domenica 23 aprile 2017

don Elia. Uomini di Dio

Viam veritatis elegi
(Sal 118, 30).
Cercasi uomini di Dio. No burocrati, gestori, assistenti sociali, ideologi, opinionisti, animatori, intrattenitori… ma nemmeno sofisti in tonaca, pedanti eruditi, saccenti sputasentenze, pedissequi rubricisti, infallibili censori, astiosi restauratori… Uomini che non solo posseggano la retta dottrina  e una sana teologia, ma ne vivano, le incarnino e le facciano risplendere agli occhi di quanti cercano la verità, ardere nei cuori che la amano e fruttificare nella vita dei fedeli. Uomini che non offrano solo idee chiare e argomentazioni (apparentemente) incontrovertibili, ma che guidino le anime nelle vie di Dio, siano di casa nel Suo cuore, trabocchino di unzione spirituale, gustino e facciano gustare le Sue incomparabili dolcezze, comunichino la Sua compassione e tenerezza, risplendano di luce soprannaturale, rendano “tangibile” la grazia.

L’intellettualismo astratto ha partorito e continua a partorire rivoluzioni contro natura, ma genera parimenti inquisitori che in nome della loro dottrina, considerata l’unica versione valida e legittima, sono pronti a condannare senza appello chiunque non si allinei. Lo stesso difetto congiunge estremi opposti, perché ne costituisce la stessa origine: la realtà divina è scambiata per un teorema, il pensiero prevale sull’essere, l’amore della verità è soffocato dalla passione per la disputa. La grande eresia della modernità è nata dalle derive della tarda scolastica e può infettare qualsiasi ambiente, anche di segno contrario. Che uno sia progressista o tradizionalista, può ugualmente smarrirsi in un mondo cerebrale costruito per giustificare le sue idee, perdendo i contatti tanto con la propria anima che con il Dio vivente (non quello dei filosofi di pascaliana memoria).

Chi ha sinceramente scelto la via della Verità rifugge inorridito da quel sentimento di eccellenza intellettuale e culturale in cui i massoni – e molti ebrei – ripongono la propria sicurezza. Vogliamo metterci sul loro stesso piano per confutarli? Vogliamo utilizzare le loro stesse armi? Finiremo col degradare, sfigurare e, infine, rinnegare quella Verità che pensiamo di difendere, la quale non è un sistema di pensiero, ma una Persona. L’atteggiamento gnostico-iniziatico che combattiamo finirà col contagiare anche noi, sedotti dalle nostre “conoscenze superiori” e ormai sordi all’appello del Verbo incarnato, morto e risorto per risuscitarci a quella Vita che è Egli stesso, che l’uomo ha perso in modo irrimediabile, per quanto dipende da lui, e che nessuna conoscenza ha il potere di rendergli, se non quella che è oggetto della fede umile e compunta di chi non cessa di ripetere: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore».

La correttezza dottrinale è indispensabile per una sana vita spirituale, ma non la sostituisce; la radice non è tutta la pianta, sebbene la pianta non possa farne a meno. L’accanimento teologico di cui certuni fanno una ragion d’essere tradisce spesso una fondamentale estraneità a Dio, tenuto a debita distanza con impeccabili formule dogmatiche e ineccepibili prestazioni rituali. La familiarità divina, invece, impedisce di sviluppare dotti ragionamenti su premesse non sicure presentate come certezze inconfutabili quando non lo sono affatto; ciò ripugna a una coscienza retta, guidata dallo Spirito Santo. Un solo esempio fra tanti: quando si afferma che ogni vescovo riceve la giurisdizione direttamente dal Papa come fosse una verità di fede, in realtà si spaccia come un dato indiscutibile ciò che finanche nella teologia preconciliare era discusso; c’è sì un’importante affermazione in questo senso nell’enciclica Mystici Corporis di Pio XII, ma – con tutto il rispetto per il Magistero pontificio e per uno dei maggiori papi della storia – questo non basta a farne un dogma.

Se questo modo di procedere, non del tutto onesto, si applica a questioni da cui dipendono le scelte morali o l’esercizio del ministero, è evidente quanto sia pericoloso. Una volta presa una decisione ideologica di fondo, in sé difficilmente giustificabile, ma a mio avviso incontrovertibile, posso pure sentirmi autorizzato ad agire abitualmente, come sacerdote, in modo del tutto illegittimo e indipendente, perché ho stabilito a priori, nel mio tribunale personale, che è l’autorità a sbagliare e che io sono non solo giustificato, ma obbligato a fare così. Peccato che questa conclusione, di fatto, contraddica a tutta una serie di verità rivelate che sono pur convinto di difendere… Come soleva ripetere in romanesco il mio primo parroco, buon’anima: «Qua ognuno se fa la Chiesa pe’ cconto suo». Era un prete formato all’antica, poi costretto al cambiamento e perciò tormentato da un terribile conflitto interiore, ma con queste realistiche intuizioni coglieva nel segno.

Il cristianesimo latino ha indubbiamente una tradizione ricchissima nel campo della mistica; non per nulla ho raccomandato più volte di nutrirsi abbondantemente di questo tesoro per poter resistere nella spaventosa prova che stiamo attraversando. I testi sono a disposizione di tutti e i Santi che ne sono autori non aspettano altro che ricorriamo alla loro intercessione. Il dramma è che trovare qualcuno che concretamente viva e aiuti a vivere i loro insegnamenti, nella Chiesa Cattolica, è oggi un’impresa quasi disperata. L’Oriente cristiano non è certo del tutto esente da errori teorici o pratici, ma il vantaggio è che, al di là di polemiche teologiche più o meno pretestuose, la sua spiritualità attinge direttamente ai Padri e, di conseguenza, ne risente in modo molto relativo. L’essere in stato di scisma è un peccato grave per chi ci si pone deliberatamente, non per chi ci nasce e crede in buona fede a ciò che gli hanno insegnato. Intransigenza per intransigenza, anche molti ortodossi considerano eretici i cattolici… Di questo passo, se ne verrà mai fuori?

La prassi che consente una nuova unione dopo il matrimonio è certamente un abuso, ma non è equiparabile al divorzio, tanto è vero che non si ripete il sacramento, il quale si può celebrare una sola volta. Sulla fondazione teologica di tale deroga, poi, non c’è affatto unanimità – segno, questo, che con il vago concetto di oikonomía non riescono a giustificare in modo soddisfacente questa forma di indebita tolleranza. Ma siamo poi sicuri che da noi, anche a prescindere dalla “riforma” introdotta dal Pontefice regnante, le dichiarazioni di nullità matrimoniale rispondano tutte a verità e siano sempre ottenute con procedimenti perfettamente limpidi e corretti, specie quelle a favore dei potenti? Oppure, anche nel glorioso passato, con quali argomenti dottrinali si legittimava il fatto che cristianissimi re e imperatori, assistiti da confessori e cappellani personali, si concedessero il conforto di dozzine di concubine, fra le quali le “favorite” godevano a corte di una posizione pubblica riconosciuta? A ben vedere, anche oggi un capo di governo divorziato e convivente può accedere alla santa Comunione, se ad amministrargliela è un arcivescovo incaricato della “nuova evangelizzazione”, già professore di teologia e di conseguenza aduso a “contestualizzare” i fatti…

Visto che nessuno è senza peccato, rendiamo allora tutto tranquillamente indifferente? No di certo. È solo per mostrare che, nonostante i compromessi storici e gli accomodamenti politici, la santità è comunque possibile, sia da noi che presso gli ortodossi. Il Rinascimento ha visto fiorire santi di prima grandezza, nonostante la gerarchia cattolica versasse in buona parte in una corruzione morale che avrebbe fatto impallidire gli autori, tanto letti e amati, dell’antichità greco-romana. Chi sostiene che lo stato di scisma impedisce allo Spirito Santo di agire ha evidentemente assimilato una teologia che pone dei limiti invalicabili anche a Lui, ma che il Magistero cattolico non ha mai fatto propria. Nell’Ortodossia, per la mancanza di un’unica autorità dottrinale, ci sono certamente deviazioni teoriche e pratiche, nonché, nell’ambito della spiritualità, pericolosi sconfinamenti nell’esoterismo; ma l’autentica santità si riconosce da segni inconfondibili. Non si può servire per errore il diavolo, se per Cristo si è versato il sangue, fisicamente o moralmente.

