Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

giovedì 1 gennaio 2026

1° gennaio - Circoncisione di nostro Signore e Ottava di Natale

Risonanze che ci aiutano ad approfondire i tesori (purtroppo oggi nascosti) della nostra fede. Puer natus est nobis [vedi qui - qui - qui].

1° gennaio - Circoncisione di nostro Signore 
e Ottava di Natale

Intróitus
Is. 9, 6 - Puer natus est nobis, et fílius datus est nobis, cuius impérium super húmerum eius: et vocábitur nomen eius magni consílii Ángelus.
Ps. 97, 1 - Cantáte Dómino cánticum novum: quia mirabília fecit. Glória Patri…
Is. 9, 6 - Puer natus est nobis…

Orátio
Deus, qui salútis ætérnæ, beátæ Mariæ virginitáte foecúnda, humáno géneri præmia præstitísti: tríbue, quæsumus: ut ipsam pro nobis intercédere sentiámus, per quam merúimus auctórem vitæ suscípere, Dóminum nostrum Iesum Christum Fílium tuum: Qui tecum vívit et regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia sæcula sæculórum.
 M. - Amen.
Introito
Isaia 9, 6 - Ci è nato un bambino, ci è stato dato un figlio, il cui impero poggia sugli ómeri suoi: e il suo nome sarà: Angelo del buon consiglio. Sal. 97, 1 - Cantate al Signore un cantico nuovo: perché ha fatto cose mirabili. Gloria al Padre… Isaia 9, 6 - Ci è nato un bambino…

Colletta
O Dio, che mediante la feconda verginità della beata Maria, hai conferito al genere umano il beneficio dell’eterna salvezza: concédici, Te ne preghiamo: di sperimentare in nostro favore l’intercessione di Colei per mezzo della quale ci fu dato di ricevere l’autore della vita: il Signore nostro Gesù Cristo, tuo Figlio: Che è Dio, e vive e regna con Te nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i sécoli dei sécoli.
M. - Amen.

