Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

martedì 16 dicembre 2014

17 dicembre, Torino, Mercoledì delle Quattro Tempora di Avvento

Associazione Cardinal G. Saldarini 
per la liturgia latino-gregoriana “Summorum Pontificum”
(Coetus fidelium stabiliter existens ex art. 5 M.P. Summorum Pontificum
et art. 15 . Instr. Universae Ecclesiae
)
Chiesa dell'Arciconfraternita della Misericordia
Via Barbaroux, 41, Torino

Santa Messa cantata nella forma tradizionale del Rito Romano 
(Messale 1962 - latino gregoriano)
Mercoledì delle Quattro Tempora di Avvento

17 dicembre 2014, ore 19: S. Messa cantata 
Celebrante: rev. don Giovanni Falchero

Programma musicale della celebrazione:

Proprio salmodiato - kyriale delle ferie di avvento e di quaresima - Parce Domine (responsorio) - Rorate coeli (responsorio) - Alma Redemptoris Mater (antif. simplex)

Per ulteriori informazioni si rinvia alla pagina facebook dell'evento (accessibile senza registrazione):
https://www.facebook.com/events/1442070899370794/

Don Curzio Nitoglia. APOCALISSE 1° - BREVE COMMENTO AL CUORE DELL’APOCALISSE

È il primo dei commenti dedicati da Don Curzio Nitoglia - che ringrazio per averceli messi a disposizione - ai capitoli centrali dell'Apocalisse.
Riepilogo dei testi: parte 1a - parte 2a - parte 3a - parte 4a - parte 5a

Introduzione 

In questi tristissimi tempi, che non mi sembra esagerato definire apocalittici, mi pare opportuno porgere al lettore un commento semplice, ma fondato, dei capitoli centrali dell’Apocalisse (XI-XIII, XIX-XX), i quali riguardano le vicende delle ultime persecuzioni che si scateneranno verso l’avvento del regno dell’anticristo finale.

Mons. Antonino Romeo scrive che “gli episodi grandiosi dei due testimoni  (cap. XI) e della donna che si innalza mentre il dragone precipita (cap. XII) sembrano senza nesso coll’intero Libro dell’Apocalisse. In realtà costituiscono le scene simboliche centrali su cui s’impernia il dramma dell’Apocalisse” (La Sacra Bibbia, sotto la direzione e curata da Salvatore Garofalo, Il Nuovo Testamento, vol. III, Torino, Marietti, Casale Monferrato, 1960, L’Apocalisse, commentata da A. Romeo, p. 800, nota 1); altrettanto centrali sono i capitoli su la Bestia del mare e della terra (cap. XIII), sul regno dell’anticristo (cap. XIX), la disfatta di satana e il regno millenario (cap. XX). È solo su questi capitoli che mi soffermerò nella presente serie di articoli.

lunedì 15 dicembre 2014

Mons. Luigi Negri. La crisi (della) nella Chiesa, il bisogno della santità

Riprendo da La Bussola quotidiana [qui], su segnalazione di una lettrice, che ringrazio.
Il testo, pubblicato di seguito a questa introduzione, è di un recente intervento di Mons. Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara Comacchio. Una delle voci sane.
Le stessa lettrice è colpita dai riferimenti sempre e solo a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI, mentre il papa attuale è citato solo per una (inascoltata e comunque abbastanza inutile, visto che dovrebbe dare lui l'esempio, ma questo Negri, forse per pudore, non lo dice) esortazione ai vescovi italiani a denunciare il gender e ad opporvisi efficacemente. Per il resto Negri lamenta che la Chiesa è stata data in pasto ai media... Un po' la solita musica di molti conservatori1, perché non si tiene conto che mancano le necessarie rettifiche e soprattutto che persiste l'uso di un linguaggio approssimativo e tranchant insieme ad atti rivoluzionari di per sé e non soltanto in base all'interpretazione del media.
Ma il cuore dell'articolo è una chiara presa di posizione contro la Chiesa del dialogo come fine e non come mezzo di evangelizzazione. Negri in sostanza afferma il contrario delle strane idee che il papa propala. Significativo anche il richiamo alla celebre affermazione Paolo VI/Guitton, ahinoi assai profetica (come se non avesse contribuito anche lui) sul pensiero non cattolico che diventa predominante nella Chiesa ma non potrà mai essere il pensiero della Chiesa.
Che queste cose le dica apertamente un vescovo ciellino, postconciliare, seguito da molti, appare un'ottima cosa: un segnale lanciato a "qui habet aures...", cioè agli altri vescovi e ai laici perché aprano gli occhi.

