lunedì 11 febbraio 2019

Un ulteriore approfondimento della crisi diplomatica franco-italiana: la decodifica di un dissidio dalle molteplici dimensioni, esterne e interne

Aggiornamento:
riportiamo il Tweet con l'interessante dichiarazione di Marine Le Pen (clicca sull'immagine per ingrandire) che, in un'intervista rilasciata ieri a Quarta Repubblica,  ha anche affermato che, oltre ad essere un gesto eccessivo che rappresenta un errore diplomatico, la decisione di Macron è ispirata a criteri da campagna elettorale...

Di ritorno dall'Italia, dove si è recato per osservare le strategie dei partiti politici locali in prospettiva con le elezioni europee, Alexandre Del Valle* decodifica nell'articolo che segue, nella nostra traduzione dall'originale francese, l'attuale crisi franco-italiana, in apparenza di natura diplomatica. Da condividere per approfondire anche nel complesso e tormentato versante politico la temperie con cui dobbiamo misurarci su tutti i fronti.

Ulteriore approfondimento della crisi diplomatica franco-italiana: la decodifica di un dissidio dalle molteplici dimensioni, esterne e interne

In realtà, le cause del dissidio tra Parigi e Roma, la solidità dei cui vincoli trascende da decenni ogni discrepanza ideologica (congiunturale), dev'essere ricercata nei rispettivi programmi di politica interna, italiano e francese. Infatti, se da una parte il governo italiano – un'alleanza contro natura tra “populisti di sinistra” (il Movimento Cinque Stelle di Luigi Di Maio) e “populisti di destra” (la Lega di Matteo Salvini) – è sempre più diviso su temi come i migranti, le tasse, l'economia, le questioni sociali, etc., e per le rivalità elettorali, dall'altra il governo di Macron, indebolito e affetto da una crisi di legittimità (affare Benalla e gilets gialli) che divide persino la maggioranza che lo compone, ha sempre più bisogno di un capro espiatorio esterno, di un nemico che unisca le fazioni in lotta e sia in grado di creare un diversivo. A questo proposito, Alexandre Del Valle ha intervistato due insigni esperti della politica italiana e francese, i giornalisti e politologi Francesco De Remigis e Cesare Sacchetti. La crisi vista dagli italiani.

Siamo di fronte a una crisi di carattere diplomatico, ideologico o elettorale?

Nel gennaio scorso, il vicepresidente del Consiglio italiano, Luigi di Maio, leader del Movimento Cinque Stelle (M5S), ha suscitato una polemica senza precedenti affermando che la Francia “impoverisce e rallenta lo sviluppo economico di molti paesi africani”. In seguito Di Maio ha chiesto all'Unione Europea di “adottare sanzioni” contro questa forma di colonialismo esercitata in modo particolare dalla “persistenza del franco CFA in 14 paesi che dipendono ancora dall'ex-madre patria”. Il 22 gennaio, durante la fase calda della crisi dei gilets gialli, il Ministro dell'Interno e co-vicepresidente del governo italiano (insieme a Di Maio) Matteo Salvini, esperto comunicatore sui media, aveva dichiarato in un video-selfie: “manifesto la mia solidarietà a milioni di francesi che vivono in grandi difficoltà, con grande scarsità di denaro, e che patiscono sotto un pessimo governo. Il popolo francese, che io sostengo, è 'pessimamente rappresentato' dal Signor Macron: aspetto con ansia le elezioni del 2019, che rappresenteranno l'ora della verità per far sì che i francesi siano meglio rappresentati e recuperino la loro fierezza”... Si è trattato di un attacco in piena regola – condotto nel modo più frontale possibile – che è sembrato decisamente una reazione alle precedenti dichiarazioni di Macron contro “la lebbra populista” e agli attacchi ad hominem del presidente francese contro lo stesso Salvini, che egli ha presentato come “nemico dell'Europa” e leader di una “estrema destra” che ricorderebbe gli “anni Trenta”.

In seguito, la polemica franco-italiana non ha fatto altro che gonfiarsi, e il governo “giallo-verde” (così definito per i rispettivi  colori del M5S e della Lega) ha restituito moltiplicati per cento tutti i colpi ricevuti. In quei giorni, Luigi Di Maio ha rincarato la dose a modo suo incontrando con ostentazione i gilets gialli francesi, il che è stato considerato dalla Francia un'“ingerenza”. Come rappresaglia, il Quai d'Orsay – che ha giudicato le dichiarazioni di Luigi di Maio “inaccettabili” e ha denunciato le “accuse ripetute” e “oltraggiose” del governo italiano, “senza precedenti dopo la seconda guerra mondiale” – ha richiamato l'ambasciatore francese in Italia... In effetti l'unico precedente di richiamo dell'ambasciatore risale al 1940, anno in cui l'Italia dichiarò la guerra alla Francia... Il che rappresenta un autentico affronto per l'Italia, che viene in questo modo paragonata de facto all'allora nemico mussoliniano alleato di Berlino. Nella storia dell'Unione Europea si tratta anche del primo caso in cui viene richiamato l'ambasciatore di un paese membro presso un paese amico, anch'esso membro dell'Unione. Il richiamo dell'ambasciatore costituisce un grave gesto diplomatico, una misura assai rara che si suole mettere in atto alla vigilia di un embargo o di una guerra o come tappa preliminare della rottura delle relazioni diplomatiche. Una misura del genere non è per niente abituale tra membri di una stessa organizzazione sovranazionale e, a fortiori, nei confronti di un vicino e alleato così stretto e di vecchia data come l'Italia.

