martedì 29 novembre 2011

28 novembre 2011 - Intervista con Mons. Fellay sul Preambolo

Perché il Preambolo della dottrina consegnatole dal Cardinale Levada il 14 settembre, è circondato da un tale segreto sia dalla Congregazione della fede della Fraternità San Pio X? Cos'è questo silenzio che nasconde a sacerdoti e fedeli della Tradizione?

Questa discrezione è normale per qualsiasi passo importante, ne garantisce la serietà. Il Preambolo dottrinale che ci è stato consegnato è un documento, come indicato nella nota di accompagnamento, suscettibile di chiarimenti e modifiche. Non è un testo definitivo. Invieremo presto una risposta a questo documento dichiarando apertamente le posizioni dottrinali che ci sembra indispensabile assumere. La nostra preoccupazione costante fin dall'inizio del nostro dialogo con la Santa Sede - e i nostri interlocutori ne sono ben consapevoli - è stata di presentare in tutta lealtà la posizione tradizionale.

Da parte di Roma, la discrezione è necessaria anche perché il testo - anche allo stato attuale che richiede molti chiarimenti - è suscettibile di generare opposizione tra i progressisti che non accettano la semplice idea di una discussione sul Concilio, perché considerano il concilio pastorale indiscutibile o "non negoziabile", come se si trattasse di un concilio dogmatico.

Nonostante tutte queste precauzioni, le conclusioni della riunione dei superiori della Fraternità San Pio X ad Albano il 7 ottobre, sono stati resi noti su Internet, da fonti diverse mai concordanti.

Indiscrezioni non mancano su internet! E' vero che questo preambolo dottrinale non può ricevere la nostra approvazione, anche se è previsto un margine per una "discussione legittima" su alcuni punti del Concilio. Qual è l'entità di questo margine? La proposta che darò in questi giorni alle autorità romane e la loro risposta a loro volta ci permetteranno di valutare le possibilità che ci sono lasciate. E qualunque sia l'esito di queste discussioni, il documento finale che essa è stata accettata o rifiutata, sarà reso pubblico.

Meglio rendere esplicite le difficoltà e le soluzioni

Il presente documento non è chiaro, a suo parere, il modo più semplice non sarebbe opporre un rifiuto ai suoi autori ?

Il più semplice, forse, ma non il più leale. Poiché la nota di accompagnamento prevede chiarimenti, sembra necessario chiedere, piuttosto che negare a priori. Ciò non pregiudica la risposta che diamo.

Dato che il dibattito tra Roma e noi è essenzialmente dottrinale e si concentra principalmente sul Concilio, ma anche perché questo dibattito non riguarda solo la Fraternità San Pio X ma tutta la Chiesa, le precisazioni che otterremo o meno, avranno il merito significativo di mostrare meglio dove sono le difficoltà e dove sono le soluzioni. E' questo spirito che ha sempre guidato le nostre discussioni teologiche degli ultimi due anni.

Questo documento serve da preambolo ad uno status canonico, questo non è implicitamente rinunciare alla tabella di marcia che avete impostato e che prevedeva una soluzione dottrinale prima di qualsiasi accordo pratico?

È davvero un preambolo dottrinale la cui accettazione o rifiuto condizionerà l'ottenimento o meno di uno status canonico. La dottrina non passa in secondo piano. E prima di assumere uno statuto canonico possibile, si studia in dettaglio il preambolo col criterio della Tradizione a cui siamo fedelmente legati. Perchè non dimentichiamo che ci sono differenze dottrinali all'origine delle divergenze tra Roma e noi, da 40 anni; accantonarle per ottenere uno statuto canonico ci esporrebbe a vedere le stesse differenze inevitabilmente riemergere, rendendo lo stato canonico più che precario, semplicemente invivibile.


Quindi, sostanzialmente, nulla è cambiato dopo due anni di discussioni teologiche tra Roma e la Fraternità?

Queste interviste hanno consentito ai nostri teologi di spiegare con franchezza i punti principali del Concilio, che creano difficoltà alla luce della Tradizione della Chiesa. Allo stesso tempo, e forse attraverso queste discussioni teologiche negli ultimi due anni, altre voci si sono fatte sentire oltre le nostre, formulanti critiche che critiche che concordano con le nostre sul Concilio. Anche Mons. Brunero Gherardini nel suo libro Il Vaticano, il discorso mancato, ha evidenziato i diversi livelli di autorità e documenti conciliari sulla "contro-spirito" che si è insinuato nel Vaticano II fin dall'inizio. Mons. Athanasius Schneider ha avuto anche il coraggio di chiedere, nel corso di una conferenza a Roma alla fine del 2010, un Sillabo che condanni gli errori di interpretazione del Concilio. Nello stesso spirito, lo storico Roberto de Mattei ha mostrato le influenze contrarie esercitate sul Concilio, nel suo ultimo libro Vaticano II, una storia mai scritta. Bisogna citare anche la petizione indirizzata a Benedetto da parte degli intellettuali cattolici italiani che richiedono un esame approfondito del Concilio.
Tutte queste iniziative, tutti questi interventi dimostrano chiaramente che la Fraternità San Pio X non è più sola a riconoscere i problemi dottrinali posti dal Vaticano poste. Questo movimento si estende e non si fermerà più.

Sì, ma gli studi accademici, le analisi sapienti non forniscono alcuna soluzione concreta ai problemi del concilio qui e ora.

Questi lavori sollevano le difficoltà dottrinali poste dal Vaticano II e quindi mostrano perché l'adesione al Concilio è problematica. Cosa che è un primo passo essenziale.

Nella stessa Roma, che si evolve interpretazioni che vengono date alla libertà religiosa, i cambiamenti che sono stati fatti per questo tema nel Catechismo della Chiesa Cattolica e il suo Compendio, le correzioni che sono attualmente allo studio per Codice di Diritto Canonico ... tutto questo dimostra la difficoltà che si incontra quando ci si vuole attenere ai testi conciliari a tutti i costi, e, dal nostro punto di vista, questo dimostra l'incapacità di aderire stabilmente ad una dottrina in movimento.

Il Credo non è più sufficiente per essere riconosciuti come cattolici?

Secondo lei, cos'è che oggi è stabile dottrinalmente?

La sola dottrina non varietur è ovviamente il Credo, la professione di fede cattolica. Il cncilio Vaticano II è stato voluto pastorale, e non ha definito dogmi. Non ha aggiunto articoli di fede: "Credo nella libertà religiosa, dell'ecumenismo, della collegialità ..." Il Credo non sarebbe ora più sufficiente a qualificarsi come un cattolico? Non esprime forse tutta la fede cattolica? Si esige ora nei confronti di coloro che abbandonano i loro errori e si uniscono alla Chiesa cattolica che professino la loro fede nella libertà religiosa, nell'ecumenismo o nella collegialità? Per noi, figli spirituali di Mons. Lefebvre si è sempre guardato dal fare una Chiesa parallela e ha sempre voluto rimanere fedele a Roma eterna, non esiste alcuna difficoltà ad aderire pienamente a tutti gli articoli del Credo.

In questo contesto, ci può essere una soluzione alla crisi della Chiesa?

A meno di un miracolo, non si può avere una soluzione immediata. Volere che sia Dio a dare la vittoria, senza chiedere uomini armati in battaglia, per riprendere l'espressione di S. Giovanna d'Arco, è una forma di diserzione. Voler porre fine alla crisi senza sentirsi interessati o coinvolti, non è veramente amare la Chiesa. La Provvidenza non ci esime dai nostri doveri di stato là dove ci ha posti, dall'assumerci le nostre responsabilità e dal rispondere alle grazie che ci dà.

La situazione attuale della Chiesa nei nostri Paesi una volta cristiani, è la caduta drammatica delle vocazioni: quattro ordinazioni a Parigi nel 2011, uno nella diocesi di Roma per il 2011-2012; e allarmante è la scarsità di sacerdoti come il parroco nell' Aude che ha 80 campanili; le diocesi sono esangui al punto che occorrerà raggrupparle in un futuro molto vicino in Francia, come si sono già raggruppate le parrocchie ... In breve, la gerarchia è a capo di strutture ormai sovradimensionate per degli effettivi in costante declino, cosa ingestibile, non solo in termini economici ... Bisognerebbe, per dare un'immagine, mantenere un convento progettato per 300 religiosi, anche se sono solo 3. Fare questo e può durare altri 10 anni?

Di giovani vescovi e sacerdoti che ereditano questa situazione prendono coscienza della sempre maggiore infertilità di 50 anni di apertura al mondo moderno. Essi non gettano la colpa esclusivamente sulla secolarizzazione della società, mettono in discussione le responsabilità del Concilio che ha aperto la chiesa su questo mondo in piena secolarizzazione. Si domandano se la Chiesa possa adattarsi a questo punto alla modernità senza adottarne lo spirito.

Questi vescovi e sacerdoti pongono queste domande, e alcuni ce le fanno ... discretamente, come Nicodemo. Diciamo loro che bisogna sapere se, di fronte a una tale carenza, la Tradizione cattolica è: una semplice opzione oppure una soluzione necessaria? Rispondere che si tratta di una opzione è minimizzare o negare la crisi della Chiesa e volersi contentare delle misure che hanno già dimostrato la loro inefficacia.

L'opposizione dei vescovi

Ma anche se la Fraternità San Pio X a Roma, ottenesse uno statuto canonico, non potrebbe ancora offrire alcuna soluzione sul territorio perché i vescovi vi si opporrebbero, come ha fatto con il Motu Proprio sulla Messa tradizionale .

Questa opposizione dei vescovi nei confronti di Roma si è espressa in maniera sorda ma efficace riguardo al Motu Proprio sulla Messa Tridentina, e continua a verificarsi con insistenza da parte di alcuni vescovi a proposto del pro multis del canone della Messa, che Benedetto XVI, secondo la dottrina cattolica, vuol vedere tradotto come "per molti" e non "per tutti", conosciuta nella maggior parte delle liturgie in lingua volgare. Infatti, alcune Conferenze episcopali persistono nel mantenere questa traduzione falsa, ancora più di recente in Italia.

Così il papa stesso sperimenta il dissenso di diverse conferenze episcopali su questo aspetto e su molti altri, ciò che consente di comprendere facilmente l'opposizione feroce che la Fraternità San Pio X indubbiamente incontrerà da parte dei vescovi nelle loro diocesi. Si dice che Benedetto XVI è personalmente desideroso di una soluzione canonica; occorrerà che voglia prendere le misure che la rendano veramente efficace.

E' a causa della gravità di questa crisi che ha lanciato una nuova crociata del Rosario?

