La pena capitale e la rivendicazione di continuità dottrinale della Chiesa cattolica. Precedenti qui - qui - qui.
Una rottura con il passato?

Il rinnovato rifiuto della pena capitale da parte di Papa Leone XIV solleva un interrogativo che va oltre la giustizia penale: quando un'istituzione religiosa modifica il proprio insegnamento morale, cosa significa affermare che la sua dottrina rimane in continuità kq il passato?
Il 10 ottobre, Giornata mondiale contro la pena di morte, Leone XIV ha ribadito che la pena capitale è "inammissibile perché costituisce un attacco all'inviolabilità e alla dignità della persona". Ha inoltre sostenuto che il bene comune può essere tutelato e le esigenze della giustizia soddisfatte senza ricorrere all'esecuzione capitale. Il suo intervento conferma la posizione adottata da Papa Francesco nel 2018 [qui], quando il Catechismo della Chiesa Cattolica è stato rivisto per dichiarare la pena di morte inammissibile e impegnare la Chiesa a lavorare per la sua abolizione a livello mondiale.
Le argomentazioni morali a favore dell'abolizione meritano seria considerazione. La questione più complessa è di natura storica e teologica: come si concilia questo giudizio categorico con una tradizione che per lungo tempo ha riconosciuto la legittimità della pena capitale in determinate circostanze?
Per secoli, la dottrina cattolica ha accettato che lo Stato potesse, in linea di principio, giustiziare un criminale. Non si trattava semplicemente di una concessione da parte dei governanti secolari di fronte all'opposizione ecclesiastica. Il Catechismo del Concilio di Trento, pubblicato nel 1566, difendeva esplicitamente l'autorità dei magistrati civili di imporre la pena di morte, a condizione che agissero in modo giusto. Sosteneva che l'uso della spada da parte del magistrato civile, quando esercitato al servizio della giustizia, non costituisse omicidio, ma fosse compatibile con il quinto comandamento. Anche Papa Pio XII confermò la legittimità dell'esecuzione da parte dell'autorità pubblica in determinate circostanze. La pena capitale apparteneva quindi al quadro consolidato attraverso il quale la teologia morale cattolica interpretava l'autorità pubblica, la giustizia e la punizione.
Giovanni Paolo II ha spinto la Chiesa decisamente verso l'abolizione della pena di morte. Nella sua enciclica Evangelium Vitae del 1995, sostenne che l'esecuzione dovesse essere considerata solo laddove fosse assolutamente necessaria per proteggere la società. Tuttavia, osservò che tali casi erano diventati "molto rari, se non praticamente inesistenti". La precisazione era importante: il principio di legittimità dell'esecuzione non era ancora stato categoricamente respinto.
La revisione del Catechismo sotto il pontificato di Francesco è andata oltre. Non si è limitata a concludere che le prigioni moderne avessero reso superflua l'esecuzione capitale nella maggior parte dei casi. Ha dichiarato la pena di morte inammissibile perché viola la dignità umana e ne ha chiesto l'abolizione in tutto il mondo [qui].
Roma insiste sul fatto che ciò rappresenti uno sviluppo coerente della dottrina, non una contraddizione rispetto agli insegnamenti precedenti. La sua argomentazione si fonda su un riconoscimento più chiaro della dignità che conserva anche il criminale più efferato, su una comprensione più profonda della pena come strumento di riabilitazione e sulla disponibilità di mezzi efficaci per proteggere la società senza togliere la vita.
Si tratta di un argomento serio, che non va liquidato. La comprensione morale può approfondirsi e le istituzioni possono correggere i propri giudizi. Il fatto che le generazioni precedenti abbiano accettato una pratica non significa che essa debba rimanere accettabile per sempre.
Ma l'argomentazione solleva una questione che non può essere risolta semplicemente invocando lo sviluppo dottrinale. Se la pena di morte è inammissibile perché viola la dignità intrinseca della persona umana, tale dignità non era meno presente quando il Catechismo di Trento difendeva l'autorità dei magistrati civili di infliggere la pena capitale, quando Pio XII ne confermava la legittimità a determinate condizioni e quando Giovanni Paolo II ne manteneva la liceità eccezionale. Ciò che è cambiato, quindi, non è la dignità umana in sé, ma il giudizio della Chiesa su ciò che tale dignità richiede. La questione è se questo cambiamento rappresenti un legittimo sviluppo di un principio duraturo o un sostanziale allontanamento dall'insegnamento morale delle generazioni precedenti.
