lunedì 13 settembre 2021

Dante, il poeta della luce

1321 - 13 Settembre - 2021 VII Centenario della morte di Dante Alighieri - "Questo è il suo elogio principale: di essere un poeta cristiano e di aver cantato con accenti quasi divini gli ideali cristiani dei quali contemplava con tutta l’anima la bellezza e lo splendore, comprendendoli mirabilmente e dei quali egli stesso viveva. Conseguentemente, coloro che osano negare a Dante tale merito e riducono tutta la sostanza religiosa della Divina Commedia ad una vaga ideologia che non ha base di verità, misconoscono certo nel Poeta ciò che è caratteristico e fondamento di tutti gli altri suoi pregi" (Benedetto XV, enciclica In Praeclara Summorum, 30.4.1921). 
Dell'articolo qualche perplessità su "la legittimazione spirituale della potestas politica, nella forma più alta dell’Impero, non deriva dalla Chiesa ma direttamente da Dio", posto che non mi pare che Dante proponga una realtà politica su basi teocratiche... Precedenti, a partire da qui, su Dante, padre inascoltato.

Dante, il poeta della luce
E venne infine il giorno fatidico di Dante. Dopo un anno di rievocazioni d’ogni tipo, arriva quel 13 settembre, o meglio quella notte di sette secoli fa, in cui Dante andò davvero nell’Aldilà. Non possiamo dire che il suo anniversario sia passato inosservato. Nel sesto centenario, il 1921, Gabriele d’Annunzio si rifiutò di parlare a una celebrazione dantesca dicendo: “Oggi in Italia non può parlar di Dante che un ministro, un professore, o un imbecille. Ed io, grazie a Dio, non appartengo a nessuna di queste tre importanti categorie”. Non appartenendo alle prime due, non vorrei appartenere alla terza, avendo scritto un libro su Dante nostro padre [qui - qui], che sto portando nei luoghi danteschi... Dante, il più italiano dei poeti, il più poeta degli italiani, eppure così universale. Ora che l’anno dantesco volge alla conclusione proviamo a fare un bilancio in poche righe dell’immenso lascito dantesco e poi del suo punto focale.
Qual è la lezione umana, civile, morale che Dante lascia in particolare ai potenti, ai dotti e ai sacerdoti? Dante insegna ai potenti e ai regnanti, con l’esempio oltre che con le parole, la fierezza, la coerenza, l’onore, categorie calpestate nel nostro tempo ma a essere onesti anche nel suo, considerando la veemenza con cui li attaccò, pagando un prezzo altissimo. Dante insegna l’importanza di essere all’altezza di una tradizione e dell’auctoritas che si incarna; non c’è per lui potere senza carisma, né dominazione benefica senza legittimazione sacra. Imperativi incomprensibili nel nostro tempo.

Ai dotti, o chierici, che nel nostro tempo chiamiamo intellettuali, Dante – che era uno dei loro – insegna che il coraggio delle proprie idee vale almeno quanto le stesse idee. Quel che si è disposti a rischiare per le proprie idee mostra la grandezza di chi le professa come la sostanza delle stesse idee. Fu dantesco Ezra Pound quando coniò quel motto che è il blasone della migliore militanza ideale: “chi non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui”. A volte, aggiungo, entrambe le cose. Dante insegna che l’impegno civile grandeggia se è posto al servizio di una visione del mondo, di un orizzonte trascendente e spirituale oltre l’umano, lo storico e il personale.

Infine agli uomini della Chiesa Dante ricorda che religioso non coincide con clericale, la fede non è sottomissione a un potere, sia esso sacerdotale, cardinalizio o papale; e la legittimazione spirituale della potestas politica, nella forma più alta dell’Impero, non deriva dalla Chiesa ma direttamente da Dio. Prima di Machiavelli Dante rivendica l’autonomia spirituale della politica; non da Dio o dalla morale, ma dal potere clericale.

La lezione di Dante ai potenti, ai dotti e ai sacerdoti si estende per gradi a tutta la società e a tutti i tempi. Una lezione di dignità tramite la bellezza dei versi, la profezia delle visioni, l’ordine simbolico nelle sue figurazioni.

