mercoledì 15 giugno 2011

La Tradizione cattolica e il Pellegrinaggio

Il Coordinamento Toscano Benedetto XVI ci ha fatto pervenire bellissime immagini del Pellegrinaggio del 10 giugno scorso al Santuario della Madonna di Montenero. Sono lieta di illustrarlo con alcune parole del responsabile Daniele Di Sorco. [per ammirarle tutte, vedere qui]

"La fame di Tradizione di noi cattolici non si misura con i contatori di visite o con le statististiche di tiratura copie, ma prima di tutto con questi avvenimenti eccezionali: e solo il Buon Dio sa quanto si deve a quei chierici e laici che, con umile pazienza, senza clamori o sparate, in totale fedeltà e amore al Romano Pontefice, hanno permesso a migliaia e migliaia di pellegrini di portare la loro Fede sulla strada di Chartres".

Noi in Toscana, nel nostro piccolo, stiamo procedendo in questa direzione da quattro anni. E i risultati si vedono. Dall'esperienza pionieristica e quasi catacombale del primo anno siamo giunti a raccogliere un numero veramente alto (per la media italiana) di fedeli, giovani, famiglie, seminaristi, istituti religiosi.

Finalmente, aggiungo con gioia, sembra rompersi quel magic circle di asfissiante progressismo che aveva espunto manifestazioni come questa, capaci di nutrire e diffondere non solo la pietà popolare, ma di essere anche momenti forti per vivere e testimoniare la propria Fede. Condivido con voi queste essenziali parole di Agnoli:
Il pellegrinaggio è un’esperienza che il cristiano non può non fare. Siamo noi uomini ad essere pellegrini. “Homo viator”, si diceva nel Medioevo: viator che si alimenta del panis angelicus, che parte per andare oltre, per raggiungere un luogo santo, una meta che sia immagine della meta finale della nostra vita, il Paradiso. Il pellegrinaggio è dunque una metafora della visione cristiana dell’esistenza. Il pellegrino, infatti, attraversa città e campagne, le osserva, le ammira, ma non c’è nulla che possa catturarlo, definitivamente, perché sa di dover lasciare quei luoghi; sa di osservare e ammirare terre che non gli appartengono; sa che ogni creatura, per quanto bella, non dura. O meglio: dura soltanto se vissuta in un’ottica soprannaturale. Il pellegrino deve dunque raggiungere un luogo, che magari neppure ha mai visto, dove però, come crede e spera, lo attende un incontro. Un incontro che vale la fatica, l’attesa, il viaggio…un incontro decisivo che faccia rinascere ad una nuova vita.
Approfitto per inserire ciò che dice il Papa del Pellegrinaggio, durante l'intervista mentre si recava al Santuario di Compostela.

Vuole dirci qualcosa sulla prospettiva del pellegrinaggio, anche nella sua vita personale e nella sua spiritualità, e sui sentimenti con cui si reca come pellegrino a Santiago?


«Buongiorno! Potrei dire che l’essere in cammino è già iscritto nella mia biografia. Ma questa forse è una cosa esteriore, tuttavia mi ha fatto pensare all’instabilità di questa vita, all’essere in cammino. Del pellegrinaggio uno potrebbe dire: Dio è dappertutto, non c’è bisogno di andare in un altro luogo, ma è anche vero che la fede secondo la sua essenza è un essere pellegrino. La Lettera agli ebrei dimostra che cosa vede nella figura di Abramo che esce nella sua terra e rimane un pellegrino verso il futuro per tutta la vita, e questo movimento abramico rimane nell’atto della fede, è un essere pellegrino soprattutto interiormente, ma deve anche esprimersi esteriormente.

Qualche volta, uscire dalla quotidianità, dal mondo dell’utile, dell’utilitarismo, uscire solo per essere veramente in cammino verso la trascendenza, trascendere se stesso e la quotidianità e così trovare anche una nuova libertà, un tempo di ripensamento interiore, di identificazione di se stesso, di vedere l’altro, Dio, e così è anche il pellegrinaggio sempre: non solo un uscire da se stesso verso il più grande ma anche un andare insieme. Il pellegrinaggio riunisce, andiamo insieme verso l’altro e così ci troviamo reciprocamente.

