sabato 9 ottobre 2010

Cosa si 'muove' nella nostra Chiesa?

L’Agenzia di stampa ufficiale della Fraternità San Pio X, DICI, ha pubblicato nei giorni scorsi un'intervista con il rev. Niklaus Pfluger, primo assistente della FSSPX.

Ne estraggo un brano significativo, per coglierne e svilupparne le implicazioni, che hanno il loro peso, provenendo dal "comando" della Fraternità. Proseguirò poi la riflessione, che trae spunto anche dalle successive parole di Mons Fellay, pure riportate di seguito.

Entrambi i link rimandano ai rispettivi testi integrali, per chi avesse interesse ad approfondire
[...]
- Alcuni hanno accusato la FSSPX di lavorare per un compromesso. Vede ragioni per tali paure?
Quelli sono timori senza fondamento. Sono principalmente le accuse da parte di persone esterne alla Fraternità, che credono di poter giudicare questioni interne della stessa. Sono paure che non testimoniano uno spirito di fede. Gli autori di tali insinuazioni – di solito vicini a idee sedevacantiste – semplicemente non vogliono ammettere che qualcosa è cambiato.
Oppure semplicemente hanno un'idea sbagliata di come superare questa terribile crisi di fede. Essi pensano che la chiesa moderna ritornerà ad essere nuovamente cattolica in un solo giorno; è l'illusione che uno si addormenti da modernista e si risvegli cattolico. Se fosse così facile! Un ritorno all'ortodossia, una vera riforma, è un percorso lungo e arduo. Ci sono voluti decenni prima che i decreti di riforma del Concilio di Trento fossero applicati in qualche modo. Le regioni che si erano volte all'arianesimo sia in Occidente che in Oriente solo lentamente e gradualmente divennero nuovamente cattoliche.
La FSSPX non fa compromessi. Mons. Fellay non ha alcun piano segreto, strategia o politica per quanto riguarda la Fede nel trattare con Roma. Dobbiamo rispondere a una situazione nuova. Dobbiamo dire a questa "Chiesa conciliare": "Stop! Non è possibile continuare in questo modo. C'è un grosso problema nella Chiesa. Il Concilio è la ragione di questa apostasia e non la soluzione alla crisi." Alcuni vogliono ritirarsi in una sorta di ghetto, pensando di poter aspettare fino a quando la crisi sia finita. Questa non è una posizione cattolica; è piuttosto una debolezza della Fede. La luce deve essere posta su un lucernario e non deve essere nascosta sotto un moggio, dice il Signore nel discorso della montagna.
In realtà è solo una piccola minoranza di sacerdoti e fedeli che ha paura. La grande maggioranza ha fiducia nella direzione della FSSPX e nel Superiore Generale. Ai primi di luglio abbiamo avuto un incontro per diversi giorni tra tutti i superiori della FSSPX a Ecône. Dobbiamo ringraziare Dio per l'unità profonda della FSSPX in tutte le questioni essenziali. Questo non è facile in questi momenti tempestosi.