I nostri padri non facevano dispute teologiche, ma credevano con semplicità quello che sapevano e si sforzavano di farsi santi nella quotidianità, aiutati da uomini di Dio che, oltre a insegnare loro la dottrina, li attiravano con l’esempio di una vita buona, pregavano e facevano penitenza per loro, si consumavano in confessionale e li dirigevano con umiltà e sapienza. La scomparsa pressoché totale di tali guide è causa di una sofferenza indicibile per l’anima, mentre in quella parte della Chiesa che è passata nella macina di una persecuzione inimmaginabile esse sono tornate ad abbondare. Sarà un caso? Lungi da me incitare chicchessia a farsi ortodosso… ma diamo almeno un’occhiata al di fuori della nostra torre d’avorio e porgiamo orecchio alle voci di testimoni non antichi, ma attuali, che ci raccontano meraviglie accadute nel nostro tempo e germogliate dal martirio. Riconosceremo allora il timbro inconfondibile di un’unica voce che continua a riecheggiare e, se Dio ce ne fa la grazia, riusciremo a farla risuonare ancora anche da noi.

42 commenti:

irina ha detto...

Mancano gli esempi viventi, forse.Il materiale, a cui dissetarci, lo abbiamo. Sono rientrata nella Chiesa perchè tutti i frammenti veri che ho trovato fuori, avevano le loro radici qui. Non capisco come possa essere successo che tanti cattolici stiano a zonzo di qua e di là, quando qui c'è tutto. C'era tutto. Stiamo perdendo la memoria dei nostri possedimenti. Non sappiamo più cosa abbiamo nè dove l'abbiamo messo. Arrivano gli altri con i nostri frammenti, tirati a lucido, e noi restiamo incantati.Siamo stati il lievito del mondo.Ora non più. Perchè la Chiesa stessa ha creduto che il mondo fosse migliore di lei. Ma il mondo il suo sapore l'ha preso dal nostro sale. Lievito e sale hanno perso il loro carattere, sono scipiti e non sollevano la massa. Perchè la Chiesa ha smesso di insegnare, ha smesso di portare la Buona Novella, a tutti, con slancio e fede certa. Ed il mondo non ha più creduto al peccato originale, perchè il Battesimo lo ricevevano tutti, la Confessione pure e La Santa Messa, celebrata ogni giorno in tante cappelle del mondo, portava il Cielo sulla terra e la terra verso il Cielo. Quando si comincia a pregar di meno,a saper di meno, a non evangelizzare più il prossimo si cade sotto la legge della gravità che inchioda i corpi sulla terra ed il cuore e la mente, e l'anima e lo spirito.La Chiesa deve riprendere in mano nelle sue omelie il Catechismo di Pio X ed intesserlo nel commento del Vangelo, la Domenica, per tutti. Questo è l'unico aggiornamento, al passo dei nostri tempi, che i consacrati devono intraprendere. E nella Confessione parimenti quando è più facile dare al singolo la pillola- catechistica di cui la sua malattia ha bisogno. Ogni attimo della nostra vita dobbiamo riagganciarci alla presenza di Dio, sia che si sia consacrati, sia che non; sia che si faccia un lavoro manuale o di concetto, come si diceva una volta. Presenza di Dio che significa? Dimenticare se stessi. Lasciare che sia la Verità ha guidarci, la Vita a raccoglierci in essa, la Via l'umiltà nella cura del particolare vivente, vero. Sono certa che persone sinceramente dedicate esistono. Nascoste. Un po' perchè il mondo insegue lo scandalo, un po' perchè la presenza di Dio richiede silenzio e nascondimento. Interiore sempre. Sì, non abbiamo buoni esempi evidenti. Nascosti ce ne sono. Di quelli evidenti non conosciamo la lotta che conducono per superare le loro debolezze. Se hanno preso lucciole per lanterne. Se sono entrate in un circolo vizioso o se ne stanno uscendo. Mille sono le possibilità di errore che si possono incontrare. Intanto conviene riprendere ad insegnare ai piccoli l'amor di Dio, in tutti i particolari della loro giornata. Tutti siamo chiamati ad aiutare. Le famose opere di misericordia corporale e spirituale. Queste seconde sono cadute nel dimenticatoio. Le ricopio così che tutti le possiamo avere nella mente e nel cuore:
1) Consigliare i dubbiosi.
2) Insegnare agli ignoranti.
3) Ammonire i peccatori.
4) Consolare gli afflitti.
5) Perdonare le offese.
6) Sopportare pazientemente le persone moleste.
7) Pregare Dio per i vivi e per i morti.

Anonimo ha detto...

"Era tutto già scritto. Alcune interpretazioni del capitolo VIII di Amoris laetitia riprendono vecchie teorie. Lo dimostra un libro scritto della San Paolo nel 2005 dai cardinali Kasper e Martini. In punta di penna si sono battute linee precise su liturgia, ecumenismo, morale. Tra le pieghe del libro un imperativo che rischia di affermarsi ora: «La Chiesa non ha nessuna competenza dottrinale per un giudizio definitivo sulle situazioni concrete»."

Anonimo ha detto...

Oggi si ricorda il Medz Yeghern, il Grande Male, il Genocidio armeno: nella notte del 24 aprile 1915, a Istanbul, vennero eseguiti i primi arresti e omicidi dell'elite armena, cui seguirono per quasi dieci anni da parte delle autorità ottomane e poi turche le operazioni di deportazione e sterminio del popolo armeno; almeno un milione e mezzo di armeni innocenti morì in quelle circostanze. Voglio però collegare questo fatto lontano all'oggi: saranno pochi quelli che ricorderanno questo orribile massacro, uno dei primi del secolo scorso, ma sono pronto a scommettere che molti di questi pochi, davanti alle ultime mosse politiche di Erdogan, saranno stati solerti nel rimpiangere e fare paragoni con Ataturk. Ignoranti, o ipocriti, Ataturk, assieme a Mehmed Talat, Ahmed Gemal e Ismail Enver, i "Tre Pasha", fu proprio lui ad avallare le operazioni di pulizia etnica contro gli armeni e le altre minoranze cristiane dell'Impero Ottomano! Se ricordate gli Armeni, oggi, ricordatevi anche che l'idolo Ataturk, idolo perchè "laicizzò" e "modernizzò" la Turchia, era stato anche un uomo politico rude e sanguinario...

circa ATATURK ha detto...