Chiedendo queste preghiere, ho voluto soprattutto che i sacerdoti e i fedeli siano più intimamente uniti a Nostro Signore e Sua Madre Santissima, per la recita quotidiana e la profonda meditazione dei misteri del rosario. Non siamo in una situazione normale che ci permetterebbe di accontentarci di una mediocre routine. La comprensione della crisi attuale non si basa su voci diffuse da Internet, non più che le soluzioni si trovino nell'astuzia politico o nella trattativa diplomatica, occorre avere uno sguardo di fede su questa crisi. Solo la frequentazione assidua di Nostro Signore e della Madonna non mancherà di garantire tra tutti i sacerdoti e i fedeli legati alla Tradizione questo unità di vedute che offre la fede soprannaturale. E' così che faremo blocco in questo momento di grande confusione.

Pregare per la Chiesa, per la consacrazione della Russia, come richiesto dalla Vergine a Fatima, e per il trionfo del suo Cuore Immacolato, ci eleviamo sopra le nostre aspirazioni troppo umane, andiamo oltre le nostre paure troppo naturali. Solo a quell'altezza, si può veramente servire la Chiesa nel compimento del dovere è stato assegnato a ciascuno di noi.

Menzingen, 28 novembre 2011
Fonte : Fraternità San Pio X / MG - DICI del 28/11/11

lunedì 28 novembre 2011

Nuove riflessioni da "Rorate Caeli" su FSSPX e "Preambolo"

Oggi il Blog Rorate Caeli pubblica un articolo siglato Côme Prévigny dal titolo "Grazia di stato o di contrattazione?", che formula osservazioni sull'onda delle recenti notizie e interviste pubblicate da diverse fonti. Penso sia bene condividerlo perché fa il punto della situazione con considerazioni interessanti e attendibili.


In tempi recenti, alcuni hanno trovato alternative, altri hanno scommesso, altri ancora hanno formulato ipotesi. Si firmerà? Non si firmerà? Si rifiuterà? Alcuni commentatori "progressisti" o sedevacantisti, con i capelli brizzolati, pieni di animosità, credono di poter improvvisare una rottura, e anche supporre di immaginare le reazioni dei sacerdoti della Fraternità San Pio X per quanto riguarda il preambolo presentato dal cardinal Levada il 14 settembre. Arrivano anche a presentare - con clausole condizionali, naturalmente - le stime, in percentuale, di quello che sarebbe stato il risultato di un ipotetico referendum interno, in merito all'accettazione o non accettazione del testo romano.

Il primo problema è che questo tipo di sondaggi non esiste in questo tipo di società religiosa. Spetta al Superiore generale - che prende sicuramente in considerazione opinioni, consigli e la situazione, ma che è soprattutto dotato delle grazie di stato per questo - intraprendere tutte le decisioni importanti relative alla vita della Fraternità. Egli è stato legittimamente posto a capo dell'opera fondata dall'Arcivescovo Lefebvre in base agli statuti messi in atto da parte di quest'ultima. Il secondo problema in questo scenario è che il preambolo, conosciuto da così poche persone, è modificabile, secondo quanto espresso da entrambe le parti. Cosa c'è da firmare quando il testo può cambiare? Cosa c'è da rifiutare quando i termini non sono stati risolti?

I commentatori esterni sono spesso dei sognatori. Da un lato, alcuni non possono fare a meno di pretendere di trovare all'interno della Fraternità, sacerdoti che avrebbero rifiutato il principio stesso di una regolarizzazione della loro società, che si rivelerebbe così piena fino all'orlo di sedevacantisti. Dall'altro lato, loro simili non trovano limiti nell'esagerare la quota dei membri stanchi, attribuendo loro la volontà di raggiungere un accordo indipendentemente dal prezzo. L'opera fondata dall'Arcivescovo Lefebvre è stata sufficientemente percorsa, nei suoi ambiti, sia dai venti di un accordo a ogni costo che da quelli di disperazione; in tal modo chi ha fatto entrambe le scelte ha già avuto l'occasione di lasciarla negli anni passati.

Coloro che hanno resistito alle tentazioni - ed è la totalità di quelli che si conoscono - si trovano, di conseguenza, nello stato d'animo con il quale li ha animati l'Arcivescovo Lefebvre. Tutti desiderano ardentemente una regolarizzazione della loro società. Questo renderebbe la loro vita quotidiana più facile! Allo stesso tempo, non sono d'accordo di ottenerla indipendentemente dal prezzo. La possibilità di professare la fede, senza timori di ripercussioni spiacevoli per l'apostolato, pone un problema. Infatti, la fiducia che ci si attende dalla Fraternità non può che essere compromessa ogni volta che si sente di un recente nomina vescovile di chi benedice i divorziati risposati o stabilisce una parrocchia appositamente per gli omosessuali. La prudenza esige quindi che la pastorale debba godere di una completa indipendenza da un clero che permettesse al proprio gregge di pascolare in mezzo a rovi e ortiche.

Quale situazione dovrà garantire quindi la Fraternità che il suo apostolato non rischi di indebolire, se si trova collegato a questi uomini attualmente nominati dalla Sede Apostolica? L'Arcivescovo Lefebvre ha usato espressioni diverse tipo: "quando la situazione torna alla normalità", "quando la tradizione riprende i suoi diritti a Roma", "quando Roma fa un forte movimento a favore della Tradizione", ecc. E spetta al vescovo Fellay, tra le grazie di stato che riceve, determinare il momento in cui viene percepita la Fraternità come forza trainante per il restauro della Chiesa, e non più come un vagone di ritardatari che rischi di essere lentamente posizionato sui binari della riforma. Poiché la situazione resta complessa, si troveranno sempre osservatori pronti a osservare, quando quel momento arriverà, che, dal loro punto di vista soggettivo, non tutto è cambiato e che, anche in primavera, c'è qualche temperie invernale. Al contrario, fino a che quel momento verrà, si troveranno sempre spiriti con opinioni altrettanto piene di riserve, che non capiranno che non si può trovare la primavera ad oltranza. Spetta al Superiore generale giudicare se il Motu proprio e la rimozione delle scomuniche costituiscano una mossa forte, o meglio se siano sufficienti a stabilire un clima di fiducia.

La posta in gioco è notevole, perché la regolarizzazione può aprire apostolati reale per le anime che non si avvicinerebbero mai alla Fraternità a causa degli ostacoli giuridici. Impedir loro di aderire alle grazie attribuisce a questo lavoro di prudenza eccessiva la possibilità di essere un grave errore. Al contrario, imprudentemente prendendo una strada che metterebbe in pericolo l'integrità della fede sarebbe un altro errore, con conseguenze drammatiche. Si può immaginare i dilemmi di coscienza che ha dovuto affrontare Mons. Lefebvre e che l'attuale Superiore Generale ha ereditato. L'arcivescovo, animato da uno spirito missionario, si è adattato a situazioni complesse e diversificate. "E 'questa stessa strada che il suo successore, Mons. Fellay, segue, dopo il nostro fondatore fu chiamato da Dio", il superiore del distretto sud americano ha detto di recente. Qualunque possa essere la sua decisione, preghiamo che essa sia un atto prudente e senza compromessi sulla Fede ed essa sarà compresa dal maggior numero di persone. Cerchiamo di pregare con fervore che tutti possano vedere, nella decisione delle autorità, la mano di Dio che si esprime attraverso di essa, nonostante le incomprensioni, in un senso o in un altro.

domenica 27 novembre 2011

Quando "La Bussola" quotidiana, invece di orientare, disorienta...

Leggo su La Bussola quotidiana di ieri un articolo a firma di don Enrico Finotti, riguardante "Le domande che non ci poniamo più sulla Liturgia".

Dopo aver riscontrato considerazioni sensate e attendibili, resto esterrefatta dall'ultimo interrogativo, che riporto e commento, perché si rivela una stroncatura superficiale, di fatto ignorante sia culturalmente che, soprattutto, spiritualmente del Rito Latino usus antiquior.
19. Coloro che assumono il rito nella forma straordinaria devono porsi dei precisi interrogativi: perché si compie questa scelta; quali i motivi; sono validi; c’è stato prima un sufficiente sforzo di capire e vivere il rito ordinario della Chiesa; cosa ci si attende da questa forma precedente; la si conosce in modo almeno minimale? Si deve inoltre considerare che per se stessa tale forma non può garantire l’assenza di possibili abusi. Il rito tridentino ha una impostazione giuridica ben definita e richiede la conoscenza di una gestualità complessa di non facile comprensione, che può essere talvolta di intralcio allo sviluppo di un autentico senso di pietà. L’interpretazione giuridica, se da un lato garantisce formalmente il corretto svolgimento della celebrazione, dall’altro può «uccidere lo spirito» fornendo la maschera per nascondere l’assenza di un vero spirito di adorazione. È forse per questo motivo che molti sacerdoti nel passaggio al rito del Vaticano II non hanno saputo celebrare con quell’atteggiamento di venerazione e rispetto che anche il rito rinnovato richiedeva? In tal caso non possiamo sospettare che il contesto di creatività liturgica che ha caratterizzato il postconcilio sia in qualche modo dipendente anche dall’interpretazione puramente formale della liturgia preconciliare e ne costituisca una sorta di reazione?
Ebbene, come si può parlare in maniera così sbrigativa e superficiale nonché preconcetta delle cause della creatività liturgica post conciliare, rivelatasi sterile e dissacratoria, individuandole nella "reazione" ad una presunta "interpretazione formale" del Rito nell'usus Antiquior, e riscontrando una interpretazione giuridica anche nella "richiesta" odierna di chi, oggi, lo richiede perché lo sceglie?

Non è neppure esatto affermare che per se stessa tale forma non può garantire l’assenza di possibili abusi. Infatti basta seguire col dovuto rispetto ed immedesimazione, di certo tutt'altro che formale, i suoi ritmi e i suoi momenti e non c'è spazio per la creatività e l'improvvisazione, che può andar bene in altri ambiti, ma non nel 'luogo' privilegiato dell'Azione Teandrica di Cristo Signore!

Perché il nostro don Finotti parla di "impostazione giuridica ben definita" e non coglie la "sostanza saporosa e solenne" della 'forma' oggi diventata inopinatamente extraordinaria che noi amiamo, che consideriamo autentico culto a Dio e nella quale, soprattutto, riconosciamo senza tagli e storpiature il Sacrificio del Golgota?

E non si domanda, don Finotti, se il fatto che essa richiede la conoscenza di una gestualità complessa di non facile comprensione, che può essere talvolta di intralcio allo sviluppo di un autentico senso di pietà non dipenda da deficit di formazione spirituale, abbinata a scarso impegno e totale incomprensione di qualcosa di grande, che merita un minimo di approfondimento e di capacità di apprendimento di significati talmente grandi e sublimi dei quali la banalizzazione imperante vede soltanto l'involucro esteriore e li fa apparire come fossero lontani anni luce, mancando anche, nella formazione dei sacerdoti, la relativa ecclesiologia che la riforma di Paolo VI ha completamente abbandonato?

