Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

domenica 22 aprile 2012

P. Serafino Lanzetta, un nuovo libro sul Vaticano II per un approccio più fedele

Come capire il Concilio Vaticano II? Cosa ha rappresentato l’ultima grande assise ecumenica per tutta la Chiesa? Una svolta per molti. Un cambiamento radicale per tanti. Un aggiornamento. La domanda ci coglie divisi, non tanto impreparati. Sembra strano ma è sempre più difficile trovare una via di dialogo e di confronto sereno all’interno del cattolicesimo.

Il motivo della divisione sta probabilmente in un approccio alquanto moderno o post-moderno al problema, che non funziona: tutto il Concilio Vaticano II si risolve in un problema di adattamento ermeneutico più o meno riuscito alla modernità? Era necessario un Concilio per rispondere alle sfide del nostro tempo? La domanda non vuole essere storica perché la storia non si cambia. Dovremmo perciò imparare a vedere con la Chiesa una ed ininterrotta che un concilio si osserva a partire dalla Chiesa e da essa lo si giudica: se il Concilio ha raggiunto il suo fine non dipende solo dallo stesso Concilio, ma anche dalla fede che ha insegnato. E dal lavoro che si renderebbe necessario se ci accorgessimo d’imprecisioni, d’arbitrarie prese di posizione o intoppi di sorta (dalla IV di copertina).

Perché è opportuno discutere sul Concilio Vaticano II

Il lavoro teologico più urgente, che oggi si necessita nella compagine ecclesiale, è quello di far luce sul Vaticano II come uno dei diversi concili della Chiesa. Non l'unico né l'ultimo. Uno dei 21, con un taglio sui generis rispetto a quelli dogmatici immediatamente precedenti, che non può però essere inteso come lo spartiacque della storia. Non può essere un nuovo cominciamento, perché la Chiesa non inizia da un concilio ma dalla volontà istitutrice di Cristo per portare il Regno di Dio ad ogni uomo e favorire l'ingresso di ogni uomo in questo Regno. Purtroppo, il Vaticano II è stato letto abbondantemente come "nuovo inizio". Le maglie ampie della pastoralità e della non-definizione, furono viste, scorrettamente, come possibilità di dire pastoralmente la fede, in modo da non dover più contraddire l'altro (ad intra ma soprattutto ad extra). La diversità declinata come pluralismo fu la condizione previa e necessaria del dialogo. Col risultato però di aver smarrito profondamente l'identità cattolica, perché frammischiatasi spesso con il mondo, la modernità, la politica, l'antropocentrismo.

Crollati ora i modelli culturali sui quali si era basata la modernità, perché inverati dalla liquidità del post-cristianesimo, sembra che siano venuti meno anche i presupposti sui quali scommettere per una "riscrittura" della fede cominciando dalla riscrittura dei trattati teologici. Gli zelanti persecutori di un Vaticano II come speranza del cominciamento, ora fanno i conti con una domanda, che poi è anche la nostra: che cosa non ha funzionato? Perché la Chiesa non è (ancora) veramente ripartita ma si trova a fare i conti con un vuoto di senso? Forse è prevalso lo "spirito" più che il «Concilio vero»? (per dirla con Ratzinger). Il «Concilio vero», poi, è da leggersi nella continuità dell'ininterrotta Tradizione e alla luce di questa. Per il fatto, ripetiamolo, che la Chiesa non inizia dal Concilio, ma un concilio si celebra nella Chiesa e per la Chiesa. Bisogna correggere, se si dovesse, non la Chiesa, non la sua ininterrotta Traditio, ma quegli elementi più teologici e discorsivi del Concilio che hanno dato parvenza di stridore, o che si son prestati a letture equivoche. Non è in discussione la provvidenza del Concilio per il nostro tempo e la sua inerranza (assenza di errori) in materia di fede e di morale (ma non in materia di sport, di comunicazione sociale, di scelte politiche, di profezie sul tempo che è da venire, ecc.). L'assistenza dello Spirito Santo impedisce la presenza nei testi conciliari di errori ma non consacra, sic et simpliciter, l'infallibilità magisteriale del tutto. Bisogna distinguere per capire meglio.

Sì, bisogna conservare veramente una mente aperta per leggere il Vaticano II. Non ci si può semplicemente scandalizzare, quando si tenta - con tutti i limiti certo, perfezionabili da una nuova lettura più arguta e più precisa, un meliore iudicio - una lettura sanamente critica, un giudizio teologico. La teologia, se non ha smarrito il suo compito, è scienza della fede, intelligenza del dato rivelato alla luce del Magistero della Chiesa. Nei suoi limiti ha il compito di indicare ciò che a parer dell'osservatore sembra perfettibile. Per il bene della fede nella sua unità, di ieri come di oggi. Se si interviene nel dibattito bisogna dire ciò che è sbagliato circa il giudizio di perfettibilità, ma non raccontare le proprie impressioni. Né si può semplicemente squalificare la ricerca e la critica, dicendo che il S. Padre, con il suo ormai famoso discorso del 22 dicembre 2005, non avrebbe affatto inaugurato una discussione sul Concilio. Questa visione tranciante permetterebbe di risolvere in nuce il problema del tradizionalismo: il Concilio non si discute! Basta l'ermeneutica della riforma nella continuità.

Certo, il S. Padre non ha aperto una discussione. Quando però veramente e di proposito nella storia il Pontefice ha aperto una disputa teologica? Piuttosto l'ha moderata o, quando era arrivata al limite del sopportabile, l'ha sospesa. Si ricordi il problema del rapporto natura e grazia. Altre volte ne è stato indirettamente fautore. Si pensi ad esempio all'istituzione della festa in occidente del "Concepimento immacolato di Maria" (sec. X) attraverso vari monasteri e chiese cattedrali. Anche se la Curia romana non la festeggiava, Bonifacio VIII però la indulgenziò.
Il Papa voleva dire che la Madonna è immacolata concezione, redenta in modo preventivo? Si era aperta, di fatto, una proficua discussione, che vide i francescani attori intrepidi di una difesa di Maria preservata dal peccato originale, sin dal primo istante del suo concepimento. Si arrivò poi alla definizione del dogma nel 1854. Speriamo pure che la rinuncia di Benedetto XVI al titolo "Patriarca d'occidente", sia presa in seria considerazione ecclesiologica, per spiegare che non c'è nella Chiesa, né è possibile, una sinodalità sempre in atto. La Chiesa è comunione non comunità di comunità.

