giovedì 21 aprile 2011

Puntualizzazioni e rettifiche su una "anatomia" del movimento nato da mons. Lefebvre allargata all'orizzonte Tradizionalista

Su Liberal del 20 aprile 2011 è apparso un articolo di Francesco Iacobini che, sotto il titolo L'ingratitudine di Lefebvre, condensa in una analisi ad ampio raggio lo status questionis che viene esteso all’intero ambito di credenti che amano la Tradizione, peraltro ricondotto – sommariamente e impropriamente – sotto la voce “lefebvrismo”. Le riflessioni non sono per nulla superficiali ed affrettate come quelle cui siamo purtroppo abituati. Dimostrano, anzi, una buona conoscenza dei temi trattati; ma vi ho trovato delle ‘distorsioni’. Per questo motivo ritengo di dover aggiustare il tiro, riconducendo alcune affermazioni in termini più rispondenti alla realtà di ciò che accade nella e alla Chiesa cattolica, attraverso una lettura ragionata dei punti salienti del testo.

Credo che le vicende di questo nostro tempo non sono altro che il ‘precipitato’ di spinte recenti e lontane che sembra abbiano preso il sopravvento. E quindi, parliamone, al fine di fare chiarezza in mezzo al mare magnum di incertezze e anche di equivoci, più o meno consapevoli, dei quali viene disseminata l’informazione, oggi particolarmente focalizzata da più versanti sul fenomeno del mondo Tradizionale, fin troppo variegato e diviso, ma sempre meno disposto a lasciarsi ridurre al silenzio.

Iacobini prende le mosse dalla più nota e raccontata “tra tutte le contestazioni di epoca contemporanea contro il vertice della Chiesa Cattolica” quale “quella messa in atto dal vescovo francese Marcel Lefebvre e dai suoi seguaci, sfociata nella scomunica comminata nel 1988 alla loro Fraternità San Pio X”. Mentre è errato estendere all’intera Fraternità la scomunica comminata a Mons. Lefebvre ed ai vescovi da lui ordinati, le ragioni della contestazione vengono individuate nelle “complessità e problemi del Concilio e del post-concilio; negli effetti del ’68, cattolico e non; nel fatto che questa contestazione sia provenuta “da Destra”, in nome della Tradizione e della Chiesa tridentina” e se ne coglie “il paradosso che la critica alla “protestantizzazione” della Chiesa si sia risolta in una insubordinazione verso l’autorità di Roma e il Papa”.

Non credo del tutto corretto applicare alla Chiesa ed alle sue vicende categorie come “destra”, perché non possiamo dimenticare né accantonare neppure per esigenze di analisi rigorosa e di ampio respiro, la sua componente Soprannaturale, il Mistero della sua natura Teandrica, insito nella Persona del Figlio di Dio fatto uomo, Morto e Risorto per noi Asceso al Cielo e datore del suo Spirito, di cui la Chiesa è portatrice, custode e testimone fino alla fine dei tempi. Inoltre non può essersi consumata una piena insubordinazione verso l'autorità di Roma e il Papa, dal momento che ai vescovi non è stata attribuita alcuna giurisdizione (spettante appunto al Papa) e che ogni messa della Fraternità viene celebrata "una cum" il Papa.

Quindi, se “la crisi lefebvriana è stata ed è uno specchio, talvolta anche rovesciato, dei problemi e delle lacerazioni che il cattolicesimo ha vissuto e affrontato nel secondo Novecento, tra dinamiche di aggiornamento, sforzi di fedeltà e inedite rivendicazioni”, non è detto e non è esatto che essa debba essere considerata tout court una lotta “sin dagli inizi delle assise conciliari contro le tendenze modernizzatrici della maggioranza” realizzata attraverso l’adesione “alle organizzazioni e ai circoli del gruppo conservatore”. Non mi risulta che Mons. Lefebvre abbia ricusato l’intero concilio né durante il suo svolgimento né dopo la sua conclusione, anche se le sue perplessità non potevano non polarizzarsi su questioni sulle quali lo stesso Iacobini mette l’accento come cause del dissenso, quali: “la dottrina sulla libertà religiosa, il rapporto con i non cristiani e i non credenti, le fonti della Rivelazione e i metodi di studio e interpretazione della Sacra Scrittura, l’ontologia della Chiesa (“Società perfetta”o “Popolo di Dio”), la liturgia, i nuovi catechismi, le ipotesi collegiali e partecipative del governo ecclesiastico”.

