lunedì 25 luglio 2011

La Barca di Pietro. Getsemani...


In molti contesti ferve il dibattito sulla crisi nella Chiesa e sulle ultime vicende che ne segnano l'aggravarsi piuttosto che una remissione. La conclusione è che comunque - pur nella sofferenza - occorre restare fedeli a Pietro. Anche se non mancano sconcerto e disorientamento nell'assistere a gesti e approvazioni che sembrano smentire, nei fatti, i principi con i quali il Papa ci sostiene con le parole.
Condenso in una sintesi le più recenti riflessioni di due nostre lettrici, secondo me molto significative, in quanto testimonianze vive.
A seguire, pubblico il Capitolo conclusivo di "Getsemani" del card. Giuseppe Siri. Il testo è difficile da reperire e, quindi, lo inserisco per condividere con tutti una pagina di alta spiritualità, che ci introduce nel cuore della nostra Fede.


Fare quadrato intorno al Papa.
Fare quadrato, dunque. Ingenua e impraticabile speranza, purtroppo, sembrerebbe. Raccogliere e unificare le forza tradizioniste è un’utopia, almeno per ora, almeno a quel che vedo e che leggo. Esempio lampante il thread in cui si è partiti da un articolo sul Summorum Pontificum, che quella unità auspica e promuove; ma è stato presto archiviato per arrivare all’apostasia della Chiesa salvo un piccolo resto. Quale chiesa, verrebbe da chiedere, quale resto, quale verità, quale tradizione? Vi accorgete o no come queste parole siano farcite di ambiguità, tanto che ciascuno, su fronti contrapposti, se ne appropria e ne fa la sua bandiera? Sono slogan ormai di una battaglia frastagliata che ha perso per me quel buon profumo di Cristo, il sapore della verità, che mi avevano attratto e coinvolto.

Per me la battaglia da correre con le ginocchia corrose di speranza audace è quella della perseveranza, fedele, umile, obbediente. Non possiamo più tacere, anzi, si sente ripetere da più parti. Bene. Io credo la Chiesa una santa cattolica apostolica romana. Questa Chiesa che vive e freme all’ombra delle Sue Ali, assediata da lupi arroganti che brulicano nel suo seno seminando gramigne di eresie e di mai vinte superbie, questa Chiesa tutta è il piccolo resto su cui le porte degli inferi non prevarranno. Perché questa Chiesa è la Sposa di Cristo, è nata dal Suo Cuore sanguinante, è bagnata dal Suo Sangue, è e sempre sarà crocifissa e per questo, proprio per questo trionfante, innalzata e puntata verso il cielo sul legno della Croce. E poiché fuori da questa Chiesa non v’è salvezza, la scelgo sempre di nuovo perché sia approdo e dimora, fonte e culmine della mia speranza.

Responsabilità dei Pastori circa uno dei problemi più seri.
Oltre a questo inno alla fiducia e speranza, di fronte alle responsabilità dei Pastori in ordine a quel che accade, soprattutto ma non solo in riferimento ad una nota realtà ecclesiale, c'è chi si lancia in stroncature fondamentaliste che tagliano la realtà con l'accetta, come anche a me talvolta viene la tentazione di fare. Ma, alla fine, mi ritrovo, invece in un discorso come questo che, sia pure in altri termini, trasuda la stessa speranza del precedente:
"So benissimo chi è responsabile e saperlo mi riempie di sgomento, di incomprensione, e anche sì, lo ammetto, di rabbia. Chi altri se non chi aveva il dovere di correggere, chi ne aveva il potere e la responsabilità? Eppure hanno lasciato fare e, quando non hanno lasciato fare, legittimando nei fatti, hanno direttamente e espressamente incoraggiato una realtà che stava crescendo a lato della Chiesa - mai integrata, se mai sostituendosi - con le sue prassi eretiche, senza mettere i dovuti e urgenti paletti, in fondo ingannando IN PRIMIS i neocatecumenali stessi che potevano credere che tutto andava bene, che tutto era conforme, meglio, o peggio ancora, che erano loro la speranza della Chiesa.

