Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

lunedì 13 aprile 2026

Un Dio che si è fatto vicino, sì… ma che resta sempre il Santo, il Signore

Una riflessione da incorniciare.
Un Dio che si è fatto vicino, sì… ma che resta sempre il Santo, il Signore

Da ieri sento nel cuore una riflessione che continua a tornare, come un filo che non si spezza. È nata dal mio ultimo post, da alcuni commenti che parlavano dell’umanità di Gesù, di quanto ci attiri, di quanto ci faccia sentire vicini a Lui e una parte di me comprende profondamente questo. Viviamo in un mondo sempre più freddo, distante, spesso disumanizzato… ed è naturale cercare in Cristo quella tenerezza, quella vicinanza, quella “umanità” che sembra mancarci ovunque.

Eppure, proprio mentre accoglievo questa verità, sentivo che non bastava. Perché questa idea di un Gesù “così umano” non è neutrale come sembra. Cosa significa davvero dire che Gesù è vicino? Significa che, nella sua umanità, Egli è entrato realmente nella nostra condizione: ha condiviso la nostra fatica, ha toccato le nostre ferite, ha parlato il nostro linguaggio. Ma questa vicinanza non è una riduzione… è una discesa. È Dio che si abbassa verso l’uomo, non Dio che diventa semplicemente “uno di noi”.

Ed è proprio qui che, negli anni, si è creata una certa confusione. Ricordo, quando lavoravo nel centro catechetico in Pakistan, quanto questo tema fosse già presente. Non era facile insegnare ai bambini la bellezza e la necessità della confessione, perché si era diffusa un’idea molto semplice: se Gesù è così vicino, allora possiamo rivolgerci direttamente a Lui, senza bisogno del sacerdote e ciò che allora vedevamo nascere in un contesto preciso… oggi è diventato un modo di pensare molto più diffuso.

E questo non riguardava solo i sacramenti, ma anche il modo di pregare. Sempre più spesso si sentiva dire che bastava rivolgersi a Lui semplicemente come “Gesù”, perché, essendo così umano e così vicino, non c’era più bisogno di riconoscerlo come “Cristo” o come “Signore”. Si cercava una relazione più immediata, più spontanea… ma, senza accorgercene, qualcosa si perdeva.

Perché nella fede nulla è casuale. I nomi con cui ci rivolgiamo a Dio esprimono ciò che crediamo di Lui. Dire “Gesù Cristo, mio Signore” non è una formalità, ma una professione di fede. È riconoscere la sua identità, la sua autorità, la sua divinità. Quando questo linguaggio si svuota, lentamente si svuota anche la coscienza della fede.

Negli anni ho visto questo cambiamento crescere, quasi senza che ce ne accorgessimo e le conseguenze sono reali. Il senso del sacro si è affievolito. Possiamo anche cercare di negarlo, ma basta guardare alla nostra vita: al modo in cui viviamo l’Eucaristia, al rapporto con i sacramenti, al silenzio davanti a Dio… qualcosa si è indebolito.

E qui tocchiamo il cuore della questione, che è profondamente teologica. La fede cristiana non è semplicemente la fede in un Dio vicino, ma la fede nel Verbo incarnato, vero Dio e vero uomo, inseparabilmente uniti nella Persona di Cristo. Questa è la base stessa della cristologia: non possiamo separare ciò che Dio ha unito. «In lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9). Non possiamo fermarci a un Gesù che ci somiglia, dimenticando che Egli è il Figlio eterno del Padre.

San Giovanni Battista ci dà una chiave fondamentale per comprendere questo equilibrio. Davanti a Gesù dice: «Io non sono degno di slegare il laccio dei suoi sandali» (Gv 1,27). Giovanni lo vede, lo incontra, gli è vicino… eppure riconosce la sua infinita grandezza. Questa “indegnità” non è distanza, ma verità. È il segno che la vicinanza non cancella la sacralità.

Ed è proprio questo che oggi rischiamo di perdere. Siamo immensamente fortunati ad avere un Dio che non è rimasto lontano, ma è sceso dal Cielo per stare in mezzo a noi. Non un Dio irraggiungibile, ma un Dio che si è fatto carne. Ma proprio perché è così vicino, rischiamo di ridurlo troppo. Di renderlo così umano… da dimenticare che è Dio e quando questo accade, smettiamo di adorare.

Questo modo di “minimizzare” Cristo si manifesta concretamente. Quando la fede diventa solo emozione e non conversione. Quando si pensa di non aver bisogno dei sacramenti. Quando si scelgono solo le parole del Vangelo che consolano, evitando quelle che chiedono sacrificio. Quando la Croce diventa troppo. «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34). Non si può accogliere Cristo senza la Croce.

Ridurre Gesù alla sola sua umanità è pericoloso perché cambia il centro della fede. Non è più Cristo che forma noi, ma siamo noi a ridurre Cristo a ciò che comprendiamo e accettiamo. E così, lentamente, mettiamo al centro noi stessi. I nostri sentimenti diventano la misura e questo, anche se non lo chiamiamo così, è una forma sottile di idolatria.

Eppure, la verità è più grande. Sì, abbiamo bisogno di sentire l’umanità di Gesù. Abbiamo bisogno di sapere che Egli è vicino, che comprende, che cammina con noi. Ma non fino al punto da dimenticare la Sua divinità. Perché è proprio perché è Dio che la Sua umanità salva. Senza la Sua divinità, non resta più il Redentore.

I santi questo lo avevano compreso profondamente. San Pio da Pietrelcina viveva ore in adorazione silenziosa. San Tommaso d’Aquino si inginocchiava davanti al Mistero. Santa Caterina da Siena chiamava Cristo “dolce Gesù”, ma viveva una totale appartenenza a Lui. Più si avvicinavano a Cristo, più cresceva in loro il senso del sacro.

Forse è proprio questo che oggi dobbiamo riscoprire. Non si tratta di scegliere tra un Gesù vicino e un Gesù divino. Si tratta di custodire entrambe le verità, senza separarle. Perché è proprio questa unità che rende la nostra fede vera.

E allora questa riflessione è prima di tutto per me. Perché ogni volta che rischio di fermarmi a un Cristo “troppo umano”, devo ricordare chi Egli è davvero. Non è solo una questione di sensibilità spirituale… è una questione di verità cristologica. Un Dio che si è fatto vicino, sì… ma che resta sempre il Santo, il Signore, Colui davanti al quale il cuore non può fare altro che inginocchiarsi, adorare… e lasciarsi trasformare.
Zarish Imelda Neno

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