venerdì 24 ottobre 2014

SE NON ORA, QUANDO?

Il Cardinal Kasper e tutti gli scherani di Bergoglio, mobilitati per il Sinodo sulla Famiglia, sono assolutamente logici e perfettamente coerenti con i princìpi sull'ecumenismo introdotti dal Concilio, nel proporre un nuovo approccio 'pastorale' al matrimonio. Con quel «compete alla Chiesa di riconoscere quei semi del Verbo sparsi oltre i suoi confini visibili e sacramentali» torna alla ribalta Gaudium et Spes, 22 [qui - qui] e gli elementi di ecclesialità che ci sarebbero anche al di fuori della Chiesa. È logico e consequenziale dunque passare dall’ecumenismo ecclesiale all’ecumenismo matrimoniale: ci sarebbero così, secondo loro, degli elementi del matrimonio cristiano al di fuori del sacramento. Viene infatti contemplata la possibilità, in analogia con quanto il Concilio ha fatto con le altre confessioni cristiane e addirittura con le religioni, di riconoscere «elementi positivi» anche nelle «forme imperfette» quali sono considerate il matrimonio civile o le convivenze. E tutto nella totale assenza di elementi oggettivi di valutazioni morali, mentre il non opporsi al male, ma adeguarsi ad esso rientra - secondo il nuovo linguaggio di legno - nelle nuove “scelte pastorali coraggiose” e nella loro conseguente virulenza rivoluzionaria, suscettibile di aprire ulteriori piste fino ad oggi impensabili.

Ed ora ciò ch'è in gioco è anche di più : l’omosessualità è considerata non come un peccato - tanto meno quello che grida vendetta al cospetto di Dio - o come una tendenza disordinata perché contraria alla legge naturale, se si riconosce nei rapporti che instaura una possibile tensione verso il bene, tale da esser passibile di accoglienza pastorale e di protezione giuridica. Ma, se si vogliono cogliere aspetti positivi in un'unione contro natura e se un peccato grave cessa di essere tale, come ricorda Roberto de Mattei:
è il concetto stesso di peccato che viene meno e riaffiora quella concezione luterana della misericordia che è stata anatemizzata dal Concilio di Trento. Nei canoni sulla giustificazione promulgati il 13 gennaio 1547 si legge: «Se qualcuno afferma che la fede che giustifica non è altro che la fiducia nella divina misericordia» (can. 12); «che Dio ha dato agli uomini Gesù Cristo come redentore in cui confidare e non anche come legislatore cui obbedire» (can. 21); «che non vi è alcun peccato mortale, se non quello della mancanza di fede» (can. 27), «sia anatema». [qui]
La confusione aumenta per quanto è rimbalzato sui media: il Sinodo mediatico fin da ora non è senza effetti presso molti sacerdoti modernisti che già ne applicano le aperture "pastorali" extra dottrina, mentre non mancano i fedeli sviati che le pretendono anche da sacerdoti ancora saldi nei principi perenni. Il disorientamento e l'incertezza sui futuri sviluppi, restando realisti sulle avvisaglie di quanto accaduto fin qui, regnano sovrani. La spaccatura, riconosciuta da molti, purtroppo è innegabile.

Ed è da non sottovalutare che, se è vero che il testo della relazione finale, parecchio emendato rispetto a quella post disceptationem, insieme a 470 “modi” (cioè le proposte di emendamento presentate), riporta anche i punti che non hanno ottenuto il via libera sinodale, si tratta di una vittoria di Pirro. Infatti su decisione di Bergoglio, la Relatio finale, nella versione attuale, sarà la base di partenza inviata alle conferenze nazionali in vista del 2015. Dunque tutto resta ancora sul tappeto. Anche ciò che non avrebbe dovuto neppure essere oggetto di discussione.

È tempo che i pastori non allineati finalmente parlino. Tutti. Il Papa si è già segnato a dito i dissidenti e abbiamo già visto con quali risultati (il cardinal Burke, ad esempio, insieme alle recenti improvvise nomine ad hoc per influenzare i lavori). Finché non partono le ulteriori epurazioni, qualunque pastore anche non direttamente coinvolto nell'Assise sinodale è bene che parli e sia presente quanto più possibile anche sui mezzi di comunicazione, per riparare i danni fin qui fatti dai messaggi mediatici di aperture 'pastorali' indiscriminate ormai diffusi urbi et orbi, e affinché il maggior numero possibile di persone, ab intra e ad extra, sia meglio consapevole su questo pontificato e sulle derive verso cui sta portando la Chiesa. 

