mercoledì 18 settembre 2019

La gloria pesante di Dio, medicina di quest’epoca leggera

"Gloriosa" recensione di Silvio Brachetta. Uno dei tanti concetti cancellati dal pauperismo dilagante è quello di «gloria». La gloria è il «kabōd» ebraico – il «peso». Ebbene sì: nonostante si cerchi ad ogni costo di alleggerire Dio, rimane il fatto che Egli è «pesante», assai pesante.

Uno dei tanti concetti cancellati dal pauperismo dilagante è quello di «gloria», che è stata spesso trascurata «a favore di un’umiltà che sembra più adatta al pusillanime». Così Michel Janva segnala (qui) l’ultima fatica editoriale del filosofo francese Fabrice Hadjadj, dal titolo A Me la gloria (A Moi la gloire, Salvator, 2019). Ma cos’è questa gloria di Dio? La gloria è il «kabōd» ebraico – il «peso». Ebbene sì: nonostante si cerchi ad ogni costo di alleggerire Dio, rimane il fatto che Egli è «pesante», assai pesante.
Ciò nasce da un equivoco, in cui cascano i pauperisti e i relativisti d’ogni epoca: l’umiltà non è sinonimo di leggerezza, ma di abbassamento. La leggerezza è descritta in tutt’altro modo nella Bibbia. La leggerezza è la «vanità» del Qoelet, che traduce l’ebraico «ebel» – «cioè vapore, ombra, fumo». La leggerezza è inconsistenza, mentre l’umiltà è gloriosa.
Hadjadj scrive della gloria di Dio, che si può rintracciare anche nelle creature. C’è una gloria «del ciottolo, del pavone o della civetta», ovvero una loro pesantezza, tanto fisica, quanto ontologica. Le cose pesano, hanno un’estensione, sono belle, sono significative, brillano di mistero, hanno una traccia d’eternità. In ogni cosa c’è un’impronta di «unum, bonum et verum» (San Tommaso d’Aquino), nel senso che vi è, nelle creature, un’immagine del Creatore – come un riflesso di sapienza, che trascende le cose e porta la mente umana alla contemplazione speculativa di Dio.
E Dante Alighieri riprende l’Aquinate, con il medesimo concetto: «La gloria di colui che tutto move per l’universo penetra, e risplende in una parte più e meno altrove» (Paradiso 1, 1).

Parafrasando Hadjadj, Janva sostiene che «la nozione di gloria» è «essenziale per la rivelazione biblica ancor più che per la ragione pagana». Anche per Roma pagana la gloria era centrale, ma come bottino da conquistare con la forza e attraverso l’adulazione agli dei. La gloria cristiana è tutt’altro da quella pagana. È la gloria di Dio, che è trasmetta agli angeli e agli uomini, come eredità e come dono gratuito.

Nella Liturgia della Quaresima – dice Hadjadj – «la Gloria rimane, ma come ambientata nel Sanctus», dove, tra l’altro si legge: «Pleni sunt coeli et terra gloria tua», «I cieli e la terra sono pieni della tua gloria» (dal Messale Romano). Quindi, «secondo il Sanctus, la gloria di Dio non è solo in cielo, ma anche sulla terra, e questa gloria non si trova lì solo raramente o parzialmente, poiché la terra ne è piena».

Il «kabōd» non è l’essenza di Dio, ma piuttosto la sua manifestazione, il suo splendore. Il concetto di «kabōd», della gloria, è talmente legato alla ricchezza, che compare anche in applicazione al patriarca Abramo, che possiede «bestiame, argento ed oro» (Gen 13, 2). La gloria è pure associata all’autorità, come nel caso del patriarca Giuseppe: «Raccontate al padre mio tutta la gloria che io ho in Egitto» (Gen 45, 13).

La gloria è anche bellezza, irradiazione, come bello e radioso è il Tempio di Dio, la veste di Aronne, il volto di Mosè. L’uomo è stato creato «coronato di gloria» (Sal 8, 7). Con il Vangelo è rivelata la verità compiuta circa la gloria umana, che è presente solo nel pentimento, nella sequela di Cristo, nell’obbedienza, nell’esercizio delle virtù, nella rinuncia al male e alle sue seduzioni.