E' interessante rapportare queste dichiarazioni con quelle ancor più recenti di Mons Fellay. Ora è lo stesso Superiore Generale della Fraternità San Pio X a parlare, in un'intervista rilasciata al sito ufficiale del distretto francese della FSSPX, La Porte Latine, dalla quel stralcio i due brani che seguono:
[...]
- Da queste discussioni, bisogna attendersi una ferma condanna del Concilio da parte di Roma, oppure bisognerà alla fine accettarlo senza renitenze? Come immaginare l'uscita da una simile crisi magisteriale?
Mi sembra che, se una condanna del Concilio interverrà un giorno, non sarà domani. Emerge molto chiaramente la volontà di porre rimedio alla situazione attuale. Sullo stato della Chiesa, particolarmente grave, le nostre valutazioni [della FSSPX e di Roma] collimano in molti punti, sia sulla dottrina che sulla morale e sulla disciplina. Tuttavia, la tendenza dominante a Roma è sempre quella di scagionare il Concilio: non si vuole risalire fino al Concilio, si cercano altre cause, ma assolutamente mai il Concilio! Vista la psicologia ambientale, sembrerebbe più facile oltrepassarlo semplicemente ricordando l'insegnamento irrefragabile della Chiesa, lasciando per più tardi la condanna diretta. Io credo che, nel contesto attuale, una condanna sarebbe semplicemente non compresa.
- In un recente libro, Vaticano II, un discorso da fare, un teologo romano, mons. Gherardini, redige una constatazione piuttosto allarmante della Chiesa. Lascia intendere che una lettura del Concilio nella continuità della Tradizione non è così scontata e lancia un appello solenne al Papa affinché sia effettuato un grande lavoro di chiarimento magisteriale. Come dobbiamo accogliere questo libro?
Non bisogna prenderlo come un testo proveniente da noi o destinato a noi. No, si rivolge ai cattolici dall'altra parte e alla gerarchia in carica. Considerato da questo punto di vista, questo libro è di grande importanza perché introduce una messa in questione del Concilio così come viene recepito. Infrange un tabù. Quando lo facciamo noi, scateniamo nei nostri interlocutori un riflesso difensivo che blocca qualsiasi discussione. Ma quando il colpo parte dalle loro fila, rimette molte cose in questione. Vorrei concludere che questo libro è oggettivamente importante e che potrebbe essere una di quelle scintille suscettibili di appiccare un grande fuoco.
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Questa riflessione è incentrata sul punto focale della situazione: il timore collegato al rischio di compromessi che dovesse adombrarsi per normalizzare la situazione canonica della Fraternità. Del primo brano, riprendo due punti, formulando alcune considerazioni:
  1. si attribuisce a persone esterne alla Fraternità timori che in realtà credo –e mi pare fisiologico– siano ben presenti all’interno della stessa, come pure in tutti i fedeli cattolici che guardano ad essa con fiducia e rispettosa attenzione, riconoscendovi insegnamenti e gesti incontaminati della Chiesa di Sempre. Infatti così si esprime il rev. Pfluger: "Quelli sono timori senza fondamento. Sono principalmente le accuse da parte di persone esterne alla Fraternità, che credono di poter giudicare questioni interne della stessa. Sono paure che non testimoniano uno spirito di fede. Gli autori di tali insinuazioni – di solito vicini a idee sedevacantiste – semplicemente non vogliamo ammettere che qualcosa è cambiato."Mi preme esprimere un po’ di rammarico a questo riguardo, se le parole dovessero in qualche modo riferisi a Mons. Gherardini, perché nessuno più di lui è lontano da posizioni sedevacantiste. Queste parole, infatti, vengono pronunciate a pochi giorni di distanza dalla sua Lettera, pubblicata anche da noi, sul futuro della Fraternità, del quale un cattolico fervente ed autorevole come lui, ha pieno titolo di preoccuparsi ed anche occuparsi. E’ ciò che del resto facciamo anche noi, nel nostro piccolo, per il solo fatto che ci sta a cuore quanto accade nella e alla Chiesa, sperando negli sviluppi positivi della seria crisi nella quale ci stiamo dibattendo.

    Anzi, ogni fedele amante della Tradizione, e quindi anche la stessa Fraternità, ha molto da attingere dagli studi appassionati e competenti che Mons. Gherardini non ha fatto mancare sul Concilio con due opere di rilievo:
  • la prima, più divulgativa ma molto accuratamente documentata: Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare accompagnato da queste ‘sapienti’ parole del vescovo di Albenga Mons. Oliveri: “ Il filo conduttore di tutti i Suoi scritti è sempre quello che mette in logico e - direi - ferreo collegamento Verità rivelata e verità meditata dall'umano intelletto illuminato dalla fede, sostenuto dalla Teologia dei Padri della Chiesa, sistematizzata dalla grande Teologia scolastica, tramandatasi per secoli; sorretto dall'Insegnamento del Magistero della Chiesa, che mai può essere in contraddizione con se stesso, che solo può avere uno sviluppo così omogeneo da non dire mai "nova", ma tutt’al più "nove" (secondo la terminologia del "Commonitorium" di San Vincenzo di Lerino).” [vedi anche]
  • la seconda, più profonda e meditata, oltre che documentata: “Quod et tradidi vobis”. La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa”. Non è un testo divulgativo, ma denso e completo di fonti e riferimenti, destinato agli studiosi, ai quali spetta il compito di approfondire e formulare orientamenti e possibili soluzioni in ordine ai problemi che il cosiddetto spirito-conciliare ha introdotto nella Chiesa, divenendo una delle principali concause della crisi epocale che la Chiesa sta attraversando e noi in essa.
  1. Mi sembrerebbe del tutto normale, al di là dei dialoghi ufficiali tuttora in corso, una osmosi tra Fraternità e Tradizione, di fatto esistente perché la sappiamo certa a livello spirituale, che dovrebbe essere fruttuoso per tutti incrementare. Invece le pastoie canoniche lo impediscono ufficialmente, soprattutto da parte di chi si nutre dell’ ecclesially correct. Purtroppo lo impedisce anche l’atteggiamento di chiusura, se non di disprezzo, rifiuto, ghettizzazione, riservato dai vescovi anche agli ambiti Tradizionalisti all’interno della Chiesa. Tuttavia è un’osmosi che non viene negata anche nella ricerca di relazioni ed apporti reciproci dalla buona volontà di chi ama il vero dialogo, quello possibile nella Fede, e che la Chiesa conciliare normalmente privilegia con le altre confessioni cristiane - una volta eretiche ora divenute “Chiese sorelle” al pari di quella Ortodossa – o addirittura con altre fedi (quando un vero dialogo tra fedi è impossibile, trattandosi di identità non omologabili, mentre solo gli ambiti culturali e alcuni comportamenti pragmatici possono essere oggetto di condivisione ed intese comuni).