Se il Magistero ora lascia aperta la discussione perché dobbiamo noi volerla chiudere? Solo per paura di scandalizzare i semplici? Ma non è forse vero che lo scandalo di una fede desolata sotto gli occhi delle nostre parrocchie - quasi tutte nate col Concilio - è molto più pernicioso di una cattolica messa a punto per una vera ripresa della fede? Se invece si insiste nel ritenere il Concilio intoccabile perché dono dello Spirito Santo, allora, probabilmente si è incorsi nell'errore che oggi è sulla bocca di molti: identificare il soffio dello Spirito Santo con il Concilio (senza le opportune distinzioni) e finalmente lo Spirito Santo con il Concilio stesso. Questo è in ultima analisi il parto di quello "spirito del Concilio", che funesta da mane a sera, e diventa giudice e fautore ora della Chiesa, ora della fede, ora della prassi. Proprio questo non funziona.

Per molti, infine, il vero problema oggi nella Chiesa sono le cose che non vanno, questo o quel gruppo. I tradizionalisti o, per altri, i progressisti. Questa è una visione piuttosto pragmatica della realtà: la bontà di un'azione la si giudica dal risultato degli effetti e non dall'in sé, dall'oggettività. Non è la prassi che non va ma le idee. Forse perché mancano. Manca uno sguardo metafisico su Dio e sull'uomo, e questo ci impedisce di rivolgerci al vero problema. Se solo riuscissimo a vederlo avremmo già fatto un grande passo in avanti. Saremmo cioè già usciti dalla mentalità della prassi, che ahimé domina. Molto spesso a discapito del Concilio. Ma soprattutto della Chiesa.
p. Serafino M. Lanzetta, FI
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L'Autore del libro: P. Serafino M. Lanzetta (1977), frate francescano dell’Immacolata, è docente di teologia dogmatica presso l’Istituto teologico Immacolata Mediatrice (Cassino). È parroco della Chiesa di Ognissanti in Firenze e dal 2006 dirige la rivista teologica «Fides Catholica». Ha pubblicato diversi studi di ricerca in ambito mariologico, dove si segnala la sua tesi di dottorato sul Sacerdozio della Vergine Maria (Roma 2006), e in altri ambiti della dogmatica. Scrive per alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e collabora con diverse riviste. Sta per conseguire presso la Facoltà teologica di Lugano l’abilitazione alla libera docenza, con una tesi sull’ermeneutica del Concilio Vaticano II, sotto la direzione del Prof. Dr. Manfred Hauke.

[Fonte: Approfondimenti di Fides Catholica]

sabato 21 aprile 2012

La giurisdizione dell'Ordinariato personale cattolico statunitense si estende al Canada.

Riprendo da Riposte catholique:

L’Ordinariato personale della Cattedra di San Pietro, eretto negli Stati Uniti il 1° gennaio scorso, in applicazione della costituzione apostolica Anglicanorum Cœtibus del 4 novembre 2009, di Benedetto XVI, conosce progressi ragguardevoli come già segnalato lo scorso 9 aprile. La sua giurisdizione, che naturalmente si applica all'intero territorio degli Stati Uniti, si estenderà anche al vicino Canada. In quest'ultimo Paese sembra che i tempi non siano ancora maturi per la costituzione di un Ordinariato personale in ragione dell'esiguo numero delle richieste. Tuttavia, i rientri nella Chiesa da parte di anglicani ci sono. E così domenica 15 aprile scorso, due “vescovi” anglicani canadesi, Peter Wilkinson, “vescovo”, ed il suo ausiliare Carl Reid di Nostra Signora di Walsingham – che raggruppa un pugno di parrocchie frequentate da 20/30 fedeli – ed una quarantina di membri delle loro Congregazioni sono stati ricevuti ufficialmente nella Chiesa cattolica da Mons. Terrence Prendergast, arcivescovo di Ottawa. Da febbraio scorso, in seguito ad una riunione tra il prelato Peter Wilkinson et Mons. Jeffrey Steenson, ordinario dell’Ordinariato personale per gli Stati Uniti, si è stabilito che tutte le congregazioni canadesi presenti e future che auspicano di ritornare alla Chiesa cattolica saranno costituite in parrocchie e raggruppate in un decanato annesso all'Ordinariato personale della Cattedra di San Pietro.

Mariti preti VS preti sposati. E i diaconi permanenti?

Chi segue blog tradizionali sa bene che l'ultimo baluardo che il modernismo si prefisse di abbattere è il celibato ecclesiastico con l'Ordinazione al sacerdozio di uomini sposati, nonostante tante prediche sulla bontà del celibato ecclesiastico. Ultima tappa di un'azione demolitrice dell'Ordine sacro latino. Le tappe sono state precise e inesorabili: 

1. l'indebolimento dell'identità, del carattere e della dignità sacerdotale dal Alter Christus a "anzitutto ministro della Parola di Dio", [PdV n°26] 
2. la creazione dell'Ordine del diaconato permanente, fiore all'occhiello della Chiesa del post-Concilio,
3. l'Ordinazione di uomini sposati provenienti dall'Anglicanesimo "latino".
4. E ora, siccome NON ci sono più vocazioni "celibi" (ma guarda un po'!!), si DEVE procedere per forza all'Ordinazione sacerdotale degli sposati.

Era solo questione di tempo!

di Marco Tosatti: "Ordinare uomini sposati"

Il vescovo di Anversa, Johan Bonny, ha dichiarato in un'intervista al quotidiano De Standard di essere pronto a ordinare uomini sposati, dal momento che pensa che sacerdoti non celibi potrebbero contribuire alle necessità pastorali della Chiesa.

5. (c'è un quinto punto!) ALLORA, perchè non ordinare i diaconi permanenti (già stanno nelle parrocchie latine in servizio) oppure ancora "meglio" riabilitare all'ufficio sacerdotale quei preti che dopo l'Ordinazione e con la dispensa dal celibato han dovuto "subire" l'allontanamento da ogni incarico ecclesiastico e pastorale: 100.000 preti latini con qualche vescovo a seguito? 

E' solo questione di tempo?!

Sacro, profano e concerti nelle Chiese

L'articolo risale al gennaio 2009; ma non ha affatto perduto di attualità. È opportuno, anzi, rispolverarlo perché rispecchia una situazione purtroppo tuttora ricorrente: basti ricordare il recente spettacolo, che ha suscitato scalpore e polemiche, nella basilica di Collemaggio a L'Aquila.


Le feste natalizie, ma non solo, hanno visto dilagare il fenomeno delle chiese adibite a concerti non solo di musica sacra ma profana. Evidentemente i Vescovi e il clero hanno dimenticato che quel luogo, edificato spesso con sacrificio dai fedeli, è stato “dedicato” – parola che ricorda l’atto con cui si offre qualcosa di molto personale a chi si ama – a Dio. Dedicare significa che non è più mio ma suo. Se me lo riprendessi sarebbe un tradimento.

