M. Guarini, Modifica della “Dottrina della sostituzione” della Sinagoga con la Chiesa in “dottrina delle due salvezze parallele”

[Dal Cap.IV, 8 del Libro: Maria Guarini, La Chiesa e la sua continuità. Ermeneutica e istanza dogmatica dopo il Vaticano II, Ed DEUI, pag. 240, Euro 21, 2012 - Chi ancora non lo trovasse in libreria, può richiederlo all'autrice maria.guarini@gmail.com - Indice consultabile qui]
Modifica della “Dottrina della sostituzione” della Sinagoga
con la Chiesa in “dottrina delle due salvezze parallele”

In questo capitolo vengono presi in esame i più recenti sviluppi del dialogo ebraico-cristiano, e la questione dell’avvenuta mutazione della “sostituzione” con le “salvezze parallele”, in riferimento alla più che significativa visita del Papa in Sinagoga il 17 gennaio 2010 ed al ‘succo’ estratto dalle parole che vi sono state pronunciate sia da Papa Benedetto XVI che da Rav Riccardo Di Segni nonché ai più recenti eventi susseguitisi.

Identità etnica di Israele, identità spirituale del Cristianesimo

Nel corso della visita del Papa al Tempio Maggiore di Roma, è stata fatta da parte del Rabbino Capo di Roma Riccardo di Segni una lezione di esegesi su “Israele-Popolo-Terra”.

Nella coscienza ebraica, ha detto Di Segni, è « fondamentale e irrinunciabile » ricordare che la terrasanta «è la terra di Israele» con «la promessa fatta ripetutamente dal Signore ai nostri patriarchi di darla ai loro discendenti». Una promessa, ha detto il rabbino, che « si basa sulla Bibbia » che per cattolici ed ebrei ha, « pur nelle differenti letture, un significato sacro ». Il Papa, evidentemente in ragione dell'impronta 'diplomatica' data all'evento, non ha replicato nulla – come anche a braccio non gli manca di fare in molte occasioni – nonostante i suoi scritti dimostrino che egli abbia idee molto chiare al riguardo. In ogni caso occorre non esagerare con il nazionalismo e le ristrette vedute d’Israele. In realtà, l’Antico Testamento testimonia anche d’un suo ben pronunciato universalismo, d’una sua vocazione in tal senso, come dimostra lo stesso card. Ratzinger nello scritto seguente:
«Il cristianesimo era quella forma di giudaismo[1] ampliata fino ad attingere l’universalità, nella quale ora veniva pienamente donato quanto l’Antico Testamento fino ad allora non era stato in grado di dare. La fede di Israele presentata nella ‘Septuaginta’ mostrava l’accordo tra Dio e il mondo, tra ragione e mistero. Essa dava direttive morali, ma mancava di qualcosa: il Dio universale era comunque legato a un determinato popolo; la morale universale era legata a forme di vita molto particolari, che fuori di Israele non si potevano affatto praticare; il culto spirituale era pur sempre vincolato ai rituali del Tempio che certo si potevano interpretare simbolicamente, ma in fondo erano superati dalla critica profetica e non potevano essere fatti propri da parte di animi in ricerca. Un non ebreo poteva trovare posto soltanto ai margini di questa religione, rimanere ‘proselito’, poiché l’appartenenza piena era legata alla discendenza carnale da Abramo, a una etnia. Rimaneva il dilemma se era necessario, e in quale misura, l’elemento specifico giudaico per poter servire rettamente questo Dio e a chi spettasse tracciare il confine tra quanto era irrinunciabile e quanto invece era storicamente accidentale o superato. Una piena universalità non era possibile, poiché non era possibile un’appartenenza piena. A questo livello è stato il cristianesimo a praticare per primo una breccia, ad ‘abbattere il muro’ (Ef 2,14) in un triplice senso: i legami di sangue con il capostipite non sono più necessari, poiché è il legame con Gesù a determinare la piena appartenenza, la vera parentela. Ognuno può ora appartenere totalmente a questo Dio, tutti gli uomini sono in grado e sono autorizzati a divenire suo popolo. Gli ordinamenti giuridici e morali particolari non obbligano più, essi sono divenuti un precedente storico, poiché nella persona di Gesù Cristo tutto è ricapitolato e chi lo segue porta in sé e adempie l’intera essenza della legge. Il culto antico non è più in vigore, è stato abrogato con l’offerta di sé che Gesù ha fatto a Dio e agli uomini. E’ essa ora il vero sacrificio, il culto spirituale, in cui Dio e l’uomo si abbracciano e vengono riconciliati; e la Cena del Signore, l’Eucarestia, ne risulta la reale e certa garanzia sempre presente» (J. Ratzinger, «Fede, Verità, Tolleranza - Il Cristianesimo e le religioni del mondo», Cantagalli, Siena, 2005)
Il Card Ratzinger, oggi Benedetto XVI, spiega che l'universalismo, non esclusivista né etnocentrico ma teologale, già presente nel Vecchio Testamento (Israele testimone davanti a tutti i popoli), è diventato esplicito e si è compiuto solo con l’autentica esegesi che Gesù Cristo ha rivelato e realizzato. Ed è questa la risposta cristiana all’esegesi rabbinica, tuttora esclusivista ed etnocentrica, espressa ed enfatizzata dall’ebraismo talmudico. L’identificazione tribale tra “Dio - terra - popolo” è stata ormai superata da duemila anni. E volerla ripristinare significa non camminare con la Storia della Salvezza portata a compimento dal Signore Gesù; il che non significa annullamento ma naturale completamento nel senso di superamento e anche oltrepassamento. Proprio in questo senso possiamo definire arcaica, cioè mitica, la pretesa sionista per ciò che essa attualmente produce. Forse sono parole ‘contro corrente’ rispetto alla cultura imperante, ma in esse non manca il Logos e servono per chiamare le cose col loro nome. Ne consegue il riconoscimento di Israele come Stato e Nazione, ma senza alcuna valenza ‘messianica’.

