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Dove sta andando la Chiesa cattolica? La Chiesa Una Santa è viva e immacolata nel Suo Sposo; ma una parte di quella visibile rischia di subire una 'mutazione genetica' o questa è già avvenuta nostro malgrado e ne stiamo vedendo gli effetti? Ci confrontiamo per "resistere", nella fedeltà.
Peregrinatio Summorum Pontificum 2022
sabato 3 novembre 2012
2° Pellegrinaggio della Tradizione al Santuario di Oropa
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SIRIA - Ucciso l’ultimo cristiano rimasto nel centro di Homs; colpito il convento dei Gesuiti
Homs (Agenzia Fides) – È stato ucciso l’ultimo cristiano che era rimasto nel centro di Homs, dopo l’evacuazione della popolazione civile. Elias Mansour, 84 anni, cristiano greco-ortodosso, non aveva voluto lasciare la sua casa, nella strada di Wadi Sayeh, perché doveva prendersi cura di suo figlio Adnane, handicappato, anche se sapeva che la sua vita era in pericolo. L’area di Wadi Sayeh – abitata da cristiani e musulmani sunniti – è tuttora al centro di combattimenti fra esercito regolare e ribelli. I ribelli sono asserragliati nei quartieri di Khalidiyeh, Bab houd, Bustan diwan, Hamidiyeh, fino alle strade di Wadi Sayeh e Ouret al shayyah. Le forze dell’esercito regolare li circondano. Come riferisce a Fides un sacerdote greco ortodosso, Elias Mansour è stato ucciso ieri. Nei giorni precedenti aveva detto che non avrebbe lasciato la sua casa per nessun motivo e che, se avesse incontro i ribelli, “avrebbe ricordato loro i dieci Comandamenti e le Sacre Scritture”. Il funerale si celebra oggi in una chiesa ortodossa. Un sacerdote ortodosso sta cercando di rintracciare suo figlio, che è disabile, di cui non si conosce la sorte.
Intanto, come informano fonti di Fides, questa mattina il convento dei gesuiti nel quartiere di Hamidiyeh è stato colpito nel corso dei combattimenti che si susseguono quotidianamente. La struttura ha subito lievi danni ma non ci sono vittime. I gesuiti e gli sfollati che vi si trovano hanno vissuto momenti di paura, ma stanno bene. (PA) (Agenzia Fides 31/10/2012)
venerdì 2 novembre 2012
Halloween? No grazie! Preferisco la festa dei Santi del Cielo.
Riprendo da MI-CHA-EL, condividendo.
La cultura anticristiana da tempo ha partorito una orrida festa consumistica, ripescata da antiche usanze celtiche: quella di Halloween, la celebrazione delle zucche (vuote), dei fantasmi, delle streghe e dei morti ‘viventi’.
Nella cristianesimo la ‘festa di Tutti i Santi’ e quella ‘dei defunti’ sono praticamente attaccate. Il 1° novembre l’una e il 2 novembre l’altra. E questo per sottolineare un legame tra la situazione purgante delle anime del Purgatorio e quella gloriosa dei Santi del Paradiso.
Perciò nel cristianesimo i defunti non vengono visti come spettri che incutono terrore, ma come possibili anime sante, attuali o future.
In Sicilia, la mia terra, proprio per sottolineare l’incapacità delle anime defunte di fare del male, almeno di quelle non appartenenti all’inferno, si dice che nella notte tra il 1° e il 2 novembre esse portano ai bambini dolci e giocattoli.
Mi ricordo con quanto desiderio aspettavo nella mia infanzia 'la festa dei morti' per avere dei regali che mia mamma si premurava di farmi trovare al risveglio la mattina, dicendomi che erano stati i cari defunti a portarli! Per questo non avevo certo paura di loro, anzi volentieri mi recavo al cimitero per portare loro dei fiori e così salutarli e ringraziarli!
Tutto ciò significava anche che non c'era un vero distacco tra noi viventi e quelli che ci avevano preceduto.
Nella tradizione cristiana i defunti non vengono considerati come esseri orridi che cercano di fare del male ai vivi, ma come spiriti buoni, che danno e cercano aiuto con lo sguardo rivolto verso Dio, a cui anelano con tutto il loro essere.
Intendiamoci però, per il cristianesimo non tutti i defunti sono in Purgatorio, ce ne sono anche all’Inferno. E quando da lì arrivano nel mondo dei vivi, perché evocati, la loro presenza si nota con le possessioni diaboliche, i malefici, le infestazioni: e questo lo affermano gli esorcisti.
Nella cultura anticristiana i defunti vengono invece visti in maniera repellente e come intenzionati a fare del male ai vivi. Ma i defunti tipo morti viventi, a cui fanno riferimento i film dell’orrore e nello specifico la festa di Halloween, probabilmente non sono altro perciò che quelli di demoni o anime dannate.
Il Cristianesimo festeggia quindi le anime dei defunti buoni, del Purgatorio o del Paradiso, la festa di Halloween esalta le anime dei malvagi, cioè quelle degli spiriti dell'Inferno.
Che volete, ognuno ha i suoi gusti!
Ma che piacere ci sia nel celebrare il male proprio non lo capisco. Almeno che esso non sia un modo per esorcizzare la morte, di cui quelli che non credono in Dio hanno grande timore, anzi un vero terrore..
NON PREDICANO I NOVISSIMI, NON ASCOLTATELI!
Editoriale di "Radicati nella fede" di Novembre
Per la salvezza eterna dell'uomo, di ogni uomo, e non per renderlo cosciente di una salvezza già avvenuta: per questo c'è la Chiesa.
La differenza sta tutta qui. Ormai il Cattolicesimo in mezzo a noi ha preso un'altra forma, questo fatto è sotto gli occhi di tutti. La preoccupazione non è più la salvezza delle anime. Chi frequenta ancora le chiese, difficilmente sentirà predicare questo che è il cuore del cristianesimo: Nostro Signore Gesù Cristo è l'unico Redentore, occorre pentirsi e cambiare vita, essere battezzati e accostarsi ai sacramenti, occorre vivere in grazia di Dio per la salvezza dell'anima nostra. No, di tutto questo non si parla più. E lo vedremo in questo “Anno della fede”, nel quale, ahimè, si sarà preoccupati di celebrare le date della Chiesa, ma non si affermerà la preoccupazione della salvezza delle anime.
Perché tutto questo? Semplicemente perché dopo il Concilio si è di fatto prodotta una mutazione della fede cattolica, i cui tragici frutti cogliamo pienamente in questi tempi.
Hanno in testa molti, troppi, quasi tutti, che la salvezza delle anime è già avvenuta, e che ora bisogna solo rendere coscienti gli uomini di questo dono dall'alto. È una Chiesa, questa, che ha spostato tutto sull'umano, sull'antropologia, sul benessere della persona, sulla ricerca della felicità.
Ma questo è ancora Cristianesimo? Gesù non è venuto perché senza di Lui non possiamo salvarci? Non è morto in Croce per liberarci dal potere del Demonio e per riaprirci il Paradiso? Non ha comandato ai suoi discepoli di predicare il Vangelo sino agli estremi confini della terra e di battezzare?: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà sarà condannato” ...non è scritto così?
Invano attenderete, nei dibattiti televisivi sul Concilio, che l'ecclesiastico di turno vi parli della questione della salvezza eterna. Ma se non è in gioco questo, che ci sta a fare l'ecclesiastico di turno e la Chiesa stessa? Capita di vedere un Cardinale, quello di Milano, su “LA7”, sfoderare un irenismo ridicolo e cieco sulla situazione della Chiesa (“Quando visito le chiese, sono sempre piene”... “Non è vero che c'è crisi”), sentirlo parlare di un fumoso cristianesimo in un discorso che assomiglia più ad una lezione di antropologia, reagire infastidito alle chiare affermazioni del Prof. De Mattei sulla spaventosa crisi seguita al Vaticano II, mentre il laico di turno, nel caso Giuliano Ferrara, ricorda che occorre parlare anche dell'Inferno, oltre che della “pienezza umana” portata da Cristo. Siamo a questo punto: quelli fuori della Chiesa ricordano alla Chiesa l'essenziale, che essa non predica più.
