Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

sabato 4 luglio 2026

Il Padre nostro

Conosciamo più a fondo le sublimi formule della Messa dei secoli e gli elementi che ne fanno un unicum irreformabile. Ogni semplice sfumatura è densa di significati per nulla scontati a prima vista. Non minuzie, ma patrimonio del passato, da custodire nel presente e per il futuro. Conoscerle non è ininfluente per una fede sempre più profonda e radicata. Grande gratitudine a chi ce le offre con tanta generosa puntualità. Nella nostra traduzione da New Liturgical Movement oggi ci soffermiamo sulla Preghiera del Signore. Qui l'indice degli altri articoli sulle varie formule del latino liturgico.
Il Padre nostro

Dopo aver pronunciato il Praeceptis salutaribus [qui], il sacerdote recita o intona la Preghiera del Signore:
Pater noster, qui es in cælis, sanctificetur nomen tuum. Adveniat regnum tuum. Fiat voluntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidianum da nobis hodie, et dimitte nobis debita nostra sicut et nos dimittimus debitoribus nostris. Et ne nos inducas in tentationem.
℟. Sed libera nos a malo.
Che tradizionalmente si traduce come:
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione.
℟. Ma liberaci dal male.
Esula dagli scopi di questo breve studio esaminare la lunga e solida tradizione di commentari sul Padre Nostro dei Padri della Chiesa e dei Dottori medievali. Qui, limitiamo la nostra attenzione a due aspetti: la collocazione della preghiera dopo il Canone e come tale collocazione influenzi la nostra ricezione di essa.

Dopo il canone 
Nel difendere la sua decisione di seguire l'usanza orientale di recitare il Padre Nostro dopo il Canone, Papa San Gregorio Magno sostiene che sarebbe inappropriato far seguire al Canone [di origine umana] una preghiera diversa da quella composta da Nostro Signore stesso. Tale abbinamento risulta appropriato anche se si considera un nome alternativo del Canone utilizzato nel Medioevo: "La temibile preghiera del Signore".

La preghiera del Signore è legata al Canone anche in altri modi: così come il Prefazio [qui] è il prologo del Canone [qui e l'intero indice], la preghiera del Signore ne è l'epilogo. Lo si può notare nelle somiglianze tra il Prefazio e il Padre nostro. Entrambi sono introdotti dopo un periodo di silenzio, con il sacerdote che dice o intona ad alta voce: "per omnia saecula saeculorum". Entrambi presentano splendidi canti liturgici eseguiti dal solo sacerdote, entrambi prevedono risposte da parte dell'assemblea (il Sanctus [qui] e il Sed libera nos a malo) ed entrambi usano la parola "salutare". Si potrebbe dire che il Prefazio è il prologo, la preghiera del Signore è l'epilogo, e in mezzo c'è il Logos, fatto carne e ora presente sacramentalmente tra noi sull'altare. Nelle parole di Padre Pius Parsch:
Secondo il grande Papa [Gregorio Magno], il Padre Nostro non è tanto una preparazione al Santo Banchetto, quanto una preghiera di consacrazione, nell'antico senso di una preghiera per l'offerta del sacrificio. Per questo motivo, nella liturgia romana, viene recitato solo dal celebrante, mentre nella liturgia greca è considerata la preghiera della tavola dell'assemblea, che quindi la recita in comune come una famiglia che si appresta ad avvicinarsi al sacro banchetto. Secondo Gregorio I, dunque, il Padre Nostro dovrebbe essere considerato il completamento del Canone, corrispondente al Prefazio, in quanto il Prefazio e il Padre Nostro segnano l'inizio e la fine del Canone, che viene recitato in silenzio mistico. [1]
Inutile dire che questa antica disposizione del Rito Romano viene indebolita quando l'intera assemblea recita il Padre Nostro, una pratica che riduce la somiglianza tra il prologo e l'epilogo. Tale pratica costituisce inoltre una violazione di una tradizione antica quanto il Padre Nostro stesso nel Rito Romano, poiché Gregorio Magno afferma che, a differenza dei Greci, a Roma il Padre Nostro viene recitato solo dal sacerdote.

Un'ulteriore indicazione, incidentalmente, del fatto che il Canone e il Padre Nostro siano pensati per operare in sinergia è la collocazione della Benedizione Nuziale Solenne sugli sposi durante la Messa nuziale. L'intenzione sembra essere stata quella di collocare la preghiera in prossimità della Consacrazione, nel momento liturgico più vicino possibile. Il fatto che la benedizione fosse posta dopo il Padre Nostro anziché dopo il Grande Amen [qui] suggerisce che il Canone e il Padre Nostro fossero considerati un'unità praticamente indivisibile.