Il mistero di questo giorno
L’ottavo giorno dalla Nascita del Salvatore è giunto; i Magi si avvicinano a Betlemme; ancora cinque giorni, e la stella a fermerà sul luogo dove riposa il Bambino divino. Oggi, il Figlio dell’Uomo deve essere circonciso, e segnare, con questo primo sacrificio della sua carne innocente, l’ottavo giorno della sua vita mortale. Oggi gli sarà imposto un nome; e questo nome sarà quello di Gesù che vuol dire Salvatore. I misteri riempiono questo grande giorno; accogliamoli, e onoriamoli con tutta la religione e con tutta la tenerezza dei nostri cuori.
Ma questo giorno non è soltanto consacrato a onorare la Circoncisione di Gesù; il mistero della Circoncisione fa parte di un altro ancora maggiore, quello dell’Incarnazione e dell’Infanzia del Salvatore; mistero che non cessa di occupare la Chiesa non solo durante questa Ottava, ma anche nei quaranta giorni del Tempo di Natale. D’altra parte, l’imposizione del nome di Gesù deve essere glorificata con una solennità speciale, che presto celebreremo. Questo grande giorno fa posto ancora a un altro oggetto degno di commuovere la pietà dei fedeli. Tale oggetto è Maria, Madre di Dio. Oggi, la Chiesa celebra in modo speciale l’augusta prerogativa della divina Maternità conferita a una semplice creatura, cooperatrice della grande opera della salvezza degli uomini.
Non stupiamo dunque che la Chiesa esalti con tanto entusiasmo Maria e le sue grandezze. Comprendiamo al contrario che tutti gli elogi che essa può farle, tutti gli omaggi che può tributarle nel suo culto, rimangono sempre molto al di sotto di ciò che è dovuto alla Madre del Dio incarnato. Nessuno sulla terra arriverà mai a descrivere e nemmeno a comprendere quanta gloria racchiuda tale sublime prerogativa. Infatti, derivando la dignità di Maria dal fatto che è Madre di Dio, sarebbe necessario, per misurarla in tutta la sua estensione, comprendere prima la Divinità stessa. È a un Dio che Maria ha dato la natura umana; è un Dio che Ella ha per Figlio; è un Dio che si è onorato, di esserle sottomesso, secondo l’umanità. Il valore di così alta dignità in una semplice creatura non può dunque essere stimato se non riavvicinandolo alla suprema perfezione del grande Dio che si degna così di mettersi sotto la sua dipendenza. Prostriamoci dunque davanti alla Maestà del Signore; e umiliamoci davanti alla suprema dignità di colei che Egli si è scelta per Madre.
Se consideriamo ora i sentimenti che tale situazione ispirava a Maria riguardo al suo divin Figlio, rimarremo ancora confusi dalla sublimità del mistero. Quel Figlio che Ella allatta, che tiene fra le braccia, che stringe al cuore, lo ama perché è il frutto del suo seno; lo ama, perché è madre, e la madre ama il figlio come se stessa e più di se stessa; ma se passa a considerare la maestà infinita di Colui che si affida così al suo amore e alle sue carezze, trema e si sente quasi venir meno, fino a che il suo cuore di Madre la rassicura, al ricordo dei nove mesi che quel Bambino ha passato nel suo seno, e del sorriso filiale con il quale le sorrise nel momento in cui lo diede alla luce. Questi due grandi sentimenti, della religione e della maternità, si confondono in quel cuore su quell’unico e divino oggetto. Si può immaginare qualcosa di più sublime di questo stato di Maria Madre di Dio? E non avevamo ragione di dire che, per comprenderlo in tutta la sua realtà, bisognerebbe comprendere Dio stesso, il solo che poteva concepirlo nella sua infinita sapienza, e realizzarlo nella sua infinita potenza?
Madre di Dio! Ecco il mistero per la cui realizzazione il mondo era nell’attesa da tanti secoli; l’opera che, agli occhi di Dio, sorpassava infinitamente, come importanza, la creazione di un milione di mondi. Una creazione non è nulla per la sua potenza; egli dice, e tutte le cose sono fatte. Al contrario, perché una creatura diventasse Madre di Dio, egli ha dovuto non soltanto invertire tutte le leggi della natura col rendere feconda la verginità, ma porsi divinamente egli stesso in apporti di dipendenza, in rapporti di figliolanza riguardo alla fortunata creatura che ha scelta. Ha dovuto conferirle diritti su se stesso, accettare doveri verso di lei; in una parola, farne la Madre sua ed essere suo Figlio.
Da ciò deriva che i benefici di quella Incarnazione che dobbiamo all’amore del Verbo divino, potremo e dovremo, con giustizia, riferirli nel loro significato vero, benché inferiore, a Maria stessa. Se Ella è Madre di Dio, è perché ha consentito ad esserlo. Dio si è degnato non solo di aspettare quel consenso, ma di farne dipendere la venuta del suo figlio nella carne. Come il Verbo eterno pronunciò il FIAT sul caos, e la creazione usci dal nulla per rispondergli; cosi, mettendosi Dio in ascolto, Maria pronunciò anch’Ella il suo FIAT:  sia fatto di me secondo la tua parola; e lo stesso Figlio di Dio ascese nel suo casto seno. Dobbiamo dunque il nostro Emmanuele dopo Dio, a Maria, la sua gloriosa Madre.
Questa necessità indispensabile d’una Madre di Dio, nel piano sublime della salvezza del mondo, doveva sconcertare gli artefici di quell’eresia che voleva distruggere la gloria del Figlio di Dio. Secondo Nestorio, Gesù non sarebbe stato che un uomo; la Madre sua non era dunque se non la madre d’un uomo: il mistero dell’Incarnazione era annullato. Di qui, l’antipatia della società cristiana contro un così odioso sistema. All’unisono, l’Oriente e l’Occidente proclamarono il Verbo fatto carne, nell’unità della persona, e Maria veramente Madre di Dio, Deipara, Theotocos, poiché ha dato alla luce Gesù Cristo. Era dunque giusto che a ricordo della grande vittoria riportata nel concilio di Efeso, e per testimoniare la tenera venerazione dei cristiani verso la Madre di Dio, si elevassero solenni monumenti che avrebbero attestato nei secoli futuri quella suprema manifestazione. Fu allora che cominciò nella Chiesa greca e latina la pia usanza di congiungere, nella solennità di Natale, la memoria della Madre al culto del Figlio. I giorni assegnati a tale commemorazione furono differenti, ma il pensiero di religione era lo stesso.
A Roma, il santo Papa Sisto III fece decorare l’arco trionfale della Chiesa di S. Maria ad Praesepe, la meravigliosa basilica di S. Maria Maggiore, con un immenso mosaico a gloria della Madre di Dio. Quella preziosa testimonianza della fede del V secolo è giunta fino a noi; e in mezzo a tutto l’insieme sul quale figurano, nella loro misteriosa ingenuità, gli avvenimenti narrati dalle Sacre Scritture e i simboli più venerabili, si può leggere ancora la nobile iscrizione con la quale il santo Pontefice dedicava quel segno della sua venerazione verso Maria, Madre di Dio, al popolo fedele: XISTUS EPISCOPUS PLEBI DEI.
Canti speciali furono composti anche a Roma per celebrare il grande mistero del Verbo fattosi uomo da Maria. Magnifici Responsori e Antifone vennero a servire d’espressione alla pietà della Chiesa e dei popoli, e hanno portato quell’espressione attraverso i secoli. Fra questi brani liturgici, vi sono delle Antifone che la Chiesa Greca canta con noi, nella sua lingua, in questi stessi giorni, e che attestano l’unità della fede come la comunità dei sentimenti, davanti al grande mistero del Verbo incarnato.