Ma qual è, dicevo, il punto focale di Dante e della sua opera? Dante è il poeta della Luce. Tutto il suo cammino nella scrittura e nell’aldilà è un itinerario della mente verso la luce. Da luce deriva, in ultima istanza, lo stesso etimo di Dio. Beatrice è luce, il Paradiso è luce, gli angeli, i santi, la Madonna e infine lo Spirito divino sono luce; la visione profetica è luce; e il purgatorio è ricerca di luce, come l’inferno è luce nera, di fuoco e fiamma, casa di Lucifero. Il cielo è la luce e la terra è l’opaco, gli insegnò San Bonaventura e la luce è “inter omnes… sensibiles affectus spritualior” gli ricordò San Tommaso. La luce è perfezione e le tenebre sono l’errore. Dante capovolge la nostra cupa visione del medioevo come oscurantista; in lui rifulge “la luce del medioevo” per citare un’opera di Régine Pernoud [qui].

La sua visione è pittorica e il gioco di luce e ombra ne è la chiave; “pintura in tenebrosa parte, non si può mostrare né dar diletto di color né d’arte” scrive nelle Rime. Dante dipinge i regni dell’oltretomba, dal fuoco dell’inferno, al lume del purgatorio fino alla luce divina del paradiso. Ottimo commento al Paradiso “approdo all’ultima luce” ha pubblicato di recente Franco Ricordi da Mimesis (è il terzo volume della sua Filosofia della Commedia di Dante): il paradiso è il luogo dantesco per eccellenza e non l’inferno come avevano insegnato da De Sanctis in poi.

L’inferno è “l’aere sanza stelle”, “quell’aere grosso e scuro”, “d’ogni luce muto”, “’l più basso loco e ‘l più oscuro”: è il regno delle ombre, e l’ombra – sentenzierà poi Leonardo – “è di maggior potenzia che il lume”. “Così sen vanno giù per l’onda bruna”, la riva dell’Acheronte avvolta nella caligine, l’abisso. Anche le anime dannate, sono definite “l’anime più nere” perché la loro dannazione è la distanza abissale dalla luce. E i diavoli sono “neri cherubini”, negatori della luce. “lo fondo è cupo”, “noi fummo giù nel pozzo scuro”. L’uscita dall’inferno è la riconquista della luce: “lo duca e io per quel cammino ascoso/ intrammo a ritornar nel chiaro mondo”. Il purgatorio è contrassegnato dalla luce terrestre e solare, “dolce color d’oriental zaffiro” “tosto ch’io uscì fuor de l’aura morta che m’aveva contristati gli occhi e ‘l petto”. Catone gli appare in purgatorio tra “li raggi de le quattro luci sante” che “fregiavan si la sua faccia di lume” al punto da abbagliare Dante. Qui il sole sorge e fiammeggia.

Poi il Paradiso, il trionfo della luce, “l’aere luminoso”, la visione di Beatrice “luceano li occhi suoi più che la stella”; lucerne e lumi divini sono le anime beate, “con tanto lucore… m’apparvero splendor dentro a due raggi”. Gerarchie di luce denotano il paradiso, la vita spirituale sorge “con la luce”; il fiore che sboccia in paradiso è luce che piove dall’alto. Anche in paradiso ci sono fiamme ma sono ali d’oro, splendore e fulgore in paesaggi di luce. “O eterna luce che sola in te sidi, sola t’intendi”. Dante è sete di Luce, ascesa alla Luce. Dal nostro tempo dista anni luce.
Marcello Veneziani, La Verità (12 settembre 2021)

23 commenti:

Anonimo ha detto...

Quando la società era civile gli influencer erano i santi e i sapienti.

Anonimo ha detto...