Basta dire che i cammini di san Giacomo sono un elemento nella formazione dell’unità spirituale del Continente europeo, qui peregrinando si sono trovati, hanno trovato l’identità comune europea, e anche oggi rinasce questo movimento, questi sogno di essere in movimento spiritualmente e fisicamente, di trovarsi l’un l’altro e di trovare così silenzio, libertà, rinnovamento, e di trovare Dio».

3 commenti:

mic ha detto...

Qualche piccola "luce" in più, sempre tratta dalle parole del Papa:

Lo spirito giacobeo «è quello che nel segreto del cuore, sapendolo esplicitamente o sentendolo senza saperlo esprimere a parole, vivono tanti pellegrini che camminano fino a Santiago di Compostela per abbracciare l’Apostolo. La stanchezza dell’andare, la varietà dei paesaggi, l’incontro con persone di altra nazionalità, li aprono a ciò che di più profondo e comune ci unisce agli uomini: esseri in ricerca, esseri che hanno bisogno di verità e di bellezza, di un’esperienza di grazia, di carità e di pace, di perdono e di redenzione. E nel più nascosto di tutti questi uomini risuona la presenza di Dio e l’azione dello Spirito Santo. Sì, ogni uomo che fa silenzio dentro di sé e prende le distanze dalle brame, desideri e faccende immediati, l’uomo che prega, Dio lo illumina affinché lo incontri e riconosca Cristo. Chi compie il pellegrinaggio a Santiago, in fondo, lo fa per incontrarsi soprattutto con Dio, che, riflesso nella maestà di Cristo, lo accoglie e benedice nell’arrivare al Portico della Gloria»

L'autentico spirito giacobeo può essere ritrovato meditando sulle tante croci che si ritrovano lungo il Cammino. Guardiamo, dice il Papa, a «Cristo che possiamo trovare nei cammini che conducono a Compostela, dato che in essi vi è una croce che accoglie e orienta ai crocicchi. Questa croce, segno supremo dell’amore portato fino all’estremo, e perciò dono e perdono allo stesso tempo, dev’essere la nostra stella polare nella notte del tempo. Croce e amore, croce e luce sono stati sinonimi nella nostra storia, perché Cristo si lasciò inchiodare in essa per darci la suprema testimonianza del suo amore, per invitarci al perdono e alla riconciliazione, per insegnarci a vincere il male con il bene. Non smettete di imparare le lezioni di questo Cristo dei crocicchi dei cammini e della vita, in lui ci viene incontro Dio come amico, padre e guida. O Croce benedetta, brilla sempre nelle terre dell’Europa!»

Jacobus ha detto...

Grazie perchè mi ricordate la indimenticabile esperienza di quello che ho chimato il mio "Cammino delle stelle"

Lory ha detto...

Sono stata in Toscana alla Gerusalemme di San Vivaldo dove Antonello, un terziario francescano, spiegava con immenso amore la storia del Sacro Monte. Quest’ultimo è stato definito da Eugenio Battisti la “Disneyland Sacra”. Il Sacro Monte è popolato da gruppi plastici in terracotta policroma realizzati in modo che il pellegrino comprende immediatamente quali sono i personaggi raffigurati. Quelli positivi hanno incarnati chiari e volti angelici mentre quelli negativi hanno un’espressione del volto aggrottata ed un incarnato scuro.
La visita al Sacro Monte inizia dalla chiesa, prosegue nel convento e termina con la visita delle cappelle. È un itinerario che colpisce il visitatore nel profondo ed è un’immersione nel dramma sacro che ci vede come protagonisti. Consiglio di guardare la video intervista, lascio il link del blog: http://tuscanyholidaysmontaione.blogspot.com/2011/06/san-vivaldo-la-disneyland-sacra.html