Effetto Francesco: “tirannia democratica” contro i dissenzienti

Dal blog Settimo cielo di Sandro Magister [qui], il testo che segue con cui Pietro De Marco, professore emerito di sociologia della religione all’università di Firenze e alla facoltà teologica dell’Italia centrale, si unisce al coro dello sconcerto in ordine all'attuale situazione ecclesiale.

Il clima del pontificato e una nuova voglia di bastone

Mi raccontano questo caso recente, sintomatico del clima cattolico che sta affiorando: da una storica associazione fiorentina di volontariato, mesi fa sono stati espulsi dei membri perché accusati di criticare papa Bergoglio.

Sembra che le prove siano state ottenute penetrando nel social network ove essi dicevano, magari gridavano, il proprio dissenso. Un’espulsione senza processo né confronto, invocando articoli statutari inaccessibili agli accusati.

Anche da altri ambienti toscani arrivano segnali di una disponibilità ad atti sanzionatorii contro atteggiamenti “tradizionali”, atti mai rivolti, in passato, contro idee e comportamenti realmente antistituzionali quando non eversivi del rito e del dogma. Chi ha vissuto nella Chiesa ricorda anzi la scoperta ostilità, per decenni, di precisi ambienti e persone contro papa Wojtyla o papa Ratzinger, nella tolleranza dell’autorità cattolica (che si trattasse di vescovi o di dirigenti dell’associazionismo laicale) formalmente allineata con Roma. Singolare che tale allineamento, allora inerme, si eserciti ora in una pugnace difesa del papa regnante solo per colpire ambienti e individualità ortodosse.

Il Patriarca caldeo propone tre giorni di digiuno per chiedere che i rifugiati ritornino alle proprie case

Nel suo messaggio, il Patriarca Sako si dice certo che “Cristo ascolterà le nostre preghiere”, e cita le parole di Gesù riportate nel Vangelo di Matteo: “Questa razza di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno” (Mt 17,21). 
Baghdad (Agenzia Fides - 12/12/2014) – Digiuno, preghiera e penitenza nei tre giorni che precedono il Natale, e l'invito a rinunciare a feste con musica e balli in occasione delle feste natalizie e del Capodanno: sono questi i gesti di penitenza che il Patriarca Louis Raphael I propone a tutti i fedeli della Chiesa caldea per invocare la liberazione di Mosul e della Piana di Ninive e per manifestare vicinanza concreta e solidale a tutti i profughi iracheni, costretti a abbandonare le città e i villaggi caduti sotto il controllo dei jihadisti dello Stato Islamico (IS). “Nel tempo di Avvento – scrive il Primate della Chiesa caldea in un messaggio pervenuto all'Agenzia Fides – ci si prepara al Natale con il digiuno, la preghiera, la penitenza e le opere di carità. E soprattutto quest'anno – aggiunge il Patriarca - noi viviamo qui e ora in attesa della sua venuta nelle nostre vite e nelle nostre case, mentre il nostro Paese vive circostanze tragiche e dolorose”.
Per questo S. B. Louis Raphael I Sako chiede “a tutti i figli e a tutte le figlie” della Chiesa caldea di praticare il digiuno stretto da lunedì 22 fino alla sera del 24 dicembre, per invocare dal Signore il dono della liberazione di Mosul e della Piana di Ninive, così che tutti i rifugiati possano “ritornare in sicurezza alle proprie case, al proprio lavoro e alle proprie scuole”. Nel suo messaggio, il Patriarca Sako si dice certo che “Cristo ascolterà le nostre preghiere”, e cita le parole di Gesù riportate nel Vangelo di Matteo: “Questa razza di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno” (Mt 17,21).
Inoltre il Primate della Chiesa caldea suggerisce ai cristiani di non organizzare feste con musica e balli in occasione del Natale e del Capodanno. Invita piuttosto tutti a sostenere iniziative di solidarietà concreta rivolte ai fratelli che si trovano nell'emergenza. “ho potuto toccare con mano la loro croce pesante e dolorosa” aggiunge il Patriarca, facendo riferimento anche alla sua recente visita ai profughi che hanno trovato rifugio nella città di Amadiya, e invita tutti ad aiutare e confortare quelli che vivono in simili situazioni di emergenza, invece di spendere energie e risorse nell'organizzazione di “concerti rumorosi”. (GV) 

