Memoria Ufficiale FIUV n.7: Il latino come lingua della Liturgia

Memoria Ufficiale FIUV n. 7: Il latino come lingua della liturgia

Introduzione

Tra la tradizione liturgica occidentale e la lingua Latina c’è un legame molto stretto. La traduzione del testo normativo latino della liturgia
romana in una serie di lingue vernacolari effettuata dalla forma ordinaria per un uso opzionale è ben differente, per esempio, dall’adozione del copto o dello slavo ecclesiastico come lingue liturgiche delle chiese locali da parte delle chiese orientali. [1] Per l’esattezza, la lingua della liturgia nel rito latino rimane proprio il latino, persino nella forma ordinaria. [2]

L’intento di questo saggio è quello di rendere conto del valore del latino non solo nei testi normativi della liturgia, ma anche nella celebrazione vera e propria. Oggigiorno molti cattolici ignorano ancora l’idea di una liturgia latina: è pertanto necessario riproporre gli argomenti a favore di essa. La questione della sostituzione delle letture latine con traduzioni latine, permessa nella messa bassa (Missa lecta) dall’istruzione Universae Ecclesiae, [3] richiede una trattazione a parte. La questione fondamentale che viene qui affrontata è proprio quella di un linguaggio liturgico non vernacolare, il latino.

Sembra che la liturgia in latino dell’occidente sia stata formulata, più che tradotta da un’altra lingua, in un’epoca molto precoce, anche se sconosciuta. [4] L’uso del latino come lingua sacra, accanto al greco e all’ebraico, è tradizionalmente ricollegato al suo uso sul titolo della Croce. [5] Come è stato fatto presente nel numero cinque delle nostre memorie storiche, [6] la liturgia romana ha sempre fatto uso di un latino cristiano che si distanziava tanto da quello dei grandi scrittori della classicità pagana come da quello colloquiale, parlato dal popolo – che oltretutto si divideva in numerose varianti locali nelle diverse regioni dell’impero romano. Inoltre, non tutti gli abitanti dell’Impero Romano d’Occidente sapevano parlare bene in latino, specialmente se si trovavano in zone rurali, fuori dalle città. [7] Il latino ecclesiastico, in contrapposizione a quello locale, era universale, ma si differenziava dal linguaggio popolare, che godeva di una maggiore comprensibilità. Proprio utilizzando la liturgia in questo latino universale San Patrizio ha evangelizzato l’Irlanda – i cui abitanti non parlavano latino – Sant’Agostino di Canterbury gli Inglesi, e San Bonifacio i tedeschi.

Vantaggi pratici del latino

Riflettendo sull’uso tradizionale del latino, Sua Santità papa Giovanni XXIII citò papa Pio XI per riassumere i suoi vantaggi pratici:
“affinché la Chiesa possa abbracciare tutte le nazioni fino alla fine dei tempi, si rende necessario l’uso di  un linguaggio universale, immutabile, non vernacolare”. [8]
Se la Chiesa utilizzasse esclusivamente lingue correnti e locali, molta confusione sarebbe generata dalla grande estensione dei periodi di tempo e dei territori geografici che essa, unica tra tutte le istituzioni umane, ha il compito di raggiungere. Anche se il latino dell’amministrazione e della teologia si è andato modificando e arricchendo nel corso dei secoli, in genere i latinisti contemporanei sono in grado di interpretare gli scritti degli uomini di Chiesa di ogni epoca – a partire dalla fondazione della Chiesa stessa – e provenienti da tutte le parti del mondo. L’universalità del latino è altrettanto preziosa in contesto liturgico, dato che permette di condividere la stessa liturgia, o i riti e gli usi del rito latino ad essa collegati, attraverso tutte le epoche e tutte le nazioni. La Forma Straordinaria, pertanto, non ha bisogno di traduzioni e rielaborazioni periodiche, e mette in enfasi l’unità della Chiesa adorante nel tempo e nello spazio.