Il Cammino neocatecumenale non è il solo ad aver approffittato di quella totale libertà di fare e disfare, togliere e aggiungere a piacimento, basta vedere in che stato si trova oggi la Chiesa. La differenza è che la struttura e gli abusi neocatecumenali sono rigidamente codificati, ovunque gli stessi. So tutto questo, non sono cieca e ancor meno sorda, so anche che gli abusi continuano, che oggi come ieri sono legittimati e incoraggiati dalla gerarchia. Saperlo, vederlo mi fa male, tanto male. Ma, sapendolo, non arrivo alle conclusioni radicali dei più fondamentalisti, non capisco, soffro di questa situazione, ma sono sulla Barca di Pietro e su quella Barca resto con le mie domande, i miei dubbi, le mie paure, le mie incomprensioni, perché so CHI è su quella Barca e che non mi vedo essere altrove che su quella Barca, perché so che, malgrado i terribili e temibili errori degli uomini, l'opera distruttrice di chi l'ha rovinata, e continua a rovinarla, la Barca non affonderà mai."

Riporto, ripetendole, le seguenti parole come memorandum per tutti, anche perché le sento molto vere e ci danno un'immagine drammatica e potente della situazione.
Questa Chiesa è la Sposa di Cristo, è nata dal Suo Cuore sanguinante, è bagnata dal Suo Sangue, è e sempre sarà crocifissa e per questo, proprio per questo trionfante, innalzata e puntata verso il cielo sul legno della Croce. E poiché fuori da questa Chiesa non v’è salvezza, la scelgo sempre di nuovo perché sia approdo e dimora, fonte e culmine della mia speranza.
STAT CRUX DUM VOLVITUR ORBIS


Il Getsemani della Chiesa è nel Getsemani di Cristo Signore. Conosciamolo meglio.
Getsemani, è la porta del santuario attraverso la quale la Storia ritrova il suo vero volto e il suo vero ordine, nell'intendimento e nella coscienza dell'uomo liberato. È il santuario dove si è compiuta spiritualmente, nella solitudine, la suprema offerta, affinché l'uomo ogni volta unico, e tutta la stirpe degli uomini possano trovare l'ordine eterno della loro creazione e avere così la possibilità di entrare per grazia nella gioia della diretta contemplazione del Creatore.

Soltanto nel raggio del Getsemani la teologia può essere spogliata di ogni vano diletto intellettuale, di ogni lettera morta e di ogni irrigidito schema di pensiero, di ogni aridità del cuore, di ogni illusione di autonomia e di ogni torpore di febbrile attività naturalista. Soltanto in quel luogo l'intendimento e la volontà sono liberati dalla verità conformemente alla parola di Cristo (Gv 8,32), perché è là che il Redentore ha vissuto nella sua intimità umana, con tutto il suo amore divino, la Croce della storia degli uomini.

Ed è nel segreto dell'agonia di Gesù di Nazareth, che si può intravedere il significato dell'uomo nel mistero della storia degli uomini.

Nel mistero del Getsemani si svelano i due più grandi, più struggenti e più dolci misteri: l'Incarnazione di Dio in uomo perfetto in Maria e la generazione della Chiesa santa nella relatività dell'uomo temporale.

Nel popolo di Israele ci sono stati molti santi e molti profeti. Ci sono state molte anime che hanno sofferto per il loro popolo e che hanno saputo amare Dio fino al sacrificio totale. Ci sono state molte anime forti e grandi che hanno penetrato per grazia di Dio i segreti della Natura. Più di quanto non l'abbiano fatto gli uomini di scienza delle segrete generazioni.

