sabato 21 gennaio 2012

Il Magistero “luogo teologico”

Per gentile concessione di “sì sì no no”, pubblico questo testo che - oltre a perfezionare la nostra formazione - ci soccorre proprio in questo momento di sconcerto e disorientamento determinati dalla controversa approvazione delle celebrazioni presenti nel "Direttorio Catechetico del Cammino Neocatecumenale", tuttora tra l'altro secretato, con la quale sembra si sia toccato il fondo della fumisteria ermeneutica.

Il Magistero “luogo teologico”

«La Dottrina sacra o della Fede viene annunziata dalla Chiesa poiché è divinamente rivelata e non è rivelata poiché annunziata dal Magistero della Chiesa.
Il Magistero non è la causa del carattere della divina Rivelazione annunziata dalla Chiesa, ma è solo uno strumento o un mezzo stabilito da Dio, per il quale il Rivelato viene interpretato e quindi da noi conosciuto con certezza» (A. LANG, Die Loci teologici des Melchior Cano und die dogmatischen Beweises, Monaco, 1925, p. 82).

***
Prologo
Ho già affrontato la recente DISPUTA SU TRADIZIONE E MAGISTERO per far chiarezza e correggere alcune imprecisioni
  1. in primis’ di coloro che fanno del Magistero, anche non infallibilmente assistito, un ‘Assoluto’ da credersi senza alcuna possibilità di negare l’assenso anche di fronte a due proposizioni contraddittorie[1]  e
  2. in secundis’ di coloro che annichilano il Magistero negando che sia un ‘luogo teologico’, il quale interpreta rettamente la Rivelazione, ed inoltre si permettono di criticare – senza fondamento – persino le Encicliche di PIO XII, specialmente la Divino Afflante Spiritu (1943) e addirittura la Humani generis (1950), definita comunemente “il terzo Sillabo” dopo il Syllabus di PIO IX (1864) e la Pascendi di SAN PIO X (1907)[2]. Mi sembra ora doveroso tornare sull’argomento per far maggior chiarezza in mezzo a tanta confusione che avvolge l’ambiente cattolico ed ecclesiale.
Una confutazione anticipata
Il teologo tedesco professor ALBERT LANG dell’Università di Monaco ha scritto nel 1925 un interessante libro sui ‘Luoghi teologici’ in cui confutava con 85 anni di anticipo questi due errori. Egli infatti scriveva:
  1. «La Dottrina sacra o della Fede viene annunziata dalla Chiesa perché è divinamente rivelata e non è rivelata perché annunziata dal Magistero della Chiesa» confutando così l’errore di coloro che fanno del Magistero un ‘Assoluto’, che non deve “fare i conti” con la Tradizione e la Scrittura, ma sarebbe esso stesso fonte di Rivelazione.
  2. Il teologo tedesco proseguiva: 
  3. «Il Magistero non è la causa del carattere della divina Rivelazione annunziata dalla Chiesa, ma è solo uno strumento o un mezzo stabilito da Dio, per il quale il Rivelato viene interpretato e quindi da noi conosciuto con certezza»[3]  confutando così coloro che negano al Magistero la qualità di ‘luogo teologico’, che trasmette inalterato ed interpreta correttamente il Depositum Fidei.
Teologia e Magistero
LA TEOLOGIA è la scienza che mediante la ragione illuminata dalla Fede (“sine Fide non remanet Theologia”), fondandosi sulle ‘due fonti della Rivelazione’ (Tradizione e S. Scrittura) sotto la direzione interpretativa del Magistero ecclesiastico, tratta di Dio e delle creature in rapporto a Dio. La ragione filosofica sviluppa tutta la fecondità del dato rivelato, giungendo a delle “Conclusioni teologiche”[4], mediante un sillogismo, che, partendo da una premessa di Fede detta ‘Maggiore’, le accosta una seconda premessa di ragione detta ‘minore’ e ne tira una ‘Conclusione’ teologica certa, che non è formalmente, ma solo virtualmente rivelata.