domenica 14 dicembre 2014

E.M. Radaelli sul plurale maiestatis papale

Rilevavo ieri, dalle parole del papa sui Linementa per il Sinodo 2015, lo slittamento dal plurale maiestatis papale al plurale sinodale [qui]. Uno slittamento non da poco, se il primo riguarda un "Noi" che raccoglie misticamente l'Io di Cristo, cioè di Dio, e l'Io del suo Vicario e di tutti quelli che lo hanno preceduto e lo seguiranno mentre il secondo dice un "noi" che parifica il Vicario di Cristo al Collegio dei vescovi.
Mi sono ricordata che E.M. Radaelli ne ha parlato nel suo ultimo libro La Chiesa ribaltata [qui] e ne estraggo le parti relative (pagg. 60-68). Le riporto di seguito, per approfondire e condividere. 

(§ 19, p. 60-1). SUL PARTICOLARE E SPECIFICO 
PLURALE MAIESTATIS PAPALE.

Il plurale maiestatis, va ricordato, è quella figura retorica introdotta nella prassi del governo ecclesiastico nel IV secolo da quell’accorto Pastore che fu Papa san Damaso I (366-84), attraverso la quale un Sommo Pontefice ricorda (a se stesso, oltre che all’universo di fedeli cui si rivolge) che la propria locuzione di Dottore della Chiesa universale non germina unicamente dal proprio cuore, ma lo fa in unione intenzionale con il Dottore e Maestro soprannaturale della Chiesa, il Signore nostro Gesù Cristo, di cui egli è per sua grazia Vicario, così da dover necessariamente pronunciare un “Noi” che raccoglie misticamente, cioè realmente pur se non fisicamente, due Io: l’Io proprio e l’Io di Cristo, cioè di Dio.
Non solo: ma, rappresentando ed essendo la propria vicarietà in continuità temporale ininterrotta, tale da garantire la continuità di insegnamento veritativo come fosse un solo e unico insegnamento malgrado la sua estensione nei secoli e nei millenni, la sua locuzione ha per soggetto un “Noi” che raccoglie, oltre l’Io di Cristo e l’Io proprio, anche gli “Io” di tutti i Papi che quel singolo Io hanno preceduto e seguiranno, così da raccogliere la somma Autorità dei cento e cento Papi in un solo “Noi” puntiforme, che fa e che dà unità di voce all’universo intero in unione al suo Creatore.

