domenica 12 agosto 2018

La pena di morte - Vittorio Messori

Il testo che segue è tratto da: Vittorio Messori, Pensare la storia. Una lettura cattolica dell’avventura umana, Paoline, Milano 1992, p. 412-424.

Malgrado quanto noi giornalisti ci sforziamo di far credere, spesso e volentieri i giornali non rappresentano affatto l’opinione pubblica.

Il problema della pena di morte è uno di quelli in cui sembra più profonda la frattura tra gente e media. Questi, quasi senza eccezioni, respingono indignati anche solo la prospettiva di dibattere una questione che giudicano talmente anacronistica e incivile da non meritare alcuna attenzione.

Nei giornali in cui mi è capitato di lavorare, ho visto cestinare, con ribrezzo, le molte lettere dei lettori sull’argomento. Eppure, tutti i sondaggi mostrano che, se si andasse a un referendum popolare, certamente il risultato sarebbe per la reintroduzione del plotone di esecuzione o del boia, almeno per i crimini particolarmente esecrabili.

Ce ne sono riprove concrete: stando al rapporto annuale di Amnesty International, la pena di morte contrassegna ancora il diritto penale di ben 99 Stati (l’80 per cento delle esecuzioni riguarda Paesi che hanno la pretesa di essere modello ad altri come gli Stati Uniti, l’Urss, la Cina), senza che movimenti importanti di opinione ne chiedano l’abolizione. Nei circa 30 Stati dell’Unione nordamericana in cui si è conservata l’esecuzione capitale, tutte le iniziative per cancellarla sono state vanificate dalla volontà popolare. Questa, in certi casi, ne ha addirittura imposto la reintroduzione. Ma si sa che i cantori della democrazia -giornalisti e politici in prima linea- sono selettivi: per loro, la maggioranza delle opinioni e dei voti è «nobile manifestazione della volontà popolare» quando va nel senso da loro auspicato; e diventa «disprezzabile rigurgito reazionario» quando si esprime in modo non gradito ai loro pregiudizi e schemi.

Il fatto è che, dalla più remota antichità sino a qualche intellettuale dell’Europa occidentale del Settecento che cominciò ad avere dei dubbi, la pena di morte fu pacificamente ammessa da tutte le culture di tutte le società del mondo.

Ed è falso che quel curioso personaggio che fu Cesare Beccaria ne abbia chiesto l'abolizione.
“Dei delitti e delle pene”, capitolo ventotto: «La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi...».
Quel che Beccaria respinge è soprattutto la tortura e poi la pena di morte “facile”, come era applicata ai suoi tempi, ma non la esclude in modo assoluto, non la dichiara illecita: al punto che, in alcuni casi, la dice «necessaria». Del resto, l’alternativa che Beccaria propone (per spaventare di più, precisa) è «la schiavitù perpetua». Il che non sembra un guadagno per la civiltà e il reo.

E’ poi falso che il mantenere l’esecuzione capitale sia “di destra” e l’abolirla “di sinistra”: tra i paradossi ignorati dai nostri rassicuranti schematismi, c’è il fatto che questa pena era stata abolita per volontà di Luigi XVI pochi anni prima della                        Rivoluzione francese. E fu questa a reintrodurla, proprio per impulso della “sinistra” giacobina, facendone un tale uso che ghigliottina e rivoluzione sono inseparabili - e, per una volta tanto, giustamente – nell’immaginario popolare.

Il dottor Guillotin fu addirittura pregato da quei “progressisti” di perfezionare la sua macchina, così da passare dalla fase artigianale a quella industriale: c’è rimasto così l’agghiacciante prototipo di uno strumento capace di troncare sino a 60 teste contemporaneamente.

