Ecumenismo: definizione, evoluzione

Continuo nell'esame di alcuni dei punti controversi del concilio. Per la riflessione comune e per capire le dinamiche attuali, in attesa, di un futuro necessario riequilibrio. (Il testo che segue è tratto dal libro: Maria Guarini, La Chiesa e la sua continuità. Ermeneutica e istanza dogmatica dopo il Vaticano II, Ed. DEUI Rieti 2012, richiedibile anche a maria.guarini@gmail.com - Euro 21 comprese le spese di spedizione)

Unità o aggregazione?
L'ultimo documento magisteriale, che sancisce la dottrina tradizionale sull’ecumenismo prima del Decreto conciliare Unitatis Redintegratio, è la Instructio de motione oecumenica (Santo Officio, 20 dicembre 1949: in AAS, 31 gennaio 1950) che riprende l’insegnamento di Pio XI nell’enciclica Mortalium animos.
Primo: «la Chiesa cattolica possiede la pienezza del Cristo» e non deve perfezionarla ad opera delle altre confessioni.
Secondo: non si deve perseguire l’unione per via di una progressiva assimilazione delle varie confessioni di fede né mediante un’accomodazione del dogma cattolico ad altro.
Terzo: l’unica vera unione delle Chiese può farsi soltanto con il ritorno (per reditum) dei fratelli separati alla vera Chiesa di Dio.
Quarto: i separati che si ricongiungono alla Chiesa cattolica non perdono nulla di sostanziale di quanto appartiene alla loro particolare professione, ma anzi lo ritrovano identico in una dimensione completa e perfetta («completum atque absolutum»).
Nell’Unitatis redintegratio l’Instructio del 1949 non è mai citata e non lo è neppure il vocabolo ritorno (reditus). Dunque alla reversione è subentrata la conversione.
Afferma in proposito Romano Amerio: « Le confessioni cristiane, compresa la cattolica, non devono volgersi l’una all’altra, ma tutte insieme gravitare verso il Cristo totale che trovasi fuori di esse (non più nella Chiesa cattolica, quindi) e in cui esse devono convergere ».[1]

Ne consegue il cambiamento dottrinale: la Chiesa di Roma non è più il fondamento e il centro dell’unità cristiana e la vita storica della Chiesa, che è la persona collettiva di Cristo, converge intorno a più centri (le varie confessioni cristiane) il cui centro più profondo sussiste al fuori di ciascuna di esse; il cambiamento implica che i separati non devono muovere verso il centro immobile che è la Chiesa guidata da Pietro. L'unità quindi non è più considerata già nella storia e  cade la necessità di rifarsi ad essa escludendo a priori qualunque pluralismo paritario. Viene meno quindi la « riaffermazione della trascendenza del Cristianesimo il cui principio, che è [il] Cristo, è un principio teandrico vicariato storicamente dal ministero di Pietro ». [2]