"Queering" La Chiesa

Mundabor è un blog dallo stile indubbiamente 'graffiante'; ma molto efficace, come verificabile [qui] anche dall'articolo che riporto di seguito.
Con un po' di difficoltà con certi termini, icastici, difficilmente traducibili in tutta la loro allusiva contundente polisemia (in quanto portatori di più significati). Mi è difficile trovare l'equivalente italiano di "queering", quando per queer si può intendere: 'bizzarro', 'guasto', 'omosessuale', 'strano', insieme a 'rovinare' e 'sciupare'. E ditemi voi se tutto questo non si attaglia perfettamente alla situazione attuale.
Neppure noi avevamo mancato, in altre occasioni, di parlare di devirilizzazione della liturgia e del sacerdozio [qui].
Difficile per me esprimerlo così pubblicamente, ma siamo arrivati a livelli davvero insostenibili e mai ipotizzabili. E dunque, sull'onda di Mundabor, mi permetto di aggiungere un pensiero che mi frulla nella testa da diverso tempo: come possono molti di costoro, ormai capillarmente entrati anche ad alto livello nelle strutture ecclesiali, capire e insegnare cos'è il matrimonio tra uomo e donna? [1] E anche: come possono allinearsi a loro molti altri? Forse perché, pur avendo in comune il genere homo (non omo), non hanno sviluppato le doti del vir [2]? Alcune delle quali possono essere declinate anche al femminile (ma questo è un altro discorso che non riguarda né la liturgia né il sacerdozio ma il porsi di fronte alla realtà delle cose).
Aggiungo che lo sfaldamento della Chiesa è lo stesso che si riscontra nel "resto del mondo", la stessa crisi dell'Autorità è la crisi del "padre" contestato e non rispettato. È la crisi dell'uomo svirilizzato. Colpa del padre-padrone forse? Ma la figura paterna (come quella materna) non sono sostituibili da nessun surrogato o scimmiottatura. E i rispettivi ruoli vanno riscoperti nella loro autentica e originaria complementarietà. La Chiesa doveva solo conservare la sua identità rinnovandosi e preservando la sua funzione educatrice, santificatrice e di guida, insostituibile affinché i fedeli (uomini e donne) possano raggiungere la reciproca pienezza di umanità. Lo sfaldamento che la Chiesa vive è tale proprio perché ha lasciato entrare troppo mondo (col famoso "ottimismo a priori" antropocentrico, che ha estromesso il Soprannaturale e che si è insinuato fin da quel fatidico "Gaudet Mater Ecclesia... [qui]), e lasciato agire meno il Signore... (M.G.)
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1. Senza escludere che possano esserci persone con tendenze omosessuali che, avendole sublimate, possano parlare con accenti di grazia e verità.
2. In latino, sia vir che homo significano "uomo", ma homo può indicare anche l'essere umano in generale. Vir riguarda l'uomo: "virile", virtuoso, serio, estraneo al sentimentalismo (attenzione: non al "sentimento", ma al "sentimentalismo") maschio ed eroe, capace di sacrificarsi, desideroso di darsi una disciplina, di sacrificarsi per un bene più alto, pronto anche al martirio. Per questo il sacerdote non può essere che vir.

Aggiornamento: Aggiungo una riflessione scaturita questa mattina dalla partecipazione alla Santa Messa della Domenica Gaudete presso la Cappella di Santa Caterina a Via Urbana a Roma, gremita fino all'inverosimile. Mai visto tante persone anche in piedi in ogni spazio utile in fondo alla sala. (Era oltre un anno che non andavo di domenica).
Ebbene, le Messe Festive della Fraternità sono accompagnate dal coro in Gregoriano delle Suore del Priorato di Albano. Sia la celebrazione in sé che i canti mi fanno dire - non con sentimentalismo ma con i sensi spirituali ben desti - : da Paradiso! Naturalmente l'intonazione è sempre del celebrante, oggi don Emmanuel du Chalard, il quale non ha fatto mancare una 'sapiente' cantillazione delle letture e di quelle formule che la richiedono.
Nota finale: i molti bambini, anche piccolissimi, presenti insieme ai loro genitori erano certamente abituati, ma erano semplicemente 'rapiti', visto che non si sono fatti sentire... E la celebrazione è lunga, a partire dall'Asperges iniziale, oltre che solenne.
Dunque, se è vero quel che dice Mundabor sul Gregoriano, ma evidentemente in particolare al brano cui si riferisce, che è musica scritta da un uomo, e pensata per essere cantata da uomini, così com'è sacrosantamente vero quanto attiene al sacerdote, vir, ho trovato il senso del soave e spiritualissimo (e per nulla sdolcinato) canto delle suore, che mi ha fatto venire in mente anche analoghe celebrazioni animate dal coro angelico delle Francescane dell'Immacolata. E lo esprimo qui, servendomi di una riflessione di padre Richard G. Cipolla nell'articolo già citato sopra.
All'interno della Liturgia il sacerdote è padre che annuncia pronuncia e confeziona la Parola in modo che la Parola possa divenire Cibo per coloro che si trovano all'interno di quella suprema attivazione dell'Ecclesia che è la liturgia. È il sacerdote che offre Cristo al Padre ed è questo l'atto che contiene il ruolo distintivo di cosa significhi essere un sacerdote. Pertanto la paternità del sacerdote rende il suo ruolo distinto non solamente in funzione della sessualità ma anche ontologicamente. Il sacerdote sta in pedi di fronte all'altare in persona Christi, cioè in persona Verbi facti hominem, non semplicemente come homo, parola che trascende la sessualità, ma in persona Christi viri : nel senso homo factus est ut fiat vir, ut sit vir qui destruat mortem, ut sit vir qui calcet portas inferi : Dio si è fatto uomo in modo da poter essere quell'uomo-eroe che avrebbe distrutto la morte e schiacciato sotto il suo piede le porte dell'inferno. Mentre il popolo radunato in Assemblea nella liturgia si colloca in una relazione mariana nei riguardi della liturgia: attenzione, apertura, ponderatezza, attesa di essere riempiti.
Ed ecco perché ai Communicantes appartengono anche voci muliebri.