Padre REGINALDO GARRIGOU-LAGRANGE spiega che “la Teologia procede sotto la luce della Rivelazione divina (cfr. S. Th., I, q. 1) ed ha per ‘oggetto proprio’ Dio considerato nei suoi Misteri o nella sua Vita intima, che ci è fatto conoscere non dalla ragione naturale (come Dio Causa prima), ma dalla Fede e dalla Rivelazione come Deus sub ratione Deitatis (cfr. S. Th., I, q. 1, a. 6). Mentre il teologo in questa vita crede alla Deità obscure cognita per Fidem, il Santo in Paradiso vede la Deità clare facie ad faciem sicuti est per il Lumen gloriae, che produce la Visio beatifica. […]. La Fede è la radice della Teologia, la quale è scienza delle Verità di Fede, che essa deve approfondire, spiegare, e difendere. […]. Così se il teologo perde la Fede infusa, in lui resta solo un cadavere di Teologia, un corpo senz’anima, poiché egli non aderisce più alle Verità rivelate o di Fede, che sono i princìpi della Teologia”[5].

Monsignor ANTONIO PIOLANTI, a sua volta, scrive: «la Teologia è fondata su Verità rivelate, le quali sono contenute nella Scrittura e nella Tradizione, la cui interpretazione è affidata al vivo Magistero della Chiesa, il quale a sua volta si manifesta attraverso le definizioni dei Concili, le decisioni dei Papi, l’insegnamento comune dei Padri e dei Teologi scolastici»[6].

Il cardinal PIETRO PARENTE afferma che il Magistero è perciò “il potere conferito da Cristo alla sua Chiesa, in virtù del quale la Chiesa docente è costituita unica depositaria e autentica interprete della Rivelazione divina. […]. Secondo la dottrina cattolica la S. Scrittura e la Tradizione non sono che la fonte e la regola remota della Fede, mentre la regola prossima è il Magistero vivo della Chiesa”[7].

LA POSSIBILITÀ di una Scienza razionale della Fede è dimostrata da S. TOMMASO (S. Th., I, q. 1, a. 1) a partire dalla nostra elevazione gratuita all’ordine soprannaturale, che mediante la grazia santificante e le Virtù teologali ci ordina alla Visione beatifica di Dio visto in Cielo faccia a faccia e di cui la Teologia, che conosce Dio nel chiaro-oscuro della Fede, è solo una pallida anticipazione. S. AGOSTINO ha scritto: “La Fede salutare viene nutrita, difesa e corroborata dalla sacra Teologia” (De Trinitate, XIV, I, 3).

I “Luoghi teologici” 
DURANTE LA CRISTIANITÀ MEDIEVALE le verità di Fede si ricevevano direttamente e pacificamente dalla Chiesa. Solo col soggettivismo antropocentrico del Luteranesimo, che dichiarò la ‘sola Scrittura’ come unica fonte di Fede, la Chiesa e i teologi approfondirono la questione dei ‘Luoghi o fonti della Fede e della Teologia’. MELCHIOR CANO (+1560) ha stabilito 10 “Luoghi teologici”[8]:
  1. Luoghi propri e apodittici”: Tradizione e Scrittura (Fonti della Rivelazione), le Decisioni della Chiesa, dei Concili e dei Papi (Magistero ecclesiastico pontificio/universale, ordinario/straordinario)[9];
  2. Luoghi intrinseci e probabili”: l’insegnamento dei Padri, dei teologi scolastici;
  3. Luoghi estrinseci”: la ragione umana, la retta filosofia e la storia.
Questi ultimi tre sono “Luoghi alieni” o impropri cioè fonti ausiliarie per il lavoro teologico. I primi due sono “Luoghi fondamentali” o fonti della Rivelazione e quindi della Teologia, che si fonda sul Dato Rivelato. Gli altri cinque contribuiscono intrinsecamente alla retta interpretazione della Rivelazione.

 Il Magistero “luogo teologico”
«IL MAGISTERO ECCLESIASTICO – scrive Lang – È PROPRIO QUEL ‘LUOGO TEOLOGICO’, nel quale per disposizione divina i fedeli ed i teologi trovano in primo luogo e nel modo più immediato le Verità di Fede, perché nella Parola o nel Magistero della Chiesa la Rivelazione continua a vivere, ad agire e perviene immediatamente ai singoli. La Dottrina sacra o della Fede viene annunziata dalla Chiesa poiché è divinamente rivelata e non è rivelata poiché annunziata dal Magistero della Chiesa. Il Magistero non è la causa del carattere della divina Rivelazione annunziata dalla Chiesa, ma è solo uno strumento o un mezzo stabilito da Dio, per il quale il Rivelato viene interpretato e quindi da noi conosciuto con certezza»[10]. Perciò il Magistero ecclesiastico è il luogo, il mezzo o lo strumento in cui i fedeli e i teologi trovano le Verità di Fede. La Tradizione e la S. Scrittura non possono illuminare i fedeli se staccate dal Magistero e dalla Chiesa docente, ma devono essere presentate ed interpretate dalla Chiesa. Ma se da una parte il Magistero è lo strumento o Luogo teologico, che interpreta correttamente e tramanda incorrotta la Rivelazione, dall’altra parte non è un “Assoluto” o una sorta di “Divinità” che crea la Verità rivelata per cui ogni parola magisteriale non è un Dogma infallibile e irreformabile.

