mercoledì 4 maggio 2011

Passione della Chiesa. Amerio ed altre vigili sentinelle

Prima di avventurarmi nell'analisi del saggio di Rhonheimer, un po' specialistica e meno divulgativa, e che richiede un adeguato approfondimento, fatto di studio e di riflessione sui testi originali citati e collegati, inserisco una informazione riguardante una delle recenti tappe di confronto e approfondimento della situazione della nostra Chiesa.
Si tratta del Convegno organizzato dal Centro Culturale Vera Lux - Bologna, tenutosi il 12 giugno 2010 a San Marino. Oltre al Vescovo, Mons. Luigi Negri, al Convegno, introdotto dal Dr. Lorenzo Bertocchi, hanno partecipato relatori di spicco come Mons. Brunero Gheradini, Mons. Nicola Bux, Matteo D'amico, P. Giovanni Cavalcoli.

Trascrivo alcune parole significative dall'introduzione del gen. Lorenzo Bertocchi, mentre ringrazio il gen. Normanno Malaguti, che cortesemente mi ha fatto pervenire il testo degli Atti, Passione della Chiesa. Amerio e altre vigili sentinelle, edito da Il Cerchio, Bologna 2011.

... Per comprendere il cuore del problema occorre ritornare ancora una volta al famoso discorso di Benedetto XVI a Regensburg, laddove si parla della necessità «dell'allargamento del nostro concetto di ragione», capace cioè di superare le strettoie di un razionalismo empirico che di fatto riduce la verità al misurabile. Romano Amerio nelle sua importante opera Iota unum, Ed. Lindau, pag. 314, esprime ciò in un modo preciso: «alla base del presente smarrimento vi è un attacco alla potenza conoscitiva dell'uomo», quello che egli chiama “pirronismo” e che in estrema sintesi consiste nella presunta incapacità di poter raggiungere la verità. Questa sfiducia nella verità si traduce nella crisi dell'autorità e della dottrina della Chiesa come “garanzie di libertà”, così il fedele si perde in un caos dottrinale che sfibra la fede e conduce al soggettivismo in campo etico.

Il “pirronismo” si è veramente introdotto nella Chiesa? [...] E' sempre più chiaro ormai che il facile abbraccio con filosofie alla moda abbia intaccato la teologia, producendo in alcuni casi «dottrine fuorvianti» che il Papa stesso ha richiamato nell'omelia del 29 giugno 2010 parlando di Comunità che ne «patiscono l'influenza». [...] A volte vi è la tentazione di non parlare di questi problemi perché si ritiene siano già stati ripetuti troppe volte, oppure perché si possa generare chiusure negli interlocutori, ma a ben guardare il lavoro è tutt'altro che compiuto, pertanto speriamo che l'autorevole contributo dei relatori possa aiutare a chiarire alcuni noti della storia recente della teologia e più in generale della Chiesa stessa...


Stralcio dall'intervento di Mons. Gherardini, Passio Christi, Ecclesiae passio:
[...]
2 - Le “Stazioni” - Amerio, a quanto pare, non parla di “passione”. L'idea che prende in esame è quella della “crisi”, da lui analizzata nella sua natura, nei suoi contesti e nelle sue conseguenze. Io pure -che non chiudo gli occhi davanti alla persecuzione cruenta - son dell'avviso che la passio Ecclesiae sia oggi la perdurante continuità d'una crisi iniziata in modo speciale dall'Illuminismo e ingigantita dalla “desistenza” secolare di chi avrebbe dovuto combatterla. Una crisi polimorfa, che Amerio descrive specialmente nei due primi capitoli, tenendola però presente in tutto il complesso degli altri. Una crisi che non ha nulla in comune con il meschino tentativo di chi, per nasconderne pericolosità e virulenza, la qualificò come “crisi di crescenza”, quasi a sottrarre da sicura e doverosa condanna sia l'accennata “desistenza”, sia il conseguente «disorbitare della Chiesa dal suo fine primario». La crisi fu scatenata e poi fin al presente mantenuta ora sotto la cenere, ora a livelli d'incandescenza, quando forze latenti, ma aggressive, polemiche, centrifughe e soprattutto potenti, apriron le porte del santuario allo spirito del secolo, sostituendo l'uomo a Dio, “l'ubi consistam” spazio-temporale all'escatologia cristiana, il pirronismo alla certezza, il pluralismo all'Una Sancta, il disfacimento del costume alla virtù.