Infatti non si tratta di una gestualità coreografica, ma di un insieme organico e ben compaginato di gesti parole e sentimenti cui corrispondono significati profondi e sublimi - certamente non criptici né solo formali per chi vi si accosta con un minimo di interesse e volontà di comprendere - e, soprattutto, si rivolge alle fonti giuste, smettendo di ascoltare i "cattivi maestri", che stanno rendendo la nostra Chiesa una landa desolata. Si tratta di gesti parole e sentimenti che hanno una loro precisa collocazione e significato e che, soprattutto, fanno immedesimare il Sacerdote, alter Christus, nella sua autentica identità!

Si potrebbe pensare che si sia voluto richiamare ad una maggiore consapevolezza partendo da interrogativi che richiamano aspetti negativi. Ma, in sostanza, sono soltanto questi che emergono con tanto di responsabilità finale.

Purtroppo, fin quando La Bussola quotidiana o altre fonti di informazione che si dicono cattoliche, che hanno spazio solo per l'orientamento egemone di segno non solo opposto ma addirittura avverso, guarderanno con sospetto la Tradizione evolutiva perenne mentre assentiranno solo a quella conciliare, le nostre saranno "voci che gridano nel deserto", perché a farsi sentire e a dettar legge sono solo le grancasse moderniste e movimentiste accompagnate da mezzi e potere, che continuano a deturpare il volto del Corpo Mistico di Cristo in quanto di sacro e solenne Lui in persona, in una drammatica e rivoluzionaria Ultima Cena, ci ha consegnato e comandato di celebrare fino alla fine dei tempi e che ci è stato trasmesso, impreziosito e mirabilmente custodito da generazioni di credenti e di Santi.

Il preambolo dato alla FSSPX visto da un domenicano modernista su "La Croix". Osservazioni.

IL PREAMBOLO PER I “LEFEVRIANI”? COME PER I LUTERANI!
Così titola il suo articolo il nostro amico Stefano: mi è stata segnalata questa intervista, pubblicata sul suo blog, tratta da un articolo apparso qualche tempo fa su la Croix.

L'ho rivista ed ho corretto qualche sfumatura imprecisa di traduzione. La trascrivo di seguito e aggiungo alcune osservazioni alla fine.


Traduzione dell'articolo di "La Croix" e osservazioni.


Padre Jean-Paul Durand, domenicano, professore di diritto canonico e consultore del Consiglio Pontificio per l’interpretazione dei testi legislativi, spiega in cosa consiste l’accordo preliminare su un preambolo dottrinale.

P. Durand, Domenicano
P. Jean-Paul Durand: “I Lefebvriani devono riconoscere la legittimità dell’insegnamento del Concilio”


La Croix: Qual è il significato di questo “preambolo dottrinale”, che è stato posto dalla Santa Sede come condizione per l’accordo con la Fraternità?


P.J-P D.: Era impossibile diversamente arrivare ad un accordo. Benedetto XVI ha avvertito che lo si accusava di essersi mostrato troppo accogliente, ed era importante impostar bene le cose. D'altronde in un certo numero di discorsi, lui ha avuto a cuore di sottolineare l’importanza del Concilio Vaticano II. Perciò questo preambolo ha due obiettivi. In primo luogo la stessa Fraternità di San Pio X , ma soprattutto i terzi, gli altri cattolici. E' importante che questi ultimi non possano accusare Roma di essersi lasciata convincere, di aver fatto troppo marcia indietro. Questo preambolo dottrinale, una sorta di esposizione dei motivi, comporta un aspetto forte di comunicazione.


Perchè, da un lato, porre questo preambolo e dall’altro lasciare aperte “legittime discussioni”, sulle espressioni o formulazioni presenti nei testi del concilio Vaticano II?


Si tratta di un metodo di dialogo, che si utilizza anche nel dialogo ecumenico, con altre confessioni cristiane. E' stato così anche con i luterani, per l’accordo sulla dottrina della giustificazione, si è riconsociuta una base comune, ma differenze di applicazione, e c’è una maniera per non bloccare le cose. E' la stessa cosa qui: si chiede agli integristi [brutto questo termine!] di inserire un minimo indispensabile, il preambolo dottrinale, e si prende il tempo di discutere in seguito su alcune interpretazioni.


Minimo indispensabile?


Il rispetto “in blocco” del Concilio, cioè della sua autenticità, della legittimità dei suoi insegnamenti. Non si può transigere se non c’è un minimo di punto di partenza. I membri della Fraternità sono obbligati ad accettare questo. la Sede apostolica non li può accogliere se essi non si sono impegnati a riconoscere il Concilio, a non squalificarlo. Tuttavia è consentito continuare a lavorare sull’interpretazione del Concilio. Così come la libertà religiosa fa parte dell’insegnamento del concilio vaticano II. Tuttavia si può parlare di loro interpretazioni. I responsabili lefebvriani devono così accettare che il Vaticano II è un momento storico per la chiesa, nel quale il signore ha continuato a parlare agli uomini. Dio si rivolge ad ogni generazione storica, ma si tratta dello stesso Dio e della stessa religione.


E' prevista la creazione di una prelatura personale. Che senso ha questa struttura?


Dopo quella dell’OPUS DEI questa sarebbe la seconda. Una prelatura personale non è una chiesa particolare, contrariamente ad una diocesi. Una prelatura personale dona al prelato, alla sua testa, competenze sugli individui che appartengono a quel prelato ma non sul territorio dove vivono. Essa non ha un popolo di fedeli propri. E' una istituzione d’appartenenza. La chiesa nella sua organizzazione ha già una opzione generale in favore di territorialità (parrocchia e diocesi). Ma ha previsto, a fianco, particoloari forme di appartenenza non territoriale. Tuttavia la mission de france è una prelatura territoriale dunque è circoscritta ad un territorio e conta preti legati al solo territorio. Per tornare alla prelatura personale, il prelato ha una autorità cheche si può apragonare a quella del superiore di un ordine religioso sui religiosi o religiose del suo ordine. Quindi una prelatura personale non può sostituirsi ad una diocesi. Dovrebbe quindi in teoria stipulare accordi con i vescovi delle diocesi dove si trova.


Il nostro amico Stefano mette in risalto i tre aspetti fondamentali di questa intervista:
  1. L’accettazione “in blocco” del Concilio
  2. E’ il minimo indispensabile
  3. E’ un metodo di dialogo ecumenico qualunque
In linea di principio Stefano ha ragione. Tuttavia, dobbiamo partire dal dato che il preambolo non è noto nella sua formulazione e si tratta quindi di considerazioni di carattere generale. Tutto sommato l'interlocutore, evidentemente modernista, non fa altro che metter in risalto la posizione della Curia, anche se tira in ballo il Papa. Del resto è un deja vu, se ricordate, al momento del famoso ultimatum in 5 punti posto a suo tempo da Castrillon Hoyos, poi caduto come un castello di carte dopo l'intervento diretto di Mons. Fellay nei confronti del Santo Padre.

Non calcherei troppo la mano sul fatto che la Fraternità sia stata messa sullo stesso piano dei Luterani, perché è un fatto abominevole che non sta né in cielo né in terra. Intanto ai Luterani non è stato proposto alcun rientro che per loro è impossibile se non accettano gli importanti Dogmi di fede che hanno rinnegato. La Dichiarazione congiunta sulla "giustificazione", che viene citata, è un atto ibrido che comunque coglie solo un aspetto del loro distacco da Roma e non può essere presa a modello per il tipo di trattativa con la Fraternità. Inoltre il loro è un vero distacco. Invece, la FSSPX non ha mai rotto la comunione col Papa, mentre custodisce la Tradizione. Questo è un distinguo che va fatto. Ma purtroppo i 'novatori' sono abituati a discorsi pressappochisti e superficiali che mettono in luce solo le loro interpretazioni mai rigorose, ma sempre "di parte". Del resto quel che si è perso dal concilio in poi è proprio il rigore e la chiarezza del linguaggio definitorio, che non si presta né ad equivoci né ad ambiguità.

Quel che dobbiamo purtroppo riconoscere è che effettivamente il deleterio metodo dell'"inclusivismo" non è estraneo alle trattative con la Fraternità. E tuttavia, si può ben andare oltre per la salus animarum, se questo comporta non dover scendere a compromessi e non inficia la libertà di poter portare avanti la pastorale Tradizionale in tutte le sue implicazioni.

Quanto all'intervista, non prenderei per oro colato quello che dice un modernista come P. Durand che parla a titolo personale.

Ci è stato reso noto che il testo del preambolo contiene delle espressioni ambigue. Ma è compito di questa fase interlocutoria e del discernimento della Fraternità dirimerle per non scendere eventualmente a impossibili compromessi. Credo che la situazione sia obiettivamente difficoltosa, ma spero che la Provvidenza e il discernimento dei responsabili della Fraternità e della Santa Sede facciano il resto.

Quanto al ventilato incombere dei vescovi diocesani, mi pare avventato perché, se la Prelatura serve proprio per dare alla Fraternità la giusta indipendenza da vescovi notoriamente ostili, gli accordi dovrebbero contenere la soluzione idonea. Comunque non dimentichiamoci che il preambolo nasce in Curia, mentre l'ultima parola, come ha ricordato Mons. Fellay, spetterà al Papa.

Per cui, confidiamo nel Signore e andiamo avanti.

mercoledì 23 novembre 2011

il caso dell'Abbé Michel di Thiberville, avviato a soluzione

Raccogliamo con gioia una buona notizia di parziale soluzione di una ingiusta vessazione, che ha fatto tanto scalpore lo scorso anno, per l'intransigenza del vescovo Nourrichard nei confronti di un sacerdote che aveva l'unico neo di amare la Tradizione e di prendersi cura di un nutrito gregge di fedeli che lo seguivano e lo seguono tuttora.
Piccoli passi verso il grande Regno...


Una piccola chiesa in un piccolo villaggio - ma solo ad un paio di km a sud ovest della sua chiesa parrocchiale. Padre Francesco Michel, l'eroe di Thiberville, diventerà rettore della chiesa più piccola nella sua diocesi, a Le Planquay (a 5 km da Thiberville, Normandia). La sua resistenza ha pagato anche se si è lontani da una soluzione perfetta. L'intervento diretto della Congregazione per il Clero, attraverso il suo mediatore designato (il vescovo Boulanger, di Bayeux /Lisieux), ha assicurato che l'ordinario del luogo, il vescovo Nourrichard, non possa tenere Padre Michel a più di una breve distanza dal suo caro gregge.

Così scrive il Blog francese Perepiscopus:

Grazie al mediatore designato dalla Congregazione per il Clero, Mons. Boulanger, vescovo di Bayeux-Lisieux, la situazione dell'abate Francis Michel, privato della parrocchia di Thiberville da parte di Mons. Nourrichard, vescovo d’Evreux, dovrebbe normalizzarsi.