Significato contestuale
La preghiera del Signore è anche, naturalmente, l'inizio del rito della Comunione, fungendo così da ponte tra la Consacrazione e la ricezione dell'Eucaristia. È quando consideriamo la preghiera del Signore come preparazione alla Santa Comunione che le sue suppliche assumono un significato ancora più profondo.

«Padre nostro che sei nei cieli». Quando il sacerdote pronuncia queste parole, dovrebbe fissare l'Ostia. C'è qualcosa di quasi ironico nel rivolgersi al Padre guardando il Figlio e affermando che Dio è in cielo quando Egli è anche proprio davanti ai nostri occhi. Ma in un certo senso l'Eucaristia, seppur in modo velato, è il compimento di Giovanni 14,9: «Chi vede me, vede anche il Padre».

«Sia Santificato il tuo nome». La preghiera non dice «Santo è il tuo nome» (sebbene lo sia certamente), ma «Sia santificato il tuo nome» (sanctificetur nomen tuum), come se potessimo accrescere la santità del nome di Dio. Dio è massimamente santo e nulla sulla terra può cambiarlo. Ma il Suo nome può essere reso meno santo venendo «profanato» nella misura in cui il Suo popolo eletto, che in un certo senso è il Suo rappresentante sulla terra, Gli dà un «cattivo nome» con il proprio comportamento. In Ezechiele 43, 8 leggiamo: «Essi hanno profanato il mio santo nome con le abominazioni che hanno commesso; per questo motivo li ho consumati nella mia ira». La chiave, quindi, è «santificare» il nome di Dio con un buon comportamento, ma come possiamo essere buoni senza Dio? Non possiamo, e quindi preghiamo per avere aiuto. Come osserva san Cipriano di Cartagine, quando diciamo: «Sia santificato il tuo nome», intendiamo: «Il tuo nome sia santificato in noi», cioè che possiamo essere trasformati dalla grazia santificante o dalla santità per non profanare il nome di Dio. [2] E per essere ulteriormente trasformati dalla grazia santificante, partecipiamo all'Eucaristia.

«Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra». Entrambe queste suppliche possono essere viste alla luce di ciò che è accaduto prima e alla luce di ciò che sta per accadere. Quando il sacerdote ha trasformato il pane e il vino in Corpo e Sangue, in un certo senso ha già portato il Regno di Dio sulla terra e ha già compiuto la volontà di Dio, ovvero ha obbedito al comando: «Fate questo in memoria di me». Ma quando lui e noi riceviamo la Santa Comunione, anche noi compiamo la volontà di Dio e rafforziamo il legame tra Lui e noi e tra di noi, il Corpo Mistico di Cristo, contribuendo forse alla venuta del Regno.

«Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Non sorprende che questa preghiera sia stata interpretata dai Padri della Chiesa come riferita all'Eucaristia, anche quando il Padre Nostro veniva recitato al di fuori della Messa. Il legame eucaristico è ancora più forte nella versione del Padre Nostro menzionata nel Vangelo di Matteo: «Dacci oggi il nostro pane sovrasostanziale» (6, 11). Con la Santa Comunione Dio sta per esaudire questa nostra preghiera.

«Perdonaci i nostri peccati». Prima dell'epoca del secondo Confiteor [qui a proposito del Confiteor], si credeva che recitare questa frase prima di ricevere la Santa Comunione assolvesse dai peccati veniali. In un sermone sant'Agostino dice:
Se per caso, a causa della fragilità umana, il nostro pensiero si è soffermato su qualcosa di indecente, se la nostra lingua ha pronunciato qualcosa di ingiusto, se il nostro sguardo si è rivolto a qualcosa di sconveniente, se il nostro orecchio ha ascoltato con compiacimento qualcosa di superfluo, tutto ciò viene cancellato dal Padre Nostro nel passo: «Perdonaci i nostri peccati», affinché possiamo avvicinarci in pace e non mangiare né bere ciò che riceviamo come giudizio. [3]
«Non ci indurre in tentazione». Questo è uno dei versetti più affascinanti del Nuovo Testamento su cui meditare, perché si collega a molti altri. Qui chiediamo al Padre di non fare ciò che fece a Suo Figlio, «che fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1). (Sì, fu lo Spirito a guidare Gesù, ma chi mandò lo Spirito se non il Padre?). Eppure leggiamo anche che Dio «non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze» e vi aiuterà «a sopportarlo» (1 Cor 10,13). «Non ci indurre in tentazione» è sicuramente uno dei «detti difficili» della Scrittura (cfr. Gv 6,61), e invece di storcere il naso di fronte a esso, dovremmo accogliere la sfida di confrontarci con esso [vedi].