Come non considerare tutto questo se non l'opera di demolizione delle ultime vestigia della dottrina cattolica in campo morale e sacramentale che si sta proponendo come conseguenza e logica estensione delle famigerate 'novità' del Vaticano II?

Sono infatti i frutti del conciliarismo quelli riconoscibili nelle attuali voragini che il bergoglismo sta aprendo grazie alle fessure determinate dalle ambiguità di fatto applicate come eccezioni assurte a regole. E così la prassi ha oltrepassato la dottrina, de facto (il de iure è scomparso1) imponendone una nuova e il papa attuale può permettersi di disprezzare la Tradizione e anche la "Roma perenne" e perfino la sua Liturgia [qui]. E questo configura una distanza abissale con tutti i precedenti pontificati post-conciliari, che pure alcune derive hanno veicolato (riforma liturgica selvaggia; Assisi e Alleanze parallele con i fratelli maggiori; la riabilitazione di Lutero...). Ma oggi siamo al redde rationem: pentecostalismo gioachimita, disprezzo della ragione e della sana teologia, sociologismo, TdL, liberalizzazione della sodomia, accoglienza del peccato e dell'errore codificata in luogo dell'accoglienza del peccatore (pentito o indotto al pentimento) e dell'errante (corretto e istruito).

Il Sinodo è stata l'occasione per la caduta di molte maschere e per poter riconoscere residui aneliti di fedeltà. Piuttosto, se questi non si concretizzano in azioni efficaci prima delle purghe già in atto e della predisposizione delle prevedibili ulteriori mosse manipolatorie, forse il danno potrà essere irreversibile o per lo meno sanabile a ben più caro prezzo.
Del resto non si può sostenere, come tentano alcuni, che il papa sia super partes. Lo stesso Sandro Magister, uno degli osservatori più attenti ed obbiettivi, proprio oggi afferma [qui].
Non è vero che Francesco sia stato zitto, nelle due settimane del sinodo. Nelle omelie mattutine a Santa Marta martellava ogni giorno gli zelanti della tradizione, quelli che caricano sugli uomini fardelli insopportabili, quelli che hanno solo certezze e nessun dubbio, gli stessi contro cui si è scagliato nel discorso di congedo con i padri sinodali. [...] papa Francesco e i suoi luogotenenti, da Forte a Spadaro all'arcivescovo argentino Víctor Manuel Fernández, hanno centrato l'obiettivo di far entrare questo tema esplosivo nell'agenda della Chiesa cattolica, ai suoi più alti livelli. Il seguito si vedrà.
Perché la rivoluzione di Bergoglio procede così, "a lunga scadenza, senza l'ossessione dei risultati immediati". Perché "l'importante è iniziare i processi più che possedere spazi". Parole della "Evangelii gaudium", programma del suo pontificato.
Non posso dunque non rilanciare qui quanto già sostenuto e ribadire l'invito alla parresìa da parte dei pastori, che non mancheranno di essere sostenuti dalla parte sana del gregge, per quanto pussillus possa essere. La dottrina è immutabile e la prassi no, ma anche la prassi pastorale non deve contraddire la dottrina, altrimenti ne mette inesorabilmente in campo un'altra sotto mentite spoglie. 
Ora la 'tesi Kasper' - cui si sono aggiunte e vanno aggiungendosi altre voci rivoluzionarie - che il papa stesso ha lanciato nell'arena per dar inizio alla battaglia dei gladiatori porporati, contraddice in pieno la dottrina. L'unico atteggiamento coerente per un cardinale o un vescovo è quello di condannare apertamente e fin d'ora, senza ulteriori indugi, sia la tesi Kasper sia - e soprattutto - il tentativo inaudito di Francesco di sottoporre a discussione ciò che non può esserlo, pena la perdita immediata della Fede cattolica. È adesso, hic et nunc, che i difensori della Fede devono intervenire, pubblicamente, e magari con un vero e proprio libellus accusationis