Ma l'uomo dell'agonia sul monte del ulivi era l'Essere di un'altra economia; corrispondeva ad un'altra necessità, ad un'altra attesa della creazione. E per questo motivo questa agonia non solo concerne ogni uomo, ma è ontologicamente vincolata ad ogni uomo. L'uomo non è vincolato all'agonia di Cristo soltanto con l'immaginazione e la compassione per qualcuno che soffre ingiustamente. L'uomo vi è vincolato perché è stato il soggetto dell'offerta solitaria nel giardino del Getsemani, che non era un atto morale, ma un'azione di essere.

Il «Fiat» della Vergine Maria ha avuto come immediata conseguenza un evento nella natura dell'essere umano, un evento ontologicamente nuovo. Le parole con le quali il Cristo si abbandona totalmente alla volontà del Padre costituiscono il secondo «Fiat» dell'economia della salvezza dell'uomo. il «Fiat» del Getsemani fu il compimento, in una nuova tappa, del primo «Fiat» dell'essere umano di Maria. il secondo «Fiat» pronunciato e compiuto dall'essere generato da Dio nella natura umana, ha avuto come conseguenza l'unione di Dio con le esistenze di tutti gli uomini, cioè con l'esistenza di tutti gli esseri che costituiscono la Storia degli uomini.

Quale potrebbe essere la finalità di tutta la sofferenza della Croce accettata da prima? Una tale offerta non è concepibile senza concepire, fievolmente che sia, il perché di questa offerta. E appare allora, in tutta la sua luminosa semplicità, l'essenza della misteriosa agonia di Cristo.
«Padre, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io ma come vuoi tu (Mt 26.39)». Quando Gesù ha pronunciato questo «se è possibile», chiedeva di essere liberato dall'onere della salvezza delle anime? Quando il suo spirito ha lanciato questo appello, avrebbe improvvisamente preferito non sarebbe che solo per qualche istante, distaccarsi dalla sua missione e poi vivere, invecchiare e spegnersi un giorno, secondo la sorte di ogni uomo?

Sono pensieri che svaniscono come vane finzioni dell'orgoglio dell'uomo; svaniscono quando il nostro intendimento e il nostro cuore penetrano umilmente e con abbandono nel raggio del Getsemani. Là le nostre categorie, secondo le quali percepiamo e giudichiamo, sfumano, o piuttosto sono trasformate, prendendo un altro tenore e un'altra ampiezza. E così, tanto l'intendimento come il cuore, in un'armonia di pace, ricevono il mistero dell'Essere che pregava prostrato a terra per la salvezza degli uomini. L'appello, infatti, del «se è possibile» non significava la stanchezza e che il Cristo preferisse che un altro si addossasse la salvezza degli uomini. Il Cristo non pregava soltanto per sé; pregava in nome di tutti gli uomini, ai quali si era vincolato con la sua offerta: «come vuoi tu».

Il Cristo, Persona unica di essenza divina, viveva interiormente come Redentore degli uomini nella sua pienezza umana, la sofferenza, per inconcepibile amore, di fronte alla cattiveria e al peccato che generavano la sua Passione e la sua Morte.

Allora l'anima, con tutto il suo potenziale d'intelligenza e di amore, penetra nel mistero dell'Incarnazione e dell'agonia del Getsemani e capisce che la Redenzione dell'uomo non è stata opera di un nuovo insegnamento, né l'esempio di una grande perfezione, sconosciuta fino allora. L'uomo capisce che la sua redenzione non è consistita in un rinnovamento morale, è stata innanzitutto un atto che ha riguardato il principio dell'essere dell'uomo, che ha riguardato la rigenerazione della legge della generazione dell'uomo.

Se non ci fosse stato un uomo generato dalla Parola del Creatore, la Redenzione dell'uomo sarebbe sempre un'attesa di rinnovamento morale. Questo insegnamento e questo esempio i Profeti e i Santi d'Israele li avrebbero compiuti e avrebbero potuto compierli sempre. Ma l'atto iniziale della nuova generazione, per il diretto intervento di Dio, non sarebbe stato compiuto; e l'intervento ontologico divino nella stirpe di Abramo non sarebbe compiuto.