sabato 13 dicembre 2014

Mons. Fellay benedice il Presepe presso il Parlamento Europeo

Non nasce come un fungo, ma è un'iniziativa, quella del Presepe presso il Parlamento europeo a Bruxelles, ormai pluriennale, promossa da Civitascon la collaborazione dell'eurodeputato Mario Borghezio il quale, ricorrendo nel 2014 il centenario della morte di San Pio X, ha proposto ad un vescovo della FSSPX di benedirlo. Invito cui ha risposto Mons. Fellay. Questo particolare lo apprendo da Medias-presse [vedi]. Alla benedizione hanno assistito diversi eurodeputati francesi, inglesi, greci, portoghesi e italiani. Il testo che segue è preso dal sito del Distretto italiano della Fraternità [qui].
Il 9 dicembre 2014 su iniziativa di Civitas un presepe è stato allestito presso il Parlamento europeo a Bruxelles; mons. Fellay, Superiore generale della Fraternità San Pio X, ha voluto andare personalmente a benedirlo alla presenza di alcuni deputati europei, assistenti parlamentari e funzionari, nonché di alcuni ospiti esterni presenti per l’occasione.
Alain Escada, presidente della Civitas, ha brevemente preso la parola per ricordare che il Bambino Gesù, al centro del presepe, è chiamato a governare le nazioni e che ogni potere viene da Dio; citando San Pio X egli ha ricordato che: “La civiltà non è qualcosa da inventare: essa era ed è la civiltà Cristiana, è "la città cattolica". Non si tratta che di instaurarla e di re-instaurarla sui suoi fondamenti naturali e divini”.
A sua volta il Superiore Generale della Fraternità San Pio X sì è rivolto ai presenti: “È là che tutto è iniziato, nel Presepio. È quindi naturale che i leader europei rendano omaggio al Dio che viene tra gli uomini per salvarli, Lui che è il Re dei Re. Ricordiamo ciò che disse il cardinal Pie (a Napoleone III): “Se non è arrivato il momento per Gesù Cristo di regnare, allora non è giunto il momento per i governi di durare”.
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1. Civitas, movimento politico francese, ispirato al diritto naturale e alla dottrina sociale della Chiesa, che raggruppa laici cattolici impegnati per l'instaurazione della Regalità sociale di Cristo sulle nazioni e i popoli in generale, sulla Francia e i francesi in particolare.

