lunedì 16 gennaio 2012

Ma la Fede non è in pericolo. Risposta a Mons. Gherardini sulla “Anglicanorum Coetibus”

Ricevo da Guido Ferro Canale questo articolo in risposta alle critiche espresse da Mons. Gherardini alla Costituzione Apostolica Anglicanorum Coetibus. Si tratta di una documentata sintesi frutto di uno studio e di una ricerca ammirevoli. Siamo molto grati all'Autore per averci resi partecipi della sua fatica, che sarà utile meditare e commentare.
Aggiornamento: ho la lapidaria risposta di Mons. Gherardini. Un po' me l'aspettavo: "Insomma embrasson-nous, tutto il resto non conta!"

Ma la Fede non è in pericolo. Risposta a Mons. Gherardini sulla “Anglicanorum Coetibus”

Nel suo articolo del 30 Dicembre, “’Anglicanorum Coetibus’: Conversione o Trasloco? Osservazioni postume”, Mons. Gherardini, con la consueta chiarezza(1) e un vigore anche maggiore del solito, rivolge alla Costituzione Apostolica una critica severissima: parlando di “ingresso nella piena comunione”, trascurando gli elementi dottrinali e pratici della conversione, non richiedendo alcun’abiura formale degli errori professati in precedenza, anzi concedendo a chi proviene dall’Anglicanesimo di continuare ad usare i «libri liturgici propri della [loro] tradizione» e, non da ultimo, organizzando strutture giuridiche autonome, gli Ordinariati, con lo scopo precipuo di «mantenere vive all’interno della Chiesa Cattolica le tradizioni spirituali, liturgiche e pastorali della Comunione Anglicana», considerate «dono prezioso per alimentare la fede dei suoi membri e ricchezza da condividere» essa rivela di ispirarsi a quel concetto blasfemo di “unità allargata” in cui il Cattolico resta Cattolico, il Protestante resta Protestante, e così via. Non manca, inoltre, una viva preoccupazione per la “relaxatio” del celibato ecclesiastico, di cui si potrebbe reclamar l’estensione anche al clero diocesano e potenziale fonte di scandalo per i fedeli.

Le preoccupazioni di Mons. Gherardini erano, si parva licet, anche i miei timori, quando ho cominciato a studiare il tema; ma - al termine di un’indagine impegnativa, condensata in alcuni articoli apparsi o in via di pubblicazione su “Una Voce dicentes”, Bollettino di “Una Voce-Firenze” - ho concluso che, di fatto, non sussistono minacce concrete né per la Sacra Liturgia, né per l’unità disciplinare della Chiesa (con la possibile, e ad oggi soltanto possibile, eccezione del celibato ecclesiastico) né, grazie a Dio!, per quella dottrinale, anzi il mio giudizio sulla Costituzione Apostolica è molto positivo.

Credo, pertanto, di rendere un servizio al lettore proponendo, qui, una documentata sintesi delle ragioni che mi portano a dissentire dall’illustre teologo; tanto più che il tema è tornato di attualità, giacché, il 1 Gennaio, un secondo Ordinariato, lo statunitense, si è aggiunto a quello già eretto per l’Inghilterra e il Galles. A mio avviso, il pericolo di un’”unità allargata” in cui si vorrebbero far convivere i contraddittori, cioè Anglicanesimo da una parte e Cattolicesimo dall’altra, non si pone per tre ordini di ragioni: 1) atteggiamento delle parti coinvolte, in specie condizione e convinzioni personali di quanti lasciano l’Anglicanesimo; 2) tenore della Anglicanorum coetibus (AC), delle Norme Complementari (NC) e dei Decreti con cui sono stati eretti gli Ordinariati, nonché prassi seguita in sede di prima applicazione; 3) lavori preparatori della futura Liturgia.

L’atteggiamento delle parti interessate
E’ sufficiente una rapida esplorazione del Web per appurare che non solo i mass-media, ma gli stessi destinatari, cioè gli Anglicani, hanno interpretato l’AC come un invito alla “conversione” propriamente detta e deciso di conseguenza se aderirvi o no.(2) Una certa mancanza di chiarezza affliggeva forse la Traditional Anglican Communion (TAC), i cui vescovi, nel 2007, si sono rivolti alla Congregazione per la Dottrina della Fede chiedendo di essere ricevuti nella “piena comunione” come gruppo; desideravano, forse, uno status di Chiesa rituale – non a caso, asserivano di aver posto rimedio all’invalidità degli ordini Anglicani ricorrendo a riti diversi e a consacranti della Chiesa Cattolica Nazionale Polacca, che Roma giudica validamente ordinati – certo domandavano di «conseguire tale comunione mantenendo, nello stesso tempo, quelle riverite tradizioni di spiritualità, disciplina, liturgia e teologia che costituiscono l'eredità, amata e secolare, di comunità Anglicane in tutto il mondo.»(3). Si stanno spaccando ora che sembra chiaro che la Santa Sede, con la AC, ha concesso molto meno e che la validità dei loro ordini non sarà riconosciuta (anche se manca tuttora un pronunciamento ufficiale); proprio per questo, però, anche fra loro chi sceglie di aderire agli Ordinariati intende abbracciare la Fede Romana, chi declina l’offerta del Papa non ritiene di poter fare altrettanto.

Che anche la Santa Sede intenda questo “ingresso nella piena comunione” come una vera e propria “conversione” quanto alla dottrina, sia pur con concessioni sul piano liturgico-disciplinare, mi sembra confermato da svariati elementi (oltre al tenore obiettivo della disciplina e al precedente specifico della “Pastoral Provision”, di cui infra). In particolare, l’allora Card. Ratzinger è intervenuto più di una volta su LG 8 e sul Subsistit in – rammento, in particolare, una sua conferenza del 2000 sulla Lumen Gentium – e non c’è dubbio che egli creda che l’unità dei cristiani richieda l’accettazione, da parte degli acattolici, del Primato petrino e dei dogmi di Fede. Viceversa, il Card. Kasper è noto come instancabile fautore dell’”unità allargata”: anche Mons. Gherardini sembra al corrente della sua freddezza verso le conversioni, a maggior ragione, mi permetto di aggiungere io, verso quelle di gruppo, che gli ricordano l’aborrito “uniatismo”, praticato nei confronti delle Chiese Orientali. Non è un caso, quindi, che proprio il Dicastero che egli allora presiedeva, il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità tra i Cristiani, sia stato estromesso dalla gestione del “rientro” degli ex-Anglicani, pratica che, secondo logica, sarebbe dovuta essere suo dominio esclusivo(4); né che, quando altra domanda analoga di “rientro nella piena comunione” è giunta a tale indirizzo, sia stata trasmessa “per competenza” (sic!) a Palazzo del Sant’Uffizio(5). Insomma: il Pontificio Consiglio serve a promuovere, cioè a coltivar la dialoghite acuta; ma quando si tratta di realizzare, quando si fa sul serio, entra in scena la Congregazione preposta alla tutela dell’ortodossia. Vorrà pur dire qualcosa!(6)

Ma chi sono questi “Anglo-Cattolici”?
Al di là delle reazioni pubbliche o delle convinzioni personali di taluno, però, a rassicurarmi sull’autenticità di queste conversioni è anche la storia dell’Anglicanesimo, in particolare della corrente di provenienza di questi fedeli che, con una certa sorpresa, sentiamo definire “Anglo-Cattolici”(7).
Senza dubbio l’Anglicanesimo nasce sotto Enrico, e rinasce con Elisabetta, nel segno di una subordinazione della Chiesa allo Stato, ma la sua cifra caratteristica non è questa(8), bensì la comprehensiveness, l’attitudine al compromesso anche dottrinale, a dilatare i confini della confessione Anglicana per inglobare anche chi, altrimenti, verrebbe escluso, insomma proprio l’”unità allargata: ovvia conseguenza del compito assegnato da Elisabetta alla Established Church, assicurar la pace religiosa e politica, nonché la coesione nazionale, riuscendo ad accogliere nel proprio seno più o meno tutti i partiti e le posizioni, tranne gli irriducibili “papisti” e puritani.

