Nella nostra traduzione da Remnant News Paper. Un nuovo documento vaticano elogia il panenteismo, un'eresia che offusca la distinzione essenziale tra Creatore e creazione.
Questo cambiamento teologico, apparentemente sottile, mina in realtà i fondamenti stessi della Creazione, del Peccato Originale, della Redenzione e della necessità della Croce di Cristo. Ne accenna semplicemente in questi termini. Cito:
"L’inizio è collegato alla fine, ma passando attraverso l’economia drammatica dell’incarnazione e della croce, poiché l’economia della salvezza implica il superamento del peccato. Tutta la creazione, infatti, è stata ferita dal peccato dell’essere umano (cf. Gn 3,17-19), ed è sottoposta a una schiavitù dalla quale desidera essere essa pure liberata (Rm 8,20-21). Per questo, il Vangelo integrale della salvezza, anche per la Casa comune, ha il suo punto centrale nella croce del Verbo incarnato, come il luogo e l’evento che è al centro del cosmo e della storia. Avendo assunto la «somiglianza di una carne di peccato» (Rm 8,3), nel momento della passione e della morte, Gesù Cristo ha preso su di sé, nella sua carne, tutte le inique conseguenze del peccato. Così si è compiuta nell’umanità del Figlio di Dio la perfetta mediazione della salvezza per tutta la creazione, in vista della sua glorificazione (cf. Gv 17,5). Se «Cristo, risorto dai morti, non muore più» (Rm 6,9), allora la croce piantata sul Golgota è il nuovo «albero della vita», che non è piantato nel giardino dell’Eden, ma nella Gerusalemme celeste: «In mezzo alla sua piazza, da una parte e dall’altra del fiume, c’è un albero della vita che produce dodici frutti, uno ogni mese. E le foglie di questo albero servono per la guarigione delle nazioni» (Ap 22,2). Con l’incarnazione del Figlio di Dio, questo futuro non si limiterà alla cittadinanza escatologica degli esseri umani, ma avrà una dimensione e una portata cosmiche". Fraternità e sororità cosmica richiamata e approfondita partendo dalla Laudato si’ [qui - qui - qui]. Qui l'indice degli articoli in tema.
Questo cambiamento teologico, apparentemente sottile, mina in realtà i fondamenti stessi della Creazione, del Peccato Originale, della Redenzione e della necessità della Croce di Cristo. Ne accenna semplicemente in questi termini. Cito:
"L’inizio è collegato alla fine, ma passando attraverso l’economia drammatica dell’incarnazione e della croce, poiché l’economia della salvezza implica il superamento del peccato. Tutta la creazione, infatti, è stata ferita dal peccato dell’essere umano (cf. Gn 3,17-19), ed è sottoposta a una schiavitù dalla quale desidera essere essa pure liberata (Rm 8,20-21). Per questo, il Vangelo integrale della salvezza, anche per la Casa comune, ha il suo punto centrale nella croce del Verbo incarnato, come il luogo e l’evento che è al centro del cosmo e della storia. Avendo assunto la «somiglianza di una carne di peccato» (Rm 8,3), nel momento della passione e della morte, Gesù Cristo ha preso su di sé, nella sua carne, tutte le inique conseguenze del peccato. Così si è compiuta nell’umanità del Figlio di Dio la perfetta mediazione della salvezza per tutta la creazione, in vista della sua glorificazione (cf. Gv 17,5). Se «Cristo, risorto dai morti, non muore più» (Rm 6,9), allora la croce piantata sul Golgota è il nuovo «albero della vita», che non è piantato nel giardino dell’Eden, ma nella Gerusalemme celeste: «In mezzo alla sua piazza, da una parte e dall’altra del fiume, c’è un albero della vita che produce dodici frutti, uno ogni mese. E le foglie di questo albero servono per la guarigione delle nazioni» (Ap 22,2). Con l’incarnazione del Figlio di Dio, questo futuro non si limiterà alla cittadinanza escatologica degli esseri umani, ma avrà una dimensione e una portata cosmiche". Fraternità e sororità cosmica richiamata e approfondita partendo dalla Laudato si’ [qui - qui - qui]. Qui l'indice degli articoli in tema.
La Santa Sede legittima il panenteismo: un'eresia contro il Creatore
Panenteismo: quando Dio e il creato non sono più distinti
Il 21 agosto, la Commissione Teologica Internazionale ha pubblicato un documento intitolato “Prendersi cura della nostra casa comune: una risposta responsabile e fraterna al Dio Trino” [qui].