Mons. Christian Nourrichard ha reso pubblico un accordo intervenuto con l'abate Francis Michel, che diviene rettore della Chiesa del Planquay, situata a pochi kilometri dalla sua vecchia parrocchia. In questa chiesa, egli sarà libero di celebrare la messa sotto qualunque forma. Tuttavia, dato che non è più parrroco, dovrà chiedere l'autorizzazione del locale raggruppamento parrocchiale prima di celebrare un battesimo o un funerale. Se egli non avrà diritto di farsi carico della catechesi, sarà libero di dirigere altre attività pastorali, « come animare una giornata di ritiro », spiega Mons. Nourrichard.
L’abbé Michel dovrebbe celebrare la sia prima Messa al Planquay il 27 novembre, cioè la prima domenica di Avvento. Avrà a disposizione un nuovo prebiterio, messo a disposizione del sindaco di questo villaggio di 140 abitanti, che è la moglie del sindaco di Thiberville. Ciò nonostante l’abbé Michel resta prudente :

Traslocherò quando il mio presbiterio sarà pronto e quando la Chiesa, la più piccola e la più umida della regione, sarà riscaldata. Ciò che non è. Ma ho detto sì a questa soluzione, dunque partirò. Quanto allo stato d'animo, è un altro discorso...

martedì 22 novembre 2011

Universae Ecclesiae. Osservazioni sulle traduzioni dal testo latino, che falsificano o attenuano il senso di alcune prescrizioni

La riflessione che segue riguarda alcuni punti della Istruzione Universae Eccelsiae, attuativa del Motu Proprio Summorum Pontificum che ha liberalizzato il Rito Romano nell'usus Antiquior, individuati percorrendo il testo latino e la traduzione in lingua vernacolare che ne connota le applicazioni, fino ad oggi quasi ovunque disattese dai vescovi e da molti sacerdoti che si dicono fedeli al Papa e invece non ne attuano le precise volontà. Ovviamente l'analisi estrae solo i punti che, ad un primo esame, sono apparsi più controversi e mettono in luce, nella traduzione, una mens orientata ad applicazioni decisamente restrittive; il che è purtroppo esattamente corrispondente alla realtà che il Corpo Mistico di Cristo subisce in tutte le diocesi del mondo, compresa quella del Papa.

Nel fare il raffronto con i testi tradotti nelle altre lingue sempre in riferimento ai punti presi in considerazione, se le mie osservazioni sono esatte, le traduzioni appaiono pedissequamente corrispondenti al testo italiano più che a quello latino e quindi dotate della stessa "coloritura" di fondo più involutiva che incoraggiante...

Ve le propongo in tutta semplicità, aspettandomi le vostre riflessioni e se del caso, anche correzioni.


ISTRUZIONE sull’applicazione della Lettera Apostolica Motu Proprio data Summorum Pontificum di S.S. BENEDETTO PP. XVI

[...]
Esso [il Motu proprio] si propone l’obiettivo di:
  1. offrire a tutti i fedeli la Liturgia Romana nell’Usus Antiquior, considerata tesoro prezioso da conservare;
  2. garantire e assicurare realmente a quanti lo domandano, l’uso della forma extraordinaria, nel presupposto che l’uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962 sia una facoltà elargita per il bene dei fedeli e pertanto vada interpretata in un senso favorevole ai fedeli che ne sono i principali destinatari;
  3. favorire la riconciliazione in seno alla Chiesa.
[...]
7. ... Tra l’altro Papa Benedetto XVI afferma [monet= ammonisce, è più che afferma]: "Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Messale Romano. Nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può [il testo latino dice non licet non è lecito, non è permesso, quindi solo di conseguenza non è possibile] essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso".
7. ... Inter cetera monet Benedictus XVI: "Inter duas Missalis Romani editiones nulla est contradictio. In historia liturgiae incrementum et progressus inveniuntur, nulla tamen ruptura. Id quod maioribus nostris sacrum erat, nobis manet sacrum et grande, et non licet ut repente omnino vetitum sit, neque ut plane noxium judicetur".
[...]
17. § 1. Per decidere in singoli casi, il parroco o il rettore, o il sacerdote responsabile di una chiesa, si regolerà secondo la [sua] prudenza, lasciandosi guidare da zelo pastorale e da uno spirito di generosa accoglienza. [Da notare che il verbo agat= agisca regge comportamenti che sono tutti sullo stesso piano, compresa la prudenza che non è la sua personale, ma quella di una mente prudente, che equivale a "prudenza", ma del "sua" non c'è traccia. Come non c'è traccia del "lasciarsi guidare" attribuito alla "sua prudenza", e né caritate e urbanitate" carità e garbo, nulla hanno a che vedere con "generosa accoglienza", che sa più di "favore acquiescente" che di "carità gentile". Infatti la frase è molto lineare: agat regge sia la prudenti mente che lo zelo pastorale suffultus (sorretto sostenuto puntellato) da carità e garbo.]
17. § 1. Ut de singulis casibus iudicium feratur, parochus aut rector, aut sacerdos qui ecclesiae curam habet, prudenti mente agat, pastorali zelo, caritate et urbanitate suffultus.

19. I fedeli che chiedono la celebrazione della forma extraordinaria non devono in alcun modo [in alcun modo, nel testo latino non c'è. Semmai quoquo modo= comunque mi pare collegato ai gruppi ostili al Romano Pontefice, consociazionibus... quae... quoquo modo sint infensae, termine tra l'altro molto forte... In questo caso la traduzione usa termini meno 'forti' rispetto al testo latino e condensa in un'unica forma "si manifestano contrari" due verbi: impugnent= (si oppongano, contestino) e sint infensae (siano ostili)] sostenere o appartenere a gruppi che si manifestano contrari alla validità o legittimità della Santa Messa o dei Sacramenti celebrati nella forma ordinaria e/o al Romano Pontefice come Pastore Supremo della Chiesa universale.
19. Christifideles celebrationem secundum formam extraordinariam postulantes, auxilium ne ferant neque nomen dent consociationibus, quae validitatem vel legitimitatem Sanctae Missae Sacrificii et Sacramentorum secundum formam ordinariam impugnent, vel Romano Pontifici, Universae Ecclesiae Pastori quoquo modo sint infensae.

21. Si chiede [enixe= energicamente fortemente] agli Ordinari di offrire al clero la possibilità [occasionem, di certo è più che possibilità] di acquisire una preparazione adeguata alle celebrazioni nella forma extraordinaria. Ciò vale anche [potissimum= "in particolare", non "anche"] per i Seminari, dove si dovrà provvedere che i futuri sacerdoti [siano adeguatamente formati instituantur convenienter] con lo studio del latino e [non se le esigenze pastorali lo suggeriscono, ma a adiunctis id postulantibus= a coloro che uniti lo chiedono. Da notare che questa dizione del testo latino ammette il caso che ci si siano gruppi di seminaristi desiderosi di apprendere e si riferisce specificamente ai seminaristi sacrorum alumni non a generiche e non meglio identificate esigenze pastorali che dovrebbero consentirlo!!!!], offrire la possibilità di apprendere la forma extraordinaria del Rito.
21. Ordinarii enixe rogantur ut clericis instituendis occasionem praebeant accommodatam artem celebrandi in forma extraordinaria acquirendi, quod potissimum pro Seminariis valet, in quibus providebitur ut sacrorum alumni convenienter instituantur, Latinum discendo sermonem et, adiunctis id postulantibus, ipsam Ritus Romani formam extraordinariam.
[...]
28. Inoltre, in forza del suo carattere di legge speciale, nell’ambito suo proprio, il Motu Proprio Summorum Pontificum, deroga a quei provvedimenti legislativi, inerenti ai sacri Riti, emanati dal 1962 in poi ed incompatibili con le rubriche dei libri liturgici in vigore nel 1962.
28. Praeterea, cum sane de lege speciali agitur, quoad materiam propriam, Litterae Apostolicae Summorum Pontificum derogant omnibus legibus liturgicis, sacrorum rituum propriis, exinde ab anno 1962 promulgatis, et cum rubricis librorum liturgicorum anni 1962 non congruentibus.

Il Motu proprio è l’atto più solenne di un Papa che viene dalla sua volontà "emanato di propria iniziativa", decisione personale promulgata da chi ne ha il potere. E’ proprio del Papa per esercitare la sua sovranità immediata sulla Chiesa universale. A questo proposito mi faccio e vi faccio una domanda che spero non sia troppo semplicistica: essendo il Papa il Legislatore universale, c'era bisogno del successivo punto 30 che richiama il Diritto Canonico e le restrizioni del successivo art. 31? Il Motu proprio ben può riferirsi anche al Ministeria Quaedam di Paolo VI che abolisce gli ordini minori, dal momento che il Novus Ordo non prevede il servizio all'Altare nei termini del Vetus Ordo. O no?

29. La concessione [la ratio del Motu proprio non mi pare che possa indurre tanto a parlare di "concessione" quanto di uno "jus riconosciuto" e, quindi è più appropriato, nonché esatto, il termine facoltà] di usare la formula antica per il rito della Cresima è stata confermata dal Motu Proprio Summorum Pontificum (cf. art. 9 § 2). Pertanto non è necessario utilizzare per la forma extraordinaria la formula rinnovata del Rito della Confermazione promulgato da Papa Paolo VI.
29. Facultas adhibendi formulam antiquam ad Confirmationem impertiendam, confirmata est a Litteris Apostolicis Summorum Pontificum (cf. art. 9, § 2), proinde non necessario adhibenda est pro forma extraordinaria formula recentior, quae in Ordine Confirmationis Pauli PP. VI invenitur.

Riporto per comodità di consultazione di chi legge i nn. 30 e 31.

30. Con riguardo alla tonsura, agli ordini minori e al suddiaconato, il Motu Proprio Summorum Pontificum non introduce nessun cambiamento nella disciplina del Codice di Diritto Canonico del 1983; di conseguenza, negli Istituti di Vita Consacrata e nelle Società di Vita Apostolica che dipendono dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, il professo con voti perpetui oppure chi è stato incorporato definitivamente in una società clericale di vita apostolica, con l’ordinazione diaconale viene incardinato come chierico nell’istituto o nella società, a norma del canone 266 § 2 del Codice di Diritto Canonico.
30. Quoad primam Tonsuram, Ordines Minores et Subdiaconatum, Litterae Apostolicae Summorum Pontificum nullam obmutationem in disciplina Codicis Iuris Canonici anno 1983 introduxerunt: hac de causa, pro Institutis Vitae Consecratae et Societatibus Vitae Apostolicae Pontificiae Commissioni Ecclesia Dei subditis, sodalis votis perpetuis professus aut societati clericali vitae apostolicae definitive incorporatus, per receptum diaconatum incardinatur tamquam clericus eidem instituto aut societati, ad normam canonis 266 § 2 Codicis Iuris Canonici.