Così, fin dall’inizio, la Chiesa d’Inghilterra (come poi le sue filiazioni ai quattro angoli dell’Impero) ha annoverato tra i propri membri sia Protestanti convinti, sia un partito non trascurabile, che si richiamava alla Tradizione, al quod semper, ubique et ab omnibus di S. Vincenzo di Lérins, contro le innovazioni “per eccesso” di Roma, “per difetto” di Luterani e Calvinisti, e considerava l’Anglicanesimo quale vera Riforma della Chiesa, ritorno, cioè, alla Fede dei Padri, del primo millennio, alla Chiesa indivisa, a ciò che, essendo appunto creduto ab omnibus, è “Cattolico”(9). Poiché Supreme Governor della Chiesa era il sovrano, non stupirà che successo e declino dei vari partiti siano dipesi soprattutto dalla politica: l’ala che si può definir “cattolicizzante” (sia perché si richiama al concetto di “cattolicità” appena visto, sia perché, di fatto, le sue posizioni son le più vicine a quelle di Roma), egemone sotto gli Stuart, declinò poi sotto gli Orange e gli Hannover, riducendosi alla minoritaria, ancorchè battagliera, “High Church”.

Con il Movimento di Oxford – dal 1833 in poi – le cose cambiano radicalmente: esso si rifà alla “High Church”, ma se ne distingue su un punto decisivo, giacché Newman teorizza esplicitamente un’autorità infallibile, il consenso dei Padri, della Chiesa indivisa, il quod semper, ubique et ab omnibus, insomma la Tradizione.(10) Lo studio sistematico dei Padri della Chiesa porta, quindi, gli “Anglo-Cattolici” (in questo nuovo senso) a riscoprire verità come il carattere sacrificale dell’Eucarestia, o l’esatto concetto dell’Ordine sacro, ma anche la devozione per la Beatissima Vergine e, non ultima, la verginità consacrata per il Regno dei Cieli; in pari tempo, essi promuovono le riforme che ritengono necessarie per riportar la Chiesa d’Inghilterra in linea con quella primitiva, con la Tradizione. Di qui la controversia ritualistica, che tiene banco nell’Inghilterra vittoriana, ma anche la rinascita della vita religiosa in veri e propri Ordini, nonché un forte impegno sociale, per l’evangelizzazione del proletariato urbano.

Non stupisce che i Trattariani siano stati accusati di “Romanesimo” e neppure che la Chiesa d’Inghilterra sia giunta a un passo dalla loro sconfessione esplicita: ammettere un’autorità infallibile in materia di dottrina stride con il vero principio supremo della confessione, il compromesso. Tuttavia, l’ingegno politico degli Anglicani riesce a partorire un modus vivendi: le autorità chiudono un occhio sulle innovazioni liturgiche e tollerano perfino la posizione “Anglo-Papalista”(11); in cambio, gli Anglo-Cattolici rinunciano a tentar di imporre a tutta la Chiesa d’Inghilterra riforme che la spaccherebbero. La medesima soluzione si è riproposta fuori del Regno Unito, nelle diverse Province della Comunione Anglicana, quando i princìpi del Movimento di Oxford vi han fatto ingresso. Così, l’attitudine al compromesso è riuscita a tenere insieme alcuni per cui esso è il principio supremo e altri – Anglo-Cattolici, ma anche evangelici – per cui la Fede si distingue dall’opinione, poiché si fonda sull’Autorità infallibile di Dio Rivelante. Tra questi due princìpi, che Newman definì “liberale” e “dogmatico”(12), nessun compromesso è possibile; nella migliore delle ipotesi, si può sperare in una non belligeranza. Ma da un eventuale conflitto si uscirà soltanto scegliendo uno dei due princìpi e ripudiando l’altro.

Ben si comprende, allora, che gli scontri che, fin dagli anni Settanta, dilaniano l’Anglicanesimo non riguardano tanto i singoli temi – accesso al ministero di donne e omosessuali, morale sessuale e aborto, ultimamente anche matrimoni gay… - ma sono sintomi di uno scontro tra princìpi contrapposti. Non sono mancati, in verità, gli sforzi per giungere a compromessi accettabili per tutte le parti in causa: ad es., in Inghilterra l’”ordinazione” femminile è stata introdotta come misura provvisoria (sic!), che non sarebbe stata considerata definitiva e, quindi, estesa all’“episcopato” fino alla sua accettazione da parte di Roma e dell’Ortodossia; inoltre, si è provveduto alla cura pastorale dei fedeli incapaci, per ragioni di coscienza, di accettare i ministri donna. Ma proprio quest’esempio mostra che ogni accordo, ogni compromesso è scritto sulle sabbie mobili della convenienza politica: per il liberal non esistono punti non negoziabili, né valori intangibili, né tantomeno accordi sacri. Alcuni Anglo-Cattolici hanno capitolato, abdicando ai princìpi (come il gruppo Affirming Catholicism); altri si sforzano di resistere e confidano nella tenuta dei compromessi (Forward in Faith); ma c’è anche chi ha scelto di ripudiare la logica del compromesso, decretare lo scisma e proporsi come vero continuatore di un Anglicanesimo che i novatori avrebbero tradito: sono le Continuing Churches, tra cui la TAC già citata, che si riconoscono, per lo più, nei princìpi codificati nella Affirmation of St. Louis (1977).

Attualmente, perciò, in Inghilterra come altrove, l’Anglo-Cattolico che si trovasse alle prese con il tradimento della “cattolicità” more Anglicano da parte della sua Provincia potrebbe: a) rinchiudersi nella sua parrocchia e sperare in misure di salvaguardia, peraltro non sempre adottate e non sempre rispettate(13); b) cercare rifugio in una Continuing Church o nell’Ortodossia; c) “attraversare il Tevere”, per unirsi ad un Ordinariato.

Anche per questo mi sento di affermare che, in linea generale, quanti, «a più riprese e con insistenza», chiedono di esser ricevuti nella Chiesa Cattolica lo fanno perché pronti ad una vera conversione, non allettati da un’“unità allargata” di cui han sperimentato l’amaro disinganno, né dissimulando riserve su dogma alcuno, giacché accettano il principio dogmatico e, se non fossero pronti ad abbracciare in toto la dottrina Cattolica, disporrebbero di alternative praticabili e anche più agevoli.

Conversione e abiura
Mons. Gherardini lamenta, innanzitutto, «nella Costituzione in oggetto e nel caso che intende risolvere e regolamentare, gli elementi dottrinali e pratici della conversione son quasi del tutto assenti»; mi sembra di aver fin qui mostrato che, nel caso, almeno l’aspetto dottrinale è ben presente, ma resta da esaminar la disciplina.

Indubbiamente, essa è molto scarna: un paragrafo della Costituzione, uno delle Norme, un punto dei Decreti di erezione degli Ordinariati. Nondimeno, a me pare esaustiva e, soprattutto, chiara sul genere di unità che s’intende promuovere.
«Il Catechismo della Chiesa Cattolica è l’espressione autentica della fede cattolica, professata dai membri dell’Ordinariato.» (AC I §5).
Credo che vi sia un solo modo per leggere questa disposizione in chiave di “unità allargata”: intendere «fede cattolica»… in senso Anglicano, dimodoché i membri dell’Ordinariato debbano accettare, del Catechismo, solo ciò che concorda con le posizioni che già avevano da Anglicani. 
Senonché, esso è definito «espressione autentica» («authoritative expression»; «authentice... exprimit»). L’aggettivo rinvia, da un lato, alla categoria del “Magistero autentico” (can. 752; LG 25), i cui atti, di per sé non infallibili, vanno però accolti con religioso ossequio dell'animo, quindi senza riserve mentali né “silenzi ossequiosi”; dall’altro lato, invece, il rimando è soprattutto alla speciale “autenticità”, nel senso giuridico del termine, propria del Catechismo stesso, che fa testo per l'insegnamento della Fede e dev'essere considerato immune da errori. E' lo stesso senso in cui è autentica la Vulgata(15).
Ora, mi sembra che non si possa tributare un simile assenso ad un testo complesso come il Catechismo senza accettare che l’Autorità che l’ha dichiarato autentico sia divinamente assistita e, perciò, infallibile in tale atto.
Altra questione è se il Catechismo stesso sia uno standard adeguato e sufficiente. Esso contiene la dottrina Cattolica sul Primato e l’infallibilità del Romano Pontefice, come pure sulle indulgenze e la mariologia (ossia sui punti di divergenza opportunamente rammentati da Mons. Gherardini), ma anche le “innovazioni” conciliari; bene, a mio avviso ciò significa solo che gli ex-Anglicani si convertono alla Chiesa Cattolica così com’Essa è, con tutta la crisi dottrinale che La dilania e divide, non già ad una fantomatica Chiesa “ideale” o “migliore”, no, neppure Quella che potremmo volere noi. E che vorremmo? Che diventassero “super-Cattolici”? Che gli Ordinariati fossero isole beate immuni alla deriva generale? Questo sì, sarebbe accordare un privilegio, e che privilegio! Ci toccherebbe diventar tutti ex-Anglicani…
In effetti, peraltro, se si può dire che ogni Cattolico deve il proprio assenso al Catechismo, a questi fedeli si richiede qualcosa di più: la Professione di Fede.