Ma attenti tutto questo è più che drammatico, perché cambiare la prospettiva vuol dire cambiare tutto.
Se lo scopo è rendere migliore, più cosciente la vita di quaggiù, e non la salvezza eterna, siamo di fronte ad una modificazione profonda del Cristianesimo, siamo di fronte ad una nuova religione, che non è più quella di Nostro Signore Gesù Cristo. Siamo di fronte alla religione dell'uomo, e non alla religione di Dio.
Un grande sacerdote santo, il Père Emmanuel Andrè, chiamava tutto questo “Naturalismo”: tutto è ridotto alla natura, all'uomo. È il più grande e devastante cancro del Cattolicesimo. E lo stesso Pére Emmanuel diceva che occorre, di fronte a questo male, essere “uomini di Dio, uomini di reazione”: entrambe le cose... di Dio e di reazione. Sì: occorre PREGARE E REAGIRE, dire basta!, non avere più a che fare con coloro che stanno affossando la Chiesa e la fede Cattolica.
Sono nostri pastori coloro che custodiscono il cattolicesimo, non coloro che lo svendono trasformandolo in antropologia religiosa per entrare nei salotti culturali di questa stanca società occidentale. Come fare per sapere se i pastori sono degni di essere ascoltati e seguiti? È semplice: se parlano ancora della salvezza eterna, se parlano dei Novissimi: Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso. Se nel loro parlare tutto questo non compare mai, diffidate, hanno già cambiato la fede.
giovedì 1 novembre 2012
Il Vaticano II e la “menzogna” del Giudeo-Cristianesimo
Riprendo dal sito di Don Curzio Nitoglia:
Prologo
È uscito recentemente in italiano un interessante libro del rabbino Jacob Neusner[1] (del quale già ci occupammo in sì sì no no, *), risalente in lingua inglese al 1991 (Jews and Cristians. The Myth of a Commun Tradition), sui rapporti tra giudaismo e cristianesimo. È decisamente un libro controcorrente, poiché sostiene e prova che «tra ebraismo e cristianesimo […] non esiste ora né è mai esistito un dialogo. Il concetto di una tradizione ebraico-cristiana […] è solo un mito nel senso peggiore: una menzogna»[2].
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Conclusione
NOTE:
[5] Ibidem, p. 9.
[6] Ivi.
[7] Ibidem, p. 17.
[8] Ibidem, p. 31.
[9] Ibidem, p. 32.
[10] Ibidem, p. 33.
[11] Ibidem, p. 34.
[12] Ivi.
[13] Ivi.
[16] Ibidem, p. 160.
[17] Ibidem, pp. 162-163.
[18] Ibidem, p. 176.
[19] Ibidem, p. 197.
[20] Ibidem, pp. 43-44.
[21] Ibidem, p. 72.
[22] Ibidem, p. 74.
[23] Ivi.
[24] J. Neusner, cit., p. 110.
[25] J. Neusner, cit., p. 102.
[31] Id., cit.,p. 60.
[32] Id., cit., pp. 60-61.
[36] Ivi.
[37] Ivi.
[38] Ibidem, p. 32.
[39] Ivi.
È uscito recentemente in italiano un interessante libro del rabbino Jacob Neusner[1] (del quale già ci occupammo in sì sì no no, *), risalente in lingua inglese al 1991 (Jews and Cristians. The Myth of a Commun Tradition), sui rapporti tra giudaismo e cristianesimo. È decisamente un libro controcorrente, poiché sostiene e prova che «tra ebraismo e cristianesimo […] non esiste ora né è mai esistito un dialogo. Il concetto di una tradizione ebraico-cristiana […] è solo un mito nel senso peggiore: una menzogna»[2].***
●Secondo l’Autore, le due religioni «non condividono temi comuni» e «se la Scrittura può fornire una base comune, ha condotto soltanto alla divisione, poiché l’Antico Testamento serve al cristianesimo solo in quanto prefigurazione del Nuovo, e la Torah scritta per l’ebraismo può e deve essere letta solo nell’ottica di adempimento e completamento compiuti dalla Torah orale [Cabala e Talmud messi solo in un secondo tempo per iscritto, ndr]»[3]. Infatti, «i cristiani comunemente suppongono che l’ebraismo sia la religione dell’Antico Testamento, ma ciò è vero solo in parte, perciò completamente falso. […] Il cristianesimo fa appello all’Antico Testamento, in dialettica col Nuovo, come parte della Bibbia; l’ebraismo si richiama alla Torah scritta in dialettica con quella orale [Cabala e Talmud]»[4].
●Egli definisce il rapporto tra le due religioni come «gente diversa [rabbini e vescovi], che parla di cose diverse [Israele e Cristo] a gente diversa [ebrei e cristiani]»[5]. Anzi conclude: «non esiste ora, né mai è esistita, una tradizione ebraico-cristiana»[6]. Infatti il cristianesimo si occupa della salvezza, che riguarda l’intera umanità, mentre il giudaismo della santificazione della Nazione di Israele[7]. Il Neusner, con molta onestà intellettuale e chiarezza, parla di «autonomia del cristianesimo e della sua unicità e assolutezza»[8]. Sfata la teoria secondo cui il cristianesimo sarebbe un giudaismo riformato, analogamente al rapporto che intercorre tra protestantesimo e cattolicesimo: «Il nostro secolo è stato testimone di un errore teologico fondamentale […]. Parlando apertamente, si tratta, per di più, di un errore protestante. L’errore teologico fu quello di presentare il cristianesimo come una riforma storica, una continuazione dell’ebraismo»[9]. Tale errore è ascrivibile oltre che al protestantesimo, anche all’esegesi modernizzante e modernistica del XX secolo e la sua conseguenza è stata deleteria per la dottrina cattolica. Infatti, stando così le cose, «i cristiani […], si trovarono in una posizione subordinata […], diventando non il vero Israele […], ma semplicemente un Israele per difetto, cioè, per difetto del vecchio Israele»[10]. In breve, una sorta di fratello minore e minorato. La teologia cristiana giudaizzante, di origine luterana, presentava il nuovo protestantesimo come un vecchio cattolicesimo riformato e il vero cristianesimo delle origini come un vecchio giudaismo riformato. Per cui la nuova teologia modernista e neo-modernista, canonizzata da Nostra aetate, riprendendo l’errore esegetico-teologico luterano, presenta «la vita di Gesù in linea con l’ebraismo del suo tempo e la salvezza di Cristo come un evento interno all’ebraismo del I secolo»[11]. Onde, per capire Gesù e il Vangelo, ci si è messi ad interrogare il Talmud e i rabbi[12]; mentre la dottrina tradizionale dei Padri ecclesiastici e del Magistero costante della Chiesa, insegnava che “nell’Antico Testamento è già nascosto il Nuovo e nel Nuovo Testamento appare chiaro il significato dell’Antico” (S. Agostino, Quaest., in Hept., II, 73).