Inoltre, con grande imbarazzo dei terzomondisti occidentali, per i quali la barbarie è sempre e solo dalla parte dell’uomo bianco, appena raggiunta l’indipendenza, praticamente tutte le ex colonie africane ed asiatiche si affrettarono a reintrodurre la pena di morte - magari con sistemi “tradizionali” in quei luoghi come l’impalamento, il rogo, l’immersione in acqua bollente, lo strangolamento lento - anche là dove gli Europei, in accordo con il diritto penale della madrepatria, l’avevano abolita.
Del resto, tra i più entusiasti praticanti del patibolo non c’erano forse tutti i Paesi del “socialismo reale”, quelli del marxismo al potere del primo, del secondo o del terzo mondo che siano? E non certo soltanto in lontani tempi staliniani: nei primi cinque anni della perestrojka di Gorbaciov, i tribunali sovietici hanno mandato sulla forca o sul patibolo oltre 2000 rei di delitti comuni.

Checché ne sia della legislazione civile, il problema si fa delicato per un credente quando ci si sposta sul piano religioso.
La Chiesa cattolica (in accordo, del resto, con quelle ortodosse e protestanti, ad eccezione di piccole sette ereticali, combattute dai riformati stessi) non ha mai negato che l’autorità legittima abbia il potere di infliggere la morte come pena.
E’ “de fide” la proposizione di Innocenzo III, ribadita dal Quarto Concilio del Laterano del 1215, secondo la quale l’autorità civile «senza peccato può infliggere la pena di morte, purché sia mossa non dall’odio ma dalla giustizia e non proceda senza precauzione ma con prudenza».
Questa dichiarazione dogmatica ribadisce tutta la tradizione cattolica precedente e riassume quella futura.

Sinora, infatti, nessuna affermazione solenne del Magistero è venuta a modificarla. Se la Chiesa si è sempre rifiutata di mettere direttamente qualcuno a morte, non così lo Stato Pontificio, in quanto istituzione politica; e si sapeva bene che cosa significasse la consegna degli eretici ostinati al “braccio secolare”.
Del resto, le Chiese nate dalla Riforma avevano ancor meno riguardi e spesso procedevano direttamente a eseguire le loro sentenze di morte senza affidare il reo, per l’esecuzione, all’autorità civile. Anzi: mentre per la Chiesa cattolica il boia era un male necessario, nella gerarchia della oppressiva “Città cristiana” che Calvino instaurò a Ginevra, il carnefice era un personaggio di rango, un notabile ossequiato e chiamato “Ministro del Santo Evangelo”.
Né gli mancava il lavoro: nei quattro anni dal 1542 al 1546 Calvino mandò a morte 40 persone solo per motivi di fede.

Oggi, come si sa, la situazione è cambiata. Malgrado nulla, sul piano dogmatico, sia stato modificato; non solo teologi, ma anche intere Conferenze episcopali si sono spinte sino a definire «contraria allo spirito cristiano», «in disaccordo col Vangelo» ogni esecuzione capitale.
Come al solito, dei credenti si segnalano per zelo, superando la stessa polemica laicista nello scagliarsi contro una presunta bi-millenaria “barbarie oscurantista” e “infedeltà al Cristo” da parte di una Chiesa che non avrebbe dichiarato illecito il supplizio inflitto ai rei dagli Stati.
Questo è uno dei luoghi privilegiati per la “strategia del rimorso” di cui parlammo, portata avanti da una propaganda anticristiana coll’aiuto entusiastico di molti cattolici “adulti e aggiornati”.
In realtà, la questione è davvero gravissima: se ogni esecuzione capitale è un delitto, un omicidio abusivamente legalizzato (come molti teologi e anche episcopati ora dicono) la Chiesa, per tanti secoli, se ne è resa complice.
Confortatori dei suppliziandi come un san Cafasso non sono che farisaici fiancheggiatori di una violenza illecita. Non basta, ché anche Antico e Nuovo Testamento - i quali o raccomandano o non vietano la pena di morte - sono trascinati sul banco degli accusati.
Se qui, davvero, ci si è sbagliati, le conseguenze per la fede sono rovinose, coinvolgendo l’autorità della Chiesa e della Scrittura stessa.
Bisognerà cercare di capire.