Allora, compiere atti non sacri che normalmente si fanno altrove, è una profanazione, cioè andare fuori dal fanum, il tempio. Dunque è cosa grave, perché togliamo a Dio ciò che è suo, ciò che noi stessi avevamo giurato di dargli. Che sia un giuramento, cioè un atto sacro, lo dimostra il rito di dedicazione della chiesa. Che bisogno ci sarebbe di tale rito solenne, se poi il luogo sacro viene adibito al profano? Ma oggi, quanti sanno cosa vuol dire sacro e santo? Si potrebbe fare un excursus nella storia delle religioni, specialmente il giudaismo – proprio in coincidenza col periodo natalizio gli ebrei celebrano hannuccah, la festa della dedicazione del tempio dopo la profanazione pagana – ma fermiamoci al cristianesimo.

I discepoli del Signore che si riunivano per i divini misteri, creavano uno “spazio santo” che pian piano, a motivo dell’assiduità dei raduni, implicò la costruzione di un edificio di culto. Così il termine “chiesa” che indicava la comunità convocata dal Signore, è passato significativamente ad indicare il luogo santo. Sin dalle origini la comunità cristiana ha deciso di riservarlo al servizio esclusivo del culto divino, e sottolinea tale decisione attraverso un’azione solenne – una volta per tutte – implorante soprattutto la grazia di Dio.

Tale rito straordinario, con i suoi gesti e testi venerandi, offre ai cristiani l’opportunità di riflettere su di sé, come corpo mistico consacrato al Signore, sull’autenticità del culto e sulla serietà dell’impegno preso con Dio: cioè l’alleanza nuova ed eterna. Direbbero i liturgisti che “per la verità del segno” la chiesa non può essere adibita ad altro che non sia il culto, pena una grave offesa al Signore a cui era stato offerto. Possibile che, malgrado la riforma liturgica, si faccia il contrario? Non vi sono più luoghi per fare concerti, rappresentazioni teatrali e altro? Allora non ci si meravigli se sia andato perduto il senso del sacro, cioè della Presenza divina. Quando una chiesa diventa teatro dove si ride, applaude e grida, diventa difficile poi esigere nello stesso luogo gli atteggiamenti propri del culto: ascolto, raccoglimento, silenzio, adorazione. Solo i regimi totalitari avevano trasformato i luoghi di culto in teatri, palestre e magazzini.

Qualcuno obietterà che i cristiani per il loro culto non hanno bisogno di tempio. È vero, basta il culto spirituale. Allora non costruiamone più e riuniamoci solo all’aperto, caldo e freddo permettendo. Se dobbiamo continuare a farlo, dobbiamo essere coerenti. Non sono i cristiani pietre vive dell’edificio spirituale come dice san Pietro(1 Pt 2,5)? E non è questa verità misticamente adombrata nel segno del tempio? O non ci toccano le parole di Paolo ai Corinzi : “Non sapete che siete tempio (naos) di Dio e che lo spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui.Perché santo è il tempio di Dio che siete voi” (1 Cor 3,16-17).

I riti della consacrazione: processione, aspersione con acqua, unzione con il crisma dell’altare, delle pareti, della porta, offerta del santo Sacrificio, parlano da soli circa il significato del luogo dedicato a Dio dopo averlo esorcizzato dal maligno, cioè cacciato fuori nel profano. Come il cristiano nell’iniziazione consacra se stesso a Dio dopo l’esorcismo, così il luogo santo con la dedicazione è consacrato a Dio dopo essere stato sottratto all’influenza del maligno che deve restare fuori del tempio con tutte le sue azioni. Non si possono ospitare tali o altre azioni semplicemente profane laddove si celebrano i divini misteri.

Nel Pontificale Romano rinnovato nel 1977, la Messa della Dedicazione sottolinea la volontà della comunità ecclesiale di dedicare il nuovo edificio in modo esclusivo e perpetuo al culto divino. In particolare, la presenza del Sacramento e dell’altare non consente qualsiasi altro uso; infatti, stanno a ricordare che la chiesa è il segno del santuario celeste dove Gesù Cristo è penetrato “per comparire al cospetto di Dio in nostro favore” (Eb 9,24). 
Nicola Bux - Salvatore Vitiello

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[Fonte: Agenzia Fides]

venerdì 20 aprile 2012

Vaticano II. Un microfono chiuso silenzia il card. Ottaviani. È l'inizio del "nuovo corso".

Nel suo articolo di oggi Rorate Caeli ci offre l'occasione di rispolverare avvenimenti ed aspetti del Concilio Vaticano II, mettendo in risalto una intervista con Mons. Gherardini: un testimone oculare riporta un semplice fatto che, da solo, mostra più di tante argomentazioni, quanto quello che Gherardini chiama gegen-Geist (contro-spirito) fosse presente già prima del Concilio, affermandosi grazie ad esso.
Trascrivo il testo di Rorate e, di seguito, una interessante recensione del Libro di mons. Gherardini Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, nel quale è riportato l'episodio, insieme ad altre considerazioni che completano il discorso, che merita di essere ulteriormente approfondito. Cosa che non mancheremo di fare.

Controllo del microfono al Vaticano II
Una delle questioni centrali riguardanti l'attesa di un accordo tra il Vaticano e la Fraternità San Pio X è il peso del Concilio pastorale Vaticano II ed i suoi documenti. Robert Moynihan, nel suo rapporto sui negoziati, scrive di una visita a monsignor Brunero Gherardini , che ha partecipato al Concilio e vive in Vaticano. Quest' apertura di sguardo pareggia i conti riguardo al Cardinale Alfredo Ottaviani, che ha guidato quella che oggi è la Congregazione per la Dottrina della Fede dal 1959 al 1968. Vale la pena di una lettura veloce. Il Cardinale Ottaviani, senza microfono, fu poi co-autore del più credibile appello fatto a Paolo VI sulla questione liturgica.
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Ogni volta che penso al Concilio, dice [mons. Gherardini], ho sempre una immagine nella mia mente: l'anziano cardinale Alfredo Ottaviani, ormai cieco, intorno agli 80 anni, zoppicante, capo del Sant'Uffizio, e così il primo ufficiale della dottrina della Chiesa, nato a Trastevere da genitori con molti figli, per cui un romano di Roma, dal popolo di Roma, prende il microfono per parlare ai 2.000 vescovi riuniti.
E, mentre egli parla, chiedendo ai vescovi di prendere in considerazione i testi della curia per la preparazione dei quali ha speso tre anni, improvvisamente il suo microfono è stato spento. Egli continuava a parlare, ma nessuno poteva sentire una parola. Poi, perplesso e turbato, smise di parlare, confuso. E i padri riuniti cominciarono a ridere, e poi a tifare ...
"Sì", ha detto Gherardini. "Ed è stato solo il terzo giorno."
"Cosa?" Ho detto.
"il microfono Ottaviani è stato disattivato il terzo giorno del Concilio."
"Il terzo giorno?" Ho detto. "Io non lo sapevo. Ho pensato che fosse accaduto più tardi, nel novembre, dopo che il gruppo progressista divenne più organizzato ..."
 "No, era il terzo giorno, 13 ottobre 1962. il Concilio ha avuto inizio l' 11 ottobre."
"Sapete chi ha spento il microfono?"
"Sì," ha detto. "E' stato il cardinale Liénart di Lille, in Francia."
"Ma allora", dissi, "si potrebbe quasi dedurre, forse, che un tale scorretto annullamento del protocollo, rendendo impossibile per Ottaviani sostenere le sue argomentazioni, in qualche modo spiega quello che è venuto dopo, beh, in un certo senso, improprio ..."
"Alcuni sostengono questo argomento," rispose Gherardini.