●L’Autore, spiega, che l’ambiente cattolico fu contaminato da tale tendenza dopo la tragedia della seconda guerra mondiale e una certa valutazione data del nazionalsocialismo, per cui si insisteva «sull’eredità ebraica della Chiesa e del cristianesimo […], tenendo conto della tragedia del cristianesimo nella civilizzazione dell’Europa cristiana, pervertita dal nazismo. […] Tutti erano animati da buone intenzioni […]. Ma il risultato è una lettura non cristiana del Nuovo Testamento»[13]. Onde, in altra sede, occorrerà approfondire il problema del condizionamento psicologico subìto dall’ambiente cattolico dopo la seconda grande guerra e specialmente dopo la shoah, che ha portato a leggere il Nuovo testamento in maniera non cristiana, ma giudaizzante[14]. Infatti, se si astrae da queste premesse storico-teologiche, non si riesce a capire ciò che è avvenuto durante il Vaticano II e il post-concilio. Il fatto, et contra factum non valet argumentum, è che la lettura o l’ermeneutica modernizzante, come quella luterana, del Nuovo Testamento “non è cristiana”. In quanto «fa appello alle fonti ebraiche, […] tale ermeneutica deriva dalla teologia di un cristianesimo come continuazione e puro miglioramento dell’ebraismo»[15]. Invece il Cristianesimo è qualcosa di unico, assoluto, autonomo e non è per nulla una riforma dell’ebraismo.
●L’Autore rigetta totalmente la dottrina secondo cui «Gesù era ebreo e dunque, per capire il cristianesimo, i cristiani debbono venire a patti con l’ebraismo»[16]. Il vero cristianesimo è quello che «può cogliere se stesso come lo coglievano i Padri della Chiesa, come nuovo e non contingente, […] non come subordinato all’ebraismo. […] Ebraismo e cristianesimo sono religioni del tutto differenti e con poco in comune»[17]. Per il cristianesimo Dio è uno nella natura, ma Trino nelle Persone e Gesù è Dio incarnatosi nel seno della SS. Vergine Maria; mentre il giudaismo non ha accettato tale Vangelo o Buona Novella apportata da Cristo e dai suoi Apostoli e continua a negare SS. Trinità e divinità di Cristo, fondandosi sulla santità di Israele come famiglia carnale discendente geneticamente da Abramo. Il Neusner conviene che se il cristianesimo è un unico anche l’ebraismo si ritiene tale, onde conclude sull’inutilità del dialogo tra due religioni diametralmente opposte, anche se fondate – in parte – su una base semi-comune: l’Antico Testamento, che, però, è letto dal giudaismo alla luce del Talmud, ritenuto più importante della Torah[18], mentre dal cristianesimo è studiato alla luce del Nuovo Testamento. Per cui «non possiamo riferirci alla Bibbia quando parliamo di ebraismo»[19]. Addirittura il rabbino americano non nasconde che «il cristianesimo non è tale perché ha migliorato l’ebraismo […]. Ma perché costituisce un sistema religioso autonomo, assoluto, unico. […], ebraismo e cristianesimo sono due religioni del tutto diverse»[20]. Viva la faccia della sincerità e abbasso la menzogna dell’ecumenismo giudaico-cristiano, che è la “quadratura del cerchio” o la “coincidentia oppositorum” fatta “Congregazione permanente”.
●Il problema centrale, secondo il Neusner, non è quello delle “radici comuni”, che poi sfaterà e ne parleremo oltre, ma quello della divinità di Gesù Cristo. Infatti, si chiede onestamente il rabbino, «Gesù è il Cristo? Se è così allora l’ebraismo cade. Se non è così, allora, il cristianesimo sbaglia»[21]. Egli cita Eusebio da Cesarea (tr. it., Storia ecclesiastica, Milano, Rusconi, 1979), S. Giovanni Crisostomo (tr. it., Omelie contro i giudei, Verrua Savoia, CLS, 1997), il quale ultimo parlava di “regressione cristiana al giudaismo” di quei cristiani che frequentavano ancora le sinagoghe e i culti ebraici ad Antiochia tra il 386-387, ossia di “ritorno all’infedeltà giudaico-talmudica”. La stessa accusa mossa nel IV secolo dal Crisostomo ai giudaizzanti di Antiochia la si potrebbe rivolgere oggi ai giudaizzanti del Vaticano II (Nostra aetate, 1965) e del post-concilio (Preghiera del Venerdì Santo, del Novus Ordo Missae di Paolo VI, 1970; L’Antica Alleanza mai revocata, di Giovanni Paolo II a Magonza nel 1981; gli Ebrei nostri fratelli maggiori e prediletti nella fede di Abramo, Giovanni Paolo II nel 1986; sino al Discorso alla sinagoga di Roma, di Benedetto XVI, 17 gennaio 2010). Tertium non datur: se Cristo è Dio, l’ebraismo cade; se non è Dio, abbiamo sbagliato noi cristiani per duemila anni, dovremmo riconoscerlo pubblicamente, chiedere perdono a Dio e agli uomini ed infine farci ‘proseliti della porta’ o ‘noachidi’ (v. Elia Benamozegh e Aimé Pallière, cfr. sì sì no no, * * ). Il dialogo giudaico-cristiano è inutile, dannoso, ingiurioso, falso e menzognero. Lo dice anche rabbi Jacob Neusner. Egli concorda col Crisostomo solo quanto al fatto che il giudeo-cristianesimo o il giudaizzare, per i cristiani, è un «atto di apostasia, incredulità e rifiuto di Dio [Cristo]»[22]. Il Crisostomo temeva, giustamente, che i cristiani di Antiochia si mostrassero «cedevoli riguardo all’ebraismo»[23]. La stessa apprensione, et multo magis, la dimostra il Neusner per rapporto al dialogo giudaico-cristiano, in cui la religione cristiana non si considera più per quello che è, ma per una pseudo-riforma proto-luterana del giudaismo. Alla dottrina cristiana tradizionale secondo la quale Cristo è Dio ed ha previsto nel 33 la distruzione di Gerusalemme e del suo Tempio, previsione avveratasi nel 70, l’ebraismo rispondeva nel IV secolo, per bocca dei suoi saggi o rabbini, che Roma divenuta cristiana nel IV secolo è il penultimo Impero dopo Babilonia, Media, Grecia e che sarà seguito da quello di Israele, l’ultimo e definitivo, come famiglia genetica di Abramo, che darà la morte alla Roma prima pagana e poi cristiana, essendo “il carattere di Roma precipuamente cristiano”[24]: «I saggi [o rabbini] affermano che Israele secondo la carne […] permane in uno stato incondizionato e perenne. Non si smette mai di essere figli [fisici] e figlie dei propri genitori. Così Israele secondo la carne costituisce la famiglia, nella sua forma più fisica, di Abramo, Isacco e Giacobbe […]: la totale e completa ‘geneaoligizzazione’ di Israele»[25], come si vede, è una questione genetica o di stirpe: chi parla di “razza”, stirpe, sangue e suolo è il giudaismo rabbinico, e non – come vorrebbero gli “anti-scemiti” – il cristianesimo. Per tanto si evince quanto sciocca sia l’accusa di antisemitismo mossa alla Chiesa da taluni emeriti tromboni, spinti da certuni stolidi sedicenti volponi.
●«Israele provocherà la caduta di Roma [ex pagana e poi con Costantino cristiana, 313]»[26]. Dunque, per i rabbini, Israele non è finito, ma soppianterà Roma e il cristianesimo. Secondo l’Autore, la caduta di Gerusalemme fu causata dall’arroganza dei giudei zeloti del I secolo, i quali, specialmente con Bar Kobà, rifiutarono di abbandonarsi alla provvidenza divina e vollero edificare un Regno d’Israele con le loro forze naturali e politico-militari. Tale arroganza provocò da parte divina l’abbandono di Israele nelle mani di Roma, la quale da pagana si fece poi cristiana e nel IV secolo sembrò che il cristianesimo romano avesse trionfato sul giudaismo[27]. Ma l’apocalittica ebraica[28], rinviando alla fine degli ultimi tempi la riscossa e restaurazione del regno d’Israele, ha cercato di ribaltare tale ‘teologia della storia’ cristiana. Ora, la stessa situazione si è venuta a creare con la nascita dello Stato di Israele ad opera della politica e delle armi e non del Messia ebraico e quindi, anche per i rabbini ortodossi odierni, il sionismo rappresenta una minaccia per Israele, come avvenne nel 70. Pure questo tema meriterà di essere approfondito in un prossimo articolo.