Nel contesto particolare delle migrazioni di massa, che crea non pochi problemi con la lingua ufficiale della nazione d’adozione tanto per gli individui come per le comunità, la Forma Straordinaria gode dei vantaggi descritti dal Beato Giovanni XXIII:
“Per la sua stessa natura il latino è più adatto per promuovere ogni cultura presso diversi popoli, dato che non dà adito a gelosie, non favorisce alcun gruppo sopra un altro, ma si presenta con imparzialità ed equità, disponibile e favorevole per tutti”. [9]
Esso costituisce in tal modo un baluardo naturale contro due pericoli, segnalato nell’Istruzione Varietates legitimae: la molteplicità di linguaggi nel culto, che può indurre
una comunità cristiana a richiudersi su se stessa, e l’uso dell’inculturazione per fini politici. [10]
Il Latino, la Cultura Cristiana e la Devozione

Papa Paolo VI è andato oltre tali considerazioni pratiche quando ha scritto, a proposito del latino:
All’interno della Chiesa latina, questa lingua rappresenta una fonte rigogliosa di civilizzazione cristiana e un ricchissimo tesoro nascosto di devozione. [11]
Il latino è una “fonte di civilizzazione cristiana” perche è la lingua di quasi tutti i testi liturgici della Chiesa latina – dal Canone Romano fino ai testi del canto gregoriano e alle preghiere redatte nel corso dei secoli – e quella di opere teologiche e di altre manifestazioni culturali (per esempio composizioni musicali) che le hanno influenzate o sono state da esse influenzate. Quindi la liturgia in latino ha un valore incommensurabile all’interno della cultura cristiana, poiché nessuna traduzione, per quanto eccellente, può mai sostituirla. [12]

È un “ricchissimo tesoro nascosto di devozione” per la ragione consequenziale che è in gran parte attraverso meditazioni scritturali e liturgiche sui testi latini e attraverso commenti anch’essi in latino su tali testi che la Chiesa latina ha sviluppato la sua vita spirituale nel corso dei secoli. [13] Di nuovo, una traduzione non lo può sostituire: basti pensare alle parole del salterio latino del Cantico dei Cantici a partire dalle quali Sant’Agostino d’Ippona, San Bernardo di Chiaravalle e molti altri hanno formulato i loro commentari che hanno un’importanza fondamentale nella teologia e nella spiritualità della Chiesa latina.

L’uso del Latino nella Liturgia

Rimane aperta la questione del valore della liturgia in latino per un fedele a cui tale lingua non sia stata insegnata. Il fatto che essa abbia effettivamente valore è implicato in maniera consistente dagli insegnamenti e dalla prassi della Chiesa. Sulla scorta dell’affermazione del Beato Papa Giovanni XXIII sul latino nella liturgia, [14] la Costituzione Conciliare sulla Sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, afferma semplicemente:
Una legge particolare che rimane in vigore è quella che stabilisce che la lingua latina debba essere preservata nei riti latini. [15]
Papa Benedetto XVI desidera che i seminaristi non solo comprendano il latino per i loro studi, ma che essi siano anche capaci di usarlo all’interno della liturgia quando vengano ordinati, facendo anche presente che le preghiere e i canti in latino possono essere insegnati agli stessi fedeli. [16]

Si dovrebbe osservare in primo luogo che – come insegna Papa Benedetto XVI – la frequentazione assidua della liturgia in latino dà al fedele familiarità con molti testi e gli consente cosi di comprenderli anche senza dover ricorrere qui e là a una traduzione. Anche una catechesi liturgica basica può mostrare al fedele le traduzioni di testi a lui familiari, per esempio il Gloria, e farlo riflettere su di essi. La familiarità con un repertorio sempre più ampio di testi liturgici conferirà al fedele la capacità di identificare parole e frasi latine isolate per avere un’idea dell’argomento del testo all’interno della liturgia e farà loro ricordare quanto essi potranno aver appreso.