Mentre mi stona immediatamente l’antitesi tra “Società perfetta” o “Popolo di Dio” – di cui parlerò altrove – vorrei stornare subito l’attenzione dalle “adesioni ad organizzazioni e circoli conservatori”. Penso non debba destare meraviglia che nel delinearsi delle prime reazioni tra chi appariva più consapevole di cosa stava accadendo, possano esserci stati dei contatti da più parti con Mons. Lefebvre. Per quanto è a mia conoscenza escludo che questi contatti si siano intessuti di azioni comuni, tra cui può ravvisarsi il famoso Breve esame critico Ottaviani Bacci, o siano andati più in là di un confronto fuggevole. Nella sua esperienza di Pastore Lefebvre ha sempre perseguito senza cedimenti e con ferma costante coerenza, due obiettivi fondamentali:
  1. preservare il Credo cattolico, la Verità custodita e sempre trasmessa dalla Chiesa dalle idee demolitrici che si andavano sviluppando ed imponendo e
  2. formare una “milizia di sacerdoti selezionati, preparati intellettualmente e dottrinalmente, pienamente consapevoli del proprio stato, responsabili della propria missione e in grado di curare le anime sulle orma dei santi della Chiesa” [Cristina Siccardi, Marcel Lefebvre. Nel nome della verità, Sugarco 2010].
Al di là di questi aspetti più o meno noti ed anche al di là degli ambiti organizzativi, circoli o gruppi vari in campo, credo sia arrivato il momento di riconoscere che il fenomeno legato a chi si riconosce nella Tradizione - non quella Conciliare ma quella Perenne, che comprende anche quella conciliare nella lettura in ‘continuità’ asserita da Benedetto XVI -, non può essere ricondotto ad un generico “lefebvrismo implicito, rimasto nel seno della Chiesa e diffuso ai suoi diversi livelli”. E’ un fenomeno che riguarda anche la generazione attuale e che, pur se può individuare nella FSSPX dei punti di riferimento, trova la sua ragion d’essere in quella Fedeltà alla Chiesa di Sempre ed al Santo Padre, che prescinde dal Concilio -e dagli altri fattori che vi si intersecano- in qualche modo lo precede lo comprende nella sua giusta dimensione e lo supera per andare oltre. Una fedeltà che prescinde anche da organizzazioni di vario genere o commistioni “da destra” o da ogni altrove. Una fedeltà che ha trovato nuove adesioni anche grazie al Motu Proprio Summorum Pontificum del 2007, strumento della Provvidenza di cui non ringrazieremo mai abbastanza Benedetto XVI, che ha sdoganato - anzi dissepolto - un tesoro ineguagliabile nel quale “l'incenso e i vecchi merletti” degli stereotipi coniati da altri commentatori sono un pulviscolo in una vena aurea dalle profondità insondabili che ha la sua Sorgente nel costato trafitto del Signore...

L’autore sostiene che “Marcel Lefebvre veniva a costituirsi come la punta di un iceberg ben più esteso, con la differenza data dal suo temperamento e dal suo carattere, che lo portarono nel giro di un breve tempo, negli anni successivi alla conclusione del Vaticano II, a trasformare il proprio dissenso in una autentica dissidenza”.

Un’affermazione come questa è molto riduttiva, sia delle ragioni all’origine della sofferta e drammatica decisione di Mons. Lefebvre che del dissenso costituito dal resto dell’iceberg. Non è un fatto umorale o temperamentale quel che ha indotto Mons. Lefebvre all’atto cosiddetto scismatico né vi sono state unicamente “complici le tensioni portate dal ’68 anche in ambito ecclesiale, con polarizzazioni, abbandoni e indebolimento di molti capisaldi tradizionali”, fattori indubbiamente presenti ed entrati certamente in campo. La vera ragione di un atto così estremo è la preservazione della Fede cattolica dalle commistioni che tuttora ne oscurano alcuni fondamenti. E' anche riduttivo affermare che “Lefebvre divenne il punto di riferimento di diversi ambienti nostalgici del vecchio ordine, un universo peraltro non privo di risorse, crediti e capacità di attrarre giovani vocazioni in anni di crisi”. Infatti la Fraternità Sacerdotale ha le sue radici più indietro nel tempo, era già costituita e ricca di vocazioni ben prima della crisi arrivata al culmine nell’88 ed era una realtà perfettamente e luminosamente cattolica, come appurò la visita Apostolica del 1974 di Mons. Descapms e Mons. Onclin, i quali arrivarono alle conclusioni che “il Seminario è buono al 99%. L’1% negativo riguardò la celebrazione della Messa con il vecchio rito

