sabato 28 maggio 2011

Magister e il dibattito sul Concilio. Proseguono analisi e controanalisi.

Magister scende ancora una volta in campo alimentando il dibattito dal fronte degli "allineati": Introvigne e Rhonheimer, in contrapposizione agli "anticonciliaristi" - da lui così definiti impropriamente - ma in realtà "critici propositivi": de Mattei e Gherardini. Questa volta, oltre alle repliche dei suoi due paladini, ha aggiunto una riflessione di Basile Valuet OSB che sorprendentemente sembra sparigliare un po' tutti, ma di fatto risulta "allineato" anche lui. Sto elaborando l'impegnativa puntualizzazione di questi ulteriori elementi. Nel frattempo pubblico qui la riflessione inserita oggi da Enrico su Messa in Latino. E' riportata dopo questa mia premessa, perché la ritengo validissima ed utile per fare il punto sulla questione prima di proseguirne l'approfondimento e la condivido toto corde.

Piccola dimostrazione dell'allineamento di Valuet. Estratto dalla sua critica a de Mattei:
A p. 469-470 tronca la lista dei limiti giuridici indicati da DH 7, § 3 per l'esercizio del diritto alla libertà religiosa (LR). Sempre contro la LR, DM (de Mattei), citando il discorso di Pio XII del 6 dicembre 1953, dimentica il passaggio seguente: "Può darsi che in determinate circostanze Egli [Dio] non dia agli uomini nessun mandato, non imponga nessun dovere, non dia perfino nessun diritto d’impedire e di reprimere ciò che è erroneo e falso? Uno sguardo alla realtà dà una risposta affermativa". Dunque in queste circostanze la repressione è un'ingiustizia, muovendosi contro un diritto, quello del seguace dell'errore a non essere impedito. Da cui la non assurdità di un diritto negativo come quello di DH.
Del riesumato passaggio di Pio XII, che condiziona la sua affermazione con "in determinate circostanze", Valuet fa un assoluto, perché la Dignitatis Humanae non condiziona il diritto negativo, come Pio XII, in riferimento a "determinate circostanze", ma lo afferma senza condizioni assegnando alla Libertà di religione, nel citato n. 7, solo i limiti giuridici generici di qualunque principio morale che implica responsabilità personale e togliendo ogni discrimine rispetto alla "Verità tutta intera" di cui è portatrice la Fede cattolica.

Constatiamo che analisi e controanalisi proseguono e il dibattito si fa interessante, in alcuni punti ristagna in altri si arricchisce. Certo, in confronto ai tempi in cui veniva silenziata ogni voce critica, è pur sempre un progresso e si potrebbe ben sperare se se ne potesse intravvedere uno sbocco dal piano accademico a quello 'pastorale', che resta immutato ed intangibile.

Un esempio: finché non ci sarà anche una 'pastorale' non solo fantasmatica, ma concreta, non si attuerà mai alcuna promozione del Rito Romano usus antiquior. Infatti, se esso non vien fatto attivamente conoscere più diffusamente, non solo attraverso celebrazioni 'strappate' a vescovi e sacerdoti prevalentemente renitenti ma anche attraverso la corrispondente 'formazione permanente' del coetus fidelium, non potrà mai essere amato da più persone e continuerà a rimanere ghettizzato. Del resto anche l'Istruzione Universae Ecclesiae, senza la corrispondente 'pastorale', rischia di rimanere lettera morta tranne che per quanto affidato ad assetate ma non ascoltate buone volontà laiche ed ecclesiastiche. La stessa Istruzione presenta molte luci, ma anche alcune ombre che rischiano, se non di vanificarne, di attenuarne di molto l'efficacia. Anche questo, a breve, sarà oggetto dei nostri approfondimenti.

Non solo per questo ovviamente, ma non a caso, il "discorso da fare" di Gherardini appare ora il "discorso mancato". Non nel senso della discussione, che tuttora ferve rispetto a quando non se ne poteva neppure parlare; ma nel senso della presa d'atto e conseguenti interventi per pareggiare la verità da parte del Papa.