Chi semina vento raccoglie tempesta: chi ha dato inizio alle ostilità?

Come ha giustamente fatto notare il deputato europeo Arnaud Danjean (LR), questa crisi bilaterale senza precedenti con l'Italia può essere considerata il risultato di una “intollerabile ingerenza nella nostra vita pubblica”. Gli esperti italiani che abbiamo consultato (Francesco de Remigis e Cesare Sacchetti, vedi infra) contestano questa versione, che tuttavia mostra “anche, sfortunatamente, fino a che punto la strategia di esasperazione delle divergenze tra 'progressisti' e 'nazionalisti' [voluta da Macron a fini elettorali e mirando alla leadership europea – NdR] risulti mortifera”. Questa seconda osservazione è, al contrario, vicina al “punto di vista italiano”. Infatti, secondo molti osservatori europei (non solo sostenitori del governo Salvini-Conte-Di Maio), sarebbe stato proprio il presidente francese Emmanuel Macron ad aver dato inizio per primo alle ostilità, demonizzando i governi “populisti” (ungherese, polacco, italiano, etc.) ed etichettando gli elettori di Salvini e dei suoi alleati euroscettici / anti-migranti illegali come “lebbra populista”, per non parlare del suo riferimento manifestamente oltraggioso a un presunto “ritorno agli anni Trenta”.

Dunque, secondo Roma l'offensiva è stata scatenata proprio da Emmanuel Macron, la cui strategia elettorale assolutamente personale (e peraltro abile) per le prossime elezioni europee e presidenziali consiste nel contrapporre due campi inconciliabili tra di loro e a creare così il vuoto tra “estremisti” e “progressisti”, il che consente di mettere fuori gioco il PS e LR. Anche in Francia molti osservatori non si sono tirati indietro dal far osservare che le stesse persone che hanno ritenuto “scandalose” le “ingerenze” italiane negli affari francesi, nonché gli attacchi verbali di Salvini e Di Maio, si erano da parte loro arrogate il diritto di dare lezioni all'Italia durante la crisi dei migranti (ONG e navi che aiutavano i migranti clandestini e i cosiddetti “rifugiati” a sbarcare in Europa). Roma non ha perdonato. Occhio per occhio, dente per dente...

Quando gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni inique alle banche francesi e quando la Turchia di Erdogan ha insultato la Francia non è stato richiamato nessun ambasciatore!

Secondo i sostenitori del presidente francese e secondo quanti non vogliono dare ragione a un terzo paese contro il proprio campo (punto di vista degno e logico), il governo francese avrebbe “fatto bene” a reagire in modo fermo contro Roma, per “imporsi”, come ha dichiarato l'ex-ministro degli affari esteri e segretario generale dell'Eliseo sotto il governo di François Mitterrand, Hubert Védrine.

Ma quest'ultimo si è affrettato ad accompagnare questa dimostrazione di solidarietà alla Francia affermando che il dissidio non sarebbe poi così grave, che bisogna sdrammatizzare e che dopo questa prova di fermezza l'Italia starebbe inoltre cominciando a mostrare più rispetto nei confronti della Francia. Secondo altri, Emmanuel Macron avrebbe semplicemente strumentalizzato la diplomazia francese a fini elettorali e avrebbe quindi reagito in modo sproporzionato, essendo cosciente lui stesso del lato teatrale del conflitto tra due avversari utili l'uno all'altro, perché entrambi si beneficiano del conflitto contro l'altro. È pertanto opportuno relativizzare la crisi franco-italiana, nonostante entrambe le parti si siano sentite oltraggiate (la parte francese dal “pessimo governo Macron” rumorosamente contestato da Salvini e dalla “Francia coloniale” denunciata da Di Maio; quella italiana dalla sparata contro la “peste populista” ed “eurofoba” di Salvini da parte di Macron).

Il modo migliore di relativizzare la situazione consiste nel paragonarla con quella dei paesi che in questi ultimi anni hanno aggredito verbalmente o materialmente, in modo ancor più grave, la Francia, e contro i quali tuttavia la reazione francese è stata nulla. Quando gli Stati Uniti hanno spiato i nostri presidenti della repubblica; quando hanno inflitto una sanzione senza precedenti di 10 miliardi alla BN PARIS e di altri 5 miliardi alla società generale (in nome di leggi extra-territoriali che attentano alla nostra sovranità), non vi è stata alcuna reazione, né tantomeno è stato richiamato l'ambasciatore, e nessuno dei nostri aggressori economico-giudiziari statunitensi è stato mai paragonato alla “lebbra”.