Se è vero che “è in questo contesto [concilio e spinte selvaggiamente innovative] che egli fondò la Fraternità di San Pio X, partendo con un seminario organizzato secondo il modello tridentino a Econe, in Svizzera” e se è vero anche che “siamo agli inizi degli anni ’70”, affermare che “da quel momento in poi si assisterà a un’escalation di contrasti e prese di posizione assai critiche che opporranno la Fraternità alla Santa Sede, in una spirale ininterrotta che porterà alla scomunica del 1988 e all’unico scisma cattolico del Novecento” mi pare una visione paradossalmente riduttiva e drammatizzante insieme: riduttiva, perché appiattisce l’accaduto nel suo drammatico compimento, senza coglierne le numerose e complesse dinamiche che lo hanno preceduto accompagnato e tuttora permangono, compreso l'influsso nefasto delle forze avverse alla Tradizione perenne che non hanno mancato di condizionare quelle dinamiche; drammatizzante, per l'enfasi con cui l'evento viene definito l'unico scisma cattolico del novecento che fa vista di non conoscere né le ragioni addotte da molti studiosi per negare che si sia trattato di un vero e proprio 'scisma' né gli scismi reali ma “non dichiarati”, presenti nel panorama ecclesiale, sui quali non è possibile dilungarsi qui.

Risponde a verità che “oltreché sul catechismo e sull’interpretazione delle Scritture, la lotta di Lefebvre si focalizzò soprattutto sulla riforma liturgica e sulla “nuova” Messa promulgata da Paolo VI. Il contrasto mostrava, ben oltre il proprio perimetro, come la liturgia fosse (sia) non tanto e non solo una disciplina dei culti e dei riti, ma l’espressione fondamentale del credere (lex orandi e lex credendi, si dice) e la forma basilare dell’autocomprensione della Chiesa.” Ben detto e ben argomentato, ma aggiungervi che “la vicenda Lefebvre, inoltre, non fu priva di inevitabili collegamenti politici con settori della Destra autoritaria francese e internazionale”, di fatto snatura l’evento e sposta l’attenzione da una motivazione profondamente teologale su risvolti di natura politica, che aprono scenari di marginalità e di diffidenza di tutt’altro ‘sapore’ rispetto ad una decisione che, pur nella sua dirompente contrapposizione, definirei sapienziale, condensata nelle seguenti parole dirette da Mons. Lefebvre ai suoi seminaristi il 21 novembre 1974:
“Perciò senza nessuna ribellione, nessuna acredine, nessun risentimento noi continuiamo la nostra opera di formazione sacerdotale alla luce del magistero di sempre, persuasi di non poter rendere un servizio maggiore alla Santa Chiesa Cattolica, al Sommo Pontefice e alle generazioni future.”
Ora che, come sottolinea Iacobini, “Papa Benedetto XVI ha avviato un processo di ascolto e discernimento di tali esperienze e sensibilità” può essere arrivato il momento di “una purificazione che consenta di separare ciò che è essenziale e legittimo dal sovrappiù delle unilateralità, degli esclusivismi e degli equivoci”, la mossa di [Papa] Ratzinger viene inquadrata nella “sua grande opera di rifocalizzazione di una corretta ermeneutica cattolica, partendo dall’approccio alla storia della Chiesa e alla lettura teologica di questa storia, mostrando – soprattutto con riferimento alla memoria e all’attualità del Concilio Vaticano II, ma poi in senso più vasto e metodologico – come continuità e discontinuità non siano categorie egualmente utilizzabili sul piano ecclesiale, e come nella vicenda bimillenaria della fede cattolica non si diano nuovi inizi e ricominciamenti, ma solo sviluppi lungo una strada segnata e promessa irrevocabilmente”. Naturalmente sia l’approccio che la lettura di questi dati, pur condivisibilissimi, non vanno oltre dichiarazioni e proclami e mancano degli autorevoli asserti dogmatici, com’è a tutti problematicamente noto.