SE NON ORA, QUANDO?
Maria Guarini
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1. Persino il soffocamento della Tradizione avviene attraverso provvedimenti d'autorità e non secondo diritto (vedi casi FI e Ciudad del Este), senza motivazioni esplicite o con espedienti pretestuosi.
Ho approfondito [qui], nell'esaminare il Concilio virtuale quello reale e l'ermeneutica taroccata (ovviamente lo stesso dicasi per il Sinodo, reale e virtuale, et alia), di come il confronto sia vanificato perché gli interlocutori (chi ama la tradizione e i novatori) usano griglie di lettura della realtà diverse: il concilio, cambiando il linguaggio [qui], ha cambiato anche i parametri di approccio alla realtà. E capita di parlare della stessa cosa alla quale, tuttavia, si danno significati diversi. Tra l'altro la caratteristica principale dei gerarchi attuali è l'uso di affermazioni apodittiche, senza mai prendersi la briga di dimostrarle o con affermazioni monche e sofiste. Ma di dimostrazioni non hanno neppure bisogno, perché il nuovo approccio e il nuovo linguaggio hanno sovvertito tutto ab origine. E il non dimostrato dell'anomala pastoralità priva di principi teologici definiti è proprio ciò che ci toglie la materia prima del contendere. È l'avanzata del fluido cangiante dissolutore informe, in luogo del costrutto chiaro, inequivo  cabile, definitorio, veritativo, Occorre l'incandescente, perenne, feconda (altro che museale!) saldezza del dogma per non affondare nei liquami e nelle sabbie mobili del neo-magistero storicista transeunte.

E.M Radaelli. NON SOLO SEDEVACANTISTI.

Riprendo il testo che segue da Aurea Domus - Metafisica e teologia cattolica, il sito di Enrico Maria Radaelli.

25-6-14. - È noto che i sedevacantisti non ammettono distinzioni di grado nel magistero: tutto il magistero del Papa, in quanto locutio papale, sembra che per loro non possa che essere infallibile. Questa è la premessa che infatti è loro indispensabile per sostenere che il Papa, questo Papa, è eretico: egli si esprime procedendo di errore in errore in interviste, allocuzioni, encicliche, esortazioni e sermoni, sicché la sua posizione reiteratamente fallace, in un magistero che dovrebbe invece fare indefettibile testo in ogni occasione, è del tutto evidente.

Questa premessa parrebbe poco generosa nei confronti del sedevacantismo, ma sono essi i primi ad affermare che Papa Bergoglio non è Papa proprio perché con i suoi insegnamenti sta attivamente operando per distruggere la Chiesa.
Ora, che stia effettivamente lavorando per distruggere la Chiesa è cosa verosimile e accertata, come dimostro anch’io nel mio La Chiesa ribaltata [qui], steso appositamente per rilevare tali fatti incresciosi con la massima forza possibile, ma ciò non significa che per questo egli non sia più da riconoscersi come Pietro, come Papa, come Pastore supremo della Chiesa: le due cose non sono affatto legate da relazione causa-effetto, cioè dalla logica, se non fosse appunto per la convinzione che gli insegnamenti considerati siano verità infallibili, la qual cosa porterebbe al sillogismo: un Papa pronuncia solo insegnamenti infallibili, non può errare; Papa Bergoglio enuncia chiare e manifeste falsità; dunque Papa Bergoglio non è Papa.

giovedì 23 ottobre 2014

Benedetto XVI agli studenti della Pontificia Università Urbaniana 21 ottobre 2014. «La verità della religione e la vera religione»

Non faccio commenti. Vi faccio solo notare che dopo la notizia ripresa da kath.net è un messaggio scritto di pugno da parte del Papa emerito Benedetto XVI per l’intitolazione dell’Aula Magna ristrutturata della Pontificia Università Urbaniana, il 21 ottobre 2014 [qui].
Benedetto XVI: L’uomo diventa più piccolo, non più grande, quando non c’è più spazio per un ethos che, in base alla sua autentica natura, rinvia oltre il pragmatismo, quando non c’è più spazio per lo sguardo rivolto a Dio. Di Armin Schwibach.
Ora mi limito a condividere. Va letto con molta attenzione. Ne riparleremo.