L’argomentazione di Amerio spicca per la sua adamantina chiarezza e semplicità:
« Veramente nel discorso inaugurale del secondo periodo Paolo VI ripropose la dottrina tradizionale asserendo che i separati «mancano della perfetta unità che solo la Chiesa cattolica può loro dare». Il triplice vincolo di tale unità è costituito dall’identica credenza, dalla partecipazione agli identici sacramenti e dalla «apta cohaerentia unici ecclesiastici regiminis», anche se questa unica direzione rispetterà una larga varietà di espressioni linguistiche, di forme rituali, di tradizioni storiche, di prerogative locali, di correnti spirituali, di situazioni legittime. Ma nonostante le dichiarazioni papali il decreto Unitatis redintegratio respinge il reditus dei separati e professa la tesi della conversione di tutti i cristiani. L’unità non deve farsi per ritorno dei separati alla Chiesa cattolica, bensì per conversione di tutte le Chiese nel Cristo totale, il quale non sussiste in alcuna di esse ma va reintegrato mediante la convergenza di tutte in uno. Dove gli schemi preparatorii definivano che la Chiesa di Cristo è la Chiesa cattolica, il Concilio concede soltanto che la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica, adottando la teoria che anche nelle altre Chiese cristiane sussiste la Chiesa di Cristo e che tutte devono prendere coscienza di tale comune sussistenza nel Cristo. Le Chiese separate, come scrive in OR, 14 ottobre, un cattedratico della Gregoriana, sono riconosciute dal Concilio come «strumenti di cui lo Spirito Santo si serve per operare la salvezza dei loro aderenti» [UR, nn. 21-23 - ndR]. Il cattolicismo, in questa veduta paritaria di tutte le Chiese, non ha più nessun carattere di preminenza e di esclusività ».
La variazione nella dottrina consiste dunque nel fatto che l’unione di tutte le Chiese si faccia anziché nella Chiesa cattolica, nella cosiddetta Chiesa di Cristo e per un moto di convergenza di tutte le confessioni verso un centro che è fuori di ciascuna. Da una variazione del genere del concetto di unione dei cristiani consegue inevitabilmente anche la variazione nel concetto di missione: le religioni non cristiane devono entrare nell’unità religiosa dell’umanità e, esattamente come per i fratelli separati, ciò avviene non già per effetto della loro conversione al Cristianesimo, ma è già presente nei loro intrinseci valori che basta approfondire, ritrovando così quella più profonda verità che soggiace a tutte le religioni.

I discorsi e i documenti di Giovanni Paolo II e soprattutto la sua Enciclica Ut unum sint, disegnano l’impegno ecumenico come una strategia del dialogo, piuttosto che come espressione di una profonda e inalienabile esigenza dell’unità e unicità della Chiesa. E, così pure Benedetto XVI ha più volte ribadito:  “L’impegno ecumenico della Chiesa cattolica nella ricerca dell’unità cristiana è irreversibile”. Ora, un conto è riconoscere e affermare l’ecumenicità del Chiesa nel senso della sua costitutiva proprietà insita nella cattolicità proiettata su tutta la terra e su tutta l’umana famiglia (Καθ’όλον), un conto è fondare l’impegno ecumenico sulle strategie umane, senza più avere come punto di partenza l’ontologia della Chiesa e la sua implicita tensione all’unità, che non può discendere da comportamenti contingenti, ma nella fedeltà alla sua missione universalistica.

Ciò significa che l’ecumenismo non è stato una scoperta del Concilio, ma esso è da sempre nell’autocoscienza ecclesiale. « Vi è, tuttavia, con una sua configurazione, diametralmente opposta a quella attuale. Mentre questa si distacca dalla “politica del ritorno” e talvolta irride ad essa, talaltra la demonizza. L’ecumenismo che accompagna l’incedere spazio-temporale della Chiesa è al servizio della sua unità/unicità, alla quale sollecita il ritorno dei lontani e dei separati »[3] Non a caso, nella Mortalium animos Pio XI insegna che la tendenza pancristiana al falso ecumenismo sfocia in una « falsa religione cristiana, assai diversa dall’unica Chiesa di Cristo ». La Tradizione ci consegna il dato che alla Rivelazione Apostolica corrisponde la Chiesa una unica ed immutabile. Chi e da qualunque pulpito la rende diversa nella Dottrina, si autoesclude dall’unica vera Chiesa.

In tutte le discussioni, l'articolato dialogo e gli sviluppi pastorali che se ne traggono, l'unico dato che dovrebbe essere essenziale, ma non emerge, è che per un ecumenismo autentico non valgono tanto le commissioni, gli incontri i proclami e le dichiarazioni congiunte, quanto la preghiera la penitenza, l'impegno nel rinnovamento nella piena fedeltà alla Tradizione e alla Parola. Infatti l'“Ut unum sint” per il quale il Signore ha pregato ed ha donato se stesso, la vera unità - che non è né pragmatica né organizzativa né di assenso della ragione, ma comunione in Cristo nella Sua Chiesa - non sono le cosiddette buone volontà umane a realizzarla, ma essa stessa si realizza come dono Soprannaturale che si invera in chi “ritorna” e in chi “rimane” nella Chiesa così come il Signore l'ha voluta e istituita: l'Una, Santa, Cattolica, Apostolica e anche Romana.