Dire che “in questa luce, […] non può esserci un passato da condannare come tale alla damnatio memoriae, come non può esserci una Tradizione “fossile” che non sia riguardata e non si arricchisca di forme nuove di comprensione e di segni del presente” sembra attribuire la qualifica di “fossile” alla Tradizione che non accetta la damnatio memoriae del passato. Giova quindi ricordare che chi difende la Tradizione autentica, è ben lontano da ‘fissismi’ o rischi di ‘fossilizzazione’, perché ciò non si addice alla Tradizione, che 'custodisce’ il “Depositum Fidei” Apostolico senza alcun tipo di fissismo, che non le appartiene in quanto essa è VIVA nel senso, riaffermato da mons. Gherardini, della “continuità evolutiva”, che esclude tutti quei criteri immanentistici impostisi, dall’Illuminismo ad oggi, sia alla filosofia che alla teologia. Gli Apostoli ci hanno lasciato quanto da Cristo hanno ricevuto ratione ecclesiae, non i carismi personali ma le verità riguardanti la Fede e la Chiesa. I Padri la chiamano Traditio Dominica o Traditio Apostolica “ lo Spirito Santo vi ricorderà tutte le cose che vi ho insegnato io” (Gv 14, 26). L’insufflatio dello Spirito [Presente nella Chiesa: dove c'è il Figlio, c'è anche il Padre e lo Spirito Santo] non ha per oggetto una o più, ma “quaecumque dixero vobis”: tutte le cose, acquisizioni sempre più approfondite, nova et vetera (Gv 16,13).

Iacobini sottolinea che i due provvedimenti: il motu proprio del 2007 e la revoca delle scomuniche del 2009 hanno “scatenato critiche e resistenze di ogni tipo dentro la Chiesa e fuori”, ma la sostanza dei problemi al di là degli episodi più eclatanti […] è rimasta sottopelle e ha a che fare ancora una volta con la visione della fede e della Chiesa, su una quantità di capitoli non trascurabile. È qui, a questo punto, che è diventato evidente come la questione lefebvriana abbia finito per trasformarsi in una sorta di alibi. Alibi anzitutto per quei settori cattolici, pienamente inseriti nella Chiesa, che mai hanno digerito i frutti del Concilio Vaticano II: in loro si è mantenuto un dubbio fondamentale, se non proprio un rigetto, circa la sostanza del Concilio, non solo sulle sue distorsioni. Mentre questa affermazione –come già dimostrato sopra- può apparire valida soltanto riguardo a gruppi e contesti marginali del mondo Tradizionista, più centrata è la seguente: “la questione lefebvriana continua a essere un alibi ancor maggiore per settori importanti di cattolici novatori e progressisti, quelli che intendono il Vaticano II come nuovo avvio, in una logica di convinta frattura col passato. E’ da questi milieu che, nel corso degli anni e con gradazioni diverse ma tutto sommato coerenti nell’ispirazione, sono provenuti orientamenti, proposte e linee di condotta volte alla progressiva rimodulazione in senso democratico della Chiesa, alla rivisitazione dello stato e dell’identità sacerdotale, a una decisa desacralizzazione. E anche su questo versante la liturgia (lex orandi e lex credendi, non dimentichiamolo) è stato il terreno del confronto e della prova, dato che l’ordine simbolico si costituisce come spazio eletto per la sperimentazione e la promozione diffusa e vissuta di una data sensibilità. La riforma liturgica postconciliare è così divenuta il punto di partenza di una serie di forzature modernizzanti, di creatività indebite, con giustificazioni altisonanti che hanno riguardato anche l’architettura sacra e che infine hanno restituito alla Chiesa un volto poco attrattivo, poco capace di evocare il Mistero e testimoniare l’Invisibile, proposto come sobrio e invece percepito troppo spesso solo come respingente se non squallido”.

Se è vero che Benedetto XVI ha sempre avuto chiaro che la disputa Tradizionalisti-Novatori si snodava lungo questi diaframmi reciproci, e che nella sua rappresentazione accentuata finiva per fornire pretesti di evasione, ciascuno a cercare quasi una propria Chiesa immaginaria, distante dalla comunione ecclesiale autentica e presa a interpretare fantomatici spiriti (del Concilio o dell’antiConcilio) più che a vivere corrette ed equilibrate realtà”, abbiamo appena analizzato, con Mons. Gherardini come il gegen-Geist (contro-spirito) non sia fantomatico ma reale e non privo di conseguenze. E se è vero anche che “oggi è sempre più chiaro, proprio grazie al coraggio e all’impegno anche solitario di Papa Ratzinger, che la vera unità della Chiesa, a partire dalla liturgia, non si conquista favorendo inclinazioni autoreferenziali, ma inserendosi nel grande insieme della comunione cattolica, riconoscendo nel magistero del Papa e dei Vescovi la guida autorevole e credibile per andare avanti, anche quando non tutte le nostre sensibilità trovano immediata accoglienza”, sarà difficile trovare la vera unità a partire dalla liturgia se dovesse essere tramontata, come recentemente affermato dal card. Canizares, la “Riforma della riforma” e in un contesto in cui agli abusi liturgici non si pone alcun freno…