Occorre distinguere due argomentazioni. La prima è di natura circostanziale: la detenzione in strutture di massima sicurezza è ora più ampiamente disponibile e l'esecuzione capitale non è più necessaria per tutelare la collettività. Questo può spiegare perché una pena un tempo considerata ammissibile possa ora essere giudicata superflua. Ciò non dimostra, di per sé, che la pena sia intrinsecamente inammissibile.
Il secondo argomento è più fondamentale: la Chiesa è giunta a comprendere più pienamente ciò che la dignità umana richiede. Se questa è l'affermazione, il cambiamento non riguarda solo le circostanze in cui un principio consolidato viene applicato, ma anche il giudizio morale che ne deriva. Le sue implicazioni per il rapporto tra l'insegnamento precedente e quello attuale meritano di essere esplicitate.
La tradizione cattolica possiede le risorse per affrontare questa difficoltà. Non richiede che ogni formulazione storica rimanga immutata, e la distinzione tra principi duraturi e la loro applicazione è centrale in qualsiasi analisi dello sviluppo dottrinale. La stessa spiegazione fornita dal Vaticano in merito alla revisione del 2018 si richiama proprio a questa distinzione, sostenendo che l'insegnamento precedente deve essere compreso nel contesto della responsabilità dello Stato di tutelare il bene comune e dei limiti dei sistemi punitivi storici.
Tuttavia, una spiegazione non è necessariamente una dimostrazione. Per stabilire che due giudizi sono compatibili, è necessario mostrare come i principi, le circostanze e le conclusioni pertinenti si integrino tra loro. Definire un cambiamento uno sviluppo non può, di per sé, stabilire se lo sia effettivamente.
La questione, dunque, va oltre la pena capitale. Riguarda l'identità dell'istituzione che pretende di preservare un deposito immutabile di fede, pur rivedendo sostanzialmente i giudizi morali attraverso i quali tale fede si è storicamente espressa. Dal Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica ha subito trasformazioni che sollevano un interrogativo più ampio: la Chiesa di oggi rappresenta la stessa continuità dottrinale e morale della Chiesa dei secoli passati, oppure il linguaggio dello sviluppo è diventato un mezzo per conciliare posizioni che un tempo erano intese in termini marcatamente diversi? La pena di morte è una prova rivelatrice di tale affermazione, anche se da sola non può risolvere l'intera questione.
Questo ha rilevanza anche al di là della Chiesa cattolica. Le istituzioni religiose rivendicano autorità in parte perché si considerano custodi di una verità preesistente. La loro credibilità non dipende né dall'incapacità di cambiare né dal presupposto che ogni nuova posizione rappresenti necessariamente un miglioramento. Dipende piuttosto dalla loro disponibilità a rendere conto del rapporto tra ciò che insegnano oggi e ciò che insegnavano in passato.
La Chiesa potrebbe avere ragione a rifiutare la pena capitale. Ma la questione morale dell'abolizione e la rivendicazione storica della continuità dottrinale sono questioni distinte. L'una non implica automaticamente l'altra.
La riaffermazione di Leone XIV rende inequivocabile l'attuale posizione cattolica. Il compito più arduo è spiegare, senza elusioni, come tale posizione si relazioni alla tradizione da cui afferma di scaturire.
Una tradizione viva deve essere capace di crescere. Deve anche essere capace di raccontare la verità sulla propria storia.
Rev. Leon, 12 ottobre
Il 10 ottobre, Giornata mondiale contro la pena di morte, Leone XIV ha ribadito che la pena capitale è "inammissibile perché costituisce un attacco all'inviolabilità e alla dignità della persona". Ha inoltre sostenuto che il bene comune può essere tutelato e le esigenze della giustizia soddisfatte senza ricorrere all'esecuzione capitale. Il suo intervento conferma la posizione adottata da Papa Francesco nel 2018 [qui], quando il Catechismo della Chiesa Cattolica è stato rivisto per dichiarare la pena di morte inammissibile e impegnare la Chiesa a lavorare per la sua abolizione a livello mondiale.
Le argomentazioni morali a favore dell'abolizione meritano seria considerazione. La questione più complessa è di natura storica e teologica: come si concilia questo giudizio categorico con una tradizione che per lungo tempo ha riconosciuto la legittimità della pena capitale in determinate circostanze?
