mercoledì 28 novembre 2012

Quei classici più attuali di noi. A colloquio con il presidente della nuova Pontificia Accademia Latinitatis

Quanta vita in una lingua tecnicamente morta come il latino, non solo in Italia: in Germania è la terza lingua straniera più studiata (dal 2000 a oggi gli studenti sono cresciuti del 30 per cento). E non solo in Europa: in Cina è attivo dal giugno scorso Latinitas Sinica, il primo centro studi nel suo genere nella Repubblica Popolare.

Ma gli esempi non mancano. «Il latino è inaspettatamente presente -- spiega a «L'Osservatore Romano» Ivano Dionigi, rettore dell'università di Bologna e presidente della istituenda Pontificia Accademia di Latinità [ora istituita] -- anche in ambito informatico. La parola computer viene da computare, benché ritorni nella nostra lingua come prestito dell'inglese; la stessa chiocciola @ della posta elettronica (l'at inglese) rinvia al latino ad.

«Le signe européen c'est le latin» scriveva de Maistre: non è più così?

Da quando ho saputo della nomina mi sto facendo molte domande, prima di tutto su come interpretare al meglio questa istituzione e inserirla nelle dinamiche del presente. Come rendere utile e necessaria una lingua morta? Sempre più spesso da qualche decennio a questa parte si tende a rimuovere la cultura classica anche in Italia. Perché il latino? Perché il greco e i classici? Per tre motivi essenzialmente, il primo è la tutela dei beni culturali. «Mai l'America, se Roma fosse sorta nel Texas, si sarebbe comportata come fa la scuola italiana» diceva Giuseppe Pontiggia parlando della trascuratezza per l'immenso patrimonio di arte, scultura, architettura, cultura in senso lato che l'Italia ha a disposizione. In gioco c'è un destino culturale ma anche una concreta convenienza economica, la possibilità di investimenti a lungo termine e opportunità di lavoro e di occupazione per i giovani. Come si fa a non capirlo? Come si fa a intendere e a tramandare questo patrimonio se non si hanno gli strumenti per farlo? Secondo: il greco e il latino ci aiutano a parlare bene, questo lo ammettono anche coloro che non stravedono per i classici, da Toqueville a Gramsci. Parlar male, scrive Platone nel Fedone, oltre a essere una cosa brutta in sé fa male anche all'anima. Nulla appare scritto a caso, o “di fretta” nei classici, e questo è particolarmente prezioso per noi che viviamo all'interno di un clima diffuso di entropia linguistica, in cui le parole vengono ridotte a vocaboli. Tutte le nostre lingue europee dal Mar Nero all'Atlantico hanno risentito del latino; tempo fa ho basato un corso sull'etimologia di duecento parole, ogni termine è un campo magnetico che illumina una porzione di storia. Tutta la nostra tradizione letteraria si è modellata sul latino; se lo buttiamo via dobbiamo buttar via anche tanto altro. Terzo, i classici ci aiutano a pensare bene, è il loro lascito più vantaggioso; sono al contempo fondamento del presente e antagonisti al presente. Non voglio insistere sul tema delle radici identitarie perché sono evidenti. Nella storia linguistica e culturale dell'Europa, il latino ha avuto ruoli diversi nel tempo -- come ha ben spiegato Françoise Vaquet -- è stata la lingua della scuola, della Chiesa, dello Stato ma grazie alla sua universalità e alla sua brevitas è stata anche la lingua della scienza. Pensiamo al lessico tecnico delle varie lingue, con i termini di derivazione greca o latina.

Originalità è tornare alle origini, diceva Gaudí; sulla stessa linea della frase di Verdi diventata proverbiale, «torniamo all'antico e sarà un progresso». Un elogio della tradizione che arriva da due artisti al di sopra di ogni sospetto di “passatismo” nostalgico.

