Il Patto del Quirinale e il destino europeo del Mediterraneo
Vi sono momenti nella storia in cui un documento diplomatico vale meno di quello che lascia intuire tra le righe, e altri in cui esso anticipa, quasi profeticamente, un ordine del mondo che ancora non esiste ma che già si annuncia. Il Trattato per una Cooperazione Bilaterale Rafforzata tra la Repubblica Italiana e la Repubblica Francese, firmato al Quirinale il 26 novembre 2021 da Mario Draghi e da Emmanuel Macron, appartiene — almeno nelle intenzioni originarie — a questa seconda categoria. Eppure la sua storia reale ha assomigliato, nei cinque anni successivi, più a quella del seme che cade su terreno sassoso di cui parla il Vangelo di Marco: vivo, ma incapace di radicarsi in profondità. Il vertice di Antibes del 25 giugno 2026, il trentaseiesimo incontro intergovernativo italo-francese, ha rappresentato il tentativo — riuscito almeno nell’immediato — di trasferire quel seme in un suolo più fertile. La domanda che occorre porre, con il rigore di chi non si accontenta della cronaca, è se si tratti di una primavera vera o dell’ennesimo fiore di stagione destinato a sfiorire prima dell’estate geopolitica che ci attende.
Per comprendere la posta in gioco, bisogna risalire alle radici storiche di questa relazione peculiare. Francia e Italia non si sono semplicemente scelte come alleate: si sono trovate, per secoli, a condividere la stessa grammatica della civiltà occidentale. Già Dante — che pure di Francesi non aveva molta stima, come testimonia il canto XIX dell’Inferno dove colloca più d’un pontefice filo-angioino tra i simoniaci — riconosceva nel “bel paese dove ‘l sì suona” e nella Francia due facce della medesima eredità latina. Più tardi, Niccolò Machiavelli avrebbe osservato, con il suo disincanto tutto fiorentino, che “i Francesi sono per natura o gagliardi o vili”, giudizio severo ma che presupponeva comunque una conoscenza profonda e una relazione antica. Non si giudicano così gli stranieri: si giudicano così i vicini con cui si condivide troppo per potersi ignorare. È questo che rende il rapporto franco-italiano strutturalmente diverso da qualsiasi altra coppia bilaterale europea: non è un’alleanza di convenienza, è una conversazione secolare che ogni tanto si interrompe, ogni tanto degenera in lite, ma che non può estinguersi perché le parole che i due interlocutori usano vengono dalla stessa radice.
Il Trattato del Quirinale si iscrive consapevolmente in questa tradizione. Ma la sua genesi immediata è figlia di un’altra storia: quella del lento convincersi dell’Europa che il modello franco-tedesco di Aquisgrana — il Trattato firmato nel 1963 da De Gaulle e Adenauer e rinnovato nel 2019 da Macron e Merkel — non potesse restare l’unico asse vertebrale dell’integrazione continentale. L’asse del Reno è stato, per sessant’anni, il motore politico dell’Europa. Ma un motore, per far muovere l’intera macchina, ha bisogno di un telaio; e il telaio del Mediterraneo — con le sue coste nordafricane, con le sue rotte migratorie, con le sue riserve energetiche e i suoi conflitti irrisolti — è rimasto per troppo tempo una questione di politica estera piuttosto che di architettura europea interna. Il Quirinale ha tentato di introdurre una terza gamba al tavolo europeo, dopo la Francia e la Germania. Una gamba italiana, mediterranea, meridionale: non per contrapposizione al Nord, ma per completamento.