Sarà bene precisare subito, a scanso di equivoci, quanto chiariremo meglio in seguito: quel che tentiamo con il discorso iniziato non è di certo una sorta di “elogio del boia” alla Joseph De Maistre, con magari un nostro schierarci a favore della reintroduzione della pena di morte nei Paesi del mondo (e sono ancora una minoranza) che l’hanno cancellata. Ne siamo ben lontani.
Quel che ci interessa è mostrare che anche qui, come in moltissimi altri campi, abbiamo dimenticato quel saper distinguere (“distingue frequenter!”) che, così giustamente, preoccupava coloro che sapevano ragionare sul serio prima della sedicente “èra della Ragione”.

Nel caso in questione, molto spesso non si sa più distinguere tra legittimità del patibolo e sua opportunità; tra un diritto della società di mandare a morte un suo membro ed esercizio di quel diritto. Ma, soprattutto - lo dicevamo - ciò che deve preoccupare un credente è l’atteggiamento della Chiesa: la quale, sempre, nel suo Magistero più alto, ha affermato la legittimità della pena di morte decretata dalle autorità riconosciute e ne ha concesso alla società il diritto.

Dopo il Concilio, questo diritto è contestato a diversi livelli.
Prendiamo (un esempio tra i moltissimi possibili) il “Dizionario di antropologia pastorale”, frutto del lavoro dell’associazione dei moralisti cattolici di lingua tedesca, uscito in Germania e in Austria nel 1975 con tutti gli imprimatur e grazie a un finanziamento dell’episcopato. In quest’opera, che non esprime la voce di un privato teologo ma la posizione “cattolica” di un’intera area, si legge: «Il cristiano non ha il minimo motivo di invocare la pena di morte o di dichiararsi favorevole ad essa».

Il documento di una commissione teologica dell’episcopato francese dichiarava nel 1978 ogni esecuzione capitale come «incompatibile con il Vangelo» (anche se, in un sussulto di prudenza, i teologi estensori del documento lo intitolavano “Elementi di riflessione" e giungevano alla loro conclusione - contraria alla Bibbia e alla Tradizione - con avveduti giri di parole).

In modo altrettanto capzioso si sono espressi, negli Stati Uniti e nel Canada, quei “Church-intellectuals”, quegli “intellettuali clericali” che – nell’anonimato - elaborano i documenti che poi gli episcopati presentano con la loro firma.

Nel 1973, Leandro Rossi, direttore del "Dizionario di Teologia Morale" (anche qui, con ogni approvazione ecclesiastica) iniziava così la voce “Pena di morte”:
«E’, questo, uno dei classici temi ove le posizioni si sono capovolte nell’èra contemporanea, anche se non universalmente e definitivamente. Il processo di umanizzazione ebbe origine, purtroppo, non nell’ambiente cristiano ma laico e vide i cattolici rimorchiati a fatica da quanti si mostravano più coerenti con l’indirizzo umanizzante del Vangelo. Siamo in uno di quei casi, insomma, nei quali non è la Chiesa che ha donato al mondo, bensì quella che ha ricevuto da questo».

Simili posizioni sono gratificanti per i preti che le esprimono i quali, però, non sembrano vederne tutte le devastanti conseguenze: non in un periodo solo, ma per tutta intera la sua storia, dagli inizi sino ad oggi, la Chiesa - nel magistero solenne dei Papi e dei concili, ma anche nei Padri, nei grandi teologi che furono anche santi come Tommaso d’Aquino, nei suoi uomini più prestigiosi e autorevoli, senza eccezione - la Chiesa, dunque, ha dichiarato legittima quell’esecuzione capitale che sarebbe invece, per le posizioni di oggi, un delitto, un crimine, un tradimento del Vangelo.

