domenica 31 ottobre 2010

Cura d'anime “Straordinaria”, legata alla Forma Straordinaria del Rito Romano

Ripropongo un documento già presentato un anno fa, ma ancora di immutata attualità.
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Sia Benedetto il Signore e il Santo Padre, Benedetto XVI, per aver fatto riemergere dal lungo oblìo La Santa e Divina Liturgia nel Rito Romano Tridentino. Sono tre anni che, grazie al Motu proprio Summorum Pontificum, in alcune chiese aumentano anime di ogni età che, conoscendolo e partecipandovi, rendono a Dio il culto perfetto. Naturalmente l'interesse e la partecipazione vengono favorite dalla presenza di un gruppo stabile e, quindi della celebrazione costante. È sintomatico il fatto che questo interesse è stato determinato, anche al di là dei gruppi preesistenti, proprio dall'opportunità di conoscere e partecipare all'Antico Rito, per alcuni ritrovato con gioia per altri scoperto come si scopre un tesoro, grazie alla sua liberalizzazione piena.

L'attuale situazione fa registrare in molte diocesi l'assenza di celebrazioni, non per mancanza di gruppi stabili e di sacerdoti che celebrino il Rito di Sempre, ma per la totale chiusura di vescovi, parroci o superiori di Ordini religiosi che negano l'uso dell'Altare a fedeli assetati e pastori disponibili. Tutto ciò, oltre a falsare, nel consuntivo da trarre, l'effettiva richiesta dei fedeli, rende inoperante il fluire della Grazia che consentirebbe anche a molte altre persone di avvicinarsi con gioia e frutti spirituali al Rito stesso, in virtù di una maggiore presenza (possibile nelle risorse, ma non nella loro negata operatività) di celebrazioni anche nella Forma Straordinaria. Infatti, lasciare - come viene suggerito - la promozione della stessa all’iniziativa dei singoli, che sistematicamente trovano ostacoli insormontabili negli assoluti divieti frapposti, di fatto significa permettere sì una cosa Santa, ma non promuoverla in alcun modo.

Rappresentiamo quindi la sentita necessità che venga paternamente disposta, accanto al Rito Ordinario, una celebrazione domenicale in Vetus Ordo almeno in ogni diocesi, nella località che risulti più ricettiva, mentre, a Roma Caput mundi, che ne vengano estese le celebrazioni domenicali presso le quattro Basiliche e quella di S. Croce in Gerusalemme; il che risponderebbe al vivo desiderio di molti fedeli, ai quali non mancherebbero di aggiungersene altri come l'esperienza dimostra, nonché alla necessità intrinseca, ontologica, sostanziale del Rito Gregoriano, di essere esso Fiamma viva e perenne in atto, e non solo a parole, per quanto possano essere auguste. La presenza della Parrocchia personale di S. Trinità dei Pellegrini è una benedizione, ma essa -pur ben frequentata- non è facilmente raggiungibile da tanti, giovani e anziani, che popolano una città estesa e dal traffico intenso come Roma.

Inoltre, poiché non è possibile amare ciò che non si conosce, e anche per consentire una frequentazione sempre più consapevole e partecipata, è necessario promuovere il Rito Gregoriano anche attraverso iniziative mirate, quali Conferenze e momenti formativi a cura dei gruppi stessi e dei loro Sacerdoti o presso le stesse strutture in cui avvengono le celebrazioni, che attualmente risentono di una presenza spesso strettamente limitata al momento della celebrazione stessa, senza nessun altro 'spazio' di incontro e/o di formazione o anche presso altre strutture individuabili nella Diocesi: Seminari, Facoltà Teologiche, Corsi per catechisti, ecc. Altrimenti come si può pensare di eliminare, sia pure gradualmente, il presente iato generazionale, che non è soltanto un fatto culturale o Liturgico, ma anche Catechetico?

Per questo occorre parlare dell’Antico Rito: c’è infatti una mistagogia propedeutica a quella celebrativa; il che certamente renderebbe possibile anche rimuovere molti pesanti (e solo attuali) pregiudizi.