Ebbene, l'essere che pregava prostrato a terra nel giardino del Getsemani era esattamente questa penetrazione ontologica di Dio nella stirpe di Abramo. Dio ha suscitato un essere con il suo proprio Verbo divenuto così uomo, avendo preso «forma» di uomo nell'organismo naturale umano.

L'uomo, nonostante tutte le sue ricerche e le sue indagini, non può penetrare con i propri suoi mezzi il segreto della differenza di livello dei popoli, sia nel passato come nel presente. Raramente si giunge a distinguere da lontano nella profondità del presente la vera immagine iniziale dell'uomo e dell'umanità, perché abbiamo perso la freschezza e il gioioso e continuo stupore della contemplazione attiva e sempre nuova dell'infinita Realtà di Dio Creatore.

Questa perdita c'impedisce di poter sempre percepire la grazia e il continuo miracolo dell'esistenza di ogni cosa, e c'impedisce di percepire il «naturale semplice» delle opere che superano la nostra propria esperienza, delle grandi opere miracolose del nostro Dio Creatore.

L'uomo non può mai afferrare, con le sue ricerche e le sue invenzioni di curiosità, l'inizio delle cose e degli esseri. Perciò incontriamo difficoltà nel concepire il misterioso atto di amore e di armonia che si è compiuto con il primo «Fiat» della Vergine Maria.

Tuttavia è quest'atto che ha permesso all'Essere che pregava con il volto coperto di sudore di sangue, di unirsi ontologicamente all'esperienza di ogni uomo, nel disordine anarchico e doloroso della Storia. Ed è questa unione che offre all'uomo di diventare un essere nuovo e di conoscere che in lui s'innalza una seconda volontà che è in lotta con la prima volontà della sua natura in disordine: il disordine del peccato.

E questa unione particolare fu compiuta da «Fiat» del Getsemani: «non come voglio io, ma come vuoi tu». Questa unione, infatti, era il soggetto della preghiera dell'agonia e del «Fiat»; e fu la causa della Croce che sarebbe seguita.

L'agonia del Getsemani, nel suo mistero ontologico, non sarebbe stata possibile, se l'Essere dell'agonia non fosse stato l'Essere dell'Incarnazione. L'agonia del Cristo esprime la sofferenza nello spirito e nel cuore e di conseguenza in tutta la natura umana; sofferenza che appartiene a questo unico Fiat d'amore indicibile: unirsi all'esistenza di tutti gli esseri umani che costituiscono la Storia.

L'unica Persona, che da sempre possiede la conoscenza oggettiva di ogni cosa, è Colui che è stato concepito a Nazareth, e Colui che è stato concepito a Nazareth è Dio. Soltanto Colui che al Getsemani, si è unito all'esistenza di ogni uomo, avendo accettato per amore di soffrire, nel suo essere unico, il dolore di tutti i secoli, conosce con assoluta oggettività quella che noi chiamiamo Storia. È Colui che, dopo la sua sofferenza interiore e universale al Getsemani, ha sofferto i dolori fisici e morali del martirio e della morte sulla Croce; Colui che, uomo e Dio per l'eternità, ha risolto nel suo essere per tutti gli uomini il mistero d'iniquità, con la sua Resurrezione.

L'uomo desidera l'oggettività, come desidera la vita eterna. Solo il Maestro della vita eterna può dare all'uomo l'oggettività. L'uomo non può progredire in conoscenza oggettiva se non unendosi sempre più al Signore della Storia, che per lui ha detto il «Fiat» del Getsemani.

Quando l'uomo riceve questa verità, tutte le leggi, le norme e le categorie della ragione umana si rigenerano e vieppiù si liberano dagli impedimenti delle opere morte e delle parole morte. A misura che l'uomo sottomette Dio e le opere di Dio al suo desiderio spesso molto sottile ma impetuoso di autonomia, svaniscono le vere leggi della ragione umana e si pietrificano le categorie.