La Sacrosanctum Concilium dà un’enfasi particolare all’importanza della formazione liturgica. [17] La Forma Straordinaria beneficia di una ricca tradizione di messali ed altri strumenti che possano aiutare a seguire la liturgia apprendendo qualcosa di più su di essa. I commenti sull’anno liturgico della Chiesa stesi da Prosper Guéranger e Pius Parsch sono degli autentici monumenti della tradizione degni di studio in sé e per sé. [18]

È opportuno ricordare anche che il numero relativamente limitato di testi liturgici all’interno del messale del 1962 è un grande vantaggio per il fedele che segue la messa in latino. Il formato ridotto del lezionario, l’uso frequente di un numero limitato di comuni dei santi e di messe votive, la ripetizione della messa domenicale nei giorni feriali, il numero limitato di prefazi, e così via, rendono realmente possibile un’approfondita familiarità con il messale per i cattolici comuni

Inoltre, l’uso del latino può essere un aiuto diretto alla partecipazione alla liturgia. Il Beato Papa Giovanni Paolo II lo ha evidenziato parlando dell’esperienza del fedele che partecipa alla messa con l’antica liturgia tradizionale, nella sua lettera apostolica Dominicae Cenae (1980):
“Tuttavia, ci sono anche persone che, essendo state educate sulla base della vecchia liturgia in latino, sentono molto la mancanza di quella “lingua unica”, che era espressione in tutto il mondo dell’unità della chiesa e trasmetteva mediante il suo carattere solenne un profondo senso del mistero eucaristico”. [19]
La dignità e l’universalità del latino, espresse dal Beato Papa Giovanni XXIII, [20]  sono realmente componenti essenziali della “sacralità” della Forma Straordinaria menzionata da Papa Benedetto XVI. [21] La necessità da parte della liturgia di utilizzare una lingua che sia almeno in parte distinta dal resto degli altri idiomi comunemente parlati è stata spesso enfatizzata negli ultimi decenni. [22]

Si tratta di un concetto preso in considerazione dalla nostra terza memoria storica. [23] La Forma Straordinaria possiede molti elementi che sembrano costituire delle barriere alla comprensione, come per esempio la complessità rituale, la segretezza di alcune formule, il fatto che alcuni testi sono letti in silenzio, e soprattutto proprio l’uso della lingua latina. [24] In realtà, queste non sono affatto barriere alla partecipazione, se osserviamo quest’ultima sotto la luce dell’impatto della liturgia sul fedele, allorquando crea “un profondo senso del mistero eucaristico”. Sono tutte parti di un insieme che comunica efficacemente – tanto dal punto di vista verbale come da quello non verbale – il significato trascendente dell’azione liturgica. Di tutti gli aspetti dell’antica tradizione liturgica latina che contribuiscono a realizzare quest’effetto, l’uso del latino sembra essere il più evidente e il più importante.
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[1] Cfr. l’istruzione Varietates legitimae (1994) 36: “Il processo dell’inculturazione non prevede la creazione di nuove famiglie di riti; l’inculturazione risponde alla necessità di una cultura particolare e porta a degli adattamenti che rimangono comunque parte del Rito Romano”. Il passaggio citato termina con una nota a piè di pagina con un riferimento al discorso all’assemblea plenaria della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 26 gennaio 1991, n. 3: A.A.S. 83 (1991), 940 “né si vuole intendere per inculturazione la creazione di riti alternative”.

 [2] Cfr. Codice di Diritto Canonico 928: “La celebrazione eucaristica deve svolgersi in lingua latina o in un’altra lingua con la condizione che i testi liturgici siano stati legittimamente approvati”. (Eucharistica celebratio peragatur lingua latina aut alia lingua, dummodo textus liturgici legitime approbati fuerint)

[3] Universae Ecclesiae 26

[4] Sicuramente prima della fine del papato di Papa Damaso (366-384); cfr. Sant’Ambrogio, De Sacramentis 4.5.21ff.

[5] Giovanni 19, 19-20: “Pilato compose anche l'iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco”.

[6] FIUV PP 5: “La Vulgata e gli antichi salteri latini”.

[7] Afferma Sant’Agostino: “È una cosa eccellente che i cristiani punici chiamino il battesimo stesso nient’altro che salvezza, e il sacramento del corpo di Cristo nient’altro che vita”. (Il castigo e il perdono dei peccati e il battesimo dei bambini, 1.24.34); cfr. Sant’agostino, Epistola 84 and 209.3, sulla necessità che il clero parlasse la lingua punica.