«I fedeli laici provenienti dall’Anglicanesimo che desiderano appartenere all’Ordinariato, dopo aver fatto la Professione di fede e, tenuto conto del can. 845, aver ricevuto i Sacramenti dell’Iniziazione(16), debbono essere iscritti in un apposito registro dell’Ordinariato.» (NC 5 §1).
«I fedeli Anglicani che desiderano essere ricevuti nella piena comunione della Chiesa Cattolica tramite l'Ordinariato debbono manifestare questo desiderio per iscritto. Per questi fedeli ci sarà un programma di formazione catechetica, di durata conveniente e dai contenuti stabiliti dall'Ordinario d'intesa con la Congregazione per la Dottrina della Fede, in modo che i fedeli possano prestare un'adesione piena al contenuto dottrinale del Catechismo della Chiesa Cattolica e, dunque, emettere la professione di fede.».(17)

Nella formula attualmente in vigore – modificata nel 1998 con questo preciso intento – la Professio Fidei impegna all’assenso nei confronti di tutto il Magistero ecclesiastico, assenso distinto, però, secondo i gradi di autorevolezza; onde io credo, per inciso, che chi la emette non sia automaticamente tenuto ad accettar le “innovazioni” conciliari… ma sta di fatto che, nel corso del recentissimo dibattito sul “Preambolo dottrinale” proposto alla Fraternità S. Pio X, la Professio è stata criticata perché avrebbe imposto troppo, non certo troppo poco.
E mi pare che questo possa chiudere il discorso sulla questione dottrinale. Resta, però, da esaminare un’altra censura sollevata da Mons. Gherardini, e non di poco momento.
«Non “si entra” né “si è ricevuti” se non sulla base d’un radicale cambiamento di rotta (metànoia), testimoniato da una pubblica abiura degli errori fin a quel momento condivisi con eretici e scismatici, o contenuto almeno implicitamente nell’atteggiamento del soggetto qualora, per gravi ed impellenti motivi, cioè in condizioni d’estrema necessità, si trovi impedito di star alla prassi di norma», per la quale rimanda in nota ad un articolo del p. Vermeersch, datato 1929.

Da allora, però, molto è mutato, nella prassi e anche nelle norme: già il Direttorio Ecumenico del 1967 (nn. 19-20)(18) ha soppresso l’obbligo dell’abiura per chi, battezzato in altra confessione cristiana, “entri nella piena comunione”; di conseguenza, l’Ordo Initiationis Christianae Adultorum, al cui interno la riforma liturgica disciplina il caso, prevede che questi “candidati” all’ingresso nella Chiesa debbano soltanto emettere la Professione di Fede.(19)

Se ne può desumere, peraltro, che l’AC, proprio con la sua stringatezza sugli aspetti pratici della conversione, abbia operato un rinvio implicito all’Ordo, che, invece, contiene una disciplina piuttosto analitica; e di fatto, per l’”ingresso” dei gruppi nell’Ordinariato inglese, si è seguita fedelmente l’edizione inglese del rito. In ogni caso, però, la mancanza dell’abiura non è una scelta autonoma della Costituzione, ma l’applicazione al caso di una regola generale già in vigore (che può piacere o non piacere; e a me piace poco).(20)

Però, è più che lecito chiedersi se questo momento di passaggio sia stato marcato in maniera adeguata, se l’iter concreto abbia fatto pensare ad una conversione o piuttosto ad un trasloco: sia per una ragione estrinseca, il possibile scandalo, sia perché il peccato anche solo materiale consiste comunque, dal punto di vista logico, in aversio a Deo e conversio ad creaturam, sicché la vera “conversione” cercherà sempre di manifestare all’esterno il distacco rispetto alla vita di prima. In questi termini, penso si possa benissimo parlare di un’esigenza di diritto divino.

Bene, essa è stata rispettata: dall’inizio della Quaresima, quando sono stati iscritti tra i “candidati” all’”ingresso” (insieme con i propri fedeli), gli ex-ministri Anglicani han cessato di esercitare e la cura pastorale dei vari gruppi è passata, ad interim, al clero Cattolico diocesano; tuttavia, fino a Pasqua, cioè all’”ingresso” vero e proprio nella Chiesa Cattolica, i convertendi – permettemi di chiamarli così - non hanno ricevuto la Comunione sacramentale. L’Ordinario, Mons. Newton, li ha invitati a vivere questo speciale “digiuno eucaristico” proprio come elemento di discontinuità tra il prima e il dopo, a meditar sul nesso tra la SS.ma Eucarestia e la comunione ecclesiale, a riscoprir la pratica della Comunione spirituale.(21) Quanto agli ex-ministri, il passaggio è stato marcato, in maniera ancor più netta, dall’ordinazione in forma assoluta nella Chiesa Cattolica, che non è compatibile con un dubbio probabile sulla validità di “ordini” pregressi e che comporta un evidente sacrificio personale e di posizioni dottrinali pregresse.

Tradizioni, autonomia, celibato
Secondo Mons. Gherardini, «La Costituzione, però, non solo è reticente, come ho sopra osservato, sulla conversione, ma consente agli anglicani “ricevuti” dalla Chiesa cattolica il mantenimento della loro tradizione (“…the liturgical books proper to the Anglican tradition…so as to maintain the liturgical, spiritual and pastoral traditions of the Anglican Communion”), come se si trattasse di puri e semplici ospiti in casa cattolica e non di convertiti.».

E’ davvero così? Le concessioni di AC III – senza dubbio sorprendenti e anche sconcertanti – prefigurano davvero una convivenza di eresia e Cattolicità sotto lo stesso tetto? Questo significa il mantenimento dei «libri liturgici propri della [loro] tradizione… in modo da mantenere vive all’interno della Chiesa Cattolica le tradizioni spirituali, liturgiche e pastorali della Comunione Anglicana, quale dono prezioso per alimentare la fede dei suoi membri e ricchezza da condividere.»?

A mio parere, no, e per molte ragioni. Anzitutto, si tratta di «tradizioni spirituali, liturgiche e pastorali»; non compare un elemento dottrinale, sebbene la TAC, nella sua richiesta, parlasse di « riverite tradizioni di spiritualità, disciplina, liturgia e teologia». Ammetto, però, che l’aggettivo pastorale, usato nel post-Concilio come grimaldello per le peggiori nefandezze, suona molto sospetto. A fugare i dubbi, tuttavia, aiuta l’altra espressione usata dalla AC: «patrimonio Anglicano». Patrimonium indica le peculiarità degli Ordini religiosi (cfr. can. 578), cioè molto meno di quei “riti”, di quegl’insiemi di tradizioni su cui s’imperniano le Chiese Orientali;(22) e infatti, l’Ordinariato è ben distante dal grado di autonomia della “Chiesa rituale”.

Potrei aggiungere, invero, che esso può dirsi bensì “autonomo”, ma dalla Conferenza Episcopale (cfr. NC 2 §1), e grazie ad una sottomissione più stretta a Roma: se il Vescovo governa per designazione della Sede Apostolica, ma in nome proprio, la potestà dell’Ordinario per ex-Anglicani è «vicaria: esercitata in nome del Romano Pontefice» [AC V b)]. E infatti egli è soggetto a controlli più stringenti: in quale Diocesi l’erezione delle Parrocchie richiederebbe addirittura l’approvazione finale della Santa Sede (cfr. AC VIII)? E non della Congregazione per i Vescovi, ma di quella per la Dottrina della Fede (cfr. AC II, NC 1)?

