lunedì 11 ottobre 2010

Il problema della "communicatio in sacris" è ora all'interno della Chiesa?


Il problema dell’intercomunione è un problema di estrema gravità e può costituire una deviazione dal retto metodo ecumenico, presentarsi come un vero trabocchetto per molti cattolici in buona fede ed offrire una nuova testimonianza dello sviamento di teologi dalla teologia.

[...] L'unità non si farà mai sulle mezze parole, sui concetti detti a metà, sulle aperture ed interpretazioni volontarie. Se questa qualcuno la chiamasse unità, o non saprebbe quello che dice, o mentirebbe sapendo di mentire.

[...] Un falso approccio ecumenico è inficiato di relativismo sul piano dogmatico; è il tema che oggi è trattato eufemisticamente con il termine di pluralismo. Nella sostanza della dottrina accettata come rivelata o certa dalla Chiesa Cattolica non può esistere pluralismo. Questo suppone il relativismo, il quale porta logicamente al disfacimento di tutto; non dunque unità, ma distruzione. E' forse l'unità un'opera di distruzione?

Il pluralismo sta nei gusti, negli aspetti, nelle simpatie, negli onesti adattamenti al linguaggio delle culture - salva veritate -, mai nella sostanza della verità e degli stessi fatti. Sta nelle cose umane, che «Dio ha lasciato alle dispute degli uomini», ma non certo nelle cose, che stabilmente ha definito Lui per il tempo e per l'eternità.
[Brano tratto da un editoriale del Cardinale Giuseppe Siri, pubblicato su “Renovatio”, IX - 1974]

Durante la celebrazione conclusiva della settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, tenutasi il 25 gennaio 2001 nella basilica di San Paolo a Roma insieme a 23 delegazioni ecumeniche di ortodossi, anglicani e riformati, Giovanni Paolo II così si è pronunciato: “Non si possono e non si debbono sminuire le differenze tuttora esistenti tra noi. Il vero impegno ecumenico non ricerca compromessi e non fa concessioni per quanto attiene la Verità... Le questioni ancora aperte non devono essere sentite come un ostacolo al dialogo, ma come un invito al confronto franco e caritatevole. Ritorna la domanda: Quanta est nobis via? Non ci è dato saperlo, ma ci anima la speranza di essere guidati dalla presenza del Risorto, capace di sorprese sempre nuove. Dobbiamo vivere nel concreto la comunione che, quantunque non piena, già esiste tra noi... Il dialogo della carità, tuttavia, non sarebbe sincero senza il dialogo della verità. Il superamento delle nostre differenze comporta una seria ricerca teologica. Non possiamo scavalcare le differenze; non possiamo modificare il deposito della fede. Ma possiamo cercare di approfondire la dottrina della Chiesa alla luce della S. Scrittura e dei Padri, e spiegarla in modo che essa sia comprensibile oggi”. [Suona un po' strana questa affermazione: sembrerebbe che la dottrina nella Chiesa, come spiegata da sempre, non sia abbastanza comprensibile. Approfondimenti teologici sono sempre poissibili e auspicabili, ma non mi sembra possa essere chiamata in causa in alcun modo la comprensione!]

Il 22 febbraio 2001 Giovanni Paolo II ha scritto una lettera ai nove cardinali tedeschi per chiedere loro un particolare impegno nel contrastare "abusi" presenti nelle chiese di Germania, che causano abbandoni e disorientamenti. Uno degli abusi lamentati riguarda proprio l'ecumenismo e l'intercomunione: “Un ecumenismo che lasci più o meno da parte la questione della verità - scrive il Papa - porta solo a successi di facciata
______________________
il problema della "Communicatio in sacris" oggi si pone anche all'interno della stessa Chiesa nei confronti di un movimento che adotta un rito sincretistico e prassi anomale, nonché di deviazioni moderniste ormai dilaganti. Tuttavia, "nella Chiesa c'è posto per tutti"; per la Tradizione, però, così purtroppo non è in troppe diocesi...

3 commenti:

jonathan ha detto...

Certo, il cammino nc è un po’ il paradigma delle fratture che stanno spezzando l’anima della Chiesa. Ma, appunto, ne è l’emblema. La comunicatio in sacris sta diventando un tasto dolente anche laddove dovrebbe darsi per sottintesa, anche tra gli altri cristiani che professano formalmente lo stesso Credo nella stessa Chiesa cattolica romana apostolica. Per cui il problema dell’ecumenismo si può porre solo in secondo luogo rispetto a questo.

Se da un lato è auspicabile che l’amore e la fedeltà alla Tradizione trovi accoglienza e attuazione capillarmente in tutte le diocesi e in tutte le parrocchie, resta a mio avviso problematica la coesistenza di due diverse ‘anime’ riassunte nelle due forme del Rito della Messa che esprimono diverse concezioni del sacro su tutti i piani, teologico, ecclesiologico e antropologico. Non è forse da leggere anche questa come una frattura, una discomunione? Se la costruzione di un ibrido tra il VO e il NO è da considerarsi giustamente un abominio, può sperarsi come risolutiva la semplice e pacifica coesistenza delle due forme nel Rito della Messa? Se, come citato a proposito dell’approccio ecumenico, Nella sostanza della dottrina accettata come rivelata o certa dalla Chiesa Cattolica non può esistere pluralismo, come e in nome di cosa può concedersi doppiezza proprio laddove quella ‘sostanza’ viene celebrata, laddove dovrebbe convergere eminentemente la più assoluta comunione, escludendo ogni alternativa tra gusti o sensibilità diverse?

Sono forse considerazioni ingenue, ma non poi così tanto per chi come me e come tanti vive sul confine tra queste due anime della Chiesa, un confine che sa di limbo inodore e incolore.

Mic ha detto...

Cara Jonathan,

sì è vero il cammino nc è purtroppo un emblema, essendo una delle tante 'deviazioni' dottrinali pragmatiche e liturgiche; ma purtroppo è anche un unicum perché ha la forza dirompente di un crescente potere ormai saldamente attestato in Curia e l'aggressività di una evangelizzazione in tutto il mondo di cui si fa portatore, che sta pesantemente inquinando la Chiesa, per effetto di anni di 'segreto' e di nefasto laissez faire, nonché ora di una 'anomala' approvazione...

Quanto alla Tradizione, il Motu Proprio ha fatto il miracolo di 'sdoganare' il rito Tridentino e tutta la Grazia che ne fluisce; ma purtroppo non incentiva una promozione una pastorale corrispondente e questo in qualche modo rischia non dico di vanificare, ma di frenare notevolmente la sanante possibilità di diffusione che diversamente potrebbe avere

Ma andiamo avanti con fiducia, nel Signore e nella Vergine Santa

Mic ha detto...

Il 22 febbraio 2001 Giovanni Paolo II ha scritto una lettera ai nove cardinali tedeschi per chiedere loro un particolare impegno nel contrastare "abusi" presenti nelle chiese di Germania, che causano abbandoni e disorientamenti.

l'attuale quadro di desolante scristianizzazione in Germania (ma poi anche in Olanda Belgio e tutta Europa) dimostra quanto le raccomandazioni del Papa siano state disattese, così come accade oggi per il Moti proprio Summorum pontificum