Soltanto il soggetto assolutamente libero può essere assolutamente oggettivo. Per questo l'uomo, soltanto nella misura in cui riceve intimamente con amore la Rivelazione del Soggetto assoluto, può ottenere oggettività nelle sua visione degli esseri e delle cose. L'oggettività del sapere dell'uomo, ossia il grado di vera conoscenza dipende dalla sua unione ontologicamente spirituale con Colui che possiede tutta la realtà oggettiva, perché è Egli stesso la Verità eterna incarnata per l'eternità.

Questa fondamentale verità esclude dal cammino dell'uomo verso la conoscenza ogni teoria pluralistica. L'uomo non si trova di notte nella foresta, senza sapere dove andare e non è neanche «una successione di momenti». È un essere dotato di memoria, e questo lo pone contemporaneamente e nel tempo e fuori del tempo. Infatti, per il dono della memoria valica il tempo, e la «successione di momenti»; l'uomo nel corso della sua esistenza, arricchendosi indefinitamente e sviluppandosi continuamente, permane immutabile come essere e come potenziale di arricchimento e di espansione all'infinito. Il Cristo segue tutto il cammino dell'umanità ed è lo stesso ieri e oggi e nell'eternità.

Scartando la Rivelazione per cogitare su Dio e il mondo, fondandoci, per sottile desiderio d'autonomia, esclusivamente sui nostri propri mezzi d'indagine, perdiamo ogni possibilità di oggettività ed entriamo nella «notte esistenziale». Infatti per lo spirito è notte fonda, quando l'uomo, tutte le sue facoltà d'intendimento e di azione sono fissate sui «momenti fuggevoli», sull'«essere-qui» o l'«essere-là». Questo sguardo esistenziale, ossia il fatto di considerare tutte le cose senza fare continuo riferimento alla nostra più profonda realtà, al di là di ogni gioco del linguaggio delle parole esterne, elimina, nel nostro andare, la nostra propria realtà di coscienza e di memoria. Ed è impossibile riconoscersi ed essere veridici, perché rifiutare il Signore dell'oggettività equivale a rifiutare ontologicamente la verità.

La relatività dei momenti che trascorrono non può colpire l'essere che conosce e che ama. Quando però l'essere si lascia prendere dalla relatività, entra nel turbinio del discorso esistenziale, cosa che impedisce all'uomo di avere una vera immagine della sua esistenza e della nozione dell'esistenza. Il discorso può essere indefinito; e senza fine la coniatura dei vocabolari e delle espressioni; è il triste gioco della falsa filosofia che rifiuta di sottomettersi per ogni cosa al Signore della Storia, che è la Verità incarnata, che è l'ordine eterno di tutto il molteplice dell'universo e della Storia.

Quando, nel nostro spirito e nel nostro cuore, si svela il mistero del Getsemani e il suo rapporto con il «Fiat» dell'Annunciazione, un intero linguaggio diviene caduco, infatti ci si accorge che la Storia non può svelare alcun segreto né in merito alle leggi che la governano, né in merito ai fini ultimi dell'uomo. Essa non lo può, perché non ne ha conoscenza né coscienza. Una sola cosa può insegnare: il Sovrano della Storia ha detto il «Fiat» della sofferenza e dell'unione con l'esistenza di tutti gli uomini, per liberare ogni uomo, ogni volta unico, dalla morte e farlo entrare in un'altra realtà di vita eterna.

Riferirsi ogni volta, alla Storia, per evitare di riferirsi al Sovrano della Storia, è voler parlare alla polifonia, senza rivolgersi né a colui che ha composto la musica né a coloro che la eseguono. Solo il Creatore delle leggi e dei fini può conoscere la realtà dei fini ultimi di ogni cosa, il Creatore e coloro ai quali Egli lo rivela e che accolgono con umiltà e amore la sua Rivelazione.