Impropria attribuzione di portata teologica alla shoah. Non è un 'luogo' teologico né un dogma di fede.

Non può restare senza conseguenze asserire come ha fatto il Papa nel suo discorso, che “la shoah segna il vertice del cammino dell’odio”[2], che voleva uccidere Dio [parole pronunciate ad Auschwitz]. Occorre invece respingere la tendenza odierna – che va generalizzandosi sempre di più – di conferire portata teologica e “neo-dogmatica” ad un fatto storico come la shoah quale “nuovo Olocausto”, che sembra addirittura aver rimpiazzato quello di Cristo. Infatti, per la Fede cattolica l’odio di satana ha mosso degli uomini (Sinedrio e popolo ebraico ad esso sottomesso con la connivenza dei dominatori Romani) ad uccidere Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, nella sua natura umana. Questo è il vero vertice dell’odio contro Dio, che i veri cristiani, figli del perdono, non prendono a pretesto per demonizzare nessun uomo e nessun popolo – nella specie quello ebraico – né di ieri né di oggi né di domani. La shoah è un terribile fatto storico; non è né un “luogo teologico” - che, nella metodologia di Melchior Cano, è un criterio di prova teologica - né un dogma di fede, perché i dogmi di fede hanno per oggetto esclusivamente verità rivelate. Nessun cristiano è quindi tenuto ad enfatizzazioni fuorvianti o al reiterato prodursi di poco dignitose prostrazioni, fermi restando l'orrore e la condanna per l'accaduto.

L'appartenenza alla Chiesa non può essere condizionata dall'accettazione o meno di un fatto storico, che non è, non può e non deve diventare un dogma di fede!

Si tratta di un'appartenenza che in ogni caso non riguarda il popolo ebraico che è interessato al dialogo e non certo all'assimilazione; rischio che invece correrebbe la Chiesa se continuasse il processo di giudaizzazione innescato da tempo e di cui, ad esempio, tra le realtà ecclesiali emergenti, il cammino neocatecumenale è una ‘punta’ avanzata; il che risulta evidente nell’uso smodato di suggestioni veterotestamentarie e cabalistiche e simboli ebraici. Un esempio fra molti: la hannukkiàh sulla ‘mensa’ – anziché Altare – al posto della Croce![3]