"Infine agli uomini della Chiesa Dante ricorda che religioso non coincide con clericale, la fede non è sottomissione a un potere, sia esso sacerdotale, cardinalizio o papale; e la legittimazione spirituale della potestas politica, nella forma più alta dell’Impero, non deriva dalla Chiesa ma direttamente da Dio. Prima di Machiavelli Dante rivendica l’autonomia spirituale della politica; non da Dio o dalla morale, ma dal potere clericale". (Marcello Veneziani)

"Agli uomini della Chiesa" Dante non può insegnare un bel niente (ricordo che la "Monarchia" fu messa all'Indice), giacché la dottrina della Chiesa sui rapporti tra il potere ecclesiastico e quello temporale è ben chiara: la Chiesa ha, "ratione peccati", potere anche sulle cose temporali, e si può discutere solo se tale potere sia diretto o indiretto.
Il fatto che nel Medioevo i Papi scomunicassero gli imperatori, sciogliendo i sudditi dal vincolo di fedeltà, è la manifestazione visibile della "potestas directa", che rimane tale anche se da secoli non più esercitata.
Franco Damiani su Fb

Anonimo ha detto...

Dante Alighieri trentenne risulta iscritto nel 1295 all'ordine dei medici e speziali. Cinque anni dopo iniziò la Divina Commedia alla quale lavorò per oltre vent'anni.
Non è forzato dunque ricorrere (indegnamente) a lui per un commento sull'attualità:

Me tristo se in Speranza confido
o del Figliuolo ammiro il grado
tal quale un pulcin in dolce nido
poichè il destin affido al dado,
mentre l'iniezion l'emo avvelena
a me e all'intero parentado.

Anonimo ha detto...

Questo commento a Dante mi ha ricordato un Salmo, il 12 (Vulgata 11). Direttamente ammetto che non c'entra molto, però come Dante parla della Luce, del suo viaggio verso la Luce, guidato dalla Luce etc... anche quel breve salmo mi da tanta Luce in mezzo alla notte più nera. Saluti

Anonimo ha detto...

La "Monarchia" fu messa all'Indice (quando fu istituito), ma , invece, la Divina Commedia è, non solo, "TOMISMO in versi", ma, come detto da diversi Pontefici, l'altro mondo davvero, nelle linee essensiali, può somigliare a come lo descrive .

Anonimo ha detto...

Nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321, dopo aver illustrato il suo secolo con il proprio genio, entrava nell'Eternità Dante Alighieri, Onore della Cristianità, Gloria dell'Italia, Poeta Sommo.

Anonimo ha detto...

Una figura gigantesca che ha segnato la storia della cultura occidentale in particolare col suo capolavoro, la Commedia che descrive inferno, purgatorio e paradiso secondo i contenuti della fede cattolica.

Fu un uomo autenticamente medievale: profondamente credente, inserito nella vita politica della sua Città, cultore delle Arti Liberali (almeno il Trivio).

Interessante notare una cosa: il Dante cattolico, devoto e legato alla Chiesa era in polemica feroce e aperta col Papa di allora, Bonifacio VIII. Eppure nessuno, adesso come allora, si è permesso di dargli del “non cattolico” o di mettere in dubbio la sua fede solo perché contestava la persona del Sommo Pontefice.

A quel tempo si sapeva distinguere tra istituzione e persona che la ricopre (vedi il primo commento). E non esisteva una sorta di idolatria acritica nei confronti della persona del Pontefice (in carica).

Ma quelli razionali siamo noi, mica i medievali!

Anonimo ha detto...

ISTITUZIONI E PERSONE:

Il passato sapeva distinguere le istituzioni dalle persone: si poteva disprezzare un re o un papa (il medioevo non se n'è astenuto!) senza mettere per nulla in discussione il principio della monarchia o del papato.

Si sapeva che un'istituzione sana - un'istituzione venuta da Dio - restava feconda anche attraverso il più imperfetto degli uomini. I capi politici e religiosi erano allora degli anelli di congiunzione tra Dio e gli uomini: si attribuiva più importanza a ciò che essi trasmettevano che non a ciò che erano. L'altare sosteneva il prete, il trono il re.

Oggi si chiede al re di portare il trono, al prete di sostenere l'altare. Le istituzioni si giustificano agli occhi delle folle solo attraverso il genio o il magnetismo di qualche individuo.