Puntualizzazione di Enrico (MiL)
Magister persiste a presentare come difensori del Papa, contro i malvagi anticonciliaristi de Mattei e Gherardini, i prodi paladini Introvigne e Ronheimer, dei quali ha pubblicato ieri due repliche peraltro molto interessanti. Ne riportiamo i principali passaggi. Come vedrete, in realtà le posizioni di questi asseriti "difensori del Papa" sono talmente divergenti tra loro che, evidentemente, o solo uno dei due assume correttamente le difese della tesi del Papa, oppure nessuno dei due, come personalmente sono portato a ritenere. Abbiamo infatti sulla cattedra di Pietro qualcuno che, quando poteva parlare più liberamente, aveva scritto del Concilio: "I risultati sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti [ ... ]. Ci si aspettava un balzo in avanti e ci siamo invece trovati di fronte a un processo progressivo di decadenza che si è sviluppato in larga misura proprio sotto il segno di un richiamo al Concilio e ha quindi contribuito a screditarlo per molti" ("Ecco perché la fede è in crisi", intervista a cura di Vittorio Messori, in Jesus, 11.11.1984, p. 70). Se quella è l’opinione di Joseph Razinger, è chiaro che con l’allocuzione del 22.12.2005 ci ha sostanzialmente chiesto di assumere uno sguardo sul Concilio totalmente nuovo rispetto all’ermeneutica fino ad ora pressoché totalitaria; sguardo che non può che essere critico e demitizzante di tutto quanto avvenuto negli ultimi 50 anni. Certo, sarebbe irrealistico e prima ancora teologicamente insostenibile rifiutare sic et simpliciter il Concilio, e pertanto non ci resta che lo strumento esegetico, da utilizzare in modo totalmente diverso rispetto a quanto avvenuto negli ultimi decenni, come ricorda il Papa; ma appunto studi (come quelli di de Mattei e Gherardini) che del Concilio sfrondino gli allori ed evidenzino i problemi e le ambiguità, sono la necessaria premessa, non fosse che come pars destruens, per toglier di mezzo l’ancora imperante mitologia conciliare e così consentire l’operazione di ricostruzione dottrinale, prima ancora che liturgica, tanto cara al Papa.

Ma torniamo ai due articoli. Introvigne sviluppa principalmente un concetto: che solo il Magistero può stabilire che cosa sia conforme a Tradizione e che cosa no, pena una deriva protestante in cui ciascuno (e quindi, di fatto, i teologi sulla breccia) si fa metro di che cosa sia la Tradizione. L’osservazione non è priva di plausibilità, ma solo entro certi limiti: perché se diviene un criterio assoluto come vuole Introvigne, diventa un argomento ex auctoritate che in alcuni casi limite porta a violentare il sensus fidelium e il raziocinio dei cristiani. Di fronte ad evidenti casi di vero e proprio revirement magisteriale - come nel caso emblematico della libertà religiosa, o come la definizione della Messa nella prima versione dell’Institutio generalis del messale paolino (che, siccome debitamente promulgata, fu anch’essa Magistero) - Introvigne ci chiede di ricorrere ad una sorta di double thinking per convincerci che il dopo è sostanzialmente identico al prima (Orwell, nel suo cupo capolavoro 1984, così definisce l’abito mentale del double thinking o bispensiero, attitudine indispensabile per non accorgersi delle contraddizioni nella propaganda del partito unico, e anzi per ritenere perfettamente conciliabili gli opposti: "Dimenticare tutto quello che era necessario dimenticare, e quindi richiamarlo alla memoria nel momento in cui sarebbe stato necessario, e quindi dimenticarlo da capo: e soprattutto applicare lo stesso processo al processo stesso. Questa era l’ultima raffinatezza: assumere coscientemente l’incoscienza, e quindi da capo, divenire inconscio dell’azione ipnotica or ora compiuta. Anche per capire il significato della parola "bispensiero" bisognava mettere, appunto, in opera il medesimo"). Qualcuno dirà che un meccanismo mentale analogo teorizzava S. Ignazio di Loyola quando chiedeva di considerare bianco quel che la Chiesa dice essere bianco, anche se lo si vede nero. Confesso che quell’aforisma ignaziano non mi è mai piaciuto (perché il nostro Dio è ragione: non siamo mica musulmani); ma in ogni caso invitava ad anteporre il giudizio della Chiesa al proprio: quid, invece, se bianco e nero lo dicon due papi diversi nella storia?