Sovviene l’Apostolo Paolo, che nella fedeltà a Pietro, non fu cieco, di fronte a quella che era una condizione di mero “errore materiale” a proposito di quel comportamento, per cui forse oggi lo si direbbe “ecumenico”, « quando si conformava ai costumi dei circoncisi stando con i giudeo-cristiani circoncisi e se ne discostava quando pregava coi cristiani incirconcisi provenienti dal gentilismo (Gal. II, 11,14) ».[4] Come Paolo, così oggi e sempre debbono fare tutti i cattolici resistenti all’indifferentismo, alle ambiguità dottrinali, ai rischi di sincretismo: essere vedenti e aprire gli occhi perché altri vedano. Certo nessun cattolico resistente è un San Paolo, ma è sufficiente la condizione di « essere fedeli discepoli dell’Apostolo delle Genti – fedele a Pietro ma a lui resistente anche in faccia – nella comune resistenza. Se si è suoi discepoli si è suoi figli: ebrei in lui, sapienti in lui […] così assumendo di lui tutte le potenze e tutte le attualità, compreso il desiderio di vedere in Cristo i superiori pasturare la verità ai fedeli con soprannaturale rettitudine ».[5]

Alcune notazioni, che diventano seri interrogativi, infatti, non possono non sorgerci spontanee: che fine ha fatto il valore incommensurabile della “Comunione”, unico elemento davvero trasformatore della realtà, sostituita, in base ad una logica solo umana, da una prassi che prende come fondamento i cosiddetti “valori” e non il Principio che ne è il Fondamento? Davvero si può pensare che se, in luogo della comunione, si mette in campo un' “alleanza strategica” pragmatica, le cose possano cambiare? E neppure una parola sul vero unico Artefice di ogni Bene e di ogni Salvezza dell'uomo e del mondo, in cui l'uomo respiri, agisca e viva secondo la Volontà del suo Creatore, cioè sul Signore Gesù, al quale - se ci diciamo cristiani - dovremmo professare la nostra appartenenza e dare ragione di essa?

È il trito e superficiale “guardiamo a ciò che unisce” di questo falso ecumenismo, che coinvolge anche un movimento dalle prassi e dagli insegnamenti anomali e “altri” come il Cammino neocatecumenale che sta inquinando intere diocesi, senza tenere in alcun conto l'ortodossia che sola può garantire una ortoprassi veramente salvifica e trasformante secondo le finalità del Padre per ognuno e per tutti i suoi figli, nel Figlio. Ortodossia, che non è un dato meramente giuridico, ma identitario, dove identità sta per “autentica immagine del Padre, secondo somiglianza, da realizzare nel Figlio per opera dello Spirito Santo”.

Dobbiamo pensare che la Chiesa è permeata dell'“antropocentrismo” illuminista che caratterizza questo nostro momento storico e che purtroppo è stato fatto proprio, laddove si è lasciata inquinare dal ‘modernismo’? Davvero possiamo pensare e credere che i “valori morali” di cui tanto si parla, se non sono il frutto delle azioni di cuori Redenti dal Signore, non degenerino ben presto nella loro vuota inconsistenza rivestita di buone intenzioni? Si può davvero pensare di combattere il degrado morale e le divisioni senza difendere e diffondere in primis le verità di Fede, ormai così oscurate?

Il cristianesimo non è un'etica, ma ha un'etica, che discende dalla sequela del Signore Nato Morto Risorto Asceso al Cielo datore del Suo Spirito per noi e per la nostra Salvezza. E non è il dialogo o la prassi che salva, altrimenti siamo sempre alle “opere della legge”, ma la retta Fede, diffusa e difesa, che ha già in sé il seme dell'eternità e che genera la vera ortoprassi, e la vera comunione, che è un dono Soprannaturale e non è opera di nessun uomo per quanto di buona volontà egli possa essere.