Come è stato osservato: «Se davvero è così, come difendere la Chiesa dalla colpa di complicità con i capi di governo, responsabili di innumerevoli assassini quante appunto sarebbero state le esecuzioni capitali di tutti gli individui uccisi in nome di una falsa “giustizia”?».

Al di là del piano dottrinale, per scendere alla prassi: «Come attenuare (sempre nell’ipotesi che ogni pena di morte sia assolutamente ingiusta, criminosa) le responsabilità dei Papi che per oltre un millennio, nei loro Stati, non hanno agito diversamente da tutti i magistrati civili delle altre nazioni?».
Insomma, un’ombra oscura si proietta su tutto quanto l’insegnamento e la prassi cattolici: «Come prendere più sul serio una morale che oggi biasima come gravemente illecito, come un tradimento della missione stessa del Cristo, quanto fino a ieri aveva ritenuto non solo legittimo ma in qualche caso doveroso?».

Sembra che anche su questo tema certa teologia - o anche certi episcopati, ammesso che il loro pensiero sia davvero espresso dai documenti che gli “esperti” preparano per loro - non veda, o peggio, non si curi delle conseguenze che, sulla fede della gente, hanno simili variazioni dottrinali. Ma sembra anche che qui si verifichi quel fenomeno paradossale e contraddittorio che contrassegna certa teologia odierna: la quale protesta di volersi basare solo sulla Scrittura ma al contempo l’aggira, la rimuove, l’ignora (o la tratta un po’ infastidita) quando non risponde al suo “spirito” che dice essere lo “spirito dei tempi”, in sintonia con quello del Cristo stesso.

In effetti, non vale la pena spendere troppo parole per dimostrare come, nell’Antico Testamento, la pena di morte sia non solo permessa da Dio ma da Lui comandata. Tanto che la normativa elaborata dai maestri di Israele in base alla Torah prescriveva l’esecuzione capitale per ben 35 reati: dall’adulterio alla profanazione del sabato, dalla bestemmia all’idolatria, sino alla ribellione (anche solo a parole) contro i genitori. Basti ricordare, tra i molti brani possibili, il versetto della Genesi (9,6) in cui Jahvè dice a Noè: «Chi sparge il sangue dell’uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di Dio Egli ha fatto l’uomo».
Si veda poi il capitolo trentacinque del libro dei Numeri dove è ribadito, per i casi lì specificati, non il diritto ma il dovere della pena di morte, precisando: «Queste vi servano come norme di diritto, di generazione in generazione, in tutti i luoghi dove abiterete» (Nm 35,29).
Per la Legge di Israele, l’uccisione di certi colpevoli è motivata da Dio stesso in base a princìpi religiosi, prima ancora che di opportunità sociale. Ed è chiaro che il «Non uccidere!» del Decalogo vuol dire «Non assassinare, non uccidere ingiustamente» e non riguarda la pena legale di morte: è rivolto al singolo e non a chi ha legittima autorità sul popolo.

Tutto questo (che è forse duro per le nostre orecchie: ma è pur sempre, per il credente, Parola di Dio, quella Parola alla quale si dice, ora più che mai, di volere essere fedeli) è messo sbrigativamente da parte dalle nuove posizioni che dicevamo. Oppure, si cerca di risolvere il problema, dicendo che il Nuovo Testamento supera l’Antico, che lo spirito evangelico abroga la legislazione mosaica. Ma, anche in questo modo, non si prende sul serio la Parola, in questo caso quella di Gesù stesso, il quale dichiara di «non essere venuto per abrogare la legge ma per completarla», avvertendo che «non passerà neppure uno jota della Legge».

In effetti, il Cristo non contraddice Pilato, ricordandogli solo da dove gli viene questa autorità (che dunque gli riconosce) quando il governatore domanda: «Non sai che io ho il potere di metterti in libertà o di metterti in croce?» (Gv 19,10). Né contraddice, secondo Luca, il “buon ladrone”, facendogli anzi la promessa più grande, quando questi dice che «giustamente» egli e il suo complice sono stati condannati a quella pena: «Noi riceviamo il giusto per le nostre azioni».