Purtroppo, non tutti sono d'accordo. Nel 1969, il Consilium ad Exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia pubblicò Comme le Prévoit sulla traduzione di testi liturgici per Celebrazioni con l'Assemblea, che contiene la seguente affermazione:
Il corretto significato biblico o cristiano di certe parole e idee richiederà sempre spiegazioni e istruzioni. Tuttavia, non dovrebbe essere richiesta alcuna formazione letteraria specifica al popolo; i testi liturgici dovrebbero normalmente essere comprensibili a tutti, anche ai meno istruiti. Ad esempio, la traduzione di tentatio nella preghiera del Signore, "tentazione" , è imprecisa e può essere fuorviante solo per chi non è uno studioso della Bibbia. [4]
Le ipotesi degli autori sono discutibili, ovvero che il termine "tentazione" sia inesatto e che solo gli studiosi biblici possano comprendere il Padre Nostro (ci chiediamo se il Signore sarebbe d'accordo: comanderebbe forse a tutti i suoi discepoli di usare questa preghiera per sempre, sapendo che solo un'élite la comprenderebbe?). 
Forse è per questi motivi che nessuna delle traduzioni ufficiali "in lingua volgare" ha seguito il consiglio di questo documento, almeno fino al 2019, quando Papa Francesco ha approvato la richiesta dei vescovi italiani di cambiare "e non ci indurre in tentazione" in "non abbandonarci alla tentazione". La parola "tentazione", presumibilmente problematica, rimane, ma il ne nos inducas (Mē eisenkēs hēmas in greco) è stato modificato, nonostante il verbo greco in questione eispherói (eis+phero, condurre dentro) sia inequivocabile. «Ma liberaci dal male». Una petizione che ammette valide interpretazioni è questa. Poiché il latino non ha l'articolo determinativo, libera nos a malo può significare «liberaci dal male» o «liberaci dal Maligno». L'originale greco ha l'articolo determinativo in questo versetto, motivo per cui le chiese orientali usano quest'ultima traduzione. Le versioni orientali, quindi, hanno il vantaggio di essere più fedeli al testo biblico, più vivide e più evocative della tentazione di Cristo nel deserto, quando sconfisse il Maligno. Il latino, d'altra parte, è più ampio, chiedendo protezione non solo dal Maligno, ma da tutti i mali: peccato, sventura, malattia, ecc. [vedi anche]

Il fatto che “Ma liberaci dal male” sia una risposta del popolo (respondentibus omnibus, come dice Giovanni l'Arcicantore nell'VIII secolo) conferisce a questo momento un significato speciale. I fedeli laici, ascoltando il Padre Nostro come avevano ascoltato il Prefazio, ora affermano tutto ciò che hanno udito. “In sostanza, dunque”, conclude Josef Jungmann, “il popolo recita il Padre Nostro insieme al celebrante. È la preghiera di Comunione del popolo”.[5]
_____________________
[1] Parsch, La liturgia della messa, trad. Frederic C. Eckhoff (St. Louis, Missouri: Herder, 1940), 284. Vedi Michael Fiedrowicz, La messa tradizionale: storia, forma e teologia del rito romano classico, trad. Rose Pfeifer (Brooklyn: Angelico Press, 2020), 107.
[2] Cipriano di Cartagine, Trattato IV.12.
[3] Agostino, Sermone Denis 6 (229): Perché, come è nella fragilità umana, se forse il nostro pensiero ha concepito qualcosa di sconveniente, se la lingua ha pronunciato qualcosa di inappropriato, se l'occhio ha guardato qualcosa di inappropriato, se l'orecchio ha udito qualcosa di inappropriato, se forse alcune di queste cose sono state contratte dalla tentazione di questo mondo e dalla fragilità della vita umana, esse vengono cancellate dalla preghiera del Signore, dove si dice: «Perdonaci i nostri debiti, affinché possiamo avvicinarci in sicurezza, affinché non mangiamo e beviamo ciò che riceviamo per la nostra condanna».
[4] [ Come previsto in 15. a.
[5] Josef Jungmann, SJ, La Messa del Rito Romano: Origini e Sviluppo, vol. 2 (New York: Benzinger Brothers, 1951), 288.
Pubblicato venerdì 3 luglio 2026

venerdì 3 luglio 2026

FSSPX. Lettera al Santo Padre in merito al decreto del Dicastero per la Dottrina della Fede

Ed ecco la risposta della FSSPX alla scomunica.
Lettera al Santo Padre in merito al decreto del Dicastero per la Dottrina della Fede
3 Luglio 2026

Il Superiore Generale
A Sua Santità
Santo Padre Leone XIV

Ecône, 3 luglio 2026

 
« Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono! » (Lc 11, 11-13)   

Beatissimo Padre,
La notifica della decisione presa dalla Santa Sede verso la FSSPX e firmata da Sua Eminenza il Cardinale Fernández ci è pervenuta ed è già di dominio pubblico.