Questo documento delinea il contesto in cui sono stati prodotti i testi teologici, almeno negli ultimi mesi. Al suo interno, tuttavia, vengono presentati numerosi aspetti estremamente problematici. L'aspetto più problematico è certamente l'apertura all'accettazione del panteismo nella sua variante moderata, ovvero il panenteismo.
Prima di soffermarci su questo problema specifico, tuttavia, elenchiamo brevemente gli altri punti problematici del documento.
Un documento molto pericoloso
Innanzitutto, il documento propone una strutturazione teologica della categoria di “peccato contro il creato e contro il Creatore”, definendolo come disobbedienza al mandato divino di prendersi cura della terra.
In realtà, la morale cattolica classica considera già la crudeltà gratuita verso il mondo non umano (piante, animali) un peccato grave che può assumere varie forme e implicare diversi tipi di peccato: ad esempio, se un piromane appicca il fuoco a una foresta, commette una serie di peccati mortali contro la temperanza e contro la giustizia: empietà verso Dio Creatore (cfr. S.Th. II-II, q. 64-66), danneggiamento di qualsiasi proprietà privata appartenente ad altri, scandalo per disprezzo della legge. E forse altro ancora.
Pertanto, la proposta di un nuovo peccato va intesa in modo diverso, all'interno di quel grande progetto avviato da Bergoglio di politicizzare e secolarizzare la morale cattolica, spostando il baricentro dal peccato personale e dalla salvezza eterna verso questioni sempre più socio-politiche.
In effetti, la discussione della Commissione su questo “nuovo” peccato è accompagnata da continui riferimenti a dati scientifici sul clima, sull'inquinamento da microplastiche e, soprattutto, sugli obiettivi ecologici delle Nazioni Unite.
In secondo luogo, al paragrafo 107 leggiamo: «L'essere umano offre il creato a Dio in Cristo e, in cambio, implora la benedizione di Dio in Cristo per ogni cosa. Cristo è dunque l'asse della maturazione del mondo». Nella nota 184, a fine del testo, il documento rivela la chiave di lettura di queste parole. Essa recita: «In questa prospettiva, il contributo di P. Teilhard de Chardin va accolto con favore».
Nello specifico, il contributo di uno degli eresiarchi neomodernisti più coerenti del secolo scorso. L'idea di Teilhard della maturazione e ricapitolazione del mondo in Cristo è proprio una delle tesi più eretiche del teologo gesuita.
Teilhard de Chardin (1881-1955) tentò di conciliare la dottrina cattolica con la scienza moderna, convinto che la distanza tra le due fosse ormai insanabile. Gli autori della Commissione condividono, infatti, questa opinione: «Queste scoperte hanno ridefinito radicalmente i concetti di materia, energia, particelle e antimateria. Mettono in discussione molti dei presupposti su cui si fondavano sia la comprensione religiosa che quella materialista dell'universo» (p. 46).
Teilhard de Chardin riformulò (e negò) dogmi fondamentali come la creazione ex nihilo, il monogenismo, la perfezione originaria dei progenitori e la storicità del peccato originale. Propose invece una cosmologia immanentista e panteistica in cui Dio è lo stesso Universo in evoluzione, orientato verso un'unità totale, collettiva e autocosciente di tutto ciò che esiste. Questa unità è chiamata dal pensatore gesuita "Punto Omega".
Il ritorno di Cristo viene dunque interpretato da Teilhard de Chardin come il raggiungimento di questa suprema autocoscienza collettiva che trasformerà l'uomo in un essere "ultra-umano".
Attraverso questo riferimento diretto ai gesuiti neomodernisti, gli autori della Commissione Teologica Internazionale intendevano chiaramente legittimare due concetti precisi. In primo luogo, sostenere l'idea che l'uomo, agendo sul mondo materiale attraverso il lavoro e la tecnologia, lo trasformi in "qualcosa che è più del suo stato naturale, perfezionandolo continuando l'opera creatrice di Dio". Il lavoro umano viene così elevato a continuazione immanente dell'evoluzione cosmica.
In secondo luogo, richiamandosi a Teilhard, il documento descrive la creazione come un processo evolutivo aperto al futuro. Ciò serve a giustificare un'“ontologia relazionale” in cui “tutto è connesso” e in cui l'universo è concepito come un immanente “intreccio di relazioni” e come un’“Eucaristia”, ovvero un grande atto di gratitudine. Questa normalizzazione della teologia di Teilhard è evidentemente funzionale a sostenere una “conversione ecologica” dell’intera Chiesa, totalmente orizzontale e politicizzata.