Qualche notazione su “Il concilio Vaticano II. Il discorso mancato”
[Noi ne abbiamo già parlato qui]

Questo nuovo pamphlet, sempre in linea con i precedenti, fa seguito al volume “Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare”, definito dall’autore stesso “un appello a chi decide gli orientamenti della Chiesa cattolica, oltre che ai non pochi opinion’s makers i quali, per motivi diversi, talvolta anche discutibili, determinano gli orientamenti del variegato mondo culturale. Un appello perché, a quasi cinquant’anni dall’evento conciliare, si ponesse fine alla sua acritica celebrazione e si sottoponessero i suoi documenti ad un’analisi finalmente libera dall’apriorismo celebrativo ad ogni costo”.

Avendo già esaminato le varie questioni inerenti alla continuità del concilio Vaticano II con la Tradizione, l’autore focalizza l’attenzione sullo spirito con cui iniziò il concilio. Partendo da un punto di vista condiviso, con l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Card. Ratzinger, circa l’esistenza di un contro-spirito, un Gegen Geist, che abbia stravolto il Concilio, l’autore si domanda se le responsabilità siano tutte nel post-concilio oppure se i semi del “contro” possano già ravvisarsi nel concilio stesso.

Il primo “contro”, la prima rottura, può individuarsi, secondo Gherardini, nel rifiuto degli schemi preparatori al Concilio.
“Soprattutto agl’inizi, il dibattito conciliare fu vivace e non raramente rissoso, irrispettoso e perfino spietato, come quando al venerando cardinal Ottaviani, nel corso della sua appassionata difesa della Messa tradizionale, allo scoccare del regolamentare quindicesimo minuto fu spento il microfono e tolta la parola. A quel punto, il Concilio già procedeva per la sua strada: in dichiarata rottura con il secolare magistero, riassunto ed attualizzato negli schemi contestati, ed in piena apertura a metodologie non teologiche, mentalità dialogica, accantonamento d’ogni steccato, disponibilità per il compromesso, con la presunzione che nessuno – dunque, neanche la Chiesa – possedesse la verità: tutta e su tutto. Si stava già operando un capovolgimento che, con l’andare del tempo, si sarebbe fatto sempre più netto: la teologia diventava antropologia ”.
L’apertura indiscriminata al mondo, alle sue ragioni e filosofie, aveva tolto di mezzo la filosofia di S. Tommaso, cercando di conciliare la filosofia esistenzialista con la filosofia dell’essere, su cui tutta la dottrina cattolica si poggia.
“Non so se proprio tutt’i Padri conciliari se ne rendessero conto, ma, obiettivamente parlando, il loro strappo dalla secolare mentalità che, fin a quel momento, aveva espresso la motivazione di fondo della vita, della preghiera, dell’insegnamento e del governo della Chiesa, stava riproponendo la mentalità modernista, contro la quale san Pio X aveva preso netta posizione nell’intento di «ricentrare tutto in Cristo» (Ef 1,10). Anche questo, questo anzi in modo particolare, è gegen-Geist ”.
Tale Gegen Geist, secondo l’autore, si è poi manifestato anche nella dichiarazione Nostra Aetate, in cui,
“pervertendo però il senso di Rm 11,17-24” si sarebbe riesumata la Antica Alleanza, senza scorgere “ nel costante rifiuto di Cristo [..] nessuna controindicazione alla permanenza degli ebrei, carissimi a Dio», nella realtà salvifica dell’Alleanza ”.
Facendo eco al suo libro “Quale accordo tra Cristo e Beliar” (Fede e Cultura), aggiunge:
“Potrei continuare con questi «e», ma non apporterei elementi nuovi circa i rapporti idilliaci che il Vaticano II stabilì con il mondo ebraico, ignorando sul piano teologico ciò ch’esso pensa di Cristo, di Maria e del cristianesimo in genere, e sul piano storico il rilievo di sant’Ignazio d’Antiochia sull’incoerenza dei cristiani che giudaizzano. Se poi allargo l’osservazione a quanto Nostra ætate dichiara sulle altre religioni (2-3), mi diventa assolutamente impossibile trovarci la continuità col passato solo perché tutte le religioni si rivolgon al medesimo Dio. Se una religione considera poco più poco meno che idolatria rivolgersi a Dio in Cristo, diventa assurdo il solo pensiero d’un suo possibile rapporto con la Chiesa cattolica. Nel cui nome, però, il Vaticano II dichiarò il detto rapporto non possibile, ma già in atto, condannando a morte, praticamente, la realtà delle cose e lo stesso spirito missionario”.
Infine, alla domanda su cosa sia il Concilio Vaticano II e su come ci si debba relazionare, Gherardini risponde che
“quanto al Vaticano II, sarebbe assurdo negargli il carattere di magistero conciliare, quindi solenne, non ordinario, perché in tal caso si negherebbe il Concilio stesso. [..]Occorre, tuttavia, distinguere la qualità dei suoi documenti, perché il carattere solenne del loro insegnamento né li mette tutti su un piano di pari importanza, né comporta sempre di per sé la loro validità dogmatica e quindi infallibile ”.
A sostegno della sua tesi, l’autore ricorda il discorso del segretario di Papa Roncalli, Mons. Felici: “Tenuto conto dell’uso conciliare e del fine pastorale del presente Concilio, questo definisce come obbliganti per tutta la Chiesa i soli punti concernenti la Fede o i costumi, che esso stesso abbia apertamente dichiarato come tali. Le altre cose proposte dal Concilio, in quanto dottrina del Magistero supremo della Chiesa, tutti e singoli i fedeli devon accettarle e ritenerle secondo lo spirito dello stesso Concilio, il quale risulta sia dalla materia trattata, sia dalla maniera in cui s’esprime, in conformità alle norme dell’interpretazione teologica”. Spiega Gherardini:
“In pratica, in nessuna delle sue quattro Costituzioni il Vaticano II «definisce come obbliganti per tutta la Chiesa» i propri pronunciamenti dottrinali; in questi è senz’alcun dubbio assente l’intento dogmatico-definitorio che dovrebbe renderli tali, mancando come dottrina propria e specifica del Vaticano II «la materia trattata e la maniera di trattarla». Per contro, soprattutto nella Lumen gentium e qua e là anche altrove, alcune formule classiche, inserite come massi erratici in contesti sicuramente non dogmatici, riecheggiano la modalità dogmatica del precedente Magistero: «Insegniamo, questo Santo Sinodo insegna, proclamiamo». Forse che, con un modo d’esprimersi come questo, il Vaticano II si contraddice? Sicuramente no. Si tratta, infatti, di far capire anche ai non addetti ai lavori che, nonostante tutto, si è dinanzi ad un dettato conciliare, proveniente dal Magistero supremo, da «accoglier e ritenere secondo lo spirito del Concilio stesso». [...] Quanto alle formule di tipo classico presenti nei documenti conciliari e poco sopra rievocate, va tenuto presente ch’esse: – tentano la saldatura del Vaticano II con il Magistero conciliare precedente; – non effettuano la canalizzazione di nuove definizioni e nuovi dogmi nel patrimonio della Fede cattolica; – o più semplicemente riflettono sul Vaticano II una classica tonalità conciliare in funzione promozionale della sua qualità conciliare.”
Per quanto riguarda la
“ riesumazione , da parte del Vaticano II, di dogmi precedentemente definiti[..] in tutti i contesti contenenti, per formale o materiale adesione, una verità dogmaticamente definita, il Vaticano II ne assume di riflesso il valore dogmatico irriformabile infallibile. Ciò non comporta che tutto il Vaticano II sia effettivamente tale e che tale debba esser universalmente riconosciuto; ma che tale è semplicemente ed esclusivamente nella dogmaticità irriformabilità ed infallibilità dei dogmi citati”.
“Nonostante la necessità di ricorrer alla chiarezza per dir le cose come stanno, resta il fatto che il Vaticano II è un Concilio autentico, il cui insegnamento e le cui innovazioni, pur in assenza di valore dogmatico, costituiscono un innegabile magistero conciliare, e quindi supremo e solenne”.
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[Fonte: www.gamroma.it]