[...] Comunque, ricordiamoci che lo scontro tra islamisti e kemalisti (cioè massoni, se non sempre di grembiulino, certamente di mentalità) non è la nostra lotta. Non abbiamo motivi di fare il tifo, né per gli uni, né per gli altri.
Mustafa Kemal Atatürk (1881–1938), in maniera originale e tipicamente turca, ha realizzato un regime che adatta alla realtà turca tanto il fascismo, quanto il liberalismo ed il comunismo. Stiamo parlando del generale che umiliò Churchill, sconfiggendolo nella prima guerra mondiale. Churchill, infatti comandava le truppe inglesi sbarcate a Gallipoli di Turchia. Furono annientate totalmente. Poi, a guerra finita fu Kemal a gestire la dissoluzione dell'impero ottomano in seguito alla sconfitta. Massone d'alto rango (e forse discendente dei Dumhen, quegli Ebrei che riconobbero come messia Sabbatai Zevi nel XVII Secolo e, quando quest'ultimo si convertì all'islam, lo seguirono, riuscendo malvisti sia agli Ebrei, che ai musulmani) quando abolì il califfato, fu festeggiato con enfasi dalle massonerie di tutto il mondo. Scrissero allora i massoni, che una festa più grande di quella la avrebbero fatto solo quando sarebbe stato abolito il papato. Scrisse anche dei poemi pieni di irriverenze (per dir poco) verso l'islam. Proclamò la repubblica e si diede con impegno ad occidentalizzare e laicizzare la Turchia. Vietò il velo per le donne (nuovamente permesso solo negli anni '90; oggi le donne turche si possono vedere in giro in tutti i gli abbigliamenti: da quelle avvolte in veli e camicioni a quelle fin troppo scoperte. Non dimentichiamo che i Turchi sono stati gli inventori della "Danza del Ventre"), le diede la parità dei diritti civili con l'uomo, il diritto di voto, mentre sottomise al controllo statale tutte le religioni, islam prima e più di tutte le altre. Vietò l'uso degli alfabeti arabo, armeno, greco, cirillico e georgiano, prescrivendo l'uso esclusivo dei caratteri latini. Vietò l'uso pubblico di ogni tipo di abito religioso: dalla talare cattolica, allo stricarico degli ortodossi a, ovviamente il fez dei musulmani. Copiò leggi dai codici tedeschi e svizzeri e le rese uniche leggi dello Stato. Promulgò una costituzione in cui l'esercito era incaricato esplicitamente, di fare il custode della Costituzione, in specie dei principi di laicità posti a base della stessa. Pertanto diede all'esercito il compito di attuare colpi di Stato, per impedire la vittoria alla elezioni di partiti religiosi. E l'esercito turco lo ha fatto tre volte, l'ultima nel 1980.

20 aprile 2017 11:03

Magno di Borbone ha detto...

Per chi non l'avesse visto...ecco come gli sciacalli delle Iene si scagliano contro don Minutella ed i cattolici.
Da voltastomaco.

http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/pasca-papa-francesco-non-piace-a-tutti_714020.html

mic ha detto...

Ho visto il video del servizio delle iene. Redatto in maniera stomachevole in chiave anticattolica: Francesco riformatore e il resto degli oscurantisti rappresentati da don Minutella.
Purtroppo però riporta dichiarazioni di don Minutella 'tagliate' secondo l'immagine che si vuol dare di lui che, purtroppo, con alcune dichiarazioni offre materia per essere meno credibile. Un maggior equilibrio non guasterebbe. Si può affermare la Verità con parresia senza lanciare accuse non provate: adesione alla massoneria data per certa, ad es. Che poi alcuni atteggiamenti coincidano con certi 'programmi di loggia' e ne raccolgano le simpatie è un altro discorso. Ma un conto è far notare questo, un altro conto è sparare l'accusa che, non essendo provata, desta scalpore e viene trasformata in attacco rendendo meno credibile tutto il resto. E così anche per altri punti...

Magno di Borbone ha detto...

Tutto vero, ma vedere come fanno passare per matti i sacerdoti che giustamente chiedono, con amore cristiano, la castità per gli omosessuali, è qual cosa di inaccettabile.
In più parlano di Eucaristia con una leggerezza a dir poco scandalosa.
La campagna anticattolica è sempre più feroce.

Anonimo ha detto...


# Errore nella ricostruzione storica "circa Ataturk"

Churchill non era il comandante "delle truppe inglesi" sbarcate nella penisola di Gallipoli. Il comandante era il generale sir Ian Hamilton. Churchill stava comodamente a Londra, era il Primo Lord dell'Ammiragliato (First Sea Lord) ossia il ministro della marina. Aveva ideato l'operazione per forzare gli Stretti e stabilire un collegamento con la Russia zarista, in modo da inviarle i rifornimenti richiesti. Idea strategicamente valida ma eseguita in modo mediocre. Il corpo di spedizione alleato contava soprattutto australiani, neozelandesi, francesi (truppe coloniali) e non fu distrutto. Ebbe molte perdite, dovute anche alle malattie, ma si ritirò con calma dopo circa 8 mesi, nel gennaio del 1916.
Mustafa Kemal era solo tenente colonello, comandava una divisione. L'esercito turco reagì con efficacia grazie alla lentezza degli Alleati e anche al fatto che era in realtà diretto dal generale tedesco Liman von Sanders, ricevendo anche sostanziali invii di artiglieria tedesca.
PP

Luisa S. ha detto...

http://www.marcotosatti.com/2017/04/09/lamore-straordinario-della-massoneria-per-il-pontefice-uno-studio-documenta-una-storica-prima-volta/

L'adesione alla massoneria non sarà e non è provata, ma il favore della stessa per questo Papa sì.

Anonimo ha detto...

"Our loss is more than a liturgical tradition, it's a culture. Nowadays the great problem of the Church is not what we have lost, but the fact that we have now very little to offer, the problem is not what has been taken, but that which have freely given up, and we have no alternative vision to offer".

Anonimo ha detto...


@ Don Elia, si faccia Pope e ci parli da "ortodosso" dichiarato, così sapremo come regolarci.

Ci risparmi, a questo punto, omelie diventate purtroppo ambigue, tutte scodinzolamenti per la c.d. Ortodossia, all'insegna del "vorrei ma non posso", che sembrano nello stesso tempo propugnare una sorta di giusto mezzo tra due opposti estremismi, dando loro addosso ma senza chiarire con chi Lei ce l'abbia veramente: faccia nomi e cognomi ossia esponga teorie definite da criticare, così potremo capire e sapremo come rispondere a tono, se del caso (sempre sul piano della controversia, si intende).

Circa il potere di giurisdizione dei vescovi, che venga dalla missio canonica pontificia, secondo don Elia, si tratterebbe di un'opinione personale di Pio XII, se ho ben capito! Ma la tesi, peraltro tradizionale, non fu già esposta da Leone XIII (Satis Cognitum, del 1896, con citazione di una nota frase ad hoc di san Tommaso?). E al VAticano II, coloro che si opposero ai neomodernisti che volevano modificare la collegialità, non citarono proprio il fatto che Nostro Signore risorto disse solo al Beato Pietro: "Pasci le mie pecore"? (Vedi De Mattei). L'immagine biblica del Pastore indicava il capo del governo, il re, il capo del gregge. Non disse il Signore "pascete le mie pecore", rivolto anche agli altri Apostoli, pur presenti. Lo disse al solo Pietro, diede cioè il potere di giurisdizione su tutta la Chiesa al solo Pietro.
Logico pertanto ritenere che il potere di giurisdizione sulla sua diocesi il vescovo lo riceva mediante autorizzazione dal Papa, in quanto potere di un'autorità non "vicaria" (cioè sostitutiva di quella del Papa) ma sempre subordinata a quella del Papa, in quanto autorità di governo locale (non come autorità investita di potere sacramentale, dell'Ordine). PP

Elia ha detto...

Non ho mai scritto che l'Ortodossia sarebbe una sorta di giusto mezzo, ma semplicemente che, rifacendosi costantemente ai Padri (seppure a volte in modo un po' rigido e fissista) si è mantenuta generalmente (e sottolineo: generalmente) indenne da quell'intellettualismo astratto che da noi, su fronti opposti, può inaridire la fede e diventare un alibi per la santificazione personale.
Non ho nemmeno scritto che quella di Pio XII sia un'opinione personale, ma semplicemente che non è un dogma: per quanto tradizionale, la sentenza era discussa anche prima del Concilio. Ludwig Ott, nel suo "Compendio di Teologia dogmatica" (pp. 481-482), le attribuisce la qualifica teologica di "sententia probabilior" (che non è certo identica al "de fide"), sebbene la consideri "più confacente alla costituzione monarchica della Chiesa"; è chiaro che non la si può presentare come verità di fede. Egli accenna poi alle difficoltà storiche che si oppongono a questa tesi, dato che per più di un millennio i vescovi non hanno ricevuto sempre e ovunque la missio canonica dal Papa ed è impossibile dimostrare che ci fosse un assenso tacito alla loro elezione. Questo non inficia necessariamente il primato di giurisdizione del Papa.