Questa esigenza porta con sè due rovinose conseguenze: impone agli sventurati "portatori" delle istituzioni un grado di tensione e di attività veramente inumano, e, correlativamente, lega la sorte delle istituzioni ai miserabili casi individuali.

Gustave Thibon, Diagnosi. Saggio di fisiologia sociale

Purtroppo non è più così, ma resistiamo ha detto...

La dialettica tra fede e ragione è alla base della civiltà occidentale e del suo stesso benessere. Uno dei più illustri sociologi del mondo Rodney Stark (1934), specializzato in sociologia della religione e uno dei maggiori esponenti della teoria della scelta razionale conclude uno dei suoi libri di maggior successo scrive: “Una delle cose che ci è stato chiesto di indagare è che cosa ha permesso il successo, o meglio, il primato dell’Occidente su tutto il resto del mondo. Abbiamo studiato tutte le possibilità da un punto di vista storico, politico e culturale. All'inizio abbiamo pensato che fosse perché voi avevate armi più potenti delle nostre. Poi abbiamo ritenuto che voi aveste un sistema politico migliore. Poi ci siamo concentrati sul vostro sistema economico. Ma negli ultimi vent’anni abbiamo compreso che il cuore della vostra cultura è la vostra religione: il cristianesimo. Ecco perché l’Occidente è così potente. Le basi morali cristiane della vita sociale e culturale sono state ciò che ha permesso l’emergere del capitalismo e poi la riuscita transizione verso politiche democratiche. Non abbiamo alcun dubbio in proposito”.

Anonimo ha detto...


La Chiesa ha ratione peccati potere anche sulle cose temporali.

Giusto. Ma dovrebbe trattarsi sempre e solo di un potere spirituale. La Chiesa Nostro Signore l'ha fondata a qual fine? Governare gli Stati al posto dei re? NO. L'ha fondata per la salvezza delle anime. Il potere della Chiesa è eminentemente spirituale e governa le anime. Il che significa: la Chiesa ha il diritto di sindacare il potere dei re, se rispetta la morale cristiana e gli insegnamenti della Chiesa nella fede e nei costumi. E pertanto il potere spirituale è superiore a quello temporale dei re, intrinsecamente.
Sulle cose temporali in modo diretto ("date a Cesare quel che è di Cesare") la Chiesa non dovrebbe intervenire, se non in casi del tutto eccezionali (stato di necessità). Dante inveì giustamente contro il potere temporale dei papi a causa dei suoi abusi, al suo tempo non si era ancora dimostrata la falsità della Donazione di Costantino, cosiddetta. Ma sbagliò Bonifazio VIII a voler imporre una svolta teocratica, sottomettendo i re al papa anche nel temporale: doveva bastare la loro sottomissione nello spirituale. IL papato fu travolto dalla reazione cinica e violenta della monarchia francese.
La disputa sull'effettiva portata della plenitudo potestatis del papa, se cioè comprendesse come tale anche il temporale (non quello dei domini pontifici - fuori discussione - ma di tutto l'orbe cristiano, onde il papa poteva anche sostituirsi ai re nel governo, come pure fece in Germania in un caso) - questa disputa divenne violentissima nel Medio Evo e fu una delle cause dell'indebolimento finale sia del papato che dell'impero.
Da parte ghibellina emersero polemisti e teorici di tutto rispetto, come Guglielmo di Ockham e Marsilio da Padova. Quest'ultimo, morto nel 1342/3, scrisse un'opera che ebbe grande influenza, Il difensore della pace, violentemente anticlericale e prona all'errore di ritenere il sacerdotium inferiore al regnum, ma tuttavia ricca di spunti nel senso di un concetto di Stato, di sovranità, di legge, di rapporti tra Stato e Chiesa, che, oltre a preparare la strada alla Riforma protestante, anticiparono per certi aspetti le future costruzioni laiche.
H.

Anonimo ha detto...