giovedì 19 aprile 2012

Un aggiornamento prima del prudente silenzio e dell'orante attesa

Scrive, su Le Figaro di oggi, Jean-Marie Guénois :
Nulla è ancora concluso ma mercoledì nelle discussioni tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede è stata superata una fase decisiva. [...] Il prossimo 25 aprile gli esperti della congregazione per la Dottrina della fede esamineranno i «chiarimenti» dati nel plico da Mons. Fellay richiestigli dal Vaticano un mese fa. Questo parere sarà subito trasmesso a Benedetto XVI, al quale spetta la decisione ultima. [...] 
Il resto è espresso ricalcando gli aspetti positivi. Ma è giusto riprendere il nostro silenzio e continuare ad attendere, in preghiera, con fiducia e speranza grandi.

Importante Convegno Internazionale su Costantino il Grande

Inizia oggi l'importante Convegno Internazionale promosso dal Pontificio Comitato Scienze Storiche: Costantino il Grande. Alle radici dell’Europa, che si concluderà il 20 aprile. Giacomo Galeazzi su La Stampa, mette in risalto, come esito della prima giornata, il fatto che Costantino fa litigare ancora Santa Sede ed ebrei (vedi testo sotto riportato). Ricordo che:

Venerdì 20 aprile alle ore 9.00
 presso la Pontificia Università Lateranense
il prof. Roberto de Mattei parlerà sul tema

Il significato archetipico della battaglia di Ponte Milvio.

Inserisco il link alla locandina per chi è interessato a conoscere le diverse interessanti relazioni e articolate iniziative; mentre trascrivo di seguito lo scarno testo di Galeazzi, dal quale ricaviamo alcune 'pillole' dell'evento.

Sono trascorsi 17 secoli dalla battaglia di Ponte Milvio che assicurò al primo imperatore passato al cristianesimo la vittoria «sotto il segno della croce». Senza l’ombra fosca dell’antisemitismo, assicura il Vaticano nella convinzione che la «leggenda nera» sull’imperatore sia alimentata da chi ancora oggi non vede di buon occhio l’apporto dei cristiani alla vita pubblica.

«Le persecuzioni sono successive al IV secolo e sotto Costantino si ebbe solo l’apertura di una chiesa cristiana a Gerusalemme, che però non era più giudea, ma pagana», ha spiegato la storica Claire Sotinel in apertura del convegno «Costantino il Grande, alle radici dell’Europa» (con Vian, Lombardi e il ministro di Scienze Storiche, Ardura). Colpa anche di La spada di Costantino di James Carrol, «bestseller storicamente infondato».

Non la pensa così il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni. «Con la conversione di Costantino è cambiato tutto. Quell’evento ha inciso in maniera decisiva sulla storia ed è strettamente connesso alla persecuzione antiebraica». La conversione di Costantino, aggiunge, «è uno spartiacque epocale, ha diviso la storia tra un prima e un dopo, determinando un drammatico sconvolgimento a cui ha inutilmente tentato di porre rimedio l’ottimo imperatore Giuliano ribattezzato per questo polemicamente e ingiustamente dai cristiani l’Apostata». Quindi «negare ciò va contro ogni evidenza storica», al di là del fatto che la conversione sia sincera o una mossa politica.