E’ vero ancora che “se la primavera conciliare non fosse stata trasformata in una bollente estate di esperimenti e interpretazioni libere e talvolta irresponsabili, le spinte all’indietro e le resistenze avrebbero trovato molte meno ragioni e molti meno spazi di agibilità. Ma solo chi non conosce l’autentico culto a Dio può affermare: “Se la liturgia riformata fosse stata compresa, celebrata e vissuta nella sua autentica profondità, e se si fosse valorizzato il suo potenziale di bellezza e significato, non si sarebbe avuto un diffuso desiderio di revanche da parte dei nostalgici del rito tradizionale”. Il fatto è che i Tradizionisti conoscono fin troppo bene le differenze ed anche in profondità…

Si afferma: “Come pure è innegabile che se i lefebvriani avessero avuto un corretto senso della Tradizione, da intendersi come patrimonio dinamico vagliato dal Magistero e dalla Chiesa nel suo insieme”, che corre seri rischi di equivalere a tradizione vivente nel senso di mutevole secondo le mode del tempo gestita da una collegialità che esclude il Primato petrino, “e non come “fissità”, non si sarebbero spinti a una rottura disciplinare e a una ribellione verso l’autorità così paradossale e incomprensibile se si guarda alla loro ispirazione”. Su fedeltà che non è fissità ho già detto sopra; il resto è modernismo.

14 commenti:

Luisa ha detto...

Può forse interessare a chi legge il francese una serie di articoli pubblicati dal sito Perepiscopus, che mostrano il clima vigente nel 1988 in Francia e la posizione della Conferenza episcopale francese, edificante.
Notevole e, scusatemi, stomachevole il giudizio dei vescovi francesi sulla Santa Messa con il Rito Antico.


http://www.perepiscopus.org/summorum-pontificum/note-secrete-de-lepiscopat-francais-3

http://www.perepiscopus.org/opposition-au-pape/note-secrete-de-lepiscopat-francais-2

http://www.perepiscopus.org/opposition-au-pape/note-secrete-de-l%E2%80%99episcopat-francais-1

http://www.perepiscopus.org/opposition-au-pape/%C2%AB-monseigneur-lefebvre-on-le-poussera-au-schisme-%C2%BB

pietro ha detto...

LUISA, molte grazie, sei sempre molto gentile ora vado a leggerli, approfitto anche per farti gli auguri di Buona Pasqua.

mic ha detto...

Grazie Luisa,
conoscevo quel testo, ma lo avevo perduto insieme ad altri in uno dei tanti reset del mio pc e non sapevo come ritrovarlo.
ora l'ho salvato di nuovo!

Davvero inquietante; ma in fondo, con ciò a cui abbiamo assistito anche di recente, non ci desta alcuna meraviglia purtroppo...

Quaesivi ha detto...

"Per quanto è a mia conoscenza escludo che questi contatti si siano intessuti di azioni comuni, tra cui può ravvisarsi il famoso Breve esame critico Ottaviani Bacci..."

in proposito viene attribuito alla scrittrice Cristina Campo un notevole influsso. Ed è noto che apparteneva ad un circolo esoterico (ne faceva parte lo gnostico E. Zolla)

mic ha detto...

Per quanto ne so Cristina Campo è una figura complessa e ha effettivamente avuto frequentazioni appartenenti ad un certo esoterismo gnostico.

Tuttavia di certo non ha avuto un influsso centrale nei confronti di Mons. Lefebvre.

Per il resto credo che sia sempre il caso di distinguere il Tradizionalismo, che in quanto
-ismo può rappresentare pur sempre un'ideologia, dall'Amore alla Tradizione Perenne, che non è mai scisso dall'umiltà e dal "vigilate e pregate", per non perdere mai le coordinate in meandri oltranzisti

mic ha detto...

Forse non è un OT

ho letto, di Cristina Campo, alcune pagine di una profondità e di una delicatezza notevoli.
Credo che sia una di quelle persone non inquadrabili in schemi per di più preconcetti.
Ho notato che tra illustri studiosi alcuni la esaltano altri, invece, fanno una lettura molto severa della sua vita soprattutto spirituale.

E allora mi sembra più rispettoso il silenzio.