Roma (kath.net/as) “Un gesto di gratitudine per quanto ha fatto per la Chiesa in qualità di perito conciliare, con il suo insegnamento di docente, come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e, infine, con il suo prezioso magistero”: con questa motivazione la Pontificia Università Urbaniana ha voluto dedicare la propria aula magna a Benedetto XVI. La cerimonia si è svolta il 21 ottobre 2014 in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’ateneo. Ha partecipato l’arcivescovo Georg Gänswein, prefetto della Casa Pontificia, che ha dato lettura di un messaggio scritto per l’occasione dal Papa emerito, del quale il presule è segretario particolare. 
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Messaggio del Papa emerito Benedetto XVI
per l’intitolazione dell’Aula Magna ristrutturata
Pontificia Università Urbaniana, 21 ottobre 2014

Vorrei in primo luogo esprimere il mio più cordiale ringraziamento al Rettore Magnifico e alle autorità accademiche della Pontificia Università Urbaniana, agli Ufficiali Maggiori e ai Rappresentanti degli Studenti, per la loro proposta di intitolare al mio nome l’Aula Magna ristrutturata. Vorrei ringraziare in modo del tutto particolare il Gran Cancelliere dell’Università, il Cardinale Fernando Filoni, per avere accolto questa iniziativa. È motivo di grande gioia per me poter essere così sempre presente al lavoro della Pontificia Università Urbaniana.

Duri rilievi del vescovo Aillet sul Sinodo

Riprendo da MiL questa notizia che segnala un'altra voce di un vescovo non tradizionalista ma fedele al Depositum fidei cui il Sinodo sulla famiglia clamorosamente attenta. Si tratta di Mons. Marc Aillet, vescovo di Bayonne. Affermazioni, le sue, che gli fanno onore e che corrispondono al sensus fidelium di molti credenti ancora non sviati dalle derive conciliariste.
Fonte: Riposte catholique [qui]:

 - Cosa ce ne pensa del Sinodo?
 Vorrei iniziare con un aspetto negativo. Una relazione del Sinodo, piuttosto che restare uno strumento interno per guidare la riflessione dei gruppi di lavoro, è stata inopportunamente rilasciata a metà del percorso. Le sue formule, pur se potevano essere generose, erano pericolose e piene di ambiguità. Hanno logicamente prestato il fianco ad un incendio dei media che hanno creduto che la Chiesa ammettesse le coppie dello stesso sesso e l'accesso ai sacramenti ai divorziati risposati. Ognuno si è creduto obbligato a lanciare la sua strofetta sul tema. Ora sarà difficile recuperare questo pasticcio nell'opinione pubblica.

- Lei è severo con i media ...
Io sono severo con il grano da macinare regalato ai media. Si è dato a persone che mal comprendono la Chiesa, che si basano sul solo criterio dell'evoluzione dei costumi, un testo incompiuto che esse hanno preso per moneta sonante. Le lobbies hanno fatto pressione, pesato sulle nostre riflessioni e messo l'accento su due aspetti propri della cultura più che altro occidentale, edonistica e individualistica: i divorziati risposati e l'unione di persone dello stesso sesso.

Il Sinodo conciliarista secondo un nostro sacerdote, realista e cattolico....

Cara Mic, vorrei condividere il tuo ottimismo, ma, purtroppo, non ci riesco. Dopo aver assistito, in silenzio, a questo terrificante Sinodo, non riesco proprio a convincermi che ci siano "pecche" che possano essere sanate. E per me è impossibile fare un passo indietro dall'assolutizzazione della pastorale per il semplice motivo che il Concilio stesso ha assolutizzato la pastorale incominciando a devastare la dottrina. Senza affrontare il tema dei decreti sulla nuova concezione dell'ecumenismo è sufficiente ricordare come cambiando un termine si è cambiato tutto il dogma sulla Chiesa. La Chiesa di Cristo non è più la Chiesa cattolica ma "sussiste" nella Chiesa cattolica. Improvvisamente, grazie a questo geniale cambiamento di termine (geniale per i novatori, ovviamente!) la Chiesa di Cristo la troviamo anche nelle altre confessioni cristiane, o addirittura (seguendo giustamente il ragionamento del "sussiste") nelle altre religioni dove, secondo il Concilio, non possono mancare semi di santità.1

mercoledì 22 ottobre 2014

L'epurazione continua. Mons. Mario Oliveri, Vescovo di Albenga-Imperia esautorato