Per misurare il peso storico dell’imperatore il direttore dell’Osservatore Romano , Vian, ricorre allo studioso «di formazione marxista» Santo Mazzarino, che lo ha definito «l’uomo politico più rivoluzionario della storia d’Europa». Ma il nodo è sempre il rapporto tra istituzione e teologia. Ancora Vian: «Costantino viene deplorato, mentre è stato il più tenace assertore della libertà religiosa, si indignava Paolo VI. Con Ratzinger il Tevere resta largo: una sana laicità rimane modello nei rapporti con la società italiana».

martedì 17 aprile 2012

Mons. Fellay ha risposto alla Santa Sede, secondo "Vatican Insider"

Aggiornamenti:
- Casa Generalizia della FSSPX, Menzingen, 18 aprile 2012. La stampa annuncia che Mons. Bernard Fellay ha indirizzato una « risposta positiva » alla Concregazione per la Dottrina della Fede, e che conseguentemente la questione dottrinale tra Santa Sede e Fraternità San Pio X è risolta. La realtà è un'altra. In un plico del 17 aprile 2012, il Superiore generale della FSSPX ha risposto alla richiesta di chiarimento fattgli, il 16 marzo, dal card. William Levada, in ordine al Preambolo dottrinale consegnato il 14 settembre 2011. Secondo il Comunicato Stampa della pontificia Commissione Ecclesia Dei, in data di oggi, il testo di questa risposta «sarà esaminato dal Dicastero (Congregazione per la Dottrina della Fede) e successivamente sottoposto al giudizio del Santo Padre». Si tratta dunque di una tappa e non di una conclusione.
- Pontificia Commissione Ecclesia Dei: In data 17 aprile 2012 è pervenuto, come richiesto nell’incontro del 16 marzo 2012, svoltosi presso la sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il testo della risposta di S.E. Mons. Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Il suddetto testo sarà esaminato dal Dicastero e successivamente sottoposto al giudizio del Santo Padre. [00513-01.01] [Testo originale: Italiano]
- Paris/Menzingen, 18 aprile 2012 (Apic) - [...] Il responsabile a Parigi della comunicazione della Fraternità, per redigere un comunicato ufficiale  attende il comunicato del Vaticano – che secondo lui dovrebbe aversi mercoledì 18 aprile - .
- Il sito web del Distretto tedesco della FSSPX pubblica le informazioni trasmesse dall'agenzia svizzera di notizie di carattere religioso KIPA / APIC, che ha semplicemente riprodotto il contenuto dell'articolo di Tornielli, senza negare o alterare in alcun modo le prime informazioni riportate dal vaticanista italiano: "KIPA report sull'accordo" (in tedesco). Questo conferma l'esattezza della notizia e ci lascia tuttavia in attesa della risposta della Santa Sede. 

Per ora è solo una voce, fonte Vatican Insider.
[...] Ora il testo del preambolo con le modifiche proposte da Fellay, e da lui sottoscritto in quanto superiore della Fraternità San Pio X, sarà sottoposto a Benedetto XVI, che il giorno dopo l’ottantacinquesimo compleanno e alla vigilia del settimo anniversario dell’elezione, riceve una risposta positiva dai lefebvriani. Risposta da lui lungamente attesa e auspicata, che nelle prossime settimane metterà fine alla ferita apertasi nel 1988 con le ordinazioni episcopali illegittime celebrate dall’arcivescovo Marcel Lefebvre.
Non è escluso che la risposta di Fellay venga esaminata dai cardinali della Congregazione per la dottrina della fede, nella prossima riunione della «Feria quarta», che dovrebbe tenersi nella prima metà di maggio. Mentre qualche settimana in più sarà necessaria perché avvenga la sistemazione canonica: la proposta più probabile è quella di istituire una «prelatura personale», figura giuridica introdotta nel Codice di diritto canonico nel 1983 e finora utilizzata solo per l’Opus Dei. Il prelato dipende direttamente dalla Santa Sede. La Fraternità San Pio X continuerà a celebrare la messa secondo il messale antico, e a formare i suoi preti nei suoi seminari.
Che il Signore ci assista!

Divo Barsotti, I cristiani vogliono essere cristiani

L’impazienza è il veleno che a piccole o grandi dosi l’uomo moderno, compreso il cristiano, si inietta continuamente nelle vene ed ecco che l’ «uomo, proprio in forza della speranza che lo anima e lo spinge, non sa più abbandonarsi a Dio e attendere “i suoi momenti”, vuole anticiparli da sé e, proprio nel suo sforzo di realizzare quaggiù il Regno di Dio, va avanti da solo e Dio lo abbandona» (1). Questa grande verità venne analizzata da un maestro della spiritualità del XX secolo, don Divo Barsotti, in un suo articolo pubblicato su «L’Osservatore Romano» del 16 marzo 1969 e ripreso in un interessante libro che raccoglie suoi articoli ed interventi dal titolo “I cristiani vogliono essere cristiani” (San Paolo 2006, pp. 347, € 17,00). 

Ma l’uomo, senza Dio, dove può mai arrivare? L’infelicità sarà il suo certificato di garanzia. Non c’è niente di più tragico, per l’uomo, che rimanere solo, senza il Padre che lo volle e lo creò. Pensiamo alla drammaticità di rimanere orfani nella tenera età oppure al terrore scritto sul volto di tanti anziani malati lasciati soli negli ospizi; pensiamo, soprattutto, a chi rimane orfano del Signore, all’inquietudine di società intere, un tempo cristiane, che hanno perso la Fede e la speranza in Dio: là dove la persona non fa più affidamento al suo Creatore ha già la morte nell’anima. Ci sono stati e ci sono eremiti che, benché vivano nella solitudine più assoluta, pregustano già la felicità eterna, perché vivono in Dio e non si affannano mai, non conoscono l’impazienza, ma solo la pazienza, vivendo nella traiettoria dell’Assoluto e dell’Amore Infinito, immersi nella Sua grazia, che nutre e disseta. 