Messa
La Stazione è a S. Maria in Trastevere. Era giusto che si glorificasse questa Basilica che fu sempre venerabile fra quelle che la pietà cattolica ha consacrate a Maria. È la più antica fra le Chiese di Roma dedicate alla Santa Vergine, e fu consacrata da san Callisto, fin dal secolo III, nell’antica Taberna Meritoria, luogo celebre presso gli stessi autori pagani per la fontana d’olio che ne scaturì, sotto il regno d’Augusto, e scorse fino al Tevere. La pietà dei popoli ha voluto vedere in quell’avvenimento un simbolo del Cristo (unctus) che doveva presto nascere; e la Basilica porta ancora oggi il titolo di Fons olei [1].
EPISTOLA (Tt 2,11-15) Carissimo: Apparve la grazia di Dio nostro Salvatore a tutti gli uomini, e ci ha insegnato a rinunziare all’empietà ed ai mondani desideri, per vivere con temperanza, giustizia e pietà in questo mondo, attendendo la beata speranza, la manifestazione gloriosa del gran Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo: il quale diede se stesso per noi, affine di riscattarci da ogni iniquità e purificarci un popolo tutto suo, zelatore di opere buone. Così insegna ed esorta: in Gesù Cristo Signor nostro.
In questo giorno, nel quale noi facciamo cominciare l’anno civile, i consigli del grande Apostolo vengono a proposito per avvertire i fedeli dell’obbligo che hanno di santificare il tempo che è loro dato. Rinunciamo ai desideri del secolo; viviamo con sobrietà con giustizia e con pietà; e nulla ci distragga dall’attesa della beatitudine che tutti speriamo. Il grande Dio e Salvatore Gesù Cristo, che appare in questi giorni nella sua misericordia per ammaestrarci, ritornerà nella sua gloria per ricompensarci. Il progredire del tempo ci avverte che il giorno si avvicina; purifichiamoci e diventiamo un popolo accetto agli occhi del Redentore, un popolo intento alle opere buone.
VANGELO (Lc 2,21) In quel tempo: Come passarono gli otto giorni per la circoncisione del fanciullo, gli fu posto nome Gesù, com’era stato chiamato dall’Angelo prima che nel seno materno fosse concepito.
Il Bambino è circonciso; non appartiene più soltanto alla natura umana, ma diventa, per tale simbolo, membro del popolo eletto e consacrato al divino servizio. Egli si sottomette a quella cerimonia penosa, a quel segno di servitù, per compiere ogni giustizia. Riceve in cambio il nome di Gesù, nome che vuol dire Salvatore; Egli ci salverà dunque, ma ci salverà con il suo sangue. Ecco la volontà divina accettata da lui. La presenza del Verbo incarnato sulla terra ha per fine un sacrificio, e questo sacrificio comincia già. Potrebbe essere pieno e perfetto con quella sola effusione del sangue d’un Dio-Uomo; ma l’insensibilità del peccatore, del quale l’Emmanuele è venuto a conquistare l’anima, è così profonda che i suoi occhi contempleranno troppo spesso, senza che egli si commuova, l’abbondanza del sangue divino che è scorso sulla croce. Le poche gocce del sangue della circoncisione sarebbero bastate alla giustizia del Padre, ma non bastano alla miseria dell’uomo; e il cuore del divino Bambino vuole soprattutto guarire questa miseria. Per questo appunto Egli viene; e amerà gli uomini fino all’eccesso, perché non vuole portare invano il nome di Gesù.