Tra i vari compiti che il concilio si poneva di fronte alla modernità, nel famoso discorso del 22 dicembre 2005, il Papa enumera: « In particolare, di fronte ai recenti crimini del regime nazionalsocialista e, in genere, in uno sguardo retrospettivo su una lunga storia difficile, bisognava valutare e definire in modo nuovo il rapporto tra la Chiesa e la fede di Israele ». Ebbene, i crimini del regime nazionalsocialista dipendono dal fatto che questo non era altro che una ideologia pagana intrisa di esoterismo noir e, comunque, che commistione può esserci tra fatti storici deprecabili da cui giustamente prendere le distanze e un nuovo rapporto tra fedi? La Fede cristiana e quella d'Israele hanno una unica radice ma, mentre il ramo innestato vigoreggia per la linfa che gli viene dalla Radice prima e ultima, cioè Cristo Signore, il ceppo originario si è imbastardito, anche se, come afferma Paolo, alla fine dei tempi rientrerà. Cito dalla lettera ai Romani 11, 17-18; 25-28: «Se è santa la radice, lo saranno anche i rami. Se però alcuni rami sono stati tagliati e tu, essendo oleastro, sei stato innestato al loro posto, diventando così partecipe della radice e della linfa dell'olivo, non menar tanto vanto contro i rami!» e «Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l'indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato : Da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà le empietà da Giacobbe...». E dunque quel che abbiamo affermato finora è scritto a chiare lettere nel vangelo: nessuna demonizzazione degli ebrei, ma nemmeno confusione di identità, in attesa della soluzione finale, quella voluta da Dio!

Derive sincretiste e moderniste e processo di giudaizzazione presenti nella Chiesa 

La Liturgia, fonte e culmine della Fede, è seriamente toccata dalla riforma post-conciliare che ha aperto innovazioni - "fabbricate a tavolino" secondo quanto osservato dallo stesso card. Ratzinger - spesso affidate ad una arbitraria creatività impensabile in un Rito sacro e solenne come quello Romano antiquior. Il punto più rimarchevole di derive desacralizzanti e persino sincretistiche è riscontrabile nel particolare Rito neocatecumenale [vedi - ed anche]. Dove viene espunta la Presenza Reale del Signore in una celebrazione che non è più il Sacrificio eucaristico che riattualizza il Sacrificio di Cristo, ma solo una festa assembleare che 'commemora' la Cena con la commistione del ricordo dell'uscita dall'Egitto, non è forse già entrato l'abominio della desolazione, come tra l'altro ricorda Giovanni Paolo II nella Dominicae Cenae?: « Il mistero eucaristico, disgiunto dalla propria natura sacrificale e sacramentale, cessa semplicemente di essere tale. Esso non ammette alcuna imitazione «profana» che diventerebbe assai facilmente (se non addirittura di regola) una profanazione ».
Oltretutto, negli insegnamenti e nelle prassi soprattutto ai livelli più avanzati nonché nell'uso di simboli ebraici, si assiste alla progressiva giudaizzazione del cristianesimo, molto presente ed arbitrariamente attribuita ad un sedicente spirito-del-concilio, che assume anche connotati neo-protestanti.

Del processo di giudaizzazione presente nella Chiesa è riprova un recente articolo a firma di Marco Morselli “L'ebraismo e i diritti culturali”[4] ove egli afferma, tra l'altro: « Non vi è una Nuova Alleanza che si contrapponga a una Vecchia Alleanza, non vi è neppure un’unica Alleanza Vecchio-Nuova che costringerebbe gli ebrei a farsi cristiani o i cristiani a farsi ebrei. Vi è un’unica Torah eterna che contiene molte Alleanze, i molti modi in cui il Santo, benedetto Egli sia, rivela il suo amore per gli uomini e indica le vie per giungere all’incontro con Lui », salvo che loro restano “il popolo dell'Alleanza” e noi i goym... Nella conclusione, Morselli cita Elia Benamozegh, il grande rabbino livornese che in un’opera postuma pubblicata a Parigi nel 1914 scriveva: « La riconciliazione sognata dai primi cristiani come una delle condizioni della Parusia, o avvento finale di Gesù, il ritorno degli ebrei nel seno della Chiesa, senza di cui le diverse confessioni cristiane sono concordi nel riconoscere che l’opera della redenzione rimane incompleta, questo ritorno si effettuerà non come lo si è atteso, ma nel solo modo serio, logico e durevole, e soprattutto nel solo modo proficuo al genere umano. Sarà la riunione dell’ebraismo e delle religioni che ne sono derivate, e, secondo la parola dell’ultimo dei profeti, il sigillo dei veggenti, come i dottori chiamano Malachia, “il ritorno del cuore dei figli ai loro padri” » (Ml 3,24).
Citazione peraltro strumentale di Malachia, che parla anche della riconciliazione dei padri verso i figli e nessuno autorizza a pensare che i padri siano gli ebrei e i figli siano i cristiani, il quali sono innanzitutto figli di Dio nel Figlio. (Giovanni, Prologo 12-14)

