venerdì 3 agosto 2018

Card. Avery Dulles s.j.: “La pena di morte non è di per sé una violazione del diritto alla vita”

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Con una decisione attuata con un rescritto del cardinale Luis Ladaria, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, datato il 1° agosto, papa Bergoglio ha cambiato il Catechismo circa la pena di morte dichiarandola “inammissibile”. Benché il card. Ladaria abbia detto che il cambiamento non è in contraddizione con il precedente insegnamento della Chiesa e c'è chi invocato l'evoluzione del dogma, riporto la precisazione postata da un lettore: "Più che evoluzione, direi che si tratta di un'alterazione. Giovanni Paolo II, pur con tutti i difetti che aveva, non ha mai negato l'astratta legittimità della pena capitale, ne ha contestato le concrete possibilità attuali. Bergoglio, invece, non ne contesta gli aspetti concreti, ma l'astratta legittimità. Se ne ha chiara percezione nella missiva ai vescovi di Ladaria di accompagnamento al rescritto. In esso si legge che Giovanni Paolo II nell'Evangelium vitae la dichiarò inammissibile. Non è vero. Se si guarda il § 56, GP 2 dice ben altro: non che è inammissibile, ma che non vi sarebbero le concrete possibilità di applicazione. Insomma, dà così non un'indicazione dottrinale vincolante, ma un'indicazione pastorale che poteva benissimo essere discussa disquisendo su quali siano i validi strumenti alternativi. Cosa ben diversa. Nel primo caso, come detto, se ne contesta l'astratta legittimità, nel secondo caso l'esercizio concreto. Questa distinzione non è teorica, ma ha implicazioni pratiche. Infatti, la prima affermazione fa scattare l'eresia formale, la seconda può ritenersi conforme alla dottrina di sempre. Francesco Patruno.
Può essere tuttavia indicativa la lettura di un articolo (2001) del professore gesuita, teologo e cardinale, Avery Robert Dulles, S.J, molto stimato da Benedetto XVI, che riprendo di seguito dal blog di Sabino Paciolla [qui]
Avery Robert Dulles (Auburn, 24 agosto 1918 – New York, 12 dicembre 2008) è stato un cardinale, teologo e gesuita statunitense. Ha mantenuto la cattedra Laurence J. McGinley di Religione e Società alla Fordham University. Papa Giovanni Paolo II lo innalzò alla dignità cardinalizia nel concistoro del 21 febbraio 2001. Nell’aprile del 2008, papa Benedetto XVI, nel corso della sua visita pastorale negli Stati Uniti d’America, volle recarsi personalmente a salutarlo nella sua residenza. - (Fonte: First Thing)

Card. Avery Dulles s.j.: “La pena di morte non è di per sé una violazione del diritto alla vita” 

Tra le principali nazioni del mondo occidentale, gli Stati Uniti sono singolari in quanto continuano ad avere la pena di morte. Dopo una moratoria di cinque anni, dal 1972 al 1977, la pena capitale è stata ripristinata nei tribunali degli Stati Uniti. Da più parti sono state sollevate obiezioni a tale pratica, tra cui i vescovi cattolici americani, che si sono opposti con una certa coerenza alla pena di morte. La Conferenza Nazionale dei Vescovi Cattolici del 1980 pubblicò una dichiarazione prevalentemente negativa sulla pena capitale, approvata a maggioranza dei presenti ma non a maggioranza dei due terzi dell’intera Conferenza. Papa Giovanni Paolo II ha più volte espresso la sua opposizione a questa pratica, così come altri leader cattolici in Europa.

Alcuni cattolici, al di là dei vescovi e del Papa, sostengono che la pena di morte, come l’aborto e l’eutanasia, è una violazione del diritto alla vita e un’usurpazione non autorizzata da parte degli esseri umani dell’unica signoria di Dio sulla vita e sulla morte. La Dichiarazione d’Indipendenza non ha forse definito “inalienabile” il diritto alla vita?

Mentre le questioni sociologiche e giuridiche inevitabilmente incidono su qualsiasi riflessione di questo tipo, sono qui per affrontare il tema da teologo. A questo livello si deve rispondere alla domanda soprattutto in termini di rivelazione, come ci arriva a noi attraverso la Scrittura e la tradizione, interpretate con la guida del magistero ecclesiastico.

Nell’Antico Testamento la legge mosaica specifica non meno di trentasei reati capitali che richiedono l’esecuzione mediante lapidazione, rogo, decapitazione o strangolamento. L’elenco comprende idolatria, magia, blasfemia, violazione del sabato, omicidio, adulterio, bestialità, pederastia e incesto. La pena di morte è stata considerata particolarmente appropriata come punizione per l’omicidio, poiché Dio, nel suo patto con Noè, aveva stabilito il principio: “Chi sparge il sangue dell’uomo dall’uomo il suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di Dio Egli ha fatto l’uomo.” (Genesi 9:6). In molti casi Dio è dipinto come Colui che punisce meritatamente i colpevoli con la morte, come è successo a Korah, Dathan e Abiram (Numeri 16). In altri casi, individui come Daniel e Mordecai sono agenti di Dio nel portare una morte giusta ai colpevoli.

Nel Nuovo Testamento il diritto dello Stato di condannare a morte i criminali sembra essere dato per scontato. Gesù stesso si astiene dall’usare la violenza. Egli rimprovera i suoi discepoli che invocano il fuoco dal cielo per punire i samaritani per la loro mancanza di ospitalità (Lc 9,55). Più tardi ammonisce Pietro a mettere la spada nel fodero invece di resistere all’arresto (Matteo 26:52). In nessun momento, però, Gesù nega che lo Stato abbia l’autorità per imporre la pena capitale. Nelle sue discussioni con i farisei, Gesù cita con approvazione il comandamento apparentemente duro: “Chi parla male di padre o di madre, muoia sicuramente” (Matteo 15,4; Marco 7,10, riferendosi all’Esodo 2l,17; cfr Levitico 20,9). Quando Pilato richiama l’attenzione sulla sua autorità di crocifiggerlo, Gesù sottolinea che il potere di Pilato gli viene dall’alto, cioè da Dio (Giovanni 19:11). Gesù loda il buon ladrone sulla croce accanto a lui, che ha ammesso che lui e il suo compagno ladrone stanno ricevendo la giusta ricompensa per le loro azioni (Lc 23,41).

I primi cristiani evidentemente non avevano nulla contro la pena di morte. Approvano la punizione divina inflitta ad Anania e Saffira quando sono rimproverati da Pietro per la loro azione fraudolenta (At 5,1-11). La Lettera agli Ebrei sostiene che “un uomo che ha violato la legge di Mosè muore senza pietà per la testimonianza di due o tre testimoni” (10,28). Paolo fa ripetutamente riferimento alla connessione tra peccato e morte. Scrive ai Romani, con un evidente riferimento alla pena di morte, che il magistrato che detiene l’autorità “non porta invano la spada, infatti è un ministro di Dio per infliggere una giusta punizione a chi fa il male.” (Romani 13:4). Nessun passaggio del Nuovo Testamento disapprova la pena di morte.

Passando alla tradizione cristiana, possiamo notare che i Padri e i Dottori della Chiesa sono praticamente unanimi nel loro sostegno alla pena capitale, anche se alcuni di loro, come Sant’Ambrogio, esortano i membri del clero a non pronunciare condanne a morte e a non servirle come carnefici. Per rispondere all’obiezione che il primo comandamento vieta di uccidere, sant’Agostino scrive nella Città di Dio:
La stessa legge divina che proibisce l’uccisione di un essere umano consente alcune eccezioni, come quando Dio autorizza l’uccisione con una legge generale o quando dà un incarico esplicito a un individuo per un periodo di tempo limitato. Poiché l’agente dell’autorità non è che una spada in mano, e non è responsabile dell’uccisione, non è in alcun modo contrario al comandamento: “Non uccidere” per fare la guerra su richiesta di Dio, o per i rappresentanti dell’autorità dello Stato di mettere a morte i criminali, secondo la legge o lo stato della giustizia razionale.
Nel Medioevo alcuni canonisti insegnano che i tribunali ecclesiastici dovrebbero astenersi dalla pena di morte e che i tribunali civili dovrebbero infliggerla solo per reati gravi. Ma i principali canonisti e teologi affermano il diritto dei tribunali civili di pronunciare la pena di morte per reati gravissimi come l’omicidio e il tradimento. Tommaso d’Aquino e Duns Scoto invocano l’autorità della Scrittura e della tradizione patristica, e forniscono argomenti dalla ragione.

Dando autorità magisteriale alla pena di morte, papa Innocenzo III chiese ai discepoli di Pietro Waldo che cercavano la riconciliazione con la Chiesa di accettare la proposta: “Il potere secolare può, senza peccato mortale, esercitare il giudizio del sangue, purché punisca con giustizia, non per odio, con prudenza, senza avventatezza“. Nell’alto Medioevo e nei primi tempi moderni la Santa Sede autorizzò l’Inquisizione a consegnare gli eretici al braccio secolare per l’esecuzione. Nello Stato Pontificio la pena di morte è stata inflitta per una serie di reati. Il Catechismo Romano, emanato nel 1566, tre anni dopo la fine del Concilio di Trento, insegnò che il potere della vita e della morte era stato affidato da Dio alle autorità civili e che l’uso di questo potere, lungi dal coinvolgere il crimine di omicidio, è un atto di obbedienza fondamentale al quinto comandamento.

In epoca moderna dottori della Chiesa come Roberto Bellarmino e (sant’)Alfonso (Maria) Liguori sostenevano che certi criminali dovessero essere puniti con la morte. Autorità prestigiose come Francisco de Vitoria, Thomas More e Francisco Suárez si sono dichiarate d’accordo. John Henry Newman, in una lettera ad un amico, sosteneva che il magistrato aveva il diritto di portare la spada, e che la Chiesa doveva sanzionarne l’uso, nel senso che Mosè, Giosuè e Samuele lo usavano contro crimini abominevoli.

Per tutta la prima metà del XX secolo il consenso dei teologi cattolici a favore della pena capitale in casi estremi è rimasto solido, come si può vedere dai libri di testo approvati e dagli articoli dell’enciclopedia del giorno. Lo Stato della Città del Vaticano dal 1929 al 1969 aveva un codice penale che comprendeva la pena di morte per chiunque avesse tentato di assassinare il papa. Papa Pio XII, in un’importante allocuzione a medici esperti, dichiarò che era riservato al potere pubblico privare i condannati del beneficio della vita nell’espiazione dei loro crimini.

Riassumendo il verdetto della Scrittura e della tradizione, possiamo raccogliere alcuni punti fermi della dottrina. Si concorda sul fatto che il crimine merita di essere punito in questa vita e non solo in quella successiva. Inoltre, è stato convenuto che lo Stato ha l’autorità di applicare pene adeguate alle persone giudicate colpevoli di reati e che, nei casi gravi, tali pene possono comprendere la pena di morte.

Eppure, come abbiamo visto, un coro crescente di voci nella comunità cattolica ha sollevato obiezioni alla pena capitale. Alcuni sostengono la posizione assolutistica secondo cui, poiché il diritto alla vita è sacro e inviolabile, la pena di morte è sempre sbagliata. Il rispettato francescano italiano Gino Concetti, ha scritto su L’Osservatore Romano nel 1977, ha fatto la seguente potente dichiarazione:
Alla luce della Parola di Dio, e quindi della fede, la vita – tutta la vita umana – è sacra e intoccabile. Non importa quanto atroci siano i crimini… (il criminale) non perde il suo diritto fondamentale alla vita, che è primordiale, inviolabile e inalienabile, e quindi non viene posto sotto il potere di nessuno.
Se questo diritto e i suoi attributi sono così assoluti, è a causa dell’immagine che, al momento della creazione, Dio ha impresso sulla stessa natura umana. Nessuna forza, nessuna violenza, nessuna passione può cancellarla o distruggerla. In virtù di questa immagine divina, l’uomo è una persona dotata di dignità e di diritti.