Col concilio si è caduti nell'inganno che le verità parziali possano essere la porta d'accesso alla verità totale e si è perso il senso del reditus cioè del ritorno delle altre confessioni, dimenticando che in esse gli errori all'interno dei quali sono costretti i frammenti di verità, distorcono la verità e ne falsano la vera portata. Come diceva p. Garrigou Lagrange « In una dottrina globalmente falsa la verità non è l'anima della dottrina, ma la schiava dell'errore [6]

Questo vale anche per tutti gli esiziali ‘inclusivismi’ ai quali abbiamo assistito nell’ultimo periodo anche con le porte sempre più spalancate al cammino neocatecumenale, per portare uno sconcertante esempio di realtà ecclesiale accolta senza averne prima operate e necessarie ‘purificazioni’.[7]
Maria Guarini

[1] Romano Amerio, Iota unum, Lindau 2009, pag. 492
[2] Ibid, pag 491
[3] Brunero Gherardini, L’ecumene tradita, Fede e Cultura 2009, pag. 24
[4] Enrico Maria Radaelli, Il mistero della Sinagoga bendata, Effedieffe, Milano 2002
[5] Ibidem, pag. 98
[6] «In doctrina simpliciter falsa, veritas non est ut anima doctrinæ, sed serva erroris» (R. Garigou Lagrange, op, De Revelatione, Gabalda, Paris, 1921, II, p 436
[7] Il discorso è sviluppato e approfondito in questo Sito

2 commenti:

minstrel ha detto...

Domanda: può la comprensione della rivelazione della Chiesa Cattolica essere perfettamente uguale alla Verità che è Cristo?
A mio avviso no, poiché Dio è infinito e non può comprendersi l'infinito nel finito.
Ergo se è vero come è vero che la Chiesa non può sbagliarsi, non significa che quello che la Chiesa Cattolica conosce sia perfettamente la Verità divina né potrà mai esserlo qui (infatti la Chiesa non sbaglia perchè comprende anche i beati e Cristo stesso, ma questo è improvabile filosoficamente).
In pratica: la Chiesa CORRISPONDE NELLA TEORIA a TUTTA la Verità poiché Cristo ne è il Capo e pertanto essendo Dio conosce tutto ed egli E' la Verità.
Dunque in questa prospettiva la Chiesa non possiede la Verità, ma è l'essenza della Verità.
Ma la Chiesa terrena? Cioè quella parte della Chiesa che ha bisogno cioè della PASTORALITA', che ha bisogno dei dogmi per capirsi, che ha bisogno della fede (Dio mica ha fede, i beati mica hanno fede... loro VEDONO!)?
Eh, questa mica può pensare di avere tutta la Verità che appartiene "al capo" e che il capo trasmette al corpo, ma che il corpo NON PUO' per sua natura finita COMPRENDERE COMPLETAMENTE!

Leggi così i documenti del Concilio e vedi se ne esce qualcosa di diverso oppure no.
E non è questione di distaccare il Capo (con conseguente morte del corpo)! E' questione che il corpo cerca di comprendere sé stesso meglio perché la sua storia gli impone di (ri)pensarsi.
L'ecumenismo cioè è certamente il corpo che cerca dialogo con altre religioni, ma lo fa perché il corpo sa di non essere una religione nella sua essenza e che in quella condizione di essere nella verità, ma non poter ESSERE COMPLETAMENTE LA Verità (non in questa terra!) permette di aprirsi agli altri con l'inclusività PROPRIA della Tradizione Cristiana.

La metafora poco pensata non mi ha aiutato, spero di essere stato chiaro.

mic ha detto...

Minstrel, hai parlato con una serie di paradossi e controsensi.
La Verità E' Cristo e la Chiesa ne è portatrice e Sacramento punto.
Non deve cercare la verità insieme a nessuno. Deve annunciarla e testimoniarla: a chi la riconosce, la Verità si impone da sola.

E ci si consegna ogni giorno fino alla fine dei tempi, nel Santo Sacrificio che si compie su ogni Altare, nel Corpo ora glorioso dell'Agnello Immolato, Vittima di Salvezza per noi, che a Lui ci 'configura' e ci trasforma se in Lui "rimaniamo"...