Divagazioni evangeliche su dottrina e pastorale

Riprendo dal blog La fede dei nostri padri [qui] la chiara e completa esposizione che segue sui rischi della nuova pastorale rivoluzionaria in ragione dell'autentico significato e valore della dottrina. 
Mi permetto di aggiungere, in nota, una riflessione basilare sulla "fusione delle fonti" introdotta dal concilio. Fusione in cui certamente l'Autore di questo testo non cade; ma la citazione della Dei Verbum mi offre lo spunto per l'ulteriore approfondimento che può essere utile a tutti.

Abbiamo già accennato altrove alla presunta divisione fra dottrina e pastorale in nome della quale si sono giustificati ovunque i peggiori abusi. L’occasione di parlare di questo argomento ci è stata fornita dal recente sinodo dei Vescovi, in cui alcuni “pastori”, in nome di questo mantra post conciliare, pretendevano introdurre novità pratiche di una certa rilevanza, a loro dire “senza mutare la dottrina”.

La cosa, grazie a Dio, almeno per ora, s’è infranta sugli scogli di una opposizione trasversale di numerosi altri pastori più attenti dei primi al dettato evangelico. Tuttavia, il pericolo non è affatto scampato, ma solo rimandato di un anno, al prossimo sinodo. Per questo crediamo importante continuare l’approfondimento del tema, onde offrire a tutti i fedeli alcuni sicuri punti fermi cui aggrapparsi in giorni di grande confusione come quelli che stiamo vivendo, punti fermi oseremmo dire “irremovibili” perché posti sullo stesso fondamento che è Cristo e, come ci ricorda san Paolo, nessuno può porre un fondamento diverso (Cf 1Cor 3, 11).

Dal plurale maiestatis al plurale sinodale

Da un excursus esteso oltre confine per cogliere l'eco delle vicende del Sinodo in prospettiva, rilevo la voce di Edward Pentin, il quale afferma, sul National Catholic Register, che il documento che consegna i Lineamenta 2015 solleva ulteriori preoccupazioni sullo svolgimento dell'attività sinodale. Egli rimarca come non ci sia stata alcuna conferenza stampa, come di consueto, mentre il documento è apparso inaspettatamente il 9 dicembre  nel sito del Vaticano, e quindi solo in italiano. Pertanto ai giornalisti non è stata data alcuna possibilità di porre domande sul documento, il cui testo inglese è stato pubblicato in inglese il 12 dicembre.
Egli sottolinea anche la dichiarazione della Segreteria del sinodo, nel presentare il questionario connesso, formulata nei seguenti termini:
Le domande che si propongono di seguito, con riferimento espresso agli aspetti della prima parte della Relatio Synodi, intendono facilitare il dovuto realismo nella riflessione dei singoli episcopati, evitando che le loro risposte possano essere fornite secondo schemi e prospettive proprie di una pastorale meramente applicativa della dottrina, che non rispetterebbe le conclusioni dell’Assemblea sinodale straordinaria, e allontanerebbe la loro riflessione dal cammino ormai tracciato. [vedi]
Noto che la dichiarazione sconfessa apertamente il ricorso ai riferimenti dottrinali che la Chiesa dovrebbe custodire e porsi come fondamenti per ogni impegno magisteriale e conseguentemente pastorale. Una dichiarazione così esplicita e sconcertante che tra l'altro dà per scontate le conclusioni di un evento ancora in itinere dal cammino già tracciato e per di più difformi da mere applicazioni dottrinali. Una dichiarazione che ad esempio il cardinal Burke non avallerebbe: ma lui è stato messo fuori gioco... E gli altri? Nessuno trova da ridire?