Quanto a Dio, se nell’Antico Testamento la sua gloria si manifestava nel Mar Rosso, nella manna o sul Sinai, nel Nuovo Testamento si manifesta nella salvezza. Dio è glorioso nella sua fedeltà, nel suo amore, nel suo sacrificio, nella sua redenzione. I miracoli di Gesù sono espressione della sua gloria, come glorioso sarà il suo ritorno, alla Parusia.

In quest’epoca evanescente, vaporosa, leggera, inconsistente, il libro di Fabrice Hadjadj è una perla. Anzi, è un blocco d’oro pesante, glorioso. (Silvio Brachetta)

5 commenti:

Anonimo ha detto...

E' bene parlare di gloria autentica, quella d Dio, quando tutti i nostri sensi sono rivolti al sottoterra e imprigionati nella tecnologia e il cuore e la mente razzolano tra i rifiuti. Sono parole di un mondo nostro dimenticato, abbandonato perché salire è fatica e scendere non chiede che lasciarsi andare e rotolare entro la frana dell'età nuova.I pragmatici inglesi usano l'aggettivo glorious per indicare quello splendore che è nella cosa, nella persona, nella natura ed oltre la cosa, oltre la persona, oltre la natura, cioè qualcosa che esula dal fare umano ma, incorona la creatura ed il creato. Loro che vivono tra la mutevolezza dei venti e delle onde, hanno fatto del tempo un tema di conversazione in cui ogni ceto sociale è altamente specializzato e ognuno sa che quella mutevolezza la ritrova nelle onde del suo cuore,nell'accavallarsi dei suoi pensieri. E quando dalle loro labbra esce l'esclamazione, what a glorious day! lì è tutto intrecciato tempesta e bonaccia, turbine e brezza, dolore e gioia, l'essere umano e Gesù Cristo, nostro Salvatore, la carne, la Croce e la Gloria.

Ave Maria ! ha detto...

«Cercati in Me» e «CercaMi in te»

«In tal modo pote' Amore.
O anima ,nel Mio intimo ritrarti
Che mai nessun pittore
potra' meglio immaginarti.

Bella, per amor fosti creata,
e nel Mio stesso Cuor volli formarti
Che', se per caso, ti perdessi, o amata,
in Me dovrai sempre ritrovarti.

Ti troverai dipinta nel Mio petto
E così al vivo ti vedrai formata
Che in contemplarti tu n'avrai diletto
Vedendoti sì bene immaginata.

Ma se non sapessi ove cercarMi
Non andare vagando inutilmente.
Se veramente tu vorrai trovarMi
In te devi cercarMi alacremente.

Tu sei il Castello ov'io dimoro e dove
Ti chiamo dal profondo del tuo cuore,
Quando ti vedo divagare altrove,
E chiudere la porta dell'amore.

Non perdere il tuo centro per cercarMi
Ti bastera' gridare il Nome Mio
Che in te verro',dove potrai trovarMi
Senza tardar ,per essere il tuo Dio.»

S.Teresa d'Avila -
L'inaccessibile Castello-
(Traduzione di P.Antonio Maria Sicari)

Anonimo ha detto...

Tutti i libri di Fabrice Hadjadj sono perle non foss'altro per il lungo percorso spirituale dello stesso.

Anonimo ha detto...

Alma, buscarte has en Mí,
y a Mí buscarme has en ti.

De tal suerte pudo amor,
alma, en mí te retratar,
que ningún sabio pintor
supiera con tal primor
tal imagen estampar.

Fuiste por amor criada
hermosa, bella, y así
en mis entrañas pintada,
si te perdieres, mi amada,
Alma, buscarte has en Mí.

Que yo sé que te hallarás
en mi pecho retratada,
y tan al vivo sacada,
que si te ves te holgarás,
viéndote tan bien pintada.

Y si acaso no supieres
dónde me hallarás a Mí,
No andes de aquí para allí,
sino, si hallarme quisieres,
a Mí buscarme has en ti.

Porque tú eres mi aposento,
eres mi casa y morada,
y así llamo en cualquier tiempo,
si hallo en tu pensamiento
estar la puerta cerrada.

Fuera de ti no hay buscarme,
porque para hallarme a Mí,
bastará sólo llamarme,
que a ti iré sin tardarme
y a Mí buscarme has en ti.

Santa Teresa de Ávila
[Poema - Texto completo.]

Anonimo ha detto...

fabrice Hadjadj é forse l'intellettuale laico cattolico più ispirato tra i viventi. Lascia anche sperare il fatto che sia francese.