull’unità si svuota se manca l’invocazione dello Spirito. Attraverso lo Spirito, anche ciò che appare umanamente irrisolvibile può trovare una via. Non a caso, nello stesso saluto, il Papa ha ricordato che l’impegno per l’unità si accompagna a quello per la pace e per la giustizia. Non come sovrapposizione di piani, ma come coerenza. Una Chiesa che prega per essere una non può restare indifferente davanti alle ferite dei popoli e alle lacerazioni della storia.

Citando Leone XIII, il Santo Padre riporta l’attenzione su un fondamento spesso dimenticato: prima di parlare di unità, occorre inginocchiarsi. Pregare per l’unità significa riconoscere che la verità non è nostra proprietà e che l’unità della Chiesa supera le nostre capacità, senza annacquare la fede né sospendere la verità.

Leone XIII lo aveva compreso bene. Viveva in un tempo duro, privo di illusioni facili. Sapeva che l’unità o viene dall’alto, o non viene affatto. La Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani appare così per ciò che è davvero: un atto di umiltà ecclesiale, più che un rito formale. Nella storia della Chiesa, l’umiltà ha spesso aperto strade che nessuna strategia era riuscita neppure a intravedere.

mic ha detto...

L'unità, oltre che dall'alto, deriva dal "reditus" dei separati alla Catholica che, unica, custodisce la verità e non deve cercarla insieme agli altri come dice il Concilio...

Anonimo ha detto...

Mi son sempre domandata sul perche' di questa rincorsa della Cattolica
verso i separati. Una volta, va bene. Due volte, va bene.Tre volte va bene,
ma poi basta! Andare a piangere in continuazione ai loro piedi perche'
tornino (sta casa aspietta a te..), ma se non si riesce a incidere il cuore dei renitenti
...a che valgono tutti questi "torna,torna,torna"!
https://www.youtube.com/watch?v=K5-XG8ODFgs
Mario Merola - Torna! (Sta casa aspetta a te)

Claudio Gazzoli ha detto...

"Non a caso, nello stesso saluto, il Papa ha ricordato che l’impegno per l’unità si accompagna a quello per la pace e per la giustizia. Non come sovrapposizione di piani, ma come coerenza"
Ma che vor dì !... la solita colla vischiosa e appiccicosa semi-modernista.
Appunto "serietà liturgica o umorismo ?".
C. Gazzoli

Anonimo ha detto...

Un tempo per "unità" si intendeva il ritorno delle pecorelle smarrite nell' unico ovile da cui si erano allontanate. Oggi per unità si intende trovare i punti su cui si può eventualmente essere d'accordo, tralasciando tutto quel resto che è totalmente in contrasto con i santi principi della Chiesa cattolica.Pregare per questo?...
Nonna

Anonimo ha detto...

Per questo sarre utile tornare "a pregare nel tempo di Pentecoste, quando la Chiesa riconosce di vivere non di proprie forze, ma di un dono ricevuto" e smetterla di seguire le * giornate dell'ONU, il giorno del criceto, la settimana delle lucciole ecc.ecc.*.
Torniamo a replicare la lezione dell'insegnamento cristiano indietro, prima di...

Laurentius ha detto...

A titolo di esempio della realtà ecclesiale odierna, riporto un articolo riguardante la recente presentazione di un libro di don Paolo Cugini (esiste pure un breve video, che consiglio di vedere), professore di Filosofia e Teologia all'Università di Manaus. Egli fu mio compagno di classe all'Istituto Magistrale Matilde di Canossa di Reggio Emilia e lo ricordo come un ragazzo sensibile, serio, dal cuore buono. Aihmé, le nostre posizioni sono diametralmente opposte e che tirata di orecchie gli darei, se avessi modo di rivederlo!

Reggionline

"Il mantra di don Cugini: meno religione per gustare il Vangelo. VIDEO

14 giugno 2025 Mattia Mariani

Il sacerdote missionario ha presentato il suo nuovo libro, “Il nome di Dio non è più Dio”: “Occorre abbandonare tutte le sovrastrutture che la Chiesa ha costruito nei secoli per riscoprire l’essenza del Vangelo. Il cristianesimo non è una serie di riti, ma l’incontro con Gesù”

REGGIO EMILIA – Don Paolo Cugini, prete diocesano missionario in Brasile e professore di Filosofia e Teologia all’Università di Manaus, ha presentato stamane alla libreria del Teatro in via Crispi il suo ultimo libro: “Il nome di Dio non è più Dio”.

Secoli di religione hanno offuscato il Vangelo, rendendo la Chiesa una struttura ormai vuota e spesso incapace di accogliere chi vive il proprio cammino spirituale fuori dai canoni ordinari. Don Paolo Cugini non ha mezze parole per sferzare i cristiani a riscoprire il Vangelo a scapito di sovrastrutture inutili e a volte fuorvianti come le liturgie e i lezionari.

La realtà, secondo don Cugini, è che la religione abbia sostituito la fede, presentando il cristianesimo come una cultura che si oppone ad altre culture e creando così parecchi problemi nella ricerca di una pace universale. “Il nome di Dio non è più Dio” sarà nuovamente presentato nell’oratorio di Fogliano lunedì alle 18.30."

Sacra Famiglia di Gesù Maria Giuseppe, illuminateci, soccorreteci e salvateci!