Sta di fatto che gli ebrei si sono in qualche modo riappropriati di Cristo come rabbi e profeta e non certo come Dio... e, oggi, in riferimento al dialogo, arrivano a sostenere: « Il dialogo ebraico-cristiano era giunto negli ultimi mesi a un punto di crisi che sembrava insormontabile, intorno alla questione della conversione degli ebrei. In un recente incontro tra Autorità rabbiniche e Autorità episcopali italiane si è chiarito che non vi è nessuna intenzione da parte della Chiesa Cattolica di operare attivamente per la conversione degli ebrei  e che di conversione si parla solo in una prospettiva escatologica ».[5]

Certo non può esistere da parte della Chiesa - riguardo alla conversione che è un dono legato alla libertà inviolabile di ognuno – alcun comportamento coercitorio nei confronti di chicchessia, ebrei compresi; ma questo non significa che la Chiesa debba rinunciare ad Annunciare il Signore a tutti, compresi gli ebrei, che hanno tutta la libertà di continuare a rifiutarlo ed aspettare il loro Messia, ma non quella di assimilarci a loro dopo aver annichilito l'Incarnazione, il Sacrificio e la Risurrezione di Cristo con la connivenza dell'apostasia ormai interna alla Chiesa!

Nessun dubbio che gli ebrei vadano rispettati, amati e non perseguitati.
L'antisemitismo, la furia distruttrice contro un popolo è da condannare senza riserve. Questo, sembra condiviso da ogni uomo di buona volontà prima ancora che da un vero cristiano. Ciò premesso, dichiarazioni come quella della CEI riportata di seguito, nonché le altre espressioni sul valore delle false religioni presenti nella Dichiarazione Conciliare Nostra Aetate e le ulteriori posizioni nei confronti degli ebrei non sono imposte con autorità infallibile. Si tratta di posizioni "pastorali" ambigue e pericolosissime, in contrasto col Magistero precedente, perché aprono la strada all'indifferentismo ed al relativismo religioso e, peggio, al sincretismo. I guasti li abbiamo sotto gli occhi giorno dopo giorno.
« Non c’è, nel modo più assoluto, alcun cambiamento nell’atteggiamento che la Chiesa Cattolica ha sviluppato verso gli Ebrei, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II. A tale riguardo la Conferenza Episcopale Italiana ribadisce che non è intenzione della Chiesa Cattolica operare attivamente per la conversione degli ebrei ».[6]
In virtù di quell’incontro tra il card. Bagnasco e i rabbino Laras e Di Segni, è ripresa la celebrazione comune della Giornata di riflessione ebraico-cristiana, che cade ogni anno il 17 gennaio, che tre anni fa non aveva potuto aver luogo per la mancata partecipazione degli ebrei. «È stata comune la convinzione – si legge nel comunicato  –  che la ripresa di tale Celebrazione aiuterà la comprensione reciproca e renderà più fruttuosa la collaborazione per la crescita dell’amore verso Dio e il prossimo. Il cammino compiuto in questi ultimi decenni è stato straordinario e pieno di frutti per tutti. In tale orizzonte, quindi, continuerà la riflessione sulle Dieci Parole, come Benedetto XVI aveva auspicato nella sinagoga di Colonia». Quest’anno, pertanto, per la Giornata di riflessione si è ripreso il quarto comandamento, secondo la numerazione ebraica: “Ricordati del giorno di Sabato per santificarlo”. « La fede nel Dio dei Padri, ricevuta in dono – si è affermato al termine dell’incontro rende responsabili i credenti cristiani ed ebrei per l’edificazione di una convivenza basata sul rispetto dell'Insegnamento di Dio  ».

Ebbene, non possiamo ignorare che il riferimento ai dieci comandamenti gli ebrei lo fanno anche quando ne attribuiscono l'osservanza ai “noachidi”: ricordiamoci che Noè non fa parte della Storia della Salvezza, che comincia con Abramo, e che i noachidi sono tutti i non-ebrei, compresi noi, mentre l'identità che essi ancora sentono è quella del Popolo Sacerdotale al quale appartengono l'Alleanza e le promesse. Mentre la Chiesa si profonde in questo riconoscimento, altrettanto non può dirsi da parte loro nei confronti della Chiesa e dei cristiani, che appartengono alla Nuova ed Eterna Alleanza per essi inconcepibile e già rifiutata!