In sostanza Introvigne deve ricorrere al letto di Procuste per stiracchiare o restringere i testi magisteriali, nel tentativo di farli conciliare perfettamente tra loro e di sostenere che nulla mai cambia, se non qualche accidentale apparenza. Ma naturalmente, un tentativo del genere può stentatamente reggersi in piedi solo a prezzo di ragionare per slogan e petizioni di principio (ad esempio, ripetendo come un dato a priori che dev’esserci necessariamente una continuità) e quindi censurando ogni forma di approfondimento e di riflessione critica: il che infatti Introvigne s’è dato per missione di fare, dacché pensatori come Gherardini e de Mattei hanno iniziato a sollevare i loro dubbi.

La tesi di Ronheimer è invece più piana. Non tenta quell’improbabile coincidentia oppositorum, ma riconosce tranquillamente che vera discontinuità vi fu; salva, naturalmente, una continuità di fondo del soggetto Chiesa; continuità però talmente ricacciata a livello di principi ultimi da risultare quasi evanescente. Tra le due tesi (quella di Introvigne e quella di Ronheimer), la seconda è più consequenziale con le premesse, ossia con quell’insistenza sul concetto di riforma rispetto a quello di continuità, su cui batte molto anche Introvigne, ma senza avvedersi, a differenza di Ronheimer, delle conseguenze cui quell’idea necessariamente porta: ossia ad una piena accettazione di livelli talmente alti di ‘discontinuità’ da non essere molto lontani da quelli della tanto deprecata (e a ragione) ‘ermeneutica della rottura’.

Per concludere, a me pare che tanto l’impasse in cui si getta Introvigne (che per salvare il valore del Magistero diacronico della Chiesa, ai suoi occhi sempre e comunque vincolante per i fedeli, invita a fingere di non vedere contraddizioni sol perché ritiene aprioristicamente che non ce ne possano essere), quanto l’affermazione da parte di Ronheimer che su aspetti non dogmatici la dottrina della Chiesa può tranquillamente cambiare, dimostrano una cosa: ossia che i documenti della Chiesa hanno gradi di opinabilità sufficientemente alta, fintanto che non concernono il depositum fidei. Il che, è un modo per dire che gli insegnamenti più controversi del Concilio, proprio perché non toccano la fede o la morale, sono pienamente criticabili e non assentibili al pari, quanto meno, degli insegnamenti passati sugli stessi temi che il Concilio ha voluto superare e modificare.
Enrico [Fonte: Blog Messa in Latino, 28 maggio 2011]

12 commenti:

Ma come? ha detto...

come si può sostenere che non esiste la pastorale per il VO se l'istruzione UE assegna ad ognuno il proprio ruolo, vescovi compresi.
Non è affidata ai vescovi la pastorale?

Anonimo ha detto...

Non capisco questa meraviglia.

A me pare che la maggior parte dei vescovi, purtroppo, applica solo e unicamente una pastorale post-conciliare=modernista con aperture ecumeniche ed interreligiose a 360 gradi meno uno: quello in cui si colloca la Tradizione perenne.

DANTE PASTORELLI ha detto...

Certo che ai vescovi è affidata la pastorale anche UE: comincino ad elaborarla e a metterla in atto. Dov'erano sino ad ora? C'era bisogno della UE perché si dessero una mossa? E se la daranno? Chi vivrà vedrà.

Quanto al maldestro tentativo di far di Pio XII un precursore della DH è tutto da ridere. Pio XII non fa che ripeter il classico concetto di "tolleranza" alla quale, proprio perché tale, si può ricorrer in particolari circostanze, quando lo Stato vuole, ad es. evitar mali maggiori.
Ma lo stesso concetto di tolleranza esclude un diritto positivo alla libertà di religione.
Certo, dopo il concilio ci sono stati coloro che si sono sperticati a farfugliar che la libertà religiosa è da intendersi come la libertà della Chiesa, per ingannar i gonzi. Invece sappiamo benissimo cosa significa: libertà dell'errore, diritto all'errore. Mi si trovino in Pio XII affermazioni contenenti tale eresia.
Scherzino coi fanti e ci lascino i nostri santi.

lonewolfe ha detto...