31. Soltanto [Sarebbe forse più appropriato almeno] negli Istituti di Vita Consacrata e nelle Società di Vita Apostolica che dipendono dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei e in quelli dove si mantiene l’uso dei libri liturgici della forma extraordinaria, è permesso l’uso del Pontificale Romanum del 1962 per il conferimento degli ordini minori e maggiori.
31. Dumtaxat Institutis Vitae Consecratae et Societatibus Vitae Apostolicae Pontificiae Commissioni Ecclesia Dei subditis, et his ubi servatur usus librorum liturgicorum formae extraordinariae, licet Pontificali Romano anni 1962 uti ad Ordines maiores et minores conferendos.

Addirittura il n. 31 sembrerebbe in contrasto col precedente n.30, che si rifà al codice di diritto canonico, mentre il Papa come supremo Legislatore ha emanato un atto normativo di rango primario nell'ambito delle gerarchie delle norme canoniche (vedi n.28). Infatti, mentre al n.30 si richiama il codice in riferimento all'incardinazione e si è voluto specificare che il Summorum Pontificum non ha innovato il Codice riguardo agli "ordini minori" (ma l'Istruzione non ha lo stesso rango del Motu proprio), poi nel n.31 si prevede il conferimento degli "ordini minori", ma solo per gli Istituti... che senso ha? Se il Motu proprio del Papa è normativo per la Chiesa universale, perché una restrizione del genere?

venerdì 18 novembre 2011

Il rito Latino nella sua forma extraordinaria vede il ripristino del servizio all'Altare e quindi degli "ordini minori"

Il Blog Rorate Caeli un paio di settimane fa ha riportato la notizia che alcuni seminaristi della Fraternità Sacerdotale San Pietro (FSSP) avevano ricevuto gli ordini minori di Esorcista e Accolito da Sua Eccellenza l'Arcivescovo Pendergrast di Ottawa. Ora altri cinque seminaristi sono stati ordinati Portiere e Lettore. La foto a lato riguarda l'evento e mostra tutta la sua suggestiva bellezza e sacralità.

Gli ordini minori sono di origine molto antica nella Chiesa. Ci sono quattro ordini minori e tre ordini principali, l'ultimo dei quali è il sacerdozio. Così, gli ordini minori segnano passi importanti nella formazione verso il sacerdozio. Ogni ordine minore porta con sé alcune funzioni ad esso proprie che consentono al chierico di partecipare più da vicino nella sacra liturgia.

Oggi, con la Universae Ecclesiae:
31. Soltanto negli Istituti di Vita Consacrata e nelle Società di Vita Apostolica che dipendono dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei e in quelli dove si mantiene l’uso dei libri liturgici della forma extraordinaria, è permesso l’uso del Pontificale Romanum del 1962 per il conferimento degli ordini minori e maggiori.

Secondo la Tradizione della Chiesa:
  • l'episcopato si identifica nel sacerdozio di Melchisedech e ricorda quello di Aronne
  • i sacerdoti - presbiteri (anziani) (come i 72 mandati da Gesù) sono come i 70 anziani (i "cohanim" ebraico=cohen è "colui che sta in piedi" davanti e alla guida dell'Assemblea); gli ordini maggiori o sacri (suddiacono, diacono, sacerdote)
  • tutti gli altri ordini minori (accolito, esorcista, lettore, portiere) si identificano con i leviti, e cioè gli aggiunti gli aiutanti
Fu nel 1972 che Paolo VI (con la Ministeria quaedam) abolì i cosiddetti "ordini minori" (ostiariato, esorcistato -svolto in altre forme -, suddiaconato) e cambiò la definizione stessa degli "ordini sacri" in "ministeri", rendendoli parzialmente accessibili anche ai laici, secondo l'indirizzo del Concilio Vaticano II. Giustificava Paolo VI la sua decisione con queste parole: "Corrisponde inoltre alla realtà stessa e alla mentalità odierna che i menzionati uffici non siano più chiamati ordini minori e che il loro conferimento sia denominato non «ordinazione» ma «istituzione», ed ancora che siano e vengano ritenuti propriamente chierici soltanto coloro che hanno ricevuto il Diaconato."

L'abolizione da parte di Paolo VI degli ordini minori ha cambiato la "scaletta" più esterna del sacerdozio e aggiornato l'ordine-taxis-ordo voluto da Dio per il culto pubblico che è innanzitutto uno ius divinum, modificando il lettorato e l'accolitato, che sono diventati ministeri per far posto ai laici. In questo modo, non solo Paolo VI ha rivisitato il sacerdozio, ma ha inteso dare una nuova immagine di servizio all'Altare, ottenendo però di essere preso troppo alla lettera: l'Altare, col Novus Ordo, si è praticamente ovunque trasformato in mensa... Ecco perché nella Chiesa (e nel mondo) tutto è sovvertito. E il sovvertimento va aggravandosi sempre più: gli abusi e gli arbìtri vanno moltiplicandosi. Non c'è bisogno di essere disfattisti. Basta guardarsi intorno... Non per questo la fiducia (che è Fede, adesione, attenzione amorosa, fedeltà) viene meno, così come non vengono meno la Speranza e l'Attesa... Il Signore è Risorto ed è con noi se rimaniamo in Lui e, quindi, non dobbiamo aver timore di nulla!

Ma le cose stanno così. Chi ha sovvertito e continua a sovvertire la Tradizione sostituendo l'antropocentrismo dell'assemblea al Cristocentrismo del Sacrificio se ne infischia. C'è chi sa ed è connivente. C'è chi non sa. C'è chi minimizza per ignoranza o per incuria o per eccessiva fiducia nell'uomo messo al posto di Dio.

Dunque un adeguamento della Chiesa "alla mentalità moderna" che non solo ha introdotto le figure dei diaconi permanenti cui è lecito amministrare alcuni sacramenti e persino essere sposati (dei preti a metà, insomma). Ma ha anche introdotto quelle figure di zelanti catechisti e affini che amano mettere un piede nello stato clericale, diventando lettori e accoliti.

Cosa ha eliminato Paolo VI? Ha eliminato l'ordine ossia la "classe sacerdotale" cui venivano introdotti i giovani seminaristi attraverso la tonsura. Così il clero stesso si è trasformato ideologicamente in "servizio", visto che tutti i fedeli sono anch'essi sacerdoti. Una riforma che se nelle intenzioni era volta ad eliminare la distanza fra fedeli e clero, e a ridurre gli effetti del clericalismo degli "ordinati", in realtà non ha fatto altro che portare un certo scompiglio nel cattolicesimo, producendo ciò che Benedetto XVI ha definito saggiamente "la clericalizzazione dei laici e la laicizzazione del clero".

Con la tonsura è stato eliminato quindi l'ingresso nello stato sacerdotale. Pertanto, fino al diaconato i futuri sacerdoti sono dei semplici laici. La cerimonia della tonsura non consta infatti soltanto del taglio di alcune ciocche di capelli, simbolo della rinuncia al mondo e dell'appartenenza a Cristo. Nel corso del rito i futuri sacerdoti vestono per la prima volta la veste sacerdotale, veste che, se non abbandoneranno il seminario prima della loro ordinazione presbiteriale, resterà la stessa per tutta la loro vita futura.

La "nuova" Chiesa. Cambiamenti ed arbìtri: un esempio che è una conseguenza.
L'iniziatore del Cammino neocatecumenale, durante le “cerimonie” per l’invio di famiglie o catechisti o seminaristi in missione, o soltanto per una “missione popolare” alla quale partecipano tutte le comunità, è solito far proclamare il Vangelo Luca 1-22 (l'invio dei 72 da parte di Gesù), per perorare il “mandato” a quei “piccoli” che hanno accolto tale Parola e la vogliono mettere in pratica.

Dobbiamo invece ricordare, senza alcuna intenzione di sovvertire il significato del Battesimo, che, se è vero che il rito e la Grazia santificante del Sacramento sollecita e rende capace ogni cristiano a farsi “piccolo” ed essere sempre pronto a rispondere sulle ragioni della speranza che è in lui, i 72 discepoli che Gesù chiama “piccoli” sono principalmente, se non esclusivamente i Ministri ordinati della Chiesa.

Lo stesso Papa Giovanni Paolo II, in una sua Lettera ai sacerdoti del 1999, come in molte catechesi del mercoledì da marzo a settembre 1993, ne ha spiegato i motivi; per di più, basta esaminare cosa dice chi, da questo Vangelo, trae ragioni per difendere la struttura gerarchica della Chiesa voluta da Gesù Cristo stesso.

E tuttavia, oltre alla prassi segnalata e relativi insegnamenti, non mancano nella Chiesa documenti e discussioni che, alla chiamata dei 72 discepoli, attribuiscono il significato più esteso dell’apostolato dei laici. Di conseguenza, si entra in confusione perché così facendo i laici potrebbero ritenersi giustificati - pur nel nome di Gesù Cristo – a scacciare i demoni, come del resto si fa già nel RnS imponendo le mani e proferendo preghiere – se non di esorcismo vero e proprio – di guarigione e liberazione, quando sappiamo invece che tale “mandato” viene impartito esclusivamente ai Sacerdoti e solo dal loro Vescovo.

Questo è il nuovo volto della Chiesa, che l'epoca post-conciliare ci consegna irriconoscibile, anche se in qualche oasi ancora la Tradizione è custodita intatta anche in relazione al culto autentico dovuto a Dio, funzione primaria della Chiesa e Sorgente della sua edificazione.

sabato 12 novembre 2011

Una inammissibile e reiterata ingerenza. Ebrei versus FSSPX

A margine dell'incontro di cui all'articolo precedente, devo registrare una notizia che non posso passare sotto silenzio.
(ASCA) - Città del Vaticano, 10 nov - Davanti alla possibilità di una riconciliazione definitiva tra il Vaticano e i tradizionalisti lefebvriani, il rabbino David Rosen, responsabile del dialogo interreligioso per l'American Jewish Committee, ribadisce che "le nostre preoccupazioni sono già state espresse e ho ricevuto l'assicurazione da parte del card. Kurt Koch (presidente del Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani e per la Commissione per i rapporti religiosi con l'ebraismo, ndr) che non c'è possibilità di arrivare ad una riconciliazione che comprometta Nostra Aetate", il documento del Concilio Vaticano II considerato come un punto di svolta nei rapporti tra cattolici e ebrei dopo due millenni di ostilità e sospetto.

"Per il resto - ha aggiunto Rosen al termine dell'incontro avuto questa mattina con papa Benedetto XVI insieme agli altri leader religiosi di Israele - è una questione interna della Chiesa cattolica".