Per giustificare questa radicale revisione – si potrebbe quasi dire inversione – della tradizione cattolica, padre Concetti e altri spiegano che la Chiesa dai tempi biblici fino ai nostri giorni non ha percepito il vero significato dell’immagine di Dio nell’uomo, il che implica che anche la vita terrena di ogni singola persona è sacra e inviolabile. Nei secoli passati, si sostiene, ebrei e cristiani non sono riusciti a pensare alle conseguenze di questa dottrina rivelata. Erano coinvolti in una cultura barbara della violenza e in una teoria assolutista del potere politico, entrambe tramandate dal mondo antico. Ma ai nostri giorni è nato un nuovo riconoscimento della dignità e dei diritti inalienabili della persona umana. Coloro che riconoscono i segni dei tempi andranno oltre le dottrine datate secondo cui lo Stato ha un potere divinamente delegato di uccidere e che i criminali perdono i loro diritti umani fondamentali. L’insegnamento della pena capitale deve oggi subire uno sviluppo drammatico che corrisponda a queste nuove intuizioni.

Questa posizione abolizionista ha una semplicità allettante. Ma non è davvero nuova. È fatta propria da cristiani settari almeno dal Medioevo. Molti gruppi pacifisti, come i Valdesi, i Quaker, gli Hutteriti e i Mennoniti, hanno condiviso questo punto di vista. Ma, come lo stesso pacifismo, questa interpretazione assolutista del diritto alla vita non trovò allora eco tra i teologi cattolici, che accettarono la pena di morte come conforme alla Scrittura, alla tradizione e alla legge naturale.

La crescente opposizione alla pena di morte in Europa dopo l’Illuminismo è andata di pari passo con un declino della fiducia nella vita eterna. Nel XIX secolo i sostenitori più coerenti della pena capitale erano le chiese cristiane, e i suoi oppositori più coerenti erano i gruppi ostili alle chiese. Quando la morte è stata intesa come il male ultimo, piuttosto che come una tappa sulla strada verso la vita eterna, filosofi utilitaristi come Jeremy Bentham hanno trovato facile respingere la pena capitale come “annientamento inutile”.

Molti governi in Europa e altrove hanno eliminato la pena di morte nel XX secolo, spesso contro le proteste dei credenti. Anche se questo cambiamento può essere visto come un progresso morale, è probabilmente dovuto, in parte, all’evaporazione del senso di peccato, della colpa e della giustizia retributiva, che sono tutti essenziali per la religione biblica e la fede cattolica. L’abolizione della pena di morte nei paesi ex cristiani può essere dovuta più all’umanesimo secolare che a una più profonda compensione nel Vangelo.

Argomenti relativi al progresso della coscienza etica sono stati utilizzati per promuovere una serie di presunti diritti umani che la Chiesa cattolica rifiuta costantemente in nome della Scrittura e della tradizione. Il magistero si appella a queste autorità per ripudiare il divorzio, l’aborto, le relazioni omosessuali e l’ordinazione sacerdotale delle donne. Se la Chiesa si sente vincolata dalla Scrittura e dalla tradizione in questi altri campi, sembra incoerente che i cattolici proclamino una “rivoluzione morale” sulla questione della pena capitale.

Il magistero cattolico non ha mai invocato l’abolizione incondizionata della pena di morte. Non conosco alcuna dichiarazione ufficiale di papi o vescovi, né nel passato né nel presente, che neghi il diritto dello Stato di giustiziare i colpevoli almeno in alcuni casi estremi. I vescovi degli Stati Uniti, nella loro dichiarazione di maggioranza sulla pena capitale, hanno ammesso che “l’insegnamento cattolico ha accettato il principio che lo Stato ha il diritto di togliere la vita a una persona colpevole di un crimine gravissimo”. Il cardinale Joseph Bernardin, nel suo famoso discorso sull'”Etica coerente della vita” a Fordham nel 1983, ha dichiarato di condividere la “posizione classica” secondo cui lo Stato ha il diritto di infliggere la pena capitale.

Sebbene il cardinale Bernardin sostenesse quella che chiamava “un’etica coerente della vita”, ha chiarito che la pena capitale non deve essere equiparata ai crimini dell’aborto, dell’eutanasia e del suicidio. Papa Giovanni Paolo II ha parlato a nome di tutta la tradizione cattolica quando ha proclamato nell’Evangelium Vitae (1995) che “l’uccisione diretta e volontaria di un essere umano innocente è sempre gravemente immorale”. Ma ha saggiamente incluso in quella dichiarazione la parola “innocente“. Non ha mai detto che ogni criminale ha il diritto di vivere e non ha mai negato che lo Stato abbia il diritto, in alcuni casi, di giustiziare il colpevole.

Le autorità cattoliche giustificano il diritto dello Stato di infliggere la pena capitale con il fatto che esso non agisce per conto proprio, ma in qualità di agente di Dio, che è il signore supremo della vita e della morte. In questo modo possono appellarsi adeguatamente alla Scrittura. Paolo ritiene che il sovrano sia il ministro di Dio nell’eseguire l’ira di Dio contro il malfattore (Romani 13:4). Pietro ammonisce i cristiani ad essere sottomessi agli imperatori e ai governatori, che sono stati inviati da Dio per punire coloro che sbagliano (1 Pietro 2:13). Gesù, come già accennato, apparentemente riconobbe che l’autorità di Pilato sulla sua vita veniva da Dio (Giovanni 19:11).

Pio XII, in un ulteriore chiarimento della norma, ritiene che quando lo Stato, agendo con il suo potere ministeriale, ricorre alla pena di morte, non esercita il dominio sulla vita umana ma si limita a riconoscere che il criminale, con una sorta di suicidio morale, si è privato del diritto alla vita. Nelle parole del Papa,
Anche quando si tratta dell’esecuzione di un condannato, lo Stato non dispone del diritto alla vita dell’individuo. In questo caso è riservato al potere pubblico privare il condannato del godimento della vita in espiazione del suo delitto quando, con il suo delitto, si è già spogliato del suo diritto alla vita.
Alla luce di tutto ciò, sembra sicuro concludere che la pena di morte non è di per sé una violazione del diritto alla vita. La vera questione per i cattolici è determinare le circostanze in cui tale sanzione dovrebbe essere applicata. E’ opportuno, a mio parere, quando è necessario raggiungere gli obiettivi della punizione e quando non ha effetti negativi sproporzionati. Dico “necessario” perché sono del parere che l’uccisione dovrebbe essere evitata se le finalità della punizione possono essere ottenute con mezzi incruenti.

Le finalità della punizione penale sono delineate in modo piuttosto unanime nella tradizione cattolica. Si ritiene che la pena abbia una varietà di scopi che possono essere convenientemente ridotti ai seguenti quattro: riabilitazione, difesa contro il criminale, deterrenza e punizione.

Se si considera che la pena di morte ha questi quattro obiettivi, possiamo ora chiederci se sia il mezzo giusto o necessario per raggiungerli.

Riabilitazione. La pena capitale non reintegra il criminale nella società, ma ne impedisce la riabilitazione. La condanna a morte, tuttavia, può e talvolta muove il condannato al pentimento e alla conversione. C’è una grande letteratura cristiana sul valore della preghiera e del ministero pastorale per i detenuti nel braccio della morte o sul patibolo. Nei casi in cui il criminale sembra incapace di essere reintegrato nella società umana, la pena di morte può essere un modo per raggiungere la riconciliazione del criminale con Dio.

Difesa contro il criminale. La pena capitale è ovviamente un modo efficace per impedire che il malfattore commetta crimini futuri e per proteggere la società da questi. Se l’esecuzione sia necessaria è un’altra questione. Si potrebbe senza dubbio immaginare un caso estremo in cui il fatto stesso che un criminale sia vivo costituisca una minaccia per la sua liberazione o fuga e fare ulteriore male. Ma, come osserva Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae, i moderni miglioramenti del sistema penale hanno reso estremamente raro che l’esecuzione sia l’unico mezzo efficace per difendere la società dal crimine.

Deterrenza. Le esecuzioni, soprattutto quando sono dolorose, umilianti e pubbliche, possono creare un senso di orrore che impedirebbe ad altri di essere tentati di commettere crimini simili. Ma i Padri della Chiesa hanno censurato gli spettacoli di violenza come quelli condotti al Colosseo romano. La Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel Mondo Moderno del Vaticano II ha esplicitamente disapprovato la mutilazione e la tortura come offensive della dignità umana. Ai nostri giorni la morte è di solito somministrata in privato con mezzi relativamente indolori, come le iniezioni di farmaci, e in tal senso può essere meno efficace come deterrente. Le prove sociologiche dell’effetto deterrente della pena di morte attualmente praticata sono ambigue, contraddittorie e tutt’altro che probatorie.

Retribuzione. In linea di principio, la colpa richiede una punizione. Più grave è l’offesa, più severa dovrebbe essere la punizione. Nella Sacra Scrittura, come abbiamo visto, la morte è considerata la punizione appropriata per le trasgressioni gravi. Tommaso d’Aquino sosteneva che il peccato richiede la privazione di un bene, come, nei casi gravi, il bene della vita temporale o addirittura eterna. Acconsentendo alla punizione della morte, il malfattore è posto in condizione di estinguere le sue azioni malvagie e di sfuggire alla punizione nella vita successiva. Dopo aver notato questo, San Tommaso aggiunge che anche se il malefattore non è pentito, è beneficiato dal fatto di essere impedito di commettere più peccati. La  punizione data da parte dello Stato ha i suoi limiti perché lo Stato, a differenza di Dio, non gode né dell’onniscienza né dell’onnipotenza. Secondo la fede cristiana, Dio “renderà ad ogni uomo secondo le sue opere” al giudizio finale (Romani 2,6; cfr. Matteo 16,27). Il riscatto da parte dello Stato non può che essere un’anticipazione simbolica della perfetta giustizia di Dio.

Perché il simbolismo sia autentico, la società deve credere nell’esistenza di un ordine di giustizia trascendente, che lo Stato ha l’obbligo di proteggere. Questo è stato vero in passato, ma ai nostri giorni lo Stato è generalmente considerato semplicemente come uno strumento della volontà dei governati. In questa prospettiva moderna, la pena di morte non esprime il giudizio divino sul male oggettivo, ma piuttosto la rabbia collettiva del gruppo. L’obiettivo punitivo della punizione è frainteso come atto di vendetta autoaffermativo.

Possiamo concludere che la pena di morte ha valori diversi in relazione a ciascuna delle quattro estremità della pena. Non riabilita il criminale, ma può essere un’occasione per ottenere un pentimento salutare. E’ un mezzo efficace, ma raramente, se non mai, necessario, per difendere la società dal crimine. Se serva a dissuadere altri da simili crimini è una questione controversa, difficile da risolvere. Il suo valore retributivo è pregiudicato dalla mancanza di chiarezza sul ruolo dello Stato. In generale, quindi, la pena capitale ha un valore limitato, ma la sua necessità può essere messa in dubbio.

C’è ancora molto da dire. Scrittori lungimiranti hanno sostenuto che la pena di morte, oltre ad essere inutile e spesso futile, può anche essere positivamente dannosa. Quattro obiezioni serie sono comunemente menzionate in letteratura.