Come si fa seriamente Teologia.
S. TOMMASO spiega che “la Teologia è una scienza che si fonda sui princìpi conosciuti alla luce di una scienza superiore che è la scienza di Dio e dei Beati. Quindi come la musica crede ai princìpi che le sono forniti dall’aritmetica, così la Teologia crede ai princìpi rivelati da Dio” (S. Th., I, q. 1, a. 2)[11]. Perciò, commenta padre REGINALDO GARRIGOU-LAGRANGE, «il metodo della Teologia è principalmente d’autorità; infatti riceve i suoi princìpi ex auctoritate Dei revelantis; gli altri argomenti la Teologia li usa strumentalmente come il superiore usa l’inferiore»[12]. L’autorità sulla quale si fonda la Teologia è la massima: la Scienza divina rivelatrice.

IL LAVORO TEOLOGICO, spiega p. GARRIGOU-LAGRANGE, procede
  1. «raccogliendo le Verità rivelate, contenute nel Depositum Fidei, che sono la Tradizione e la Scrittura, alla luce del Magistero della Chiesa, che definisce e ci propone a credere queste medesime Verità […].
  2. La Teologia [poi] fa l’analisi dei concetti o termini delle Verità rivelate, per indicare con precisione il significato esatto ed oggettivo del soggetto e del predicato di queste Verità rivelate. Per esempio: “Verbum caro factum est” significa che “il Verbo, che è Dio, si è fatto uomo”. L’analisi è soprattutto concettuale o una definizione reale più che etimologica o grammaticale, dandoci il significato del genere e differenza specifica del soggetto e predicato della Verità di Fede.
  3. La Teologia [inoltre] difende le Verità rivelate contro gli avversari, per cui non si può predicare la Verità senza condannare l’errore […].
  4. Infine la Teologia, mediante un sillogismo esplicativo, da una formula dogmatica oscura, difficile e confusa quanto a noi (per esempio “Verbum, quod est Deus, caro factum est”) passa ad una formula più chiara e definita (per esempio “Verbum consubstantiale Patri homo factus est”). […].
  5. Questa formula dogmatica è molto più di una ‘Conclusione teologica’ o sillogismo illativo, che passa dal virtualmente rivelato ad una ‘Conclusione teologicamente certa’. Infatti il sillogismo esplicativo è l’espressione più esplicita di una stessa Verità formalmente rivelata, senza passare ad una nuova Verità virtualmente rivelata, come avviene nelle ‘Conclusioni teologiche’, dedotte per illazione o deduzione da una Verità rivelata, in cui la ‘Conclusione’ o seconda formula è una nuova verità, che è dedotta dalla precedente. Nel ragionamento esplicativo il soggetto e il predicato sono gli stessi (Verbo/Dio/carne/uomo), anche se la seconda formula è più chiara; mentre nel sillogismo deduttivo o illativo si passa da un soggetto ad un altro (per esempio: l’uomo è immortale, ora Antonio è uomo, quindi Antonio è immortale. Si è passati dal soggetto uomo ad Antonio). La ‘Conclusione teologica’ deduce da una Verità formalmente o in sé rivelata, un’altra verità non in se stessa rivelata ma solo virtualmente rivelata (per esempio “Antonio è immortale” è rivelato virtualmente nella “immortalità dell’anima umana”, che è per se stessa rivelata)»[13].
Compito della ragione
LA RAGIONE FILOSOFICA non può spiegare il mistero, ma deve dimostrare e difendere tutti gli altri argomenti che appartengono alla Teologia. Essa deve perciò difendere la Fede contro le obiezioni dei suoi avversari, spiegare i termini o le parole della Rivelazione, e infine ordinare con un sillogismo le diverse verità rivelate e dedurre da esse le ‘Conclusioni teologicamente certe’ (DB, 1839).