Nostra Aetate, ha spiegato ancora il rabbino interpellato sul suo colloquio con il card. Koch, "non è in discussione". Questo, ha aggiunto, non significa che un riconoscimento esplicito del documento conciliare faccia parte della proposta di accordo sottoposto dalla Santa Sede alla Società Sacerdotale San Pio X ma che, dal punto di vista pratico, "ogni riconciliazione richieda in effetti l'accettazione di Nostra Aetate".

Quanto all'opportunità della trattativa vaticana, "posso avere le mie opinioni, ma non ho il diritto di intervenire nelle scelte interne di un'altra religione" [eppure è quello che sta facendo!]. "Mi aspetto - ha concluso - che la Santa Sede sia esplicita nel ripudiare la negazione dell'Olocausto nel caso di una riconciliazione", per rassicurare il mondo ebraico, anche se il vero problema, ha tenuto a sottolineare, non è tanto mons. Williamson quanto "chiarire che Nostra Aetate non è sul tavolo".
Non è la prima volta che vien fuori una condizione in relazione alla regolarizzazione canonica della Fraternità. Già all'epoca della revoca delle scomuniche, subito dopo la visita del Papa in Sinagoga il 17 gennaio 2010, fu Rav Di Segni, il rabbino capo di Roma, a porre addirittura un'alternativa tanto sconcertante quanto sorprendente dal momento che non si capisce su cosa possa essere fondata: "o loro o noi!". Le seguenti dichiarazioni di Rav Di Segni sono tratte da un'intervista rilasciata in occasione della "Giornata della memoria", che si celebra il 27 gennaio:
"Se la pace con i lefebvriani significa rinunciare alle aperture del Concilio, la Chiesa dovrà decidere: o loro o noi!": così il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Riccardo di Segni, in un passaggio di un'intervista al mensile 'Il consulente Re' uscito il giorno prima della giornata della memoria.
Di Segni rievoca, al proposito, il discorso pronunciato in sinagoga in occasione della recente visita del Papa, quando, in riferimento alle "aperture" del Concilio vaticano II, ha affermato: "Se venissero messe in discussione, non ci sarebbe più possibilità di dialogo". Ora il rabbino spiega, in riferimento al discorso del giorno prima del Papa alla congregazione per la Dottrina della fede: "E' stata l'ultima aggiunta al discorso, dopo che venerdì mattina 15 gennaio c'è stata una strana apertura ai lefebvriani...".
Ebbene, al riguardo riporto e ribadisco quanto ne ho già scritto in quei giorni, che resta tuttora valido.

Necessità di uscire dal sepolcro e guarire dal passato per poter avere un futuro.

Non è mia intenzione entrare in una polemica; vorrei soltanto che il 27 gennaio fosse veramente il giorno della Memoria, e quindi che si accomunassero nel ricordo tutte le vittime del Novecento: il secolo, che è stato definito da V. Grossman, della massima violenza dello Stato sull' uomo; ma ad esse vorrei fossero accomunate le vittime di ogni generazione che ci ha preceduti nella storia, ma anche della nostra che - senza nulla togliere al dramma dello sterminio degli ebrei che è e resta mostruoso - ne ha viste e continua a vederne davvero tante.

Tutti dovremmo comunque ricordare innanzitutto che per avere un futuro bisogna guarire dal passato... e la memoria deve essere sana e responsabile consapevolezza che assimila gli eventi, se li assume e li porta con sé redenti e non il "sacrario dell'odio" dal quale tirar fuori ogni possibile ricatto morale nei confronti del resto del mondo chiamato a testimone, come sta avvenendo da parte degli ebrei attraverso la shoah.

Considerazioni sulle parole del Rabbino. Indebite interferenze

Da parte nostra non possiamo non rimanere ancora una volta esterrefatti per le pesanti e inaccettabili ingerenze di Rav Di Segni, Rav Rosen e quanti altri non hanno mancato e non mancano di parlarne, nelle questioni interne della Chiesa. Oltretutto si tratta di una prerogativa che non appartiene né a loro né a nessun altro, ebreo o non ebreo che sia e stupisce il fatto che nessun portavoce Vaticano affermi con fermezza un dato così elementare, quando ogni volta che vengono nominati gli ebrei anche di striscio, si montano polveroni mediatici a non finire e analoga sensibilità esasperata mostrano i musulmani quando si parla della loro fede. Ma per i cristiani tutto questo non vale e per contro negli ultimi tempi queste interferenze vanno moltiplicandosi: basti pensare alla contestazione infinita su Pio XII e alle rimostranze sulla preghiera per gli ebrei del Venerdì Santo...

Affermare: "Se la pace con i lefebvriani significa rinunciare alle aperture del Concilio, la Chiesa dovrà decidere: o loro o noi!" cos'è: un ultimatum al Papa su una questione prettamente interna alla Chiesa? E in forza di quale principio questo parallelismo?

Tra l'altro non risulta che la Fraternità S. Pio X sia mai stata negazionista dell'orrendo 'sterminio', impropriamente definito 'olocausto' (a parte le personalissime dichiarazioni 'riduzioniste' e non negazioniste di Mons. Williamson, sulle quali è stato montato ad arte uno scandalo mediatico in occasione dell'annullamento della scomunica da parte di Benedetto XVI ai vescovi ordinati da Mons. Lefebvre)

Shoah, 'luogo' teologico o dogma di fede?

Come già detto, l'appartenenza alla Chiesa non può essere condizionata dall'accettazione o meno di un fatto storico, che non è e non può e non deve diventare un dogma di fede!

Inoltre il linguaggio del rabbino sembra riferirsi ad un'APPARTENENZA che in ogni caso non riguarda il popolo ebraico che è interessato al dialogo e non certo all'assimilazione; rischio che invece correrebbe la Chiesa se andassero in porto i piani sionisti (sionismo non coincide necessariamente con ebraismo) e continuasse il processo di giudaizzazione innescato da tempo e di cui, ad esempio, tra le realtà ecclesiali post conciliari, il cammino neocatecumenale è una 'punta' avanzata [vedi]!

Derive sincretiste e moderniste e processo di giudaizzazione presenti nella Chiesa
Dove viene espunta la Presenza Reale del Signore in una celebrazione (il particolare Rito neocatecumenale) che non è più il Sacrificio eucaristico che riattualizza il Sacrificio di Cristo, ma solo una festa assembleare che 'commemora' la Cena con la commistione del ricordo dell'uscita dall'Egitto, non è forse già entrato l'abominio della desolazione, come tra l'altro ricorda Giovanni Paolo II nella Dominicae Cenae?: "Il mistero eucaristico, disgiunto dalla propria natura sacrificale e sacramentale, cessa semplicemente di essere tale. Esso non ammette alcuna imitazione «profana» che diventerebbe assai facilmente (se non addirittura di regola) una profanazione." Oltretutto, negli insegnamenti e nelle prassi soprattutto ai livelli più avanzati, si assiste alla progressiva giudaizzazione del cristianesimo, molto presente ed arbitrariamente attribuita ad un sedicente spirito-del-concilio, che assume anche connotati neo-protestanti. Purtroppo, nella variegata realtà ecclesiale non mancano deprecabili abusi liturgici di altro genere favoriti dalla banalizzazione e dalla desacralizzazione indotte dalla Riforma di Paolo VI. Che sia colpita la Liturgia dà la misura della gravità della crisi ma anche delle sue conseguenze.

A che stadio siamo del processo di giudaizzazione. Dove sta andando la Chiesa?

Di questo processo è riprova un recente articolo a firma di Marco Morselli "L'ebraismo e i diritti culturali" ove egli afferma, tra l'altro:
«Non vi è una Nuova Alleanza che si contrapponga a una Vecchia Alleanza, non vi è neppure un’unica Alleanza Vecchio-Nuova che costringerebbe gli ebrei a farsi cristiani o i cristiani a farsi ebrei. Vi è un’unica Torah eterna che contiene molte Alleanze, i molti modi in cui il Santo, benedetto Egli sia, rivela il suo amore per gli uomini e indica le vie per giungere all’incontro con Lui»
salvo che loro restano "il popolo dell'Alleanza" e noi i goym... Nella conclusione, Morselli cita Elia Benamozegh, il grande rabbino livornese che in un’opera postuma pubblicata a Parigi nel 1914 scriveva:
«La riconciliazione sognata dai primi cristiani come una delle condizioni della Parusia, o avvento finale di Gesù, il ritorno degli ebrei nel seno della Chiesa, senza di cui le diverse confessioni cristiane sono concordi nel riconoscere che l’opera della redenzione rimane incompleta, questo ritorno si effettuerà non come lo si è atteso, ma nel solo modo serio, logico e durevole, e soprattutto nel solo modo proficuo al genere umano. Sarà la riunione dell’ebraismo e delle religioni che ne sono derivate, e, secondo la parola dell’ultimo dei profeti, il sigillo dei veggenti, come i dottori chiamano Malachia, “il ritorno del cuore dei figli ai loro padri”» (Ml 3,24).
Citazione peraltro strumentale di Malachia, che parla anche della riconciliazione dei padri verso i figli e nessuno autorizza a pensare che i padri siano gli ebrei e i figli siano i cristiani, il quali sono innanzitutto figli di Dio nel Figlio...

Sta di fatto che gli ebrei si sono in qualche modo riappropriati di Cristo come rabbi e profeta e non certo come Dio... e, oggi, in riferimento al dialogo, arrivano a sostenere:
«Il dialogo ebraico-cristiano era giunto negli ultimi mesi a un punto di crisi che sembrava insormontabile, intorno alla questione della conversione degli ebrei. In un recente incontro tra Autorità rabbiniche e Autorità episcopali italiane si è chiarito che non vi è nessuna intenzione da parte della Chiesa Cattolica di operare attivamente per la conversione degli ebrei e che di conversione si parla solo in una prospettiva escatologica». [citazione dall'articolo di Morselli sopra indicato - cfr. brano del Comunicato della CEI riportato di seguito]
Estratto dal comunicato CEI del 22 settembre 2009:
«Il card. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, ha incontrato oggi i rabbini Giuseppe Laras, Presidente dell’Assemblea Rabbinica Italiana, e Riccardo Di Segni, Rabbino capo della Comunità ebraica di Roma. “Il Cardinale – si legge in un comunicato diffuso dalla Cei - ha voluto porgere loro gli auguri per l’inizio dell’anno ebraico pregandoli di estenderli a tutti gli ebrei italiani”. Durante l’incontro il cardinale ha affrontato con i due rabbini alcune questione rimaste “aperte” con la comunità ebraica in seguito alla pubblicazione dell’“Oremus et pro Iudaeis”. A questo proposito il comunicato afferma: Non c’è, nel modo più assoluto, alcun cambiamento nell’atteggiamento che la Chiesa Cattolica ha sviluppato verso gli Ebrei, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II. A tale riguardo la Conferenza Episcopale Italiana ribadisce che non è intenzione della Chiesa Cattolica operare attivamente per la conversione degli ebrei”... “La fede nel Dio dei Padri, ricevuta in dono – si è affermato al termine dell’incontro - rende responsabili i credenti cristiani ed ebrei per l’edificazione di una convivenza basata sul rispetto dell'Insegnamento di Dio”.»
[Non possiamo ignorare che il riferimento ai dieci comandamenti gli ebrei lo fanno anche quando ne attribuiscono l'osservanza ai "noachidi". Ricordiamoci che Noè non fa parte della Storia della Salvezza, che comincia con Abramo, e che i noachidi sono tutti i non-ebrei compresi noi, mentre l'identità che essi ancora sentono è quella del Popolo Sacerdotale al quale appartengono l'Alleanza e le promesse. Mentre la Chiesa si profonde in questo riconoscimento, altrettanto non può dirsi da parte loro nei confronti della Chiesa e dei cristiani, che appartengono alla Nuova ed Eterna Alleanza per essi inconcepibile e già rifiutata! - ndR].
Conclusione

Certo non può esistere da parte della Chiesa - riguardo alla conversione che è un dono legato alla libertà inviolabile di ognuno - alcun comportamento coercitorio nei confronti di chicchessia, ebrei compresi; ma questo non significa che la Chiesa debba rinunciare ad Annunciare il Signore a tutti, compresi gli ebrei, che hanno tutta la libertà di continuare a rifiutarlo ed aspettare il loro Messia, ma non quella di assimilarci a loro dopo aver annichilito l'Incarnazione, il Sacrificio e la Risurrezione di Cristo con la connivenza dell'apostasia ormai interna alla Chiesa!