Vi è, innanzi tutto, la possibilità che il condannato possa essere innocente. John Stuart Mill, nella sua nota difesa della pena capitale, ritiene che questa sia l’obiezione più seria. Nel rispondere, egli avverte che la pena di morte non dovrebbe essere comminata se non nei casi in cui l’imputato sia giudicato da un tribunale affidabile e condannato al di là di ogni ombra di dubbio.

È risaputo che, anche durante lo svolgimento dei processi, i tribunali di parte o i kangaroo courts (tribunali non ufficiali, ndr) possono spesso pronunciare condanne ingiuste. Anche negli Stati Uniti, dove si compiono seri sforzi per ottenere sentenze giuste, si verificano errori, anche se molti di essi vengono corretti dalle corti d’appello. Gli imputati con un basso livello di istruzione e squattrinati spesso non dispongono dei mezzi per ottenere un avvocato competente; i testimoni possono essere corrotti o possono commettere errori onesti sui fatti del caso o sull’identità delle persone; le prove possono essere prodotte o soppresse; le giurie possono essere affette da pregiudizio o incompetenti. Alcuni condannati “nel braccio della morte” sono stati esonerati da nuove prove del DNA. La Columbia Law School ha recentemente pubblicato un importante rapporto sulla percentuale di errori reversibili nelle sentenze capitali dal 1973 al 1995. Poiché è del tutto probabile che alcune persone innocenti siano state giustiziate, questa prima obiezione è seria.

Un’altra obiezione riguarda il fatto che la pena di morte ha spesso l’effetto di suscitare un eccessivo desiderio di vendetta piuttosto che di soddisfare un autentico zelo per la giustizia. Cedendo a uno spirito perverso di vendetta o a una morbosa attrazione per il raccapricciante, le corti contribuiscono al degrado della cultura, replicando le peggiori caratteristiche dell’Impero Romano nel suo periodo di declino.

Inoltre, secondo i critici, la pena di morte abbassa il valore della vita. Dando l’impressione che gli esseri umani a volte hanno il diritto di uccidere, favorisce un atteggiamento superficiale nei confronti di mali come l’aborto, il suicidio e l’eutanasia. Questo fu un punto importante nei discorsi e negli articoli del cardinale Bernardin su quella che egli chiamò “etica coerente della vita”. Anche se questo argomento può avere una certa validità, la sua forza non dovrebbe essere esagerata. Molte persone che sono fortemente a favore della vita su questioni come l’aborto sostengono la pena di morte, insistendo sul fatto che non vi è alcuna incoerenza, poiché gli innocenti e i colpevoli non hanno gli stessi diritti.

Infine, alcuni ritengono che la pena di morte sia incompatibile con l’insegnamento di Gesù sul perdono. Nel migliore dei casi si tratta di un argomento complesso, poiché i detti di Gesù citati fanno riferimento al perdono da parte delle persone che hanno subito un danno. E’ davvero lodevole che le vittime di reato perdonino i loro debitori, ma tale perdono personale non esime gli autori del reato dai loro obblighi in materia di giustizia. Giovanni Paolo II sottolinea che “la riparazione del male e dello scandalo, il risarcimento del danno e la soddisfazione dell’insulto sono condizioni per il perdono“.

Il rapporto dello Stato con il criminale non è lo stesso di quello di una vittima di un aggressore. Governatori e giudici sono responsabili del mantenimento di un ordine pubblico giusto. Il loro obbligo primario è verso la giustizia, ma a certe condizioni possono esercitare la clemenza. In un’attenta trattazione di questo argomento Pio XII concluse che lo Stato non doveva emettere amnistie se non quando sia moralmente certo che fossero state raggiunte le finalità della pena. In tali condizioni, le esigenze di ordine pubblico possono giustificare la parziale o totale remissione della pena. Se la clemenza fosse concessa a tutti i detenuti, le prigioni della nazione verrebbero immediatamente svuotate, ma la società non sarebbe ben servita.

In pratica, quindi, si deve mantenere un delicato equilibrio tra giustizia e misericordia. La responsabilità primaria dello Stato è della giustizia, anche se a volte può temperare la giustizia con la misericordia. La Chiesa rappresenta piuttosto la misericordia di Dio. Mostrando il perdono divino che viene da Gesù Cristo, la Chiesa è volutamente indulgente nei confronti dei trasgressori, ma anche deve a volte imporre sanzioni. Il Codice di Diritto Canonico contiene un intero libro dedicato al crimine e alla punizione. Sarebbe chiaramente inopportuno che la Chiesa, come società spirituale, giustiziasse dei criminali, ma lo Stato è un tipo diverso di società. Non ci si può aspettare che agisca come una Chiesa. In una società prevalentemente cristiana, tuttavia, lo Stato deve essere incoraggiato ad inclinarsi verso la misericordia, purché ciò non costituisca una violazione delle esigenze della giustizia.

Talvolta ci si chiede se un giudice o un carnefice possa imporre o eseguire la pena di morte con amore. Mi sembra del tutto ovvio che tali funzionari possano svolgere il loro dovere senza odio per il criminale, ma piuttosto con amore, rispetto e compassione. Nell’applicare la legge, possono consolarsi credendo che la morte non sia il male finale; possono pregare e sperare che il condannato raggiunga la vita eterna con Dio.

Le quattro obiezioni hanno quindi un’importanza diversa. Il primo, che si occupa di fallimenti giudiziari, è relativamente solido; il secondo e il terzo, che si occupano di vendetta e della coerenza etica della vita, hanno una qualche forza probabile. La quarta obiezione, relativa al perdono, è relativamente debole. Nel loro insieme, però, i quattro emendamenti possono essere sufficienti a ribaltare la situazione contro il ricorso alla pena di morte.

Negli ultimi anni il magistero cattolico si è sempre più pronunciato contro la pratica della pena capitale. Papa Giovanni Paolo II nell’Evangelium Vitae ha dichiarato che “a seguito di costanti miglioramenti nell’organizzazione del sistema penale“, i casi in cui l’esecuzione dell’autore del reato sarebbe assolutamente necessaria “sono molto rari, se non praticamente inesistenti“. Sempre a St. Louis, nel gennaio 1999, il Papa ha fatto appello a un consenso per porre fine alla pena di morte, ritenendola “crudele e inutile”. I vescovi di molti paesi hanno parlato con lo stesso effetto.

I vescovi statunitensi, da parte loro, avevano già dichiarato nella loro dichiarazione di maggioranza del 1980 che “nelle condizioni della società americana contemporanea, le legittime finalità della pena non giustificano l’imposizione della pena di morte”. Da allora sono ripetutamente intervenute per chiedere clemenza in casi particolari. Come il Papa, anche i vescovi non escludono del tutto la pena capitale, ma affermano che non è giustificabile come viene praticata oggi negli Stati Uniti.

Giungendo a questa prudenziale conclusione, il magistero non sta cambiando la dottrina della Chiesa. La dottrina rimane quella che è stata: che lo Stato, in linea di principio, ha il diritto di comminare la pena di morte a persone condannate per crimini molto gravi. Ma secondo la tradizione classica lo Stato non dovrebbe esercitare questo diritto quando gli effetti negativi superano quelli positivi. Pertanto, il principio lascia ancora aperta la questione se e quando debba essere applicata la pena di morte. Il Papa e i vescovi, con il loro prudente giudizio, hanno concluso che nella società contemporanea, almeno in Paesi come il nostro, la pena di morte non deve essere invocata, perché, tutto sommato, fa più male che bene. Personalmente sostengo questa posizione.

In un breve testo ho toccato numerosi e complessi problemi. Per indicare ciò che ho cercato di stabilire, vorrei proporre, come sintesi finale, dieci tesi che racchiudono la dottrina della Chiesa, così come la intendo io.
  1. Lo scopo della pena nei tribunali laici è di quattro tipi: la riabilitazione del criminale, la protezione della società dal criminale, la dissuasione da altri potenziali criminali e la giustizia punitiva.
  2. La giusta punizione, che cerca di stabilire il giusto ordine delle cose, non va confusa con la vendetta, che è riprovevole.
  3. La punizione può e deve essere amministrata con rispetto e amore per la persona punita.
  4. La persona che fa il male può meritare la morte. Secondo i racconti biblici, Dio a volte amministra la pena lui stesso e a volte indirizza gli altri a farlo.
  5. Individui e gruppi privati non possono prendersi la responsabilità di infliggere la pena di morte come pena.
  6. Lo Stato ha il diritto, in linea di principio, di infliggere la pena capitale nei casi in cui non vi siano dubbi sulla gravità del reato e sulla colpevolezza dell’imputato.
  7. La pena di morte non dovrebbe essere inflitta se le finalità della pena possono essere conseguite in modo altrettanto valido o migliore con mezzi incruenti, come la reclusione.
  8. La pena di morte può essere impropria se ha gravi ripercussioni negative sulla società, come gli errori giudiziari, l’aumento della vendetta o la mancanza di rispetto per il valore di una vita umana innocente.
  9. Le persone che rappresentano specialmente la Chiesa, come il clero e i religiosi, in ragione della loro specifica vocazione, si astengano dal pronunciare o dall’eseguire la sentenza di morte.
  10. I cattolici, nel cercare di formare il loro giudizio sul fatto che la pena di morte debba essere sostenuta come politica generale, o in una data situazione, dovrebbero essere attenti alla guida del papa e dei vescovi. L’insegnamento cattolico attuale dovrebbe essere inteso, come ho cercato di capire, in continuità con la Scrittura e la tradizione.
Fonte: First Thing

61 commenti:

Anonimo ha detto...

Il problema soggiace alla questione della pena di morte, che come si ha detto è inamissibile sempre e comunque per Bergoglio, è il modo generale di concepire le cose: Bergoglio mette al eentro di tutto l'uomo in quanto individuo, non il bene comune o l'autorità della rivelazione (che stabilisce un bene comune spirituale). In questo modo svuota totalmente la rivelazione pereché parte da presupposti alterati e rovesciati, rispetto ad essa. Si può apparentemente mantenere tutto identico ma è la struttura stessa del Cristianesimo che è stata rovesciata e, di conseguenza, svuotata. Solo così si può ammettere il "diritto" alla comunione dei divorziati risposati e la dignità cristiana dei gay (impenitenti)...

bedwere ha detto...

Anonimo, al centro piu che l'individuo ci sono alcuni individui, categorie protette: il mussulmano, l'immigrato (pardon, migrante), quelli del "chi sono io per giudicare?". Insomma, piu` che individualismo, "giustizia sociale" marxista.

Anonimo ha detto...


Les opinions de Mario Jorge Bergoglio, qui se veulent "révolutionnaires", mais qui sont toutes conformes, en fait, au "buonisme" international actuellement en vogue, ont-elles encore la moindre importance ?

Personnellement, en tant que catholique "pélagien", je m'en tamponne le coquillard, et je crois que tous les autres "pélagiens" vont faire comme moi.

Anonimo ha detto...


La dichiarazione di GPII sulla pena di morte sembra però ambigua

Catacumbulus ha detto...

Ulteriore argomento teologico può trarsi dalla corretta traduzione del quinto comandamento dell'Antico Testamento. Non sono un cultore di lingue semitiche, ma, se ricordo bene, il verbo ebraico in questione non corrisponde al semplice e generico "uccidere", ciò che configurerebbe un divieto assoluto, ma un non "uccidere l'innocente" o un non "commettere omicidio". Ne segue che la legittima difesa, la guerra giusta e la pena di morte non vanno considerate "eccezioni" alla regola generale, ma semplicemente casi di specie morale diversa e dunque non ricadenti sotto la proibizione espressa nel quinto comandamento (la quale, dunque, rimane ASSOLUTA, ma solo in relazione all'uccisione dell'innocente).