Qui si misura il primo grande limite dell’esperimento. Alexis de Tocqueville, nel suo De la démocratie en Amérique, osservava che le istituzioni non bastano a fare le democrazie: ci vuole uno “spirito delle leggi” che le abiti, un costume civico che le sostenga. Lo stesso vale per i trattati internazionali. Il Trattato del Quirinale è entrato in vigore il 1° febbraio 2023, quasi sedici mesi dopo la firma, e ha immediatamente incontrato un ostacolo che nessun articolo di diritto internazionale poteva risolvere: la distanza abissale tra Macron e Meloni, due leader che incarnano visioni del mondo non soltanto diverse ma percepite come reciprocamente ostili. La premieritaliana vedeva nel presidente francese l’emblema di un’Europa progressista e tecnocratica che aveva emarginato le sensibilità nazional-conservatrici; il presidente francese vedeva nella premier italiana una figura che metteva in discussione le fondamenta liberali dell’ordine post-guerra fredda. In questo clima, il Trattato è rimasto, per quasi tre anni, una lettera morta formalmente viva: ratificato, in vigore, ma privo di quella volontà politica che sola trasforma le parole in azioni. Si è dovuto aspettare Antibes perché quella distanza si colmasse — o almeno si simulasse di colmarla — davanti alle telecamere del mondo.
La domanda è: cosa ha cambiato? La risposta richiede di guardare non alla superficie degli accordi firmati, ma alla geopolitica profonda che li ha resi possibili e necessari. Il 2025 e il 2026 hanno portato all’Europa tre scosse tettoniche simultanee: il secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca, con il suo programma di disimpegno dalla garanzia di sicurezza atlantica; l’avanzata militare russa in Ucraina, che ha reso il tema della difesa europea non più una questione teorica ma un’urgenza esistenziale; e la crisi aperta del multilateralismo globale, con la Cina che espande la sua presenza nel Mediterraneo orientale e nel continente africano con una sistematicità che Bruxelles ha tardato a riconoscere e ancora fatica ad affrontare. In questo scenario, le divisioni tra Parigi e Roma sono diventate, agli occhi di entrambe le capitali, un lusso che l’Europa non poteva permettersi. Antibes non è stato un atto di generosità politica: è stato un atto di lucidità strategica, una risposta al realpolitik della necessità che Bismarck avrebbe riconosciuto immediatamente e Metternich avrebbe apprezzato.
La roadmap bilaterale della difesa 2026-2031, l’istituzione del Comitato industriale strategico, il memorandum per la brigata franco-italiana: questi non sono soltanto accordi tecnici. Sono i mattoni di un’autonomia strategica europea che non può più attendere. Il sistema SAMP/T NG — l’unico sistema europeo di difesa aerea e antimissile a lungo raggio progettato e costruito interamente in Europa, come ha sottolineato con orgoglio la stessa Meloni nella conferenza stampa congiunta — è la prova che la cooperazione industriale italo-francese nel settore della difesa non è una promessa futura ma una realtà già produttiva. Leonardo, Thales, MBDA: questi nomi non sono soltanto corporate identity, sono le architetture della sovranità europea nell’era post-atlantica. E il fatto che attorno a questi nomi, con il Project Bromo, si stia costruendo un polo satellitare da diecimila miliardi capace di sfidare Starlink di Elon Musk in orbita bassa, dice qualcosa di essenziale sulla posta in gioco: non si tratta di competitività industriale, si tratta di chi controllerà le infrastrutture cognitive del mondo nei prossimi decenni.
Su questo punto, la filosofia politica offre una chiave di lettura che la tecnocrazia difficilmente fornisce. Jürgen Habermas, nel suo Die Zukunft der menschlichen Natur, ha mostrato come le grandi scelte tecnologiche non siano mai neutre: incorporano sempre una decisione su che cosa è l’uomo e su come si vuole organizzare la vita comune. La questione del controllo delle costellazioni satellitari, della sovranità sulle frequenze dello spazio, dell’intelligenza artificiale applicata ai sistemi d’arma, non è una questione da ingegneri: è una questione politica di primo ordine, forse la più importante del secolo. Se Italia e Francia, attraverso i loro campioni industriali, riusciranno a costruire un’alternativa europea credibile alla dipendenza americana e cinese, avranno fatto qualcosa di strutturalmente più importante di qualsiasi trattato commerciale o dichiarazione di principio. Avranno dimostrato che l’Europa può essere un soggetto, non soltanto un oggetto, della storia.