In realtà, la morale cattolica classica considera già la crudeltà gratuita verso il mondo non umano (piante, animali) un peccato grave che può assumere varie forme e implicare diversi tipi di peccato: ad esempio, se un piromane appicca il fuoco a una foresta, commette una serie di peccati mortali contro la temperanza e contro la giustizia: empietà verso Dio Creatore (cfr. S.Th. II-II, q. 64-66), danneggiamento di qualsiasi proprietà privata appartenente ad altri, scandalo per disprezzo della legge. E forse altro ancora.
Pertanto, la proposta di un nuovo peccato va intesa in modo diverso, all'interno di quel grande progetto avviato da Bergoglio di politicizzare e secolarizzare la morale cattolica, spostando il baricentro dal peccato personale e dalla salvezza eterna verso questioni sempre più socio-politiche.
In effetti, la discussione della Commissione su questo “nuovo” peccato è accompagnata da continui riferimenti a dati scientifici sul clima, sull'inquinamento da microplastiche e, soprattutto, sugli obiettivi ecologici delle Nazioni Unite.
In secondo luogo, al paragrafo 107 leggiamo: «L'essere umano offre il creato a Dio in Cristo e, in cambio, implora la benedizione di Dio in Cristo per ogni cosa. Cristo è dunque l'asse della maturazione del mondo». Nella nota 184, a fine del testo, il documento rivela la chiave di lettura di queste parole. Essa recita: «In questa prospettiva, il contributo di P. Teilhard de Chardin va accolto con favore».
Nello specifico, il contributo di uno degli eresiarchi neomodernisti più coerenti del secolo scorso. L'idea di Teilhard della maturazione e ricapitolazione del mondo in Cristo è proprio una delle tesi più eretiche del teologo gesuita.
Teilhard de Chardin (1881-1955) tentò di conciliare la dottrina cattolica con la scienza moderna, convinto che la distanza tra le due fosse ormai insanabile. Gli autori della Commissione condividono, infatti, questa opinione: «Queste scoperte hanno ridefinito radicalmente i concetti di materia, energia, particelle e antimateria. Mettono in discussione molti dei presupposti su cui si fondavano sia la comprensione religiosa che quella materialista dell'universo» (p. 46).
Teilhard de Chardin riformulò (e negò) dogmi fondamentali come la creazione ex nihilo, il monogenismo, la perfezione originaria dei progenitori e la storicità del peccato originale. Propose invece una cosmologia immanentista e panteistica in cui Dio è lo stesso Universo in evoluzione, orientato verso un'unità totale, collettiva e autocosciente di tutto ciò che esiste. Questa unità è chiamata dal pensatore gesuita "Punto Omega".
Il ritorno di Cristo viene dunque interpretato da Teilhard de Chardin come il raggiungimento di questa suprema autocoscienza collettiva che trasformerà l'uomo in un essere "ultra-umano".
Attraverso questo riferimento diretto ai gesuiti neomodernisti, gli autori della Commissione Teologica Internazionale intendevano chiaramente legittimare due concetti precisi. In primo luogo, sostenere l'idea che l'uomo, agendo sul mondo materiale attraverso il lavoro e la tecnologia, lo trasformi in "qualcosa che è più del suo stato naturale, perfezionandolo continuando l'opera creatrice di Dio". Il lavoro umano viene così elevato a continuazione immanente dell'evoluzione cosmica.
In secondo luogo, richiamandosi a Teilhard, il documento descrive la creazione come un processo evolutivo aperto al futuro. Ciò serve a giustificare un'“ontologia relazionale” in cui “tutto è connesso” e in cui l'universo è concepito come un immanente “intreccio di relazioni” e come un’“Eucaristia”, ovvero un grande atto di gratitudine. Questa normalizzazione della teologia di Teilhard è evidentemente funzionale a sostenere una “conversione ecologica” dell’intera Chiesa, totalmente orizzontale e politicizzata.
Panteismo o pan(en)teismo?
Il culmine del documento, tuttavia, si raggiunge nel punto in cui esso dichiara apertamente il panteismo accettabile in una particolare versione che prende il nome di panenteismo.