Ci sembra che tale decisione metta in luce, una volta di più, il contesto estremamente tragico in cui si trova la Chiesa universale. Ciò che la FSSPX ha fatto e continuerà a fare non è altro che un'iniziativa estrema di soccorso alle anime, nella confusione dottrinale e morale in cui versa la Chiesa. In nessun modo pretendiamo sostituirci alla Chiesa e non abbiamo nessun'altra pretesa, se non quella di restarle fedeli.

3 luglio. Il Sangue della nuova ed eterna alleanza

Qui le Litanie del Preziosissimo Sangue.
3 luglio. Il Sangue della nuova ed eterna alleanza

Sangue di Cristo, della nuova ed eterna alleanza
Cari amici, la preghiera delle Litanie ci conduce nel cuore della storia della salvezza: la nuova ed eterna alleanza fatta da Gesù col suo sacrificio.

La parola alleanza attraversa tutta la Scrittura. Dio non si limita a creare il mondo e poi ad abbandonarlo al suo destino. Dio cerca l’uomo, gli parla, lo chiama, gli apre una strada. Con Abramo promette una discendenza e una terra. Con Mosè libera il popolo dalla schiavitù e dona la Legge. Con i profeti annuncia un’alleanza nuova, scritta non più soltanto su tavole di pietra, ma nel cuore.

Tutto questo trova compimento in Cristo. Nell’Ultima Cena, Gesù prende il calice e lo consegna ai discepoli dicendo che quel calice è la nuova alleanza nel suo Sangue. Non si tratta di una semplice immagine religiosa. Gesù sta dicendo che il suo Sangue sarà il sigillo definitivo del rapporto tra Dio e l’umanità. Non un patto provvisorio, non un tentativo destinato a essere sostituito, non una promessa fragile appesa alla nostra incostanza. È un’alleanza nuova ed eterna, perché nasce dal dono irrevocabile del Figlio.

La formula utilizzata da Tucho per scomunicare sacerdoti e laici è priva di efficacia penale

Una gestione dilettantesca e semplicistica — e dunque con elementi di invalidità — di documenti importanti da parte delle autorità preposte, oltre alla inusitata severità rispetto ai precedenti storici...

La formula utilizzata da Tucho per scomunicare sacerdoti e laici è priva di efficacia penale

I due documenti pubblicati il 2 luglio dal Dicastero per la Dottrina della Fede — un Decreto [qui] e una Nota Esplicativa (Prot. N. 99/2009) [qui], entrambi firmati dal cardinale Víctor Manuel Fernández e dai segretari Armando Matteo e John J. Kennedy — presentano difetti di tecnica canonica che ne limitano drasticamente la portata reale. Analizzati conformemente al Libro VI del Codice di Diritto Canonico, il loro effetto giuridico si riduce alla dichiarazione di sei scomuniche. Riguardo ai più di settecento sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X e ai loro fedeli, la formula impiegata è priva di efficacia penale.

Due strumenti di natura giuridica distinta
Da un lato il Decreto dichiara «a tutti gli effetti giuridici» che mons. Alfonso de Galarreta e i quattro consacrati il 1° luglio — Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier — sono incorsi ipso facto nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica (cann. 1387 e 1364 § 1 CIC), e che mons. Bernard Fellay, in qualità di co-consacrante che ha aderito pubblicamente all’atto scismatico, è incorso nella scomunica del can. 1364 § 1. Si tratta di un decreto dichiarativo di censure già contratte: l’unica figura, insieme alla sentenza, idonea a dichiarare pene latae sententiae (cann. 1341, 1720). Il suo ambito soggettivo è tassativo: sei vescovi.

È vero scisma? Il corto circuito tra conservatori e comunicazione pressappochista o di parte

Mi segnalano la riflessione di un canonista, che riporto di seguito, in merito agli eventi di Ecône. Non tarderemo ad occuparci di Decreto e Nota esplicativa, confrontsta con la precedente. 