Per secoli, la dottrina cattolica ha accettato che lo Stato potesse, in linea di principio, giustiziare un criminale. Non si trattava semplicemente di una concessione da parte dei governanti secolari di fronte all'opposizione ecclesiastica. Il Catechismo del Concilio di Trento, pubblicato nel 1566, difendeva esplicitamente l'autorità dei magistrati civili di imporre la pena di morte, a condizione che agissero in modo giusto. Sosteneva che l'uso della spada da parte del magistrato civile, quando esercitato al servizio della giustizia, non costituisse omicidio, ma fosse compatibile con il quinto comandamento. Anche Papa Pio XII confermò la legittimità dell'esecuzione da parte dell'autorità pubblica in determinate circostanze. La pena capitale apparteneva quindi al quadro consolidato attraverso il quale la teologia morale cattolica interpretava l'autorità pubblica, la giustizia e la punizione.
Giovanni Paolo II ha spinto la Chiesa decisamente verso l'abolizione della pena di morte. Nella sua enciclica Evangelium Vitae del 1995, sostenne che l'esecuzione dovesse essere considerata solo laddove fosse assolutamente necessaria per proteggere la società. Tuttavia, osservò che tali casi erano diventati "molto rari, se non praticamente inesistenti". La precisazione era importante: il principio di legittimità dell'esecuzione non era ancora stato categoricamente respinto.
La revisione del Catechismo sotto il pontificato di Francesco è andata oltre. Non si è limitata a concludere che le prigioni moderne avessero reso superflua l'esecuzione capitale nella maggior parte dei casi. Ha dichiarato la pena di morte inammissibile perché viola la dignità umana e ne ha chiesto l'abolizione in tutto il mondo [qui].
Roma insiste sul fatto che ciò rappresenti uno sviluppo coerente della dottrina, non una contraddizione rispetto agli insegnamenti precedenti. La sua argomentazione si fonda su un riconoscimento più chiaro della dignità che conserva anche il criminale più efferato, su una comprensione più profonda della pena come strumento di riabilitazione e sulla disponibilità di mezzi efficaci per proteggere la società senza togliere la vita.
Si tratta di un argomento serio, che non va liquidato. La comprensione morale può approfondirsi e le istituzioni possono correggere i propri giudizi. Il fatto che le generazioni precedenti abbiano accettato una pratica non significa che essa debba rimanere accettabile per sempre.
Ma l'argomentazione solleva una questione che non può essere risolta semplicemente invocando lo sviluppo dottrinale. Se la pena di morte è inammissibile perché viola la dignità intrinseca della persona umana, tale dignità non era meno presente quando il Catechismo di Trento difendeva l'autorità dei magistrati civili di infliggere la pena capitale, quando Pio XII ne confermava la legittimità a determinate condizioni e quando Giovanni Paolo II ne manteneva la liceità eccezionale. Ciò che è cambiato, quindi, non è la dignità umana in sé, ma il giudizio della Chiesa su ciò che tale dignità richiede. La questione è se questo cambiamento rappresenti un legittimo sviluppo di un principio duraturo o un sostanziale allontanamento dall'insegnamento morale delle generazioni precedenti.
Occorre distinguere due argomentazioni. La prima è di natura circostanziale: la detenzione in strutture di massima sicurezza è ora più ampiamente disponibile e l'esecuzione capitale non è più necessaria per tutelare la collettività. Questo può spiegare perché una pena un tempo considerata ammissibile possa ora essere giudicata superflua. Ciò non dimostra, di per sé, che la pena sia intrinsecamente inammissibile.
Il secondo argomento è più fondamentale: la Chiesa è giunta a comprendere più pienamente ciò che la dignità umana richiede. Se questa è l'affermazione, il cambiamento non riguarda solo le circostanze in cui un principio consolidato viene applicato, ma anche il giudizio morale che ne deriva. Le sue implicazioni per il rapporto tra l'insegnamento precedente e quello attuale meritano di essere esplicitate.
La tradizione cattolica possiede le risorse per affrontare questa difficoltà. Non richiede che ogni formulazione storica rimanga immutata, e la distinzione tra principi duraturi e la loro applicazione è centrale in qualsiasi analisi dello sviluppo dottrinale. La stessa spiegazione fornita dal Vaticano in merito alla revisione del 2018 si richiama proprio a questa distinzione, sostenendo che l'insegnamento precedente deve essere compreso nel contesto della responsabilità dello Stato di tutelare il bene comune e dei limiti dei sistemi punitivi storici.