Questa ossessione di recidere i legami col passato ci rende tutti dei marcionisti culturali, una definizione coniata da Rémi Brague, recentemente premiato dalla Fondazione Ratzinger per le sue acute diagnosi delle malattie del pensiero contemporaneo. L'eretico Marcione voleva azzerare i legami del cristianesimo con le sue radici ebraiche, e così stiamo facendo noi con l'eredità di chi ci ha preceduto. Oltre al lessico fondamentale delle varie discipline, dal diritto alla politica, dalla farmacologia alla medicina, dalla matematica all'agricoltura, c'è un lascito culturale specifico, una forma mentale, un pensiero plurale metamorfico, fatto di argomentazioni, conflitto di idee, critica e autocritica, mentre oggi tutto converge verso la linearità. Ci si stupisce di meno davanti alle culture altre e alla globalizzazione se si conosce la koinè ellenistica e la globalizzazione romana, ci si “accasa” meglio nella modernità conoscendo l'apertura e l'educazione all'inclusione romana.

Il ciclo di incontri sui classici fondato insieme ai suoi allievi nel 2002, a Bologna, negli anni ha riscosso un successo crescente; «più i tempi sono aridi più il lavoro diventa urgente» ha detto recentemente introducendo una lezione sul mito di Prometeo.

Perché la gente fa la fila e tante persone non riescono a entrare? Perché il giornale del mattino alla sera lo butti via, ma non succede lo stesso con i testi che hanno segnato la nostra storia. Classico è ciò che ancora ha da essere diceva Osip Mandelstam, è un testo scritto per noi, non solo per narcisismo o per far soldi. Quando mi chiedono «ci renda attuali i classici», rispondo sempre «loro lo sono già, siamo noi che non siamo attuali!». Parlano di un mondo radicalmente diverso dal presente, per questo sono così interessanti.

Contemporaneamente fondamento del presente e antagonisti al presente, come ha detto prima.

Su questo, io sto con Eliot; fortunatamente il latino e il greco sono lingue morte, così ce ne possiamo spartire l'eredità. Certo, bisogna evitare l'accecamento grammaticalistico, la coniunctivitis professoria come la chiamava Giorgio Pasquali, e anche le iniziative di tante sodalitates nostalgiche, inutili se non controproducenti. I malintesi non sono mancati, purtroppo, il fascismo ha messo le mani sui classici e li ha ridotti a pretesto, a veicolo di una retorica tossica e marziale, le celebrazioni dedicate a Virgilio e Orazio hanno provocato danni irrimediabili. «L'Italia ha perso la guerra e gli italiani non sanno il latino», commentava amaramente Guido Calogero. Ma anche il dibattito negli anni Sessanta è stato drogato dall'ideologia, la cultura classica è stata considerata uno status symbol, uno strumento di difesa del potere, mentre secondo me è l'opposto, è uno strumento di difesa “dal” potere. In Italia, nonostante tutto, abbiamo ancora i migliori licei d'Europa, non sono ancora riusciti a rovinarli. Una lingua strutturalmente temporale come il latino può essere un antidoto alla dittatura del presente, alla mancanza di prospettiva storica tipica della nostra epoca

Non solo brevitas, quindi, ma anche complessità creativa, rispetto alla banalità omologante di un linguaggio esclusivamente veicolare.

Come diceva Baudelaire, il verbo è l'angelo del movimento che dà spinta alla frase. Il latino, fondato sul verbo, è lingua dinamica, è lingua sub specie temporis. Noi siamo tempo: nasciamo, cambiamo, moriamo. C'è un ordo verborum che non è immediato; e anche questo aiuta a guardare più in profondità, non tutto in primo piano, come avviene per una lingua puramente strumentale. Quando si legge un brano latino tutto il filo del discorso resta sospeso proprio perché c'è un prima, un durante e un dopo proprio all'interno della stessa formulazione linguistica.

Come è nato il centro studi «La permanenza del Classico»?

Insieme a Massimo Cacciari; avevamo quattrocento persone ai nostri seminari e ci siamo trasferiti a teatro, e poi in altri spazi più attrezzati, trasformando la lezione accademica in incontri dove la lezione è scandita da letture di attori e ritmata da intervalli musicali. Ci tengo a citare una frase dell'amico Cacciari: «Chi abbia letto una sola tragedia greca, una sola invettiva dantesca, un verso della Ginestra, saprà ascoltare, saprà riconoscere i propri limiti e il valore altrui, ma obbedire passivamente mai». Abbiamo tra le mani un patrimonio prezioso ed esplosivo, come la tradizione greca, Virgilio o la sapienza senecana, sarebbe egoismo tenerlo solo per noi, tutti devono poterne fruire. Il latino può essere una bussola; ce ne sono altre, ma avere queste parole originarie e necessitanti nello zaino interiore aiuta, sono un viatico importante. Parole, e non vocaboli, perché il vocabolario è un ossario; le parole si ribellano se vengono trattate male, non bisogna torcergli il collo, sono come le persone. L'Europa è figlia di quella storia che ha parlato ininterrottamente latino; il padre e la madre puoi ucciderli ma li hai nel sangue.