Ogni uomo non può essere redento come società. È la Redenzione di ogni persona a poter creare un insieme di persone redente. È per amore per ogni persona d'Israele, per ogni Israelita, che Simeone ha avuto la gioia di ricevere nelle sue braccia il Redentore. Aveva ricevuto il messaggio divino, secondo il quale avrebbe dovuto vedere il redentore prima di morire. E quando l'ha visto, ha provato gioia per la redenzione non di un'entità astratta, ma per tutti coloro che sarebbero redenti, e non a causa di un desiderio di uno stato forte e fiorente nella storia, e per questo ha detto:
«Nunc dimittis servum tuum, Domine».
È stato lieto per la Luce di tutti gli uomini, che era il Cristo e per la Gloria d'Israele. Questa Gloria era il Cristo, che chiamava ogni israelita alla salvezza. Giacché Israele non era un'idea; era un insieme in cui ciascun membro era chiamato alla redenzione.
[Da Getsemani del Card. Giuseppe Siri, Fraternità della Santissima Vergine Maria, Roma 1987 (pag.360-368)]

5 commenti:

jonathan ha detto...

La tentazione dell’accetta, dici. Che appunto è una tentazione. La voglia di giustizia fuori dalle nebbie dei ‘un po’ sì un po’ no’. Vorremmo accenderlo noi il fuoco del dogma, magari a colpi di accetta, eccome se vorremmo. Ma invece il Getsemani, come tanto bene ci dice qui il card. Siri, insegna altro, conduce per altre vie. Inesauribile potenza del Vangelo.

A complemento del pensiero di Siri, ho trovato nell’ultimo libro di Ratzinger un’ interessante riflessione a proposito delle due volontà, umana e divina, presenti nella Persona del Verbo Incarnato. Dopo un breve excursus delle controversie teologiche sul tema,conclude: Così la preghiera ‘non la mia, ma la tua volontà’ è veramente un preghiera del Figlio al Padre, nella quale l’umana volontà naturale è stata tratta totalmente dentro l’Io del Figlio, la cui essenza si esprime appunto nel ‘non io, ma tu’, nell’abbandono totale dell’Io al Tu di Dio Padre. Questo ‘Io’, però, ha accolto in sé l’opposizione dell’umanità e l’ha trasformata, così che ora nell’obbedienza del Figlio siamo presenti tutti noi, veniamo tutti tirati dentro la condizione di figli.

Se dunque la Chiesa, come dice Amerio, non può perdere la Verità, è perché essa è dimora, espressione, sacramento di quella suprema Volontà che chiediamo si compia, di quel Tu del Padre al quale il Figlio, nel Getsemani, offre il Suo ‘fiat’, e nel Suo anche il nostro. Il che non vuol dire accettare pedissequamente qualunque cosa, o tarpare a priori il dissenso. Ma lasciare comunque l’ultima parola all’obbedienza, al sì, al fiat. Obbedienza alla Chiesa, non a quella che vorremmo, ma a quella che vive oggi nelle pieghe della storia.

Perplesso ha detto...

Ho una domanda:

L'affermazione di Siri: "Soltanto Colui che al Getsemani, si è unito all'esistenza di ogni uomo, avendo accettato per amore di soffrire, nel suo essere unico, il dolore di tutti i secoli, conosce con assoluta oggettività quella che noi chiamiamo Storia"

non è forse in sintonia con quel che attesta Gaudium et Spes n.22: "...con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo modo ad ogni uomo", ripreso da Giovanni Paolo II nella Redemptor Hominis n.14 con la specificazione che "con l’uomo - ciascun uomo senza eccezione alcuna – Cristo è in qualche modo unito, anche quando quell’uomo non è di ciò consapevole". ?

Quindi la salvezza per i non cristiani deriva da una grazia che non li introduce nella Chiesa ma proviene da Cristo.

mic ha detto...

Ma lasciare comunque l’ultima parola all’obbedienza, al sì, al fiat. Obbedienza alla Chiesa, non a quella che vorremmo, ma a quella che vive oggi nelle pieghe della storia.