«Quando il tempo presente, quando l’esperienza di quaggiù cessa di essere segno del Mistero, allora il tempo perde la sua stessa significazione e l’esperienza umana diviene vuota di senso» (2). Questa misteriosa, splendida, fuggitiva e terribile scena temporale, dove bene e male sono in perenne conflitto dentro e fuori di noi, ha un grande e sibillino protagonista: il Tentatore che minaccia tutti gli uomini, anche quelli di Chiesa. Senza il Mistero della Fede, afferma don Barsotti, la vita perde di significato e allora: «Mi domando se non è questa la tentazione di tanti oggi nella Chiesa. Una certa volontà che si disfaccia la Istituzione ecclesiastica, cioè la Chiesa, nella “città secolare”» (3). Barsotti, monaco di grande Fede, ma anche di grande onestà intellettuale, si interrogò assiduamente sulla deriva di buona parte del mondo cattolico e ne cercò le cause. Quella «città secolare» dentro alla «Città di Dio» proprio non poteva accoglierla con passività e rassegnazione. «La Costituzione pastorale “Gaudium et Spes” forse ne è stata l’occasione? Ogni grazia è ambigua: anche una Costituzione Conciliare, in una sua interpretazione aberrante, potrebbe rappresentare una grave tentazione» (4). Ma si tratta semplicemente di interpretazione o forse non ci sono già segni pericolosi dentro l’oggetto di quella che potrebbe diventare «interpretazione aberrante»? Don Barsotti afferma che la Chiesa non deve avere paura della Croce, perché in essa sta il segno della Fede e ad essa bisogna obbedire. «Si può dire: il Cristo ha già realizzato la salvezza, il Regno di Dio; sì, ma tu ne sei escluso, se l’obbedienza della fede che in Lui compì il disegno divino della salvezza, non diviene la sua stessa obbedienza. Per questo l’obbedienza della fede è la suprema attività dell’uomo. […]. Nulla perciò è più efficace, in ordine alla speranza della piena rivelazione del Regno di Dio, che la fede, anzi, nulla è veramente efficace tranne l’obbedienza della fede. Ogni attività che prescinda dalla fede, è attività demoniaca che vorrebbe violentare le segrete disposizioni di Dio, vorrebbe strappare a Dio la decisione dell’intervento ultimo, sostituendo all’economia sacramentale presente, l’economia della gloria», e il fondatore dei Figli di Dio, a questo punto, non usa mezzi termini: «Parlare di un post-cristianesimo è, nel migliore dei casi, delirio soltanto di chi ha perduto la fede e rinunzia definitivamente alla salvezza di Dio» (5). 

Don Divo Barsotti è profondamente allarmato dalla secolarizzazione della cristianità, ma non se ne sta con le mani in mano, reagisce con prediche, discorsi, articoli, libri... Nessun processo di secolarizzazione, afferma, avrà la capacità di risolvere in elemento secolare le virtù teologali: non la fede, non la speranza e nemmeno la carità, perché l’assistenza sociale non sostituisce e non sostituirà mai l’amore cristiano. Infatti il termine solidarietà ha rimpiazzato, anche in ampi strati della Chiesa, il cattolico vocabolo carità. 

Magnifico e verissimo ciò che sostiene: il Sacerdote mantiene la sua essenziale e formidabile mansione anche se gli fosse impedita ogni attività sociale. Questo vale pure per la Chiesa, anche se essa perdesse ogni grandezza di carattere storico. Gli uomini potrebbero comunque riconoscere al Sacerdote e alla Chiesa la loro vera missione che è l’annuncio della Salvezza, la celebrazione del Santo Sacrificio, la discesa della grazia attraverso i Sacramenti, l’unione con Dio nella preghiera. La Santa Messa è il cuore della Fede. Ma come porsi allora di fronte alle tante celebrazioni eucaristiche postconciliari dove al centro dell’attenzione non c’è più l’immolazione del Figlio di Dio, ma l’assemblea? «Se la celebrazione liturgica non realizzasse la unità trascendente degli uomini in Cristo, che cosa sarebbe di più che una riunione di amici, cui disturba ogni forma come inutile e falsa? Meglio cento volte un rito incomprensibile, che una celebrazione che si risolva in un puro incontro di amici – non certo perché l’incomprensibilità del rito illude più facilmente sul suo valore, ma perché meglio significa il suo contenuto reale di Mistero che trascende tutto l’umano» (6). 

Benché la secolarizzazione abbia profanato realtà che non le appartenevano, come per esempio la Sacra Liturgia, la «Presenza rimane e giudica il mondo». Qui don Barsotti si fa severo. Togliendo stoltamente la Croce per porvi un Gesù umanizzato che tutto perdona e tutti accoglie, si toglie il Mistero, ma ciò non può che portare alla rovina: l’uomo, così facendo, dovrà rinunciare al senso della vita, della storia, della creazione: gli rimarrà, alla fine, la dimensione animale, senza però averne l’innocenza, «animale che vive senza perché e muore senza rimpianto» (7). 

Severo è anche quando rimprovera, senza fare il nome dell’autore, il titolo di un libro uscito intorno al 1969, Credenti e non credenti per un mondo nuovo. Barsotti qui insiste sul fatto che non può esistere alcuna «novità» per il credente all’infuori di Cristo, perciò è logico che fra chi ha Fede e chi non l’ha, seppur possano vivere insieme e lavorare insieme, esiste un abisso: mentre per il secondo la sua condizione non trova risposte serie e non sa dove sia diretto, la meta per il primo è chiara e può credere meno in se stesso e nelle proprie attività, proprio perché si affida a Chi di lui si prende cura come i gigli dei campi e i passeri del Cielo. 

Interessante poi ciò che il fondatore dei Figli di Dio dichiara allorquando prende in esame la locuzione «Popolo di Dio», la quale, dal Concilio Vaticano II in poi, ha preso il posto di Gesù Crocifisso: «Fermandosi e insistendo sull’immagine di “Popolo di Dio”, la Costituzione dogmatica Lumen gentium già rivela l’intenzione fondamentale del Concilio di ispirare una teologia eminentemente pastorale» (8). Il Popolo non sostituisce, mai, il Figlio di Dio, così «come non lo sostituisce il “Cristo cosmico” che non ho mai capito che fosse», quello declamato dal geologo e paleoantropologo Teilhard de Chardin S.j. (1881 - 1955), che ebbe a definirsi in questi termini: «Io non sono né un filosofo, né un teologo, ma uno studioso del 'fenomeno', un 'fisico' nel senso dei greci » (9)… quale e quanta differenza dal dottissimo san Pier Damiani (1007-1072), teologo, latinista, vescovo e cardinale, che di sé diceva: «Petrus ultimus monachorum servus» («Pietro, ultimo servo dei monaci»). 

Il 30 luglio 1969 su «L’Osservatore Romano» don Barsotti si fa interprete dell’ortodossia contro le idee distorte moderne che hanno seminato la gramigna ovunque, infestando anche i campi migliori. Il suo racconto è chiaro, preciso, illuminante: vi è rappresentato il pensiero, trasmesso purtroppo da buona parte dei pastori, che oggi il cristiano ha della Chiesa: 

«Alcuni giorni fa, predicando un ritiro, un’ottima figliola si mostrò meravigliata che io non capissi come finalmente il Concilio ci avesse dato della Chiesa una concezione schiettamente democratica. La Chiesa, essa mi diceva, segue il cammino dei tempi. Alle monarchie assolute han fatto luogo le democrazie popolari. Così nella Chiesa. Non è Essa infatti il Popolo di Dio? Al sacerdozio ministeriale la Comunità delega semplicemente i propri doveri, e nulla vieta che possa riprenderli, quando il sacerdote ne abusa. Non vi è altro sacerdozio, come non vi è altra regalità che quella del Popolo». Alla giovane il monaco rispose con la Fede di sempre, quella trasmessa di generazione in generazione, dal Salvatore in poi. Disse che è Cristo il pastore del gregge, Egli la roccia sulla quale è edificata la Chiesa come Tempio santo di Dio ed è Pietro che il Figlio di Dio scelse per pascere, in suo nome, le pecore del gregge: non è il gregge che sceglie il suo pastore. 