C’è da sottolineare inoltre che l'impegno espresso con le seguenti parole: “non è intenzione della Chiesa Cattolica operare attivamente per la conversione degli ebrei” poteva esser preso da una sola persona, che gode di una tale rappresentatività che presuma parlare per l'intera Chiesa, ed è il Papa.

L'irrevocabilità della predilezione appartiene al Nuovo Israele, cioè alla Chiesa fuori della quale la vecchia Alleanza non ha più senso né fine. I rami vecchi sono stati recisi, i nuovi sono innestati sul tronco dell'Israele di Abramo che ha creduto nel Cristo venturo. La Legge antica non ha di per sé più alcuna linfa ed i rami ed il tronco isteriliti potranno riavere vita solo dall'innesto in Cristo. L'irrevocabilità della predilezione è qui e solo qui.
  • Gli ebrei che rifiutano Cristo rifiutano la predilezione.
  • Per tornare ad essere prediletti dovranno innestarsi nella nuova storia che inizia e si perpetua con Cristo.
  • L'unico soggetto della predilezione è la Chiesa. Gli ebrei increduli restano fuori dall'irrevocabilità per loro scelta
L'Antica Alleanza vive, nella parte in cui doveva ancor continuare a vivere dopo la venuta di Cristo, nella Chiesa, Nuovo Israele, frutto della Nuova ed Eterna Alleanza. Vivendo solamente nell'Antica Alleanza, la fede degli ebrei non giustifica né salva, perché non è più la fede di Abramo e dei giusti che credettero nel Cristo venturo, né è quella di coloro che hanno accolto Gesù.
La discendenza che si rifiuta di riconoscere il Signore evidentemente non Gli appartiene finché non Lo riconoscerà. Infatti, se è vero come ha detto Giovanni Paolo a Magonza che il Signore è fedele alle sue promesse e quindi non ha mai revocato l'Antica Alleanza. Queste le sue precise parole:
... La prima dimensione di questo dialogo, cioè l’incontro tra il popolo di Dio del Vecchio Testamento[7], da Dio mai revocato (cf. Rm 11,29), e quello del Nuovo Testamento, è allo stesso tempo un dialogo all’interno della nostra Chiesa, per così dire tra la prima e la seconda parte della sua Bibbia...
è altrettanto vero che sono i suoi destinatari che l'hanno respinta, perché nel Sangue Prezioso di Cristo è stata sancita la Nuova ed Eterna Alleanza, che ha portato a compimento la Salvezza che viene dai giudei, ma il compimento, per i credenti, non può operare oltrepassando il Signore. Per salvarsi agli ebrei non basta la Torah e i Profeti, ma devono riconoscere Gesù Signore come Cristo, cioè il Messia, colui che doveva venire: è proprio per la sua fede nel Cristo venturo che Abramo ha ricevuto la sua giustificazione.

Ora, come già osservato, gli ebrei si stanno riappropriando di Cristo come rabbi, come profeta, ma non certo come Figlio di Dio e quindi come Dio. Molti rabbini, come Jacob Neusner,[8] riconoscono i Suoi insegnamenti legati anche alle fonti giudaiche, ma ne respingono il Discorso della Montagna che, guarda caso, sintetizza la Legge Nuova. E Gesù, sia durante l'Ultima Cena che sul Calvario, nonché oltre una tomba vuota, ha fatto qualcosa di completamente nuovo che è esploso in un'altro orizzonte, quello della Creazione Nuova, iniziata dal «Fiat» di Maria e dal verginale concepimento di quel Figlio che ha detto un altro «Fiat» definitivo.

Questa è la grande meravigliosa salvifica eredità che il Signore ci ha lasciato, che è anche la nostra identità, sulla quale non accettiamo né interferenze né sconti, nel senso di diluizioni e sviamenti apportati da falsi profeti e cattivi maestri figli del modernismo.

Quanto alle derive sincretiste, il rischio che corre seriamente una certa ala post-conciliare della Chiesa, presente nelle esternazioni di molti vescovi (Zollitsch, ad esempio), è quella di considerare la Morte in Croce di Cristo solo come un grande atto di amore e solidarietà e non ciò che essa è e compie: un sublime atto di Amore, certamente; ma è un amore espiativo, oblativo, dono di sé fino alla fine, nel quale si fondono Giustizia e Misericordia, da parte di Dio, e obbedienza e affidamento totali, da parte dell'uomo-Gesù per ogni uomo. In questo senso è il Kippur perenne, affermato da Koch e contestato da Di Segni;[9] perché è il ripristino della Giustizia nel rovesciamento della disobbedienza originaria attraverso il duplice «Fiat», quello dell'Annunciazione ed il suo inscindibile rapporto col mistero del Getsemani, quando “il Sovrano della Storia ha detto il «Fiat» della sofferenza e dell'unione con l'esistenza di tutti gli uomini, per liberare ogni uomo, ogni volta unico, dalla morte e farlo entrare in un'altra realtà di vita eterna”.[10]