Il tema dell’energia nucleare apre invece una finestra sulla contraddizione più profonda del Trattato: quella tra l’ambizione dell’accordo e la realtà politica interna italiana. La dichiarazione d’intenti sugli Small Modular Reactors firmata ad Antibes, l’accordo EDF-Edison-Ansaldo del luglio 2024, l’entusiasmo comune per l’Alleanza Nucleare Europea: tutto questo rimarrà nel dominio della promessa finché l’Italia non avrà un Piano Nazionale Nucleare approvato dal Parlamento. E qui si ripresenta il tema tocquevilliano dello spirito delle leggi: non basta voler costruire reattori se la politica interna non è in grado di sostenere quella scelta davanti all’opinione pubblica. La Francia, che dal nucleare non si è mai allontanata — e che oggi, con i suoi cinquantasei reattori in funzione, produce circa settanta percento della sua elettricità da fonte atomica — guarda con un misto di rispetto e di impazienza all’Italia che torna timidamente a considerare quella strada che aveva abbandonato nel referendum del 1987. C’è in questo ritorno qualcosa che ricorda il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: “Bisogna che tutto cambi perché tutto resti com’è.” L’Italia vuole il nucleare purché non cambi nulla nel suo equilibrio politico interno, e la tensione tra queste due esigenze contraddittorie è il vero ostacolo che nessuna dichiarazione d’intenti può rimuovere.
Le infrastrutture fisiche che collegano i due Paesi raccontano, meglio di qualsiasi discorso diplomatico, la storia reale delle loro relazioni. La TAV Lione-Torino è un’opera che accompagna il Trattato del Quirinale come un contrappunto ironico: progettata negli anni Novanta del Novecento, discussa, contestata, finanziata a singhiozzo, con un costo lievitato a quattordici virgola sette miliardi di euro per la sola tratta transfrontaliera e un fabbisogno totale di ventotto virgola sei miliardi che nessuno dei tre attori — Italia, Francia, Unione Europea — sembra in grado di garantire nei tempi previsti. L’apertura al traffico commerciale è stata fissata al 31 dicembre 2033 dalla delibera del CIPESS dell’aprile 2026, ma fonti indipendenti come l’UIRR avvertono che il completamento potrebbe slittare fino al 2045-2050 se i finanziamenti del ciclo CEF post-2027 non verranno assicurati con continuità. C’è in questo un’ironia hegeliana: la Storia si realizza attraverso le contraddizioni, e la contraddizione principale della cooperazione franco-italiana è quella tra l’ampiezza delle ambizioni geopolitiche e la difficoltà di finanziare un tunnel sotto le Alpi. Ma la dichiarazione d’intenti sulla linea Marsiglia-Nizza-Genova, firmata anch’essa ad Antibes, introduce un asse nuovo e più praticabile: la dorsale mediterranea, che connette i grandi porti del Mediterraneo occidentale in una catena logistica capace di competere con le rotte nordeuropee e di rispondere alle sfide della globalizzazione frammentata che caratterizza il nostro tempo.
È a questo punto che il Trattato del Quirinale incontra la sua dimensione più ampia e più politicamente significativa: quella del Mediterraneo allargato come spazio strategico europeo. Non si tratta di una categoria geografica, ma di un concetto politico che ha radici antichissime e che il geopolitico Fernand Braudel ha restituito alla riflessione contemporanea con la sua magistrale La Méditerranée et le Monde Méditerranéen à l’Époque de Philippe II: il Mediterraneo non è mai stato semplicemente un mare, è stato un sistema di sistemi, una trama di relazioni economiche, culturali, religiose e politiche che ha generato, per tre millenni, la gran parte di ciò che chiamiamo civiltà occidentale. La crisi di questo spazio — le migrazioni, i conflitti irrisolti dal Sahel alla Libia, dal Levante all’Egeo, la competizione tra potenze esterne per il controllo delle sue risorse e delle sue rotte — non è soltanto una crisi umanitaria o securitaria: è una crisi di identità europea. Un’Europa che non sa governare il suo Mezzogiorno allargato non sa governare se stessa.