Premesso, pertanto, che l’Ordinario non potrebbe azzardarsi a contestare il Primato petrino senza con ciò minar la sua stessa autorità(23), giova qui osservare che, sebbene egli debba predisporre uno specifico Programma di formazione per i suoi candidati al Sacerdozio (NC 10 §3), questi studieranno teologia insieme con i Seminaristi diocesani (AC VI §5; NC 10 §2): impareranno, quindi, la medesima dottrina, forse le stesse eresie, ma certo non specifici errori di ascendenza Anglicana.(24)

Riguardo al celibato ecclesiastico, mi limito ad osservare che AC VI §1, ammettendo l’eventuale ordinazione di ex-ministri Anglicani coniugati, non fa che confermare una prassi instaurata da Paolo VI nell’ormai lontano 1967 e che non mi pare abbia suscitato particolare scandalo tra i fedeli. Un’indubbia novità, invece, è l’ipotesi di ordinare uomini coniugati anche fuori di questo caso (AC VI §2, NC 6 §1); e non so cosa possa aver indotto la Santa Sede ad emanar quella che credo sia la prima disposizione in tal senso dal tempo del Concilio di Trento. Proprio per questo, però, è bene descriverne i termini precisi: intanto, l’Ordinariato può ordinare e incardinare solo propri membri o ex-ministri Anglicani (NC 5§1, 10 §4), quindi non può essere usato da altri per aggirar la legge del celibato (cfr. NC 6 §2) e i fedeli ben potrebbero assimilar la deroga all’ex-ministro ordinato dopo la conversione. Soprattutto, però, si tratta di un caso eclatante in cui la “tradizione Anglicana”, pur evocata, non è recepita come ipotesi normale, bensì solo come eccezione eventuale, che dovrà essere autorizzata dalla Santa Sede, su motivata richiesta del singolo Ordinario interessato, in base a “criteri obiettivi” finora non meglio precisati. La scelta del legislatore può certo lasciar perplessi, né sono mancati, subito dopo la promulgazione dell’AC, articoli di stampa che ne auspicavano l’estensione all’intera Chiesa latina; ma certo non si tratta di una recezione acritica dell’”esperienza ecclesiale” (sic!) Anglicana.

La Liturgia
Mons. Gherardini si mostra comprensibilmente preoccupato del fatto che l’Ordinariato sia autorizzato a mantenere i «libri liturgici propri della tradizione Anglicana»; sembra quasi credere che la clausola successiva - «approvati dalla Santa Sede» - equivalga allo sdoganamento automatico di tutti i rituali dell’Anglicanesimo.

Per fortuna, così non è. Lo dice l’esistenza di una Commissione incaricata di studiare una Liturgia ad hoc per gli Ordinariati (segno che non si tratta di una mera recezione) e lo dice il precedente specifico da cui essi nascono, la c.d. “Pastoral Provision” degli Stati Uniti. Si tratta di uno status giuridico particolare, concesso nel 1980, da Giovanni Paolo II, ad alcuni gruppi di fedeli in fuga dalle tendenze molto liberal della Chiesa Episcopale: sebbene il loro “ingresso” in gruppo fosse stato equiparato ad una somma di “adesioni” individuali, si voleva egualmente preservarne l’«identità comune», consentendo l’erezione di Parrocchie personali in cui, pur dipendendo dai Vescovi, potessero conservare «certi elementi della liturgia Anglicana», determinati da una Commissione apposita. Ora, essi sono raccolti nel Book of Divine Worship (BDW): non un libro di culto Anglicano, ma – quanto al Divin Sacrificio, che penso sia la preoccupazione principale di tutti noi - il Messale di Paolo VI nella traduzione USA, con l’aggiunta di una versione opzionale in Inglese elisabettiano, qualche preghiera tratta dal BCP della Chiesa Episcopale e alcune peculiarità testuali e rubricali.(26)

In attesa di una Liturgia propria – cui sta lavorando una Commissione, le cui conclusioni sono sottoposte alle Congregazioni per la Dottrina e per il Culto, che hanno già concesso alcune approvazioni ad experimentum (27)- l’Ordinariato inglese celebra secondo il Novus Ordo, ma è stato autorizzato ad usare il BDW; si potrebbe, quindi, pensare che i libri futuri non si discosteranno troppo né dall’uno né dall’altro… invece, l’attuazione di AC III sta seguendo un percorso sorprendente.

Anzitutto, in Liturgia non esiste una “tradizione Anglicana”. L’unico libro di culto ufficiale, il BCP, è bensì rimasto sostanzialmente identico nelle diverse Province fino agli anni ’60 circa; ma, fin dall’Ottocento, gli Anglo-Cattolici – portati, dal Movimento di Oxford, a riscoprire una fede eucaristica non ambigua – si sono sforzati di superarne le deficienze, alcuni continuando ad usarlo, ma inserendovi testi e cerimonie del Messale Romano, altri passando all’uso di quest’ultimo con inserti del BCP (così componendo testi come l’Anglican o l’English Missal), altri ancora, più drastici, rispolverando il rito di Sarum, ossia la S. Messa dell’Inghilterra pre-Riforma.

Proprio perché provengono da un simile caleidoscopio liturgico, i commissari tengono molto all’uniformità, non solo tra i diversi Ordinariati, ma anche con il Rito Romano (magari dopo la “riforma della riforma”)(29), proprio quale segno della raggiunta unità dottrinale; tuttavia, un elemento distintivo rispetto al Novus Ordo si è imposto, ed è l’uso obbligatorio dell’Inglese seicentesco, o “tradizionale” che dir si voglia. Non è ancora chiaro, invece, se si riuscirà ad amalgamare le diverse tradizioni in un solo Ordinario della Messa per tutti gli Ordinariati: la Commissione si è presa tre anni di tempo per lavorarci.(30)

In effetti, la Congregazione per il Culto Divino deve risolvere, anzitutto, tre questioni preliminari, che le sono state sottoposte a Marzo: se sia opportuno ripristinare il rito di Sarum o qualcosa di molto simile; cosa fare con l'Anglican o l'English Missal, a suo tempo lasciati fuori dal BDW perché le loro “peculiarità liturgiche” non erano certificate dall’approvazione ufficiale delle autorità Anglicane, ma oggi adottati da parecchie Continuing Churches; quale spazio riservare ai testi Anglicani ufficiali tuttora in uso, soprattutto i più recenti, che potrebbero essere rivisti e cattolicizzati.

Ai lavori preparatori, quindi, è sotteso un concetto ben preciso di “tradizione Anglicana”: si tratta di ristabilire una continuità(31) con la Chiesa dell’Inghilterra medioevale, interrotta dalla Riforma, recuperando anche i polloni che queste radici Cattoliche son riusciti a generare nei secoli della separazione(32); «Il risultato potrebbe essere considerato il genere di Rito della Messa che Cranmer avrebbe tranquillamente potuto imporre se la sua dottrina fosse stata ortodossa (e se fosse vissuto nel ventesimo secolo).».(33)

Simbolo di tale orientamento è il prospettato ripristino del rito di Sarum: semplicemente inconcepibile fino all’avvento di Benedetto XVI, farebbe impallidire lo stesso Summorum Pontificum quanto a rivendicazione di un passato e di un tesoro di cui mani rapaci hanno voluto rapinare la Sposa di Cristo, nonché riparazione di un torto plurisecolare: sarebbe – lasciatemelo dire - un miracolo, un trionfo della Tradizione oltre ogni umana speranza.