Fin dagli anni del Vaticano II ma soprattutto durante il cinquantennio del postconcilio si soppresse l'antagonismo Chiesa-mondo; si inneggiò ad un cristiano maturo non più in stretta collisione con i pericoli del secolo, ma a braccetto con essi; si chiuse l'era paradossalmente angusta della cristianità cattolica, per aprir quella indiscriminata e vaga del “popolo di Dio”; si ribaltò di sana pianta la base giustificativa del Sillabo e della Pascendi, aprendo ingenuamente a quel liberalismo ed indifferentismo e relativismo e modernismo che quei documenti fronteggiavano; si stravolse l'in-sé della Chiesa e della vita cristiana, affossando il soprannaturale nel magma del naturalistico, del razionalistico, dello storicistico, dell'immediato ed immediatamente disponibile, tutto risolvendo in una Weltanschauung che, alle classiche virtù teologali, cardinali e morali, sostituiva i valori della spontaneità della libertà, del sentimento, dell'aperturismo a buon mercato. Nasceva, e in breve furoreggiò, un Cristianesimo umanitario, quello del buonismo acritico e superficiale, del dialogo, della condivisione, dell'aperturismo in ogni direzione, senza preoccupazioni dogmatiche etiche disciplinari, all'insegna anzi di quel “circiterismo” che Amerio riprende da Giordano Bruno per indicare ogni disinvolto embrasson-nous, perfino nel caso non raro di un amplesso letale. A ciò s'aggiunga l'allentamento della disciplina penitenziale, la crisi dell'obbedienza, la deformazione dialogica dell'apostolato kerigmatico, la degradazione del sacro nel secolare e della communio in una sequela senza fine di sfide. Sì, la crisi non poteva esser meno eversiva né meno pervasiva di com'è stata.

A mio giudizio resta difficile capire perché, pur avendo della crisi una conoscenza diretta ed obiettiva, non si sia corsi ai ripari. Paolo VI, il 7 settembre 1968, rilevò «l'ora inquieta d'autocritica, si direbbe d'autodemolizione» e «di rivolgimento assoluto» che la Chiesa stava vivendo. Celebre è rimasto il suo accenno del 30 giugno 1972 al «fumo di Satana» insinuatosi «nel tempio di Dio». Ed il 18 luglio 1975, inutilmente gridò il suo «basta con il dissenso alla Chiesa. Basta con una disgregatrice interpretazione del pluralismo... Basta con la disobbedienza qualificata come libertà». Tanto inutilmente, che il suo successore, il 7 febbraio del 1981, si disse costretto ad ammettere «realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità» lo sbandamento dei fedeli conseguente a «vere e proprie eresie in campo dogmatico e morale», alla manomissione della Liturgia, al relativismo, al permissivismo, al sociologismo e ad un illuminismo che spiana la via all'invadenza dell'ateismo.
Non meno incisiva né meno drammatica è la denuncia della crisi ecclesiale, con cui Papa Benedetto XVI tenta di scuoter le addormentate coscienze. Era ancora cardinale quando firmò la Via Crucis del 2005, che pose all'attenzione del mondo la «sporcizia... la superbia, l'autosufficienza e la mancanza di fede» fra gli uomini di Chiesa, nonché la Chiesa stessa nella condizione d'una «barca che fa acqua da tutte le parti». Pochi mesi dopo, da Papa, riprese con forza maggiore un suo vecchio discorso su «la dittatura del relativismo», causa prima della secolarizzazione montante, e sul relativismo insiste ancor oggi. Ma “le stelle stanno a guardare”.

3 - Per una conclusione - Lungi da me il segnar a dito le “stelle” che “stanno a guardare”: non ho la vocazione a far il cane da guardia. Ma nemmeno ho gli occhi così bendati da non vedere e non capire.

Vedo e capisco sia il dramma d'una Chiesa nella morsa d'una contraddizione storica, contro la quale occorre, e subito, impegnarsi a fondo; sia la ragione, quasi metafisica, che almeno in parte sottrae quel dramma al nostro intervento.