Come è stato notato: «In Atti 5,1-11, appare che dalla pena di morte sin da subito non aborrì la comunità cristiana primitiva, poiché i coniugi Anania e Saffira, rei di frode e di menzogna ai danni dei fratelli nella fede, comparsi davanti a san Pietro ne furono colpiti».

Ma è soprattutto Paolo che dà lo “Jus gladii”, il diritto di usare la spada del boia, ai prìncipi e li chiama «ministri di Dio per castigare i malvagi», se necessario mandandoli a morte. E non si dimentichi il capitolo tredici della Lettera ai Romani -un tempo famoso, ora spesso taciuto con qualche imbarazzo - soprattutto dove si dice: «Vuoi non avere da temere l’autorità? Fa’ il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma, se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male» (Rm 13,3-4).

Di queste chiare parole paoline non sembra lecito sbarazzarsi con argomenti sconcertanti - e dettati chiaramente dal desiderio di liberarsi di una parola scritturale contraria alla propria tesi - come quelli usati dal già citato “Dizionario di antropologia pastorale“: «Paolo, in Romani 13, ha sicuramente pensato alla prassi della decapitazione dei grandi criminali in uso nell’impero romano. Tuttavia, ciò che gli premeva raccomandare - facendo tale allusione - era solo l’obbedienza verso la legittima autorità statale...».
Escamotage sorprendente, forse un po’ penoso: in effetti, non venne in mente, per duemila anni, a nessuno dei grandi teologi e a nessuno dei pastori e dei Concili che, anche basandosi su Romani 13, non negarono legittimità alla pena di morte inflitta con regolare processo dalle autorità costituite. Non dimenticando che questo riconoscimento ecclesiale non era di certo fatto a cuor leggero, tanto che il diritto canonico colpiva di irregolarità (di divieto, cioè, di accedere agli Ordini Sacri) il carnefice, i suoi aiutanti e persino il giudice che, pur rispettando la legge, avesse pronunciato una sentenza di morte.

Ma questo orrore del sangue non poteva far dimenticare non soltanto le prescrizioni bibliche ma anche altre considerazioni oggi rimosse e che tenteremo di esporre nel frammento che segue.
Come ci pare di avere dimostrato (e non ci voleva molto sforzo, i testi essendo chiarissimi e notissimi), la pratica della pena di morte da parte della società è imposta da Dio stesso nella Legge dell’Antico Testamento ed è ammessa da Gesù e dagli Apostoli nel Nuovo Testamento.
Come è costretto a riconoscere lo stesso, insospettabile “Catechismo Olandese”, «non si può sostenere che il Cristo abbia abolito esplicitamente né la guerra né la pena di morte».
Non si riesce a capire su cosa si basino quei teologi e quei biblisti che giudicano qui la Chiesa «infedele alla Scrittura».
Quale Scrittura? Forse, the “Wish-Bible”, la “Bibbia del desiderio”, la Bibbia così come l’avrebbero scritta loro, oggi.
C’è, piuttosto, da registrare una differenza importante nel passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento: per la Legge data a Noè e a Mosè, la condanna a morte dei rei di certi delitti era un obbligo, una necessaria obbedienza alla volontà di Dio. Invece, per il Nuovo Testamento (così come l’ha inteso tutta la grande Tradizione, sin dai Padri della Chiesa) l’esecuzione capitale è indiscutibilmente legittima, ma non è detto che essa sia sempre opportuna. L’opportunità dipende da un giudizio variabile a seconda dei tempi. Una cosa è il diritto riconosciuto all’autorità che, per dirla con Paolo, «non invano porta la spada»; altra cosa è l’esercizio di quel diritto.
Per quel che vale il nostro giudizio, nella società e nella cultura dell’attuale Occidente secolarizzato reintrodurre il patibolo là dove è stato abolito non sarebbe affatto opportuno; meglio, dunque, non esercitare quello che pure resta un diritto della società.