Io non sarei in crisi se nella Chiesa visibile riconoscessi la volontà del Padre espressa dalla Rivelazione Apostolica, quella Rivelazione che, nel duplice "Fiat" di Maria e di Cristo Signore, mi fa dire il mio "Fiat", che mi apre alla 'conoscenza' della Verità, cioè del Signore che, invece, vedo tradito e sfigurato in molti modi.

Quindi "obbedienza alla Chiesa", sì, certamente, ma solo a ciò che non si discosta dal Magistero perenne, perché altrimenti mi svia, mi porta "altrove": lo abbiamo toccato con mano nella realtà ecclesiale che siamo costretti a tirare in ballo perché sta inquinando pesantemente - e con sempre maggiore capacità di 'mimetizzazione' - ogni ganglio vitale della Chiesa.

Purtroppo lo tocchiamo con mano anche nel comportamento e nell'insegnamento di molti vescovi e sacerdoti.

In questo caso la mia "obbedienza alla Chiesa" si esprime nell'adesione della coscienza del cuore e della volontà al Magistero Perenne, che è l'unico che mi rivela il Signore ed a Lui mi conduce. E mi fa leggere tante affermazioni post-conciliari passandole al setaccio della 'continuità' effettiva.

Svilupperò il discorso più tardi, perché richiede tempo e ponderatezza, in risposta all'intrigante domanda di Perplesso, che ringrazio.

DANTE PASTORELLI ha detto...

Per PERPLESSO.
Tutti ci si salva grazie ai meriti di Cristo. Ma per salvarsi si deve far parte della Chiesa, perché "extra ecclesiam nulla salus".
Chi per ignoranza invincibile, per non aver mai conosciuto la Verità viva secondo la morale divino- naturale e sia intimamente disposto ad accettare la Verità quando venga a conoscerla, può salvarsi.
Le discussioni tra i teologi son complesse e finiscono per confondere le idee a chi, come la maggior parte dei cattolici, teologi non sono.
Credo che nella loro sinteticità possano chiarire il problema alcuni articoli del CATECHISMO MAGGIORE DI S. PIO X, che riporto:

163. Come è costituita la Chiesa di Gesù Cristo?
La Chiesa di Gesù Cristo è costituita come una vera e perfetta società; ed in essa, come in una persona morale possiamo distinguere l’anima e il corpo.

164. In che consiste l’anima della Chiesa?
L’anima della Chiesa consiste in ciò che essa ha d’interno e spirituale, cioè la fede, la speranza, la carità, i doni della grazia e dello Spirito Santo e tutti i celesti tesori che le sono derivati pei meriti di Cristo Redentore e dei Santi.

165. Il corpo della Chiesa in che consiste?
Il corpo della Chiesa consiste in ciò che essa ha di visibile e di esterno, sia nella associazione dei congregati, sia nel culto e nel ministero d’insegnamento, sia nel suo esterno ordine e governo.

166. Per salvarsi basta l’essere comunque membro della Chiesa cattolica?
No, non basta per salvarsi l’essere comunque membro della Chiesa cattolica, ma bisogna esserne membro vivo.

167. Quali sono i membri vivi della Chiesa?
I membri vivi della Chiesa sono tutti e solamente i giusti, quelli cioè, che sono attualmente in grazia di Dio.

168. E quali ne sono i membri morti?
Membri morti della Chiesa sono i fedeli che trovansi in peccato mortale.

169. Può alcuno salvarsi fuori della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana?
No, fuori della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana nessuno può salvarsi, come niuno poté salvarsi dal diluvio fuori dell’Arca di Noè, che era figura di questa Chiesa.

170. Come dunque si sono salvati gli antichi Patriarchi, i Profeti e tutti gli altri giusti dell’antico Testamento?
Tutti i giusti dell’antico Testamento si sono salvati in virtù della fede che avevano in Cristo venturo, per mezzo della quale essi già appartenevano spiritualmente a questa Chiesa.