[8] Apostolica costituzione Veterum Sapientia 4, del Beato Papa Giovanni XXIII: “Etenim Ecclesia, ut quae et nationes omnes complexu suo contineat, et usque ad consummationem saeculorum sit permansura..., sermonem suapte natura requirit universalem, immutabilem, non vulgarem”. Citando la lettera apostolica di Pio XI Officiorum omnium (1922) 452. Cfr. L’enciclica Mediator Dei (1947) 60, di Papa Pio XII: “L’uso della lingua latina, abituale presso una parte considerevole della Chiesa, è un segno patente e bello di unità, nonché un antidoto efficace contro qualsiasi tentativo di corruzione della verità dottrinale”. (“Latinae linguae usus, ut apud magnam Ecclesiae partem viget, perspicuum est venustumque unitatis signum, ac remedium efficax adversus quaslibet germanae doctrinae corruptelas.”)

[9] Veterum Sapientia 3: “Suae enim sponte naturae lingua Latina ad provehendum apud populos quoslibet omnem humanitatis cultum est peraccommodata: cum invidiam non commoveat, singulis gentibus se aequabilem praestet, nullius partibus faveat, omnibus postremo sit grata et amica.”

[10] Istruzione Varietates legitimae (1994) 49. per il contesto di questa citazione, vedi Varietates legitimae 7: “Bisogna anche prendere in considerazione i problemi che può creare in alcune nazioni la coesistenza di numerose culture, specialmente a causa dell’immigrazione (vedi sotto, n. 49)”. Riferendosi di nuovo a questo problema, l’istruzione continua (49): “In un certo numero di nazioni esistono varie culture che coesistono e che talvolta si influenzano a vicenda in tal modo da causare gradualmente la formazione di una nuova cultura, mentre allo stesso tempo cercano di affermare la propria identità o persino di opporsi l’una all’altra allo scopo di imporre la propria esistenza. A volte i costumi possono costituire poco più che un interesse folklorico. La conferenza episcopale esaminerà con attenzione ogni singolo caso: si dovrebbero rispettare le ricchezze di ogni cultura e coloro che la difendono, ma non si dovrebbe ignorare o trascurare una cultura minoritaria con cui non si ha familiarità. È anche necessario ponderare il rischio che una comunità cristiana possa ripiegarsi su se stessa e anche l’uso dell’inculturazione per fini politici”.

[11] Istruzione Sacrificium laudis (1968) di Papa Paolo VI:”‘in Ecclesia Latina christiani cultus humani fons uberrimus et locupletissimus pietatis thesaurus”.

[12] Questo punto è stato messo in risalto nel 1971 dalla petizione rivolta a Papa Paolo VI da intellettuali e personaggi della cultura inglesi e gallesi, che ha portato all’“Indulto inglese”. Vi si leggeva: “Il rito in questione, nei suoi solenni testi latini, ha anche ispirato un’ingente quantità di opere d’arte eccellenti e di valore incommensurabile – e non ci riferiamo soltanto ad opere mistiche, ma anche a quelle di poeti, filosofi, musicisti, architetti, pittori e scultori di tutte le nazioni e tutte le epoche. Pertanto, esso appartiene alla cultura universale e non solo agli uomini di Chiesa e ai cattolici praticanti”.

[13] Ciò è vero anche per quanto riguarda il latino tradizionale della liturgia romana, compresa la Vulgata e l’antico salterio latino: vedi la nostra memoria storica n. 5 sulla Vulgata.

[14] Beato Papa Giovanni XXIII, Veterum Sapientia 11, 2: “Nell’esercizio della loro cura paterna [i vescovi e i superiori generali] dovrebbero stare in guardia contro l’eventualità che persone sotto la loro giurisdizione, desiderose di cambiamenti rivoluzionari, possano scrivere contro l’uso del latino nell’insegnamento degli studi sacri più avanzati e nella liturgia, oppure possano irridere o interpretare falsamente – mossi da pregiudizio – il desiderio della Santa Sede in questo contesto”. (“Paterna iidem sollicitudine caveant, ne qui e sua dicione, novarum rerum studiosi, contra linguam Latinam sive in altioribus sacris disciplinis tradendis sive in sacris habendis ritibus usurpandam scribant, neve praeiudicata opinione Apostolicae Sedis voluntatem hac in re extenuent vel perperam interpretentur.”)