Conclusione
La perfezione non è di questo mondo e il legislatore canonico, sapendolo bene, obbliga ad applicar sempre le leggi umane secondo equità, cioè anche correggendole caso per caso, se necessario. E’ vero che la AC non parla di “conversione” né sconfessa apertis verbis l’”unità allargata”; ma è anche vero che questo spetterebbe ad un atto magisteriale, non ad una legge, che deve, invece, applicar la dottrina a casi concreti. E credo di aver dimostrato che la AC assolve egregiamente tale compito, tanto che, in effetti, sconfessa, sia pur indirettamente, l’eresia dell’”unità allargata”. Talune sue previsioni, in specie la “relaxatio”, pur solo eventuale, del celibato, possono lasciar giustamente perplessi; mi sembra, però, da escludere che il suo stesso impianto e la figura del “patrimonio Anglicano” costituiscano un pericolo per l’unità dottrinale della Chiesa di Cristo.
Ma piuttosto: non sarà che, con l’”unità allargata”, conviviamo già ogni giorno? Tradizionalisti, “continuisti” e progressisti spinti, tutti si dicono “Cattolici” e sono membri della Chiesa visibile; addirittura un Concilio Ecumenico si è svolto all’insegna del compromesso, dell’unanimità cui sacrificar la chiarezza, e lo sforzo di scrivere testi accettabili per tutti – dal Coetus Internationalis Patrum ai peggiori eretici – ha finito per lasciar campo libero al gegen-Geist, quindi alla dittatura di una sola interpretazione, la peggiore. Non sarà che la Chiesa Romana degli ultimi cinquant’anni assomiglia un po’ troppo a quattro secoli di Anglicanesimo?
Se così è, i membri degli Ordinariati hanno davvero un “dono prezioso” e una “ricchezza” da condividere con noi: il fallimento del compromesso, l’esigenza di risolvere ogni ambiguità, la necessità di un Magistero vivente, infallibile e anche coraggioso, l’importanza dell’esercizio dell’autorità. Questo li ha portati a Roma, per questo hanno bussato al Portone di Bronzo; e richiamano anche noi a credere, sperare, pregare e agire per il medesimo scopo: una Chiesa Cattolica veramente ri-formata, cioè tornata a quella forma che Cristo ha impresso in Lei una volta per tutte e che il peccato offusca, insozza, ma non potrà mai distruggere.
E così sia.
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[1] Per la verità, non ho capito a quale morte dovrebbe riferirsi l’aggettivo “postume” del titolo: non ho trovato, nel testo, nulla che possa spiegarlo.
[2] Cfr., per un’adesione senza riserve, il blog The Anglo-Catholic, espressione della Traditional Anglican Communion; per una ripulsa altrettanto netta, i siti Virtue Online e The Anglican Continuum; attualmente su un’incerta posizione intermedia, The English Catholic.
[3] C.d. “Portsmouth Petition”, trad. mia; cfr., per l’evidente analogia, il can. 28 CCEO.
[4] Secondo questo articolo, il Card. Arinze, appresa dell’esistenza di un gruppo come la TAC, che, cercando l’unità vera, si era impantanato nelle cortesissime sabbie mobili del Pontificio Consiglio, avrebbe sottoposto il caso all’attenzione personale di Giovanni Paolo II, che provvide a trasferire il dossier – e, a quanto pare, i futuri consimili – alla Congregazione per la Dottrina della Fede.
[5] Si tratta di un gruppo singolarissimo, la “Chiesa Cattolica Anglo-Luterana”. Cfr. Don C. Phillips, Our Family Is Growing! in The Anglo-Catholic, 21 Febbraio 2011.
[6] Come, d’altra parte, non è senza significato l’aspetto simbolico: nonostante le divergenze interconfessionali sulla mariologia, Nostra Signora di Walsingham è il titolo dell’Ordinariato inglese e la Patrona di quello USA; gli ex-Anglicani dell’”Isola dei Santi” invocano il patrocinio di un grande convertito come il Beato Card. J.H. Newman; e, non da ultimo, i loro confratelli d’Oltreoceano sono posti sotto il titolo della Cattedra di S. Pietro.
[7] I diversi sensi dell’espressione sono illustrati nel testo; qui mi limito a dire che essa non comporta necessariamente una contraddizione in termini dal punto di vista romano, purché si abbia cura di intenderla nel senso che Cattolico designi la sostanza, in particolare il depositum Fidei, Anglicano alcuni accidenti. E, come mi sforzerò di mostrare nel prosieguo, appunto questa è la linea della AC.
[8] Venuta meno senza traumi in molti Paesi, primi fra tutti gli Stati Uniti, e nello stesso Regno Unito, almeno per Scozia e Galles.
[9] La teoria della Via Media non nasce, quindi, con Newman, ma si trova già, almeno in germe, in un testo fondamentale come la Apologia Ecclesiae Anglicanae di Jewel (1563).
[10] In un senso che, seppur non coincida ancora del tutto con quello Cattolico, ma forse con l’Ortodosso, merita tuttavia l’iniziale maiuscola, perché questa Tradizione è considerata regula Fidei, più ampia della Scrittura, più importante e, soprattutto, infallibile.
[11] Che ammette ogni singolo dogma romano, inclusi il primato e l’infallibilità, ma non la “Apostolicae Curae” e, quindi, non compie alcun passo concreto per “attraversare il Tevere”, continuando a sperare in una revisione della stessa e del ritorno all’unione della “Chiesa di Canterbury” come tale. Sugli sviluppi dell’Anglo-Cattolicesimo cfr. amplius A. Nichols, The Ordinariates, the Pope and the Liturgy. Part One.
[12] Nel Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana, all’inizio del capitolo sul “potere di assimilazione”. Purtroppo, al momento non dispongo materialmente del testo e non posso fornire un’indicazione bibliografica più precisa.
[13] Il Sinodo inglese, ad es., ha respinto la proposta di istituire “Diocesi personali” a beneficio degli Anglo-Cattolici; tuttavia, nella speranza di un ripensamento, si è costituita la “Missionary Society of St. Wilfrid and St. Hilda”, con il preciso scopo di assicurare una sorta di “Ordinariato senza Papa” a quanti non si sentano pronti ad accettare il Primato petrino. La decisione sulla proposta di ammettere le donne all’episcopato è attesa a giorni.
[14]  Cfr. la Cost. Ap. di promulgazione Fidei depositum: «Il “Catechismo della Chiesa Cattolica”, [...] di cui ora ordino la pubblicazione in virtù dell'autorità apostolica, è un'esposizione della fede della Chiesa e della dottrina cattolica, attestate o illuminate dalla Sacra Scrittura, dalla Tradizione apostolica e dal Magistero della Chiesa. Io lo dichiaro norma sicura per l'insegnamento della fede [...]. Questo Catechismo viene loro [ai Vescovi] dato perché serva come testo di riferimento sicuro e autentico per l'insegnamento della dottrina cattolica [...]». Ciò non esclude, naturalmente, la possibilità di critiche quanto al modo di presentare la dottrina, alla riproposizione pura e semplice di troppe ambiguità conciliari, alla timidezza nel ribadire punti molto offuscati nella coscienza comune dei fedeli.
[15] Concilio Ecumenico Tridentino, Sess. IV, 8 Aprile 1546, Decretum de vulgata editione Bibliorum et de modo interpretandi S. Scripturam, DH 1506-8; cfr. anche Pontificia Commissione Biblica, Lettera ai Vescovi d'Italia, 20 Agosto 1941, DH 3794-5; Pio P.P. XII, Lett. Enc. Divino afflante Spiritu, 30 Settembre 1943, DH 3825. Non so se una dichiarazione analoga di “autenticità” sia avvenuta anche per il Catechismo Romano.
[16] Ossia: ferma la validità del Battesimo, è da ripetere la Confermazione – per mancanza di ministri validamente ordinati – ed è come se i fedeli non avessero ricevuto la Prima Comunione, quindi andranno “iniziati” alla SS.ma Eucarestia.
[17] Decreto di erezione degli Ordinariati, n. 3, trad. mia. I testi dei due decreti fin qui pubblicati coincidono quasi parola per parola, a parte le differenze ovvie, e, in particolare, questo numero è identico.
[18] AAS 59 (1967) 581 (v. il volume su www.vatican.va).
[19] Cfr., su www.maranatha.it, i nn. 5-6 dell’edizione italiana e, per quella inglese, gli identici nn. 391-2. Se non proprio l’abiura, almeno un rito distinto di “riconciliazione” con la Chiesa resta però previsto per il caso di chi in Essa faccia ritorno in senso stretto; nel caso dell’Ordinariato inglese, è stato applicato a John Broadhurst, uno dei tre ex-vescovi, passato all’Anglicanesimo da bambino, insieme con i genitori. Don P. Geldard, At the Heart of the Ordinariate, in The Portal – Historic events, n. 2/Febbraio 2011, pag. 12.
[20] Infatti, prevedere un rito pubblico e formale in cui il soggetto ripudia gli errori fin lì professati (a prescindere dall’eventuale buona fede: l’abiura, che io sappia, non è mai stata ritenuta necessaria in foro interno) può avere un senso, almeno per chi è stato ministro di culto acattolico o comunque esponente di spicco del medesimo, giacché, in tali ipotesi, una platea più o meno vasta di fedeli ne ha seguito dottrina ed esempio, magari proprio scegliendo di restar lontana da Roma, sicché sembra opportuno un atto di riparazione nei confronti della vera Chiesa, pubblico, come pubblica è stata l’attività oggettivamente dannosa.
A mio avviso, peraltro, il fatto che non viga più l’obbligo dell’abiura non esclude la facoltà di procedervi – magari con il vecchio rito, in forza dell’Istruzione Universae Ecclesiae – ad es. se il convertendo stesso ne avvertisse l’esigenza, o se apparisse necessario in Confessione, per riparare peccati specifici.
[21] Mons. K. Newton, Lent 2011, in The Portal n. 3/Marzo 2011, pag. 9 (www.portalmag.co.uk, sito ufficiale della rivista). Nonostante il caso particolarissimo, quindi, si è scelto di applicare solo in parte il can. 844 §4, che consente di amministrare Penitenza, Eucarestia e Unzione degli Infermi agli acattolici in grave necessità (della quale giudica il Vescovo o la Conferenza Episcopale) che le chiedano spontaneamente, non siano in grado di accedere al ministro della loro comunità e manifestino la fede Cattolica intorno al Sacramento che intendono ricevere.
[22] Cfr. il tenore ben altrimenti elogiativo dei cann. 39-40 CCEO.
[23] Anzi, solo il Primato pontificio ha permesso la concreta erezione dell'Ordinariato inglese. Si riproponeva, infatti, il classico problema dell'uovo e della gallina: prima si erige l'Ordinariato e poi si ordina il clero ex-Anglicano, o viceversa? Da un lato, non ha senso erigere una Chiesa particolare che non conta (ancora) né un fedele, né un prete; dall'altro, però, è lecito ordinare solo un Sacerdote destinato al servizio di una struttura data e previo permesso scritto del suo Vescovo o Superiore (cfr. cann. 265-6 e 1015). Per troncare il nodo gordiano, gli ex-Vescovi sono stati ordinati «con il permesso espresso del Santo Padre», al servizio dell'erigendo Ordinariato, e hanno promesso obbedienza all'Ordinario da nominarsi e ai suoi successori. [Segretario Generale della Conferenza Episcopale di Inghilterra e Galles, comunicato stampa L'erezione di un Ordinariato Personale in Inghilterra e Galles, 11 Gennaio 2011, ora ripreso dal sito ufficiale dell'Ordinariato stesso come pagina delle FAQ.].
[24] Anche la previsione di un dovere di collaborazione reciproca tra clero dell’Ordinariato e Sacerdoti diocesani, come pure tra fedeli (AC VI §4, VIII §2), senz’altro previene tentazioni isolazioniste e, al limite, cripto-scismatiche.
[25] Ma soggetti alla vigilanza speciale della Congregazione per la Dottrina della Fede (e di un suo Delegato): in questo senso, un precedente per gli Ordinariati. Probabilmente, tali Parrocchie – sette in tutto - confluiranno nel nuovo Ordinariato; in effetti, una di esse è stata scelta come chiesa principale del medesimo.
[26] Molto interessante la formula della Consacrazione del Sangue: gli Anglicani han sempre reso il pro multis come for many; probabilmente come compromesso, nel BDW si è optato per “versato per voi e per tutti in modo che i peccati possano essere perdonati” [trad. mia].
[27] Un Calendario, un Lezionario [la prima parte dell’Ordo Divini Officii per il corrente anno liturgico è apparsa sul sito ufficiale; per il ciclo delle letture, si pensa ad una pubblicazione in Primavera], un ciclo di letture per l’Ufficio, rituali per Matrimoni e funerali. Si aspetta dalla Congregazione per il Culto Divino un’Istruzione sulle cerimonie compatibili con il Novus Ordo, che dovrebbe raccomandare la celebrazione ad orientem e fors’anche la genuflessione all’Et incarnatus est [A. Burnham, The Liturgical Patrimony, cit.]. Resta da vedere che farà l’Ordinariato USA.
[28] Sull’argomento, cfr. A. Nichols, The Ordinariates, the Pope, and the Liturgy (Part III), post dell’1 Luglio 2011; A. Burnham, Mons. Burnham: Anglican Liturgical Patrimony, in The Anglo-Catholic, post del 12 Luglio 2011; Id., The Liturgical Patrimony of the Personal Ordinariate of Our Lady of Walsingham and the Reform of the Reform, conferenza del 15 Ottobre 2011.
[29] A. Burnham, The Liturgical Patrimony, cit.; A. Nichols, The Ordinariates, the Pope, and the Liturgy (Part II).
[30] A. Burnham, The Liturgical Patrimony, cit.
[31] Beninteso, non per via “ermeneutica”, cioè negando la rottura, ma ristabilendo, in primo luogo, l’unione con Roma.
[32] Così, il ciclo di letture non bibliche proposto per Domeniche e feste comprende solo autori di provenienza Inglese:  Padri della Chiesa (Beda il Venerabile, Aldelmo, poeta latino e autore di inni), autori medioevali (Giovanni di Ford, Giuliana di Norwich, Nicholas Love), Santi Martiri Cattolici (Fisher, Campion, Tommaso Moro); ma la parte del leone spetta ad autori Anglo-Cattolici, dai teologi carolini a quelli della Restaurazione, fino ai Trattariani, a Newman in particolare, e ad una scelta di autori posteriori.
[33] A. Nichols, op. cit.