La differenza tra le due concezioni di Dio può essere riassunta in modo semplice. Secondo il panteismo, Dio e l'universo coincidono. Secondo il panenteismo, l'universo è parte di Dio, ma Dio non è esaurito dall'universo. Di conseguenza, sia i panteisti che i panenteisti affermano che l'universo possiede una natura divina o, se si preferisce, che Dio non è puro spirito – e quindi non è puro atto, come sostiene la teologia classica.
Secondo gli autori del documento, il panenteismo “offre un quadro interpretativo per comprendere come Dio possa essere intimamente presente in ogni aspetto della realtà senza determinarla in modo coercitivo” (p. 52). Come se non bastasse, il documento stesso riconosce esplicitamente che questo approccio si pone “in contrasto con il teismo classico, che spesso enfatizza la distinzione tra Dio e il creato”.
La differenza tra le due concezioni di Dio può essere riassunta in modo semplice. Secondo il panteismo, Dio e l'universo coincidono. Secondo il panenteismo, l'universo è parte di Dio, ma Dio non è esaurito dall'universo. Di conseguenza, sia i panteisti che i panenteisti affermano che l'universo possiede una natura divina o, se si preferisce, che Dio non è puro spirito – e quindi non è puro atto, come sostiene la teologia classica.
Secondo gli autori del documento, il panenteismo “offre un quadro interpretativo per comprendere come Dio possa essere intimamente presente in ogni aspetto della realtà senza determinarla in modo coercitivo” (p. 52). Come se non bastasse, il documento stesso riconosce esplicitamente che questo approccio si pone “in contrasto con il teismo classico, che spesso enfatizza la distinzione tra Dio e il creato”.
Una strategia per normalizzare l'eresia
Il Concilio Vaticano I ha condannato infallibilmente il panteismo e le sue forme derivate. Nella Costituzione dogmatica Dei Filius si insegna che Dio è «eterno… infinito in intelletto, volontà e ogni perfezione… sostanza spirituale assolutamente semplice e immutabile… distinto dal mondo… ineffabilmente esaltato al di sopra di tutte le cose che sono e che possono essere concepite al di fuori di Lui… [E] con la sua liberissima decisione, fin dall'inizio dei tempi, [Egli] ha prodotto dal nulla entrambe le creature, quella spirituale e quella corporea, cioè quella angelica e quella terrena, simultaneamente».
Nei Canoni Dottrinali allegati alla suddetta Costituzione leggiamo: «Se qualcuno afferma che la sostanza o l'essenza di Dio e di tutte le cose è una e la stessa: sia anatema»; e ancora: «Se qualcuno afferma che… l'essenza divina, con la sua manifestazione ed evoluzione, diventa tutte le cose: sia anatema»; e ancora: «Se qualcuno afferma che… Dio è un essere universale o indefinito, che determinandosi costituisce l'universo delle cose: sia anatema».
Di conseguenza, sia il panteismo che le sue varianti, come il panenteismo, sono condannati come forme di pensiero erronee. Per la teologia cattolica, il teismo classico è l'unico modello teologico ammissibile. Presentare il panenteismo in una luce positiva come valida alternativa che corregge o integra i limiti del teismo classico rappresenta una vera e propria capitolazione dottrinale.
A questo punto, tuttavia, è necessario riflettere sulla strategia adottata dai neomodernisti. La distinzione tra panteismo e panenteismo è una costruzione artificiale, logicamente fallace di per sé, concepita per rendere accettabile ciò che la dottrina cattolica ha già condannato.
Si sostiene che il panteismo identifichi Dio con il mondo, mentre il panenteismo lo includa senza esserne completamente assorbito. Ma questa differenza è puramente terminologica: a livello ontologico, entrambe le visioni negano la trascendenza assoluta di Dio e dissolvono la creazione ex nihilo in un processo evolutivo immanente. Il panenteismo, infatti, non corregge il panteismo, bensì lo affina.
Conserva la sua radice: l'idea che l'universo abbia una sostanza divina. L'aggiunta di una "trascendenza" formale non salva la dottrina, semplicemente perché l'autentica trascendenza non è compatibile con l'immanenza sostanziale.
La strategia in atto è la stessa utilizzata da Bergoglio e dai suoi collaboratori per normalizzare il socialismo all'interno della dottrina sociale cattolica dopo la condanna della teologia della liberazione. Invece di avallare apertamente quest'ultima, decisero di adottare la teologia del popolo, quella variante della teologia della liberazione che ne conserva la radice ideologica pur rifiutandone le conseguenze politiche estreme.