●Anche la considerazione che Neusner fa sull’islam, in tempi di arabo-fobia e di radici europee giudaico-cristiane ed anti-islamiche, sono interessanti, profonde e coraggiose. Infatti, egli scrive: «Come sappiamo che [nonostante l’apparente trionfo del cristianesimo, con gli imperatori romano-cristiani, a partire da Costantino e Teodosio] vinse l’ebraismo dei saggi [o rabbinico-talmudico]? Perché quando, a sua volta, vinse l’islam [VII-VIII secolo] il cristianesimo si ritirò dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Senza dubbio il cristianesimo resistette, ma non come la religione maggioritaria del Medio Oriente romano e del Nord Africa […]. Ma il carattere islamico del vicino e del Medio Oriente e del Nord Africa ci racconta la storia di quanto avvenne realmente: una disfatta per il cristianesimo […] La croce avrebbe regnato solo dove non si trovavano l’islam e il suo potere militare»[29]. Micahael Brenner, professore di ‘Storia e Cultura ebraica’ all’Università di Monaco in Breve storia degli ebrei, (Roma, Donzelli, 2009) scrive: «Fu il viaggio di un non-ebreo [Maometto] a dare il via alla più grande trasformazione della società ebraica dopo la distruzione del secondo Tempio. Quando Maometto nell’anno 622 si trasferì dalla Mecca a Yathrib (Medina) iniziò la marcia trionfale dell’Islàm. Tra il VII e il XIII secolo quasi il 90% degli ebrei viveva in territori islamici […]. Un tempo sparsi su diversi Stati e regni, essi si trovavano adesso uniti sotto il dominio musulmano […]. L’autorevolezza pressoché universale che […] vennero ad assumere il Talmùd e i rabbini dipese anche da quelle condizioni politiche, che resero possibile una “standardizzazione” dell’ebraismo. Alcune delle famiglie di Medina che accolsero Maometto appartenevano alle tribù ebraiche stanziate sulla penisola araba […]. Alcuni elementi della tradizione ebraica, al pari di quelle delle tradizioni [ereticali e gnosticizzanti] dei cristiani che vivevano nella regione, erano entrati a far parte della cultura dell’area. Non meraviglia quindi che Maometto […], conoscesse non solo le narrazioni bibliche, ma anche le interpretazioni ebraiche e cristiane [gnosticheggianti] della Bibbia»[30]. Brenner spiega poi il motivo della rottura tra Islàm e giudaismo e/o gnosticismo cristiano orientale così: «tuttavia [Maometto] aveva sperato che gli ebrei avrebbero accettato la sua nuova religione. Ma il rifiuto della maggior parte di loro […] portò ad un conflitto militare»[31]. I contrasti teologici tra islamismo e giudaismo furono meno forti di quelli tra cristianesimo ortodosso ed ebraismo «il Corano non aveva soppiantato il Vecchio Testamento [il Vangelo sì], i musulmani non si consideravano i “nuovi” ebrei [o il “verus Israel”] ed era assente [nell’islamismo] la cruciale accusa di ‘deicidio’ […]. Non stupisce che molti ebrei salutarono come liberatori i conquistatori musulmani dei territori dell’impero romano, già cristiani»[32]. In breve, mentre tra cristianesimo e giudaismo vi è un conflitto teologico radicale, non così tra quest’ultimo e l’islamismo, tale conflitto fu un frutto dell’orgoglio arabo di Maometto, ferito dal rifiuto degli ebrei della sua dottrina molto simile alla loro, ma principalmente anche se non esclusivamente, per gli Arabi. Inoltre nel mondo musulmano «non esistevano istituzioni analoghe alle corporazioni cristiane che escludevano gli ebrei […], la situazione di “stranieri” tipica per gli ebrei nel medioevo non esisteva nel mondo islamico»[33]. Perciò l’attuale “conflitto di civiltà”, voluto dagli Usa e da Israele è uno scontro con il ‘mondo arabo’, in quanto non ancora liberalizzato e illuminato dalla modernità occidentale, e per nulla un distanziarsi dall’islamismo, che in sé è visto con simpatia, in quanto argine al cristianesimo tradizionale e non giudaizzante (v. sì sì no no, * *).
***
Conclusione
Tale lettura dovrebbe ridarci, in tempi per noi così tristi, l’orgoglio di essere totalmente e integralmente cristiani o cattolico-romani. Le radici ebraico-cristiano/romane sono una menzogna. Si può, invece, parlare di radici comuni ebraico-calviniste o Usa/israeliane (v. sì sì no no, * *). Il giudaismo è completato dal Talmud, il cristianesimo romano dal Nuovo Testamento, così come lo leggono i Padri della Chiesa e lo ha sistematizzato la Scolastica. L’ebraismo non è la Bibbia, ma il Talmudismo rabbinico. Attualmente, con il Vaticano II assistiamo ad un tentativo di protestantizzazione della Chiesa, che con la “Collegialità” ha fatto proprio l’odio luterano per il primato del Papa, con la “Libertà religiosa” l’odio contro l’unica vera religione fondata da Dio Figlio e con l’“Ecumenismo” l’odio per l’intolleranza dottrinale della Chiesa romana ed infine con la pseudo-“Riforma liturgica”, fatta assieme ai calvinisti, ha prodotto un rito oggettivamente[34] ibrido o un incrocio bastardo (il Novus Ordo Missae di Paolo VI) tra due riti essenzialmente diversi, quello protestantico e cattolico. Tale protestantizzazione è il fine prossimo; quello remoto è la giudaizzazione. Infatti, l’ermeneutica luterana porta ad una lettura a-cristiana e filo-giudaizzante della Torà. Perciò lungi dal cedere al dialogo, in posizione di inferiorità o “minoranza-minorata” verso i “fratelli maggiori”, dobbiamo rivendicare il valore assoluto, unico e autonomo del cristianesimo petrino o romano. Siccome Cristo è Dio, e ce lo ha provato con la sua Risurrezione, il dialogo inter-religioso giudaico-cristiano è un “regredire al talmudismo”, “un’apostasia o incredulità”, in quanto rifiuto implicito di Dio Figlio e quindi di Dio Padre e Spirito Santo, in breve un “tornare al vomito”.
●Purtroppo, tale dialogo è condotto, dopo Giovanni Paolo II, anche da Benedetto XVI, il quale nel suo libro Molte religioni un’unica Alleanza: Il rapporto ebrei cristiani. Il dialogo delle religioni (Cinisello Balsamo, San Paolo, [1998], tr. it., 2007) scrive che: «Dopo Auschwitz il compito della riconciliazione e dell’accoglienza si è ripresentato davanti a noi in tutta la sua imprescindibile necessità»[35]. Poi citando Gv. IV, 22 «la salvezza viene dai giudei», pronunciata da Gesù prima della sua Morte in croce e quindi durante l’Antica Alleanza, afferma che «tale origine mantiene vivo il suo valore nel presente [dopo la morte di Cristo, nella Nuova ed Eterna Alleanza]»[36]. Tuttavia, «non vi può essere accesso a Gesù […], senza l’accettazione del Nuovo Testamento»[37]. Onde per gli ebrei la salvezza viene da Israele e il Talmud, mentre per i Gentili convertiti al cristianesimo viene da Cristo e il Nuovo Testamento. L’Antica Alleanza, anche secondo Benedetto XVI, non è mai cessata (cfr. Giovanni Paolo II, L’Antica Alleanza mai revocata, Magonza, 1981), in quanto “Alleanza” significa solo volontà divina e non un contratto bi-partito[38]. Onde, anche se Israele è stato infedele a Dio, Dio non può scindere l’Alleanza, poiché non è “un accordo reciproco”[39], per cui Deus non deserit etiam si prius deseratur. È triste, ma per conoscere la dottrina cattolica sui rapporti tra cristianesimo e ebraismo, occorre andare a ‘catechismo’ dal rabbino Jacob Neusner; mentre per giudaizzare, basta ascoltare le ‘midrash’ di Benedetto XVI. Che strana epoca questa, l’ebreo insegna il catechismo, pur non credendovi, il prete cattolico racconta le midrash, e forse ci crede pure o almeno fa finta di crederci.