Felice ha detto...

Questo "dettaglio" sulla pena di morte ci fa capire che le parole di Jorge Mario Bergoglio non possono essere considerate magistero. Un Papa in materia di fede e di morale non può contraddire il magistero sempre concorde che lo ha preceduto.

Anonimo ha detto...

https://apostatisidiventa.blogspot.com/2018/08/forse-non-abbiamo-tra-le-mani-lo-stesso.html

Alfonso ha detto...

Si può modificare il catechismo senza esprimere motivazioni di carattere teologico?

Anonimo ha detto...

Segnalo questo articolo di Don Mauro Tranquillo sul tema della pena di morte, pubblicato sul sito corsia dei servi :
http://www.corsiadeiservi.it/it/default1.asp?page_id=1959
Antonio

Anonimo ha detto...

CONSEGUENZE OPERATIVE DEL CAMBIAMENTO DELL'ARTICOLO DEL CCC SULLA PENA DI MORTE:

SONO PRIVATE DI LEGITTIMITA' E VALIDITA' MORALE
- La legittima difesa personale
- La guerra difensiva

GIA' IL CATECHISMO DI S.PIO X UNIVA PENA DI MORTE, LEGITTIMA DIFESA E GUERRA DI DIFESA (O GUERRA GIUSTA) PERCHE'? PERCHE' ESSE FONDAMENTALMENTE SONO UNITE:
“È lecito uccidere il prossimo quando si combatte in una guerra giusta, quando si eseguisce per ordine dell’autorità suprema la condanna di morte in pena di qualche delitto, e finalmente quando trattasi di necessaria e legittima difesa della vita contro un ingiusto aggressore”

QUALI CONSEGUENZE?
NE CONSEGUE, PERTANTO, CHE SONO CONTRARI AL VANGELO E IN PECCATO MORTALE TUTTI COLORO CHE
- esercitano l'autodifesa personale
- chi presta servizio in ambito di qualche Istituto finalizzato alla esercitazione, pianificazione e preparazione di una guerra di difesa.

SI ABOLIRANNO GLI ORDINARIATI MILITARI E SI PRIVERANNO I MILITARI DEI DIRITTI RELIGIOSI?
SIAMO NELL'ORIZZONTE DI PAX CHRISTI.... UN ORIZZONTE IDEOLOGICO, OVVIAMENTE.....
Mario Proietti

Silente ha detto...

Decisione gravissima, a prescindere dalla sua legittimità canonica, a mio parere assai dubbia. Significa rinnegare una dottrina bimillenaria, solida e indiscussa, sostenuta da Padri e Dottori della Chiesa, teologi, giuristi ecclesiastici. Significa rifiutare le tesi di sempre, ben riassunte nell'articolo, della Chiesa in merito alla liceità, legittimità e giustezza della pena di morte.
Questo papa, che tace sull'aborto, sul massacro della famiglia, sui "matrimoni" dei sodomiti, sull'eutanasia, si permette di modificare i Catechismo, purtroppo già "addolcito" qualche anno fa, su quanto da sempre affermato sulla pena capitale.
C'è una sciagurata coerenza in questo: il papa che, affetto da un "buonismo" estraneo alla dottrina cattolica, giustifica e incoraggia l'invasione di clandestini, si rifiuta di condannare la sodomia, assolve chi viola il Sacramento del Matrimonio senza pentirsi, riscrive ora una dottrina immutabile.
Nei paesi, come gli USA, ove la pena di morte è in vigore e sentita dalla maggioranza come giusta (come sanno bene i candidati liberal non eletti perché dichiaratisi contrari), cosa potranno pensare i familiari delle vittime dei più efferati delitti: "ma da che parte stata il papa? dalla parte delle vittime o degli assassini?". Ce lo chiediamo anche noi.
Povero Mastro Titta, il boia dello Stato della Chiesa, che fece onorevolmente il suo legittimo mestiere per decenni, cantato dal Belli, stimato dai notabili e dal popolo: si rivolterà certamente nella tomba.
Silente

irina ha detto...

Ognuno di noi ha un difetto e/o un peccato predominante,fatto che possiamo verificare su noi stessi e sulle persone che conosciamo da lungo tempo.L'ignoranza invincibile si riferisce anche a queste lacune che non si riesce a colmare malgrado le batoste che ognuno riceve dalla vita per causa loro.

Se questo difetto, peccato predominante, è grave, gravissimo, credo che la pena di morte sia una possibilità reale, ultima, data al colpevole per aprire gli occhi sul malfatto, riconoscerlo come tale e pentirsene veramente. Quindi parlo di pena di morte come strumento di salvezza per chi non ha provato o non è riuscito a mettersi su una strada di espiazione, ricadendo nel suo peccato gravissimo.

La giustizia dovrebbe essere esercitata da uomini giusti, che abbiano a cuore sia la tutela della comunità, sia la salvezza dell'anima del reo.

Concordo che venendo a mancare, nella società odierna, la Fede, la Visione della Vita Eterna, è chiaro che la pena di morte ha solo la dimensione di fine della vita mondana, fine del possibile recupero mondano, quindi diventa incomprensibile. Mentre la morte rimane comprensibilissima per togliersi qualche peso che appesantisce la stessa vita mondana, aborto,il malato o vecchio bavoso, l'adolescente caratteriale, il tramortito con un colpo in testa per espiantagli un organo vitale, dichiarandolo morto quando solo tramortito perchè l'espianto di organi deve essere fatto con tutti i pezzi di ricambio funzionanti.

L'età dell'ipocrisia questo richiede che l'essere umano sia visto e considerato solo nella sua , utile e/o inutile, resa meccanica in questo mondo.

Sacerdos quidam ha detto...

@ "Si può modificare il catechismo senza esprimere motivazioni di carattere teologico?"

I neomodernisti non si pongono questo problema. Per loro la verità nasce solo dalla coscienza individuale, e dunque può essere modificata senza problemi quando questa coscienza 'sente' diversamente, come ha fatto in questo caso Papa Bergoglio.
Ma così hanno fatto, prima di lui, gli altri Papi 'conciliari': pensiamo ad esempio ai megaraduni interreligiosi di preghiera ad Assisi, sempre proibiti perché contrari alla Fede e forieri di indifferentismo (cfr. ad esempio la loro condanna da parte di Pio XI nella 'Mortalium animos'), ma ugualmente messi in atto in base al famoso principio neomodernista espresso in seguito da Papa Benedetto XVI nel discorso alla Curia del 2005, quello del "rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa".
La verità cioè da oggettiva diventa soggettiva, e ogni Papa conciliare neomodernista ritiene di poter allegramente contraddire dogma e morale in base alla propria 'coscienza' del momento.
Il problema è sempre lo stesso: il neomodernismo evoluzionista e soggettivista della 'Nouvelle théologie', i cui esponenti principali hanno guidato il Vaticano II e il postconcilio.

Anonimo ha detto...

Beh, e le Forze dell'Ordine, sono forse Forze del peccato?
O combatteranno il crimine con il "dialogo"?
A me pare un rigurgito di retorica sessantotin-comunist-occidentale.
Chè nel blocco sovietico, altro che pena di morte...

Marco Toti ha detto...

Io questi non li capirò mai. Se la vita è dono, non esiste alcun diritto alla vita.

Pietro C. ha detto...

Individualismo (di Bergoglio?) contro Tradizione

http://traditioliturgica.blogspot.com/2018/08/individualismo-contro-tradizione.html

Grazie per la lettura.

Anonimo ha detto...

L'adultera deve essere lapidata: è la legge. E Gesù non nega la colpevolezza ("Non peccare più' significa " finora hai peccato") Eppure disarma la 'giustizia "
"Vi è stato detto .....MA IO vi dico".
Non è ideologia ma cristianesimo.

Alfonso ha detto...

"L’uomo sarà felice solo quando avrà finalmente ucciso quel cristianesimo che gli impedisce di essere uomo. Ma non sarà attraverso una persecuzione che si ucciderà il cristianesimo, ché semmai la persecuzione lo alimenta e lo rafforza.
Sarà attraverso l’irreversibile trasformazione interna del cristianesimo in umanesimo ateo con l’aiuto degli stessi cristiani, guidati da un concetto di carità che nulla avrà a che fare con il Vangelo."

(Ludwig Feuerbach, L’essenza del cristianesimo).

Da Fb ha detto...

LE PRIORITÀ ANTICRISTICHE DI SANTA ROMANA CHIESA
Se leggiamo attentamente i libri che compongono il Nuovo Testamento ci rendiamo subito conto che l’autore sacro ci consegna l’immagine di un Gesù dedito a salvare l’uomo dal più terribile dei mali da cui egli possa essere avviluppato, cioè il ‘peccato’. Per Gesù era prioritario redimere l’uomo, impedire in qualsiasi modo, senza violarne la libertà, che egli si dannasse eternamente. Certamente, mondando le anime dal peccato, guariva anche i corpi, ma la sua priorità rimaneva quella: liberare l’uomo dalla schiavitù del peccato. Per questo ha fondato la sua Chiesa e nient’altro che per questo; tutti gli altri mali che affliggono l’uomo hanno la loro scaturigine dal peccato… se solo l’uomo lo capisse…!!! Oggi, la sua Chiesa indica altre priorità e lo fa per occultare quelle che Gesù le ha consegnato nel «depositum fidei» a peritura memoria dell’attività redentrice.
Oggi assistiamo delusi e disgustati riguardo le «priorità» che hanno rielaborato per il popolo di Dio i vertici della Chiesa (col Papa in testa), i quali conducono il gregge neanche loro sanno dove. Oggi guardiamo esterrefatti il presidente della Conferenza Episcopale Italiana dispensare consigli al governo italiano neo-eletto sulle priorità da attenzionare per l’azione di governo, che sono: il lavoro con giusto salario, la previdenza, l'istruzione, ma anche la progressività fiscale e la tassazione delle rendite finanziare, la lotta all’illegalità, l'inclusione di chi è ai margini e, dulcis in fundo, i migranti (il mantra massonico del momento). Voi riuscite ad immaginare Gesù o Pietro che dispensano consigli all’imperatore Cesare Augusto sull’azione di governo dell’impero romano? Io no e neanche gli evangelisti. In altre parole, anziché prendersi cura delle anime che si consegnano mani e piedi all’eterna dannazione a causa dei peccati mortali riconducibili all’aborto, al concubinato, all’adulterio, all’omosessualità, …etc., la Chiesa si occupa d’altro, cioè di ciò che interessa al mondo. Stando così le cose non può che scorgersi nella Chiesa il dispiegamento silente di un progetto anticristico. La Chiesa del terzo millennio ha tradito il compito che le è stato affidato: ‘salvare le anime’.

Anonimo ha detto...


Ce bon vieux Feuerbach, pas franc-maçon pour rien !

Magno di Borbone ha detto...

https://www.maurizioblondet.it/perche-la-pena-di-morte-e-cristiana/

Silente ha detto...