Non stiamo, qui, ad attardarci sulle statistiche, le quali secondo alcuni confermerebbero e secondo altri negherebbero l’efficacia della minaccia della morte nel prevenire il crimine.
Di certo, non mancano di logica le affermazioni che traiamo da un editoriale della “Civiltà Cattolica” del 1865, significativamente intitolato “La Frammassoneria e l’abolizione della pena di morte”, e dove i gesuiti si schierano, ovviamente, per il mantenimento - nei nuovi codici italiani - del pur terribile istituto.
Scriveva dunque quella vera e propria “voce del Papa” che era il celebre periodico:
«Noi, qui, non tanto intendiamo di mostrare la licitezza, convenienza e necessità relativa della pena di morte, cosa che supponiamo dimostrata e conceduta dalla gente savia e dabbene, quanto di dichiarare che mentre i savii ed onesti parteggiano per la conservazione di questa pena, ne sono in realtà gli abolitori. Il che si dimostra facilmente colla ragione e col fatto».
Continua, in effetti, “la Civiltà Cattolica“:
«Colla ragione: giacché, qual è lo scopo inteso da quelli che vogliono mantenuta la pena di morte? Evidentemente lo scopo da essi inteso si è di diminuire e, se si può, di togliere affatto di mezzo gli assassinii. Or chi non vede che così essi intendono direttamente ad abolire la pena di morte? E non già ad abolire la pena di morte soltanto per gli assassini, come vogliono i liberali, ma per gli assassinati ancora, o meglio per gli assassinabili innocenti, dei quali i liberali nulla si curano. E’ dunque evidente che i conservatori della pena di morte cooperano efficacemente all’abolizione totale della pena di morte degli innocenti in prima e, poi, necessariamente ancora dei rei e degli assassini».

Ma, in fondo, simili considerazioni - pur non irrilevanti - sono secondarie rispetto a quello che, per un cristiano, è il problema primario: «Se Dio solo dà la vita, è lecito all’uomo toglierla ad altri uomini? Esiste un diritto alla vita di tutti, anche dell’assassino, diritto che mai possa essere violato?».
In verità, coloro che danno a queste domande delle risposte nel senso sfavorevole alla pena di morte, ammettono però il diritto della società di rinchiudere in prigione i colpevoli di reati. Ora: se Dio ha creato l’uomo libero, come possono gli uomini togliere questa libertà ad altri uomini? Esiste un diritto alla libertà (diritto «innato, inviolabile, imprescrittibile», dicono i giuristi) che qualunque giudice infrange nel momento in cui condanna un suo simile anche soltanto a un’ora di reclusione coatta.
Ma la vita, si dice, è valore superiore alla libertà. Se ne è così sicuri? Gli spiriti più nobili e più sensibili lo negano. Come l’Alighieri. Non dice nulla il verso famoso: «Libertà vo’ cercando, che è sì cara / come sa chi per lei vita rifiuta»?