Anonimo ha detto...

Ultima ora: Leone XIV ha ricevuto oggi in udienza privata don John Berg, Superiore della Fraternità Sacerdotale San Pietro (FSSP), Società di vita apostolica che celebra secondo il rito romano tradizionale

Oremus

Cristiani perseguitati ha detto...

La persecuzione dei cattolici in Nigeria continua nonostante le smentite del governo. Il 10 luglio, uomini armati hanno attaccato il Seminario Minore Immacolata Concezione a Ivianokpodi, diocesi di Auchi, uccidendo un ufficiale della sicurezza e sequestrando tre seminaristi di età compresa tra 15 e 16 anni.

Un seminarista è stato rilasciato il 18 luglio e un altro, Joshua Aleobua, è stato liberato il 4 novembre. Tragicamente, il terzo, Emmanuel Alabi, è stato ucciso in cattività in circostanze sconosciute.

La diocesi di Auchi ha espresso gratitudine per le liberazioni ma ha pianto la morte di Emmanuele. Il vescovo Gabriel Dunia ha condannato il peggioramento dell'insicurezza e ha esortato le autorità a dare priorità alla sicurezza dei cittadini rispetto agli interessi politici in vista delle elezioni del 2027.
Condiviso dalla tradizione cattolica ed evangelizzazione

I cattolici hanno a lungo decretato l'inerzia del governo, poiché migliaia di cristiani vengono uccisi ogni anno negli attacchi in tutta la Nigeria. I leader della Chiesa sperano che una nuova pressione internazionale possa finalmente portare ad un'azione decisiva.

Anonimo ha detto...

Bisogna anche riconoscere che la presenza occidentale spesso non ha portato civiltà ma, malavita. Un conto sono state le missioni cristiane altre le accozzaglie di avventurieri. Purtroppo. Si capisce sempre meglio che il mondo è regno di Satana e per scalzarlo occorre un santo lavoro continuo ininterrotto. Niente è mutato dalla uccisione di Abele, con buona pace della scienza, della tecnica, della modernità e della postmodernità. Il progresso del Maligno avanza sempre e sempre a grandi passi.

Anonimo ha detto...

"La Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani appare così per ciò che è davvero: un atto di umiltà ecclesiale, più che un rito formale."

Per i suoi principii ispiratori e per come si realizza concretamente questa Settimana, si può tranquillamente dire che è un "rito ideologico" anti-cristico, perché l'unità senza la Sua Verità è esattamente il contrario di ciò per cui Lui ha pregato all'Ultima Cena, come riportato meravigliosamente dal Vangelo di San Giovanni.
La preghiera eventualmente ognuno dovrebbe farla a casa propria, senza vescovesse anglicane o luterane bardate dei loro paramenti carnascialeschi accolte nei presbiterii delle cattedrali a fianco del legittimo vescovo cattolico...
Ma da quanto si può vedere, questo tipo di ecumenismo della menzogna è una fissa del cattolicesimo post-conciliare, che fa a pugni con quello di Leone XIII, quando per esempio diverse chiese chiese orientali rientrarono in comunione con noi.
Al giorno d'oggi invece è purtroppo la Chiesa Cattolica che si protestantizza nella spasmodica ricerca dell'approvazione altrui (e del mondo). Un complesso d'inferiorità che parte dall'aver cancellato la dottrina. Dunque nessun vero "atto di umiltà" ma una resa incondizionata oppure un suicidio ecclesiale collettivo.

Anonimo ha detto...

Nel riassumere il pensiero di Leone XIII sull'unità don Proietti fa tanti giri di parole per non parlare del concetto essenziale: che l'unità per i separati si ha solo con il loro ritorno (reditus) alla Chiesa cattolica, umili e pentiti. Il tema sarà ulteriormente approfondito ed esposto da Pio XI nella 'Mortalium animos' .

Anonimo ha detto...

Sì, certo. Ma l'unità la vogliono fare anche con dichiarazioni comuni su temi civili o ancora peggio politici che nulla hanno a che fare con l'unità richiesta da Cristo ai suoi discepoli. Penso agli appelli per la pace, a quelli pro-immigrazione islamica, a quelli pro-gender/anti-omotransfobia e chi più ne ha più ne metta...
Io come prima cosa cancellerei anche tutte quelle "Giornate per..." che vengono sovrapposte alla liturgia anche di feste importanti quali il Natale o il 1 gennaio, o delle semplici domeniche, inquinandole con argomenti e "lotte" che si potrebbero portare avanti in altra sede oppure ancora meglio lasciare all'azione dei fedeli laici, ma comunque fuori dalla liturgia, o cancellare del tutto. Invece uno va alla Messa e si deve sorbire pistolotti preteschi buonisti su tutto il politicamente corretto, manco fossimo alla "Casa del Popolo". Una violenza vera e propria verso la Liturgia e un abuso contro NSGC a cui essa dovrebbe essere rivolta esclusivamente, mentre invece si strumentalizza per questioni umane. E una violenza e un abuso anche contro le coscienze dei poveri fedeli, ridotti al rango di popolo bue plaudente l'ideologia di turno.

Anonimo ha detto...

Infatti e' il figliol prodigo a tornare a casa, non e' il padre prodigo a rincorrerlo.