●Infine, l’odio per Roma che caratterizza ed accomuna l’ebraismo e il luteranesimo è indicativo. L’alternativa, dunque, è o Roma o morte! Se cade (per assurdo) Roma, trionfano Tel Aviv e New York. Lo stato attuale di abbrutimento dell’umanità è il frutto del dominio giudaico-americanista sul mondo. La salvezza e la restaurazione dell’uomo, della famiglia e della società, sarà il frutto miracoloso del trionfo di Roma “immortale di Martiri e di Santi”! La Madonna a Fatima ci ha promesso: “Alla fine il Mio Cuore Immacolato trionferà!”.
Aurelianus
NOTE:
[1] Nato negli Usa nel 1932. Professore di storia e teologia dell’ebraismo presso il “Bard College” di New York, ordinato rabbino presso il “Jewish Theological Seminary”, è considerato il più grande specialista vivente della letteratura rabbinica antica. Molto interessante il suo Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù. Quale maestro seguire? [1993], tr. it., Casale Monferrato, Piemme, 1996; 2a ed. Un rabbino parla con Gesù, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2007.
[2] J. Neusner, Ebrei e cristiani. Il mito di una tradizione comune, [1991], tr. it., Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009, p. 7.
[3] Ibidem, pp. 7-8. Per quanto riguarda il Talmud cfr. Jacob Neusner, Il Talmud. Cos’è e cosa dice, [2006], tr. it. Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.
[4] Ibidem, pp. 159-160.[5] Ibidem, p. 9.
[6] Ivi.
[7] Ibidem, p. 17.
[8] Ibidem, p. 31.
[9] Ibidem, p. 32.
[10] Ibidem, p. 33.
[11] Ibidem, p. 34.
[12] Ivi.
[13] Ivi.
[14] «I fatti di Auschwitz hanno reso cronico un problema grave e sarà un’azione simile al martirio, da parte degli intellettuali religiosi ebrei e cristiani, affrontare quella sfida […]: dare un senso all’altro» (J. Neusner, cit., p. 158). Vale a dire, pur nella totale diversità tra ebraismo e cristianesimo, si arriverà a capire “il totalmente altro da sé” (il cristiano/l’ebreo e viceversa), solo a partire da Auschwitz o dalla ‘teologia della shoah’. Onde, anche da parte cristiana, non si può prescindere dall’affrontare il fatto, reso oggi meta-storico, della persecuzione che soffrirono molti ebrei in Europa tra il 1942 e il 1945. Tale studio va condotto sia storicamente (fonti storiche, archivi, documenti, fatti acclarati e testimonianze dei libri della storia dell’Europa tra il 1940-45) sia scientificamente (tramite ricerche e sperimenti chimico-fisici e ingegneristici sull’arma del delitto: le camere a gas e i forni crematori ed il corpo del reato: ciò che risulta realmente e oggettivamente nei luoghi della persecuzione) sia filosoficamente (male assoluto/relativo) ed infine sia teologicamente (“olocausto” di una parte dell’ebraismo europeo o Olocausto redentivo di Gesù Cristo). Non ci si può tirar dietro, sotto pena di vedersi ricattati e messi in stato d’accusa su un fatto che non si vuol studiare per vedere quale sia la sua reale entità. Parafrasando S. Agostino: “Si non vis errare, debis velle scrutare”.
[15] Ibidem, p. 35.[16] Ibidem, p. 160.
[17] Ibidem, pp. 162-163.
[18] Ibidem, p. 176.
[19] Ibidem, p. 197.
[20] Ibidem, pp. 43-44.
[21] Ibidem, p. 72.
[22] Ibidem, p. 74.
[23] Ivi.
[24] J. Neusner, cit., p. 110.
[25] J. Neusner, cit., p. 102.
[26] J. Neusner, cit., p. 81. Sui rapporti Roma, cristianesimo e giudaismo, v. M. Goodman, Roma e Gerusalemme. Lo scontro delle civiltà antiche [2007], tr. it., Roma-Bari, Laterza, 2009. L’Autore sostiene che Roma e Israele avrebbero potuto coesistere senza problemi. Tuttavia nel 66 d. C., sotto Nerone, gli abitanti di Gerusalemme avevano rifiutato di andare in processione a salutare due coorti dell’imperatore e fu così che il procuratore romano, Gessio Floro, scatenò le sue truppe contro la folla radunata al mercato superiore della Città Santa e provocò la morte di 3.600 persone. La reazione ebraica fu fortissima e portò alla costituzione di uno Stato ebraico indipendente da Roma, che già nel 37 a. C. ossia circa un secolo prima, aveva occupato la Giudea. Quando Nerone morì nel 68, un generale di nome Tito Flavio, figlio dell’imperatore Vespasiano, che era in quel tempo comandante in campo della guerra in Giudea, adoperò la mano di ferro per reprimere la rivolta ebraica e dopo un anno di lotte, nel 70, distrusse Gerusalemme ed il Tempio. Represse anche le tre insurrezioni in Cirenaica e in Egitto (72) e quella di Masada (73). Qui inizia la parte più interessante del libro (pp. 451-583), non privo di inesattezze e unilateralità, soprattutto riguardo alle origini della disputa tra cristianesimo e giudaismo (pp. 584-666). Già una volta il Tempio di Salomone era stato distrutto nel 586 a. C. da Nabucodonosor di Babilonia, ma nel 539 Ciro di Persia vinse i babilonesi e liberò gli ebrei, che erano stati deportati a Babilonia e consentì loro di rientrare in Gerusalemme e di ricostruire il Tempio; perciò nel 70 i giudei pensavano che sarebbe avvenuto qualcosa di analogo: un Messia trionfante o “Nuovo Ciro”, che avrebbe cacciato i Romani e avrebbe fatto ricostruire Gerusalemme e il Tempio. Molti pii e zelanti o zeloti israeliti, influenzati dalla letteratura apocalittica ebraica, immaginavano e profetizzavano che il “Nuovo Ciro” potesse essere “Nerone redivivo” (cfr. Giuliano Firpo, Le rivolte giudaiche, Roma-Bari, Laterza, 1999). In quel tempo si formò una radicale ostilità ed un feroce odio anti-romano in Giudea e a Gerusalemme, ma Roma non stette a guardare e non concesse ai giudei ciò che era solita concedere a tutti i vinti di religione diversa: costruire o ri-costruire i loro templi. Fu così che il Tempio di Gerusalemme non fu mai più ricostruito, nonostante il triplice tentativo, andato fallito tutte e tre le volte, dell’imperatore Giuliano detto l’Apostata (331-363) cfr. G. Ricciotti, L’imperatore Giuliano l’apostata, Milano, Mondadori, 1956. Tra il 115 e il 116 vi fu una quarta insurrezione giudaica contro Roma, ed infine nel 132-135 con lo pseudo-messia Bar Kobà la quinta ed ultima, poiché Adriano nel 135 rase al suolo quel che restava di Gerusalemme e della Giudea, cambiando il nome di quest’ultima in Syria-Palestina e quello di Gerusalemme in Aelia Capitolina. Né i Germani, né i Britanni, né i Pannoni avevano cessato di avere una patria e una capitale per la loro ribellione; solo i giudei persero l’una e l’altra. Un giornalista del Sunday Times (Tom Holland) ha scritto che “il XXI secolo è stato forgiato dalla caduta, quasi duemila anni fa, di Gerusalemme” e – aggiungo io – dalla tentata restaurazione di uno Stato ebraico nel 1948, il quale non è ancora posseduto pacificamente, anzi è foriero di una nuova, immane e terribile sciagura, che si addensa sui nostri capi, sotto forma di guerra nucleare, che dall’Iraq si muove verso l’Iran, tramite Usa e Israele.