C’è inoltre un falso problema: quello del latino visto come ostacolo. Il discorso appare pretestuoso, intanto perché alcuni giovani ancora lo studiano, mentre è indubbio che chi non ha dimestichezza con i testi delle sublimi intraducibili parti della veneranda Vetus Latina, la acquista –e abbastanza rapidamente– strada facendo, con la frequentazione, anche perché i messali danno la duplice versione latino-italiano a fianco. Del resto potrebbero supplire alla carenza attuale i momenti ‘formativi’ di cui accennato sopra. Inoltre basterebbe spiegare che nel Missale Romanum il titolo “Infra Actionem” è sovrapposto al Communicantes del Canone: tra l’azione. Il Canone quindi è una preghiera attuata più che recitata. L’azione a cui si riferisce è ovviamente il sacrificio e poiché la Santa Messa è la attualizzazione hinc et nunc del Sacrificio della Croce, in questo senso la comprensione delle parole e della lingua che il sacerdote usa è secondaria: si può partecipare all’offerta del sacrificio benissimo senza sentire o capire le parole. Basta sapere che cosa accade all’altare. Crea sgomento quindi sentire persone, anche Suore, affermare ad esempio: “a quella Messa non ho capito niente”. Viene da domandarsi: ma sanno che cosa è la Messa? Un esempio banale ma calzante: chi assiste ad una partita di calcio non ha bisogno di parole per partecipare... Qualche volta le parole diventano un ostacolo più che un aiuto.

I nostri genitori sapevano che quando il sacerdote si inchina sopra l’ostia e sopra il calice alla consacrazione, recita le parole del Signore – e non altro – e il miracolo si compie. Non pensavano che fosse necessario udire le parole - che d’altra parte sono divine e basta siano sussurrate, per non banalizzarne la sacralità grande e solenne - perché esse abbiano effetto. È un cedimento alla moderna mentalità positivista il credere che una cosa esiste o ha efficacia solo quando la si vede, si ode, ecc. Il sacerdote recita il Canone silenziosamente, sia per rispetto a Dio, perché anche se agisce “in persona Christi” è sempre indegno di tanto onore e potere, sia per lasciare spazio alla fede dei presenti, che in questo modo non sono distratti né dal tono della voce, né dalla lingua, né da qualsiasi altro difetto umano, e possono essere immersi nell’Adorazione, unico atteggiamento possibile e aperto alla “trasformazione” transutanziante operata dal Signore in un momento così alto e davvero "terribile". La comprensione, come pure la partecipazione - che non è actuosa solo quando implica un 'ruolo' da assolvere o un 'fare' materiale - crescono con l'immersione nel mistero e quindi la sempre ulteriore conoscenza del Signore e assimilazione della sua Grazia, sempre più a Lui 'configurati'.

In genere le difficoltà sembrano accamparle i liturgisti che aborrono il latino per partito preso. Piuttosto, perché non reintrodurlo nei seminari e nelle facoltà pontificie, in quelle in cui ancora non ci fosse? Velle est posse.

È molto sofferta, da parte di noi tutti, la realtà di trovarci rinchiusi in un ghetto, senza spirargli di comunicazione, mentre nella Chiesa, sia come Corpo Mistico di Cristo che come Popolo di Dio, dovrebbe trovarsi la pienezza della comunione perché essa è icona della SS. Trinità, 'Luogo' di comunione e comunicazioni infinite vive e vitalizzanti, come dovrebbero essere le nostre comunità, piccole o grandi che siano. Crediamo che sia la qualità e non il numero a fare la differenza, che poi è la Presenza Reale nella Liturgia e nella Vita del Signore Nato Morto Risorto e Asceso al cielo, nonché del Suo Spirito ‘inviato’ alla Chiesa nella Pentecoste, per noi e per la nostra Salvezza e per quella dei molti che Lo accolgono “A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv, Prologo 12-13).

Ci coglie, doloroso, un interrogativo: come mai, nella Chiesa, vengono ‘mandati’ a evangelizzare gruppi di ogni genere, mentre quelli legati al Vetus Ordo vengono soffocati persino sul nascere?
Maria Guarini

3 commenti:

Philos ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Philos ha detto...

si dice che il documento attuativo del motu proprio è sul tavolo del Papa.

chissà se e quando riuscirà a vedere la luce

Observer ha detto...

la promozione della stessa all’iniziativa dei singoli, che sistematicamente trovano ostacoli insormontabili negli assoluti divieti frapposti, di fatto significa permettere sì una cosa Santa, ma non promuoverla in alcun modo.
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giusta osservazione: permettere e non realizzare equivale a lasciar cadere e comunque a non prendesi cura