Ho letto lo sciagurato "rescritto" del catechismo, che nega una dottrina bimillenaria sostenuta da Padri e Dottori della Chiesa. Chi è Bergoglio per modificarla? Può farlo? E la sua "carità" l'ha mai esercitata nei confronti dei familiari delle vittime di efferati delitti?. E del dovere della pena di essere "retributiva", costui ne ha mai sentito parlare? Fin dove arriverà il buonismo di Bergoglio? Arriverà a dire che la colpa è delle vittime? Forse che le vittime non hanno "dignità" e quindi i loro assassini non devono essere puniti?.
Per rifarmi gli occhi e ripulirmi la mente dalle inaccettabili parole del papa e il relativo nuovo catechismo (illecito? semi-eretico? eretico?), mi sono riletto il primo Colloquio delle Serate di Pietroburgo del grande de Maistre, quello che contiene il mai sufficientemente lodato "elogio del boia": "E tuttavia ogni grandezza, ogni potere, ogni subordinazione dipendono dal boia: egli è l'orrore e il legame dell'associazione umana. Togliete dal mondo questo agente incomprensibile, e nello stesso istante l'ordine lascia il posto al caos, i troni si inabissano e la società scompare. Dio, autore della sovranità, lo è pure del castigo; fra questi due poli ha gettato la nostra terra: "ché Jehova è il padrone dei cardini della terra, e su di essi fa girare il mondo.“"
Silente

Silente ha detto...

Non può essere passato sotto silenzio il post di anonimo delle 23:37, che strumentalizza l'episodio dell'adultera per negare la giusta punizione, proporzionata, di ogni delitto.
Il suo non è cristianesimo, ma ideologia da sciagurati antisociali come quelli di "Nessuno tocchi Caino".

Anonimo ha detto...

Eppure è parola di Dio.
Chi è più competente di Gesù nello stabilire la liceità o meno della lapidazione?
Non fu Dio a dire che chi avesse giustiziato Caino avrebbe ricevuto sette volte il castigo?
La condanna a morte non è giusta punizione ma squallida vendetta.
"Io non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva" Pure questa è parola di Dio.

Anonimo ha detto...

Questo "dettaglio" sulla pena di morte ci fa capire che le parole di Jorge Mario Bergoglio non possono essere considerate magistero.

Ma se Jorge Mario Bergoglio arriva a modificare il Catechismo della Chiesa Cattolica, come si può ancora sostenere che il suo insegnamento non è magistero?

Inoltre per la prima volta il papa non usa una formula ambigua: «Pertanto la Chiesa insegna [...] che la pena di morte è inammissibile».

Non si tratta più di utilizzare espedienti come nel caso della nota n. 351 di Amoris Laetitia.

Sembra un vero e proprio cambio di passo da parte del papa.

Valeria Fusetti ha detto...

Farò Anonimo che strumentalizza sia l' adultera che Caino per dimostrare l'indimostrabile, lei estrapola dei versetti in qua ed in la senza tener conto del contesto allargato, cioè cosa dicono in merito ad un dato argomento tutto, e sottolineo fortemente tutto,sia l' Antico che il Nuovo Testamento. Lei in questo modo compie un' operazione ideologica, che poi cerca di avallare ulteriormente usando dell' autorita del Signore. Operazione pericolosa, molto, mi creda. Prima di tutto Caino: è vero che ne viene proibito l' assassinio,ma appunto da parte di " chiunque" . Sono le basi della giustizia che delegittima la vendetta. Si legga bene almeno il Pentateuco. L' adultera era una persona il cui peccato era stato strumentalizzato per mettere in difficoltà Gesù, infatti non c' è il partner che, se è stata colta in flagrante evidentemente è stato già "graziato". Il processo lo hanno reso invalido gli stessi farisei ed in questo modo lo hanno reso un sopruso. Gesù li richiama al loro peccato. Forse il miracolo è nel fatto che riconoscono come giusto il giudizio di Dio su di loro. E alla donna dice, appunto, di non peccare più, poiché per lei, come per noi, il tempo della misericordia ha dei limiti.

Anonimo ha detto...

https://www.gloria.tv/article/9VLyc63NiQXx3JopndqJwMW7u
Francesco ha promosso arcivescovo un noto omosessuale?

Anonimo ha detto...

Sta passando un po' in sordina questo fatto del cambiare il Catechismo.
Ovviamente i media non sanno di che si parla.
Ma anche per i cristiani chi si ferma alla superficie dell'inammissibilità della pena di morte, un tema tutto sommato secondario e apparentemente condivisibile, sfugge il vero senso di questa operazione che è di metodo: contrariamente a quanto é stato stabilito per il passato, la dottrina può essere cambiata.
Non so se mi spiego...!!
E poi da Bergoglio, figuriamoci: come dare da provare l'ultimo modello di Ferrari a un guercio, zoppo e senza un braccio che non ha mai fatto scuola guida.
Potrà mai andare bene ?
Massimo Viglione

Anonimo ha detto...

Il problema non e' tanto l'abolizione della pena di morte ma la logica e susseguente svalutazione del reato. Come dire che non esiste peccato per cui si vada all'inferno. Sveglia! Buona Domenica.

Anonimo ha detto...

Allora lei pensa che se al posto di quei farisei ipocriti (che le facevano di nascosto) ci fossero stati dei bravi ebrei osservanti, Gesù avrebbe avallato la legge che prescriveva la lapidazione.
E che Dio Padre avrebbe mandato volentieri Caino davanti a un plotone di esecuzione, sottraendolo solo al linciaggio della folla.
In Matteo 5 invece si legge come il massimo della perfezione, che rende l'uomo simile a Dio, sta proprio nella capacita` di perdonare.
Bisogna essere spiritualmente molto ricchi per dare (iper dono) al peccatore che è o è stato spiritualmente molto povero
Ma tornando alla organizzazione degli Stati
si deve ammettere che c'è una grande ipocrisia. Il condannato costa, e un programma di recupero non ne parliamo. Altrove la risolvono eliminandoli mentre l'Italia la risolve lasciandoli liberi o ai domiciliari.
Il problema non è nella necessità che ha un tutore dell'ordine di fermare anche sparando un criminale ribelle, ma la fredda lucida teoria che decide come 'giusta' punizione la distruzione dell'esistenza del criminale. Nessuna fiducia né nell'uomo né in Dio che ha detto di sapere cavare i santi anche dalle pietre.

Anonimo ha detto...

certo che saranno svalutati l'inferno e i Novissimi, e così molti penseranno che Dio non avrà più alcun diritto di esercitare la sua Giustizia : dovrà tener conto anche Lui della dignità della persona umana, che non tollera punizione alcuna che sia pur commisurata a qualsivoglia azione grave o gravissima, anche se di un impenitente fino al punto di morte. Non più pena, non più penitenza, non più PENTIMENTO, come mostra Irina.
Altra conseguenza storica, trionfo del modernismo: ogni epoca ha la sua verità, diversa dalle precedenti :
http://www.libertaepersona.org/wordpress/2018/08/pannella-batte-s-tommaso-la-storia-fa-mutare-la-dottrina/
la Verità diventa figlia del tempo, Gesù riveduto e corretto secondo la mentalità dell'uomo moderno. Tanti iota cambiati, fino a che punto ?

Anonimo ha detto...

Pannella “batte” S. Tommaso: la storia fa mutare la dottrina
di Stefano Fontana
....
il Catechismo di Papa Sarto, alla domanda “Vi sono casi nei quali è lecito uccidere il prossimo?”, risponde così: “È lecito uccidere il prossimo quando si combatte in una guerra giusta, quando si esegue per ordine dell’autorità suprema la condanna di morte in pena di qualche delitto, e finalmente quando trattasi di necessaria e legittima difesa della vita contro un ingiusto aggressore”.
Pio X ammetteva la pena di morte, ora il nuovo Catechismo la vieta: ma la fede cattolica può sopportare due catechismi in contrasto tra loro?
Quando il magistero attua variazioni della dottrina, tenendo conto di queste banali e nello steso tempo profonde domande del semplice fedele, deve anche assolvere un compito a ciò conseguente. Deve spiegare i motivi teologici della nuova posizione dottrinale e deve anche spiegare perché essa non è in contrasto con la tradizione. Per far questo deve dar prova di avere tenuto conto di tutti gli elementi del quadro e spiegare che tutti questi elementi vengono salvaguardati dalla nuova posizione dottrinale e in più anche approfonditi ed elevati. Inoltre – e questa è la questione più delicata – deve assicurarsi ed assicurare di essersi attenuto alla medesima logica interna al ragionamento teologico della tradizione e non aver assunto altre categorie logiche, filosofiche e teologiche. Parere di un povero semplice fedele.
http://lanuovabq.it/it/pannella-batte-s-tommaso-la-storia-fa-mutare-la-dottrina

Anonimo ha detto...

Dignità, ma senza riparazione. Ogni pena allora è ingiusta.
di Tommaso Scandroglio
...se la pena di morte è contraria alla dignità della persona, ciò si potrebbe e si dovrebbe predicare anche per tutte le altre pene detentive. Anche l’ergastolo dovrebbe essere abolito e così pure la carcerazione temporanea. Se togliere la vita ad un reo offende la sua dignità, perché così non dovrebbe essere anche quando gli togliamo la libertà? E dunque qualsiasi pena, anche non di carattere detentivo, apparirebbe ingiusta.

Infine affermare che in principio la pena di morte è moralmente illecita porterà di certo a sostenere che anche la legittima difesa e la guerra difensiva sono eticamente censurabili. Infatti il fondamento della pena di morte si trova sia nel principio delle funzioni della pena (retributiva, rieducativa, dissuasiva), sia nel principio della difesa di sé e degli altri.
http://lanuovabq.it/it/dignita-ma-senza-riparazione-ogni-pena-allora-e-ingiusta

Anonimo ha detto...

Il Gay dichiarato e praticante José Tolentino Mendonça non solo è stato promosso arcivescovo, il 28 luglio scorso, ma è stato scelto anche da Bergoglio come «Consulente del Pontificio Consiglio della Cultura».
! ... la cultura ?!?
http://catapulta.com.ar/?p=6005
e tutti costoro, autorevoli esponenti/praticanti/docenti della nuova teologia filo-omosex spacciata per "accoglienza nella Chiesa di tutti senza preclusioni", Bergoglio in primis, se le ricordano le famose macine al collo ?

Anonimo ha detto...

Quindi la Chiesa per 2000 anni ha errato su questo tema?

Anonimo ha detto...

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/08/06/il-no-assoluto-alla-pena-di-morte-una-vittoria-del-vangelo-o-dellumanesimo-secolare/

Anonimo ha detto...

Io preferisco vivere nel presente. Il passato mi cela molti dettagli.

Anonimo ha detto...

gradirei che l'anonimo delle 13:14 esponesse più chiaramente il suo ermetico commento. Specialmente, che cosa intende per l'esattezza con la frase : "vivere nel presente" ? (ammesso che il presente non celi nessun "dettaglio"...)

Anonimo ha detto...

circa il valore dignità umana e "diritti umani" così fraintesi e messi al di sopra di tutto, ha detto bene qualcuno:
"L’aver accettato la rivoluzione dei diritti umani ha spalancato le porte della dissoluzione della società. Infatti, chi può stabilire quali siano i confini dei diritti umani? Qual è il limite preciso fra il bene e il male, il lecito e l’illecito, una volta che ci si fonda su presunti diritti e non su divinamente manifestati doveri? Conosco bene la risposta cattolica, ovviamente: il diritto naturale. Il fatto però è che questa risposta, esatta in sé in linea di principio, produce nei fatti concreti a sua volta altri problemi di interpretazione (ne vediamo ogni giorno le conseguenze, anche all’interno dello stesso mondo cattolico più tradizionale e legato al magistero della Chiesa), creando ulteriore confusione e soprattutto non è affatto accettata da tutto il mondo laicista, che non riconosce il diritto naturale e che anzi, ormai, coerentemente con le sue intenzioni, non riconosce più nemmeno i concetti di bene e male, lecito e illecito.
La verità è che da quando la Chiesa (e quindi il mondo cattolico) ha fatto propria l’ideologia dei diritti umani (certo, con l’intenzione buona di difendere il diritto alla vita, alla libertà personale, ecc.) ha automaticamente abdicato – non in via di principio ovviamente, ma nei fatti come risultato concreto della vita vissuta quotidianamente – ai dieci comandamenti."
(https://gloria.tv/famigliacattolica )
deduco applicando oggi: in nome dei diritti umani il delitto sta diventando diritto (basta pensare ad aborto= diritto della donna, eutanasia=diritto alla morte dignitosa etc....)