* * *
Consideriamo, in questo ottavo giorno dalla Nascita del divino Bambino, il grande mistero della Circoncisione che si opera nella sua carne. Oggi la terra vede scorrere le primizie del sangue che deve riscattarla; oggi il celeste Agnello, che deve espiare i nostri peccati, comincia a soffrire per noi. Compatiamo l’Emmanuele, che si offre con tanta dolcezza allo strumento che deve imprimergli un segno di servitù.
Maria, che ha vegliato su di lui con tanta sollecitudine, ha visto venire l’ora delle prime sofferenze del suo Figlio con una dolorosa stretta al suo cuore materno. Sente che la giustizia di Dio potrebbe fare a meno di esigere quel primo sacrificio, oppure accontentarsi del prezzo infinito che esso racchiude per la salvezza del mondo, e tuttavia, bisogna che la carne innocente del suo Figlio sia già lacerata, e che il suo sangue scorra sulle delicate membra.
Ella vede, desolata, i preparativi di quella rozza cerimonia; non può né fuggire né considerare il suo Figlio nelle angosce di quel primo dolore. Bisogna che oda i suoi sospiri, il suo gemito di pianto, e veda scendere le lacrime sulle sue tenere gote. “Ma mentre egli piange – dice san Bonaventura – credi tu che la Madre sua possa contenere le lacrime? Essa stessa dunque pianse. E vedendola così piangere, il Figlio suo, che stava ritto sul suo grembo, portava la manina sulla bocca e sul viso della Madre, come per farle segno di non piangere, perché Colei che egli amava teneramente, la voleva vedere cessare di piangere. Similmente da parte sua la dolce Madre, le cui viscere erano fortemente commosse dal dolore e dalle lacrime del suo Figliuolo, lo consolava con i gesti e con le parole. Infatti, siccome era molto prudente, essa intendeva bene la sua volontà, per quanto ancora non parlasse. E diceva: Figlio mio, se vuoi che io smetta di piangere, smetti anche tu, perché non posso fare a meno di piangere anch’io se piangi tu. E allora, per compassione verso la Madre, il Figlioletto cessava di singhiozzare. La Madre gli asciugava quindi gli occhi, metteva il suo viso a contatto con quello di lui, lo allattava e lo consolava in tutti i modi che poteva” [2].
Ora, che cosa renderemo noi al Salvatore delle anime nostre per la Circoncisione che si è degnato di soffrire onde mostrarci il suo amore? Dovremo seguire il consiglio dell’Apostolo (Col 2,2) e circoncidere il nostro cuore da tutti i suoi affetti cattivi, sradicarne il peccato con tutte le sue cupidigie, vivere infine di quella vita nuova di cui Gesù Bambino ci reca dal ciclo il semplice e sublime modello. Cerchiamo di consolarlo di questo primo dolore, e rendiamoci sempre più disposti agli esempi che egli ci dà.