Padre GARRIGOU-LAGRANGE insegna che la Teologia “opera una sintesi in cui in primo luogo difende speculativamente l’autorità della divina Rivelazione contro coloro che la negano; in secondo luogo spiega e difende teoreticamente le Verità rivelate; infine o in terzo luogo ne tira delle Conclusioni teologicamente certe, procedendo dal più elevato e semplice in sé, ossia da Dio uno e trino, per giungere alle creature, e quindi studia le azioni morali umane in ordine a Dio, considerando come procedono da Dio e sono a Lui ordinate”[14]. Inoltre – prosegue l’ eminente teologo – la Teologia “fa un’analisi di tutte le nozioni dei termini della Rivelazione, spiegandone il significato esatto e difendendole dagli oppugnatori”[15]. Il teologo domenicano insiste sul fatto che compito principale del lavoro teologico non è quello di dedurre ‘Conclusioni teologiche’, ma «ciò che vi è di più importante in Teologia è la spiegazione delle stesse Verità di Fede, la loro penetrazione, il loro approfondimento. Invece le ‘Conclusioni teologiche non sono ricercate per se stesse, ma per arrivare ad una più perfetta intelligenza dei princìpi di Fede di cui esse manifestano la virtualità. […]. Tutto il lavoro teologico è ordinato principalmente allo scopo definito dal Concilio Vaticano I: “Ad una certa e fruttuosissima intelligenza dei Misteri Deo adiuvante” (DB, 1796). […]. La Teologia è veramente Fides quaerens intellectum et intellectus quaerens Fidem, […], essa è un commento alla Parola di Dio, scritta o tramandata, sulla quale attrae sempre più l’attenzione, facendo dimenticare se stessa, come S. Giovanni Battista, il quale annunziava l’Agnello di Dio, che doveva aumentare mentre lui doveva diminuire»[16].

La natura della teologia 
La natura della Teologia è ASSIEME SPECULATIVA E PRATICA o affettiva: essa è una “conoscenza amorosa di Dio”. La corrente platonica della scuola agostiniana voleva una Teologia esclusivamente amorosa. La corrente puramente aristotelica di una certa scolastica essenzialistica voleva una Teologia solamente speculativa e teoretica. S. BONAVENTURA (IV Sent., Proemium, q. 3) e S. TOMMASO (S. Th., I, q. 1, a. 4) hanno risolto la questione insegnando il primato dell’elemento speculativo ordinato, però, alla contemplazione o amore di Dio, che influisce sull’essere e l’agire di tutto l’uomo: intelletto, volontà e sensibilità.

PER COMPORRE UN ARTICOLO DI TEOLOGIA occorre quindi, nell’ordine cronologico, citare la S. Scrittura e la Tradizione e i Padri che interpretano la Scrittura in maniera unanime. Poi si cita il Magistero e quindi si dà la ragione teologica mediante un sillogismo, la cui ‘minore’ di ragione va provata con un altro sillogismo che inizia con la ‘minore’ di ragione, la quale diventa la ‘Maggiore’ del secondo sillogismo. Infine si espongono le obiezioni contro la Fede e si risponde ad esse. Questo è il procedimento che segue S. TOMMASO nella “Somma Teologica”.

INVECE nell’ordine speculativo «poiché la Teologia parte dagli Articoli di Fede quali sono proposti a credere dal Magistero della Chiesa,
  1. il teologo, prima di studiare direttamente il Dato rivelato, deve conoscere la dottrina proposta dallo stesso Magistero, ‘norma prossima’ della Fede.
  2. Con questa guida sicura affronta le due Fonti dirette della Rivelazione (Tradizione e Sacra Scrittura) e quella indiretta (i Padri ecclesiastici), ne raccoglie la dottrina dimostrandone[17] la continuità attraverso i secoli e l’omogeneità col dogma.
  3. Quindi illustra, sistema, approfondisce razionalmente il Dato rivelato, sviluppandone le virtualità»[18].
Conclusione 
Come appare chiaro dalle su riportate citazioni del Magistero, dei Padri, dei Dottori e teologi scolastici approvati,
  1. il Magistero è realmente unLuogo teologico” che interpreta la Rivelazione e la trasmette inalterata ed è ‘norma prossima’ della Fede, ma
  2. non è unAssoluto” o una specie di Divinità rivelante”, che crea la Verità rivelata, da accettarsi ad occhi chiusi.
In Teologia occorre addirittura leggere la Rivelazione alla luce del Magistero soprattutto costante o infallibile ex sese, specialmente in periodi di crisi come questa, come insegna SAN VINCENZO DA LERINO: «Quando l’errore si espande talmente da infiltrarsi in quasi tutta la Chiesa, occorre aderire a ciò che Ella ha insegnato sempre e dappertutto ed è stato creduto universalmente» (Commonitorium, III, 15). Oggi di fronte alla nouvelle théologie del Vaticano II e del post-concilio, è prudente attendere una decisione infallibile della Chiesa gerarchica e nel frattempo restare ancorati all’ insegnamento costante e tradizionale del Magistero ecclesiastico (“quod ubique, semper et ab omnibus creditum est”). Questo non è spirito di rivolta, di disobbedienza, ma vero sensus Fidei.