Quanto di quel dramma -e non è una misura da poco- è dovuto
  • ad incuria,
  • o ad un abbassamento della guardia;
  • o ad una compiacente strizzatina d'occhi all'“inimicus homo” (Mt 13, 25.39),
  • o ad una desistenza dal dovere della fedeltà e della testimonianza;
  • o ad un colpevole rimescolamento delle carte fra il e il no, per fare scomparire del tutto la discriminante tra il bene e il male;
  • o al “circiterismo” pasticcione e confuso di gran parte della teologia contemporanea, la cui sola unità di misura sembra l'abbandono della Tradizione e quindi della linfa che alimenta la vita ecclesiale;
  • o ad una burbanzosa autosufficienza che inalbera la coscienza del singolo o di gruppi particolari a giudice supremo della legge di Dio, sia naturale che rivelata e della Chiesa interpretata e proposta;
quanto -insomma- è dovuto a tutto questo e ad altro ancora, non ha diritto di cittadinanza nella “città di Dio”, essendo antitetico alla costituzione e alla vita di essa. Di tutte queste storture e devianze e ribellioni s'intesse, sì, la passio Ecclesiae, ma è una passione che non s'identifica mistericamente con quella di Cristo, non arricchisce e non dilata la Chiesa come il sangue dei martiri. La mortifica, anzi la strozza, le rifila l'aria che dovrebbe respirare, la riduce al rantolo. Contro questa passio, pertanto, occorre prender posizione, essa va neutralizzata, e l'unica maniera per farlo è quella d'una fedeltà a tutta prova: la fedeltà dei santi.

Ho peraltro accennato, poco sopra, ad una causa quasi metafisica della passio Ecclesiae ed irriducibile per questo ad uno qualunque dei comportamenti umani. Essa nasce dalla sacramentale identità del Cristo fisico e del Cristo mistico e prolunga l'epopea del Golgota nel tempo del già e non ancora: la Chiesa è per questo il Christus patiens. Gli aggettivi “sacramentale” e “misterico”, cui faccio ricorso per qualificare l'identificarsi della Chiesa in Cristo e di Cristo nella Chiesa, portan il discorso sul piano dell'analogia, ancorché ontologicamente fondata. Non si tratta, infatti, di una identità assoluta, ma d'una continuità che il linguaggio dei Padri e della liturgia definisce in mysterio, e quindi di una repraesentatio della Chiesa come continua Christi incarnatio. In particolare d'un rapporto che riproduce nella Chiesa una cristoconformità tale da conferirle quella medesima “immagine del Dio invisibile” che Col 1,15 predica del Verbo incarnato ed in base alla quale la Chiesa ha, del Verbo incarnato, la forma storica d'un amore che si dona fino al sacrificio supremo di sé. La detta repraesentatio non è, dunque, una rappresentazione, se mai è una “ri-presentazione”, o meglio un'assimilazione di due soggetti fin al loro sacramentale ed unificante incontro. Sta qui la ragione per la quale la Chiesa è il Christus patiens, non il Christus passus: rivive nell'attimo che fugge la realtà stessa del Redentore, del Mediatore unico tra Dio e gli uomini, del Rivelatore fedele e qui si radica l'espressione “fuori della Chiesa non c'è salvezza”, oggi superficialmente contestata.

Commossi, pertanto, fin alle lacrime, ci mettiamo nelle braccia di questa chiesa, per aver accesso, attraverso la sua stessa passio, alla passio salvifica di Cristo.

7 commenti:

una domanda ha detto...

perchè Chiesa Christus patiens e non Christus passus?

Anonimo ha detto...

Christus passus, il Signore Gesù, passus est, cioè ha sofferto la sua Passione ed è morto per noi sotto Ponzio Pilato. Ed è Risorto il terzo giorno, è Asceso al Cielo e, a Pentecoste ha inviato il Suo Spirito a costituire la Chiesa.

Questo è avvenuto una volta per tutte in Lui, che è l'unica vittima pura santa immacolata, l'Agnello immolato per la nostra salvezza. Gli effetti si dispiegano nel tempo e nella storia fino alla fine dei tempi attraverso la Chiesa portatrice e sacramento della Sua Presenza.

Noi, suo Corpo Mistico e sua Chiesa, viviamo il tempo del già e non ancora, nel quale accogliamo i frutti della Salvezza che ad ogni Eucaristia, ad ogni concreto SI alla volontà del Padre della nostra vita, veniamo sempre ulteriormente 'configurati' al Figlio diletto. Ma, pur essendo entrati con Lui nel mondo della Risurrezione, nella Creazione nuova dei Redenti, avremo la Risurrezione piena soltanto "nell'ultimo giorno".