È vero scisma? Il corto circuito tra conservatori
e comunicazione pressappochista o di parte

Mi è stato chiesto da alcuni amici di esprimermi se le consacrazioni episcopali compiute ad Econe, costituiscano un atto di scisma e se l'eventuale comminanda formalizzazione della scomunica sia valida o no.
Il tema è complesso.

Papa S. Clemente I nella sua Epistola ai Corinzi aveva profetizzato che gli Apostoli ben sapevano, su divina ispirazione, che ci sarebbe stata contesa sulla carica episcopale.
E così è stato nel corso dei secoli.

Un saggio del cardinale Fernández, scoperto di recente, rivela la sua convinzione che tutti siano salvati.

Nella nostra traduzione da Lifesitenews una carrellata di aggiornamento sugli scritti anomali dell'altrettanto anomalo prefetto della Dottrina della Fede. Osservo che molti hanno sottolineato, a proposito dell'evento di Écône, il "CHI scomunica", insieme all'elenco delle sue derive sia dottrinali che morali; il che è efficace dal punto di vista dialettico ma non ha valenza giuridica. Ha il suo peso per valutare in che situazione e in che mani è la chiesa; ma, quanto alla scomunica, occorrerà esaminare e valutare i testi della Dichiarazione e della Nota esplicativa (che presentano peraltro anomalie già evidenti). È quello che faremo nei prossimi giorni.

Un saggio del cardinale Fernández, scoperto di recente,
rivela la sua convinzione che tutti siano salvati.


Il futuro cardinale Víctor Manuel Fernández ha appoggiato apertamente l'universalismo, ovvero l'idea che tutti siano salvati, in un documento ritrovato di recente, scritto più di 30 anni fa.

In un saggio del 1995 di 46 pagine, dal titolo “Romanos 9-11: gracia y predestinación” (Grazia e predestinazione), riportato per la prima volta da El Wanderer, il futuro Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede ha scritto ampiamente sull'insegnamento della Chiesa in materia di salvezza e predestinazione, citando le opere di Sant'Agostino e Tommaso d'Aquino, sebbene l'allora sacerdote si concentrasse su quanto da loro scritto sulla misericordia di Dio, ignorando in gran parte la Sua giustizia. Infine, Fernández ha concluso il suo lavoro sottolineando di avere “ferma fiducia” nel fatto che “tutti saranno salvati”, aggiungendo che questo non è un “mero desiderio”, ma si basa su ciò che “so di Dio e dei Suoi piani specifici”.

giovedì 2 luglio 2026

2 luglio. Il Sangue nato nel tempo per salvare il tempo

Qui le Litanie del Preziosissimo Sangue
2 luglio. Il Sangue nato nel tempo per salvare il tempo

Sangue di Cristo, Verbo di Dio incarnato
Sanguis Christi,
Verbi Dei incarnáti, salva nos
Cari amici, dopo aver contemplato il Sangue di Cristo come Sangue dell’Unigenito dell’Eterno Padre, la preghiera delle Litanie ci porta al centro del mistero cristiano: il Verbo di Dio incarnato.

Questa invocazione ricorda che il Sangue di Gesù non è un simbolo vago, non è un’immagine poetica, non è una metafora religiosa utile a commuovere i devoti. È il Sangue reale del Figlio di Dio fatto uomo. Il Verbo eterno ha assunto una carne vera, una storia vera, un corpo capace di stanchezza, fame, pianto, ferita. Dio non ci ha salvati restando lontano. È entrato nel nostro tempo, nella nostra povertà, nella nostra fragilità.

Qui si apre una verità grande, che spesso rischiamo di dimenticare proprio perché la ripetiamo da sempre. Il Figlio di Dio si è incarnato. Ha preso carne dalla Vergine Maria. Ha avuto un cuore che batteva, mani che toccavano, occhi che guardavano, piedi che percorrevano le strade degli uomini. E in quel corpo umano scorreva il Sangue della nostra redenzione.

La devozione al Preziosissimo Sangue custodisce con forza la concretezza dell’Incarnazione. Ci impedisce di trasformare il cristianesimo in un’idea, in una morale, in un sentimento spirituale ben confezionato. Cristo non ci ha salvati con un pensiero elevato. Ci ha salvati assumendo la nostra carne e versando il suo Sangue.