Quanto agli accostamenti con Lefebvre torno a non considerarli 'strani', tenendo conto del suo impegno e degli ovvi contatti tra persone coinvolte nella stessa direzione.

Quanto ai comportamenti ed alle scelte nonché alla spiritualità di Lefebvre, penso siano da ricondurre ad un cristianesimo puro, fortemente radicato, ma soprattutto alla sua responsabilità di sacerdote e di vescovo. E' questa, secondo me, che gli ha imposto la scelta che ha fatto dolorosamente, senza dover escludere che vi sia stato addirittura spinto, come risulta dai documenti che Luisa ci ha reso accessibili e che aprono squarci di verità sulla situazione di allora e su quella di oggi.

E noi ripartiamo da qui per vivere il nostro oggi, che è quello della Chiesa di Sempre e quindi porta in sé tutto il passato e tutto il futuro, nella mani del Signore.

DANTE PASTORELLI ha detto...

Cristina Campo tenne le fila degli incontri tra teologi, canonisti, liturgisti, prelati e collaborò alla stesura in italiano del "Breve esame critico". Ch'io sappia, mons. Lefebvre partecipò ad uno o due incontri non più, indicò le linee lungo le quali incanalare l'esame, lasciando ad altri il compito di sviluppare e portare a termine il lavoro.

quaesivi et inveni ha detto...

Grazie!

mic ha detto...

Caro Dante,
grazie dell'informazione da parte di un Testimone che è stato sempre -e tuttora- in prima linea!

Spero di riuscir presto a mettere insieme la riflessione sull'ecclesiologia nuova.

Ho approfondito con grande sconcerto le affermazioni di Paolo VI sulla Chiesa-comunione che, dopo lunghe e contorte circonvoluzioni, arrivano alla cosiddetta "comunione gerarchica"... mi sono sembrate capziose ed alla fine tendenti, com'è poi accaduto, a sovvertire l'Ordine Gerarchico a favore di una "comunione" che di certo non è un'invenzione del concilio!
Mi è parso un discorso fumoso, pieno di tante belle parole, basato più sulle onde del sentimento che sulla limpida fondante concretezza della Verità.

Buona Pasqua, con affetto.
Maria

mic ha detto...

Buona Pasqua
nella Luce del Signore Risorto a chiunque si trova a passare di qua!

DANTE PASTORELLI ha detto...

A te, cara Maria, alla buona Luisa e a tutti gli altri amici noti ed ignoti, i più fervidi auguri di una santa Pasqua non avvolta da fumisterie verbali devianti derivanti dal noto "fumo".
Ormai la mia testimonianza è pressoché quella di un sacrestano: fare molto per tener in ordine la "mia" casa del Signore, parlare molto meno.
Il tuo post, come al solito, lucido ed esauriente. Chi non vuol capire non capirà mai.

mic ha detto...

Chi non vuol capire non capirà mai.

E' vero, caro Dante; ma ci sono ancora molte persone in bilico o in ricerca.

So che tu ti riferisci alla cura che ti prendi della tua cara Chiesa di pietra, 'luogo' di santificazione e di preghiera per te e per i tuoi compagni di Via; ma so anche che questa espressione si riferisce al fatto che dobbiamo sempre partire da noi stessi e 'custodire' la nostra fede e il nostro personale rapporto col Signore nella nostra Chiesa in ambascia, ma ancora Viva per sua grazia.

E credo che entrambi, e tutti quanti siamo ancora qui a parlare, riflettere, reagire, cercar di chiarire tutto quello che ci viene incontro giorno dopo giorno, è proprio per condividere, ma anche per difendere e diffondere anche con questi povere mezzi Colui in cui crediamo e a cui apparteniamo. Perché in definitiva è del Signore che si tratta!

Poi qualche orecchio che intende, speriamo ci sia sempre

DANTE PASTORELLI ha detto...

Oh, sì, qualche orecchio ci sarà sempre, e su quei pochi e semplici potremo contare, potrà contare la Chiesa, quella che non muta a mutar di vento. Purtroppo gli orecchi che vorremmo ascoltassero son tappati. Orecchi terreni, intendo, anche se sembran non ascoltar neppure le voci dall'Alto che dovrebbero seguire e diffondere.

Luisa ha detto...

Tanti auguri anche a te Pietro!
E Buona Pasqua anche al caro Dante che sono felice di ritrovare.
I tuoi commenti, lucidi, chiari mi sono mancati e mi mancano molto.
Ho imparato molto grazie a te!
Buona Pasqua a tutti!