Aggiornamento 23 ottobre: I sacerdoti liguri legati alla tradizione suggeriscono prudenza nel trattare della questione di Monsignor Oliveri. E do' loro voce pubblicando la comunicazione che segue:
La notizia dell'esautorazione è comparsa sul secolo XIX, testata giornalistica profondamente legata alla massoneria che porta avanti da anni una battaglia di diffamazione contro il Vescovo. Non potendo attaccare personalmente monsignor Oliveri, che oltre ad essere uomo di provata dottrina, è moralmente ineccepibile e vive una vita ritirata e sobria, attaccano le sue scelte liturgiche e il suo governo, soprattutto per quanto attiene le ordinazioni sacerdotali e l'accoglienza di seminaristi di fuori. Ammesso e non concesso che alcuni soggetti accolti da monsignor Oliveri possano aver dato adito ad alcune critiche, i veri problemi sorgono dal clero autoctono che nella quasi totalità (anche se in vero non conta più di un quarto del presbiterio) è postsessantottino arrabbiato e, per quanto concerne la morale, non sempre specchiato. Tra questi esiste una vera fronda che, appoggiandosi alla stampa laicista, porta avanti una critica radicale a Oliveri, nell'intento dichiarato di farlo dimettere.
Detto questo, circa la questione dell'esautorazione, Monsignor Oliveri confidenzialmente interpellato si dice sereno e ignaro di tale possibilità.
Il nostro sospetto, dunque, è che si tratti dell'ennesima fronda volta ad attirare l'attenzione romana sul caso Oliveri; in altre parole temiamo che la pubblicizzazione di questa notizia possa invogliare effettivamente Roma a muoversi in tal senso. Certamente Oliveri non è un vescovo allineato, secondo il nuovo corso; è quindi realmente vulnerabile.
Il nostro suggerimento è di non dare ascolto e seguito a tali indiscrezioni, a meno che non derivino da fonti privatissime della curia romana, cioè dei diretti interessati.
Dal canto mio aggiungo che Mons. Oliveri, che conosco per la sua sobria e prudente riservatezza, interpellato a controbattere le voci che purtroppo vengono fatte circolare anche al di fuori della diocesi, si affida e prosegue per la sua strada, fiducioso, senza voler alimentare lo scalpore. Che dire? Rispettiamo la sua scelta e attendiamo pregando. Credo sia bene tuttavia che si prenda atto dei sentimenti e dell'indignazione di molti fedeli di fronte a possibili strumentalizzazioni del caso.

Una lettrice ligure ha lanciato l'allarme e ci ha spinti alla ricerca. Effettivamente leggiamo su Il Secolo XIX di oggi [qui] che a giorni Mons. Mario Oliveri sarà affiancato da un vescovo ausiliario, che ufficialmente lo sosterrà ma di fatto ne prenderà il posto. Per farvi conoscere chi è Mons. Mario Oliveri Vescovo di Albenga-Imperia, vi invito a leggere gli stralci riportati di seguito alla scarna notizia di cui ho ripreso la prima parte dal quotidiano.
Appena possibile, metterò a disposizione altri suoi illuminanti scritti. Le analogie col caso Livieres di Ciudad del Este [qui] sono evidenti. Credo che la Tradizione sia inesorabilmente messa all'angolo. E trovo allarmante che ciò stia accadendo anche nei confronti di altre sue voci autorevoli. Ad esempio il Card. Burke. Lo stesso card. Müller, peraltro più conservatore che tradizionalista, sta per subire la stessa sorte.
Savona - Un commissario per la diocesi più chiacchierata d’Italia [incredibile, per chi conosce la verità. È di sicuro questione di 'fronda' ostile, La personale integrità di Mons. Oliveri non potrà mai essere messa in discussione]. A giorni Mario Oliveri sarà affiancato da un vescovo ausiliario, che ufficialmente lo sosterrà ma di fatto ne prenderà il posto.
È stato il Papa a decidere: prima ha vagliato i dossier che gli sono stati inviati da fedeli e sacerdoti del ponente ligure, quindi ha inviato ad Albenga il nunzio apostolico Adriano Bernardini.
Tra Francesco e Bernardini non c’è particolare amicizia, mentre il nunzio è stato compagno di seminario di Oliveri: ma la sua relazione non è stata positiva.
Al vescovo (che potrebbe restare come emerito) si rimprovera un reclutamento del clero frettoloso, con un’eccessiva carità cristiana di fronte a seminaristi espulsi, personaggi bizzarri e lestofanti conclamati.