La Cina ci spia altrettanto accanitamente, ruba alle nostre imprese, uccide i dissidenti cristiani e democratici, ma non c'è stata mai nessuna reazione o denuncia contro la “peste rossa” (e nemmeno contro Cuba). Paesi islamici – falsi amici economici e autentici nemici culturali – come l'Arabia Saudita, il Pakistan, il Qatar e la Turchia di Erdogan finanziano nel nostro territorio reti islamiste ostili che minano i nostri valori e fomentano contro di noi i popoli musulmani immigrati, ma non si vede nessuna reazione che manifesti la stessa fermezza mostrata contro Matteo Salvini, Luigi Di Maio o i dirigenti polacco e ungherese, additati sistematicamente da Parigi e Bruxelles. Né la si è vista quando il presidente algerino Bouteflika ha ripetutamente accusato la Francia di aver commesso un “genocidio” e di tutti gli altri mali della terra.

Quando il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha affermato, nel maggio 2018, che la Francia avrebbe “massacrato 5 milioni di algerini tra il 1957 e il 1962” – accusa grave che aveva già lanciato nel 2011 contro Sarkozy, utilizzando l'espressione “genocidio di milioni di musulmani algerini” – non c'è stata NESSUNA reazione da parte della Francia. E quando l'irascibile neo-sultano di Istanbul è venuto nel nostro paese a pronunciare un discorso panislamista, galvanizzando i sentimenti nazionalisti dei turchi di Francia nei mega-meeting di Strasburgo e incitando i musulmani francesi figli dell'immigrazione turca a non integrarsi, non è stata sollevata nessuna protesta. Quando lo stesso Erdogan ha partecipato in Francia, insieme ai suoi collaboratori, a riunioni elettorali per far votare i turchi di Francia per il sì al referendum che avrebbe concesso pieni poteri al dittatore neo-ottomano, la Germania, il Belgio, la Svezia e l'Austria denunciarono l'irredentismo elettorale turco in Europa, ma la Francia non disse nulla. Quando le reti ufficiali turche presenti in Francia e le moschee controllate dal Diyanet turco (canali della diaspora che fanno capo al ministero turco e all'islam) esortano regolarmente a negare il genocidio armeno in suolo francese e denigrano in modo grave gli armeni di Francia, nessun ambasciatore viene mai richiamato e non si osserva nessuna reazione indignata.

Infine, recentemente, quando la Turchia ha condannato la decisione del presidente francese di instaurare una giornata di commemorazione del “genocidio armeno” del 1915, Parigi non ha reagito e non ha mostrato nessuna indignazione contro un negazionismo di Stato importato all'interno della diaspora turco-musulmana. Eppure questi attacchi contro i valori sacrosanti della Francia, della repubblica e dei diritti dell'uomo sono ben più forti di quelli (presunti) di Roma contro la Francia o del punto di vista di Salvini sulla questione dei migranti. Due pesi e due misure. Ovvero, nihil novi sub sole.

La crisi vista dagli italiani

Il fenomeno dei gilets gialli è percepito in modo piuttosto positivo dall'Italia, ed è in questo contesto – naturale soprattutto da parte del M5S di Luigi di Maio – che si può decifrare l'incontro tra il vicepresidente del Consiglio italiano coi gilets gialli nei giorni caldi della contestazione. Secondo Francesco De Remigis, uno dei migliori esperti italiani della vita politica francese e giornalista de Il Giornale, questa “ingerenza” di Di Maio, che avrebbe costituito una “provocazione” per Parigi, non sarebbe grave in sé ma sarebbe stata accentuata da entrambi i versanti delle Alpi per motivi che hanno a che fare con programmi di politica interna. De Remigis cita anche il ministro degli Affari esteri italiani, Enzo Moavero, il quale ha “giustamente sottolineato che il paragone tra interessi e punti di vista differenti non può pregiudicare le solide relazioni che ci uniscono da decenni. Il problema è che in Italia, quando gioca la nazionale di calcio, 60 milioni di cittadini si credono migliori dell'allenatore che siede sulla panchina allo stadio... Analogamente, sapendo che nel gioco politico attuale convivono due vice-primi ministri diversi, responsabili di due partiti completamente differenti, bisogna saper distinguere gli interessi nazionali da quelli di partito”...

Quando gli si chiede se il richiamo dell'ambasciatore sia stata una misura giustificata, Francesco De Remigis risponde con la stessa saggezza: “Mi sembra che il viaggio di Di Maio a Parigi non abbia avuto risultati, ma non si deve dimenticare che lo ha effettuato in qualità di leader di un partito, non di vice-primo ministro. Di conseguenza, 'l'ingerenza' di cui viene accusato è più personale che politica, e non dev'essere pertanto attribuita al governo italiano. Si ricordi d'altro canto che negli ultimi mesi anche Macron e altri membri di En Marche hanno espresso opinioni molto radicali sull'Italia”... Così, De Remigis fa un appello alla ragione: “In realtà, la drammatizzazione è una pratica comune alle due parti, perché la campagna elettorale europea è in atto tanto in Francia come in Italia; dovremmo quindi essere capaci di separare le istituzioni dalla politica. Salvini può avere dei modi rudi, ma non è noto per essere un uomo politico che insulta per primo. Al contrario, in genere quando si siede a un tavolo sa ascoltare molto bene gli altri. Prima di dare le dimissioni, l'ex-ministro dell'Interno francese, Gérard Collomb, ha affermato di aver lavorato bene con lui. La scoperta del suo lato 'moderato' e, per così dire, meno incendiario rispetto al leader del M5S (Di Maio), non è quindi una novità”. È vero che queste osservazioni potranno sorprendere il pubblico francese, che vede Salvini solo attraverso il filtro demonizzatore del tribuno “populista” radicale. Ma in realtà quanti si sono avvicinati a Matteo Salvini e hanno dovuto negoziare con lui si sono resi conto del fatto che è molto più pragmatico e disponibile al compromesso di quanto sembri.