Il Trattato del Quirinale ha il merito di rimettere esplicitamente al centro di questa riflessione la coppia franco-italiana come asse privilegiato della politica mediterranea europea. La “visione comune sulla sicurezza nel Mediterraneo” adottata ad Antibes — che definisce il Mediterraneo come “spazio strategico condiviso, dalla gestione delle crisi regionali alla protezione delle rotte marittime” — è più di una formula retorica. È il riconoscimento implicito che né Parigi né Roma, da sole, possono esercitare nel Mediterraneo allargato un peso geopolitico sufficiente, e che la loro convergenza è una condizione necessaria — anche se non sufficiente — per qualsiasi progetto di stabilizzazione regionale. Il Piano Mattei per l’Africa, promosso dall’Italia, e la tradizione francese di Françafrique — con tutte le sue ambiguità storiche — dovranno trovare una sintesi che non sia né colonialismo mascherato né abbandono del continente africano alla penetrazione cinese e russa. È una delle sfide più difficili e più necessarie che il Quirinale pone implicitamente ai suoi firmatari.
In questo quadro, la questione libanese assume un valore paradigmatico. Il potenziale avvio di una missione CSDP per il Libano nell’autunno 2026, in sostituzione o complemento di UNIFIL, co-gestita da Italia e Francia: se si realizzasse, sarebbe il primo esperimento su vasta scala di comando militare congiunto europeo in uno scenario di crisi ad alta intensità geopolitica. L’esito di quell’esperimento — la sua efficacia operativa, la sua coerenza politica, la sua credibilità agli occhi degli attori regionali — dirà molto sulla possibilità concreta di costruire una difesa europea non soltanto sulla carta ma sul campo. E su questo punto, vale la pena ricordare Hannah Arendt, che in The Origins of Totalitarianism insiste sulla distinzione tra il potere come forza imposta e il potere come capacità di agire concertata. L’Europa non ha mai avuto difficoltà a dispiegare forza; ha sempre avuto difficoltà a dispiegare potere nel senso arendtiano, cioè a tradurre la concertazione politica in azione comune sostenuta. Il Libano sarà, in questo senso, un banco di prova esistenziale.
Il Comitato di Cooperazione Transfrontaliera previsto dall’articolo 10 del Trattato — che ha tenuto la sua terza riunione ad Aosta il 4 giugno 2026, la prima nelle Alpi italiane dopo quelle di Torino e Nizza — rappresenta forse la dimensione meno visibile e più duratura dell’intero impianto. Le popolazioni che vivono nelle Alpi occidentali, nelle vallate di confine, nelle città della Riviera ligure condividono da secoli una vita quotidiana che le frontiere nazionali hanno periodicamente interrotto senza mai del tutto spezzare. La Convenzione sulla linea Cuneo-Breil-Ventimiglia entrata in vigore il 1° luglio 2026 non è soltanto un accordo ferroviario: è la ricucitura di un territorio che ha diritto a esistere politicamente in quanto tale, non soltanto come oggetto di amministrazione da parte di capitali lontane. È in questa dimensione di prossimità vissuta che il Trattato del Quirinale mostra la sua genealogia più profonda: quella di un’integrazione europea costruita dal basso, dalle regioni, dai popoli di frontiera, prima ancora che dai governi. Una genealogia che Robert Schuman— il padre fondatore della CECA, figlio di una Lorena che era stata tedesca prima di tornare francese — avrebbe riconosciuto come propria.