[27] «Bar Kobà tratta il cielo con arroganza, chiedendo a Dio di non intromettersi […]. Bar Kobà distrusse l’unica protezione di Israele. L’esito fu inevitabile» (J. Neusner, cit., p. 86). Altrettanto dovrebbe dirsi dell’attuale Stato d’Israele, costruito (ma non terminato) per mano d’uomo e non per intervento del Messia.
[28] La letteratura apocalittica ebraica comprende gli apocrifi profetici del Vecchio Testamento (II sec. a. C. – II sec. d. C.) e consiste in una «finzione letteraria, di sedicenti vaticini posteriori agli eventi, che non meritano maggior credito degli oracoli sibillini» (F. Spadafora, Dizionario biblico, Roma, Studium, 3a ed., 1963, p. 41). Essa sorge quando Israele attraversa il suo periodo più burrascoso, dall’accanimento di Alessandro Magno contro lo Jahwismo sino alla distruzione di Gerusalemme con Tito (70) e Adriano (135). Alcuni zelanti Jahwisti sentirono allora il bisogno di rincuorare gli israeliti con delle future promesse per Israele, cercando di mantener viva la sua speranza nonostante il miserevole stato presente. L’apocalittica «si prefigge per alimentare la fierezza giudaica, scossa dalle prove, orientandola alle aurore future. […] Israele sarà liberato e vendicato […] imperare sulle Genti dominate e calpestate» (Antonino Romeo, voce “Apocalittica letteratura”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1948, vol. I, col. 1616). Nel futuro, dopo la caduta del penultimo Impero, che sarebbe Roma, «Israele sarà liberato e vendicato. […]. L’interesse nazionale è teso verso l’agognata conclusione: piomba improvviso Dio nella lotta finale delle Genti contro Israele» (A. Romeo, ivi, col. 1617); «tutto è ristretto al campo nazionalistico e temporale» (F. Spadafora, ivi). L’apocalittica giudaica è una sorta di rivelazione presentata come antica, nascosta ed esoterica (F. Spadafora, p. 42) e, secondo mons. Antonino Romeo, «sfocerà in una sorta di speculazione cabalistica […] e di sincretismo gnostico» (ivi, col. 1625). «È ripiena di odio, spesso feroce, contro i Gentili e di ardente simpatia per Israele» scrive Marie Joseph Lagrange, (Le judaisme avant Jesus-Christ, 2a ed., Parigi, 1931, pp. 70-90). L’apocalittica sfuma nella morbosa attesa della rivoluzione futura, che libererà Israele dalla Roma pagano-cristiana. Ad essa si deve la formazione del più acceso nazionalismo ebraico (F. Spadafora, ivi) e da essa deriverà un certo gnosticismo e il millenarismo (A. Romeo, ivi, col. 1618) con la teoria della mitigazione delle pene per i dannati (cfr. l’apocatastasi di Origene, ripresa tra il 1940 e il 1951, da Hans Urs Von Balthasar + 1984 e Jean Daniélou + 1973, v. sì sì no no, * *), cfr. B. Allo, Apocalypse, 3a ed., Parigi, 1933, pp. XXVI-XXXIV.Mons. Romeo conclude: «Il Regno di Dio riveste un carattere nazionalistico-terreno. […] Il regno sarà di questo mondo. […] mai il Messia è visto come un redentore spirituale, espiatore dei peccati del mondo» (ivi, col. 1618) ed infine: «Verso le Genti gli apocalittici sono spietati e implacabili, ogni compassione sarebbe scambiata per debolezza» (ivi, col. 1619).
[29] J. Neusner, cit., pp. 118-119. Per quanto riguarda i rapporti tra giudaismo talmudico, islàm e cristianesimo, cfr. Hana Zakarias, Vrai Mohammed et faux Coran, Parigi, NEL, 1960; Id., De Moise à Mohammed, Parigi, 1955; J. Bertuel, L’islàm: ses véritables origines, Parigi, NEL, 1983-84, 3 voll.; B. Lewis, La rinascita islamica, Bologna, Il Mulino, 1991; Id., Gli ebrei nel mondo islamico, Firenze, Sansoni, 1991; S. D. Goitein, Ebrei e Arabi nella storia, Roma, Jouvance, 1980; J. Bouman, Il Corano e gli ebrei, Brescia, Queriniana, 1992; R. Barkai, Chrétiens, musulmans et juifs dans l’Espagne médiévale, Parigi, Cerf, 1994.
[30] M. Brenner, Breve storia degli ebrei, Roma, Donzelli, 2009, p. 59.[31] Id., cit.,p. 60.
[32] Id., cit., pp. 60-61.
[33] Id., cit., p. 65, cfr. anche E. Benbassa – A. Rodrigue, Die Geschicte der sepharadischen Juden, Bochum, 2005; G. Bossong, Die Sepharaden, München, 2008; M. R. Cohen, Unter Kreuz und Halbmond. Die Juden in Mittelalter, München, 2005; dello stesso Brenner, Breve storia del sionismo, Roma-Bari, Laterza, 2002.