[15] Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium 36, 1: ‘Linguae latinae usus, salvo particulari iure, in Ritibus latinis servetur.’ Cfr. 101. 1: “In conformità con la tradizione plurisecolare del rito latino, la lingua latina deve essere mantenuta da coloro che ufficiano il divino sacrificio. Tuttavia in alcuni singoli casi il rito ordinario permette l’uso di una tradizione vernacolare a quegli uomini di Chiesa per i quali l’uso del latino costituisce un grave ostacolo alla corretta celebrazione dell’ufficio”. (‘Iuxta saecularem traditionem ritus latini, in Officio divino lingua latina clericis servanda est, … singulis pro casibus, iis clericis, quibus usus linguae latinae grave impedimentum est quominus Officium debite persolvant.’)

[16] Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis (2007) 62: “Richiedo che i futuri sacerdoti, a partire dalla loro formazione nei seminari, ricevano la preparazione necessaria per capire e celebrare la Messa in latino, ed anche per utilizzare i testi latini e il canto gregoriano; non dovremmo poi dimenticare che si può insegnare ai fedeli la recitazione delle preghiere più comuni in latino e il canto di alcune parti del gregoriano”. (‘In universum petimus ut futuri sacerdotes, inde a Seminarii tempore, ad Sanctam Missam Latine intellegendam et celebrandam nec non ad Latinos textus usurpandos et cantum Gregorianum adhibendum instituantur; neque neglegatur copia ipsis fidelibus facienda ut notiores in lingua Latina preces ac pariter quarundam liturgiae partium in cantu Gregoriano cantus cognoscant.’) Cfr. Codice di Diritto Canonico 249: “Nella Ratio di formazione sacerdotale si stabilisca che gli alunni conoscano accuratamente non solo la lingua del proprio paese, ma abbiano anche una buona conoscenza della lingua latina”. (‘Institutionis sacerdotalis Ratione provideatur ut alumni non tantum accurate linguam patriam edoceantur, sed etiam linguam latinam bene calleant’) Cfr. anche il decreto sulla formazione sacerdotale del Concilio Vaticano Secondo, Optatam totius 13: a proposito dei seminaristi, “E inoltre devono acquisire una conoscenza del latino che consenta loro di capire e fare uso delle fonti di tante scienze e dei documenti della Chiesa. Lo studio del linguaggio liturgico proprio di ogni rito dovrebbe essere considerato necessario, un’utile conoscenza delle lingue della Bibbia e della Tradizione dovrebbe essere fortemente incoraggiata”.

[17] Sacrosanctum Concilium 41-46.

[18] Prosper Guéranger, L’Année Liturgique, pubblicato in quindici volumi tra il 1841 e il 1844 (tradotto in inglese col titolo The Liturgical Year nel 1949); Pius Parsch, Das Jahr des Heiles, pubblicato in tre volumi nel 1923 (tradotto in inglese col titolo The Church’s Year of Grace nel 1953); entrambe le opere sono state e sono ampiamente diffuse. Una versione parziale del testo de L’Année Liturgique è disponibile in francese http://www.abbaye-saint-benoit.ch/gueranger/anneliturgique/index.htm e in inglese http://www.liturgialatina.org/lityear/

[19] Lettera apostolica Dominicae Cenae (1980) 10 del Beato Papa Giovanni Paolo II: “Non tamen desunt qui, secundum veteris liturgiae Latinae rationem acriter instituti, defectum huius “unius sermonis” percipiunt, qui in universo orbe terrarum unitatem Ecclesiae significat et indole sua dignitatis plena altum sensum Mysterii eucharistici excitavit.”

[20] Il Beato Papa Giovanni XXIII, citando di nuovo Pio XI, parla della sua “natura concisa, ricca, variegata, maestosa e solenne” (“Neque hoc neglegatur oportet, in sermone latino nobilem inesse conformationem et proprietatem; liquide loquendi genus pressum, locuples, numerosum, maiestatis plenum et dignitatis habet, quod unice et perspicuitati conducit et gravitati”.)  Veterum Sapientia 3, citazione dall’epistola apostolica di Pio XI Offιciorum omnium, 1 Agosto 1922: A.A.S. 14 (1922), 452-453.

[21] Lettera di Papa Benedetto XVI ai vescovi accompagnante il Motu Proprio Summorum Pontificum (2007).