I Samurai di Écône

I Samurai di Écône

Tra i dettagli più suggestivi delle consacrazioni episcopali di ieri a Écône non figuravano né i sontuosi paramenti, né la coreografia del rito, né tantomeno la familiare serenità alpina del luogo. Erano le fasce per il capo. Bianche, austere, annodate con una fermezza quasi monastica sulla fronte dei nuovi vescovi, conferivano all'intera scena un'inaspettata risonanza culturale.
Per ragioni che non so spiegare del tutto, quella vista mi ha subito fatto venire in mente l'hachimaki giapponese : la semplice fascia bianca indossata dagli studenti prima degli esami, dagli artigiani al banco di lavoro e, nell'immaginario popolare, dai samurai che si preparano alla battaglia. L'hachimaki simboleggia la massima concentrazione: una silenziosa dichiarazione di essere pronti ad affrontare un momento che richiede tutte le proprie forze. È meno una spacconata di guerra che un gesto di risolutezza interiore.

Il Vaticano scomunica anche i laici della FSSPX con la misura più dura della storia recente

Riprendiamo da Infovaticana. Intanto può essere utile rileggersi quedo precedente: La FSSPX non è mai stata fuori della Chiesa e non può considerarsiscismatica” [vedi]. Purtroppo certi discorsi, nella chiesa sinodale, restano un dialogo tra sordi....

Il Vaticano scomunica anche i laici della FSSPX
con la misura più dura della storia recente

La risposta di Roma non si è fatta attendere ed è la più dura da quasi quarant’anni [vedi]. Meno di ventiquattr’ore dopo le consacrazioni episcopali celebrate ieri a Écône da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato questo 2 luglio una Nota Esplicativa firmata dal cardinale Víctor Manuel Fernández che dichiara consumato il delitto di scisma ed estende le sue conseguenze canoniche non solo ai vescovi e ai sacerdoti della Fraternità, ma — ed è questa la novità più grave — anche ai fedeli laici.

Il documento, datato nel Palazzo del Dicastero e sottoscritto insieme al prefetto da mons. Armando Matteo (segretario per la Sezione Dottrinale) e dall’arcivescovo John J. Kennedy (segretario per la Sezione Disciplinare), constata che «i molteplici tentativi di ricondurre gli aderenti al movimento iniziato da mons. Marcel Lefebvre alla piena comunione con la Chiesa cattolica si sono rivelati vani» e che le consacrazioni «senza mandato pontificio, contro la volontà del Santo Padre» hanno «configurato il delitto di scisma».

La misericordia nella liturgia antica

Nella nostra traduzione da Missa gregoriana
La misericordia nella liturgia antica

Nel Missale Romanum il termine misericordia ricorre circa 420 volte; i composti di miserere 118 volte. Una ricorrenza ogni due pagine. Tra gli attributi più frequenti l’attributo di Dio misericorso…

ORDO MISSAE

Nell’ Ordo Missae, che si ripete sempre uguale in pressoché tutte le celebrazioni dell’anno, la misericordia si incontra nei seguenti passaggi:

Preghiere ai piedi dell’altare
Misereatur tui omnipotens Deus… Misereatur vestri omnipotens Deus… Indulgentiam… misericors Dominus. Ostende nobis, Domine, misericordiam tuam…
Salendo all’altare
Aufer a nobis, quaesumus, Domine, iniquitates nostras…
Kyrie eleison
Gloria
…qui tollis peccata mundi, miserere nobis… suscipe deprecationem nostram… miserere nobis.
Al Vangelo
…tua grata miseratione dignare mundare…
l’Offertorio
...pro innumerabilibus peccatis et offensionibus et neglegentiis meis…
…tuam deprecantes clementiam…
…redime me et miserere mei…
il Canone
…de multitudine miserationum tuarum sperantibus, partem aliquam et societatem donare digneris, cum tuis sanctis Apostolis et Martyribus…
Comunione
…ope misericordiae tuae adiuti, et a peccato simus semper liberi et ab omni perturbatione securi…
Agnus Dei… miserere nobis (bis)
…mihique et omnibus, pro quibus illud obtuli, sit, te miserante, propitiabile.
MISSAE PROPRIE
Vagliamo assieme alcuni formulari propri di Missae particolarmente significative in relazione al tema della Misericordia.

PRO REMISSIONE PECCATORUM

Oratio
Deus, qui nullum respuis, sed quantumvis peccantibus per paenitentiam pia miseratione placaris: respice propitius ad preces humilitatis nostrae, et illumina corda nostra; ut tua valeamus implere praecepta. Per Dominum nostrum.
Secreta
Praesens sacrificium, Domine, quod tibi pro delictis nostris offerimus, sit tibi munus acceptum: et tarn viventibus quam defiinctis proficiat ad salutem. Per Dominum.
Postcommunio
Exaudi preces familiae tuae, omnipotens Deus: et praesta; ut sancta haec, quae a te sumpsimus, incorriipta in nobis, te donante, serventur. Per Dominum nostrum.
PRO INIMICIS