    Siamo invece costretti a vivere dei paradossi incredibili: veniamo fatti oggetto della stessa diffidente intransigenza nei confronti di chi ha avuto l’unico demerito di preservare la Tradizione, mentre non possumus, per il sensus fidei cattolico di cui siamo nutriti e che professiamo, avere una vera ‘communicatio in sacris’ con realtà che sono canonicamente ‘dentro’ la Chiesa. Basti pensare al sincretistico rito del cammino neocatecumenale ed alle sue anomale prassi nonché ad abusi liturgici e derive dottrinali di altro tipo; mentre ciò ovviamente non si verifica con la Fraternità.
  1. Questa affermazione del rev Pfluger mi trova perfettamente in sintonia: ”C'è un grosso problema nella Chiesa. Il Concilio è la ragione di questa apostasia e non la soluzione alla crisi. Alcuni vogliono ritirarsi in una sorta di ghetto, pensando di poter aspettare fino a quando la crisi sia finita. Questa non è una posizione cattolica; è piuttosto una debolezza della Fede. La luce deve essere posta su un lucernario e non deve essere nascosta sotto un moggio, dice il Signore nel discorso della montagna”.Quel che resta da stabilire, e che non è ininfluente, è quale prezzo eventualmente ci sia da pagare per non rimanere sotto il moggio. Preghiamo e speriamo ardentemente che si possa trovare una soluzione canonica senza condizioni-capestro, ineludibile oltre che indilazionabile, per il bene di questa generazione e di quelle che verranno
  1. Quanto alle affermazioni di Mons. Fellay, appaiono chiare, realiste ed equilibrate. Tuttavia mi permetto una piccola osservazione su queste sue parole, riferite al primo libro di Mons. Gherardini sul quale poi egli esprime un giudizio estremamente positivo: “Non bisogna prenderlo come un testo proveniente da noi o destinato a noi. No, si rivolge ai cattolici dall'altra parte e alla gerarchia in carica.

    Che il testo sia destinato soprattutto alla Gerarchia in carica è un fatto, dal momento che esso contiene anche una Supplica al Santo Padre perché dirima veritativamente con l’Autorità che gli è propria, le ambiguità più controverse ormai da più parti sottolineate. Trovo che comunque, al di là dell’intenzione dell’Autore, i contenuti interessino e riguardino tutti noi che ci riconosciamo cattolici.

    Mi stupisce quindi questa suddivisione di ‘fronti’, anche se è vero che ormai nella Chiesa coesistono teologie ed ecclesiologie diverse. Penso tuttavia che dovremmo acquisire una maggiore consapevolezza che tutti coloro che si riconoscono autenticamente ‘cattolici’ fanno parte della stessa Tradizione Apostolica e soprattutto il ‘distinguo’ mi sembra ingeneroso nei confronti di Mons. Gherardini, che ha dedicato alla Fraternità un capitolo come questo nel suo ultimo libro [vedi]…

7 commenti:

Germana ha detto...

Econe (e Menzingen) servono la Chiesa, e questo è un dato di fatto incontestabile.
Per ora si "va" a Econe per rinfrancarsi e riprender forza in attesa che "Roma" ritrovi se stessa, anche grazie a Econe.
Econe combatte una buona battaglia PER Roma, non per se stessa. E con Econe, "tutti" i cattolici di buona volontà.

Psyco ha detto...

E’ giusto temere compromessi.

O forse più che parlare di compromessi sarebbe bene tentare di accontentarsi del minore dei mali, per cercare nel tempo di ricucire lo strappo da lì?

Una soluzione simil-Anglicana potrebbe essere utile a risolvere la situazione della Fraternità, dato che ormai è chiaro a tutti che non si può pretendere di dipanare in tempi ragionevoli la nebbia del concilio?

E non si potrebbe essere più efficaci trovando modalità che permettano di uscire da questo stallo che permette di preservarsi ma rischia di diventare uno splendido isolamento, dannoso per la Fraternità e non efficace per la Chiesa, che ha il volto oscurato ma non è tutta marcia?

Mic ha detto...