Gli spunti di riflessione che don Barsotti ci propone sono molteplici: la sua teologia scava nei meandri della mentalità moderna e per non perdersi nei suoi labirinti, come invece hanno fatto molti altri colleghi del suo tempo, si è ancorato alle verità della Tradizione della Chiesa. 

Chiudiamo con alcune osservazioni decisamente impregnate di attualità, considerando lo stato attuale di questa Europa malata e depressa, che non ha più nessun esempio da dare se non in negativo. «Non è certo facile vivere oggi. Respiriamo un’atmosfera di crisi – religiosa, politica, filosofica, morale – che vorrebbe toglierci ogni volontà di lavorare, ogni gioia di vivere. […]. Saper vivere, saper morire: chi ci insegna più questa sapienza? […]. Non c’è nulla da salvare quando ognuno vuol salvare soltanto se stesso e il proprio egoismo» (10). L’amarezza pervade questo mistico che vorrebbe gridare a tutti quanto è benefico stare con Dio. Immensa pena prova per coloro che corrono alla «fiera delle vanità» (11), coloro che credono e vorrebbero far credere ad una loro testimonianza. Ma testimonianza a chi e di che cosa? Si è disposti a mettere se stessi al servizio di coloro che hanno più o meno potere; ma si tratta di un servizio impuro perché nell’intimo il “servitore” non ama il “servito”, ovvero il padrone che si è scelto. «Si è servi in vista soltanto di diventare padroni» (12) e questo non vale soltanto per gli uomini del potere civile, ma anche di coloro che detengono quello religioso. Gli uomini veri, aggiunge ancora Barsotti, non sono mai stati molti, ma non conforta il constatare che ogni giorno sono sempre meno. E chi sono questi uomini veri a cui fa riferimento? Coloro che non cercano un facile consenso esteriore, ma sono paghi della testimonianza della propria coscienza e non antepongono nulla alla fedeltà di seguirne le norme con semplicità e fermezza. Ma una cultura «che non fa posto alcuno all’interiorità, non può educare gli uomini ad essere uomini» (13). 
 Cristina Siccardi 
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NOTE (1) D. Barsotti, “I cristiani vogliono essere cristiani”. Interventi del Padre dagli anni ’50 ai nostri giorni, a cura di Paolo Canal, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2006, p. 28. (2) Ibidem. (3) Ibidem. (4) Ibidem. (5) Ivi, pp. 30-31. (6) Ivi, pp. 45-46. (7) Ivi, p. 46. (8) Ivi, p. 51. (9) Intervista a Teilhard de Chardin, «Nouvelles Littéraires», 11 gennaio 1951. (10) D. Barsotti, op. cit., pp. 114-115. (11) Ivi, p. 115. (12) Ibidem. (13) Ibidem.

Lo sapevate che abbiamo da imparare dagli anglicani?

Ho appena letto su Cantuale antonianum un articolo del 2009. Intanto il titolo: La celebrazione cattolica secondo l'uso anglicano. Se si può applicare il termine "ossimoro" ad una frase, mi sembra questo il caso...

Viene riportato un video, purtroppo ora non più visibile, girato nella comunità parrocchiale "di punta" del cosiddetto "Anglican Use", cioè quel particolare rito degli ex anglicani già tornati in comunione con la sede di Roma, con la notazione che, rivisto e adattato, il rito cattolico dell'anglican use è oggi contenuto nel Book of Divine Worship (Libro del Culto Divino), che - secondo il card. Levada - costituirà la base solida della "variante" del rito latino che caratterizzerà gli anglicani di ritorno.

E quindi risulta che abbiamo un rito romano-anglicano, le cui principali caratteristiche sono:
  1. Celebrazione fortemente bipartita tra liturgia della Parola e liturgia Sacrificale, il cui spartiacque è segnato dal cambio delle vesti del celebrante all'offertorio. 
  2. La lingua è l'inglese liturgico, non quello banale della quotidianità, ma un linguaggio aulico.
  3. Il canto è tipicamente anglicano, corale, ma non mancano le antifone proprie, cantate in inglese dal Coro su toni gregoriani. 
  4. Tutto l'ordinario è cantato in inglese e anche dal popolo. 
  5. I ministri (sacerdote, diacono e suddiacono: loro non hanno avuto la mannaia di Paolo VI sugli ordini minori) sono rivolti versus Dominum.
  6. Sede della celebrazione il sanctuary, cioè il presbiterio, delimitato dal rod screen: una sorta di iconostasi aperta, molto tipica, che è più di una balaustra (ancor più visibile nell'immagine sotto). 
  7. Il Vangelo viene proclamato, secondo l'uso della Chiesa d'Inghilterra, al centro dell'assemblea. 
  8. I chierichetti e il popolo si inginocchiano molto spesso, anche durante le particolari preghiere di richiesta di perdono che precedono la liturgia eucaristica propriamente detta. 
  9. Notevole il ricevere la comunione in ginocchio alla balaustra, ma sotto le due specie, modalità è tipica anche dei luterani, che in realtà è il modo comune di ricevere la comunione della chiesa alto medievale. 
  10. Molti altri aspetti sono retaggio del rito romano più antico, che non sono stati abbandonati dalla High Church anglicana o almeno li ha riscoperti grazie al movimento di Oxford (il canto dei ministri, l'incenso, le campane, le luci, le genuflessioni e il clima di composta e insieme solenne devozione...).
Dal Blog New Liturgical Movement ho tratto una suggestiva immagine del presbiterio anglicano e del loro ambiente e stile liturgici.

Quindi Cantuale auspica: speriamo che questo rito "di nicchia" possa essere conosciuto, e ora diffondersi ad altri gruppi anglicani che arrivano alla comunione con il Papa.

Ma l'auspicio più sorprendente è questo (come se non esistesse il Rito Romano da cui imparare): E perchè no, chissà che possa contagiare e fare del bene anche alla celebrazione di tante parrocchie di normale rito romano moderno, esercitando una sana "attrazione gravitazionale".

Insomma, si riconosce che la Chiesa cattolica ha da imparare dagli anglicani... e purtroppo non è uno scherzo!
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[ Fonte: Cantuale antonianum]