Secondo il giornalista e politologo internazionale Cesare Sacchetti, corrispondente a Bruxelles di vari media ed ex-giornalista dal Fatto Quotidiano, la crisi franco-italiana non è solamente il risultato di uno scontro ideologico tra i “progressisti” europei filo-Macron e i “populisti” di cui Matteo Salvini sarebbe il leader in Europa, ma anche della crisi dei migranti, che ha contrapposto in modo più concreto Parigi e Roma: “bisogna risalire all'estate scorsa, al momento della questione della nave Aquarius che voleva approdare in Italia, decisione a cui Salvini si è opposto. Ora, la ministra francese degli Affari europei, Nathalie Loiseau, ha dichiarato che l'Italia era 'costretta' ad accettare le ONG che trasportavano migranti. Questa dichiarazione è stata seguita da un'altra di Macron, che ha accusato l'Italia di 'non rispettare il diritto internazionale'. È quindi la Francia ad aver manifestato sin dal principio un atteggiamento ostile nei confronti del governo italiano”, conclude Sacchetti, la cui posizione è ancor più comprensibile se si considera che lo stesso governo francese che vorrebbe “costringere” l'Italia a ricevere un numero sempre maggiore di migranti li respinge in massa alla frontiera franco-italiana di Ventimiglia e si è ben guardato dall'accogliere l'Aquarius o altre navi di ONG di migranti nei porti del sud della Francia...

Per quanto riguarda la scelta del presidente Macron di richiamare l'ambasciatore francese in Italia, Cesare Sacchetti ritiene che si può vedere in tale atto un “diversivo per cercare di stornare l'attenzione del pubblico francese dai gravi problemi interni che piagano il paese. Macron si sta confrontando con un'emorragia di consensi che sembra insanabile e cerca subito di sviare l'attenzione dei francesi su un nemico esterno: ieri erano i russi, oggi sono gli italiani. Il fatto che abbia richiamato l'ambasciatore perché Di Maio ha incontrato rappresentanti dei gilet gialli ha tutta l'aria di essere un pretesto. Macron ha incontrato Renzi nel 2017, quando quest'ultimo non aveva alcun ufficio governativo. Bisogna considerare anche questa un'ingerenza, in questo caso francese? O l'ultima visita di Marine Le Pen (alleata della Lega di Salvini al Parlamento europeo) in Italia per incontrare il ministro dell'Interno Matteo Salvini? Perché in quel caso Macron non ha protestato? I rappresentanti politici di tutti i paesi europei si sono sempre incontrati tra di loro e hanno il diritto di farlo”. Queste osservazioni di un raffinato osservatore della politica europea hanno il merito di fornire un altro punto di vista sulla crisi, troppo caricaturalmente ridotta alle “provocazioni” dei “populisti”.

A mo' di conclusione

Per Francesco De Remigis è evidente che “Salvini non ha alcun interesse a rompere le relazioni con la Francia, e che il fatto di aver intavolato una polemica con Macron sul piano politico è un soggetto diverso rispetto alle relazioni franco-italiane a lungo termine”. E a proposito dell'ultima crisi, che non è stata causata dal diavolo di destra Salvini ma dal progressista Luigi Di Maio, che ha sfidato Macron nel suo paese incontrando i gilets gialli, Francesco De Remigis ricorda che “il primo ministro italiano, Giuseppe Conte (in un video in cui parla con Angela Merkel) ha peraltro dichiarato (fuori onda) che il M5S (il partito di Di Maio) stava facendo campagna contro la Francia semplicemente per recuperare punti nei sondaggi... Tutto qua!”. Da parte sua, Cesare Sacchetti conferma che, in quest'ultima crisi franco-italiana, è opportuno distinguere tra Salvini e Di Maio, che sono d'altro lato in piena rivalità interna (la Lega minaccia elettoralmente il M5S e Salvini ha più “leadership” rispetto al suo cadetto): “L'Italia ha fatto il primo passo con l'intervento del ministro degli Interni, Matteo Salvini, che ha dichiarato di essere 'disposto a sedersi a un tavolo per risolvere le divergenze con la Francia'”.

In questo momento sarebbe dunque Salvini a mettere pace (insieme al Primo ministro Conte, ovviamente) nella crisi franco-italiana, mentre è Di Maio che getta benzina sul fuoco. È opportuno non sottovalutare le divisioni interne di questo governo tripartito (due leader politici e un presidente del Consiglio che fa da arbitro), a maggior ragione se si considera che nel momento stesso in cui questa crisi si è aperta, il presidente dell'Assemblea nazionale del M5S, Roberto Fico, e altri personaggi vicini a Di Maio e provenienti dalla sinistra si apprestano a votare la rimozione dell'immunità senatoriale a Matteo Salvini, accusato di “sequestro di migranti” in seguito alla sua decisione dell'estate scorsa di proibire lo sbarco dei clandestini dalla nave italiana Diciotti.