Quindi il Magistero, pur non essendo un “Assoluto”, ha tuttavia un ruolo di primo piano poiché è lui, e non i fedeli o i Profeti, che interpreta il significato vero della Rivelazione. In medio stat virtus, “in mezzo e al di sopra”. Tra l’errore per eccesso, che divinizza la “creatura” Magistero, e l’errore per difetto, che lo annichila negando il suo munus interpretandi, si erge in culmine – come una vetta tra due precipizi – la verità: il Magistero non è un “Assoluto”, ma ha il primato nell’ interpretazione esatta della Rivelazione, specialmente - e senza tema di errori - se vuol definire ed obbligare a credere, godendo dell’assistenza infallibile di Dio.

 Viva il Papa in quanto Papa! (anche se non è assolutamente Santo). Attenzione ai ‘falsi profeti’, che vengono vestiti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci! La Chiesa è monarchica, petrina, gerarchica, non è profetica, giovannea, carismatica e pneumatica. “Ubi Petrus ibi Ecclesia” è un assioma sempre valido, data la natura di Corpo Mistico della Chiesa (visibile e soprannaturale), e non è rimpiazzabile con “ubi Maria vel propheta ibi Ecclesia”. Infatti la Madonna è invisibile, è Assunta in Cielo, e i profeti hanno cessato la loro funzione ordinaria colla fine dell’Antica Alleanza. Quindi non si può fondare la riconoscibilità della Chiesa da parte dei fedeli su qualcosa che non si vede (Maria SS.) o su qualcosa che è straordinario nella storia sacra del Nuovo Testamento (il profetismo) a cui non è stata promessa assistenza divina “ogni giorno sino alla fine del mondo”, e soprattutto su cui Cristo non ha detto di voler fondare la Sua Chiesa: “Tu sei Pietro e su questa Pietra Io fonderò la Mia Chiesa”.
Basilius
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1) Cfr. la lettera di p. Giovanni Cavalcoli a “sì sì no no” sul sito www.riscossacristiana.org e la risposta di “sì sì no no” (15 gennaio 2012) a padre Cavalcoli (cfr. sito www.chiesaepostconcilio.com).
Quanto alla sospensione dell’assenso di fronte a certe novità del Concilio Vaticano II, non si tratta di “libero esame” luterano, ma di non poter negare il principio primo ed evidente di non-contraddizione, per il quale non si può aderire nello stesso tempo e nello stesso rapporto a due proposizioni contraddittorie. Ora quando Giovanni Paolo II scrive nella sua seconda enciclica (del 1980) “Dives in misericordia” n.° 1: «Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e persino a contrapporre il teocentrismo con l’antropocentrismo, la Chiesa (conciliare, ndr) […] cerca di congiungerli […] in maniera organica e profonda. E questo è uno dei punti fondamentali, e forse il più importante, del Magistero dell’ultimo Concilio», ci si trova nell’impossibilità oggettiva di aderire contemporaneamente all’ insegnamento teocentrico pre-conciliare, che “contrappone antropocentrismo con teocentrismo” ed all’insegnamento del Concilio Vaticano II, che fa coincidere uomo e Dio, scivolando nell’ immanentismo panteistico. E ciò “per la contraddizion che nol consente” (Dante) e non per il “libero esame” soggettivistico, che vuole sostituire il fedele al Magistero della Chiesa.
2) Cfr. R. De Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino, Lindau, 2011; Id., Apologia della Tradizione, Torino, Lindau, 2011. Quest’ultimo libro contiene una definizione gravemente erronea del Magistero in se stesso, mentre il primo la conteneva virtualmente con le critiche infondate al Magistero di Leone XIII sul Ralliement, di Pio XI sull’Action Française e soprattutto di Pio XII sulla S. Scrittura (Divino Afflante Spiritu, 1943) e la ‘nuova teologia’ (Humani generis, 1950).