Ma non si esce dalle contraddizioni (e non si riesce neppure a capire perché tutte le culture tradizionali - e, dunque, religiose - non abbiano sentito come innaturale, illecita e quindi impraticabile la condanna capitale) se non in una prospettiva che vada al di là di quella orizzontale mondana. Una prospettiva, cioè, religiosa. E cristiana in particolare.
Quella prospettiva, cioè, che distingue tra vita biologica, terrena e vita eterna; che è convinta che il solo diritto inalienabile dell’uomo sia salvare non il corpo, ma l’anima; che distingue tra vita come fine e vita come mezzo.
Pur rifuggendo dalle lunghe citazioni, questa volta è il caso di riprodurne una, visto che ogni parola è qui meditata alla luce di una visione cattolica che sembra oggi persa totalmente di vista. La citazione è di quel singolare, solitario laico cattolico che è lo svizzero Romano Amerio. Leggiamo, dunque: «L’opposizione alla pena capitale deriva oggi spesso dal concetto dell’inviolabilità della persona in quanto soggetto protagonista della vita mondana, prendendosi l’esistenza mortale come un fine in sé che non può essere tolto senza violare il destino dell’uomo. Ma questo modo di rigettare la pena di morte, benché si guardi da molti come religioso, è in realtà irreligioso. Dimentica, infatti, che per la religione la vita non ha ragione di fine ma di mezzo al fine morale della vita che trapassa tutto l’ordine dei subordinati valori mondani».
«Perciò» continua Amerio «togliere la vita non equivale punto togliere all’uomo il fine trascendente per cui è nato e che ne costituisce la dignità. Nel rifiuto della pena di morte vi è un sofisma implicito: che cioè l’uomo, e in concreto lo Stato, abbia il potere, uccidendo il delinquente, di troncargli il destino, di sottrargli il fine ultimo, di togliergli la possibilità di adempiere il suo officio d’uomo. Il contrario è vero».
«In effetti», prosegue lo studioso cattolico «al condannato a morte si può troncare l’esistenza terrena, non però togliergli il suo fine. Sono le società che negano la vita futura e pongono come meta il diritto alla felicità nel mondo di qua che devono rifuggire dalla pena di morte come da un’ingiustizia che spegne nell’uomo la facoltà di felicitarsi. Ed è un paradosso vero, verissimo, che gli impugnatori della pena di morte stanno in realtà per lo Stato totalitario, giacché gli attribuiscono un potere molto maggiore che non abbia, anzi un potere supremo: quello di troncare il destino di un uomo. Mentre, nella prospettiva religiosa, la morte irrogata da uomini a uomini non può pregiudicare né al destino morale né alla dignità umana».

Lo stesso autore, tra molte altre testimonianze sconcertanti sulla perdita della consapevolezza, all’interno stesso della Chiesa, di che cosa sia davvero il “sistema cattolico”, cita l’“Osservatore romano“ che, il 22 gennaio 1977, scriveva, tra l’altro, a firma di un autorevole collaboratore: «La comunità deve concedere la possibilità di purificarsi, di espiare la colpa, di riscattarsi dal male, mentre l’estremo supplizio non la concede».
C’è da capire Amerio che commenta: «Così dicendo, proprio il giornale vaticano nega la gran verità che la pena capitale medesima è una espiazione. Nega il valore espiatorio della morte che nella natura mortale è sommo, come sommo (nella relatività dei beni di sotto) è il bene della vita al cui sacrificio consente chi espia.               
D’altronde, l’espiazione del Cristo innocente per i peccati dell’uomo non è connessa con una condanna a morte?». E, dunque, «l’aspetto più irreligioso della dottrina che respinge la pena capitale risulta nel rifiuto del suo valore espiatorio, il quale nella veduta religiosa è invece massimo».

In effetti, la Tradizione ha sempre visto un candidato sicuro al paradiso nel delinquente che, riconciliato con Dio, liberamente accetta il supplizio come espiazione della sua colpa. Tommaso d’Aquino insegna: «La morte inflitta come pena dovuta per i delitti, leva tutta la pena dovuta per i delitti nell’altra vita. La morte naturale, invece, non la leva».
Molti rei reclamavano addirittura l’esecuzione capitale come loro diritto. Dunque, il suppliziato pentito, munito dei sacramenti, è un “santo”: in effetti, il popolo si disputava le sue reliquie (e aveva forgiato un proverbio che “la Civiltà Cattolica” che citavamo ricorda: «Di cento impiccati, uno dannato»).