Infine, per quanto riguarda la Francia, Sacchetti ritiene che “se Parigi vuole pacificare la situazione deve pur provare la sua volontà reale di trovare una soluzione; ora, la sensazione che si ha in Italia è che Macron non voglia realmente risolvere la crisi e che consideri l'Italia una minaccia potenziale per l'asse franco-tedesco che domina l'Unione Europea. Dopo le elezioni europee la crisi potrebbe anche rientrare, poiché Macron potrebbe essere costretto a far fronte alla pesante sconfitta del suo partito”. Appuntamento alla prossima puntata.
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]
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* Alexandre del Valle, studioso/docente e giornalista, esperto in geopolitica, ha pubblicato diversi libri sull’islamismo radicale, il terrorismo islamico e la cristianofobia.

19 commenti:

Anonimo ha detto...

PARIGI - La leader della Destra francese Marine Le Pen ha denunciato un «uso politico» e «per fini elettorali»della diplomazia da parte di Emmanuel Macron, che ha richiamato l'ambasciatore francese in Italia dopo l'incontro tra il vice presidente del Consiglio, Luigi Di Maio, e alcuni esponenti dei «gilet gialli».

Uso politico della diplomazia

«C'è un uso politico della diplomazia che trovo molto preoccupante da parte di Emmanuel Macron perchè vuole a ogni costo apparire come l'oppositore politico alla politica portata avanti da (Matteo) Salvini (ministro degli Interni italiano e alleato di Le Pen), da (Viktor) Orban (primo ministro conservatore ungherese), a costo di mettere i nostri due Paesi, che sono alleati da tempo, in una situazione di crisi», ha dichiarato su France Inter la presidente di Rassemblement national.

Le «contraddizioni» del presidente francese

«L'utilizzo da parte di Emmanuel Macron di questo epifenomeno è a fini elettorali e politici», ha aggiunto la candidata sconfitta alle presidenziali 2017. Marine Le Pen ha poi sottolineato la «forte contraddizione»del presidente francese, «che vuole che spariscano le frontiere, che è per il federalismo europeo, che è lo stesso che ha portato l'idea di liste transnazionali» alle elezioni europee e «si scandalizza che un responsabile politico italiano venga a discutere con militanti politici in Francia». Ha censurato «l'ingerenza e l'indignazione a geometria variabile». E ancora: «Quando (l'ex presidente americano, Barack) Obama lancia appelli a votare per Macron, tutti lo trovano straordinario. Quando (il presidente turco Recep Tayyip) Erdogan viene a svolgere una grande riunione a Strasburgo, nessuno ha niente da dire».

https://www.diariodelweb.it/esteri/articolo/?nid=20190211-537556

irina ha detto...

Date di Nascita:
Conte 1964;
Salvini 1973; Macron 1977;
Di Maio 1986;
E' verissimo che un bambino può essere più saggio del padre.E spesso lo è. Uno sguardo all'età non guasta tuttavia.

Da leggere per intero:

https://www.maurizioblondet.it/nostri-successi-involontari-in-politica-estera/

NOSTRI SUCCESSI (INVOLONTARI) IN POLITICA ESTERA.
Maurizio Blondet 11 Febbraio 2019 11 commenti

'...Merkel appoggia Orbàn!...Invece la Merkel – insuperabile nel sentire l’aria che tira – ha addirittura telefonato ad Orbàn per dichiararsi d’accordo con lui- e persino, udite udite, sulla sua politica migratoria di rifiuto di prendersi le quote di clandestini. Questo voltafaccia ha suscitato una marea di critiche fra gli europeisti contro la Cancelliera...'

Anonimo ha detto...

A corollario, un politologo economista africano in un flash ansa afferma che sarebbero parecchi a volersi distaccare dal CAF, ma avverte che chi ha cercato di farlo è stato fatto fuori in ogni modo.......intelligenti pauca.....

Japhet ha detto...

GRECIA NELLA FASE FINALE: ALL’ASTA SUL WEB TUTTO CIÒ CHE SI PUÒ VENDERE, ANCHE LE CASE PRIVATE

http://www.stopeuro.news/grecia-nella-fase-finale-allasta-sul-web-tutto-cio-che-si-puo-vendere-anche-le-case-private/

Japhet ha detto...

ATENE – La Grecia di Alexis Tsipras è entrata nella «fase laboratorio»: vedere cosa succede ad un paese lasciato nelle mani dei creditori. Disse Milton Friedman: «Lo shock serve a far diventare politicamente inevitabile quello che socialmente è inaccettabile»: lo shock della Grecia risale al’estate del 2015 quando con la giacca gettata sul tavolo al grido di «prendetevi anche questa» il primo ministro Alexis Tsipras firmò la resa senza condizioni della sua nazione sconfitta. Umiliato di fronte al proprio paese e al mondo da Angela Merkel, volutamente. Sul tavolo, quella notte, non finì solo la Grecia, ma la stessa democrazia che l’occidente ha vissuto in quelli che il grande storico Hobsbawm ha definito «i gloriosi trent’anni». Il voto greco, consapevole, che rifiutava il commissariamento della Trojka ad ogni costo, ad ogni costo veniva tradito in cambio di un piano lacrime e sangue, ancor più punitivo perché doveva sanzionare l’ardire di un popolo intero che osava ribellarsi alla volontà suprema dell’Europa finanziaria. Che solo in quel caso e per pochi giorni gettò la maschera della finta solidarietà, dei traditi valori di Ventotene, e si manifestò nella pura essenza del terrorismo finanziario.