Più che domande, mi sembrano fervide attese alle quali ovviamente non possiamo dare risposta noi; ma cerco di dare ancora un piccolo contributo di riflessione.

Di certo c'è che lo sviluppo dei colloqui punto per punto sarà lungo e difficoltoso per lo scontro di diverse impostazioni teologiche. Perciò non soffermarsi sui i singoli problemi posti dai documenti conciliari, ma fondare la discussione sul concetto di tradizione 'vivente' potrebbe rendere più veloce la conclusione: mi pare la tesi di mons. Gherardini. Il grande teologo non ha risparmiato la sua critica a Lefebvre, ma ha sempre compreso il dramma in cui si dibatteva e il suo testo sul Vaticano II, che difende la verità e l'unità della Chiesa, poteva essere un'ottima base per i colloqui dottrinali.

Tuttavia, al momento non sembra realistico che la Chiesa condanni il concilio tra breve o tra un secolo. Questo appare evidente dai segnali che abbiamo anche nei confronti del mondo Tradizionale al suo interno, che più passa il tempo più ci danno la percezione che la situazione si sta incancrenendo.

Inoltre, si potrà arrivare a riconoscere che certe tesi del Concilio sono espresse in modo ambiguo, con linguaggio nuovo che rende meno visibile la Verità sempre creduta ed anche che la dichiarata pastoralità non costringe all'assenso incondizionato ma permette il dubbio e la discussione. E' fuori dubbio ormai che alcune affermazioni necessitano di spiegazione e formulazione meno equivoca ed altro ancora. Ma non appare realistico aspettarsi di più.

Per questo è da apprezzare la prudenza di Mons. Fellay sul Concilio quando dice che non ritiene affatto opportuna una sua condanna che oggi "non sarebbe compresa".

Preghiamo che l'unità venga presto riconosciuta... e che la restaurazione si compia soprattutto con la fedeltà all'autentico culto a Dio e con una vita Sacramentale piena e feconda... per la 'messe' in difficoltà anche a causa dell'entità delle 'presenze' che ne fanno scempio, ormai sono indispensabili gli 'operai' della Fraternità!

Stefano78 ha detto...

Tuttavia, al momento non sembra realistico che la Chiesa condanni il concilio tra breve o tra un secolo

MAH...

Mic ha detto...

forse quel MAH significa che il concilio non va condannato 'in toto'?

Tuttavia qualche danno lo ha fatto e, se non va condannato e basta, ancora le prassi nefaste che ha consentito stanno facendo scempio della Chiesa di Cristo, che è la nostra Chiesa...

Poiché il Papa richiama alla 'continuità', dobbiamo pensare che si stia cercando di ricucirla là dove è stata lacerata; ma ancora non ci sono pronunciamenti solenni e veritativi: cè solo questa generica affermazione di una 'continuità' che non appare interrotta (sia pur con qualche dubbio) nella dottrina solenne, ma di fatto è ampiamente bypassata nella prassi.

Allora, forse, cavarsela con un MAH è un po' semplicistico

Stefano78 ha detto...

Dice mic

Allora, forse, cavarsela con un MAH è un po' semplicistico


Semplicemente è l'unico commento che mi è venuto leggendo ciò che reputo a dir poco FOLLE: la richiesta o la speranza di una CONDANNA (sappiamo cosa significhi questo termine per la Chiesa?), anche postuma, di un Concilio ecclesiale PASTORALE.


Una cosa è auspicare, e giustamente, delle correzioni e delle riprese.

Una cosa è desiderare la condanna! E' semplicemente assurdo, folle!

E sì che ho sempre considerato il Superiore della Fraternità un Uomo di Dio EQUILIBRATO e indifferente a chi gli sta tirando la tonaca!

Mic ha detto...

Non credo che mons. Fellay intenda una condanna in toto del concilio; ma di certo sulla condanna (e quindi la rettifica) di certi suoi, ormai evidenti, punti di 'rottura' credo siamo tutti d'accordo.

Tuttavia è irrealistico pensare che una cultura egemone così radicata possa arrivare a tanto. E qui dice bene il monsignore...

Il fatto che il concilio sia 'pastorale' non ha impedito che appunto la cultura (perché di certo fede non è) egemone ne facesse un dogma, l'unico dogma rimasto intoccabile.

Abbiamo constatato il dramma di come la prassi (una pastorale basata sul nuovo senza rinnegare in teoria la Tradizione ma di fatto bypassandola e innovando selvaggiamente) incida anche sulla dottrina e modifichi le persone, la loro psiche, il loro spirito...

E' uno scempio che dura da 50 anni. Non so quante generazioni ci vorranno per recuperare né a quale prezzo. Questo lo sa solo il Signore e forse qualche persona più illuminata di me.