Pertanto, il panenteismo conserva la premessa panteistica – la divinità del cosmo – e aggiunge un linguaggio relazionale che crea l'illusione di preservare la distinzione tra Creatore e creatura. In entrambi i casi, l'errore non viene corretto: viene assorbito e riformulato per renderlo compatibile con la sensibilità contemporanea.
Nei Canoni Dottrinali allegati alla suddetta Costituzione leggiamo: «Se qualcuno afferma che la sostanza o l'essenza di Dio e di tutte le cose è una e la stessa: sia anatema»; e ancora: «Se qualcuno afferma che… l'essenza divina, con la sua manifestazione ed evoluzione, diventa tutte le cose: sia anatema»; e ancora: «Se qualcuno afferma che… Dio è un essere universale o indefinito, che determinandosi costituisce l'universo delle cose: sia anatema».
Di conseguenza, sia il panteismo che le sue varianti, come il panenteismo, sono condannati come forme di pensiero erronee. Per la teologia cattolica, il teismo classico è l'unico modello teologico ammissibile. Presentare il panenteismo in una luce positiva come valida alternativa che corregge o integra i limiti del teismo classico rappresenta una vera e propria capitolazione dottrinale.
A questo punto, tuttavia, è necessario riflettere sulla strategia adottata dai neomodernisti. La distinzione tra panteismo e panenteismo è una costruzione artificiale, logicamente fallace di per sé, concepita per rendere accettabile ciò che la dottrina cattolica ha già condannato.
Si sostiene che il panteismo identifichi Dio con il mondo, mentre il panenteismo lo includa senza esserne completamente assorbito. Ma questa differenza è puramente terminologica: a livello ontologico, entrambe le visioni negano la trascendenza assoluta di Dio e dissolvono la creazione ex nihilo in un processo evolutivo immanente. Il panenteismo, infatti, non corregge il panteismo, bensì lo affina.
Conserva la sua radice: l'idea che l'universo abbia una sostanza divina. L'aggiunta di una "trascendenza" formale non salva la dottrina, semplicemente perché l'autentica trascendenza non è compatibile con l'immanenza sostanziale.
La strategia in atto è la stessa utilizzata da Bergoglio e dai suoi collaboratori per normalizzare il socialismo all'interno della dottrina sociale cattolica dopo la condanna della teologia della liberazione. Invece di avallare apertamente quest'ultima, decisero di adottare la teologia del popolo, quella variante della teologia della liberazione che ne conserva la radice ideologica pur rifiutandone le conseguenze politiche estreme.
Pertanto, il panenteismo conserva la premessa panteistica – la divinità del cosmo – e aggiunge un linguaggio relazionale che crea l'illusione di preservare la distinzione tra Creatore e creatura. In entrambi i casi, l'errore non viene corretto: viene assorbito e riformulato per renderlo compatibile con la sensibilità contemporanea.
Il legame coerente tra panenteismo, socialismo e ambientalismo
Il panteismo è la premessa teologica più coerente con l'ambientalismo e il socialismo difesi dalla nuova dottrina sociale della Chiesa, così come si è delineata sotto la guida di Bergoglio. A loro volta, panteismo e socialismo sono due pilastri del pensiero gnostico dominante nella modernità. La gnosi, infatti, si fonda sull'affermazione che l'uomo può salvarsi attraverso la conoscenza, rifiutando i "limiti" della propria natura e della Rivelazione.
Non credendo nel peccato originale e nella trascendenza assoluta di Dio, l'uomo gnostico riduce la scienza al fine ultimo dell'esistenza e finisce per identificare la divinità con il cosmo stesso, scivolando inevitabilmente nel panteismo. L'intero universo viene così divinizzato e concepito come un unico grande organismo in evoluzione, dove la materia stessa partecipa alla sostanza divina e dove ogni reale distinzione tra Creatore e creatura si dissolve.
Il socialismo rappresenta la traduzione politica diretta di questa visione teologica. Se l'universo è un "Tutto" divino e indistinto, allora l'individuo perde ogni centralità e dignità ontologica, venendo sacrificato in favore del primato assoluto del collettivo.
Lo Stato si eleva al rango di divinità terrena e unica fonte di moralità, imponendo dall'alto un'uguaglianza forzata che mira a indebolire o distruggere i tre grandi ostacoli naturali alla sua realizzazione: la proprietà privata, la famiglia naturale e la Chiesa cattolica, che storicamente sono state le custodi della libertà e della dignità reale dell'essere umano.