Senza un governo, comandano i tedeschi

Nel nuovo reame globalizzato la Grecia è il primo esperimento compiuto di «stato disciolto»: il governo della sinistra, solo pochi anni fa definito estremista, ha assunto il ruolo finale: l’assorbimento del conflitto sociale che si scatena a fronte di una colonizzazione. Il 2018 sarà l’anno dove l’esproprio della ricchezza pubblica e privata diventerà in Grecia molto più veloce, e aggredirà i rimasugli di patrimonio restanti. Gli immobili vengono messi all’asta e i compratori stranieri – banche, privati e perfino istituzioni – possono prendersi un’isola, un appartamento, una spiaggia, un’opera antica: qualsiasi cosa. Il tutto a prezzi stracciati, a meno del 5% del loro valore.

Anche le case all’asta sul web

Finiscono all’asta, sul web, come una cosa qualsiasi, perfino le prime case se superano una determinata superficie. Il tutto nel plauso della parte ricca del paese, che potrà accaparrarsi i beni della classe media, per non parlare di quella povera, a prezzi stracciati. Nella democrazia di facciata del governo Tsipras i poveri sono sempre più poveri, e i ricchi sono sempre più ricchi. Sembra di parlare degli Stati Uniti, e invece è la Grecia, un paese nobile e antico, su cui si fonda l’intera cultura occidentale, che si trova ad un passo dalle nostre coste. Per molti aspetti laddove è fondato il nostro passato si vede il nostro futuro. C’è una qualche differenza tra un comune italiano, come quello di Torino ad esempio, e lo stato greco? Entrambi sono assediati dai debiti, contratti per mitigare l’impatto della deindustrializzazione globalizzante, entrambi sono sotto il controllo delle banche che dettano i piani di governo: a suon di privatizzazioni, svendite di patrimonio e licenziamenti collettivi. La trappola del debito è una tagliola, entro la quale viene ferita la democrazia. I piani di rientro sono agende incontrovertibili, totali, spietate. Rispetto i quali ogni programma elettorale è soccombente.

./.

Japhet ha detto...

Segue

Ultimo sforzo, poi il deserto

I commentatori filo governativi sottolineano che il 2018 sarà l’anno «dell’ultimo sforzo» per arrivare alla fine del commissariamento da parte dei creditori. Per dare un’idea di cosa si parla: un governo di estrema sinistra, si fa per dire, ha approvato delle norme che restringono la libertà di sciopero. Di fatto in Grecia diventa illegale, perché per la proclamazione degli scioperi dovrà partecipare alle assemblee il 50% degli iscritti ai vari sindacati di categoria. E questa è solo l’ultima parte di un processo che ha già pesantemente colpito lo stato sociale, le pensioni, i salari, i beni pubblici, e il diritto del lavoro. Imbarazzante, tra l’altro, l’asse politico tra Alexis Tsipras e Emmanuel Macron: ennesima prova dello sbandamento culturale della sinistra incapace di inquadrare un orizzonte politico differente da quello dei banchieri.

Italia come la Grecia?

Ovviamente il governo greco confida che nell’agosto del 2018 la Trojka, in virtù del piano di rientro greco, vada via, e lasci il paese libero di finanziarsi sul mercato globale. Ma se anche fosse, questo non migliorerebbe la situazione della Grecia, ormai allo stremo. Il debito pubblico greco, da «vendere» sul mercato obbligatoriamente a tassi elevati, finirebbe nuovamente all’estero. E il processo si ripeterebbe esattamente uguale agli ultimi sette anni. Ovviamente vi sarà un’espansione del Pil e una ripresa dei contratti di lavoro a prezzi stracciati. Il governo, la democrazia, non servirebbe più a nulla: se non a creare un simulacro. L’esperimento greco, la palla di cristallo in cui si può vedere il futuro dell’Italia se non vi sarà una drastica inversione politica, è davanti a noi.

via Diario del Web

irina ha detto...

Facciamo i compagnoni dei gilet gialli quando la loro battaglia si è ben consolidata, con la Grecia allo stremo, spallucce?

Anonimo ha detto...



Nelle mani degli strozzini cade anche chi vive da cicala.
E chi fa riforme assistenzialiste senza copertura finanziaria
adeguata, facendo anche la figura dell'allocco, che prima
fa la faccia feroce con la Commissione Europea poi taglia
e sminuisce le stesse riforme per paura delle sanzioni
da parte della stessa Commissione Europea. E chi,
per ignoranza e pregiudizio ideologico,
non vuol far partire le opere pubbliche
necessarie all'economia e per finanziare le
stesse riforme assistenzialistiche.
O.