13 settembre 2021 20:42

Il credere in Dio metteva l'uomo al suo posto papa o re che fosse. Con il venir meno della Fede creduta si è iniziato a voler credere negli uomini con le conseguenze che conosciamo. Nel tempo gli uomini hanno fatto tale continuativo scempio delle istituzioni che credere in esse oggi è impensabile.

La Fede e la Preghiera conferiscono uno spazio ed un tempo allo spazio e al tempo degli uomini diverso, molto diverso da quello nel quale vivono gli uomini senza Fede. Fede e Preghiera sono come un simultaneo dilatarsi dello spazio ed un concentrasi del tempo, un immenso attimo, cioè un piccolissimo assaggio dell'Eterno.

Prestare attenzione a questi sensi diversi dai sensi fisici, ma sviluppo di essi, conduce a migliorare, con l'aiuto della Grazia, le nostre percezioni più sottili.
La tecnica ci depaupera di tante nostre possibili capacità. Basti pensare che i nostri nipoti non conoscono più la tavola pitagorica smanettando fin da piccolissimi con la calcolatrice.

In generale possiamo dire che moltissime funzioni della tecnica sono capacità umane di cui ci siamo lasciati espropriare senza conservarne almeno un esercizio di mantenimento. Questo è causa in gran parte della riduzione del QI occidentale.

La Fede Cattolica di sempre, messo da parte il tradimento della chiesa modernista, ha tutte le possibilità per restituire a tutti, fedeli e simpatizzanti, quella intelligenza che ha evangelizzato il mondo, capace di ricevere dalla Grazia i doni di cui ognuno ha ed avrà bisogno al momento opportuno.

Gran parte di questi doni oggi li abbiamo concretizzati con la tecnica, depauperando, impoverendo le nostre capacità, rendendoci così dipendenti dalla tecnica e spesso suoi schiavi. Fede, Preghiera, Studio, Lavoro sviluppano le nostre capacità fisiche,intellettuali, spirituali ed aprono, ampliano i nostri sensi fisici che diventano capaci di ricevere i doni dello Spirito Santo ed anche quei doni particolarissimi dei Santi.Tra questi Padre Pio è il più vicino a noi ma, moltissimi altri Santi hanno potuto ricevere doni di ogni tipo,in ogni tempo, in ogni luogo.

Occorre la nostra santità per dare una raddrizzata al tempo presente e per riprenderci le nostre capacità dalla tecnica,per svilupparle poi come Dio comanda e a Dio piacendo per ricevere quei doni al momento necessari.

Anonimo ha detto...

https://www.maurizioblondet.it/58358-2/

Ma allora sono i vaccini che fanno venire il Covid!?!
Maurizio Blondet 13 Settembre 2021
e Salvini aveva ragione
Deduzione logica dopo l’informazione e l’allarme lanciato da Antonio De Palma, presidente del sindacato infermieri Nursing Up e riportato da Imola Oggi :

Covid: in 30 giorni contagiati 1848 operatori sanitari vaccinati

Il sindacalista cita “i dati dell’Istituto Superiore della Sanità” che “ sono inconfutabili e non possono passare, pericolosamente, sotto traccia. 1848 operatori sanitari contagiati negli ultimi 30 giorni: numeri preoccupanti, se si pensa che sono trascorsi ben 17 mesi dall’inizio della Pandemia, e il 70% degli italiani, ovviamente compresi infermieri e medici, sono stati sottoposti alle due dosi di farmaco anti-Covid”...

Anonimo ha detto...

https://www.imolaoggi.it/2021/09/13/solange-hutter-genitori-non-si-pongono-domande/

Solange Hutter: “I primi assassini sono i genitori che non si pongono domande”
13 Settembre 2021 CRONACA, In risalto

Solange Hutter, la preside più famosa d’Italia, assurta agli onori della cronaca nazionale per uno sciopero della fame a difesa degli studenti. Il suo discorso alla Camera è diventato virale in rete.

Intervento tratto dalla trasmissione Piazza Libertà di domenica 12 Settembre 2021.

Anonimo ha detto...