Oratio
Deus, pacis caritatisque amator et custos: da omnibus inimicis nostris pacem caritatemque veram; et cunctorum eis remissionem tribue peccatorum, nosque ab eorum insidiis potenter eripe. Per Dominum.
Secreta
Oblatis, quaesumus, Domine, placare muneribus: et nos ab inimicis nostris clementer eripe, eisque indulgentiam tribue delictorum. Per Dominum nostrum.
Postcommunio
Haec nos communio, Domine, eruat a delictis: et ab inimicorum defendat insidiis. Per Dominum.
IN MISSA DEFUNCTORUM

Oratio
Deus, cui proprium est misereri semper et parcere, te supplices exoramus pro anima famuli tui N. (famulae tuae N.), quam hodie de hoc saeculo migrare iussisti: ut non tradas earn in manus inimici, neque obliviscaris in finem, sed iubeas earn a sanctis Angelis suscipi et ad patriam paradisi perduci; ut, quia in te speravit et credidit, non poenas inferni sustineat, sed gaudia aeterna possideat. Per Dominum.
In die tertio, septimo et trigesimo:
Oratio
Quaesumus, Domine, ut animae famuli tui N. (famulae tuae N.), cuius depositionis diem tertium (vel septimum vel trigesimum) commemoramus, Sanctorum atque electorum tuorum largiri digneris consortium: et rorem misericordiae tuae perennem infundas. Per Dominum.
Postcommunio
Suscipe, Domine, preces nostras pro anima famuli tui N. (famulae tuae N.): ut, si quae ei maculae de terrenis contagiis adhseserunt, remissionis tuae misericordia deleantur. Per Dominum.
Die 17 octobris, S. Margaritas Maria Alacoque Virginis

Oratio
Domine Iesu Christe, qui investigabiles divitias Cordis tui beatae Margaritas Marias Virgini mirabiliter revelasti: da nobis eius meritis et imitatione; ut, te in omnibus et super omnia diligentes, iugem in eodem Corde tuo mansionem habere mereamur: Qui vivis et regnas cum Deo Patre in unitate.
Secreta
Accepta tibi sint, Domine, plebis tuae munera: et concede; ut ignis ille divinus nos inflammet, quo, de Corde Filii tui emisso, beata Margarita Maria vehementer aestuavit. Per eundem Dominum nostrum.
Postcommunio
Corporis et Sanguinis tui, Domine Iesu, sumptis mysteriis: concede nobis, quassumus, beata Margarita Maria Virgine intercedente; ut, superbis saeculi vanitatibus exutis, mansuetudinem et humilitatem Cordis tui induere mereamur: Qui vivis et regnas cum Deo Patre in unitate.
FERIA SEXTA POST DOMINICAM II POST PENTECOSTEN IN FESTO SACRATISSIMI CORDIS IESU

Oratio
Deus, qui nobis, in Corde Filii tui, nostris vulnerato peccatis, infinitos dilectionis thesauros misericorditer largiri dignaris: concede, quaesumus; ut, illi devotum pietatis nostrae prsestantes obsequium, dignae quoque satisfactionis exhibeamus officium. Per eundem Dominum.
Secreta
Respice, quaesumus,- Domine, ad ineffabilem Cordis dilecti Fflii tui caritatem: ut quod offerimus sit tibi munus acceptum et nostrorum expiation delictorum. Per eundem Dominum.
Prefatio de Sacratissimo Corde Iesu
Vere dignum et iustum est, aequum et salutare, nos tibi semper et ubique gratias agere: Domine, sancte Pater, omnipotens aeterne Deus: Qui Unigenitum tuum in Cruce pendentem lancea militis transfigi voluisti, ut apertum Cor, divinse largitatis sacrarium, torrentes nobis funderet miserationis et gratiae, et, quod amore nostri flagrare numquam destitit, piis esset requies et paenitentibus pateret salutis refugium. Et ideo cum Angelis et Archangelis, cum Thronis et Dominationibus, cumque omni militia caelestis exercitus, hymnum…
Postcommunio
Praebeant nobis, Domine Iesu, divinum tua sancta fervorem: quo, dulcissimi Cordis tui suavitate percepta; discamus terrena despicere, et amare caelestia: Qui vivis et regnas cum Deo Patre in unitate.
LA LITURGIA ANTICA, LEZIONE DI MISERICORDIA