21 commenti:

gianluca.cruccas ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
gianluca.cruccas ha detto...

ci sarebbe da chiedere all'autore di questo articolo se far penetrare nella Chiesa eretici non convertiti, quindi portatori dei loro errori, non ponga in pericolo la fede di chi non conosce affondo il problema Anglicano e la "Nuova Chiesa MODERNISTA Conciliare". SI POTREBBE ANCHE CHIEDERGLI SE LA PROSSIMA APPROVAZIONE DELLA ASSOLUTAMENTE NON CATTOLICA CELEBRAZIONE NEOCATECUMENALE, NON PONGA ANCHE ESSA UN GRAVE PERICOLO PER LA FEDE...

Rafminimi ha detto...

quanto al Divin Sacrificio, che penso sia la preoccupazione principale di tutti noi - *il Messale di Paolo VI nella traduzione USA*, E questo è il guaio!
Dai libri di Bruce Marshall apprendo dell'esistenza di un organismo "ecumenico" ante-litteram:
LA LEGA DI SAN GIORGIO.
Se ne volete sapere di più, scrivetemi
Rafminimi@infinito.it

Anonimo ha detto...

A legger attentamente, l'articolo mi sembra usare una griglia di lettura estremamente positiva, mette in risalto elementi pragmatici e non mi pare riesca a fugare le perplessità espresse da Mons. Gherardini.

Pregherei Rafminimi di esporre qui, se vuole, i problemi cui accenna

Rafminimi ha detto...

Dai libri di Bruce Marshall apprendo dell'esistenza di un organismo "ecumenico" ante-litteram:
LA LEGA DI SAN GIORGIO.
Ne facevano parte chierici e laici, sia cattolici che anglicani.
Si impegnavano a recitare ogni giorno un Pater, 3 Ave ed un Gloria, con l'intenzione del ritorno al Cattolicesimo delle isole Britanniche. Inoltre, almeno i membri anglicani giurano fedeltà FINO AL MARTIRio a Tutti, Singoli & Caiscuno, gli articoli di Fede & di Morale professati dalla Chiesa di Roma. Non credo che i membri cattolici erano obbligati allo stesso giuramento. All'epoca (stiamo parlando di tempi pre-VatII), si dava per scontato che i Cattolici credessero a ciò che Roma insegnava. Ripeto: fedeltà FINO AL MARTIRio a Tutti, Singoli & Caiscuno, gli articoli di Fede & di Morale professati dalla Chiesa di Roma. Inclusi l'Immacolata Concezione, l'Infallibilità papale e l'Assunzione della Sempre Vergine Madre di DIO Maria. Molti di loro usavano il rito di Sarum (o, comunque libri liturgici medievali) e, dopo l'Apostolicae Curae, si fecero ri-ordinare sub conditione da orientali (come la leggenda urbana dice che abbia fatto in segreto l'allora Cardinale Ratzinger) e/o da Veterocattolici (ufficiali o vaganti/fai-da-te). Non lasciavano l'Anglicanesimo, per non far aumentare il peso delle altre componenti. Dopo il Vat.II Roma, come atto di omaggio ai vertici anglicani, chiese loro di sciogliersi. Con la morte, soffrendo, ma, coerenti con la loro impostazione di fondo (o, almeno, pensando di esserlo) obbedirono. Io, in una novella che ho scritto nel 2006, parlavo della nascita della Chiesa CATTOLICA di rito anglicano, immaginandola come uno sviluppo di questa esperienza, caratterizzata dell'essere, sic &t simpliciter, una "replica" liturgica e giuridica della Chiesa inglese medievale.

don Camillo ha detto...

Mi permetto di riportare un post inserito nel 3d precedente di Gherardini. Lo studio è a mio avviso molto prolisso e poco rassicurante.

http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2011/12/brunero-gherardini-anglicanorum-ctibus.html

Giampaolo ha detto "....L’esimio teologo parte da una costatazione di fatto non obiettabile: il desiderio di conversione da parte degli Anglicani nasce dall’insofferenza nei riguardi della propria confessione, più che da una “pastorale” o da un apostolato serrati predicati dalla Chiesa Cattolica. Se non si parte da qui, non si capiscono le ragioni delle perplessità pertinentemente sollevate da Mons. Brunero.......
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Sì, esatto più che una conversione è una reazione all'ubriacatura anglicana che sta toccando il suo culmine.

Mi rendo conto che aderire a Roma-Cattolica per un anglicano è un evento non da poco, mi rendo conto che parte della loro visione liturgica è sana rispetto allo sfascio conciliare tuttavia, il loro ingresso tout court, senza cioè abbandonare le incrostazioni protestanti, apporta in una Chiesa già confusa di suo, altra inevitabile confusione.

Infatti al loro culto, fatto da uomini contro il Culto Tramandato da Dio, NON ci rinunciano, così come al matrimonio dei preti.