Ma lo stesso concetto di tolleranza esclude un diritto positivo alla libertà di religione.


Dunque o ti converti o muori? Una conversione di stato, imposta dall’alto, codificata dalla legge? Se si esclude la libertà di religione, si esclude anche la libertà di stampa, di pensiero, del dubbio, del dissenso, di blog che trattino male il magistero della Chiesa, tanto per dirne una. Uno stato di tal genere cosa offrirebbe alle centinaia di immigrati che arrivano nelle nostre coste? Il Battesimo in cambio della cittadinanza e del permesso di soggiorno? Il licenziamento all’operaio che si assenta per pregare il suo allah?

Libertà di religione non significa diritto all’errore, ma diritto di scegliere la verità, quella ‘tutta intera’ custodita dalla Chiesa Cattolica. E il Vangelo, per quanto ne so, esige una scelta, non la impone. Il Vangelo non propone alleanze politiche, ma si offre al cuore e alla mente di ciascuno, compreso il più acerrimo nemico. E questo può continuare ad accadere solo se viene garantita la libertà di pensare e di credere.

DANTE PASTORELLI ha detto...

Mi sembra tu sia in contraddizione. Se l'unico diritto è quello di scegliere la verità della Chiesa, cioè la Verità tout court, è chiaro che non ci possa esser "diritto" all'errore, un diritto alla scelta dell'errore, del peccato e della dannazione.
Certo, il libero arbitrio ci può guidare verso il male per nostra colpa, ma è una violazione del diritto divino. Basterebbe leggere all'uopo il primo canto del Paradiso dantesco: per natura l'uomo è portato a Dio come il fuoco verso l'alto. Ma il male ci lascia fermi in terra, come il vento dirige a terra il fuoco.
Il concetto di tolleranza è riguarda soprattutto lo Stato che per motivi di grave opportunità può ammettere la "tolleranza".
Pio XII ribadisce la comune e tradizionale dottrina della Chiesa e respinge la "conversione violenta" che non può darsi.
Ma da una situazione pratica non si può risalire ad un principio generale.
La libertà dei culti anche per lo Stato ha un ben preciso limite, perché ad es., non può tollerare culti contrari alla moralità naturale (ch'è d'origine divina): La Quanta Cura e il Sillabo, L'Immortale Dei, la Libertas ecc. son lì a spiegarlo.
Sulla base di questi scritti che riepilogano la Sacra Tradizione si ricava che:
1) ciò che è contro la verità non ha un oggettivo diritto all'esistenza, alla diffusione e all'azione:
2) lo Stato PUO' non impedirlo con leggi o altri mezzi coercitivi se crede che ne possa derivare un bene superiore.
Insomma: la repressione delle deviazioni morali e specie religiose non ha valore assoluto, perché è subordinato alle circostanze che possono far propendere per la tolleranza.
Attenzione, anche, che la lbertà di credere, la libertà di credere quel che più fa comodo, è relaitivismo. E non giustifichiamo il relativismo col Vangelo.

lonewolfe ha detto...

Se l'unico diritto è quello di scegliere la verità della Chiesa...

la libertà sta nella scelta, nella possibilità di scegliere, una libertà sancita dallo Stato a prescindere da cosa poi sceglierò, dunque nessuna contraddizione.

Parliamo di libertà religiosa, ossia libertà di professare pubblicamente la mia fede, i principi in cui scelgo di credere. Quella libertà negata per es. ad Asia Bibi e a mille e mille altri come lei. Non discutiamo di devianze violente o simili, ma del semplice diritto alla libertà di pensiero e quindi di religione. Libera chiesa in libero stato, in sostanza. Perché no?

Il Magistero preconciliare sostiene che ‘ciò che è contro la verità non ha un oggettivo diritto all'esistenza’. Ma questo implicava, ed implicherebbe oggi di fatto una religione di stato, uno stato cioè che fa sua la Verità custodita dalla Chiesa, uno Stato che pone a fondamento delle sue leggi i dogmi codificati dalla Tradizione della Chiesa. E’ questo che si vuole? Oggi, in un mondo globalizzato e multi-tutto? Inoltre è da ritenersi questo un principio irrinunciabile e irreformabile, che attiene alla identità stessa della Chiesa?