Quanto a Pentin, ritiene sia giocoforza esprimere legittimi dubbi sia rispetto alle questioni che, come notavo ieri, sono state fatte rientrare dalla finestra dando loro lo stesso peso nell'ambito della discussione nonostante i voti contrari1, che rispetto alle altre materie.
E così dalla sua citazione scopro anche che Radio Vaticana offre un'ampia sintesi del vero Sinodo raccontato dal papa durante l'Udienza generale di ieri [vedi]. E qui viene il bello, cioè il solito problema nascosto tra le pieghe del discorso confidenziale. Cito dalla conclusione del discorso in parte riportata anche dal NCR:
 “Dobbiamo sapere - ha concluso il Papa - che il Sinodo non è un parlamento, viene il rappresentante di questa Chiesa, di questa Chiesa, di questa Chiesa… No, non è questo. Viene il rappresentante, sì, ma la struttura non è parlamentare E’ totalmente diversa. Il Sinodo è uno spazio protetto affinché lo Spirito Santo possa operare; non c’è stato scontro tra fazioni, come in Parlamento, quello è lecito in un Parlamento, ma un confronto tra i Vescovi, che è venuto dopo un lungo lavoro di preparazione e che ora proseguirà in un altro lavoro, per il bene delle famiglie, della Chiesa e della società. E’ un processo, è il normale cammino sinodale. Ora questa Relatio torna nelle Chiese particolari e continua in quelle Chiese il lavoro di preghiera, riflessione e discussione fraterna al fine di preparare la prossima Assemblea. Questo è il Sinodo dei Vescovi. Lo affidiamo alla protezione della Vergine nostra Madre. Che Lei ci aiuti a seguire la volontà di Dio prendendo le decisioni pastorali che aiutino di più e meglio la famiglia. Vi chiedo di accompagnare questo percorso sinodale fino al prossimo Sinodo con la preghiera. Che il Signore ci illumini, ci faccia andare verso la maturità di quello che dobbiamo dire a tutte le Chiese come Sinodo.
Ed è proprio in questa conclusione che mi colpisce il nuovo che avanza al galoppo. E qui, amici miei, non è star lì a fare le pulci alle parole del papa. Qui è rendersi conto che le parole del papa declinano un nuovo paradigma. E ne conseguono dei fatti: le decisioni pastorali che, da quanto è dato legittimamente supporre, salvo adeguate augurabili resistenze, avanzeranno nelle paludi dell'arbitrio. Da qui l'ovvio parallelo sul passaggio dal plurale maietastis - espressione di un rigore religioso prima che intellettuale - al plurale sinodale. Alla faccia del primato petrino. Si tratta del completamento della parabola partita dall'accentuata bonomia e dalla falsa benignità impresse al magistero della Chiesa da Papa Giovanni XXIII e dell'ottimismo a priori inaugurato dalla Gaudet Mater Ecclesia [qui] sfociata nell'attuale magistero liquido2
Non intendo affermare che il Papa debba tornare al 'plurale maiestatis'; ma l'essenza del primato non tollera il plurale sinodale, che non ha come soggetto il Papa ma un'assise di Vescovi che non ha neppure veste deliberativa, ma solo consultiva, tranne nell'eventualità prevista dall'Apostolica sollicitudo3. Ma la ratifica è sempre papale: sua è la piena e diretta responsabilità, che non è collegiale. E non può eludere il Depositum fidei.
Maria Guarini
NOTE
1. Ma il problema, più che nel dissenso, - qualunque sia la sua entità perché è vero che non si tratta nell'esercizio di una democrazia parlamentare e la Verità non è figlia del consenso -, sta nel fatto che le questioni riproposte alla pari con le altre approvate, non avrebbero dovuto affatto essere messe in discussione, perché già sancite da principi dogmatici che si vogliono scardinare [qui].
2. Un magistero non più fondato sull'oggetto-Rivelazione custodito e tramandato dal Depositum fidei, ma storicisticamente prodotto dal soggetto-chiesa e dunque mutevole a seconda dei tempi e delle contingenze, riferito ad ogni presente della storia e sganciato dalla Tradizione che, invece, è vita e giovinezza della Chiesa perché custode e garante delle verità da tutti credute sempre e in ogni luogo.
3. «Al Sinodo dei Vescovi spetta per sua natura il compito di dare informazioni e consigli. Potrà anche godere di potestà deliberativa, quando questa gli sia stata conferita dal Romano Pontefice [altro caso di "ma-anchismo"]; al quale spetta in tal caso ratificare le decisioni del Sinodo».
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[Traduzione dei riferimenti al NCR a cura di Chiesa e post-concilio]