Così lo presento tra le "vigili sentinelle" nel mio testo La Chiesa e la sua continuità. Ermeneutica e istanza dogmatica dopo il Vaticano II, Editrice DEUI, Rieti 2012, pag. 2401.

Mons. Mario Oliveri Vescovo di Albenga-imperia, nella Prefazione al libro di Mons. Brunero Gherardini Il Concilio Vaticano II. Un discorso da fare, concludendo nell’unirsi alla supplica finale, scrive (i corsivi sono nel testo originale):
«Il filo conduttore di tutti i suoi scritti è sempre quello che mette in logico e - direi - ferreo collegamento verità rivelata e verità meditata dall’umano intelletto illuminato dalla fede sostenuto dalla teologia dei Padri della chiesa, sistematizzata dalla grande teologia scolastica, tramandatasi per secoli; sorretto dall’insegnamento del Magistero della chiesa, che mai può essere in contraddizione con se stesso, che solo può avere uno sviluppo così omogeneo da non dire mai nova, ma tutt’al più nove (secondo la terminologia del “Commonitorium” di san Vincenzo di Lerino).
Mi accorgo che con queste espressioni mi riferisco ad una concezione filosofica e quindi anche teologica (nella misura in cui si dà attenzione alla verità rivelata) che riconosce all’umano intelletto il suo vero valore e la sua vera natura, così da considerarlo capace di raggiungere e di aderire ad una verità che è immutabile, come immutabile è l’essere di tutte le cose, perché dall’essere Assoluto, da colui che è, trae per creazione la sua natura. Ma l’intelletto non crea la verità, poiché non crea l’essere: l’intelletto conosce la verità, quando conosce il ciò che è delle cose.
Al di fuori di una tale visione, al di fuori di una tale Filosofia, qualsiasi discorso sulla immutabilità della verità e sulla continuità di adesione dell’intelletto alla stessa identica verità non terrebbe più, non avrebbe più alcuna sostenibilità. non resterebbe che accettare una mutabilità continua di ciò che l’intelletto elabora, esprime e crea.
Anche un discorso sullo sviluppo omogeneo del dogma, o dell’insegnamento della chiesa attraverso i secoli, nel fluire del tempo e della storia, non potrebbe più farsi con la possibilità che sia compreso, proposto ed accolto. ci si dovrebbe arrendere ad un continuum fieri sul piano di una “verità” non più conosciuta e riconosciuta dall’intelletto, ma da questo elaborata in base a ciò che appare e non a ciò che è».

Lettere ad Avvenire sulla "santità dei conviventi"

Il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana si sforza ancora una volta di blandire il mondo. Pubblichiamo qui, come spunto per un dibattito ed evidenziando qualche punto, le lettere che alcuni amici, giovani cattolici fidanzati o sposati, hanno inviato ad Avvenire, a testimonianza dell'applicazione della Dottrina della Chiesa nella loro vita quotidiana.


Esprimo tutto il mio sconcerto e la mia ira nei confronti di questo articolo da voi pubblicato:

www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/Spunti-di-santit-nei-conviventi--Noi-ne-incontriamo-ogni-giorno-.aspx

Sono un giovane Cristiano Cattolico che sta compiendo un cammino al matrimonio cristiano, con l'aiuto di amici e di un ottimo sacerdote cattolico. Trovo questo vostro articolo insultante per tutti quelli che fanno la scelta da persone adulte di non convivere e arrivare castamente a contrarre il matrimonio sacramentale.

L'ecclesiologia storicista di Hans Küng

Il teologo svizzero Hans Küng, nella sua lunga vicenda umana e intellettuale, non ha mai dismesso il suo “abito di scena”, che è quello del “cattivo maestro” in polemica con il magistero autentico della Chiesa cattolica. I suoi temi prediletti sono quelli che ieri venivano riproposti dall’arcivescovo di Milano, cardinale Carlo Maria Martini, e oggi vengono volgarizzati dalla letteratura pseudo-profetica di Enzo Bianchi. Sono la riforma della Chiesa, l’abolizione del primato pontificio, una “nuova” morale indirizzata ad attuare la “rivoluzione sessuale” sessantottina — di stampo freudiano-marxista —, la concessione del sacerdozio alle donne, l’eutanasia. Ultimamente Küng, ammalato di Parkinson, è giunto ad annunciare l’intenzione di ricorrere egli stesso al suicidio assistito, a imitazione del cardinal Martini.