«Poema della pace è la Divina Commedia: lugubre canto della pace per sempre perduta è l'Inferno, dolce canto della pace sperata è il Purgatorio, trionfale epinicio di pace eternamente e pienamente posseduta è il Paradiso» (Paolo VI, Altissimi cantus, 7 dicembre 1965).

Anonimo ha detto...

Non vorrei dire, ma sono 700 anni esatti. Non che si debba "festeggiare" quella che fu pur sempre una prematura scomparsa (Dante aveva 56 anni e fu colpito da una malattia infettiva), ma sarebbe giusto, oggi più che mai, onorare la memoria del Poeta, rileggere un canto della Divina Commedia, meditare sul suo insegnamento. E riflettere sul fatto che la lingua italiana non è poi tanto cambiata.

Anonimo ha detto...

Ah, ma a loro non importa niente di questi e di altri dati! La pandemia è un pretesto per attuare il great reset e per instaurare il nuovo ordine mondiale e ormai sono riusciti nei loro intenti con una nutrita serie di vittorie strepitose. Il prossimo passo sarà il ritiro del denaro contante. Siamo in trappola e in trappola dobbiamo restare!

Anonimo ha detto...

"...Siamo in trappola e in trappola dobbiamo restare!"

Aspetterei, prima di lanciare le previsioni conclusive...

Anonimo ha detto...

IL PADRE DELL'ITALIA

Il 14 settembre 1321, 700 anni fa, a Ravenna, ci anticipava DANTE ALIGHIERI, il "Sommo Poeta", che costituisce il principio da cui discende l'Unità culturale e linguistica della nostra Italia. Vissuto in un'epoca di continui conflitti, Dante incrocia, nelle sue opere, il mondo classico, l'Imperium romano, il pensiero antico e medievale, nonché la cristianità, che costituiscono le caratteristiche fondanti nella nostra Nazione, riconosciute in tutto il mondo. Giuseppe Mazzini lo definì "un uomo Italiano, il più grande fra gl'Italiani che io mi conosca", aggiungendo "ogni città d'Italia quando l'Italia sarà libera ed una, dovrebbe innalzargli una statua". Innalziamo oggi un riconoscente pensiero al Padre dell'Italia!
Ciro Niglio
P.S. SENZA MEMORIA NON C'E' FUTURO

Anonimo ha detto...

IL VIAGGIO VERO

Il 14 settembre del 1321 - nel giorno dell'Esaltazione della Santa Croce - moriva a Ravenna Dante Alighieri.

Molto, troppo se n’è detto quest’anno. Letture, riletture, volumetti di ovvietà gabellati per riscoperte di chissà cosa. Non son mancate – fastidiose come una stagione non amata - grottesche “attualizzazioni” teatrali. Tutti soffermandosi sulle minuzie e non principiando dal valore spirituale della commedia. Che non è una semplice – ancorché grandiosa - opera letteraria. Ma la traduzione poetica di un’esperienza mistica. Vera. Vissuta.

Se non si intende questo, Dante diventa un feticcio letterario di cui possono impadronirsi tutti. E invece Dante appartiene interamente alla sensibilità cattolica e solo con questa si spiega e si intende.

S’i’ fosse papa, santo lo avrei fatto da quel dì.
Biagio Buonomo

Anonimo ha detto...

DANTE: SIA VIVERE CHE SCRIVERE

Diceva Luigi Pirandello: “La vita la si vive o la si scrive”. E il genio coglieva come, per comprendere l'essere, bisognasse fermarsi, rientrare in sé stessi, riordinare avvenimenti e percezioni. E poi appuntarle, decodificarle al punto di complicarle... con il proprio vissuto.

Seicento anni prima, però, moriva quell'altro Grandissimo di cui oggi ricorrono 7 secoli dalla scomparsa, la cui esistenza appare la plateale smentita della dicotomia pirandelliana, che sconta davvero la tragica separazione ed incomunicabilità fra i poli dell'esistenza.

Dante infatti fu uomo di quel Medioevo che era pienezza, che rigettava le false scelte obbligate dell'oggi, imposte come dogmi striscianti.