Tuttavia, una spiegazione non è necessariamente una dimostrazione. Per stabilire che due giudizi sono compatibili, è necessario mostrare come i principi, le circostanze e le conclusioni pertinenti si integrino tra loro. Definire un cambiamento uno sviluppo non può, di per sé, stabilire se lo sia effettivamente.
La questione, dunque, va oltre la pena capitale. Riguarda l'identità dell'istituzione che pretende di preservare un deposito immutabile di fede, pur rivedendo sostanzialmente i giudizi morali attraverso i quali tale fede si è storicamente espressa. Dal Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica ha subito trasformazioni che sollevano un interrogativo più ampio: la Chiesa di oggi rappresenta la stessa continuità dottrinale e morale della Chiesa dei secoli passati, oppure il linguaggio dello sviluppo è diventato un mezzo per conciliare posizioni che un tempo erano intese in termini marcatamente diversi? La pena di morte è una prova rivelatrice di tale affermazione, anche se da sola non può risolvere l'intera questione.
Questo ha rilevanza anche al di là della Chiesa cattolica. Le istituzioni religiose rivendicano autorità in parte perché si considerano custodi di una verità preesistente. La loro credibilità non dipende né dall'incapacità di cambiare né dal presupposto che ogni nuova posizione rappresenti necessariamente un miglioramento. Dipende piuttosto dalla loro disponibilità a rendere conto del rapporto tra ciò che insegnano oggi e ciò che insegnavano in passato.
La Chiesa potrebbe avere ragione a rifiutare la pena capitale. Ma la questione morale dell'abolizione e la rivendicazione storica della continuità dottrinale sono questioni distinte. L'una non implica automaticamente l'altra.
La riaffermazione di Leone XIV rende inequivocabile l'attuale posizione cattolica. Il compito più arduo è spiegare, senza elusioni, come tale posizione si relazioni alla tradizione da cui afferma di scaturire.
Una tradizione viva deve essere capace di crescere. Deve anche essere capace di raccontare la verità sulla propria storia.
23 commenti:
Finché e quando posso sono qui. Si tratta in un articolo già "lavorato" quasi del tutto (quando ho tempo cerco sempre di avvantaggiarmi).
Questa questione della liceità della pena di morte costituisce un problema non banale. Da sempre sono stato favorevole (in casi particolari e del tutto straordinari, ovviamente, non certo quando uno ruba una mela) alla pena di morte, fino a quando un sacerdote mi ha fatto notare qualcosa che vorrei condividere: nel comminare la morte a qualcuno di fatto noi (lo stato nella fattispecie) ci sostituiamo a Dio impedendo alla sua Grazia di operare (eventualmente) per la salvezza del reo. Cerco di spiegarmi: supponiamo che un assassino si renda responsabile di un crimine efferato e senza motivo (purtroppo in questa nostra società malata queste cose succedono sempre più spesso). E supponiamo che non esista alcuna possibilità di sbagliarsi sull'autore dell'azione efferata (ripreso dalle telecamere, filmato con un telefonino ecc.). Questo costituisce un caso di scuola: senza troppe chiacchiere e sofismi lo stato dovrebbe giudicarlo (in tempi brevissimi) e quindi indirizzarlo al braccio secolare. Senonché Dio scrive dritto su righe storte e quindi, nell'arco della vita del delinquente la sua Grazie potrebbe operare, salvandolo. Chi sono io per impedire, dando la morte al tizio, che la Grazia di Dio possa fare il suo corso? Ci sono due possibilità: o la Grazia di Dio non trova riscontro nella persona che non l'accoglie ed allora il suo destino ultimo è la dannazione eterna, oppure essa riesce a fare breccia ed allora è possibile che il reo si salvi. Posso io, uomo, stato, giudice, prendermi la responsabilità, di fronte a Dio stesso, di impedire il verificarsi di questa seconda eventualità? Non so se questo abbia a che fare direttamente con tutte le "supercazzole" (spero che non mi censurino per un termine ormai di uso comune...) sulla "dignità infinita" dell'uomo (che semanticamente non sono neppure sicuro di comprendere cosa voglia dire...), ma non nascondo che il ragionamento fatto sopra mi ha fatto e continua a farmi riflettere. Sul fatto che la punizione del reo dovrebbe essere esemplare il Sacerdote di cui sopra ed io concordavamo invece assolutamente (così come sulla dannazione eterna di chi la Grazia di Dio decide di non accoglierla, altro che inferno vuoto...).