Anonimo ha detto...


@ "Non inficia il primato di giurisdizione del Papa"

Lo inficia nel momento in cui, per giustificare il concetto che il potere di giurisdizione del vescovo ha origine sacramentale (con la consacrazione a vescovo) e non nella missio pontificia, attribuisce, come ha fatto il Vat II, al collegio dei vescovi con il Papa la titolarità del potere di giurisdizione su tutta la Chiesa:
Lumen Gentium, 22.2: "D'altra parte l'ordine dei vescovi, il quale succede al collegio degli apostoli nel magistero e nel governo pastorale, anzi, nel quale si perpetua il corpo apostolico, è anch'esso insieme col suo capo il romano Pontefice, e mai senza questo capo, il soggetto di una suprema e piena potestà su tutta la Chiesa, sebbene tale potestà non possa esser esercitata se non col consenso del romano Pontefice".
LG 22.2 crea due soggetti giuridici distinti della suprema potestà di governo: il collegio con il Papa e il Papa da solo. Con due esercizi distinti: del Papa da solo e del collegio sub Papa. Una cosa del tutto assurda.
Si applica la distinzione tra titolarità di un diritto e suo esercizio. GS 21.2 dichiara che la consacrazione episcopale conferisce pure, con l'ufficio di santificare [potere d'Ordine] gli uffici di insegnare e governare; questi però [gli ultimi due] per loro natura non posson o esser esercitati se non nella comunione gerarchica col capo e con le membra del collegio". Anche qui, distinzione tra titolarità di un diritto e suo esercizio.
Però, se si dice che il potere di governo il collegio dei vescovi con il suo capo lo possiede, in quanto soggetto giuridico, "per tutta la Chiesa", quest'affermazione non contraddice la Scrittura, che mostra chiaramente aver Cristo conferito tale potere di governo "per tutta la Chiesa" al solo Pietro e non agli Apostoli, intesi come "collegio con il suo capo"? Ott scriveva nel 1954, ben prima del Concilio.
La concezione tradizionale (che Leone XIII riconduce a san Tommaso) è in realtà l'unica confacente alla costituzione monarchica della Chiesa stabilita da Cristo stesso, costituzione che rende necessaria la missio pontificia per il potere di governo locale del vescovo: se solo Pietro ce l'ha la suprema potestas di governo su tutti, non occorre un suo atto specifico affinchè il vescovo la possieda nei confronti del suo gregge particolare?
PP [quanti secoli ci vogliono perchè l'opinione teologica più valida, riconosciuta dal Magistero, appartenga all'infallibilità del magistero ordinario?]

marius ha detto...

"Logico pertanto ritenere che il potere di giurisdizione sulla sua diocesi il vescovo lo riceva mediante autorizzazione dal Papa,"

Ma torniamo un passo indietro alla questione degli ortodossi, che costituisce il tema caldo di questo articolo: come la pensano loro a questo proposito?

Forse che la pensano nell'ottica tradizionale cattolica (la quale, pur non essendo codificata come un dogma, corrisponde a quanto sempre ed ovunque è stato creduto)?

No, da quanto ne so, le loro "chiese" sono autocefale e non riconoscono per nulla il primato giurisdizionale del Papa.

Caro don Elia,
sembra proprio che Lei abbia scelto questo esempio da tra i tanti per voler portare ulteriore acqua al mulino "ortodosso".
Questa è una mia impressione.

Affetto da ignoranza cronica ha detto...

Il messaggio che mi trasmette Don Elia e' il ritorno al timore di Dio , all'ardore del cuore .
A volte provo il desiderio di restare chiuso in Chiesa per poter vegliare il Tabernacolo tutta la notte
per potermi prostrare al modo dei Magi .
http://sevenflys.altervista.org/patriarca-younan-iraq-atto-un-genocidio-dei-cristiani/
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-il-prete-barricadero-non-molla-e-scende-in-politica-19654.htm

alla sera ti cerco ...

Perdonami, Signore. La terra non si apre per inghiottirmi, come Datan e Abiron, i flutti del mio peccato come i flutti del mar Rosso non si rovesciano su di me ricoprendomi come il faraone e il suo esercito.
Possa io avere la forza di Debora e di Giaele per trafiggere il nemico con la croce di Cristo e possa vedere con Manoach l'Angelo di Dio elevarsi nella fiamma.
Fa' che io non imiti la debolezza di Sansone. Le seduzioni della carne non mi facciano perdere la tua gloria, Signore, consegnandomi nelle mani di estranei che tramano la menzogna.
http://muniatintrantes.blogspot.it/2017/04/alla-sera-ti-cerco.html

mic ha detto...

C'è chi reagisce di pancia in base al momento che sta attraversando e chi continua a usare entrambe le ali (ragione e fede) per meno capire e approfondire.
Da quel che intuisco don Elia esprime e condividere i frutti del suo percorso in base alla sua personale esperienza.
Gliene sono grata e non vedo l'ora di potergli parlare a voce. Mi manca...

Anonimo ha detto...

“Sufficit tibi gratia mea”
(Ti basta la mia grazia), non ha bisogno di nient’altro!
E' il motto scelto dal card.Sarah .

Anonimo ha detto...

25 Aprile 1467 - 25 Aprile 2017
http://www.genazzanobuonconsiglio.it/

Appuntamento alle ore 21:00 alla tavola rotonda su Radio Buon Consiglio avente come tema : " La vera Pasqua "
Tanti auguri alle sorelle FFII che diffondono la Parola di Dio attraverso la Radio Buon Consiglio .

Anonimo ha detto...


@ "Ti basta la mia grazia"

Viene da un famoso passo paolino, quando l'Apostolo narra di aver chiesto al Signore di liberarlo da certe terribili tentazioni, molto probabilmente carnali ("mi è stato messa nella carne una spina, un angelo di Satana incaricto di schiaffeggiarmi, perché non mi insuperbisca. Tre volte riguardo a questo pregai il Signore perché lo allontanasse da me, ma Egli mi ha risposto: - Ti basta la mia grazia, perché la mia potenza trionfa nella debolezza. ..".
Ma non dimentichiamo che proprio san Paolo è colui che più di tutti insiste sulla purezza della dottrina! Vedi le lettere a Timoteo. PP

Ave Maria ! ha detto...

FIAMMA VIVA D'AMORE

O fiamma viva d'amore che soave ferisci.
O fiamma squarcia la tela
a questo dolce incontro.
O dolce soave piaga
delicata carezza,
Tu parli di vita eterna
cambiando la morte in vita.
O amore che tutto crei
sublime eterna carità,
la tua fiamma è più forte d'ogni cosa,
più forte della morte.

O amato che sul mio petto dolcemente riposi.
D'amore e gloria pieno teneramente m'innamori.
O fuoco nel cui splendore
le oscure profondità,
rischiari al mio diletto
portando luce e calore.
O amore che tutto crei
sublime eterna carità,
la tua fiamma è più forte d'ogni cosa,
più forte della morte.

San Giovanni della Croce

Elia ha detto...

Non entro nel merito della questione, a cui ho accennato solo a mo' di esempio, ma mi limito a fare un'osservazione riguardo al metodo di presentare una sentenza teologica come dottrina definita. Il dibattito preconciliare dimostra che non si tratta di un dato creduto "semper et ubique et ab omnibus", quindi sancito in modo infallibile dal magistero ordinario universale. C'è anzi un'affermazione contraria del magistero straordinario (quella appunto di LG 22). Ott non poteva certo prevedere come, al CVII, si sarebbe forzata una tesi per affermare un duplice soggetto di autorità suprema, ma proprio per questo è al di sopra di ogni sospetto. Il mio intento non è né di definire una questione aperta (cosa che non mi compete affatto) né di portare acqua al mulino di chicchessia, ma solo quello di suggerire che, per suffragare la propria posizione, non si può attribuire un valore definitivo a sentenze che non ce l'hanno, nemmeno qualora la sentenza contraria sia stata sfruttata per arrivare a conclusioni problematiche: è il rispetto della verità che è in gioco.