Preghiamo
O Dio, che per la feconda verginità della beata Vergine Maria hai procurato al genere umano il prezzo dell’eterna salvezza; concedici, te ne preghiamo, di sentire l’intercessione di Colei che ci offrì in dono l’autore della vita, nostro Signor Gesù Cristo.
______________________________
[1] Fino all’VIII secolo, il primo giorno dell’anno si celebrava con una festa pagana. La Chiesa la sostituì, fra il 600 e il 657, con una festa cristiana, l’Octava Domini; era una nuova festa di Natale con uno speciale ricordo dedicato a Marla, Madre di Gesù, e la Stazione si faceva a S. Marla ad Martyres, il Pantheon d’Agrippa. Questa festa sarebbe, a giudizio di alcuni, la prima festa mariana della liturgia romana (Ephem. Liturg. t. 47, p. 430). I calendari bizantini dell’VIII e del IX secolo, e prima ancora il canone 17 del Concilio di Tours tenutosi nel 567 e il Martirologio gerominiano (fine del VI secolo) indicano, per il 1° gennaio, la festa della Circoncisione. Inoltre, nei paesi delle Gallie si digiunava in quel giorno per distogliere i fedeli dalle feste pagane del 1° gennaio. Solo nel IX secolo la Chiesa Romana accetta la festa della Circoncisione: si ebbe allora doppio Ufficio e doppia Stazione, una delle quali a San Pietro.
[2] Meditazioni sulla Vita di Gesù Cristo, Vol. I.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

C'è un fiume, i cui ruscelli rallegrano la città di Dio,
il luogo santo della dimora dell'Altissimo.
Dio si trova in essa: non potrà vacillare.
Dio la soccorrerà al primo chiarore del mattino.
Le nazioni rumoreggiano, i regni vacillano;
egli fa udire la sua voce, la terra si scioglie.
Il SIGNORE degli eserciti è con noi,
il Dio di Giacobbe è il nostro rifugio.
- Ps 46, 4-7

Cit. Don Mario Proietti ha detto...

NON CONFUNDAR: IL TEMPO CONSEGNATO

Cari amici, è una sera diversa questa del 31 dicembre. Abbiamo da poco terminato la Messa di ringraziamento. In cinque, in sovrannumero per rendere Gesù presente. Eravamo più di due o tre. Tornati tutti a casa, ho scelto di ritornare da solo, nel silenzio e nel freddo cocente della cripta dell’abbazia. Qui, davanti a Gesù, il tempo assume un peso diverso. Non corre e non incalza; si lascia finalmente guardare. In questo silenzio di fine anno diventa possibile ripercorrere i giorni non come una semplice sequenza di fatti, ma come un dono ricevuto e ora restituito.

È una scelta del cuore. Maturata nella preghiera e nella rilettura delle lettere di san Gaspare. Duecento anni fa, in questo stesso luogo e in condizioni non dissimili dalle nostre, senza alcun riscaldamento e nella povertà di un’abbazia raccolta, anche lui era qui. Con i convittori e con la comunità di San Felice si radunò per elevare il ringraziamento di fine anno. La sua presenza a Giano è attestata dalle lettere. Il 23 dicembre 1825, scrivendo da San Felice al priore Giovanni Mimmi, comunicava di aver «procurato trattenermi in S. Felice, in unione di un altro riflesso anche di terminare l’attivazione del Convitto dei nostri giovani». E il 2 gennaio 1826, nella prima lettera dell’anno nuovo, ancora indirizzata a don Giovanni Mimmi, confermava di non essersi mosso da quel luogo durante il passaggio d’anno.