171. Ma chi si trovasse, senza sua colpa, fuori della Chiesa, potrebbe salvarsi?
Chi, trovandosi senza sua colpa, ossia in buona fede, fuori della Chiesa, avesse ricevuto il Battesimo, o ne avesse il desiderio almeno implicito; cercasse inoltre sinceramente la verità e compisse la volontà di Dio come meglio può; benché separato dal corpo della Chiesa, sarebbe unito all’anima di lei e quindi in via di salute.

I teologi disputeranno su come sia possibile appartenere all'anima della Chiesa senza appartenere anche al suo corpo. Io me ne astengo: Dio sa quel che fa.
"Fermatevi umana gente al quia, / che se possuto aveste veder tutto,/ mestier non era parturir Maria".

mic ha detto...

Rispondo a Perplesso:

Trovo un grande differenza tra le proposizioni richiamate e l'esposizione del Card Siri, che è un insegnamento completo e limpido dallo stile definitorio che non si presta ad equivoci di alcun genere, ed introduce con adamantina chiarezza nelle verità di fede che esprime.

Lo possiamo notare in poche essenziali battute:

1. c'è una bella differenza tra l'affermazione di Siri:
...l'atto iniziale della nuova generazione, per il diretto intervento di Dio, non sarebbe stato compiuto; e l'intervento ontologico divino nella stirpe di Abramo non sarebbe compiuto.
e Gaudium et Spes 22: "...con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo modo ad ogni uomo", ripreso da Giovanni Paolo II nella Redemptor Hominis n.14 con la specificazione che "con l’uomo - ciascun uomo senza eccezione alcuna – Cristo è in qualche modo unito, anche quando quell’uomo non è di ciò consapevole"

Infatti, parlare esplicitamente dell'Incarnazione come evento che imprime un cambiamento ontologico è ben diverso da quell'incerto ondeggiante e approssimativo in qualche modo che toglie all'evento tutta la sua pregnanza e forza dirompente di "novità", che riguarda qualcosa come il destino eterno dell'uomo.

2. Siri inoltre approfondisce dicendo. "...L'uomo non può progredire in conoscenza oggettiva se non unendosi sempre più al Signore della Storia, che per lui ha detto il «Fiat» del Getsemani."
Intanto si rivela che esiste una conoscenza oggettiva, alla quale l'uomo può accedere in virtù della sua adesione a Cristo che avviene nella Sua Chiesa o per lo meno in virtù della presenza di essa nel mondo.

Innanzitutto in quest'affermazione non hanno posto le teorie della "nouvelle théologie" in base alle quali la verità si evolve insieme all'uomo e non viceversa...

Inoltre l'accesso alla Verità richiede un Annuncio ed un Incontro -che è una Rivelazione- e, quindi, un'adesione consapevole dalla quale parte il processo di sempre ulteriore approfondimento e sostanzialmente di 'cristificazione', perché tale è la nostra chiamata e il nostro destino.

Concordo sull'affermazione di Dante Pastorelli, che condensa il problema aperto dalle definizioni monche e approssimative di GS e RH con queste incisive parole:
I teologi disputeranno su come sia possibile appartenere all'anima della Chiesa senza appartenere anche al suo corpo. Io me ne astengo: Dio sa quel che fa.

Quello che nelle definizioni conciliari e post appare più il "cristianesimo anonimo" di Rahner, che la Salvezza universale nel senso Apostolico nella Chiesa, come aveva ben espresso Dante, è esaustivamente e chiaramente condensato nel Catechismo di S. Pio X, senza alcun bisogno di contorcimenti dialettici.

La Salvezza è per tutti, ma richiede anche un'adesione consapevole responsabile e fedele, fatti salvi i casi così ben delineati dal catechismo citato.

Quel che risulta diluita e non ben delineata è proprio l'insostituibile funzione della Chiesa, come 'luogo' unico e privilegiato della Presenza dell'Unico Salvatore, il Signore Gesù...