S. Eutizio ha detto...

Don Elia non invita nessuno a diventare ortodosso o altro. Dovrebbe essere facilmente comprensibile che sta facendo un percorso personale, come sacerdote, che scava profondamente nella sua spiritualità e gli fa toccare vette inimmaginabili per altri. Ci rende partecipi di questa sua ricerca e ne fa dono gratuito, come egli stesso riceve, con la profonda umiltà pari alla sua dottrina e la sua scienza. Nei suoi articoli c'è la stessa umanità,umiltà,lo stesso abbraccio che fa vivere negli incontri personali. Grazie di cuore ed il Signore lo benedica.

Anonimo ha detto...

Don Elia HA RAGIONE in pieno. smettetela di fare i preziosi e imparate un po' di esicasmo.
md

Anonimo ha detto...

Ringrazio don Elia perché è uns delle pochè voci che non mi fanno sentire matta quando avverto un clima di neo gnosticismo da tutte le parti. Nel moderno ricorrere alle scienze antropologiche e psicologiche per redigere i parametri dello Spirito Santo che "non si sa dove va" (ma non intendeva dire che è disorientato) e ancora più del vocabolone "discernimento", diventato il solvente linguistico alla soluzione del "ma posso o non posso?".
Dall' altra parte, altresì, vi è la barricata degli intellettualoidi maniaci di storicismo e di citazioni.
Nel mezzo ci sono (ci sarebbero) i mistici e i santi che hanno incarnato in ogni epoca il Verbo. Il Curato d'Arts fu uno spigolo Vivo nel periodo della Rivoluzione Francese. Fu uno spigolo nelle ginocchia sia per la nouvelle cultura che per il clero codardo dell' epoca. E sapeva poco o nulla il latino. Aveva 298 parrocchiani e mangiava patate ammuffite per penitenza e per salvare anime il cui numero (298!) gli parevano una quantità pazzesca.
Ringrazio don Elia perché esce dal dualismo astratto del conflitto asimmetrico tra il partito del Vero è quelli del partito del buono.
Si, abbiamo i santi ma che ormai sono solo una parentesi accanto al Vangelo del giorno (m.oppure m.f).
Non conosciamo la Bibbia, i santi ancora meno. I mistici li relativizziamo, eppure sono sempre loro, le pietre ancora scartate dai costrutti (intellettuali) che ci rivelano l' impronta di Dio nel cammino della Chiesa pellegrina.
Ognuno può salvare anime.
E i più dotti come i più ignoranti sanno come si fa.
Ma bisognerebbe avere meno desiderio di avere ragione e più amore per Cristo.
Amare Cristo senza preoccuparsi in prima persona della salvezza dell' anima di qualcuno che ci sta accanto è come amare senza incarnazione. D' altra parte Cristo non si è antropologizzato ma si è incarnato e sono due realtà differenti, visto che era e restava vero Dio (la scienza antropologica del divino umanizzato è un po' l' eresia gnostica di ogni tempo).
Salvare anime è urgente.
I santi non facevano altro che cercare di darsi da fare per Dio in questo modo.
Buone patate ammuffite a tutti.
Una vagabonda di Dio

tralcio ha detto...

Grazie don Elia per questi preziosi indirizzi di cura delle nostre anime.

Vorrei sottolineare, tra i tanti, questa necessità della verità delle cose: Dio, nella Sua essenza, sta al di là, oltre, l'ordine logico delle cose create. La conoscenza umana, con i metodi possibili alla nostra ragionevolezza, è limitata all'ordine logico delle cose create.
Non va certamente deprezzata o sottovalutata, ma la conoscenza di Dio non si esaurisce lì.

C'è che è necessario per la "visione di Dio" è invisibile agli occhi, ma non lo è al cuore.

Lungi dall'essere l'ambito delle emozioni e dei sentimenti psicologici, stiamo parlando del luogo e dell'organo in cui la persona umana può incontrare Dio in Persona, non facendone un'idea o un sistema, una regola, una dottrina o una morale. Quel luogo è il campo di battaglia in cui Gesù (l'unico attraverso il quale Dio si è rivelato personalmente) cerca di conquistarci al suo amore, mentre satana ci tenta per farci suoi.
Quello che può essere "visto" con gli occhi non è più materia di fede.

Allora dobbiamo intenderci bene: ciò che la fede richiede al nostro cuore è di contemplare il regno di Dio in noi (Lc 17,21). E' il primato della persona e di un rapporto tra persone che amano (Dio ama noi e noi amiamo Lui). Fondamentale in questa visione è l'interiorità, così come la contemplazione, ad intra, fatta di ascesi e di mistica, di vigilanza interiore e di ricerca della sapienza del cuore che dà pace nel Signore, unificandoci e non frammentandoci, contro ogni astrazione concettuale e cieca reificazione verso questa o quella operazione o schema.

Dove siamo precipitati, ecclesialmente, spinti dalle migliori intenzioni?
Abbiamo portato il regno di Dio all'esterno. Ci siamo orientati "ad extra".
La cultura moderna e post-moderna (filosofica e teologica) è separata dalla Sua fonte viva!
L'opzione base è l'uomo in dialogo, relazionato, impegnato, che non contempla, ma osserva.
Osserva, studia, capisce e spiega... Orgoglioso di un sapere artefice del proprio destino, superba hybris egocentrica... Abbiamo scisso mente e cuore, ragione e passione, intelligenza e amore. Siamo esteriorizzati e l'interiorità la riduciamo a psiche ed emozioni... incapaci di vivere il presente, perdendo la memoria e ansiosi per il futuro.
Abbiamo perduto la visione di insieme, abbiamo perso la direzione, abbiamo perduto il Centro. In preda a confusione, spesso legati a gabbie legalistiche... Ripeto: non è tutto il cattolicesimo a essere così, ma è il mondo occidentale ad essere così e noi, da secoli (non solo da 50 anni) dialogando o resistendo, o lottando, ne abbiamo assorbito i microbi patogeni.

Grazie don Elia dei suoi giusti richiami! Che non sono "ortodossi", ma cristiani!

tralcio ha detto...

E per finire: se reputiamo che la nostra razionalità dialogante e osservatrice è la via per conoscere Dio fino a "possederLo" ricordiamoci che ciò che è "natura" creaturale, cioè mondo, è materia soggetta al suo principe, sotto il suo dominio. Sarebbe come affidare al nemico la chiave di accesso alla porta che ci permetterebbe di liberarci di lui, confidando che, dialogando con validi argomenti, ad un bel momento lo convincessimo che abbiamo ragione (noi).

Il Signore ha misericordia per quelli che Lo temono. Abbiamo un cuore malato. Dichiariamolo e chiediamo di purificarci per potere vedere Dio, guariti da Lui: Egli, con il suo sangue, toglie il peccato del mondo, trasformandoci in uomini nuovi che adorano Dio!

Anonimo ha detto...