Anonimo ha detto...


Il presente è sempre figlio del passato.
Se non si conosce il passato, non si comprende
il presente.
In ogni caso, il passato ci vive dentro e
ci condiziona, come passato del popolo
cui apparteniamo, come storia particolare,
nel bene e nel male.

Anonimo ha detto...

Si, ma non possiamo negare l'evoluzione della sensibilità e della conoscenza.
Non possiamo indurirci nella rigidità come i contemporanei di Galileo che negavano ostinatamente davanti all'evidenza.
Pure per rifiutare Gesù i contemporanei si appellavano alle loro tradizioni trovandosi davanti a un Messia anomalo.
Bisogna pregare e seguire la coscienza con cuore puro perché Dio dà la luce ai retti di cuore. Pensiamo a Maria e alla sua capacità di immergersi nel presente nel mistero dell'Incarnazione.

Anonimo ha detto...

PENA DI MORTE
Il nuovo rescritto di Papa Francesco esprime quell’evoluzionismo teologico, condannato da san Pio X nella Pascendi e da Pio XII nella Humani generis, che non ha niente a che vedere con lo sviluppo omogeneo del dogma di cui tratta il cardinale John Henry Newman. La condizione per lo sviluppo del dogma è infatti che le nuove affermazioni teologiche non contraddicano l’insegnamento precedente della Chiesa, ma si limitino ad esplicitarlo e ad approfondirlo. (Roberto De Mattei)

Anonimo ha detto...

Il passato si trascina un codazzo di polemiche e contraddizioni che non sempre si può scandagliare.
I libri di storia si contraddicono e ognuno difende la propria ideologia senza purezza di cuore. Quando Gesù affermava di non volere abolire la Legge ma di darle compimento li invitava al presente della loro coscienza. Non mi interessa alla fine dei conti se hanno sbagliato o meno in passato (non sappiamo tutto) mi interessa che oggi la sensibilità contemporanea sente che la pena di morte è cattiva e stupida. Perché nessuno mai s'è convertito cambiando il proprio cuore davanti alla forca.
Bontà chiama bontà e cattiveria chiama cattiveria.

Anonimo ha detto...


Non vogliamo conoscere il passato perché ci arreca dolore

"Noi vediamo un enorme quadro di eventi e di azioni, d'infinitamente varie formazioni di popoli, Stati, individui, in un succedersi instancabile. Tutto ciò che può penetrare nell'animo dell'uomo e interessarlo, ogni sentimento del buono, del bello, del grande vien messo in campo, dappertutto vengono proposti e perseguiti fini di cui riconosciamo il valore e il cui conseguimento desideriamo; fini per i quali nutriamo speranza e apprensione. Diffuso su tutti questi eventi e casi noi vediamo un umano agire e soffrire, una realtà nostra dovunque, e perciò dovunque un'inclinazione o un'avversione del nostro interesse [...]
Il lato negativo di questa idea del mutamento ci arreca dolore. Ciò che può deprimerci è il fatto che la formazione più ricca, la vita più bella, trovino nella storia il loro tramonto, che noi ci aggiriamo fra le rovine di ciò che fu eccellente. Da ciò che è più nobile e bello, e a cui ci lega l'interesse, la storia ci strappa: le passioni lo hanno distrutto, esso è transeunte. Tutto appare caduco, nulla stabile. Ogni viaggiatore ha sentito questa malinconia. Chi avrebbe potuto fermarsi tra le rovine di Cartagine, Palmira, Persepoli, Roma, senza esser mosso a considerazioni sulla caducità dei regni e degli uomini, a rimpianto per la forte e ricca vita di un tempo? Rimpianto che non si attarda, come presso la tomba di esseri amati, su perdite personali e sulla caducità dei fini propri, ma che è disinteressato dolore per il tramonto di una splendida cultura umana.
A questa categoria del mutamento è però subito connesso anche l'altro motivo, che dalla morte sorge nuova vita..." (Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, Introduzione generale).

mic ha detto...

Anonimo 21:14
mi interessa che oggi la sensibilità contemporanea sente che la pena di morte è cattiva e stupida. Perché nessuno mai s'è convertito cambiando il proprio cuore davanti alla forca.
Bontà chiama bontà e cattiveria chiama cattiveria.

Un serie di affermazioni arbitrarie:
1. Un comportamento morale non può avere come metro di giudizio la sensibilità contemporanea ma le due fonti della Rivelazione: scrittura e tradizione
2. Non è vero che nessuno si è mai convertito davanti alla gorca.
3. L'equazione finale chiama 'cattiveria' ciò che nei casi in cui è applicata la pena di morte viene attribuito alla 'giustizia'

Anonimo ha detto...


Sulla pena di morte

-- Negarla, per certi delitti, per il motivo che c'è sempre la possibilità dell'errore giudiziario e della condanna di un innocente, è assurdo. Ragionando così, si paralizza l'amministrazione della giustizia, in ogni campo.
-- La pena di morte veniva applicata soprattutto per i reati di sangue, di tradimento. Anche per la rapina a mano armata e per il furto. Nell'antica monarchia francese, i grassatori che assalissero le diligenze postali sulle strade maestre, di proprietà della Corona, se catturati sul fatto, venivano impiccati.
-- In passato, certi criminali venivano anche mutilati (naso, orecchie, taglio della mano, simbolico nel caso di tradimento e congiura contro il re, prima della decapitazione, se si era nobili). Efferata era in questo senso la giustizia medievale e postmedievale e sino al Settecento, non molto diversa da quella dei pagani. I criminali giustiziati venivano lasciate esposti, anche parti del loro corpo, per settimane e mesi. Nel romanzo "L'uomo che ride", V. Hugo descrive minutamente l'impiccagione di un criminale inglese su di un promontorio, lasciato poi lì ben ricoperto di pece e catrame per lungo tempo, affinché tutte le navi che passavano lo vedessero. Era la funzione deterrente della pena, la "pedagogia" della paura della morte, pedagogia abbastanza efficace, in genere, anche se rude; anche se sempre parzialmente efficace. L'esposizione per lungo tempo dei cadaveri o di parti di essi dei briganti giustiziati era praticata anche nello Stato Pontificio.
Queste pratiche crudeli furono giustamente elimininate in seguito all'azione incisiva della pubblicistica illuministica per l'abolizione della pena di morte e l'umanità delle pene, che dovevano "rieducare" solamente, non far "espiare" una colpa (concetto troppo largo, che ci ha portato al lassismo odierno). Ma si può legittimamente infliggere la pena di morte senza dover necessariamente ricorrere a pratiche crudeli.
-- Per certi gravi delitti, la pena di morte appare necessaria come unica legittima risposta della Legge per ristabilire l'ordine morale naturale violato dal criminale col suo delitto. Poichè la vita umana non ha prezzo, chi la sopprime a sangue freddo, l'assassino, è giusto che debba rispondere con la sua vita, che ugualmente non ha prezzo: è il prezzo del sangue. Non ha pagato anche Nostro Signore questo prezzo per appagare l'ira del Padre nei confronti del genere umano, ribelle e miscredente? Egli ha pagato per colpe non sue, anzi per riscattarci dalle nostre. Il discorso qui diventa complesso, tuttavia la teologia della Croce spiegata nella Epistola agli Ebrei non contiene forse, accanto ad altri passi neotest., una giustificazione implicita della pena di morte?
Che dire poi della "morte seconda" (una condanna a morte definitiva) che verrà irrogata in eterno ai dannati?
Il cristianesimo non è una religione "umanitaria", per le "anime belle".
PP

Anonimo ha detto...

Come se il Padre - anziché Satana - avesse "voluto" la croce per Gesù.
Li chiamava "figli di Satana" quelli che architettavano la sua condanna a morte.
Il Padre l'ha subìta rispettando la legge della libertà umana ed ha umiliato Satana dimostrandogli la forza del Messia mite ("il Servo che Io sostengo"), ma soorattutto manifestando il capolavoro della risurrezione:l'inimmaginabile per la disperazione del Malvagio.
Gesù ci ha insegnato il Padre Nostro dove si recita "rimetti a noi i nostri debiti COME li
rimettiamo ai debitori" perché è questo che piace al Padre, è questa la sua volontà.
E poi, chi l'ha detto che Gesu non era 'umanitario'? Chi ha comandato di amare il prossimo "come se stessi" condannando l'epulone che ignorava il povero Lazzaro??
Anche san Pietro si stancava tutto il giorno operando guarigioni (invece di dire " soffri per il Paradiso") ed invitava i primi cristiani alla condivisione dei beni perché nessuno fosse in miseria. E cosi tutti gli apostoli e i primi cristiani.
Certo, dovette frenarli quando lo volevano fare re
per avere sempre la moltiplicazione del pani senza lavorare, e dovette ricordare il primato del pane del cielo.

Mi creda, il Cristo non vuole "anime brutte". Il Paradiso è per i buoni non per i presunti perfetti.

Anonimo ha detto...

“Siccome alcuni disprezzano le punizioni inflitte da Dio, perché, essendo dèditi alle cose sensibili, badano soltanto alle cose che si vedono, la divina Provvidenza ha ordinato che ci siano sulla terra degli uomini, che con pene sensibili e presenti obblighino costoro ad osservare la giustizia. Ora, è evidente che tali persone non peccano quando puniscono i malvagi..”.

San Tommaso, C. G. III, c.146, . Q. De Caritate, 2, a. 8, 10um.

Anonimo ha detto...


"Umanitario", nel senso moderno, è solo il falso cristianesimo

Il cristianesimo non è "umanitario" nel senso dello umanitarismo che ha preso piede a partire appunto dall'Illuminismo e dalla sua battaglia per incivilire il sistema penale. Un conto è eliminare inutili crudeltà dall'amministrazione della giustizia. Un altro, introdurre una concezione "umanitaria" della pena, per cui essa non deve più punire ma solo rieducare, come se il crimine fosse colpa della società e non di colui che lo commette. Eventuali responsabilità della società possono valere come attenuanti, ma la responsabilità individuale deve restare. Come disse un poeta: "soffrendo ci rendiamo conto della nostra colpa".
L'Illuminismo voleve "incivilire" anche il Cristianesimo, rendendolo appunto "umanitario" e "ragionevole", conforme a quella che appariva la civiltà nel senso di evoluzione dei costumi e gioia di vivere (la "douceur de vivre", la sensibilità delle "anime belle"). Pertanto, bisognava che i cristiani si liberassero di tanti dogmi astrusi, contrari alla ragione (come intesa dagli Illuministi), e lasciassero perdere la credenza assurda nell'Inferno con le sue pene eterne. Può un Dio ragionevole e amorevole come appare in Gesù Cristo essere così crudele? No, ovviamente. E l'amore per il prossimo non deve esser improntato allo spirito di tolleranza, che alla fine deve cancellare il concetto stesso di "punizione", "espiazione"?
Che il Padre abbia, comunque, "subìto" la crocifissione del Figlio, non so se si possa dire. Nell'Agonia del Getsemani, reagendo all'iniziale rifiuto della Croce da parte della sua natura umana, Nostro Signore si piegò dicendo: "Sia fatta la tua volontà, non la mia", se non erro. La volontà del Padre era dunque, in quel momento, che Egli subisse da innocente la condanna a morte, la Croce, per pagare con la sua obbedienza il prezzo del riscatto, il prezzo del sangue, la "testimonianza del sangue", da Lui pretesa per la salvezza dell'uomo ribelle e peccatore. Senza obbedienza assoluta alla volontà del Padre nessuno si salva. Dato il significato "salvifico" per tutti gli uomini della Croce, un passaggio, un dramma assolutamente necessario, mi sembra riduttivo affermare che il Padre si sia limitato a "tollerarla" a "subirla".
PP

Anonimo ha detto...