Infatti i punti critici sono il loro CULTO espresso nel Book of Common Prayer, redatto contro la RomaCattolica da un Vescovo traditore spergiuro infame e traditore, scismatico ed eretico: Thomas Cranmer che loro venerano come Santo e Martire, (e ora anche noi???). Già entrato nel "tesoretto" liturgico "cattolico" (grazie sempre a B16 da cardinale) sotto l'augusto pontificato di GP2 il magnifico.

Ovviamente pieno di ambiguità volute e architettate [ed eretiche: art 31 del Credo Anglicano che proclama la Messa tridentina "favola blasfema"] contro RomaCattolica molto british.

2. La possibilità del sacerdozio uxorato latino, che va contro la Tradizione bimillenaria della Chiesa Latina, anche se B16, più di una volta rilega questa consuetudine SOLO ad una mera norma giuridica.

Le conclusioni già le ho scritte altrove, per chi volesse consiglio di ascoltare questa conferenza di Elisabetta Sala, tramite Radio Maria e Angela Pellicciari (che spero il Signore illumini e converta) su
Enrico VIII: http://www.radiomaria.it/archivio_audio/repository/Trasmissioni_online/420100518110002.MP3

ed Elisabetta I: http://www.radiomaria.it/archivio_audio/repository/Trasmissioni_online/320101019110002.MP3

Così per capire, per non dimenticare i nostri martiri Cattolici, squartati (perchè tale era la sorte per i cattolici sotto Elisabetta I l'Anglicana) dagli eredi di coloro che oggi entrano trionfalmente senza pentirsi o convertirsi in una Chiesa che ha perso il suo Orgoglio e soprattutto la sua Identità.

Anonimo ha detto...

Mi rendo conto che aderire a Roma-Cattolica per un anglicano è un evento non da poco, mi rendo conto che parte della loro visione liturgica è sana rispetto allo sfascio conciliare tuttavia, il loro ingresso tout court, senza cioè abbandonare le incrostazioni protestanti, apporta in una Chiesa già confusa di suo, altra inevitabile confusione.

Al di là di tanta verbosità, il punto è questo e le critiche di Mons. Gherardini restano tutte in piedi.
Abbiamo colmato qualche lacuna storica (anche recente) o pratica, ma le perplessità rimangono.

Anonimo ha detto...

Ho la lapidaria risposta di Mons: Gherardini. Un po' me l'aspettavo:

"Insomma, embrasson nous, tutto il resto non conta!"

Lore ha detto...

Sono d'accordo con l'articolo, che non afferma "Anglicanorum Coetibus è il massimo che si possa ottenere"... semplicemente, che si tratta di vere conversioni. Alla "chiesa conciliare", ma comunque conversioni. Ci vorrebbe una contro-replica un po' più precisa...

Guido Ferro Canale ha detto...

Egregi signori,
vi ringrazio per i vostri commenti e mi scuso per i difetti dell’articolo. Io per primo mi son detto che, probabilmente, ho scritto troppo. Del resto, condensare due anni di studi non è semplice. Pensavo, però, di essere stato, se non proprio sintetico, almeno chiaro. Vedo che non è così, me ne scuso e cerco di rimediare.
Anzitutto, consentitemi di fare chiarezza sui princìpi:
«La prima caratteristica dell'Ecumenismo cattolico è che esso si basa sulla verità integra lasciata da Cristo e che non considera possibile alcuna unione se non per la sincera accettazione di quella. Lo ha dichiarato anche Paolo VI nel discorso commovente tenuto il giorno della Epifania nella basilica della Natività a Betlemme.
Questa prima caratteristica è niente più e niente meno che la coerenza della Chiesa Cattolica in venti secoli. Essa ha ricevuta una verità; l'ha conservata, studiata, arricchita con deduzioni legittime, l'ha difesa contro tutti gli avvenimenti umani, l'ha a buon diritto riguardata sempre come insostituibile fondamento del costume cristiano e della sua stessa compagine. Senza la Parola di Dio integra in ogni aspetto nessuno si riunisce nel Nome di Cristo.
[...]
La seconda caratteristica dell'Ecumenismo cattolico è che, salva la verità e il diritto di Dio, esso è disposto a fare ogni sacrificio, che incida sugli uomini, per arrivare a riportare nella piena unità i fratelli separati.
Quanto non ci sono né ci possono essere concessioni sul terreno della Fede cattolica, altrettanto tutto diventa trattabile quello che è nostro e può giustamente piacerci.».

[Card. G. Siri, “Ecumenismo cattolico”, Conferenza al centro culturale “Didascaleion” di Genova, 16 Gennaio 1964, in Id., La giovinezza della Chiesa – Testimonianze, documenti e studi sul Concilio Vaticano II, “Opere del Card. Giuseppe Siri”, vol. 1, con Intr. generale del Card. P. Palazzini e Pref. del Card. M.L. Ciappi O.P., Giardini Ed., Pisa 1991, pp. 101-2].

Guido Ferro Canale ha detto...

Se volessi rispondere a Mons. Gherardini in termini altrettanto lapidari, direi “No, Monsignore. Perché non c’è nessun ‘resto’ che possa o debba contare”. Se ho intitolato il mio articolo in un certo modo, è perché ritenevo di aver dimostrato che, di fatto, siamo in presenza di una conversione; mi farebbe piacere apprendere, da qualcuno di voi, perché le mie argomentazioni non convincano (confesso, infatti, che questo 'perché' mi sfugge), o se siate a conoscenza di fatti che mi sono sfuggiti.
In ogni caso, vedrò di riassumere:
1)Andate su siti come “The Anglo-Catholic” e gli altri che ho citati: vedrete che gli interessati scelgono di aderire o meno agli Ordinariati secondo che accettino, oppure no, il Primato petrino e la dottrina Cattolica. Sono tutti simulatori? E a che pro’?
2)E' innegabile che gli Anglicani lascino la Comunione Anglicana perchè insoddisfatti di ciò che vi avviene; ma questo non basta a spiegare perchè si dirigano proprio verso Roma, visto che, da trent'anni a questa parte, l'Anglicanesimo versa in stato di scisma dichiarato e che, se aderissero alle “Continuing Churches”, potrebbero proclamarsi i veri continuatori di un Anglicanesimo tradito e non aver nulla a che fare né con la Santa Sede, né con i dogmi della divisione.
3)Cos’è essenziale perché si parli di conversione? Che si dica “Non sono più Anglicano”, oppure che si abbracci in toto la dottrina Cattolica? Direi che questo implica quello. Ma la Professione di Fede e il Catechismo esigono appunto un tale assenso. Perciò, su quali basi vi pare che non vi sia conversione?

Guido Ferro Canale ha detto...

4) Don Camillo, La ringrazio per la precisione della Sua risposta; mi permetta, però, di correggerLa: il “Book of Common Prayer” non è stato recepito dalla Chiesa Cattolica né sotto Giovanni Paolo II né ora con Benedetto XVI; La invito a seguire il link al “Book of Divine Worship”, potrà rendersi conto che gli elementi tratti dal BCP si riducono all’Inglese tradizionale e a qualche preghiera, peraltro dottrinalmente ineccepibile. Ho pubblicato, su “Una Voce dicentes”, uno studio dettagliato in merito e posso spedirlo via e-mail a chi volesse approfondire. O anche inviarlo a mic per la pubblicazione, se interessa.
5) Non ho il minimo dubbio che il Novus Ordo sia *un* problema, ma di certo non è *il* problema. Perché di certo non è un testo Anglicano. Quindi, se questi gruppi, entrando nella Chiesa Cattolica, si vedono imporre qualcosa di sostanzialmente identico alla “forma ordinaria” – che non si chiama così per caso… - evidentemente finiscono per usare una Liturgia *diversa* da quella che seguivano prima.
6) Non conoscevo affatto la “Società di S. Giorgio” e ringrazio di cuore Raf per le preziose informazioni; mi permetto, però, di osservare che ripristinare il rito di Sarum è uno degli obiettivi della Commissione che sta lavorando alla Liturgia degli Ordinariati. E non sarebbe un bell’esempio di giustizia e di riconciliazione storica, se ciò avvenisse perchè lo chiedono i discendenti di coloro che, a suo tempo, passarono all’eresia e fecero di tutto per sopprimerlo?
7) Sul celibato ecclesiastico, occorre distinguere tra l’ordinazione di ex-ministri che si convertono già sposati e quella, in futuro, di chi prende moglie dopo l’ingresso nella Chiesa di Roma. La prima è prassi pacifica da quarant’anni, la seconda, allo stato attuale, mera eventualità. Solo quest’ultima potrebbe, in astratto, mettere in pericolo la legge del celibato e il suo valore teologico; ma dire, adesso, che gli Anglicani vengono esentati dall’osservar tale legge non corrisponde in alcun modo al testo della Costituzione, né alla realtà dei fatti.
8) Qualcuno è in grado di indicarmi le “incrostazioni protestanti” che i convertendi non starebbero abbandonando? (Celibato a parte, s’intende).

don Camillo ha detto...