Non sono, questi, che colpi di sonda “religiosi” in una materia che, oggi, anche dei credenti sembrano affrontare con la tipica superficialità laica, illuministica. Altre cose si potrebbero e dovrebbero aggiungere, a completamento delle ragioni della Chiesa (di quella, s’intende, ancora consapevole di Scrittura e Tradizione): ad esempio, l’idea (che è biblica, paolina anch’essa) della società non come aggregato di individui ma come corpo, come organismo vivente che ha dunque il diritto di troncare da sé membra che giudica infette; il concetto della legittima difesa che non riguarda solo l’individuo, come crediamo noi individualisti, ma anche il corpo sociale; il concetto della riparazione dell’ordine della giustizia e della morale infranto.

Legittima, dunque, la pena capitale, per la Chiesa, nella prospettiva di fede che è sua. Ma anche opportuna, oggi? Per giustificare il nostro rifiuto della possibilità di tornare al patibolo nella cultura attuale, la sintesi migliore è ancora quella di Romano Amerio: «La pena di morte diventa barbara in una società irreligiosa che, chiusa nell’orizzonte terrestre, non ha diritto di privare l’uomo un bene che per lui è tutto il bene».
Un “no” al patibolo, dunque: motivato però non dalla religione, ma dalla irreligione contemporanea.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Grazie Mic, mi sembra un articolo veramente esaustivo, che affronta il problema da una angolazione autenticamente cattolica.
Antonio

Anonimo ha detto...

Il 12 agosto 1950 Pio XII pubblica l'enciclica "Humani generis" contro "le false opinioni che minacciano di sovvertire i fondamenti della dottrina cattolica", infallibile condanna della Nuova Teologia neo-modernista che avrebbe trionfato durante e dopo il Vaticano II.

http://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/encyclicals/documents/hf_p-xii_enc_12081950_humani-generis.html

irina ha detto...

Molto bello. Come al solito Messori, con grande pacatezza, martella. La frase finale è radiografia dei religiosi contemporanei:

"...Un “no” al patibolo, dunque: motivato però non dalla religione, ma dalla irreligione contemporanea."

Irreligiosi che si mascherano da religiosi!

Anonimo ha detto...



Pio XII fu troppo buono, avrebbe dovuto mettere i teologi deviati con le spalle al muro

La Humani Generis fu una precisa critica, una censura. Non fu una "condanna". La
condanna era implicita, ovviamente. Con il senno del poi, si potrebbe dire che
Pio XII avrebbe dovuto condannare formalmente cioè con la dovuta solennità gli errori
denunciati e criticati nella Humani Generis e poi chiamare al rendiconto, nominandoli
uno per uno, i teologi responsabili, imponendo loro una ritrattazione formale, pena la scomunica o qualcosa del genere. In tal modo li avrebbe isolati, sia sul piano dottrinale che su quello per così dire esistenziale. Ma il neomodernismo avanzante dietro le quinte godeva già evidentemente di molte complicità all'interno della Gerarchia. Al tempo, sembrava sufficiente silenziare e censurare i teologi eterodossi, togliere i loro libri dagli scaffali (misura del resto inutile, venivano letti di nascosto).
Nessuno dei vari de Lubac, Rahner, Congar etc. fece mai ammenda. Aspettarono la loro ora che arrivò presto, con Giovanni XXIII, che li fece partecipare al Concilio come "consultori" delle Commissioni conciliari. Un atto inaudito. IN nome di una ipocrita "riconciliazione" il c.d. "Papa buono" faceva di fatto entrare tutta la schiera dei nemici della vera dottrina nelle Commissioni conciliari, capovolgendo radicalmente l'impostazione di Pio XII. Quel gesto subdolo di Giovanni XXIII ha assunto un significato simbolico: quello del tradimento della presente Gerarchia verso la vera dottrina e pastorale della Chiesa, per correre all'abbraccio con gli pseudovalori del Secolo, un abbraccio che ha fatalmente stritolato la Chiesa visibile. Un tradimento che oggi continua più che mai e sempre nelle forme subdole del gesto iniziale di Roncalli.