Anonimo ha detto...

http://www.occhidellaguerra.it/spagna-destre-piazza-sanchez/

In Spagna le destre si uniscono
Un fiume di gente contro Sanchez (Sorosiano e non eletto dal popolo)

Anonimo ha detto...

Epperò Die kanzlerin chiama Sanchez al tavolo di discussione con lei e Macron, UK e Italia fuori.......okkio, l'ascesa della Lega dà parecchio sui nervi a tutti, intanto in Germania AfD avanza silenziosamente, il leader ha cancellato tutti i profili social e agisce sott'acqua, spiace per la Grecia, mi giunge all'orecchio che molte case sono state acquistate da pensionati tedeschi, dato che lì la pensione è meno, molto meno della metà dello stipendio percepito, e allora......anche qua nell'entroterra ed in Toscana, Marche ed Umbria è pieno di questi nuovi vicini, acquistano case, piccoli paesini abbandonati che ristrutturano e vigneti......Lupus et Agnus.

Anonimo ha detto...

https://www.maurizioblondet.it/la-superclasse-e-i-suoi-critici-in-usa/

LA “SUPERCLASSE” E I SUOI CRITICI (in USA)
Maurizio Blondet 13 Febbraio 2019 0 commenti
“Abolire i miliardari”: quando un titolo così appare sul New York Times, il quotidiano più autorevole dei “liberal” e della “superclasse progressista”, bisogna riconoscere che è un evento in sé...

Anonimo ha detto...

Interessante valutazione sulla crisi franco-italiana. In definitiva è Macron, politicamente disperato per la grave emorragia di consensi, a usare le istituzioni e la diplomazia francesi a fini elettorali.
Una cosa che però l'articolo non dice è, a mio avviso, che dietro la Francia c'è la Germania, in cui la prima fa da testa d'ariete della seconda. In gioco c'è infatti la leadership franco-tedesca dell'Europa. E gli accordi recentemente firmati fra le due nazioni ne sono la prova: hanno serrato le fila per resistere. La Germania ha mandato Macron avanti a spaccarsi la testa per difendere gli interessi della grande finanza (di cui il presidente francese è un burattino) che guida l'euro-burocrazia dell'Unione. Ed infatti è stato proprio Macron ad attaccare per primo i governi di Polonia, Ungheria e Italia (i c.d. populisti) che, invece, si fanno portatori di una diversa visione politica, che insidia gli interessi della finanza internazionale.
(Francesco Solazzo)

Anonimo ha detto...

I Germani, possono anche essere considerati esemplari di quanto sia lungo il cammino verso una sana ed equilibrata integrazione.

Anonimo ha detto...


L'integrazione, è diventata una parola magica.

Non bisogna respingere o conquistare, bisogna "integrare" i popoli o le minoranze.
Se si guarda alla storia si vede che la c.d. "integrazione" non è mai spontanea.
In questo senso: all'inizio viene fatta con la forza, da intendersi in senso
largo, non necessariamente della spada. Cioè: la prima generazione deve subire
le regole della nuova società senza fiatare, soffrire e portare la croce, come
si suol dire (lavori umilianti, duri, sfruttamento, disprezzo sociale etc).
La seconda, comincia a integrarsi in modo più o meno rapido.
Si legge nei libri che molti prussiani avevano cognomi polacchi germanizzati.
Erano stati sottomessi con la forza, inizialmente. Poi si "prussianizzarono"
diventando più prussiani dei prussiani.
Questo è il processo "naturale" di "integrazione" fra i popoli. Il resto
sono solo chiacchere umanitarie, frutto anche di ignoranza della storia e
della natura umana. Un popolo che subisce continui e programmati arrivi di
stranieri organizzati e per di più molto diversi culturalmente, non sta
integrando nessuno, sta solo subendo un'invasione in piena regola senza
esser capace di resistervi. Se non cambia impostazione, è condannato ad
esser sottomesso dai nuovi arrivati.

Anonimo ha detto...

https://www.maurizioblondet.it/lindipendenza-di-bankitalia-e-sacra-tranne-una-volta/

L’INDIPENDENZA DI BANKITALIA E’ SACRA. TRANNE UNA VOLTA.
Maurizio Blondet 13 Febbraio 2019 0 commenti
(MB. Copia e incolla)
Per apprezzare la notizia, il lettore tenga presente la deificazione in corso da anni, ed ora all’apice, di Mario Draghi, la sua sacralizzazione mediatica e politica: l’infallibile, il perfetto, depositario di una carica eccelsa, pontificale, a cui nessuno deve mancare di rispetto...

Da non sottovalutare ha detto...

https://voxnews.info/2019/02/12/mafia-nigeriana-sacrifici-umani-sui-barconi/

Anonimo ha detto...

http://www.marcelloveneziani.com/articoli/verra-il-giorno-ma-non-sara-domani/

Japhet ha detto...