Non si può ignorare che è proprio la Croce di Cristo la ‘pietra di scandalo’ sia per gli ebrei, che per i Riformati di ieri e di oggi e per i non credenti. Stat Crux dum volvitur orbis.
Maria Guarini
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1. Una chiosa sul "cristianesimo come forma di giudaismo". Quando si parla di giudaismo in riferimento al cristianesimo, bisogna intendere il giudaismo puro, con esclusione di quello spurio, che condanna e maledice i notzrì (cioè i cristiani). Questo ha inizio con l'esilio in Babilonia e sfocia, a partire dall’Assemblea di Yavne dopo la distruzione di Gerusalemme, nel giudaismo talmudico o rabbinico, che si è sviluppato contemporaneamente al cristianesimo in una netta differenziazione reciproca. Il cristianesimo, più che una 'forma' di giudaismo, ne è il compimento, nella Persona di Cristo, nei 'tempi ultimi' e nella Creazione Nuova da Lui inaugurata.
2. Discorso tenuto durante la visita alla Sinagoga di Roma il 17 gennaio 2009
3.Una documentazione molto ampia è contenuta in questo sito e nel Weblog nel quale ci si impegna a sviluppare un dibattito serio e approfondito
4. Marco Morselli, L'ebraismo e i diritti culturali
5. Idem e nota 6
6. Dichiarazione del card. Bagnasco nell'incontro con i rabbini Laras e Di Segni 22 settembre 2009.
7. Si è addirittura voluto cavillare su questo termine Testamento, nel senso che il Patto o il Testamento stipulato da Dio con Mosè (1330 a. C.) sarebbe transitorio e non eterno, mentre l’Alleanza stipulata con Abramo (1900 a. C.) sarebbe permanente ed eterna. Poiché berìt, reso con Alleanza in latino, significa solo volontà divina e non comporta la corrispondenza umana, Dio ha mantenuto l’Alleanza con Israele, anche se questo è stato infedele. Perciò l’Antica Alleanza con Abramo sussiste ancora, non è mai cessata, e dunque gli ebrei, come discendenti di Abramo sarebbero ancora titolari di quell'Alleanza irrevocabile. In più, se San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi «pone in netta antitesi l’Alleanza instaurata da Cristo e quella di Mosè», le cose vanno diversamente tra Abramo e Cristo. Infatti, «nel nono capitolo della lettera ai Romani» San Paolo utilizza non più il termine Patto o Testamento, ma Alleanza al plurale e «l’Antico Testamento conosce tre alleanze: il sabato, l’arcobaleno, la circoncisione» [Ho sintetizzato nei suoi termini essenziali la sottile disquisizione fatta da Joseph Ratzinger: “Molte religioni un’unica Alleanza”, Ed. San Paolo, 2007].
E tuttavia, Ebrei 13,20 parla dell'
Alleanza eterna. A prescindere dal fatto che l'appartenenza a Cristo non è più secondo la carne ma teologale (Gv Prologo, 12-14), i Padri affermavano che Abramo «fu giustificato perché ha creduto nel Cristo venturo». Dunque dobbiamo dedurre che l'Alleanza non revocata ma portata a compimento e che con Abramo era nel Cristo venturo, è ora nel Cristo venuto.
Del resto la spiegazione è data in maniera limpida nel brano del Vangelo, dove Gesù stesso dice espressamente: «Abramo esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò», (Gv, 8, 56) suggellando perfino il discorso con l'affermazione «Prima che Abramo fosse, Io sono". (Gv 8,58) ed è superfluo sottolineare la valenza dirompente di quell'«Io sono»!
Dunque, se l'Alleanza Nuova ed Eterna è in Cristo che è Dio, a che pro star lì a tirar fuori sottigliezze di tipo rabbinico?
8. Jacob Neusner, Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù. Piemme, 1996
9. L’Osservatore Romano, 7 luglio 2011. Entrambi i testi sono consultabili a questo link
10. Giuseppe Siri, Getzemani, 1987

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