Resta infine la questione istituzionale più delicata, e più politicamente imbarazzante: il Trattato del Quirinale non è, formalmente, il Trattato dell’Eliseo. Non prevede un Consiglio dei Ministri bilaterale regolare, con cadenza annuale, sul modello franco-tedesco. Non ha, nella sua architettura, quel meccanismo di sincronizzazione permanente delle posizioni che ha reso la coppia Bonn-Parigi prima, Berlino-Parigi poi, il motore istituzionale dell’integrazione europea. Il vertice di Antibes è stato il trentaseiesimo incontro intergovernativo Italia-Francia, ma senza la continuità disciplinata che il modello di Aquisgrana garantisce. È un limite strutturale che l’entusiasmo del momento non può camuffare: perché la politica estera si fa tutti i giorni, non soltanto nei vertici, e senza un meccanismo di allineamento permanente il rischio che la prossima divergenza politica interna — in Francia o in Italia — faccia di nuovo congelare i rapporti rimane reale. Carlo Maria Martini, che di istituzioni si intendeva e che nel suo Conversazioni notturne a Gerusalemme riflette sulla necessità di costruire strutture capaci di sopravvivere alle persone che le hanno create, direbbe che un trattato che dipende dalla sintonia personale dei leader è un trattato ancora incompiuto.
Ciò detto, il bilancio di Antibes non è soltanto consolatorio: è genuinamente incoraggiante, nella misura in cui si iscrive in un processo più vasto di rifondazione dell’architettura europea. Il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale dell’Unione, il Fondo europeo per la difesa, lo strumento SAFE da centocinquanta miliardi di prestiti per la difesa, il progetto IRIS² per la connettività satellitare sovrana: questi sono i pilastri di un’Europa che comincia a pensarsi come potenza globale, non soltanto come mercato comune. E in questa Europa che si trasforma, il patto franco-italiano non è un capitolo autonomo: è una componente di un sistema più complesso in cui l’asse del Reno e l’asse del Rodano-Po devono trovare una sintesi capace di includere anche la dimensione iberica, adriatica, danubiana. Un’Europa, in altri termini, che sia davvero plurale nelle sue radici e unitaria nella sua proiezione esterna.
Il futuro del Trattato del Quirinale dipenderà, in ultima analisi, da una sola variabile che non compare in nessun articolo del suo testo e in nessuna delle dichiarazioni di Antibes: la volontà delle classi dirigenti dei due Paesi di subordinare, quando necessario, i propri calcoli elettorali interni alla logica di un interesse comune europeo che supera i confini nazionali. È la stessa scommessa che De Gasperi e Schuman fecero nel 1951, quando firmarono i trattati istitutivi della CECA sapendo che avrebbero dovuto convincere popolazioni stremate dalla guerra a cedere sovranità su settori considerati vitali per la sicurezza nazionale. Vincolano quella scommessa non con garanzie giuridiche — che pure esistevano — ma con la forza di una visione condivisa di che cosa significasse l’Europa dopo Auschwitz. La domanda che Antibes lascia aperta è se Meloni e Macron, e i loro successori, possano costruire una visione analoga per l’Europa dopo Kabul, dopo Mariupol, dopo Gaza: un’Europa che abbia imparato non soltanto dalle sue glorie ma anche dalle sue complicità, e che sappia offrire al Mediterraneo — a quel mare che è stato culla e crocevia di civiltà — qualcosa di meglio della divisione tra chi lo sorveglia da una parte e chi lo attraversa rischiando di annegare dall’altra.
Il Quirinale è un palazzo. Ma è anche, nell’immaginario politico italiano, il luogo dove la Repubblica prende forma istituzionale, dove la continuità dello Stato si manifesta al di là delle vicende dei governi. Che il Trattato porti il suo nome non è un caso: è un auspicio, o forse un impegno. L’impegno a costruire, tra le due nazioni latine che più hanno segnato la storia dell’Occidente, una cooperazione che non sia stagionale ma strutturale, non sia tattica ma strategica, non sia soltanto un accordo tra governi ma un patto tra popoli. Se Antibes ha segnato l’inizio vero di questo percorso — e non la sua ennesima replica abortita — lo dirà la storia. Ma la storia, come sapeva bene Benedetto Croce, non si scrive da soli: si scrive insieme, o non si scrive affatto.
Gianni Lattanzio - Fonte

Nessun commento:
Posta un commento