Dal catechismo di san Pio X:
"Dio non può fare il male perché non può volerlo, essendo Bontà infinita. Ma lo tollera per lasciare libere le creature, essendo poi capace di ricavare il bene anche dal male".

irina ha detto...

"...Come disse un poeta: "soffrendo ci rendiamo conto della nostra colpa"..."

Purtroppo oggi non sempre, e forse non più, è così vuoi sul piano fisico, vuoi su quello morale. Sul piano fisico perchè la medicina, prima si occupa di cancellare anche i dolori più lievi, poi di guarire.
Sul piano morale, parimenti, le distrazioni, a cui siamo sottoposti, fungono da analgesico dell'anima, perennemente distratta da se stessa.

irina ha detto...

Un giorno un'amica mi disse, ce ne vuole per diventare cristiani!
Si, occorre tanto tempo e occorre anche volerlo. Non funziona se uno tende a fermarsi alla prima osteria. Quanti colpi di fulmine e quante cocenti delusioni prima di arrivare ad intravedere NSGC e non un suo fantasma, presentatoci ora da tizio, ora da caio.
L'infinito aggiornamento dice della inquietudine di tanti cristiani, sacerdoti compresi. Se invece di correre dietro ai giorni del mondo, si facesse largo il convincimento che occorre mettersi al passo di Gesù Cristo, saremmo diventati oggi cristiani in grado di vedere tutta la vanità nostra e del mondo e le meraviglie che la Fede può mostrarci anche nel più piccolo dettaglio della nostra vita.

Anonimo ha detto...


Dio non può fare il male, non può volerlo, ma lo tollera etc.

Qui il discorso, come spesso accade, finisce per coinvolgere diverse prospettive. Di quale male stiamo parlando? Si parlava della pena di morte. Per molti oggi essa è un male. Ma non è certo essa "il male" di cui alla citazione del Cat. di S. Pio X. Nel Vecchio Testamento, la pena di morte è stabilita dalla legislazione mosaica per tutta una serie di reati. Mosè, non era forse ispirato da Dio? Quindi, non è essa il male. Diventa il male quando è inflitta ad un innocente. (Nell'episodio dell'adultera perdonata da NS, riportato dal Vangelo di Giovanni, il Signore contesta la pena di morte o l'ipocrisia degli esecutori? L'ipocrisia di questi ultimi, mi sembra chiaro: usavano la condanna della disgraziata per tentarlo).
Certamente la pena di morte non è obbligatorio metterla per nessun reato. Però il metterla, in proporzione a crimini che la meritino, non è certo cosa malvagia. E tantomeno dal punto di vista cristiano. Non solo perché il Papa, nei suoi Stati, l'ha sempre inflitta, allo stesso modo dei sovrani secolari. Ma anche perché Dio stesso l'ha applicata in questo mondo, esattamente a Sodoma e Gomorra, condanne a morte collettive e improvvise di comunità di viziosi e malvagi, nemici di Dio e impenitenti, approvate per ben tre volte da NS, come risulta dai Vangeli ("Ricordatevi della moglie di Lot!" etc).
La Croce è un caso a parte. Caso clamoroso di condanna ingiusta. Quindi dobbiamo dire che Dio l'ha tollerata, in quanto male. Ma come negare che l'abbia anche voluta, allo stesso modo di NS, il quale non l'ha semplicemente subita ma ha voluto salirvi, dopo l'umano sbandamento iniziale, accettandola volontariamente sino in fondo (rifiuto dello stordimento che i soldati romani rudemente gli offrivano con la spugna imbevuta di aceto).
"Voi non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato e vi siete dimenticati dell'esortazione diretta a voi, come a dei figli: Figlio mio, non disprezzare la disciplina del Signore e non ti scoraggiare quand'egli ti riprende, perché il Signore corregge colui che egli ama, percuote di verga chiunque riceve per figlio"(Ebr., 12, 4-6).
E senza contraddire la sua misericordia poiché ci "percuote di verga" proprio per farci pentire e perdonarci anche i peggiori peccati.
Tanti criminali, percossi dalla verga della condanna a morte, si sono pentiti proprio sotto la forca, e si sono salvati.
PP

Silvio Brachetta ha detto...

Anche Stefano Fontana è critico circa la pericolosa conversione a U sulla pena di morte.

"Non può sfuggire l’analogia tra pena di morte e guerra giusta: ambedue sono una difesa della comunità, ambedue tendono a ripristinare la giustizia, ambedue si possono applicare di principio ma in pratica sono soggette a numerose restrizioni morali. La morale cattolica ha sempre vietato in assoluto di uccidere l’innocente. Non ha mai vietato in assoluto e di principio di uccidere".

Anonimo ha detto...

@anonimo del 7/8/2018 - 16:02

Guarda che il Padre ha proprio “voluto” la croce per il Figlio, non è che è stato un incidente di percorso organizzato dal Diavolo per mettere i bastoni fra le ruote a Gesù. La croce non è un evento imprevisto che piomba per caso tra capo e collo a Gesù e che Lui è costretto passivamente a subire, è un evento ampiamente previsto che Gesù con un atto della volontà sceglie di far accadere per amore dell’umanità. La croce di Cristo è una tappa fondamentale di quel piano di salvezza creato da Dio per redimere l’umanità. Non è che il Padre ha ucciso materialmente il Figlio, ma ha lasciato che alcuni uomini lo facessero, ha creato le condizioni perché quel sacrificio salvifico accadesse. La condanna a morte di Gesù è sì l’omicidio di un innocente, ma è soprattutto il sacrificio volontario di un Uomo-Dio che accetta di morire per redimere l’umanità. Gesù non subisce passivamente il male che altri gli fanno, ma lo abbraccia eroicamente per la salvezza del mondo. I Getsemani ci testimoniano che non solo avrebbe potuto sottrarsi al supplizio chiestogli dal Padre per il bene dell’umanità, ma che ha anche avuto la tentazione di farlo.

Il peccato crea un debito che deve essere pagato da qualcuno e maggiore è la dignità della persona contro cui pecchiamo, maggiore sarà il debito da pagare. Ora, un peccato contro Dio può essere riparato solo da un altro Dio: ecco perché Gesù ha dovuto espiare Lui sulla Sua carne tutti i peccati commessi dall’umanità (questo non me lo sono inventata io, ma lo dice San Tommaso D’Aquino).

Capisco che la croce scandalizzi ancora oggi e si faccia fatica a vederla come un evento voluto da un Dio infinitamente buono. In effetti scandalizzò pure all’epoca gli stessi apostoli: quando Gesù parla ai 12 del calvario che lo attende a Gerusalemme, Pietro gli dice: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». È quel passo famoso in cui Pietro si becca il «vade retro, satana!». E perché Gesù arriva addirittura a definirlo satana? Ma perché in quel momento, anche se probabilmente non se ne rende conto, Pietro si comporta da tentatore, cioè lo tenta pericolosamente a sfuggire la croce e a mandare a pallino il piano del Padre per la redenzione dell’umanità. Non so se è ben chiaro: in questo passo evangelico Gesù dice che se rinunciasse a morire in croce farebbe praticamente la volontà di satana, cederebbe alle sue tentazioni.

Poi tu dici che san Pietro si stancava tutto il giorno operando guarigioni (invece di dire "soffri per il Paradiso"): ma il fatto che alcune anime siano liberate per mezzo di Grazie dalla sofferenza, non significa che ad altre non vengano richieste piccole o grandi croci da unire al sacrificio espiatorio di Cristo. Sono tantissimi i casi di Santi a cui vengono esplicitamente chieste sofferenze varie per salvare anime peccatrici. Tra questi vorrei citare uno di quelli che più mi hanno colpito per il coraggio dimostrato: a Giacinta Marto, una dei pastorelli di Fatima, la Madonna chiese se accettasse sofferenze fisiche per salvare anime dall’inferno, e lei, che aveva visto coi suoi occhi quanto terribile fosse il luogo della dannazione eterna, accettò prontamente. Quindi una bambina di 10 anni, per salvare le anime di persone orribili che si meritavano l’inferno, accetta di morire giovanissima tra atroci sofferenze, come effettivamente sarebbe accaduto. Questo si chiama santità, questo si chiama seguire Cristo prendendo su di sé la propria croce come Lui ha fatto nella Sua vita terrena. Perché ripeto per l’ennesima volta: Gesù prende volontariamente la Sua croce, non la subisce passivamente, e Dio non vuole il male che gli uomini fanno a Gesù uccidendolo, Dio vuole il bene che fa Gesù accettando di morire in croce per espiare i peccati dell’intera umanità.

Anonimo ha detto...

Non si può affermare che il Padre "ha voluto" altrimenti dovremmo dire che "ha voluto" pure il peccato originale.
L'ha tollerato,
finalizzandolo a un bene maggiore per l'umanità.

Pure io sono colpita dal sacrificio della piccola Giacinta Marto e non solo.
Maria Goretti riscattò il giovane Alessandro Serenelli che morì come un santo. Figuriamoci se lo avessero impiccato, per tentato stupro e accoltellamento - poi omicidio - a sedici anni. Ma ha vinto l'amore di santa Marietta.

Non capisco però la relazione tra il mistero della grazia che coinvolge le anime pure. vittime al pari di Nostro Signore. e l'esecuzione di quei poveri diavoli finiti sul patibolo.
Perché è di questo che si parlava dopo la chiara decisione di Papa Francesco.

irina ha detto...

"... l'esecuzione di quei poveri diavoli finiti sul patibolo..."

Nell'esecuzione della pena capitale mi sembra che vi siano tre ragioni,che scrivo alla rinfusa:

1) La difesa della comunità( Fontana);
2) L'atto di giustizia, la riparazione;
3) La possibilità per il reo di comprendere il male fatto, di pentirsi, di chiedere perdono, di convertirsi, di morire in grazia di Dio.

E' chiaro che la professione del giudice richiede una moralità elevata, come elevata deve essere la moralità del sacerdote, del medico, dell'insegnante; tutte persone queste che vestono, vestivano, nell'esercizio della loro missione, un abito diverso da quello quotidiano dei loro contemporanei.
Oggi si è persa la cognizione della diversità di alcune professioni, tutte sono scese di qualche gradino in nome di una uguaglianza, morale in particolare, con ogni altro tipo di lavoro, che è proprio sbagliatissimo che venga pretesa e riconosciuta. Sono professioni che, se non hanno una visione dell'uomo più ampia del qui ed ora, sarebbe meglio non esercitare mai.

Anonimo ha detto...


Non possiamo dire che Dio "ha voluto" la Croce sennò bisognerebbe dire che ha voluto
anche il peccato originale...