"@ Replica di PP a don Elia (l'ultima)

Sa com'è, don Elia, sul blog, come tutti, credo, scrivo in fretta e non registro quello che scrivo, non ho l'archivio dei miei interventi. Quand'è che avrei detto esser la dottrina tradizionale sulla collegialità dogma di fede? NOn me ne ricordo. Certo, nella foga delle controversie potrei averlo detto (chi è senza peccato?). Le sarei comunque grato se mi potesse indicare il passo nel quale io avrei fatto l'affermazione in questione.
Prescindendo da ciò.
Mi sono sempre attenuto all'impostazione che ho trovato (oltre che nei vecchi manuali) in Amerio e Gherardini, i quali definiscono la concezione tradizionale della collegialità "classica" (Amerio in Iota Unum) o appunto "tradizionale"(Gherardini, in Conc. Ecum. vat. II, Un discorso da fare). Non hanno mai detto che fosse dogma di fede.
Mi ricordo (cito a memoria) un articolo del Ratzinger del Concilio, il quale difendeva la nuova concezione della collegialità penetrata in LG 21 e 22, prendendosela con quella tradizionale perché troppo "giuridica", troppo scolastica, rintracciabile appunto in san Tommaso (da Ratzinger mai amato, è un fatto noto).
La concezione "classica" o "tradizionale" della collegialità (quella che appunto evita la mostruosa novità dei due soggetti giuridici titolari della suprema potestà di governo su tutta la Chiesa, una delle cause della confusione attuale - altro che semplice "forzatura") ha dunque dietro di sè parecchi secoli (un millennio, credo) ed è stata utilizzata da diversi Papi, nel loro magistero.
E'una questione tecnica ma che ci riguarda tutti da vicino poiché la nuova concezione (ispirata dai neomodernisti) viene a sconvolgere i rapporti tra il Papa e i vescovi, intaccando il Primato Petrino e finendo col lasciare i fedeli in balia delle Conferenze Episcopali, di fatto nuclei di tante chiese nazionali.
(Vedi anche: R. De Mattei, Il concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, LIndau, 2010, pp. 335-350). Piuttosto che rivolgersi "ad Oriente", non sarebbe meglio riprendere lo studio dell'Aquinate?
PP

Scusate , Salvare anime è urgente . ha detto...

PREGHIERA IN FAVORE DEI MORENTI
PER LA SALVEZZA DELLA LORO ANIMA
O Misericordiosissimo Gesù,
Che bruci di un sì ardente Amore per le anime,
Ti prego ed invoco,
per l'agonia del Tuo Santissimo Cuore
e per i dolori della Tua Santissima Madre,
Concepita senza peccato,
di purificare con il Tuo Preziosissimo Sangue
tutti i peccatori che sono in agonia
e che dovranno morire in questo giorno.
O Sacro Cuore agonizzante di Gesù
Abbi pietà di loro,
Salva le loro anime.

( 3 Gloria e 3 Ave Maria )

marius ha detto...

@ PP
presumo che don Elia si riferisca a questo mio intervento:
marius25 aprile 2017 00:20

marius ha detto...

"C'è anzi un'affermazione contraria del magistero straordinario (quella appunto di LG 22)"

Beh
se fa parte di LG per me non fa testo, in quanto, vista la confusione ingenerata dal CVII, preferisco attenermi a quanto appartiene al preconcilio.

Prendo in prestito una simpatica espressione di Luisa: è grave, dottore?

Anonimo ha detto...

Siamo sinceri: con Bergoglio papa il problema è proprio il Primato Petrino.

Sacerdos quidam ha detto...

Il prof. Pasqualucci ha già risposto egregiamente a don Elia circa la giurisdizione episcopale.

Io vorrei invece riflettere su un semplice esempio storico e spirituale, quello di San Giosafat, Vescovo di Polotsk, Martire (1580-1623).

San Giosafat, monaco Basiliano, diede la sua vita per convertire e riportare all'unità della Chiesa Cattolica gli pseudo-ortodossi: da ciò che dice don Elia, fece male.
Evidentemente non sapeva che alcuni di loro erano 'in buona fede' (non tutti, come pretende don Elia: questo vale per i bambini, ma per gli adulti bisogna vedere caso per caso)...

Perché invece non lasciarli in pace? Ma è semplice: perché San Giosafat aveva "assimilato una teologia che pone dei limiti invalicabili" anche allo Spirito Santo, per dirla sempre con don Elia.
Un 'razionalista' tremendo, insomma, per nulla spirituale, senza 'unzione' e privo di misticismo, vero precursore degli odierni fanatici tradizionalisti...

Seguendo invece l'errato ragionamento irenistico di don Elia, San Giosafat se ne sarebbe dovuto restare a casa sua, avrebbe dovuto occupare meglio il suo tempo ordinando qualche libro di 'alta spiritualità' dagli scismatici e, dopo averlo letto avidamente, avrebbe dovuto anche diffonderlo a piene mani tra i suoi fedeli.
E avrebbe anche evitato il martirio.


Anonimo ha detto...


"@ Marius

Grazie della precisazione. Sono comunque andato a rileggermi Ott sul punto. Egli ricorda che, ancorché "non definitivamente regolata" (ossia non definita come dogma), la "teoria papale", che, sottolinea Ott, "corrisponde meglio alla costituzione monarchica della Chiesa", era stata già approvata da Pio VI (Denz. 1500 ss.). Da Pio VI nella famosa costituzione Auctorem Fidei, 1794, nella quale condannava formalmente gli errori del sinodo giansenista di Pistoia. Ci sono tre proposizioni (Denz.-Schoenm., 1506-1508/ 2606-2608) sotto la rubrica: "Iura episcopis praeter fas attributa" (diritti attribuiti ai vescovi oltre il lecito).
Si applica al nostro tema credo soprattutto il n. 1506, che condanna formalmente come "schismatica, ad minus erronea"(scismatica e come minimo erronea) la dottrina del Sinodo giansenista, secondo la quale, "il vescovo ha ricevuto da Cristo tutti i diritti necessari per il buon governo della sua diocesi [persuasum sibi esse, episcopum accepisse a Christo omnia iura necessaria pro bono regimine suae dioecesis]"; come se [prosegue il paragrafo], per il buon governo [bonum regimen] di ogni diocesi non occorressero le disposizioni dei superiori riguardanti sia la fede e i costumi sia la disciplina generale, la cui competenza spetta di diritto sia ai Sommi Pontefici sia ai Concili generali della Chiesa [..quarum ius et penes Summos Pontifices et Concilia generalia pro universa Ecclesia].
Ora, l'art. 21 della GS non è così estremista come la posizione giansenista (che bisognerebbe comunque leggere nel suo contesto). Tuttavia, non afferma anch'esso in sostanza che il vescovo all'atto della consacrazione ha ricevuto "tutti i poteri necessari al buon governo della sua diocesi"?
Giusta o meno che sia quest'ultima notazione, resta comunque il fatto che la "teoria papale" la ritroviamo ben prima di Pio XII: in Pio VI, in Leone XIII, con ovvi agganci alla teologia dei secoli precedenti, s. Tommaso incluso. Non solo: la contrapposta "teoria episcopale" è stata condannata esplicitamente come "scismatica e come minimo erronea" da Pio VI.
Come si fa, quindi , a considerare ancora aperta la questione, come se si trattasse solo di un dibattito fra teologi? Inoltre, LG 22.2. ha aggiunto la novità assoluta e sconcertante dei due soggetti giuridici titolari della suprema potestas su tutta la Chiesa, il Papa da solo e il collegio episcopale con il Papa, facendo pertanto della (supposta) origine sacramentale della potestà di giurisdizione del vescovo un tassello indispensabile per attribuire al collegio cum Papa la potestà di giurisdizione su tutta la Chiesa, novità che intacca il Primato perché crea d u e titolari della suprema potestas e d u e esercizi della stessa.
Non è iniziato qui, il movimento che è giunto adesso ad ipotizzare una sorta di gestione comunitaria del Papato, del Papa quale "presidente" di una comunità mondiale interreligiosa?
PP

Gederson Falcometa ha detto...

Non ho mai scritto che l'Ortodossia sarebbe una sorta di giusto mezzo, ma semplicemente che, rifacendosi costantemente ai Padri (seppure a volte in modo un po' rigido e fissista) si è mantenuta generalmente (e sottolineo: generalmente) indenne da quell'intellettualismo astratto che da noi, su fronti opposti, può inaridire la fede e diventare un alibi per la santificazione personale".