Per San Paolo 1Cor 15,49 "come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste". Per Paolo la resurrezione è come anticipata nella vita presente, per coloro che partecipano alla morte e resurrezione di Gesù Cristo mediante il sacramento del Battesimo (cfr. Rm 6,3-11; Ef 2,6).
Anticipata, nel senso che ci rende possibile vincere la morte spirituale e, nelle nostre sofferenze offerte nell'unica vera Offerta pura santa immacolata, siamo assimilati mystericamente nel Christus patiens, la sofferenza attuale del Christus totus, come lo chiama Agostino, presente nella storia nel suo Corpo Mistico.

Nel caso specifico, Mons. Gherardini sottolinea che questa sofferenza della Chiesa, derivando da un male, non è feconda direttamente come il sangue dei martiri, ma solo per accidens se accettata e offerta dal Christus patiens...

DANTE PASTORELLI ha detto...

Come al solito mons. Gherardini, con lucidità e amore, amore ferito, illustra le radici e le possibili soluzioni della crisi nella Chiesa, di cui è figlio fedele.
Alternativa al suo esame e alle sue proposte non v'è: Chi di dovere non può rimanere in silenzio o far parlar un Biffi Inos qualunque.
Non basta mandar Filoni a Propaganda Fide - immaginiamo quale fede propagherà -, è suo dovere por fine alla vexata quaestio dei problemi teologici e dottrinali posti dal concilio. Una parola chiara e definitiva per tutti.
In caso contrario si continuerà a dibattere nell'ambiguità ed ognuno resterà con le sue convinzioni. E finirà per consolidarsi il convincimento del mancato esercizio dell'autorità se non proprio dell'esistenza dell'Autorità. La vittoria dei sedevacantisti.

Anonimo ha detto...

Parole sante, caro Dante!
E' esattamente il punto in cui siamo.
Difficile intravedere soluzioni o virate a breve termine.

E noi, come Gheradini e altre sentinelle in vigile orante attesa, anche noi col nostro amore ferito, continuiamo ad approfondire e ad esprimere le ragioni della nostra fede...

DANTE PASTORELLI ha detto...

Dalla lettera di Giacomo,1,3-4:
"Fratelli miei, anche se dovete sopportare prove di ogni genere, rallegratevi. Sapete infatti che se la vostra fede suepera queste prove, voi diventerete forti. Anzi, tendete a una fermezza sempre maggiore, così che voi siate perfetti e completi sotto ogni aspetto".
Al di là delle nostre debolezze personali e delle nostre cadute, dobbiamo riconoscere che la prova a cui siamo sottoposti è dura, ma la nostra fede non deve venir meno.
Molti di noi però son tentati - da loro stessi non da Dio, come spiega S. Giacomo - a lasciarsi andare alla sfiducia e alla deriva.
Sforziamoci di reagire con sapienza, senza ribellioni né fatue illusioni, rimanendo fedeli alla Verità sempre professata dalla Chiesa Cattolica.
Domani, seconda domenica di Pasqua, è la domenica del Buon Pastore. Preghiamo tutti perché il Buon Pastore Vicario ascolti i belati degli agnelli e delle pecorelle assetate e affamate di Verità.

Viator ha detto...

Grazie per l'esortazione e per la preghiera.
Oggi, primo sabato del mese, affidiamoci all'Immacolata perché vegli su noi e sulla Chiesa e, soprattutto, sui sacerdoti.

Anonimo ha detto...

Sforziamoci di reagire con sapienza, senza ribellioni né fatue illusioni, rimanendo fedeli alla Verità sempre professata dalla Chiesa Cattolica.

OK, Dante, non ci sono congeniali né le ribellioni, né le fatue illusioni; ma abbiamo bisogno anche di non correrne mai i rischi, che potrebbero essere in agguato.

Per questo custodiamo, con fedeltà e perseveranza, la fede che abbiamo ricevuto, accolto e assimilato nella Chiesa. Nella fedeltà, al Signore in primis, c'è anche il nostro totale affidamento e la fiducia che Lui sta continuamente salvando la Sua Chiesa, anche se forse non ci sarà dato vedere come.

E cerchiamo di fare del nostro meglio, soprattutto nella preghiera.

Raccolgo anche la memoria del primo sabato del mese, di riparazione... e, poi, è il mese di maggio: approfittiamone con un fervoroso rosario, ma anche con una supplica forte, dal cuore...