Comminare la pena di morte può essere considerato sbagliato in sé (non si fa, è contro il quinto comandamento) o a motivo di una conseguenza (l'impedire alla grazia di Dio di agire nel condannato mancandone il tempo, venendo interrotta la vita dall'esecuzione).
Penso che Dio, eterno, non abbia bisogno di quel tempo: se nel condannato l'appuntamento con la morte attiva un pentimento, il Signore lo sa e vi agisce.
In passato i condannati a morte godevano dell'assistenza dei ministri sacri e l'esecuzione era anche un tempo di grazia per questi conforti spirituali in cui si consumava lo "spettacolo" del patibolo.
Il marcire lungamente in una galera non è meno crudele della pena di morte, specie se quel tempo trascorre nell'assenza della grazia di attivare percorsi di redenzione interiore. Purtroppo la situazione carceraria oggi lascia poco spazio allo spirito.
Quindi andrebbe ripresa in mano l'intera questione della "giustizia umana", senza limitarsi a distinguere la pena di morte dalle altre pene. E' un po' come la differenza tra la guerra tout court e la cosiddetta "guerra giusta". Tante guerre furono combattute ritenendole "giuste". Tante oggi si combattono su piani differenti, agendovi in modo più o meno brutale. Chi combatte per ideologia, chi per necessità, chi per odio, chi per fede, chi mantenendo umanità e chi smarrendola fino all'abiezione.
L'ipocrisia del questo si, questo no è massima: fare la voce grossa sulla guerra o la pena di morte e belare sull'aborto, l'eutanasia, i vaccini imposti senza alcuna vera scientificità a supporto e tanti altri comportamenti cari alla società liberale che uccide in modo soft e guanti bianchi scandalizzandosi solo di certe morti... è ipocrisia.
Grazie per la risposta. In effetti anch'io avevo fatto la stessa riflessione: la Grazia di Dio può agire anche prima dell'esecuzione, però mi pare un po' un acconciarsi al non voler rinunciare alla propria idea (magari favorevole) sulla pena di morte. Quanto alla considerazione per la quale il carcere a vita non è meno duro della pena di morte la mia riflessione era su un altro piano. Io non riflettevo sulla durezza dell'una pena rispetto all'altra e quindi sull'opportunità di comminare l'una o l'altra in funzione della sua durezza, ma sull'irreversibilità dell'una pena rispetto all'altra. Privare una persona della vita significa privare questa persona della possibilità di redimersi (in conseguenza, certo, della Grazia), tenerlo al carcere duro per tutta la vita no. Personalmente anche di fronte al pentimento ed alla redenzione non restituirei la libertà a uno che ha dato fuoco ad un barbone per divertimento. La Misericordia di Dio lo salverà (forse, non possiamo saperlo con certezza, ovviamente), lo stato ha il dovere di punirlo in modo esemplare. Il delinquente redento ha la possibilità di fare (molto) del bene, santificando la sua vita, anche stando dietro le sbarre.
Peccato che la grazia di Dio non abbia operato per la vittima....
Anche su questa questione della "dignità infinita" dell'uomo (su cui è stata anche scritta e pubblicata un'enciclica) vorrei sommessamente dire la mia, con la speranza che qualcuno possa chiarire. L'attributo "infinito" riferito ad una qualsiasi qualità, non può che riferirsi a Dio (San Tommaso lo aveva capito e formalizzato). Solo Dio può essere "infinitamente buono", "infinitamente giusto" e così via. Nel momento in cui attribuiamo all'uomo ontologicamente una dignità infinita, di fatto postuliamo l'impossibilità, per Dio stesso, di punirlo. Se infatti la dignità dell'uomo impedisce di compiere su di lui, anche da parte dello stato, una serie di atti (comminare la pena di morte, ad esempio, oppure l'ergastolo) allora la dignità infinita dell'uomo impedisce di fatto la sua punizione. Come può Dio dannare al fuoco eterno un essere la cui dignità è infinita? Il postulare quindi una dignità infinita dell'uomo sembra implicare, dal punto di vista puramente logico, non teologico (campo nel quale non mi addentro...), l'impossibilità dell'inferno (o l'inferno vuoto, che dir si voglia). Questo, mi chiedo, è conforme alla dottrina cattolica? L'uomo possiede quindi ontologicamente una dignità superiore a quella degli altri essere viventi (ed ecco perché uccidere un uomo non ha la stessa valenza che farlo con una mucca o abbattere un albero), ma la sua dignità non è e non può essere infinita. Che nostalgia per le encicliche corte, concise e significanti... Oggi spesso ci troviamo a leggere un profluvio di parole e alla fine chiudiamo il tutto e ci domandiamo: e allora?