Infine, l'ambientalismo contemporaneo corona questo sistema immanentista, di fatto divinizzando la natura materiale nel suo insieme, come un sistema (precisamente: un ecosistema), e presentandola come un assoluto al quale l'essere umano deve sottomettersi completamente. Il testo della Commissione, infatti, propone «la persona umana come… serva del creato», ribaltando così la visione tradizionale secondo cui l'uomo è l'apice e il signore dell'universo creato.
Inoltre, il testo definisce l'interpretazione tradizionale del precetto di Genesi 1:26-28 come "esagerata e distorta", affermando in modo del tutto ideologico che tale interpretazione avrebbe "portato le persone a credere che agli esseri umani fosse stato concesso un dominio dispotico e illimitato su tutta la creazione. Non possiamo ignorare, con vergogna e pentimento, il peso che questa distorsione del profondo significato del testo biblico ha avuto nello sfruttamento e nel maltrattamento del creato".
Non credendo nel peccato originale e nella trascendenza assoluta di Dio, l'uomo gnostico riduce la scienza al fine ultimo dell'esistenza e finisce per identificare la divinità con il cosmo stesso, scivolando inevitabilmente nel panteismo. L'intero universo viene così divinizzato e concepito come un unico grande organismo in evoluzione, dove la materia stessa partecipa alla sostanza divina e dove ogni reale distinzione tra Creatore e creatura si dissolve.
Il socialismo rappresenta la traduzione politica diretta di questa visione teologica. Se l'universo è un "Tutto" divino e indistinto, allora l'individuo perde ogni centralità e dignità ontologica, venendo sacrificato in favore del primato assoluto del collettivo.
Lo Stato si eleva al rango di divinità terrena e unica fonte di moralità, imponendo dall'alto un'uguaglianza forzata che mira a indebolire o distruggere i tre grandi ostacoli naturali alla sua realizzazione: la proprietà privata, la famiglia naturale e la Chiesa cattolica, che storicamente sono state le custodi della libertà e della dignità reale dell'essere umano.
Infine, l'ambientalismo contemporaneo corona questo sistema immanentista, di fatto divinizzando la natura materiale nel suo insieme, come un sistema (precisamente: un ecosistema), e presentandola come un assoluto al quale l'essere umano deve sottomettersi completamente. Il testo della Commissione, infatti, propone «la persona umana come… serva del creato», ribaltando così la visione tradizionale secondo cui l'uomo è l'apice e il signore dell'universo creato.
Inoltre, il testo definisce l'interpretazione tradizionale del precetto di Genesi 1:26-28 come "esagerata e distorta", affermando in modo del tutto ideologico che tale interpretazione avrebbe "portato le persone a credere che agli esseri umani fosse stato concesso un dominio dispotico e illimitato su tutta la creazione. Non possiamo ignorare, con vergogna e pentimento, il peso che questa distorsione del profondo significato del testo biblico ha avuto nello sfruttamento e nel maltrattamento del creato".
Il legame coerente tra panenteismo e pelagianesimo
Secondo il documento della Commissione, il panenteismo spiega che «il mondo esiste in Dio, mentre Dio, al tempo stesso, lo trascende». Bisogna prestare attenzione alle parole. Secondo questi teologi, l'espressione «in Dio» non assume quindi più il significato della teologia classica. Per quest'ultima, infatti, tale espressione denota un rapporto di dipendenza e partecipazione.
Quando San Paolo dichiara: «In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» ( Atti 17,28), non sta dicendo che l'umanità possiede una sostanza divina, ma che Dio sostiene continuamente ogni creatura esistente. La vita umana dipende da questo atto costante di conservazione divina, eppure la creatura rimane ontologicamente distinta dal Creatore. In questo versetto, l'Apostolo afferma la dipendenza di tutte le cose da Dio, rifiutando al contempo l'idea panteistica – comune in certe filosofie greche – secondo cui il mondo e Dio sono una cosa sola.
Tuttavia, come emerge chiaramente da questo documento della Commissione, quando questi teologi al potere usano l'espressione "in Dio", non intendono riferirsi al significato classico dell'espressione, bensì al suo significato panteistico.
Ora, è interessante notare che, proprio all'inizio dell'enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV [vedi], si trova un'affermazione gravemente errata dal punto di vista teologico: « In Gesù Cristo, questa umanità nella sua grandezza diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo a ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza».