Ringrazio per l'attenzione. Ripeto non metto in dubbio la loro sincera e buona fede, "il" problema non solo solo loro ma siamo NOI. Le incrostazioni? Tutti i mali nella Chiesa Cattolica sono subentrati a piccoli passi. Nella fattispecie, per esempio, introdurre solo la possibilità teorica di un clero latino uxorato porterà un danno e uno scandalo a tutta la Chiesa, creando il precedente per la costituzione di battaglioni vaticanosecondisti di diaconi uxorati pronti ad essere Ordinati, demolendo così quello che è ancora in piedi di Santo e tradizionale? chissà. Così come l'introduzione di un culto empio perchè fatto da un empio. Canonizzando così, giusto appunto, il culto di Kiko e di Bugnini? Magari sì.
La reciterebbe una preghiera assolutamente perfetta sull'Immacolata Concezione scritta sotto ispirazione del demonio? Io no, così come il culto ideato da quel maiale di Thomas Cranmer, anche se come dice lei è molto elegante (e non tutto marcio come il Book of Common Prayer), molto British. Mi rallegro di sapere che vorrebbero(???) forse (??) ritornare al Venerabile Rito di Sarum, ma credo solo che sia una pia illusione, per illudere i più creduloni, perchè Cranmer rimane e rimarrà!

Poi le vorrei chiederle nello specifico quale cosa ritengono buono, da cosa cioè è composto il "tesoretto" anglicano post Riforma a cui dichiarano di non voler rinunciare??? Paramenti???Altri riti? santi loro (S.Cranmer)? teologi? buona musica? chiese loro (non quelle che c'hanno rubato ovviamente)... dica dica...

E poi, avevo saputo (ma forse è leggenda) che esitono piccole comunità aglicane-cattoliche con preti sposati e (ri)Ordinati che officiano con il Rito Aglicano puro puro... permesse da Ratznger, sotto il Vescovo locale, chiedo a lei e ad Rafminimi, è vero? Sapete qualcosa?

Guido Ferro Canale ha detto...

Ma Le pare, grazie a Lei che continua a seguire il thread.
Guardi, comprendo la preoccupazione per il celibato ecclesiastico... ma, a termini di AC, gli Ordinariati *non* vengono affatto a trovarsi in una situazione analoga agli Orientali. Lì, se non erro, il clero sposato è cosa normale (e mi chiedo se davvero lo Spirito Santo permetta che così sia, da tanti secoli, solo per evitare mali maggiori, o se questa diustinzione tra una Chiesa celibataria e un'altra che ammette il clero uxorato non abbia in sè stessa un ruolo nel disegno divino). Negli Ordinariati, il celibato sarà la regola; per ammettere, in futuro, candidati al Sacerdozio sposati ci vorrà la richiesta di una deroga motivata e, ogni volta, caso per caso, si dovrà valutare se Tizio o Caio vi rientrino. Mi potrà dire che è già conceder troppo; posizione comprensibile, ma, a mio giudizio, prematura, visto che ancora non sappiamo nulla dei "criteri obiettivi" cui vorrà attenersi la S. Sede. Qualcuno conosce le norme attuali per la dispensa dal celibato? Intendo quelle universali per la Chiesa latina? Credo ci sia una circolare della CDF del 1980, ma non ne so di più.

Guido Ferro Canale ha detto...

Per quanto riguarda la Liturgia, il ripristino del rito di Sarum è una richiesta formale alla Congregazione per il Culto, quindi a questo punto dice bene Lei, il problema siamo NOI, è la volontà romana di darvi seguito o meno.
Quanto al "tesoretto liturgico", vogliono mantenere l'Inglese tradizionale, un bel po' di inni e, per quel che riguarda la Messa, direi soltanto alcune preghiere. Può farsene un'idea più precisa sia consultando il "Book of Divine Worship", al link nell'articolo, sia seguendo quest'altro:

http://www.theanglocatholic.com/2010/01/rite-of-mass-australia/

Dante Pastorelli ha detto...

Il CCC è un documento infallibile promulgato dall'Autorità divinamente assistita?
Dovrebb'esser così, se il Catechismo è la sintesi della Fede Cattolica sempre creduta e professata.
Ma il CCC rispecchia totalmente e sempre questa Fede? Ho i miei dubbi.
Prendiamo il caso della salvezza dei bambini morti senza Battesimo, la cosiddetta dottrina del Limbo.
Nel nuovo Catechismo (art. 1261)si accettano le tesi teologiche ratzingeriane (ma non solo sue) che ammettono la possibilità di salvezza di cotesti bambini, affidandoli alla misericordia di Dio che vuole tutti salvi e di Gesù che diceva:" lasciate che i bambini vengano a me"; insomma si prospetta una via di salvezza straordinaria, su cui la Chiesa, nel caso in esame, si è espressa negativamente, anche espungendo affermazioni simili da opere di grandi teologi come il Gaetano. Nello stesso tempo - una contraddizione insanabile- si legge un pressante invito a conferire il Battesimo ai bambini perché vengano a Cristo col dono del Battesimo.
Ora tesi come queste, che per un momento mi affascinarono, le ho già confutate in passato sulla base delle posizioni dei Padri, dei Pontefici (si pensi ad Innocenzo III), delle dichiarazioni di concili (Firenze e Trento), sulle proposizioni del Catechismo tridentino, su su sino al Catechismo di S. Pio X, ai pronunciamenti di Pio XII e Paolo VI (nel Credo del popolodi Dio). La Chiesa ha sempre insegnato che senza Battesimo neppure i bambini posson goder della visione beatifica, ma vivranno in uno stato di felicità naturale non avendo avuto la vita soprannaturale giacché non rinati in acqua ed in Spirito.
Ora, se è infallibile è il CCC, significa che son fallibili i precedenti Catechismi - oltre ad un Magistero continuo. Come la mettiamo?

don Camillo ha detto...

Ben detto Dante, senza dimenticare la scomparsa dei capitoli (nel nuovo CCC) riguardanti "le condizioni dei corpi risorti" perché facevano tanto ridere i Protestanti, Anglicani compresi, ma apportano alle Anime tanta speranza e desiderio di Eternità.

Anonimo ha detto...

... e soprattutto sperimentando le primizie della Risurrezione nelle ondate di Grazia che ricevono già qui!

Lore ha detto...

Sul limbo propongo questo ottimo articolo:

http://tertiumnondatur.blogspot.com/2011/10/il-vaticano-ii-e-il-limbo.html

Guido Ferro Canale ha detto...

Caro Dante, ai nostri fini l'essenziale è che il Catechismo preveda l'esercizio dell'infallibilità e si pretenda che gli Anglicani lo accettino come tale. Se poi si ritiene che, di fatto, contenga errori, è ovvio che apriamo ben altro problema. E non ho certo inteso sostenere che esso dica tutto ciò che potrebbe e dovrebbe, nè che lo faccia sempre nel migliore dei modi: l'"autenticità" non funge da garanzia, al riguardo.
Non voglio aprire un dibattito sulla questione del Limbo, che ci porterebbe davvero troppo fuori tema... ma l'errore del Catechismo, se ho ben capito la tua affermazione, consisterebbe nel presentare il Limbo come una soluzione possibile, non certa. Nel momento in cui afferma che la Chiesa "non conosce altro mezzo" rispetto al Battesimo, per assicurare la salvezza, secondo me salva il dogma definito e giustifica perfettamente l'insistenza sul dovere di battezzare il bambino. Il problema, semmai, è se davvero possiamo ammettere che Dio ci abbia lasciati nell'incertezza su una questione così rilevante: la Commissione arriva a dire che essa è indecidibile alla luce della Rivelazione, che la Rivelazione è lacunosa!
Ma sto andando fuori tema, e me ne scuso.

Guido Ferro Canale ha detto...

Don Camillo: chiedo scusa se mi son scordato di risponderLe sul punto la volta scorsa, ma posso assicurarLe che in due anni di indagini, mai ho udito che, nella Chiesa Cattolica, fosse ammesso, foss'anche in un angolo sperduto, il rito anglicano "puro". Credo che si tratti di un fraintendimento: il nome corrente della "Pastoral Provision" è, infatti, "Anglican Use".