La carriera di Küng inizia negli anni Sessanta con interventi significativi nella fase preparatoria del Concilio. Con l’andar del tempo, le sue posizioni di aperta contestazione hanno trovato sempre più spazio sui giornali, con articoli o con interviste mirate su questo o su quel tema, conquistando cosi una significativa notorietà non solo dentro i circoli teologici, ma anche presso il grande pubblico. Uno degli snodi della sua battaglia polemica e stata ed è la virulenta contestazione dell’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI: l’ideale sacramentale — e perciò certamente divino, ma proprio per questo misterioso — della famiglia e della procreazione cristiane viene ridotto da Küng a restaurazione medievale, fino ad accusare il documento paolino e le successive affermazioni dei pontefici sul tema, «la causa principale della diffusione dell’Aids nel mondo».

martedì 21 ottobre 2014

Ecco un esempio concreto di “scelta pastorale coraggiosa” in sintonia con le derive sinodali

De diversis malignis cogitationibus

Un caso segnalato dal blog Eponymous flower [qui]. (Vedi immagine a lato del bollettino quotidiano, dove il Santuario promuove il "Gay Pride Parade").

Si tratta dell'ennesima prova di acquisizione 'pastorale' di una deviazione dottrinale. In questo caso di una tendenza disordinata in nome della misericordia, al di là delle approvazioni o meno delle proposizioni sinodali e in virtù del magistero liquido mediatico che ha preso il sopravvento sulle forme ordinarie di trasmissione della fede e dei comportamenti in ambito ecclesiale. Viene così dimostrata l'efficacia immediata e pratica dei 'messaggi' recepiti dalla massa; ma anche a partire dai vescovi.

Il tragico della questione è che l'Arcivescovo Wilton Daniel Gregory, ex presidente della UCCB e attuale arcivescovo di Atlanta, ha autorizzato l'uso del Santuario dell'Immacolata Concezione e il sostegno per la partecipazione nella secolare Gay Pride Parade. L'evento ha avuto luogo il 14 ottobre e il Santuario è elencato tra gli sponsor.

Ormai l'assuefazione è tale che non risulta alcuna azione da parte dei laici di Atlanta, mentre una ricerca sommaria su internet non mostra preoccupazione per questo evento. Ma la gravità del fatto sta proprio nel coinvolgimento della Chiesa locale che arriva a promuovere certe nefandezze.

Si tratta della prima chiesa costruita in Atlanta, indicata come santuario nel 1954.

Una chiesa (e un sinodo) che fa tremare pensando al momento del “Roma locuta”.

Grati ad Alessandro Gnocchi, che ci mette a disposizione il suo ultimo testo su Il Foglio. Con lui sempre in piena sintonia di mente e di cuore.

 Sarà pure il sinodo a essere “mala bestia” pari al senato della Roma d’un tempo. In ogni caso, quanto a dottrina cattolica, riesce difficile dare etichetta di “boni viri” a un buon numero di padri sinodali, come Cicerone poteva fare invece con i suoi senatori. Non sono “boni” quei “viri” sinodali che, riuniti per parlare della famiglia, hanno pensato, scritto e proclamato al mondo, gaudium magnum, tutta la virulenza rivoluzionaria dell’ormai celebre “Relatio post disceptationem”. Comunque ora la “Relatio” venga emendata, attenuata, purificata, rimane il fatto che vescovi e cardinali di Santa Romana Chiesa abbiano potuto mettere nero su bianco un programma di desistenza alle voglie del mondo capace di sorprendere persino la stampa volterriana e quella cattolaicista.

Prima o poi, doveva venire in superficie quello scisma sommerso di cui tanti bravi cattolici, per amore della chiesa, stentavano ancora a parlare. La spericolata operazione dei presunti “boni viri” sinodali ha quanto meno il pregio involontario di fare chiarezza. Se, in un’assemblea come il Sinodo sulla famiglia, alla presenza del papa, vengono prodotti documenti in cui si certificano semi di santificazione in ogni genere di peccato in materia sessuale, sorge il fondato sospetto che le chiese radunate in quella santa assise siano almeno due. Passati per le maglie magari un po’ strette dell’evangelico “sì sì, no no”, tesi, argomentazioni e programmi si mostrano sempre per quello che sono, cattolici o non cattolici, compatibili o incompatibili con il deposito della fede.