Trascendendo il grave problema per cui l'umanità – intesa come collettività umana, e non come natura umana e certamente non come natura umana di Cristo – non può essere la Via, la Verità e la Vita per ciascuno di noi, è del tutto evidente che l'espressione "in Gesù Cristo" viene usata anche in senso panteistico. Questo documento della Commissione ha ora chiarito che questa è l'interpretazione autentica.
In effetti, in nessuna parte dell'enciclica viene affrontata la realtà del peccato originale (che tuttavia dovrebbe essere centrale dato l'argomento) o la necessità della grazia per la salvezza.
La grazia è invece un aiuto esterno che Dio ci invia per migliorarci, proprio come insegnava Pelagio: «Quando accogliamo la possibilità di trascendere noi stessi attraverso la grazia di Dio, non rinneghiamo la nostra natura, né diventiamo meno umani» (p. 128); e più avanti leggiamo: «Il ricordo dei santi, dei giusti e dei pacificatori spesso dimenticati, ci mostra che la grazia non elimina magicamente il conflitto, ma ispira una resistenza attiva al male e una sorprendente creatività nel fare il bene» (p. 211).
Era inevitabile che, prima o poi, la Santa Sede avrebbe legittimato teologicamente il panteismo, ma non pensavo che lo avrebbe fatto in modo così esplicito. Ciò, purtroppo, conferma definitivamente quanto affermai all'epoca riguardo alla matrice neopelagiana della Magnifica Humanitas [vedi], che, tra le altre cose, difende esplicitamente (e coerentemente) una visione radicale dello statalismo.
Se esiste un legame diretto tra gnosi, panteismo, ambientalismo e socialismo, esiste anche un profondo legame logico – seppur indiretto – tra panteismo e pelagianesimo. Ovviamente non sono la stessa cosa, ma condividono una matrice antropologica e teologica che li rende compatibili e spesso convergenti nelle deviazioni dottrinali contemporanee.
Se l'universo è, di fatto, ontologicamente divino, allora è già santo e non necessita di ulteriore santificazione. In tal modo, la dottrina del peccato originale scompare, l'uomo non ha bisogno di redenzione e Cristo si riduce a maestro morale, modello per eccellenza. Di conseguenza, anche lo scopo della Chiesa deve essere riconsiderato, perché non c'è più nulla da salvare, dato che tutto è già santificato dalla natura. Tutto ciò è inoltre coerente con il progetto culturale perseguito da certi settori del Vaticano, volto a "demitizzare" il racconto biblico del peccato originale.
Ciò deve dunque essere chiaro: la legittimazione del panenteismo da parte della Santa Sede non rappresenta un innocuo aggiornamento pastorale, bensì il culmine coerente di quella deriva modernista secolare che mira a dissolvere la Redenzione nel panteismo gnostico e la Grazia nell'autosufficienza pelagiana.
Se il cosmo viene dichiarato intrinsecamente divino e l'umanità si redime attraverso il divenire di un'evoluzione collettiva, la Croce perde la sua tragica necessità e la Chiesa si riduce a cortigiana della storia, un'inutile agenzia di servizi sociali al servizio degli interessi del mondo.
Contro questa sottile parodia gnostica della fede, che deifica la materia solo per celare la ferita del peccato originale e sminuire la Maestà divina, i cattolici sono chiamati oggi più che mai al dovere della resistenza.
È necessario istruirsi e riaffermare con fermezza l'assoluta trascendenza del Creatore, la drammatica realtà della Caduta e la perfetta adeguatezza del Sacrificio di Cristo. In questo modo ogni fedele può contribuire a superare la grave crisi dell'autorità petrina che la Chiesa sta vivendo oggi, con l'incrollabile certezza che, nonostante i temporanei tradimenti delle sue gerarchie, le porte dell'inferno non prevarranno.
Quando San Paolo dichiara: «In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» ( Atti 17,28), non sta dicendo che l'umanità possiede una sostanza divina, ma che Dio sostiene continuamente ogni creatura esistente. La vita umana dipende da questo atto costante di conservazione divina, eppure la creatura rimane ontologicamente distinta dal Creatore. In questo versetto, l'Apostolo afferma la dipendenza di tutte le cose da Dio, rifiutando al contempo l'idea panteistica – comune in certe filosofie greche – secondo cui il mondo e Dio sono una cosa sola.
Tuttavia, come emerge chiaramente da questo documento della Commissione, quando questi teologi al potere usano l'espressione "in Dio", non intendono riferirsi al significato classico dell'espressione, bensì al suo significato panteistico.