La stessa sua formazione, sotto la Scolastica, è secondo il tutto: normale quindi che il letterato, il genio, il poeta sommitale ed inarrivabile fosse anche presente alla vita pubblica del suo tempo, pronto a pagarne le conseguenze fino in fondo,

Vita e scrittura, insomma, no 'vita o scrittura'.

Non è un caso che pullulino i ritratti anche coevi: che lo riportano nella realtà ma anche nel suo incomparabile immaginario la cui elaborazione -probabilmente- porta le 'stimmate' del mistico, di colui che ha 'visto' davvero un 'oltre' che, forse, ha proprio 'descritto', sia pure con i versi, per quanto sublimi e 'divini', ancora solo umani.

Dante -insomma- era pure 'social', sia pure per i parametri del suo tempo. Di quella 'socialità' che seppe combinare personalità e appartenenza, stare 'con la testa fra i Cieli' ed i piedi ben piantati per terra..

Un esempio, se vogliamo, anche in questo.
Sebastiano Mallia

Anonimo ha detto...

Leggo or ora sul blog Telegram di Cesare Sacchetti della morte di Giulia Lucenti, di anni sedici, di Bastiglia di Modena, dopo la seconda dose di "vaccino" Pfizer (l'articolo riportato è de Il Resto del Carlino).
Sono addolorato e prego il Signore per l'anima di Giulia.
Di fronte a queste notizie noi siamo impotenti e possiamo essere certi che la morte di Giulia non fermerà la follia mondiale dei sieri genici. Mi sembra che solo un miracolo possa farci uscire dalla trappola in cui siamo rinchiusi.

Anonimo ha detto...

L’OMICIDIO QUOTIDIANO DI DANTE

Sommo,

ieri ricorrevano i settecento anni dalla tua morte. Che per te furono solo un ritorno in luoghi che l’Amore che move il sole e l’altre stelle ti aveva già mostrato nei modi intellegibili a un uomo del secolo decimo quarto. Fu il tuo giorno natalizio dell’eternità, insomma. Della tua rinascita definitiva. Ma questo non lo ha rammentato nessuno. Perché viviamo, Dante mio, in un mondo di morti sigillati nelle arche della città di Dite. Sai a cosa mi riferisco

Il punto è un altro e so che a uno spirito toscanaccio e fumino come il tuo la cosa stavolta interessa: ti ammazzano ogni giorno, Sommo. E non quelli che parlano e scrivono la tua lingua senza farne una professione. Ma quelli che campano scribacchiando la loro ignoranza. Specie sui giornali, case della cattiva educazione linguistica.

Eccoti l’incipit con cui tale Rità Querzè inizia il suo articolo di oggi sul Corriere della Sera, non sull’ Eco di Pizzighettone:

“Mentre si definisce il decreto che definirà gli ambiti di introduzione del green pass nei contesti lavorativi…”

Una catastrofe. Un bell’inizio con il “mentre" – roba che un tempo ti vietavano in seconda elementare – una “definizione di un decreto che definisce”; e che cosa?. Gli “ambiti di introduzione” di un anglicismo nei “contesti lavorativi.”

Analfabetismo pretenzioso. La cosa avrebbe dovuto suonare così: “Il governo sta selezionando le categorie di quei lavoratori cui imporre il certificato verde.” Ma messa in questo modo, la cosa sarebbe apparsa troppo semplice. Troppo italiana. Troppo chiara.

Certo, rispetto ad altre, una coltellata del genere, sarà parsa solletico alla tua anima immortale. Ma, conoscendoti da più di cinquant’anni, son sicuro che non hai sorriso neanche un po’. Come nei tuoi ritratti.

Ciao e ci si becca al Liceo con i ragazzi.
Biagio Buonomo

Anonimo ha detto...

Ma quanti dantisti, improvvisamente, per il centenario! Credo di essere uno dei pochi a non avere scritto un libro su Dante. Il massimo è Aldo Cazzullo che da piazza Santa Croce ti spiega Bocca degli Abati.
Ora che ci penso: qualcuno ha sentito leggere in pubblico il canto sui sodomiti, o quello su Maometto?