Caro D. Elia,

Credo che esista il bisogno di chiariare alcuni punti da quanto lui ha scritto. In ciò che dice rispetto all'Ortodossia, ad esempio, dobbiamo ricordare che loro hanno un intelletualismo concretto che gli hanno portato al scisma. In questo senso loro non possono se rifacere ai Padri in ciò che dice rispetto al celibato, al divorzio, al primato petrino, ecc. Questo è uno punto che se deve chiariare, altro punto è l’intellettualismo astratto di che parla nel testo. Il grande problema della deriva della tarda scolastica se chiama nominalismo. In quanto questa filosofia è soggetivista, il suo intellettualismo è molto concretto, è più che un alibi alla santificazione personale, porta i suoi aderenti ad una divinizazzione personale.

Manca parlare della relazione tra l’intellettualismo astratto e soggetivismo, perchè gli alibi sono soggetivi. Inoltre a questo me sembra un po straneo parlare di questo intellettualismo quando vediamo un Papa che sembra non avere intelletto. Aggiungo che il Padre Lacordaire nella vità di S. Domenico dice che il grande padre dell’eresie moderni è stato Pietro Valdo, che secondo lui ha stampato all’eresie occidentali un caràttere più pratico e diverso dall’eresie affrontare per gli orientali. In questo tipo di eresie se vede un intellettualismo più personale che astratto o concretto.

Contro il soggetivismo la Chiesa è stata protetta da S. Pio X, con la riconoscenza dei propri nemici della Chiesa, conforme se può leggere nella testimonianza del teologo luterano dott. Cornelio, barone von Heyl, cittato da S. E. RUDOLF GRABER nel suo testo “SANT'ATANASIO E LA CHIESA DEL NOSTRO TEMPO”, dove se può leggere:
:
« È innegabile che il Cattolicesimo sia sufficientemente protetto contro il fanatismo e il sog gettivismo, per opera del Magistero; eppure, non pochi Autori cattolici, oggi, parlano delle decisioni anti-modernistiche di Pio IX e di Pio X come cose degne di disprezzo. lo, al contrario, approfitto della occasione per dire che sarei ben felice se le formule antimodernistiche più importanti fossero ancora ri conosciute e difese ovunque, anche nelle Chiese non cattoliche. Può darsi che io sia più cattolico dei cat tolici d'oggi; difatti, io sono lieto per le dichiarazioni della Curia Romana contro Teilhard de Chardin... Nella misura in cui la forza interna della struttura papale è antimodernista; nella misura in cui è salva guardato il concetto di obbedienza nella Chiesa, il Cattolicesimo è certamente più vicino ai Vecchi-Lu terani, ai Vecchi-Riformati, a una parte degli Angli cani e alle Sette fondamentalistiche, che non a quelle altre Chiese e Comunità coi loro lussureggianti prin cipi di libertà e d'individualismo illimitato ». http://pascendidominicigregis.blogspot.com.br/2016/11/santatanasio-e-la-chiesa-del-nostro.html#more

Don Elia, la Nouvelle Thèologie ha trionfato con il Concilio, e il suo programa era esattamente dare un maggiore peso alla S. Scrittura e i Padri della Chiesa, come se può leggere nel testo pubblicato qui nel blog “Benedetto XVI ammette di avere rimorsi di coscienza sul Vaticano II”:

Gederson Falcometa ha detto...


“L’ex-Papa descrive anche la sorpresa che suscitarono le iniziative e la leadership efficacemente “rivoluzionarie” di Frings, affermando che il cardinale era allora sicuramente “ritenuto estremamente conservatore e rigido”. Lo stesso Frings spiegò una volta a Ratzinger che una cosa era governare la propria diocesi in obbedienza al Papa, un’altra cosa essere da lui invitati a “co-governare” la Chiesa e il Concilio e pertanto ad “assumersi le proprie responsabilità”. Ratzinger ritiene che Frings non avesse un programma di riforme chiaro quando si presentò al Concilio, ma che condivise con lui tutti gli schemata prima di cominciare. L’ex-Papa commenta a proposito degli schemata di non averli giudicati così negativamente come sono stati considerati più tardi. Gli mandai [a Frings] allora molte correzioni, ma la struttura nel suo insieme – eccetto il decreto sulla Rivelazione – non la toccai. Eravamo d’accordo [Frings e Ratzinger] sul fatto che l’orientamento fondamentale era lì, ma che c’era ancora molto da migliorare. Vale a dire, che il Magistero corrente doveva essere meno dominante e che la [Sacra] Scrittura e i Padri [della Chiesa] dovevano avere un peso maggiore”. http://chiesaepostconcilio.blogspot.com.br/2016/10/benedetto-xvi-ammette-di-avere-rimorsi.html

Il risultato ovvio di questo programa è che il maggiore peso è stato datto al libero esame della Sacra Scrittura e dei Padri della Chiesa, al soggetivismo. Credo che la base di questa credenza era stata la dottrina di Padre Henri De Lubac della “Esegese spirituale”. Secondo questa dottrina lo Spirito Santo illuminarebbe ogni fedeli, come ha iluminato i Padri della Chiesa nel consenso unanime sull’una dottrina. Il punto di partenza di Padre De Lubac è stato un’ugualità fondamentale tra sacerdozio ordenato e comune. Credo che se ha dimenticato che la maggioranza dei Padri della Chiesa erano stati vescovi che hanno la pienezza del sacerdozio. Inoltre a questo, l’ovvio in questa dottrina è che lo Spirito Santo non ha illuminato il protestantesimo in 500 anni...

Per finire, la tradizione intellettualista astratta, secondo quello che ho capito da quanto lei ha detto, se può dire che comincia con il Concilio Vaticano II, perchè ha fatto un’aggiornamento della Chiesa alla modernità. Purtroppo, quelli che hanno fatto il Concilio, e il suo programma, non hanno preso in seria considerazione la grande eresia che gli ha generato.

Un caro saluto dal Brasile

Gederson Falcometa ha detto...


“L’ex-Papa descrive anche la sorpresa che suscitarono le iniziative e la leadership efficacemente “rivoluzionarie” di Frings, affermando che il cardinale era allora sicuramente “ritenuto estremamente conservatore e rigido”. Lo stesso Frings spiegò una volta a Ratzinger che una cosa era governare la propria diocesi in obbedienza al Papa, un’altra cosa essere da lui invitati a “co-governare” la Chiesa e il Concilio e pertanto ad “assumersi le proprie responsabilità”. Ratzinger ritiene che Frings non avesse un programma di riforme chiaro quando si presentò al Concilio, ma che condivise con lui tutti gli schemata prima di cominciare. L’ex-Papa commenta a proposito degli schemata di non averli giudicati così negativamente come sono stati considerati più tardi. Gli mandai [a Frings] allora molte correzioni, ma la struttura nel suo insieme – eccetto il decreto sulla Rivelazione – non la toccai. Eravamo d’accordo [Frings e Ratzinger] sul fatto che l’orientamento fondamentale era lì, ma che c’era ancora molto da migliorare. Vale a dire, che il Magistero corrente doveva essere meno dominante e che la [Sacra] Scrittura e i Padri [della Chiesa] dovevano avere un peso maggiore”. http://chiesaepostconcilio.blogspot.com.br/2016/10/benedetto-xvi-ammette-di-avere-rimorsi.html

Il risultato ovvio di questo programa è che il maggiore peso è stato datto al libero esame della Sacra Scrittura e dei Padri della Chiesa, al soggetivismo. Credo che la base di questa credenza era stata la dottrina di Padre Henri De Lubac della “Esegese spirituale”. Secondo questa dottrina lo Spirito Santo illuminarebbe ogni fedeli, come ha iluminato i Padri della Chiesa nel consenso unanime sull’una dottrina. Il punto di partenza di Padre De Lubac è stato un’ugualità fondamentale tra sacerdozio ordenato e comune. Credo che se ha dimenticato che la maggioranza dei Padri della Chiesa erano stati vescovi che hanno la pienezza del sacerdozio. Inoltre a questo, l’ovvio in questa dottrina è che lo Spirito Santo non ha illuminato il protestantesimo in 500 anni...