Rinaldi: Italia avanti tutta, contro di noi l’Ue ha già perso

«È arrivato il momento di “tirar fuori le palle”, di fare veramente gli interessi di questo paese, perché finora non sono stati perseguiti gli interessi dell’Italia ma interessi che sono al di fuori di questo paese: riprendiamoci le chiavi di casa, finché siamo in tempo, altrimenti è la fine». Così si esprime l’economista Antonio Maria Rinaldi, fondatore di “Scenari Economici”, interpellato da Debora Billi per “ByoBlu”, il video-blog diretto da Claudio Messora. Italia sotto attacco, dopo l’annuncio del deficit al 2,4% nel Def: l’Unione Europea minaccia fuoco e fiamme, contro la “flessibilità” introdotta nei conti pubblici del governo gialloverde per cominciare a ridurre le tasse, alzare le pensioni abolendo la legge Fornero e supportare chi cerca lavoro anche con il reddito di cittadinanza. Il lettone Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Ue, avverte che, con l’Italia, si applicheranno le regole del rigore. Gli fa eco lo stesso Juncker, che invoca la “linea dura”: sanzioni, se Di Maio e Salvini insistono nel voler espandere gli investimenti sociali. Siamo in trappola, o nella trappola cadrà Bruxelles? Rinaldi vota la seconda ipotesi: «Qualsiasi cosa succederà – scandisce – hanno già perso». E spiega: stanno solo bluffando, sperando che a Roma qualcuno si spaventi. In realtà, sanno benissimo di non potersi permettere di “perdere” l’Italia.
«Noi andiamo avanti con la nostra linea», dichiara Rinaldi: «Abbiamo il sacrosanto diritto di dare le giuste risposte al paese: proprio quelle risposte che l’Europa non è riuscita a dare negli anni. Quindi – aggiunge il professor Rinaldi – ben vengano investimenti pubblici, ben venga il sostegno alle parti socialmente più deboli e ben venga anche il supporto per le pensioni. Se “l’Europa” dirà di no, vuol dire che evidentemente persegue altri interessi, che non sono quelli dei cittadini». Intanto, visto che bufera sembra avvicinarsi, il premier Giuseppe Conte ha ribadito che l’euro, per l’Italia, è una moneta irrinunciabile: e qualsiasi altra opinione non rispecchia la politica del governo. Sta smentendo il leghista Claudio Borghi, che ha appena ricordato quanto staremmo meglio senza l’euro, o sta solo tranquillizzando il Colle? «Conte sta tranquillizzando il Quirinale», dice Rinaldi, anche perché la permanenza o meno nell’euro non è inserita nel “contratto di governo”. Ma basta così poco, come una semplice dichiarazione di Borghi, per far crollare l’intera costruzione europea? «Mi sembra un po’ strano: se è così – commenta Rinaldi – vuol dire che siamo ridotti veramente ai minimi termini».
./.

Japhet ha detto...

...segue
Si dice che a giugno, sui migranti, l’Italia abbia applicato con l’Europa la politica del fatto compiuto: sta succedendo anche con la manovra economica? È questa la strategia italiana? «Sì, è la giusta è perfetta strategia», risponde Rinaldi, «perché con i migranti abbiamo visto che l’Europa se n’è “fregata altamente”: chiudendo le frontiere, non ha assolutamente considerato le giustissime esigenza dell’Italia». Dai migranti alla legge di bilancio: «Anche in questo caso il governo italiano sta facendo benissimo, ad andare incontro alle esigenze dei cittadini, quelle dell’economia reale. D’altronde – aggiunge Rinaldi – l’Europa non è venuta incontro all’Italia: anzi, ha seguito solo delle politiche a supporto dell’élite finanziaria, delle banche, del mondo finanziario. Quindi il governo Conte, supportato da Lega e 5 Stelle, fa benissimo a fare quello che fa. E soprattutto, ha il supporto dei cittadini nel fare quello che l’Europa non ha mai fatto». Tutto ciò, nonostante le resistenze del ministro Giovanni Tria, che in effetti «fu scelto da Paolo Savona», anche se questo – precisa Rinaldi – «non significa che poi abbia continuato a stare dietro indicazioni di Savona: anzi, forse è andato per la sua strada», avvicinandosi alle posizioni eurocratiche.
E sempre a proposito di Europa, domanda Debora Billi: c’entra qualcosa, con l’agitarsi dell’Ue contro l’Italia, la difficile vigilia delle elezioni tedesche del 14 ottobre, con il bavarese Horst Seehofer che si schiera con Salvini e contesta alla Merkel la politica finora seguita sui migranti? «In questo momento l’Italia fa molto comodo», spiega Rinaldi: con la scusa del deficit italiano i boss della politica europea «nascondono sotto il tappeto i grossissimi problemi che si stanno manifestando sia in Germania che in Francia: ogni giorno si dimette un ministro, in Francia, ma non se ne parla. E in Germania si sa che la Baviera è una polveriera: prendersela con l’Italia fa molto, molto comodo». Ma il trucco non funzionerà, aggiunge Rinaldi, rivolgendosi a Macron e alla Merkel: «Potete prendervela quanto vi pare, con l’Italia, ma alla fine a maggio – alle elezioni europee – i conti li faremo noi. Soprattutto, li faranno i cittadini europei: buttandovi fuori a calci nel sedere».
http://www.libreidee.org/2018/10/rinaldi-italia-avanti-tutta-contro-di-noi-lue-ha-gia-perso/