Ricordo il libro "Pena di morte e Chiesa cattolica", un saggio pubblicato dalle Edizioni Giovanni Volpe (Roma), scritto sotto lo pseudonimo di Catholicus, nel 1981. L'autore è il Passionista Padre Enrico Zoffoli.
Il testo sostiene e documenta la tradizionale posizione favorevole o di legittimità della pena capitale nella storia della dottrina e della tradizione cattolica, in un periodo in cui il dibattito post-conciliare sull'abolizione della pena di morte era in forte crescita.
La posizione della Chiesa cattolica sull'argomento
Tradizione passata: Per secoli, il magistero e la teologia cattolica non hanno escluso in via di principio la liceità della pena capitale, considerata in casi estremi uno strumento legittimo a disposizione dell'autorità pubblica per la difesa della società.
Evoluzione recente: Nel 2018, Papa Francesco ha cambiato ufficialmente il numero 2267 del Catechismo della Chiesa cattolica. La formulazione attuale stabilisce che "la pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona" e impegna la Chiesa a lottare per la sua abolizione in tutto il mondo.
Forse la Libreria Europa di Roma possiede tuttora qualche copia del libro.
Sulla pena di morte.
-- Tanti condannati a morte (parlo di veri criminali) in passato si sono convertiti proprio grazie alll'incombente condanna a morte. Non tutti, ovvio, ma un certo numero.
-- Senza pena di morte non esisterebbe il Cristianesimo. La crocefissione era una pena crudele, tutti ne avevano terrore, veniva comminata per reati gravi come la ribellione, il tradimento, il tentativo di sovvertire la società...
-- Se gli spacciatori di droga e i terroristi venissero giustiziati (come meritano) indubbiamente nelle carceri ci sarebbe meno affollamento.
-- Trump ha fatto bene a revocare la trasmissione in streaming dell'esecuzine del terrorista islamico che uccise a tradimento ben 13 commilitoni, alcuni anni fa. Ma bisogna notare l'ipocrisia di molti, cioè di tutti quelli che condannano Trump perché sostiene la pena di morte e nello stesso tempo approvato l'aborto procurato, anche sin quasi al nono mese, come avviene in alcuni Stati americani governati dai Democratici.
E questo chi lo può dire?
https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2024/04/indice-articoli-su-dignitas-infinita.html?m=1
nel frattempo le vittime crepano. In grazia di Dio, forse. E poi , bisogna pur morire in qualche modo?
La vittima va in Paradiso. il colpevole si pente, il popolo si edifica...
ottimo risultato non c'è che dire
Il "togliere tempo" alla Grazia di agire sul reo è un forte argomento contro la pena di morte; abbozzo due argomenti contrari: 1) anche quando fermiamo un' azione omicida usando uno strumento letale ( combattendo in una guerra legittima o in un' azione di pubblica sicurezza o comunque difendendo un innocente) abbreviamo il tempo in cui il reo potrebbe pentirsi.
2) se l' atto violento contro il reo è legittimo, è probabile, penso io, che Nostro Signore, nell' elargire la Sua Grazia, "tenga conto", nella Sua onniscienza di tutte le circostanze contingenti.
P.s. per fare l'"avvocato del diavolo" : l' espressione, in sè assai problematica, "dignità infinita", potrebbe voler significare "incondizionata" , nel senso di non dipendere in alcun modo da una decisione dello Stato ( con una legge positiva ); se così intesa sarebbe più accettabile.
Beh , nonostante tutto meglio papa Leone XIV di papa Bergoglio , la Chiesa italiana e i cosiddetti politici "cattolici" italiani a parte qualche eccezione , sono' fermi a Bergoglio , la Comunita' di sant'Egidio e la Democrazia Cristiana hanno fatto danni immensi alla Cristianita' soprattutto all'Italia , infatti in Francia e Stati Uniti si vede qualche ritorno serio alla vera fede , qui ancora no ! Persino in Olanda ci sono buoni vescovi come Eijk , musaert e Hendricks , in Italia si vede solo Suetta , gli altri tutti democristiani inetti filo-islamici senza pensare alla loro conversione !