Per finire, la tradizione intellettualista astratta, secondo quello che ho capito da quanto lei ha detto, se può dire che comincia con il Concilio Vaticano II, perchè ha fatto un’aggiornamento della Chiesa alla modernità. Purtroppo, quelli che hanno fatto il Concilio, e il suo programma, non hanno preso in seria considerazione la grande eresia che gli ha generato.

Un caro saluto dal Brasile

marius ha detto...

Grazie per l'interessante excursus storico

Anche a me, a partire unicamente dal buon senso come logica deduzione dal mandato di NSGC a Pietro, pare ovvio che la giurisdizione discenda unicamente dal Papa.

Se non fosse così ciascuno potrebbe far valere diritti propri acquisiti in altro modo e sarebbe il caos più completo.

Anonimo ha detto...

https://gloria.tv/video/JTYFXqXWYpzU3NvZ36Uz8cdhi

Gederson Falcometa ha detto...


Voglio aggiungere al commento anteriore che, in ciò che dice rispetto ai Padri della Chiesa, gli Ortodossi Russi e il programa del Concilio, la differenza è il modo di lettura. Un'idea del modo come erano stati considerati e letti i Padri della Chiesa nel periodo vicino al Concilio, per i cattolici, se trova nella tesi di dottorato dell'allora teologo Joseph Ratzinger, sulla quale ha parlato Benedetto XVI nell'anno 2009:

"2. Gesù Cristo è l’ultima parola di Dio – in Lui Dio ha detto tutto, donando e dicendo se stesso. Più che se stesso, Dio non può dire, né dare. Lo Spirito Santo è Spirito del Padre e del Figlio. Cristo stesso dice dello Spirito Santo: “…vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14, 26), “prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà” (Gv 16, 15). Quindi non c’è un altro Vangelo più alto, non c’è un’altra Chiesa da aspettare. Perciò anche l’Ordine di san Francesco deve inserirsi in questa Chiesa, nella sua fede, nel suo ordinamento gerarchico.

3. Questo non significa che la Chiesa sia immobile, fissa nel passato e non possa esserci novità in essa. “Opera Christi non deficiunt, sed proficiunt“, le opere di Cristo non vanno indietro, non vengono meno, ma progrediscono, dice il Santo nella lettera De tribus quaestionibus. Così san Bonaventura formula esplicitamente l’idea del progresso, e questa è una novità in confronto ai Padri della Chiesa e a gran parte dei suoi contemporanei. Per san Bonaventura Cristo non è più, come era per i Padri della Chiesa, la fine, ma il centro della storia; con Cristo la storia non finisce, ma comincia un nuovo periodo. Un’altra conseguenza è la seguente: fino a quel momento dominava l’idea che i Padri della Chiesa fossero stati il vertice assoluto della teologia, tutte le generazioni seguenti potevano solo essere loro discepole. Anche san Bonaventura riconosce i Padri come maestri per sempre, ma il fenomeno di san Francesco gli dà la certezza che la ricchezza della parola di Cristo è inesauribile e che anche nelle nuove generazioni possono apparire nuove luci. L’unicità di Cristo garantisce anche novità e rinnovamento in tutti i periodi della storia". https://it.zenit.org/articles/benedetto-xvi-la-teologia-della-storia-in-san-bonaventura-da-bagnoregio/

Osservo che questa tesi di dottorato è stata presentata nell'anno 1965, prima di questa presentazione il giovanni Ratzinger ha condiviso con Frings quello programa conciliare dove il magistero doveva essere meno dominante e la S. Scritture e i Padri della Chiesa dovevano avere un maggiore peso. Dalla sua tesi se può ancora dire tantissime cose, ma lascio a te, Don Elia, e agli altri partecipanti meglio preparati da me, fare le conclusioni.

Per finire, il problema della lettura se applica anche a S. Francesco, perchè uno è quello che conosciamo, altro è il S. Francesco di Ernesto Buonaiuti, per il quale Francesco, insieme a Pietro Valdo e Gioacchino da Fiore, sono i tre grandi riformatore della Chiesa. Non dubbito che il S. Francesco di Papa Bergoglio sia quello di Buonaiuti.

Un caro saluto dal Brasile

Gederson Falcometa ha detto...

Faccio una correzione: la tesi di Ratzinger è stata presentata nell'anno 1955, non nell'anno 1965, come io aveva detto. Chiedo scusa. Quindi, questo cambia che prima di condividere il programa del Concilio con Frings, Ratzinger considerava e leggeva i Padri come se ha espresso nella sua tesi.

Un caro saluto dal Brasile

Anonimo ha detto...


@ Come i grecoscismatici deformano il cattolicesimo (tanto per capirci, con chi abbiamo a che fare)

Nel volume, Paul Evdokimov, L'Ortodossia, tr. it. dal francese di Maria Girardet, il Mulino, Bologna, 1965, pp. 362-3, troviamo:
"Per i latini i verba substantialia della consacrazione [nella S. Messa], le parole istituzionali di Cristo, sono pronunciate dal prete 'in persona Christi', il che dà loro immediatamente un valore consacratorio. Per i Greci una simile definizione dell'azione sacerdotale - in persona Christi - che identifica il prete a Cristo, era del tutto sconosciuta, addirittura impensabile. Per essi il prete invoca lo Spirito Santo appunto perché la parola di Cristo riprodotta, citata dal prete acquisti tutta l'efficacia della parola-atto di Dio".
Ora: forse che nel rito cattolico il sacerdote che, consacrando le sacre Ostie, agisce "in persona Christi" viene "identificato a Cristo"? Niente affatto: agire in persona Christi significa agire in rappresentanza di Cristo, giusta il senso del termine latino 'persona' che originariamente significava 'maschera' teatrale e per traslato 'rappresentante', colui che agisce al posto di un altro, rappresentandolo.

Spiega la Mediator Dei di Pio XII: "[L' Augusto Sacrificio dell'Altare] non è dunque una pura e semplice commemorazione della passione e morte di Gesù Cristo ma un vero e proprio sacrificio nel quale, immolandosi incruentemente, il Sommo Sacerdote fa ciò che fece una volta sulla Croce offrendo al Padre tutto se stesso, vittima graditissima "Una... e identica è la vittima; quello stesso che adesso offre per ministero dei sacerdoti, si offrì allora sulla Croce; è diverso soltanto il modo di fare l'offerta [Trid.]". Perciò:
"Identico è quindi il sacerdote, Gesù Cristo, la cui sacra persona è rappresentata dal suo ministro [cuius quidem sacram personam eius administer gerit]. Questi, per la consacrazione sacerdotale ricevuta, assomiglia al Sommo Sacerdote ed ha il potere di agire in virtù e nella persona di Cristo stesso [S. Tomm.];perciò con la sua azione sacerdotale in certo modo 'presta a Cristo la sua lingua, gli offre la sua mano'[Crisostomo]".
Il testo lo dice chiaramente: il sacerdote "rappresenta" la sacra persona di Cristo, non si identifica ad essa. Persona, è usato anche nel significato più antico, parimente tradizionale, di "rappresentante". L'evoluzione del significato fu: da maschera-rappresentante all'individuo stesso rappresentato, poichè la 'persona'per noi, da secoli, non è "la maschera" ma il soggetto stesso eventualmente rappresentato, la persona, nel senso comune del termine. Quindi: in persona Christi = in rappresentanza di Cristo.

Ci sono sempre questi gravi fraintendimenti dottrinali degli "Ortodossi" nei nostri confronti, promuovere una indiscriminata ed acritica ammirazione per la loro supposta fascinosa "spiritualità" non è certamente la giusta via da percorrere per uscire dalla crisi della Chiesa. Studiamo invece i Padri Greci veramente ortodossi, quelli dei primi secoli o teologi-metafisici come l'Areopagita!
PP

marius ha detto...

ben detto. Grazie