Ora, è interessante notare che, proprio all'inizio dell'enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV [vedi], si trova un'affermazione gravemente errata dal punto di vista teologico: « In Gesù Cristo, questa umanità nella sua grandezza diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo a ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza».
Trascendendo il grave problema per cui l'umanità – intesa come collettività umana, e non come natura umana e certamente non come natura umana di Cristo – non può essere la Via, la Verità e la Vita per ciascuno di noi, è del tutto evidente che l'espressione "in Gesù Cristo" viene usata anche in senso panteistico. Questo documento della Commissione ha ora chiarito che questa è l'interpretazione autentica.
In effetti, in nessuna parte dell'enciclica viene affrontata la realtà del peccato originale (che tuttavia dovrebbe essere centrale dato l'argomento) o la necessità della grazia per la salvezza.
La grazia è invece un aiuto esterno che Dio ci invia per migliorarci, proprio come insegnava Pelagio: «Quando accogliamo la possibilità di trascendere noi stessi attraverso la grazia di Dio, non rinneghiamo la nostra natura, né diventiamo meno umani» (p. 128); e più avanti leggiamo: «Il ricordo dei santi, dei giusti e dei pacificatori spesso dimenticati, ci mostra che la grazia non elimina magicamente il conflitto, ma ispira una resistenza attiva al male e una sorprendente creatività nel fare il bene» (p. 211).
Era inevitabile che, prima o poi, la Santa Sede avrebbe legittimato teologicamente il panteismo, ma non pensavo che lo avrebbe fatto in modo così esplicito. Ciò, purtroppo, conferma definitivamente quanto affermai all'epoca riguardo alla matrice neopelagiana della Magnifica Humanitas [vedi], che, tra le altre cose, difende esplicitamente (e coerentemente) una visione radicale dello statalismo.
Se esiste un legame diretto tra gnosi, panteismo, ambientalismo e socialismo, esiste anche un profondo legame logico – seppur indiretto – tra panteismo e pelagianesimo. Ovviamente non sono la stessa cosa, ma condividono una matrice antropologica e teologica che li rende compatibili e spesso convergenti nelle deviazioni dottrinali contemporanee.
Se l'universo è, di fatto, ontologicamente divino, allora è già santo e non necessita di ulteriore santificazione. In tal modo, la dottrina del peccato originale scompare, l'uomo non ha bisogno di redenzione e Cristo si riduce a maestro morale, modello per eccellenza. Di conseguenza, anche lo scopo della Chiesa deve essere riconsiderato, perché non c'è più nulla da salvare, dato che tutto è già santificato dalla natura. Tutto ciò è inoltre coerente con il progetto culturale perseguito da certi settori del Vaticano, volto a "demitizzare" il racconto biblico del peccato originale.
Ciò deve dunque essere chiaro: la legittimazione del panenteismo da parte della Santa Sede non rappresenta un innocuo aggiornamento pastorale, bensì il culmine coerente di quella deriva modernista secolare che mira a dissolvere la Redenzione nel panteismo gnostico e la Grazia nell'autosufficienza pelagiana.
Se il cosmo viene dichiarato intrinsecamente divino e l'umanità si redime attraverso il divenire di un'evoluzione collettiva, la Croce perde la sua tragica necessità e la Chiesa si riduce a cortigiana della storia, un'inutile agenzia di servizi sociali al servizio degli interessi del mondo.
Contro questa sottile parodia gnostica della fede, che deifica la materia solo per celare la ferita del peccato originale e sminuire la Maestà divina, i cattolici sono chiamati oggi più che mai al dovere della resistenza.
È necessario istruirsi e riaffermare con fermezza l'assoluta trascendenza del Creatore, la drammatica realtà della Caduta e la perfetta adeguatezza del Sacrificio di Cristo. In questo modo ogni fedele può contribuire a superare la grave crisi dell'autorità petrina che la Chiesa sta vivendo oggi, con l'incrollabile certezza che, nonostante i temporanei tradimenti delle sue gerarchie, le porte dell'inferno non prevarranno.
Gaetano Masciullo, 5 settembre 2026
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2 commenti:
«Unum idemque esse Deum cum homine: ex quo pantheismus.»
San Pio X, Pascendi Dominici gregis, 1907
Il conto del riscaldamento climatico sta aumentando ogni anno, per tutti. È tempo di "convertirci" all'alleanza con la Terra
Questa riflessione è stata curata dall'arcivescovo di Catania, Luigi Renna, che è anche presidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici in Italia
https://buff.ly/sQFNpyM
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