Nessuno nega che gli ebrei vadano rispettati, amati e non perseguitati. L'antisemitismo, la furia distruttrice contro un popolo è da condannare senza riserve. Questo, sembra condiviso da ogni uomo di buona volontà prima ancora che da un vero cristiano. Ciò premesso, dichiarazioni come questa della CEI nonché le altre espressioni sul valore delle false religioni presenti nella Nostra Aetate e le ulteriori posizioni nei confronti degli ebrei non sono imposte con autorità infallibile. Si tratta di posizioni "pastorali" ambigue e pericolosissime, in contrasto col Magistero precedente, perché aprono la strada all'indifferentismo ed al relativismo religioso e, peggio, al sincretismo. I guasti li abbiamo sotto gli occhi giorno dopo giorno.

In particolare l'impegno espresso con le seguenti parole: "non è intenzione della Chiesa Cattolica operare attivamente per la conversione degli ebrei" poteva esser preso da una sola persona che, nella Chiesa, gode di una tale rappresentatività che presuma parlare per l'intera Chiesa, ed è il Papa.

L'irrevocabilità della predilezione appartiene al Nuovo Israele, cioè alla Chiesa fuori della quale la vecchia Alleanza non ha più senso né fine. I rami vecchi sono stati recisi, i nuovi sono innestati sul tronco dell'Israele di Abramo che ha creduto nel Cristo venturo. La Legge antica non ha di per sé più alcuna linfa ed i rami ed il tronco isteriliti potranno riavere vita solo dall'innesto in Cristo. L'irrevocabilità della predilezione è qui e solo qui.
  1. Gli ebrei che rifiutano Cristo rifiutano la predilezione.
  2. Per tornare ad essere prediletti dovranno innestarsi nella nuova storia che inizia e si perpetua con Cristo.
  3. L'unico soggetto della predilezione è la Chiesa. Gli ebrei increduli restano fuori a causa dell'irrevocabilità per loro scelta.
L'Antica Alleanza vive, nella parte in cui doveva ancor continuare a vivere dopo la venuta di Cristo, nella Chiesa, Nuovo Israele, frutto della Nuova ed Eterna Alleanza. Vivendo solamente nell'Antica Alleanza, la fede degli ebrei non giustifica né salva, perché non è più la fede di Abramo e dei giusti che credettero nel Cristo venturo, né è quella di coloro che hanno accolto Gesù.
_____________________
Vedi anche:
:: Mons. Brunero Gherardini - "Sugli ebrei, così serenamente"
:: G. Copertino - "Tra noi e loro la pietra angolare non il negazionismo"
:: F. Colafemmina - "Archivi e ipocrisie. L'antidefamation League e Pio XII"
:: Maria Guarini, Se non si esce dal sepolcro. Il Papa allo Yad Vashem
:: La preghiera per gli ebrei nella liturgia del Venerdì Santo
:: Maria Guarini, Modifica della “Dottrina della sostituzione” della Sinagoga con la Chiesa in
   “dottrina delle due salvezze parallele”

Ancora la pace nello "spirito di Assisi".

Il 10 novembre, nella Sala dei Papi del Palazzo Apostolico, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza una Delegazione dell"Israeli Religious Council", il Consiglio dei Capi religiosi di Israele, nel corso della quale ha rinnovato l’invocazione al Signore affinché «ascolti la preghiera di tutti gli uomini e di tutte le donne che gli chiedono la pace di Gerusalemme».

Dopo aver richiamato l’incontro dei capi religiosi svoltosi ad Assisi lo scorso 27 ottobre, il Pontefice ha ribadito che «la relazione dell’uomo con Dio vissuta rettamente è una forza di pace». Si tratta — ha aggiunto — di «una verità che deve divenire sempre più visibile nel modo in cui viviamo insieme ogni giorno». Da qui l’invito a «promuovere un clima di fiducia e di dialogo fra i leader e i membri di tutte le tradizioni religiose presenti in Terra Santa», ai quali spetta «la grave responsabilità» di educare i membri delle rispettive comunità a «una comprensione reciproca più profonda» e «di sviluppare un’apertura verso la cooperazione con persone di tradizioni religiose diverse dalla nostra».

Ancora una volta è stato fatto riferimento ad un "pace" genericamente scaturente dalle buone volontà umane e non a quella accolta vissuta e diffusa dalla Persona dell'Unico Principe della Pace, nostro Signore Gesù Cristo. Discorsi generici come questo non servono a nessuno e, alla fine, traggono in inganno perché arrivano ad accogliere anche illusorie e aleatorie ed anche ambigue speranze di pace, che senza il Signore nessuno è in grado di raggiungere.

Non possiamo continuare a confondere con la nostra Fede che è in una Persona, il Signore Gesù, l'umanesimo ateo, o quello diversamente credente. Esso, pur se pieno di buone intenzioni, resta ancorato nell'orizzonte materiale, a differenza di quello cristiano, Teandrico, che porta in sé la Vita del Redentore!

E che questo il Papa non lo proclami anche AD EXTRA opportune et importune ci sconcerta e ci fa male non poco!

Se è comprensibile il richiamo alla responsabilità per il bene comune nell'ambito delle prassi, purtroppo la storia millenaria ci insegna come ogni prassi, senza Redenzione, sia destinata a degenerare...

venerdì 11 novembre 2011

Un piccolo angolo di Inghilterra che entra nella "Riforma della Riforma"

Ogni tanto una spigolatura anche da blog esteri: ritengo importante che si favorisca la circolarità di comunicazione anche nell'ottica di universalità che è una delle prerogative della nostra Chiesa appunto cattolica.


Il blog « A Reluctant Sinner », ripreso da Riposte Catholique, alla fine di ottobre pubblica una foto presa in una parrocchia di Gran Bretagna. Il blogger prudentemente non indica il nome della parrocchia e ha cancellato la firma del sacerdote sulla fotografia riprodotta. Sono precauzioni che dimostrano come in certe parti della Chiesa regni un certo terrorismo morale (e non unicamente in Francia e in Italia, evidentemente...) !

Si potrebbe dire: perché tante precauzioni? Molto semplicemente perché il tabellone di questa parrocchia inglese indica che in quel luogo non è possibile ricevere la comunione sulla mano. Un avviso conforme alla dottrina cattolica sulla ricezione della santa comunione.

E pensare che non mancano sacerdoti formati dal liberale "spirito del Vaticano II" i quali ormai accettano il fatto che è necessario prendere serie misure per rendere debita riverenza a Nostro Signore nella Santa Comunione. Sappiamo bene come il Santo Padre mostri e, quindi, inviti, a ricevere la comunione in ginocchio e sulla lingua.

Fin dall'epoca dei Padri della Chiesa, è nata e si è consolidata la tendenza di distribuire la Santa Comunione sulla lingua. La motivazione di questa pratica è duplice (vedere ulteriori indicazioni che seguono, tratte dalla Memoriale Domini, Istruzione della Congregazione del Culto Divino 1969):
  1. in primo luogo, al fine di evitare, per quanto possibile, la dispersione di frammenti eucaristici;
  2. in secondo luogo, per aumentare la devozione tra i fedeli alla presenza reale del Signore nel Sacramento dell'Eucaristia.
Anche San Tommaso d'Aquino si riferisce alla pratica di ricevere la Santa Comunione solo sulla lingua. Egli afferma che toccare il corpo del Signore è prerogativa solo del sacerdote ministeriale. A questo proposito l'allora cardinale Ratzinger affermava che: " La comunione raggiunge la sua vera profondità quando è sostenuta e circondata da adorazione" [Lo Spirito della liturgia]. Per questo motivo, egli sosteneva che "la pratica di inginocchiarsi per la Santa Comunione ha in suo favore una secolare tradizione, ed è un segno particolarmente espressivo di adorazione, del tutto appropriato alla luce della presenza vera, reale e sostanziale di Nostro Signore Gesù Cristo sotto le specie consacrate"... Per questo, a partire dalla solennità del Corpus Domini nel 2008, Benedetto XVI ha cominciato a distribuire il Corpo del Signore ponendolo direttamente sulla lingua dei fedeli inginocchiati.