Attenzione, anche, che la lbertà di credere, la libertà di credere quel che più fa comodo, è relaitivismo. E non giustifichiamo il relativismo col Vangelo.

Relativismo è non riconoscere il valore assoluto e trascendente della Verità, e dunque ritagliarsi una verità di comodo. La libertà è altro, la libertà di credere è la dignità che il Vangelo mi riconosce. Ma questa è un’altra storia.

DANTE PASTORELLI ha detto...

Dov'è la dignità di credere nell'errore? La Verità vi fara liberi ed in questa Verità si trova ogni dignità. Nell'errore non c'è libertà ma schiavitù.
Mi sembra tuttavia d'aver chiarito i limiti dei poteri dello stato sulla base del concetto di tolleranza.

Il fatto che non esistano più gli stati cattolici non significa che la Chiesa debba rinunciare alla proclamazione della regalità di Cristo quale propugnata soprattutto nella Quas Primas di Pio XI.
Il principio della libera Chiesa nel libero stato sappiamo benissimo cosa significava e cosa significa ancora nella mente dei laicisti e dei cattolici liberali.
Ancor oggi la Chiesa festeggia Cristo Re. Solo del cielo?

Io continuo a cantare:
Te nationnum praesides
honore tollant pubblico,
colant magistri, iudices,
leges et artes exprimant.
Submissa regum fulgeant
Tibi dicata insignia;
mitique sceptro patriam
domosque subde civium.

berni ha detto...

Mic non capisci questa meraviglia? oggi dov'e' l'autonomia di un singolo vescovo Pastore del suo gregge, se fa parte di una conferenza episcopale? Se volesse fare una pastorale diversa credi che volendo fare carriera ecclesiastica, gli riuscirebbe ancora?

Anonimo ha detto...

Penso che tu abbia ragione berni, il potere di un'intera conferenza episcopale prevale di certo sul singolo, il quale resta isolato e, anche se dotato di buona volontà, può venir messo in condizioni di far ben poco o addirittura nulla 'pastoralmente' (si fa per dire...) parlando.

Possiamo solo confidare sul fatto che il Signore provvederà. Come, e quando, non possiamo saperlo, ma preghiamo: è Lui che ci salva continuamente e che salva (non ho detto salverà al futuro soltanto), la sta già salvando e lo fa e farà sempre, fino alla fine dei tempi la Sua Chiesa

berni ha detto...

Dibattito sul Vaticano II - Se e' vero come e' vero che stiamo vivendo in una apostasia silenziosa, tutta la Chiesa per ritornare ad essere trionfante e far tornare a trionfare la SS. Trinita'deve aprire un vero dibattito e approfondire punto per punto tutto il Concilio Vaticano II.Forse potremmo rivedere le chiese piene di Cattolici.

berni ha detto...

Se la gerarchia ecclesiastica non intende aprire un dibattito serio sul Concilio Vaticano II, deve fare quello che hanno fatto i protestanti, tanto l'hanno fatto da 40 anni, hanno costituito una nuova chiesa facendo credere ai cattolici che quella era la vera chiesa cattolica. Ora alcuni esponenti di quella chiesa vanno dicendo che bisogna rievangelizzare, ma non spiegano al popolo che hanno fatto una rivoluzione di quella che era la chiesa cattolica. La gerarchia dovrebbe essere piu' chiara e dire al popolo veramente chi e' e con chi sta'e non combattere chi opera con cuore sincero e puro per la vera Chiesa di Cristo. non dimentichiamo mai che Giuda si e' venduto Cristo per 30 denari e Pietro l'ha rinnegato. ricordiamoci sempre che la storia si ripete. Che non siamo per caso a red rationem?

berni ha detto...

Caro Dante, ma tu pensi che alla gerarchia rivoluzionaria del V.II interessi il fatto della dignita' dell'errore della Pascendi? Ma non hai capito che di cattolico non ha piu' niente? Il V.II non ha fatto un aggiornamento, ma una rivoluzione e' diventata un altra delle tante religioni. Ma non segui Assisi?