C’è un’immagine che Tommaso d’Aquino porta con sé lungo tutta la sua vita: un uomo che non si accontenta. Non nel senso volgare dell’ingordo, ma nel senso nobile di chi sente che la realtà è più grande di qualunque risposta già data, e che fermarsi sarebbe una forma di slealtà verso se stessi e verso Dio.
Aristotele aveva aperto la sua Metafisica con una frase diventata pietra: «Tutti gli uomini per natura desiderano conoscere». Tommaso la raccoglie e la porta fino alle sue conseguenze più radicali. Per lui il compito del vero sapiente è quello di «cercare di indagare tutto lo scibile». Non è un programma accademico: è un’antropologia. Dice cosa siamo. Siamo, come egli afferma con precisione, «in senso stretto animali razionali», e la razionalità non è un ornamento dell’anima ma la forma stessa del corpo, il principio che ci costituisce interamente. L’anima razionale è l’unica vera forma del composto umano. Per questo la beatitudine piena non può darsi senza il corpo: anche raggiunta la visione beatifica di Dio dopo la morte individuale, la beatitudine «non sarà piena, perché non sarà ancora reintegrato e completo» l’uomo. «L’uomo è sempre, indissolubilmente, appunto anima e corpo.» C’è qualcosa di commovente in questa fedeltà al corporeo, in un’epoca che tendeva a vedere la carne come zavorra.
Aristotele aveva aperto la sua Metafisica con una frase diventata pietra: «Tutti gli uomini per natura desiderano conoscere». Tommaso la raccoglie e la porta fino alle sue conseguenze più radicali. Per lui il compito del vero sapiente è quello di «cercare di indagare tutto lo scibile». Non è un programma accademico: è un’antropologia. Dice cosa siamo. Siamo, come egli afferma con precisione, «in senso stretto animali razionali», e la razionalità non è un ornamento dell’anima ma la forma stessa del corpo, il principio che ci costituisce interamente. L’anima razionale è l’unica vera forma del composto umano. Per questo la beatitudine piena non può darsi senza il corpo: anche raggiunta la visione beatifica di Dio dopo la morte individuale, la beatitudine «non sarà piena, perché non sarà ancora reintegrato e completo» l’uomo. «L’uomo è sempre, indissolubilmente, appunto anima e corpo.» C’è qualcosa di commovente in questa fedeltà al corporeo, in un’epoca che tendeva a vedere la carne come zavorra.