[34] Quando si parla di Vaticano II come inaccettabile e da ri-“gettare”, non si intende inglobare in tale constatazione di eterodossia oggettiva la colpevolezza e punibilità soggettiva di chi lo accoglie in buona fede, pensando di obbedire. Così come quando si constata la nocività oggettiva del Novus Ordo Missae e la sua abrogabilità, non si vuole minimamente offendere chi lo celebra in buona fede, in maniera riverente e con spirito di obbedienza, per ignoranza incolpevole delle sue carenze dottrinali. “Non sbraniamoci tra noi” (anti-modernisti), ma andiamo a ri-studiare con attenzione il “Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae” con la “Lettera di presentazione” dei cardinali Antonio Bacci e Alfredo Ottaviani: vi si trovano considerazioni severe sulla sua non ortodossia oggettiva e si chiede di abrogarlo in quanto nocivo. Non lasciamoci distrarre dalle polemiche che sorsero, quando lo si volle imporre e si ritenne abrogato il Vetus Ordo, per un abuso di potere, riconosciuto come tale anche da Benedetto XVI (7. VII. 2007). Allora (1976) volarono parole forti, ma pronunciate nel corso di omelie ed ampliate dalla stampa laicista, senza la possibilità di apportare tutte le dovute distinzioni. Non mi sembra corretto prendersela con mons. Marcel Lefebvre, per alcune frasi estrapolate dai suoi sermoni, e vedere nella Fraternità San Pio X il “male assoluto”, come mi sembra puerile la pretesa di alcuni, per fortuna pochi, “tradizionalisti” di scambiare la Fraternità per la Chiesa di Cristo. Anche in questo caso la sana logica condanna il sofisma ex uno disce multis. Parlare di mons. Lefebvre come di un “eversivo chiassoso” non è corretto; chi ha ‘sovvertito, abbattuto o rovesciato’ la liturgia non è stato lui, ma Paolo VI con il Novus Ordo Missae, il quale oggettivamente è “chiassoso” e “si allontana impressionantemente, nel suo insieme come nei particolari, dalla teologia definita dal Concilio di Trento sul Sacrificio della Messa” (“Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae”). Tale “Breve Esame Critico” fu presentato nel 1969 a Paolo VI dal card. Alfredo Ottaviani, che lo studiò attentamente e lo fece studiare dagli esperti dell’allora S. Uffizio di cui era Prefetto e vi apportò qualche leggera correzione. Ottaviani non era un ‘sovversivo, distruttore o eversivo’, ma in quanto Prefetto e custode S Congregazione, che si occupava della Fede cattolica, fece notare – come era suo dovere – a Paolo VI che la riforma liturgica da lui proposta era oggettivamente eterodossa e andava abrogata e non promulgata. Paolo VI non rispose, anzi promulgò e ingiunse a mons. Lefebvre di celebrare col “Nuovo Rito”, il quale secondo lui aveva abrogato l’Antico. Mons. Lefebvre ribadì che la “Fede pregata” o liturgia non può essere abrogata, ma va difesa e che l’atto di Paolo VI era un abuso di potere, come S. Paolo il quale “resistette pubblicamente davanti a Pietro quia reprensibilis erat”. S. Pietro accettò la riprensione non eversiva di S. Paolo, Paolo VI no. Il sovversivo è stato oggettivamente Paolo VI. Il “chiasso” non è stato voluto da mons. Lefebvre, ma è stato provocato dall’ingiunzione abusiva di non celebrare più col Rito tradizionale, bensì con il “Nuovo Rito”, il quale non rispecchia più la Fede cattolica sul S. Sacrificio della Messa. Nel “non possumus” di fronte al “Nuovo Rito della Messa” non vi è alcun disprezzo per le persone o giudizio sul “cuore e le reni” del singolo, che “solo Dio scruta”, ma unicamente la fedeltà alla “Fede pregata” di sempre. Il cambiamento o “eversione” (da “ex vertere”, “cambiamento intensivo”) sono rappresentati oggettivamente dal Concilio pastorale e innovatore e dalla liturgia ecumenista semi-protestante alla cui redazione hanno partecipato pure sei pastori calvinisti, la quale ha portato il “chiasso” che impedisce la preghiera e il raccoglimento nel “Tempio di Dio”. Queste sono considerazioni oggettive e di buon senso pratico, alle quali non si può rispondere con l’accusa di “eversione” conclamata ma non provata (cfr. Brunero Gherardini, Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2009). Occorre fare un discorso serio e non pronunciare accuse gratuite, da qualsiasi parte esse vengano. Tutti possiamo sbagliare, l’importante è non perseverare nell’errore.
[35] Cit., p. 9.[36] Ivi.
[37] Ivi.
[38] Ibidem, p. 32.
[39] Ivi.
mercoledì 31 ottobre 2012
"Tutto è diventato così avvizzito". Il filosofo Spaemann a cinquant'anni dal Concilio Vaticano II
In una recente intervista rilasciata da Robert Spaemann al giornale Die Welt (26 ottobre 2012), il filosofo tedesco spiega perché a suo giudizio non c'è motivo, a cinquant'anni dal Concilio Vaticano II, per una celebrazione giubilare: "tutto infatti è divenuto così avvizzito... È subentrata nella Chiesa un'epoca del tramonto. Persone che negano la risurrezione di Cristo rimangono professori di teologia e predicano come sacerdoti. Persone che non vogliono pagare la tassa per il culto vengono cacciate fuori dalla Chiesa. Qui c'è qualcosa che non va". Vediamo in dettaglio l'intervista in una nostra traduzione [Approfondimenti di "Fides Catholica"]
Die Welt: Lei era a Roma per la celebrazione del giubileo del Concilio Vaticano II. Per lei personalmente un motivo per festeggiare?
Robert Spaemann: In verità no. Si deve dire apertamente in primo luogo che si è introdotta un'epoca del tramonto. Una celebrazione giubilare non può far assolutamente niente di fronte al fatto che migliaia di sacerdoti già durante il Concilio hanno lasciato il loro ministero.
Die Welt: Quale la responsabilità del Concilio a tal proposito?
Robert Spaemann: Fu parte di un movimento, che ha avvolto l'intero mondo occidentale, parte della cultura della rivoluzione. Papa Giovanni XXIII disse allora che fine del Concilio era l'aggiornamento della Chiesa. Questo fu tradotto da molti con adattamento, adattamento al mondo. Ma questo fu un malinteso. Aggiornamento significa: opposizione della Chiesa al mondo, che sempre ha avuto e sempre deve avere, attualizzandola per il nostro tempo. Questo è il contrario di adattamento.
Die Welt: Giovanni XXIII certamente nel suo stesso discorso di apertura del Concilio ha risvegliato le attese che si trattasse di adattamento.
Robert Spaemann: Questo è vero. Giovanni XXIII era un uomo profondamente devoto. Ma era impresso di un ottimismo che presto già lo si poteva definire scellerato. Questo ottimismo non era giustificato. Nelle cose ultime la prospettiva storica cristiana suona conforme al Nuovo Testamento: alla fine ci sarà un grande apostasia, e la storia si scontrerà con l'Anticristo. Ma di questo il Concilio non fa parola. Si è eliminato tutto ciò che alludeva a lite e conflitto. Si è voluto benedire lo spirito del mondo emancipatore e culturalmente rivoluzionario.
Die Welt: Se in Germania come all'inizio dell'anno un tribunale giudica che la Chiesa cattolica può essere chiamata impunita setta di pedofili nessuno protesta. Questo ha qualcosa a che fare con lo spirito del Concilio Vaticano II?
Robert Spaemann: Sì. Il Concilio ha indebolito i cattolici. La Chiesa si è sempre trovata in un combattimento, un combattimento spirituale, non militare, ma una lotta. L'Apostolo Paolo parla delle armi della luce, l'elmo della fede ecc. Oggi la parola "nemico" è diventata indecente, il comandamento "Amate i vostri nemici" non può essere più impiegato perché non siamo più autorizzati ad avere nemici. Per i cosiddetti cattolici progressisti c'è in realtà ancora solo un nemico: i tradizionalisti. Questo è sì un'eredità del Concilio. Certamente noi cristiani per le offese della fede e della Chiesa non dovremmo usare nessuna violenza. Ma protestare dovrebbe essere possibile.
Die Welt: I testi che il Concilio dopo lunghe discussioni ha approvato sono vaghi compromessi. Chi ha vinto, riformatori o tradizionalisti?
Robert Spaemann: Nessuno dei due. Entrambi gli schieramenti hanno agito al Concilio come politici. Questo vale soprattutto per il partito dei progressisti. Quando per una decisione potevano prevedere di non ottenere la maggioranza, hanno introdotto nella decisione di compromesso alcune clausole generali, da cui sapevano, che dopo il Concilio poteva essere ammollita. Hanno spesso lavorato in modo cospirativo. E hanno fino a oggi la prerogativa dell'interpretazione sul Vaticano. Gradualmente tuttavia si instaura una nuova coscienza. Lentamente si cessa di mentire nelle proprie tasche. Tutto è diventato così avvizzito: uomini che negano la risurrezione di Cristo possono rimanere professori di teologia cattolici e predicare come sacerdoti durante le Messe. Persone che non vogliono pagare la tassa per il culto vengono cacciate fuori dalla Chiesa. Qui certo qualcosa non funziona.
Die Welt: Cosa intende quando dice che i novatori avrebbero una prerogativa di interpretazione sul Vaticano?