In virtù dei miei studi, io sono sempre stato contrario a quella pena, al più giustificabile solo quando la vittima sia direttamente lo Stato, in quanto uno Stato non può farsi sostituto di vendette personali.
Nel Nuovo Testamento non c'è la contestazione o la condanna della pena di morte.
Ricordiamoci del passo di Luca,, 12, 4 ss. "Dico quindi a voi che siete miei amici: non temete coloro che uccidono il corpo e dopo di ciò non possono fare niente di più. Io vi mostrerò invece chi dovete temere: temete Colui che dopo di aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna. Sì, ve lo dico: questo dovete temere!". L'eterna dannazione non è forse una pena di morte che viene applicata in eterno, lasciandoti vivo, proprio perché deve soffrire in eterno per le tue inespiate gravi, colpe?
Nel cap. 13 della Lettera ai Romani, san Paolo, giustifica l'esistenza dello Stato, incluso il "potere della spada", con il quale si indicava normalmente il diritto di usare in modo legittimo la forza,
incluso ovviamente quello di infliggere la pena di morte ("..Se invece agisci male, temi: non per nulla porta la spada, ma, essendo ministra di Dio, [l'autorità] deve punire chi opera il male", Rm 13, 4 ss.).
Naturalmente, c'è modo e modo di applicare la pena di morte. POssibilmente evitando di rendere l'esecuzione uno spettacolo macabro e ripugnante, che finisce col solleticare i bassi istinti degli esseri umani.
È chiaro che la pena di morte non è obbligatorio istituirla. Ma se la si istituisce per certi reati, considerati molto gravi, bisogna evitare di condannarla a priori. Certe colpe, in questa vita, possono essere espiate solo con la morte del colpevole, dopo regolare processo, ad opera dello Stato.
La Chiesa ha sempre insegnato che chi accetta la propria condanna a morte in espiazione dei peccati, pentito e in grazia di Dio, può andare diritto in Paradiso. Il Concilio di Trento ricorda che possiamo soddisfare a Dio, per i meriti di Cristo, anche con i «flagelli temporali» sopportati con pazienza; e la morte è il più grande di tutti. Il modello è il buon ladrone, che riconobbe di ricevere «il giusto per le nostre azioni» e si sentì rispondere: «Oggi sarai con me nel paradiso». San Pio X, nel 1904, arricchì di indulgenza plenaria in punto di morte l’atto con cui il fedele accetta dalla mano di Dio qualunque morte, «con tutte le sue angosce, pene e dolori». Per secoli le confraternite hanno accompagnato i condannati al patibolo, e san Giuseppe Cafasso chiamava i suoi impiccati «santi». Nessuno, certo, ha la certezza di fede della propria salvezza, e la misura dell’espiazione è l’amore, non il dolore. Ma colpisce il rovesciamento: oggi la pena di morte è dichiarata «inammissibile» anche perché toglierebbe al reo la possibilità di redimersi, mentre la Tradizione vedeva nella morte accettata proprio la redenzione più piena.
Ringrazio per tutti gli spunti già espressi e che hanno tutti una loro base. Io dico che stiamo parlando di una legge dello Stato e che pertanto deve valere "oggettivamente". Ma quante condanne e esecuzioni ci sono state per "regolare i conti" tra privati? Per me questo è argomento sufficiente in quanto lo Stato che giudica e condanna non è un ente astratto ma un giudice e una giuria che spesso e volentieri non sono all'altezza. È poi non dimentichiamo i tempi e i luoghi: questo determina le condizioni al contorno. Il comandamento dice "non uccidere" e dopo non ricordo postille. E questo perché Dio ci fa riflettere sul fatto che di ogni nostra azione si deve rendere conto a Lui. Per questo ritengo che normare quando la pena di morte è legittima e quando non lo è rischia di interrompere il fondamentale processo di scelta che ognuno deve fare. Se sparo a un uomo alle spalle mentre fugge sono un assassino, ma se quello è un commilitone che vuole disertare e rivelare la posizione dei compagni al nemico ho solo fatto il giusto. In entrambi i casi un uomo muore e uno uccide. In entrambi i casi le modalità di uccisione sono identiche. È il contesto che è differente ma in ogni caso ne devo rispondere a Dio. Davanti una cosa così complessa io tendo a stare dalla "parte del formaggio".