3) A. Lang, Die Loci teologici des Melchior Cano und die dogmatischen Beweises, Monaco, 1925, p. 82.
4) Cfr. S. Tommaso, S. Th., I, q. 1; G. M. Roschini, Introductio in Sacram Theologiam, Roma, 1947; P. Parente, Teologia, Roma, 1953; A. Gardeil, Le donné revélé et la théologie, Juvisy, 1932; A. Stolz, Introductio in sacram Theologiam, Friburgo, 1941.
5) La Sintesi tomistica, Brescia, Queriniana, 1953, pp. 69-71. Si può, quindi tranquillamente affermare che i teologi neo-modernisti condannati dalla Humani generis di Pio XII (1950) e chiamati nel 1960 come “periti” al Concilio Vaticano II (de Lubac, Congar, Schillebeechx, Chenu, Rahner, Daniélou, von Balthasar, Küng, Metz), non erano veri teologi, ma cadaveri di teologi o teologi puramente materiali, senza Fede cattolico-romana, ma imbevuti dell’eresia neo-modernistica, che sostituisce la nouvelle théologie alla Teologia tradizionale e la “fede” soggettiva nel dogma in perpetua evoluzione eterogenea, sostanziale ed intrinseca al Dogma oggettivo ed immutabile sostanzialmente anche nel suo sviluppo omogeneo (cfr. F. Marin-Sola, L’évolution homogène du dogme catholique, Friburgo, 1924).
6) Dizionario di Teologia dommatica, Roma, Studium, IV ed., 1957, p. 246.
7) Dizionario di Teologia dommatica, cit., pp. 249-250.
8) M. Cano, De Locis tehologicis, Roma, ed. T. Cucchi, 1900.
9) Cfr. R. Garrigou-Lagrange De Revelatione, Roma, Ferrari, II ed., 1921, I vol., p. 36. Le decisioni del Magistero sono apodittiche solo quando è assistito infallibilmente, avendo voluto definire ed obbligare a credere una Verità come rivelata per la salvezza eterna.
10) A. Lang, Die Loci teologici des Melchior Cano und die dogmatischen Beweises, Monaco, 1925, p. 82. 11) Cfr. S. Th., I, q. 1, a. 8, ad 2.
12) De Revelatione, Roma, Ferrari, II ed., 1921, I vol., p. 35.
13) La Sintesi tomistica, Brescia, Queriniana, 1953, pp. 72-75. Secondo p. Garrigou-Lagrange le ‘Conclusioni teologiche’ non sono definibili come dogmi di Fede, mentre per Marin-Sola esse sono definibili come Verità di Fede. Per cui chi nega una ‘Conclusione teologica’ è reputato condannabile dalla Chiesa come ‘eretico’ secondo Marin-Sola; mentre per Garrigou-Lagrange solo come “teologicamente erroneo”.
14) De Revelatione, cit., pp. 37-38. 
15) De Revelatione, cit., p. 38; cfr. anche Pio XI, Costituzione Apostolica Deus scientiarum Dominus, 1931. 
16) La Sintesi tomistica, Brescia, Queriniana, 1953, pp. 76-78 
17) Come si vede, quando mons. Brunero Gherardini (Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2009; Id., Tradidi quod et accepi. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2010; Id., Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Torino, Lindau, 2011; Id., Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, Torino, Lindau, 2011) dice che la “ermeneutica della continuità” tra Concilio Vaticano II e Tradizione della Chiesa, oltre ad essere affermata, va dimostrata, si trova pienamente in linea con la sana Teologia.
18) P. Parente, voce “Teologia”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1953, vol. XI, col. 1959.
19) La costanza dell’insegnamento magisteriale lo rende infallibile (cfr. Pio IX, Tuas libenter, 1863).

9 commenti:

Icabod ha detto...

Il nuovo "luogo teologico" dei novatori, è diventata la shoah!