[22] Istruzione Varietates legitimae (1994) 39: La lingua della liturgia “deve sempre esprimere, insieme alle verità della fede, la grandezza e la santità dei misteri celebrati”. L’istruzione Liturgiam authenticam (2001) 27 incita alla formazione di “uno stile sacro che verrà riconosciuto come proprio della lingua liturgica”.

[23] FIUV PP 3: Liturgical Piety and Participation, in particolare 8-10.

[24] L’obiezione sollevata al Sinodo di Pistoia secondo la quale questi elementi costituirebbero delle barriere contro la partecipazione è stata condannata da Papa Pio VI in Auctorem Fidei (1794) 33: “Nella sua proposizione, il sinodo si mostra desideroso di eliminare le cause della dimenticanza dei principi relativi all’ordine della liturgia ‘conferendo ai suoi riti una maggiore semplicità, celebrandola nella lingua vernacolare, pronunciandola ad alta voce’; come se il presente ordine della liturgia, ricevuto ed approvato dalla Chiesa, emanasse in alcune sue parti dalla dimenticanza dei principi secondo i quali dovrebbe essere regolato. Tutto ciò è avventato e risulta offensivo a orecchie pie, insultante per la Chiesa, favorevole agli attacchi degli eretici contro di essa.

[Traduzione di Chiesa e post-concilio]
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Nota di Chiesa e post-concilio
Prima della Liturgiam authenticam erano state emanate altre quattro Istruzioni:
Inter Oecumenici (26 settembre 1964), sui principi generali per l'ordinata applicazione del rinnovamento liturgico;
Tres abhinc annos (4 maggio 1967), stabiliva ulteriori adattamenti all'Ordine della Messa;
Liturgicae instaurationes (5 settembre 1970), direttive sul ruolo centrale del Vescovo nel rinnovamento della liturgia in tutta la diocesi;
Varietates legitimae (25 gennaio 1994), sulle difficoltà in ordine a Liturgia romana e inculturazione.
L'Istruzione Liturgiam authenticam sostituisce tutte le norme pubblicate in precedenza sulle traduzioni liturgiche, tranne quelle della Varietates legitimae, e precisa che le due Istruzioni vanno lette complementariamente.

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Gesù di Nazareth il Cristo ha scelto di morire sul Golgota nudo e di fronte a tutti, pubblicamente. E la parola "mistero" non ha niente a che vedere con "misterioso e nascosto"... Il latino va bene per i latinisti e per chi vuole lambiccarsi il cervello. Gesù è il salvatore di tutti, non di una élite di intellettuali che amano lambiccarsi il cervello. L'universalità del Vangelo non può essere comunicata da una lingua ormai sconosciuta ai più. E la scelta del latino va contro gli stessi scritti neotestamentari, scritti in greco perché era la lingua universale del tempo. Lo stesso successe per il latino, salvo poi cristallizzarsi quando la Chiesa abbracciò il potere politico e smise di essere universale, cominciando ad essere cattolica solo nel nome.

mic ha detto...

Discorso semplicistico il suo.
Approfondirò appena possibile, ma sarò altrettanto semplicista e per ora lascio solo una domanda.
Come mai gli ebrei pregano ancora in ebraico in sinagoga e gli islamici non amano tradurre il corano dall'arabo?
Non è che la 'lingua sacra', tra l'altro, preserva le verità che trasmette dall'evoluzione del linguaggio e dai diversi significati che esso acquista nel tempo?
Se sono pochi coloro che comprendono il latino, non è anche per l'incuria sia ecclesiastica che civile della nostra cultura e delle nostre origini?

Vincenzo Sasso ha detto...

E' interessante notare che solo i nostrani "progressisti" (ma più che altro ormai conservatori) non capiscano o meglio non vogliano neanche sentir parlare di ciò che in tutte le Chiese e in tutte le religioni si fa, si rispetta, si venera.
Ma la verità non dipende dalla maggioranza?

Vincenzo Sasso ha detto...

Strano che non riesco a trovare l'istruzione Varietates legitimae da nessuna parte... Tra l'altro questa quinta istruzione non abolisce la quarta.

mic ha detto...

Ne ho trovato qui il testo in inglese.

http://www.adoremus.org/doc_inculturation.html

Sarà mia cura tradurlo e pubblicarlo appena possibile.