Spunti e commenti tutti molto interessanti. La questione della non liceità della pena di morte in quanto comminandola si interromperebbe potenzialmente l'azione della grazia è in effetti convincente. In un solo caso, a mio parere, potrebbe essere lecito comminarla: se si fosse sicuri che in nessun caso il peccato di omicidio possa essere perdonato da Dio. Nel Vangelo (Mt 12, 31-32; Mc 3, 28-29; Lc 12,10) Gesù dice che l'unico peccato che non può essere perdonato all'uomo è la bestemmia contro lo Spirito Santo. Ora è vero che io stato comminando la pena di morte impedisco l'eventuale azione della Grazia e quindi mi arrogo il diritto di sostituirmi a Dio, ma è anche vero che se io, uomo, uccido un altro uomo faccio esattamente la stessa cosa. Ora sarebbe molto interessante (ma qui ci vorrebbe l'intervento di un teologo, ma vero, non all'acqua di rose), capire come la teologia cattolica si pone di fronte a questa faccenda. Io direi che chi si pente dell'omicidio può sperare nella salvezza, ma più di qui non vado. Quanto invece all'uccisione in caso di legittima difesa, o guerra, beh, i peccati hanno comunque una "gradazione". Una cosa è se io rubo una mela per mangiare, altra cosa se rubo la misera pensione ad una vecchietta che non ha di che sfamarsi (commetto in entrambi i casi un peccato mortale contro il VII comandamento); una cosa è se io uccido un malvivente che vuole abusare di mia figlia dopo essersi introdotto proditoriamente in casa mia ed avermi a sua volta minacciato di morte, altra cosa è se butto la mia fidanzata da una cavalcavia sull'autostrada perché non accetta più di stare con me. In entrambi i casi devo pentirmi di un peccato contro il V, però non credo che la gravità del peccato sia la stessa.
cosa avreste fatto ai "workbench tool serial killer"? Lawrence Bittaker e Roy Norris?
morti serenamente in carcere dopo aver fatto cose che mi rifiuto persino di descrivere a ragazzine adolescenti?
Registravano cassette con le urla delle vittime durante le torture.
Le cassette sono ora impiegate dall'FBI per "desensibilizzare" gli agenti.
se uccidi un malvivente sei uno strumento di giustizia.
La pena di morte si giustifica anche con la necessità di ristabilire la giustizia violata per esempio da un assassino. È il concetto del contrappasso: l'ordine morale del mondo esige che ti venga fatto come tu hai fatto agli altri. Non lo dice anche il Vangelo? come tu hai giudicato gli altri, così sarai giudicato a tua volta. Com'è che nel Nuovo Testamento la pena di morte non rappresenta alcun problema?
La contestazione della pena di morte è nata con l'Illumnismo, che ha introdotto l'umanitarismo nel sistema penale. Il che per certi versi era necessario. Si è affermato il prinicpio che il carcere doveva rieducare. A volte la cosa riesce, ma spesso e volentieri non riesce.
Qualcuno sembra porre sullo stesso piano l'uccisione compiuta da un assassino e quella costituita dall'esecuzione di un assassino da parte dello Stato, dopo un regolare processo.
Il paragone è improponibile: la prima uccisione è un crimine, anche dal punto di vista del diritto naturale; la seconda, invece, un atto di giustizia perché ristabilisce la giustizia violata dall'assassino.
C'è poi l'aspetto "propedeutico" della pena di morte: l'autorità spera sempre che incuta un timore tale da scoraggiare i potenziali criminali. È assurdo pretendere che essa debba impedire i crimini che punisce al punto da farli sparire. Questa è utopia. Si trascura la forza del male nell'animo umano, la potenza di Satana. La pena di morte può tuttavia farli diminuire.
nell'episodio dell'adultera c'è una refutazione della pena di morte " chi è senza peccato scagli la prima pietra" siccome sappiamo che nessuno è senza peccato ,nessuno la può infliggere. Tra l'altro non c'è neanche una chiara condanna della schiavitù, si dice che davanti a Dio siamo tutti uguali ,ma non c'è una condanna della schiavitù largamente praticata in quel periodo. Mauro
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