Come è nata, nella sua storia personale, la passione per il latino?

Tra i miei maestri ci sono don Silvio Linfi, di Pesaro, morto da poco tempo, e monsignor Elio Sgreccia, che è stato mio professore. Nella vita, tutto dipende dagli incontri. E la divisione dei saperi e delle cosiddette due culture, umanistica e scientifica, è un falso e un anacronismo. Tutto è scientia, scientia rerum. Erano umanisti o scienziati i presocratici? Io sto con il mio Seneca, il quale alla domanda «che cos'è il bene?», rispondeva «la conoscenza delle cose» (scientia rerum); «e il male, l'ignoranza delle cose» (imperitia rerum). L'uomo è intero, e noi lo vogliamo “cittadino”, non “utile impiegato”, come diceva Nietzsche. «Credono di tirar su la verità dal pozzo -- dice in un altro passo celebre -- servendosi di agà e di catà. L'antichità stessa va in pezzi per opera dei filologi»; anche le cause più giuste si perdono se vanno in mano agli avvocati sbagliati.

Il Vaticano II e il latino: un malinteso?

All'epoca il cardinale Montini riprese una frase di Agostino, melius est reprehendant nos grammatici quam non intelligant populi («è meglio che i grammatici biasimino noi, piuttosto che la gente non comprenda», Enarrationes in Psalmos, 138, 20) per spiegare le scelte della Chiesa a favore delle lingue nazionali. In fondo non è una novità: il primo riconoscimento ufficiale dell'esistenza di un volgare è una delibera del concilio di Tours dell'813, che ne raccomanda l'uso nelle omelie. Al clero Giovanni XXIII avrebbe poi rivolto un accorato elogio della classicità, la Veterum sapientia, in cui insiste sull'urgenza della conoscenza di un patrimonio irrinunciabile: è la lingua in cui hanno scritto e pregato i Padri, è segno dell'universalità cattolica e per la sua stessa inalterabilità è stata la forma nella quale è stato trasmesso e fissato il contenuto della fede cristiana; in più, si potrebbe aggiungere con una certa dose di ingenuità o di malizia, rende bene il senso del mistero grazie alla sua incomprensibilità e oscurità. Ma in fondo, paradossalmente, non la Chiesa ha scelto il latino, ma il latino ha scelto la Chiesa.

Quali sono le priorità in agenda?

Due innanzitutto, la prima ripristinare l'obbligatorietà del latino nei seminari e, in secondo luogo, creare ponti a tutti i livelli: tra la ricerca che si occupa di tradizione cristiana e quella classica e pagana, tra le università, nella divulgazione ad alto livello. Dobbiamo capitalizzare al meglio questo grande patrimonio. Serviranno sempre mediatori culturali, un "piccolo gregge" capace di tramandare e tradurre, lievito per tutti gli altri. Lucrezio e Seneca sono sempre uguali e diversi, il classico è sempre idem et alius. C'è il Lucrezio della retorica barocca del Seicento e quello razionalista ottocentesco di Rapisardi, ogni epoca ha bisogno di traduzioni e interrogazioni nuove, ma senza solide basi linguistiche e filologiche ogni discorso sulla letteratura diventa pura chiacchiera. Del latino si può fare a meno, ma si vive peggio.
Silvia Guidi
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(© L'Osservatore Romano 11 novembre 2012) by Paparatzinger Blog

2 commenti:

Discipulus ha detto...


Latinum vivat!

mic ha detto...

Vi invito a leggere il gustoso e validissimo post di Francesco Colafemmina:

"Res vacuae vacuos homines alliciunt"

http://fidesetforma.blogspot.com/2012/11/res-vacuae-vacuos-homines-alliciunt.html