Robert Spaemann: Le porto tre esempi. Oggi viene detto spesso che il Concilio avrebbe eliminato il celibato. Si dovrebbe solo condurre fino in fondo gli accenni di allora. A tal proposito mai prima alcun concilio ha difeso il celibato con così tanto rilievo. Secondo esempio. I vescovi tedeschi hanno annunciato nella cosiddetta dichiarazione di Königstein che l'insegnamento della Chiesa in materia di "pillola" non è vincolante. Il Concilio aveva detto proprio il contrario, ovvero che l'insegnamento della Chiesa in questa domanda obbliga in coscienza i cattolici. O, terzo esempio: ognuno sa che il Concilio ha autorizzato la lingua del popolo nella liturgia. Solo alcuni sanno: il Concilio ha soprattuto asserito che la lingua propria della liturgia della Chiesa occidentale è e riamane il latino. E Papa Giovanni XXIII ha appositamente scritto un'enciclica sul significato del latino per la Chiesa occidentale.
Die Welt: Cosa le disturba soprattutto?
Robert Spaemann: Non penso a singole scelte. Maggiormente a ciò che veramente è stato fatto dal Concilio. Forse si deve ricominciare a leggere i testi originali. Già alla fine del Concilio si è sollevato, come scrive Joseph Ratzinger, come un certo spettro, che si chiama "spirito del Concilio" che, molto condizionato, aveva a che fare solo con decisioni fattuali. Spirito del Concilio significa: la volontà del nuovo. Fino ad oggi i cosiddetti riformatori si richiamano attraverso tutte le possibili idee di riforma allo spirito del Concilio e intendono con ciò adattamento. Oggi però abbiamo bisogno del contrario del "mondanizzarsi della Chiesa", che già Lutero deplorava. Abbiamo bisogno di ciò che il Papa chiama "fine della mondanizzazione" (Entweltlichung).
Die Welt: Lei ha scritto: "L'autentico progresso rende talvolta necessarie le correzioni di corso e in talune circostanze anche passi indietro" Come può la Chiesa invertire rotta?
Robert Spaemann: Fondamentalmente deve fare quello che sempre ha fatto: deve sempre tornare indietro. Vive dei Santi, che sono modello del tornare indietro. Non è in ordine se la Chiesa in Germania, a cui appartiene la Casa Editrice "Weltbildverlag", si sostiene per anni mediante la vendita del porno. Per dieci lunghi anni i cattolici hanno informato di questo i vescovi e non è successo niente. Ora che il tutto viene fuori il segretario della Conferenza Episcopale Tedesca ha fatto di questi fedeli con disprezzo dei fondamentalisti. Che ora viene introdotta questa prassi di vendita ha a che fare poco evidentemente con il tornare indietro.
_____________________________Fonte: Die Welt by Approfondimenti di "fides Catholica"
Vedi anche la notizia su: www.kath.net
martedì 30 ottobre 2012
Celebro in rito antico, ma...
Riprendo da Vatican Insider di oggi: intervista al card. Cañizares, in relazione alla celebrazione in San Pietro del prossimo 3 novembre. C'è bisogno di commenti?
Perché ha accettato di celebrare la messa per i pellegrini che seguono il rito preconciliare?« Ho accettato perché è un modo per far comprendere che è normale l’uso del messale del 1962: esistono due forme dello stesso rito, ma è lo stesso rito e dunque è normale usarlo nella celebrazione. Ho già celebrato diverse volte con il messale del beato Giovanni XXIII e lo farò volentieri anche questa volta. La Congregazione della quale il Papa mi ha chiamato ad essere Prefetto non ha nulla in contrario all’uso della liturgia antica, anche se il compito proprio del nostro dicastero è di approfondire il significato del rinnovamento liturgico secondo le direttive della costituzione Sacrosanctum Concilium e dunque di metterci sulla scia del Concilio Vaticano II. A questo proposito bisogna dire che anche la forma straordinaria del rito romano deve essere illuminata da quella costituzione conciliare, che nei primi dieci paragrafi approfondisce il vero spirito della liturgia e dunque vale per tutti i riti ».
Il Messalino della Messa di sabato 3 novembre in San Pietro
Gli organizzatori del Pellegrinaggio Una cum Papa Nostro ci hanno inviato il file del Messalino della Messa di sabato in San Pietro, predisposto a cura dell'Associazione San Gregorio Magno di Castel San Giovanni (PC), destinato ai fedeli di lingua italiana, che presenta il testo in latino con traduzione a fronte. È in formato PDF ed è pronto per la stampa qualunque sia il sistema operativo utilizzato, basta avere un lettore PDF del tipo Adobe o Foxit, gratuitamente scaricabile dal web.
Istruzioni per la stampa: il file PDF contiene fogli già pre-accoppiati per la stampa su fogli formato A4, che possono essere stampati in ordine fronte-retro e quindi fascicolati. Si procede così: stampare prima tutte le pagine dispari e poi, sul retro dei primi fogli e in ordine, tutte le pagine pari. Alla fine piegare i fogli lungo la metà, fascicolarli e, se si vuole, legarli con un punto metallico.
Chi è interessato lo può scaricare da qui.
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Quando il fanone è un semplice abbigliamento liturgico, ma poi è proprio il Fanone quello che ha indossato il Papa?
«Simboleggia lo scudo della fede ... e l’unità e l’indissolubilità della Chiesa
latina e orientale.» Mons. Bux, 22 ottobre 2012
Sorpreso dalla meta-intepretazione infondata di Mons. Bux, sono andato a ricercare nei vari testi la presunta fonte dell'illustre liturgista, ma non l'ho trovata, e penso proprio che non la troverò perché inventata.
Comunque sono andato a sbirciare nella monumentale Enciclopedia Cattolica, voce curata dal Cardinal Enrico Dante e dal notissimo G. Braun S.I. "I paramenti sacri" Marietti, 1914, Torino.
Innocenzo III spiega che il fanone, chiamato allora "orale" rappresenta l'antico Efod del Sommo Sacerdote ebraico:
«Romanus Pontifex post albam et cingulum assumit orale [fanon], quod circa caput involvit et replicat super humeros, legalis pontificis ordinem sequens, qui post lineam strictam et zonam induerunt ephod id est super-humerale» Innocentius III, De Myst. Missæ, I, c. 53.Senza entrare nell'opportunità e nel merito dell'utilizzo di questo paramento Romano Tradizionale nella nuova liturgia riformata, Mons. Guido Marini ha scelto di farlo indossare al Santo Padre sopra una casula gotica di fattezze medioevali come il Fanone, ma ci domandiamo perché abbia eliminato il foglio inferiore (diciamo la seconda mantellina la più grande cucita con la prima, che va sempre sotto la dalmatica la tunicella e la pianeta).
Così non è più un Fanone ma una bizzarra mozzetta che non ha nulla a che vedere con questo antichissimo paramento papale. E non è una semplice questione di formale attaccamento ad un paramento liturgico, ma consapevolezza che i segni sono importanti per significare una realtà e affermarla. Altrimenti non avrebbero alcun valore. E, dunque, rispolverare un segno per non rispettarne la foggia - e con essa il significato - che andava comunque espresso e riproposto, può essere indice di poca fedeltà e conseguentemente di incuria e di allontanamento dalla Tradizione e da quanto essa ci consegna.
lunedì 29 ottobre 2012
Il video del card. Turkson: Sinodo e Islam
Il 13 ottobre 2012 il card. Peter Turkson, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace ha fatto proiettare all’assemblea dei Padri riuniti in Sinodo un video dal titolo “Muslism demographics” che mostra l’espansione dell’Islam in Occidente. L’iniziativa ha suscitato il consenso di molti Padri ma anche la protesta di altri.
Il cardinale si è scusato davanti ai padri sinodali per aver presentato il video e per qualsiasi sentimento di angoscia suscitato in loro. Allo stesso tempo spera che il suo messaggio principale, cioè il fatto che è necessario evangelizzare l’ordine sociale, non verrà perso.
Ho ripreso da Corrispondenza Romana il Video presentato da Roberto De Mattei:
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