Integro, dal “Memoriale Domini” (29 maggio 1969) dei tempi di Paolo VI, il quale si dichiarò contrario a concedere la comunione sulle mani, perché era una prassi “praticamente pericolosa e discutibile”. Il documento, una Istruzione diramata dalla Congregazione del Culto Divino, risulta stranamente introvabile soprattutto sul sito della Santa Sede. Ecco i motivi che esso riporta come controindicazioni:
  1. facilita la caduta e la dispersione dei frammenti; espone il Santissimo a furti sacrileghi e profanazioni orrende: “…ut Sacra Communio qua par est reverentia decore atque dignitate distribuentur ut quodvis periculum arceatur species eucharisticas profanandi…” (cfr Memoriale Domini, 29.5.1969, in “Acta Apostolicae Sedis”, 61, 1969, pag. 541-545): “…ut denique diligenter cura servetur, quam de ipsis panis consecratis fragmentis Ecclesias semper commendavit…” (ivi);
  2. perché favorisce la diffusione di gravi errori contro il dogma eucaristico: “…ne scilicet perveniatur (...) ad rectae doctrinae adulterationem…” (ivi). “C’è pericolo – avvertì infatti il “Concilium” con Lettera del 30.7.1968 – che l’audacia degli innovatori troppo spinti si diriga su altri settori che recherebbero danno irreparabile alla Fede e al culto dell’Eucaristia” (cfr A. Bugnini, La riforma Liturgica 1948-1975. Ed. Liturgiche, Roma 1983, p. 628);
  3. perché l’antica consuetudine assicurava assai più efficacemente la devozione e il fervore dei fedeli, una consuetudine che fu il termine di un processo evolutivo delle fede nella Chiesa, nel più vitale dei suoi dogmi. “In sequenti tempore, postquam mysterii veritas, eius virtus ac praesentia Christi in eo altius explorata sunt, urgente, sensu sive reverentiae oportet, consuetudo inducta est ut per se minister panis consecrati particulam in lingua Communionem suscipientium deponeret” (ivi);
  4. perché la prassi precedente era già stata collaudata da una tradizione bimillenaria, in base alla quale se ne sperimentarono i benefici: “…mutatio enim in re tanti momenti (…) antiquissima et veneranda traditione innititur…” (ivi) Mentre ora – come osservava lo stesso Paolo VI – tale “Cambiamento importante di disciplina…rischia di disorientare i fedeli, che non ne sentono la necessità e che mai si son posti questo problema…” (cfr A. Bugnini, op. cit., pag. 627);
  5. perché la proposta del “nuovo rito” era stata respinta dalla maggioranza dell’Episcopato mondiale: “…Episcopos longe plurimos consere hodiernam disciplinam haudquaquam esse immutandam; quae immo, si immutetur, id tum sensui tum spirituali cultui eorundem Episcoporum plurimorumque fidelium offensione fore…” (ivi).
Redemptionis Sacramentum (25 marzo 2004)
[92.] Benché ogni fedele abbia sempre il diritto di ricevere, a sua scelta, la santa Comunione in bocca, [Cf. Missale Romanum, Institutio Generalis, n. 161.] se un comunicando, nelle regioni in cui la Conferenza dei Vescovi, con la conferma da parte della Sede Apostolica, lo abbia permesso, vuole ricevere il Sacramento sulla mano, gli sia distribuita la sacra ostia. Si badi, tuttavia, con particolare attenzione che il comunicando assuma subito l’ostia davanti al ministro, di modo che nessuno si allontani portando in mano le specie eucaristiche. Se c’è pericolo di profanazione, non sia distribuita la santa Comunione sulla mano dei fedeli. [Congr. per il Culto Div. e la Disc. dei Sacram., Dubium: Notitiae 35 (1999) pp. 160-161.]

Nonostante tutto ciò, mi scrive un lettore: "mi ritrovo alla S. Messa mattutina alla Scala Santa (Roma, retta dai Passionisti, ndR), mi inginocchio per ricevere la comunione sulla lingua che il sacerdote mi dà dopo una evidente esitazione. Alla fine della celebrazione, egli tuona dall'altare: "la comunione si riceve in piedi e sulla mano!". Che dire, dunque? Nella Chiesa, oggi è possibile tutto e il contrario di tutto. Vengono date direttive, che subito dopo presentano l'eccezione la quale diventa a sua volta regola... Il prevalere delle tendenze è di conio decisamente modernista o neo-protestante, quando -in alcuni casi noti- non siamo costretti a dire addirittura eretico. Meminisse horret!...

Spigolando: da Letturine

Il discorso del Papa ad Assisi: meno di così non si poteva dire, più di così era proibito dire. Un discorso "politico", insomma; non è stato il pasticciaccio brutto che temeva il don Floriano (sì, don Floriano, quello che ha dato alle fiamme i testi del Vaticano II guadagnando in tal modo la benedizione di un vescovo che tuttora vuole rimanere anonimo e che invece io vorrei di tutto cuore intervistare!). Sì, sarebbe stato divertente vedere il Papa maledire gli idolatri che perseguitano i cattolici, ma così avrebbe involontariamente maledetto anche gran parte della gerarchia.

lunedì 7 novembre 2011

Spettacolo blasfemo: i vescovi francesi optano per il politically correct

Condivido con voi questa notizia appena letta e tradotta da Le Forum Catholique. Mi meraviglio che qui in Italia la notizia non abbia fatto scalpore e nessuno ne abbia parlato, almeno così mi pare, se non TM News nell'agenzia di cui al link. Ho appena trovato da Google anche questa informazione: lo spettacolo sarà a Milano dal 24 al 28 gennaio 2012.... Siamo ancora in tempo per fare qualcosa o daranno degli integralisti anche a noi?
Potete vedere la scena incriminata.


"Le scene incriminate sono soprattutto quelle in cui alcuni ragazzi lanciano pietre e oggetti (che con grande probabilità rappresentano escrementi) sulla gigantografia del volto di Cristo, il Salvator Mundi di Antonello da Messina. L’opera teatrale mette in scena la storia di un figlio che si occupa di assistere pazientemente il padre incontinente, sotto lo sguardo del volto del Cristo. Castellucci s’interroga fin dove può andare l’amore e l’impegno di un uomo nei confronti di una persona cara che non controlla più il suo corpo e la cui umanità appare sfigurata."

Il dramma dell'uomo sfigurato dal dolore è innegabile, ma le domande ineludibili e le risposte che chi non ha fede tenta di darsi non giustificano l'oltraggio al volto di Cristo, che riguarda la sua Persona e non la sua 'figura' come improvvidamente detto da quei vescovi... I vescovi parlano di cristiani che si sentono 'denigrati'; ma il denigrato, anzi l'oltraggiato non è nostro Signore? Lascio le osservazioni alla discussione e vi invito a leggere con attenzione il resoconto e le osservazioni del Forumista francese.


"La Croix" sembra fare un resoconto abbastanza imparziale sui pareri diversi che manifestano i vescovi francesi riuniti a Lourdes - a proposito dello spettacolo di Castellucci - citando sullo stesso piano coloro, tra essi, che hanno una posizione cerchiobottista... e coloro che si espongono apertamente in prima persona. Il vero consenso al riguardo risiede nel fatto che - cito - "tutti i vescovi fanno la stessa constatazione: il cerchio dei cattolici esasperati oltrepassa quello dei gruppuscoli integristi ed attivisti". Eccone gli estratti principali:

"Riuniti a Lourdes per l'Assemblea plenaria d'autunno, i vescovi francesi in margine ai loro lavori hanno richiamato l'attualità. Essi prendono sul serio le manifestazioni di gruppi di giovani contro una rappresentazione teatrale data a Parigi. Mettono in guardia contro la « riposta aggressiva » utilizzata da certi cristiani quando si sentono denigrati. Senza pertanto accettare la banalizzazione degli attacchi contro la figura del Cristo.

A Lourdes, le manifestazioni di giovani a Parigi contro lo spettacolo Sul concetto del volto del figlio di Dio". i rischi di sconfinamento e di confusione nell'opinione pubblica con altre risposte violente in nome della religione, come l'attentato copntro i locali del settimanale satirico Charlie Hebdo , sono presi sul serio dai vescovi.

Il cardinal André Vingt-Trois, presidente della Conferenza, riconosce e si rammarica dei comportamenti eccessivi dei gruppi fanatici « siano essi musulmani, ebrei, cristiani»

« Gesù non ha sfoderato la spada », così ricorda Mons. Laurent Ulrich, arcivescovo di Lille .

Con l'imminente rappresentazione della pièce Golgota picnic e la ripresa del Vicario di Rolf Hochhuth (sul comportamento di Pio XII durante la Seconda Guerra mondiale), essi sanno che nelle prossime settimane il problema si porrà di nuovo. « Il rischio, è quello di farsi intrappolare in una risposta aggressiva », così s'nquieta Mons. Benoît Rivière, vescovo d’Autun.

« E' vero che talvolta siamo sommersi di attacchi », rincara la dose Mons. François Garnier, arcivescovo di Cambrai, che giudica la situazione paradossale : « Da un lato delle autorità favorevoli e disposte a collaborare con noi. Dall'altro, rigurgiti di anticlericalismo militante, ed un comportamento nei confronti della religione cattolica niente affatto normale. » E l'arcivescovo fa l'esempio di una cappella ospedaliera trasformata in luogo di culto interreligioso, nella quale i cattolici non hanno potuto mettere una croce, ma sui muri della quale è tracciata la direzione de La Mecca.

"La Croix" rimarca la collera dell'arcivescovo di Dijon, Mons. Roland Minnerath, il quale ritiene che è responsabilità del vescovo, come pastore, di tener conto dello smarrimento del popolo cattolico, « scioccato dalla violenza di alcune aggressioni contro i simboli del cristianesimo ».

Ma tutti i vescovi fanno la stessa constatazione : la cerchia di cattolici esasperati oltrepassa quella dei gruppuscoli estremisti ed attivisti. Per Mons. Éric de Moulins de Beaufort, si tratta spesso di «cattolici molto semplici, smarriti, perché ci si prende gioco di ciò a cui esso credono fermamente. ». Una novità che inquieta l'arcivescovo di Bordeaux, il cardinal Jean-Pierre Ricard : « E' sempre esistita una corrente di estrema destra cattolica e politica, dall'azione violenta. Ma oggi, le loro azioni sono legittimate e giustificate da cattolici disarcionati dalla secolarizzazione, e che hanno la percezione di essere disprezzati. »

Alcune osservazioni :
  1. Se, come ricorda Mr Ulrich, Gesù non ha sfoderato la spada... si può anche ricordare che Gesù Cristo ha saputo tirar fuori la frusta, cosa che non ha dovuto fare molto bene... Ciò detto, finora, mi pare che le manifestazioni consistano in messe di riparazione ed in gruppi di preghiera che recitano il rosario... Quanto a violenze, c'è di meglio! Dunque io non vedo ciò a cui si allude...
  2. Ignoravo totalmente che sta per esser replicato "il Vicario" che è un cumulo di menzogne sul Santo Padre Pio XII. Sono davvero scandalizzato e disgustato da questa gentaglia marxista... Ecco il mio sincero parere. Non mi auguro che una cosa: che sia un'associazione ebraica ad impegnarsi per farla vietare... E' proibito sognare?
  3. Mons. Vingt-Trois ed altri vedono l'estrema destra e attivisti integralisti dovunque. Ne hanno ancora paura ?.. Bene. Ma che aspettano loro, allora, per "darsi una mossa"? Che meditino su questa frase di Benedetto XVI:

    «Il rinnovamento della Chiesa passa anche attraverso la testimonianza offerta dalla vita dei credenti... Desideriamo che questo Anno susciti in ogni credente l’aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza... la fede implica una testimonianza ed un impegno pubblici. Il cristiano non può mai pensare che credere sia un fatto privato.[dal Motu proprio Porta Fidei, per l'indizione dell'Anno della Fede]

Maria Guarini