L'accettazione della Croce da parte di Cristo e la disobbedienza del peccato originale si possono forse mettere sullo stesso piano? Dio non ha voluto che Adamo ed Eva peccassero, ha voluto però metterli alla prova ed essi hanno fallito, lasciandosi sedurre dal Demonio (che ha sedotto Eva, che ha sedotto Adamo). Ma Dio nella sua onniscienza sapeva che avrebbero peccato, perché allora ha voluto metterli alla prova, per farli peccare? Se diciamo questo, come Calvino, attribuiamo a Dio un'intenzione malvagia il che non può essere. Entriamo qui nel mistero dell'onniscienza divina, collegato a quello della predestinazione e dell'esistenza del libero artbitrio. Ciò che è certo è che Adamo ed Eva hanno esercitato (malamente) il loro libero arbitrio nel lasciarsi sedurre dal Serpente.
Nel caso dei Progenitori non possiamo dire che Dio abbia voluto la loro disobbedienza trattandosi di un male; nel caso della Croce dobbiamo invece dire che Dio ha voluto l'obbedienza di Cristo, un bene, sino all'accettazione cosciente della Croce, pur essendo innocente. Quella morte doveva riscattare appunto il peccato degli uomini e il Signore non poteva sottrarvisi, se voleva compiere la sua missione di salvezza.

Dunque: è evidente che Dio ha voluto l'accettazione cosciente del supplizio da parte di Gesù ("Padre mio, se è possibile passi da me questo calice; tuttavia non quello che io voglio, ma quello che vuoi tu", Mt 26, 39). Ha voluto l'obbedienza mentre non può volere la disobbedienza.

Ora, volendo esser sottili, si potrebbe dire che Dio ha voluto l'accettazione del calice ma non il calice. Il supplizio, in quanto azione malvagia organizzata a maggioranza dal Sinedrio dominato da Caifa, Dio lo permetteva affinché si realizzasse il sacrificio espiatorio e propiziatorio di Cristo. Non essendo Dio l'autore del male, poteva solo permetterlo per indirizzarlo a fin di bene.
Tuttavia, resta il fatto che la possibilità di salvezza al genere umano gravato dalle conseguenze del peccato originale e carico di peccati di ogni genere, Iddio Onnipotente, sin dall'eternità, l'ha concepita e quindi voluta nella forma del sacrificio della Croce, unico modo di placare la sua Ira e aprire la via alla sua Misericordia. Occorreva l'espiazione di un innocente, che è un altro modo di definire la Croce. E questa "espiazione salvifica" possiamo dire che Iddio l'ha voluta, come fatto storico all'interno della cui dinamica si situa la chiara volontà divina di una accettazione cosciente del sacrificio espiatorio stesso da parte di Gesù (sia fatta la volontà del Padre). Ha permesso, Iddio, l'azione malvagia di certi Giudei contro il Signore poiché essa azione si inseriva nell'economia della salvezza, voluta però da Dio stesso in quel modo, dall'eternità. E perché in quel modo? Perché, data la natura umana decaduta, non ç'era altro modo?
Qui sono sopraffatto dalla forza impenetrabile dei divini misteri (come quando mi viene da pensare al mistero angoscioso della predestinazione) e mi rendo conto che il ragionamento, almeno quello mio, fatica a trovare una conclusione finale soddisfacente, credo impossibile alla ragione umana. Però, se qualcuno ci riuscisse, gliene sarei grato...

Quello cui dobbiamo attenerci è in definitiva questo: - Dio vuole che accettiamo le prove cui ci sottomette - Non perdiamo mai l'uso del nostro libero arbitrio, che anzi esercitiamo quando ci affidiamo alla Grazia per superarle - Cristo deve essere sempre il nostro modello, come quando nel Getsemani vince il momento di fragilità, affidandosi alla volontà del Padre per superarlo - la pena di morte può essere una di queste prove, non è contraria all'etica cattolica e alla Rivelazione.
PP

Anonimo ha detto...

@ anonimo del 8/8/2018 – 14:55

Vedi, il fatto è che c’è differenza tra il peccato originale e la morte in croce di Gesù. Il peccato originale è un fatto totalmente negativo, un male e basta che, come hai giustamente detto, Dio è costretto a tollerare, a “subire”: lì sono solo Adamo ed Eva che scelgono di commettere la disubbidienza, Dio in quel caso non sceglie proprio un bel niente ma si trova davanti al fatto compiuto, si trova davanti alle scelte compiute da altri a cui lui poi deve rimediare. Invece la morte in croce di Gesù non è soltanto un male, un fatto totalmente negativo, cioè la messa a morte di un innocente, ma è anche un fatto positivo, ovverosia l’auto-immolazione di un uomo-Dio, il gesto eroico di un individuo, il sacrificio espiatorio di uno per la salvezza di molti. Nella crocifissione di Cristo non ci sono solo delle persone che scelgono di disubbidire a Dio (come fanno Adamo ed Eva) commettendo il male (la condanna a morte di un innocente), nella crocifissione c’è anche una persona che sceglie di ubbidire a Dio fino alla morte commettendo il bene. Se tu sostieni che la morte in croce sia solo un male che altri scelgono e che Gesù e il Padre sono costretti a subire, stai di fatto negando a Gesù e al Padre di aver avuto in quel particolare evento la possibilità di scegliere, invece sappiamo che hanno scelto eccome: in quel caso non sono solo i carnefici di Cristo ad aver scelto di crocifiggerlo, ma è anche Cristo stesso che ha scelto di essere crocifisso. Volere significa esercitare la propria volontà nei confronti di qualcosa e Gesù nei Getsemani sceglie di esercitare la propria volontà verso ciò che da Lui vuole il Padre: il suo sacrificio sulla croce per il bene dell’umanità. Gesù è lì nell’orto degli ulivi in preda all’angoscia perché sa cosa Lo attende, ma alla fine dice in pratica al Padre: “Tu vuoi questo per me? Allora lo voglio pure io, sto sudando sangue al pensiero di quello che mi aspetta, ma non importa, importa solo quello che vuoi tu”. Quando una madre gravemente malata è costretta a scegliere tra la sua vita e quella del suo bambino, se esercita la sua volontà nei confronti della propria morte dando precise disposizioni ai medici non lo fa perché ha istinti suicidi, lo fa perché mette il bene del suo bambino davanti al proprio. Il volere la propria morte da parte della madre è una conseguenza del volere la salvezza del proprio bambino, allo stesso modo il volere la croce da parte del Padre e del Figlio è una conseguenza del volere la salvezza dell’umanità.

Tu mi chiedi testualmente dove stia la “relazione tra il mistero della grazia che coinvolge le anime pure vittime al pari di Nostro Signore e l'esecuzione di quei poveri diavoli finiti sul patibolo”? Beh, ma il collegamento sta nel valore redentivo che dopo la croce di Cristo ha assunto qualsiasi morte e sofferenza. Questo ovviamente non significa che dobbiamo causare noi sofferenza e morte agli altri o andare a cercarla per noi stessi, no, la sofferenza e la morte fanno schifo e, per quanto mi riguarda, penso che bisogna solo imparare ad accoglierle con coraggio nel momento in cui ci piombano addosso. Quanto alla questione della pena di morte trovavo molto giusto ed equilibrato il comportamento dei due precedenti Papi che si sono sempre adoperati per favorirne oggigiorno l’abolizione, ma allo stesso tempo mantenendo aperta la possibilità teorica di una sua ammissibilità in casi davvero eccezionali. A me di sapere che la dottrina cattolica ammette in stato di necessità anche la pena di morte mi rendeva sinceramente più sicura, visti anche i tempi oscuri verso cui ci stiamo dirigendo (ripeto: in stato di assoluta necessità, non come prassi ordinaria). Comunque devo dire che tra tutte le scelte di Papa Francesco questa è una di quelle che mi disturba meno, ma la penso esattamente come Aldo Maria Valli: pur essendo io contraria alla pena di morte, mi sembra che questo cambiamento del Catechismo sia un grimaldello per altre future modifiche ben più pericolose per l’integrità della dottrina cattolica.

irina ha detto...

Credo che, come lei stesso forse scrisse, le difficoltà di comprensione nostra risiedono nel fatto che possiamo pensare una cosa alla volta, se va bene afferrare in una sintesi gran parte delle sue implicazioni, se va benissimo avere qualche intuizione fuori campo sentendoci geniali, mentre siamo solo graziati.

Per comprendere Dio, forse possiamo solo aiutarci comprendendo noi stessi bene, elevando poi i risultati alla ennesima potenza.

"... Se diciamo questo, come Calvino, attribuiamo a Dio un'intenzione malvagia il che non può essere..." Le prove che Dio ci pone non sono volte alla nostra caduta ma, al nostro rafforzamento. Noi non sappiamo quali sarebbero stati i nostri compiti se avessimo superato quella prima prova. Sappiamo solo quello che è accaduto non avendola superata. E anche nella caduta, considerata come possibile anzi effettiva, era pronta la scialuppa di salvataggio.

Sulla predestinazione non posso dire altro: 1) anche l'amore materno e/o paterno è selettivo, nel senso che,pur non facendo in pratica alcuna differenza tra i figli, uno è quello più amato; 2)Sono certa che a tutte le anime vengono aperte porte e portoni verso il bene ma, alcune anime non vedono e/o non vogliono vedere nè i portoni, nè le porte.

Anonimo ha detto...


"Quei poveri diavoli finiti sul patibolo..."

In genere, "i poveri diavoli finiti sul patibolo", quando si parla di criminali
comuni, erano persone macchiatesi di gravi delitti, criminali incalliti, gente
che aveva rubato, rapinato, ricattato, ammazzato, tutto in una volta. Comunque,
protagonisti di gravi e spesso efferati fatti di sangue.
Questo, tanto per chiarire. Considerando la pena di morte, sarebbe bene cercare
di evitare il sentimentalismo. Certo, non fa piacere a nessuna persona
ragionevole che ci sia. Si tratta però di una misura necessaria, per quanto
spiacevole. Necessaria, per certi delitti.
Gesù contesta forse mai la pena di morte in quanto tale? Mostra di accettarla
anche in alcune sue parabole.
Nei lucidi argomenti di Amerio sulla pena di morte andrebbe forse approdondito
il punto della necessità della pena di morte per ristabilire l'ordine morale
violato dall'assassino, per esempio. Un concetto presente anche nel mondo antico.
E cioè, che è la giustizia, nel suo fondamento sovrannaturale (l'ordine morale del
mondo l'ha creato e lo mantiene la divinità), ad esigere la morte del reo
per ristabilire il diritto ossia l'ordinamento, dal reo violato consapevolmente.

Ciò naturalmente è diverso dal modo nel quale si infligge la pena di morte,
che non deve esser per forza efferato, come era in passato. L'efferatezza era
comunque frutto del desiderio di spaventare a morte i futuri criminali, non si
trattava di compiacimento sadistico (anche se poteva naturalmente esserci). La punizione doveva essere esemplare e incutere
terrore. Però si era caduti in abominevoli eccessi, che legittimavano la polemica illuministica per una giustizia più umana.

"Il principe e il mendicante dovevano sopportare ambedue il tanfo delle lordure nelle strade e il fetore degli scoli provenienti dalle case [non c'erano fogne], la vista degli uccelli che si pascevano di carogne abbandonate o di corpi putrefatti penzolanti dal patibolo. Sulla strada da Dresda a Praga, un viaggiatore contò nel 1618 'circa 140 fra forche e ruote di supplizio, alle quali erano appesi ladri, alcuni da poco tempo e altri già in via di putrefazione, e le carcasse di assassini, squartati un membro dopo l'altro sulle ruote'"(C.V. Wegwood, La guerra dei trent'anni, tr. it. di A. Cettuzzi, Dall'Oglio, 1964, p. 10).
PP
La posizione di GPII e Ben. XVI sulla pena di morte mi sembra però ambigua: l'ammettono solo teoricamente, in caso di necessità, se ho ben capito. Ma chi lo stabilisce il caso di necessità? E con quali criteri?
PP