Dopo aver celermente guardato ai testi del rito, offriamo alcuni spunti di riflessione. I riferimenti alla Misericordia si concentrano in due momenti: le preghiere ai piedi dell’altare e le fasi precedenti la Comunione, dunque i fedeli – sacerdote e laici – sono invitati ad invocare la Misericordia prima di accedere all’altare e prima di accedere alla Comunione; il sacerdote la impetra anche durante i riti offertoriali che preparano e introducono il centro del Divin Sacrificio. Interessante poi vedere come il tema non manchi nei culti più significativi, come quello per i fedeli defunti, né in una forma propria, che è l’esaltazione del Sacro Cuore di Cristo: se misericordia è avere a cuore il misero, tutto è detto e dato nel momento in cui l’umanità mantiene il coraggio di confessare la propria miseria, mentre accoglie il dono del Cuore per eccellenza, quello in cui anche il Padre si è compiaciuto (Tu es Filius meus dilectus; in te complacui mihi – Lc 3,22).

Più in generale possiamo muovere l’osservazione che l’intero rito nella [cosiddetta] Forma Extra-ordinaria risulta capace di esprimere intensamente il mistero della Misericordia divina, in quanto è sempre grandemente accentuato il tema della peccaminosità dei fedeli e la richiesta di soccorso. I numerosi gesti di penitenza – genuflessioni, inchini di vario grado, protratti silenzi – rimarcano tale intenzionalità. La differenziazione netta tra ruolo del christifidelis e ruolo del sacerdos intensifica l’impressione relativa al moto penitenziale dell’uomo che va incontro al suo Signore, non diversamente dalle icone scritturistiche in cui gli antichi profeti salivano scalzi verso il monte della presenza divina, portando con sé le richieste del popolo. In tale rito rimane chiaramente attestato il valore espiatorio del sacrificio – purtroppo grandemente sfumato nel contesto della [cosiddetta] Forma Ordinaria – e con esso la consapevolezza della colpevolezza umana e del relativo bisogno di ottenere un perdono. Il fatto che la Missa sia intessuta di testi scritturistici, elemento rinforzato dal fatto che il Rito della Messa e il Lezionario sono fusi in un unico testo (il Missale), crea un dinamico movimento in cui i sentimenti religiosi si arricchiscono e si bilanciano con sapienza, sì che i temi centrali del Peccato e della Salvezza non manchino mai, né perciò si insista stucchevolmente su di essi, rischiando forme opinabili di amartiocentrismo (rischio prevalente nella teologia classica) o di irenismo (rischio prevalente nella teologia nuova). In sintesi: la Misericordia si impone quale tema fondamentale che scandisce il rito antico e perenne, risulta teologicamente ben presentata, infine sostiene lo sviluppo del movimento annuale liturgico senza oscurarne i variegati temi del Temporale o del Santorale.

La pulizia teologica del concetto liturgico di misericordia si apprezza anche valutandone la studiata assenza. Presente nell’inno angelico del Gloria, la supplica non è presente nel Credo, in cui pure ci si inginocchia a riconoscere lo straordinario evento della incarnazione, estremo gesto del “Buon Samaritano” che si piega sulle nostre ferite umane. Essa soprattutto latita in tutta la lunga preghiera del Canone, ove lo stupore per la Grazia divina che scende a inebriare la Chiesa in tutte le sue membra – terrestri e celesti, vivi e defunti, santi e peccatori – non concede luogo che all’adorazione della Vittima, ammutolendo i sentimenti troppo umani di cui sopra. Annotiamo l’assenza anche nel Pater noster, a buon diritto, in quanto la piena relazione filiale esclude quel distacco intrinseco alle dinamiche della misericordia, per quanto del compimento di esse la figliolanza sia il frutto maturo e definitivo. Da ultimo le richieste di misericordia – fatta salva la preghiera del celebrante che si umilia davanti a Dio al termine dell’immenso Ufficio adempiuto – non ricorrono in tutte le fasi finali della cerimonia. I fedeli, purificati dall’Offerta divina, godono della Grazia e inneggiano alla loro rinascita non ex sanguinibus… sed ex Deo, in questo momento essi non sono più peccatori bisognosi di soccorso, bensì, a motivo della presenza sacramentale di Cristo nei loro cuori, sono figli della luce in opposizione alle tenebre del mondo (cfr. l’ultimo Vangelo). La misericordia dunque pertiene al peccatore, al misero lontano da Dio, il quale su di sé la invoca (Missa dei fedeli), dopo averla riconosciuta presente e rivelata al mondo (Missa dei catecumeni), sapendo di poter essere efficacemente restaurato da essa. Uomo e Dio, peccato e purificazione, merito e Grazia, cura e missione si alternano nel trascorrere della celebrazione: il fedele esce rinnovato dal rito, pronto per portare al mondo quanto egli ha ricevuto dalla Chiesa Madre.