Caterina63 ha detto...

mic... lo posto qui poi vedi tu ^__^

CHISSA' COME MAI?
^__^

Da "IL MESSAGGERO" di domenica 22 gennaio 2012
Vertice speciale della Curia il Papa detta nuove regole per il governo del Vaticano

servizio di FRANCA GIANSOLDATI CITTA` DEL VATICANO

- Troppa confusione in curia. Serve più armonia, soprattutto occorrono nuove regole. Papa Ratzinger ha deciso di convocare i capi di tutte le congregazioni e dei pontifici consigli per una riunione riservatissima dedicata all`iter che va seguito quando si prepara un documento. Dal linguaggio che andrebbe usato, ai passaggi da rispettare internamente.
Cosa non da poco se si pensa che lo scarso coordinamento tra i diversi organismi in passato è stato all`origine di non pochi problemi. Secondo Papa Ratzinger si tratta di rafforzare il livello di collaborazione tra i dicasteri curiali e la Segreteria di Stato, organismo centrale che funge da cinghia di trasmissione. La lettera di convocazione di quello che può essere equiparato ad un Consiglio dei ministri è arrivata nei giorni scorsi sulla scrivania di cardinali e arcivescovi. Sulla busta sigillata, dentro un`altra ancora, campeggiava bene in vista una scritta: «Riservato». L`incontro a porte chiuse è previsto per sabato 28 gennaio, nella sala del Bologna, giorno in cui la Chiesa festeggia San Tommaso d`Aquino. patrono degli accademici e dei librai.
Data, ovviamente, scelta non a caso.
Riunioni come queste su temi specifici sono relativamente rare e vengono convocate almeno una volta l`anno.
Hanno lo scopo di migliorare l`attività di governo. L`anno scorso al centro della riflessione furono posti problemi legati alla vita consacrata e all`esercizio dell`autorità in alcuni istituti religiosi. Precedentemen- te, invece, è stato affrontatolo scandalo della pedofilia in Irlanda e, ancora prima, il progetto su come rievangelizzare il Vecchio Continente.
Stavolta questa specie di Consiglio dei ministri dovrebbe aiutare a riportare l`accento sulla Segreteria di Stato e sul suo prezioso ruolo di snodo. L`iniziativa papale nasce per evitare che la carenza di comunicazione interna possa originare incidenti come è avvenuto anche ultimamente.

*********

non sarà anche per chiarire la questione neocatecumenale CHE NON HA UNA MESSA NE IL PAPA L'HA APPROVATA, vista la situazione in Giappone e nelle Filippine, ed evitare che serti Pontifici agiscano scordinatamente dal Papa? ^__^

Marco ha detto...

Buongiorno a tutti.
Ho appena finito di leggere l'ultimo libro del De Mattei "Apologia della Tradizione". Ora capisco meglio che l'articolo è sritto per manifestare è il forte disaccordo con la tesi del De Mattei sul Magistero.
E' un particolare che mi era sfuggito.
Personalmente, ma posso sbagliarmi, trovo più convincente l'analisi del De Mattei che si avvicina a quella della teologia orientale.

Marco Marchesini

mic ha detto...

Caro Marco,
grazie per questa tua osservazione.
Avresti difficoltà a sviluppare un po' il discorso?
Se non ricordo male, qualche riserva la espresse anche Mons. Gherardini e credo che il suo articolo pubblicato l'8 dicembre avesse questa intenzione.

Marco ha detto...

Cara mic,
ti riporto un passo dal libro del De Mattei :

pag 95

La dottrina dei luoghi teologici di Melchor Cano, e di molti teologi che seguono il suo metodo, non contempla il Magistero, perché esso non è un "luogo" né un "soggetto" teologico, ma una funzione esercitata dal Papa, dai Concili e dalla Chiesa docente all'interno del potere di giurisdizione.
Il Magistero è uno strumento di cui si serve la Chiesa, che è, a sua volta, il vero soggetto organo della Tradizione.

A pagina 108, 109, 110 Il De Mattei sviluppa meglio il suo discorso secondo cui la Tradizione non è un qualcosa che deve essere "interpretato", che la Tradizione stessa è la "regula fidei", criterio e non oggetto di interpretazione.
La Chiesa docente ha il dovere di trasmettere e difendere la Tradizione. Il Magistero è il potere che la Chiesa docente ha per assolvere questo compito, potere che appartiene alla sfera della giurisdizione.
Il Magistero però non deve essere identificato con il soggetto che lo esercita, né con il suo oggetto, ovvero il tesoro di fede e morale consegnato da Cristo alla Chiesa.
Si può parlare di Magistero come di "regola prossima" della fede solo in quanto il Magistero si riferisce alla chiesa docente, tuttavia il De Mattei mette in guardia contro questa identificazione.
Il De Mattei mette in guardia dall'ermeneutica del soggetto, figlia della filosofia moderna, che tende a mettere l'accento sul "chi" interpreta e non su "cosa" è interpretato. Qui è il punto focale di tutto il discorso. Ti riporto i passi più importanti:

pag 110
Se la Tradizione ha bisogno di essere interpretata dal Magistero, dovremmo chiederci chi interpreta il Magistero. E se il Papa è l'interpretazione del Magistero dovremmo poi chiederci chi interpreta il Papa, perché non ci sarebbe più interpretazione in sé soggettiva e definitiva.
...
Non c'è formula più equivoca di quella secondo cui il Magistero interpreta la Tradizione.
...
il Magistero non è altro che un potere di cui si serve il soggetto Chiesa per svolger e il suo dovere di "insegnare" ai fedeli e non può essere considerato ad alcun titolo un luogo teologico in sé autonomo e indipendente.
--
Ma il criterio oggettivo, la regola di fede, è la verità insegnata e trasmessa dal Magistero, non il Magistero in se stesso.
In ordine di importanza decrescente, prima viene la Tradizione, quindi la Chiesa, e successivamente il Magistero, che è un "potere" che la Chiesa esercita per perpetuare la Tradizione. Il Magistero, in sé, non è "fonte", ma potestas, e non può in alcun modo prevaricare sulla Tradizione.

Marco Marchesini

Marco ha detto...

http://www.robertodemattei.it/2012/01/11/unapologia-della-tradizione/

Ho trovato questo link dove viene riassunta la posizione del De Mattei molto meglio di come abbia tentato di farlo nel mio messaggio precedente.

Forse il disaccordo tra la posizione del De Mattei e quella di Don Curzio Nitoglia può essere smorzato precisando che il termine "Magistero" usato dal secondo si identifica con la Chiesa docente.
Allora i due articoli affermano la stessa cosa.

Marco Marchesini

Marco ha detto...

http://blog.messainlatino.it/2012/01/intervista-dalla-germania-al-professor.html#comment-form

de Mattei: Benedetto XVI, nel recente documento “Verbum Domini”, ha definito la Tradizione, assieme alla Scrittura, “suprema regola della fede”. Nella Chiesa infatti, la “regola della fede” non è né il Concilio Vaticano II, né il Magistero vivente contemporaneo, in ciò che esso ha di non definitorio, ma la Tradizione, ovvero il Magistero perenne, che costituisce, con la Sacra Scrittura, una delle due fonti della Parola di Dio. Essa è infallibilmente insegnata dal Papa e dai Pastori a lui uniti e creduta dal popolo fedele, con l'assistenza dello Spirito Santo.
Non c’è bisogno di scienza teologica per comprendere che, nel malaugurato caso di contrasto – vero o apparente – tra il “Magistero vivente” e la Tradizione, il primato non può che essere attribuito alla Tradizione, per un semplice motivo: la Tradizione, che è il Magistero “vivente” considerato nella sua universalità e continuità, è in sé infallibile, mentre il cosiddetto Magistero “vivente”, inteso come la predicazione attuale della gerarchia ecclesiastica, lo è solo a determinate condizioni. La Tradizione, infatti è sempre divinamente assistita; il Magistero lo è solo quando si esprime in modo straordinario, o quando, in forma ordinaria, insegna con continuità nel tempo una verità di fede e di morale.
Il fatto che il Magistero ordinario non possa insegnare costantemente una verità contraria alla fede, non esclude che questo stesso Magistero possa cadere per accidens in errore, quando l’insegnamento è circoscritto nello spazio e nel tempo e non si esprime in maniera straordinaria. L’”ermeneutica della continuità” richiamata da Benedetto XVI non può essere intesa altro che come un’interpretazione del Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione, ovvero alla luce dell’insegnamento divino-apostolico che perdura in tutti i tempi e mai si interrompe.
Se si ammettesse invece che il Vaticano II fosse il criterio ermeneutico per rileggere la Tradizione, bisognerebbe attribuire, paradossalmente, forza interpretativa a ciò che ha bisogno di essere interpretato.

Marco Marchesini

mic ha detto...

Grazie, Marco, concordo.

Anonimo ha detto...

Se si ammettesse invece che il Vaticano II fosse il criterio ermeneutico per rileggere la Tradizione, bisognerebbe attribuire, paradossalmente, forza interpretativa a ciò che ha bisogno di essere interpretato.
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Benedetto XVI non ha detto anche che il Vaticano II è l'espressione più pura dell'intera tradizione?
Se così è sembrerebbe conferirgli quella forza interpretativa.
Solo che il concilio non può essere preso in blocco, ma va "letto" nei suoi singoli documenti.