Davvero una serata speciale, quella del ringraziamento. Per Gaspare il Te Deum di fine anno non era un gesto marginale. Lo sappiamo da una lettera scritta da Roma il 12 dicembre 1820 a monsignor Bellisario Cristaldi, nella quale stabilisce una disposizione chiara: «Il Te Deum di ringraziamento si canterà in S. Nicola l’ultima sera dell’anno, e non la mattina del primo dell’anno, come si costuma in altre Chiese». Più che una questione di orario, era una visione. Egli voleva che il ringraziamento salisse a Dio prima che l’anno si chiudesse, prima che il giorno svanisse. Il tempo, per san Gaspare, non si archivia quando è ormai passato. Si riconsegna mentre ancora arde.

È difficile non sentire una profonda consonanza con ciò che viviamo anche noi oggi. Anche questa sera, come allora, il tempo non viene messo da parte, né cancellato, né archiviato. Viene affidato. Non con clamore, ma con un atto semplice e solenne di lode. E come per lui, così per noi, nel silenzio della cripta, davanti a Gesù, il tempo torna a essere ciò che è sempre stato: un dono ricevuto e ora consegnato. Non si ricomincia da zero. Si continua, portando con sé ciò che è stato vissuto, compreso o no, riuscito o ferito. Tutto.

E così, come duecento anni fa, anche oggi il cuore trova parole antiche per dire l’essenziale: In te, Domine, speravi: non confundar in aeternum. È un atto di totale consegna. Queste parole danno voce a ciò che spesso fatica a emergere: Per singulos dies benedicimus te. Lodiamo il Signore per ogni singolo giorno, non per l’anno in blocco o per una media rassicurante, ma per i giorni uno per uno: quelli luminosi e quelli faticosi, quelli compresi e quelli rimasti opachi.

Quella invocazione finale merita di essere ascoltata bene: non confundar in aeternum. Quel confundar non parla di un semplice smarrimento, ma tocca qualcosa di molto più profondo: indica il timore di essere smentiti nella speranza, di restare feriti per aver confidato in ciò che non regge. Chiedere di non essere confusi significa pregare affinché la nostra speranza non risulti vana e il tempo vissuto non si riveli inutile. È la preghiera perché la fiducia non si trasformi mai in amarezza.

Cit. Don Mario Proietti ha detto...

Segue
Ora che sono qui, assorto nel mio ringraziamento e con la mente abitata dallo spirito del fondatore, ripenso all’anno trascorso. È stato un tempo che ha portato novità vere e ha chiesto di lasciare andare molto. Penso alla beatificazione di don Giovanni Merlini, alla morte di papa Francesco e all’elezione di papa Leone XIV. L’Anno Santo si avvia alla conclusione e le porte già chiuse delle basiliche romane, come nella nostra cattedrale di Spoleto e di tutte le diocesi, sono segni forti che ci hanno chiesto di cambiare passo.

Dentro questo tempo abbiamo vissuto giorni difficili. Abbiamo salutato amici cari e ne abbiamo accompagnati altri nella prova della malattia. Sono stati momenti in cui le parole non bastavano e la presenza restava l’unica forma possibile di fedeltà. Abbiamo attraversato tutto questo consapevoli che ogni cosa è stata grazia, anche quando non l'abbiamo compresa immediatamente.

Alla fine dell’anno resta una certezza: il tempo vissuto è ormai custodito dalla misericordia di Dio. Nulla si può cambiare e nulla va dimenticato, poiché ogni evento ha lavorato in noi facendoci maturare. L'augurio è che questo invecchiare sia avvenuto nella sapienza e nella grazia, rendendo vera la preghiera del salmo: "Insegnami Signore a contare i miei giorni e giungerò alla sapienza del cuore". Contare i giorni significa riconoscerne il valore proprio quando pesano.

Spesso la fine dell’anno viene coperta dal rumore, quasi fosse necessario buttare via tutto per poter guardare avanti. Eppure l'uomo si accorge puntualmente che il tempo passa e con esso la vita. Qui davanti a Gesù mi chiedo: ci possiamo permettere di sprecare un dono così prezioso? Voltiamoci indietro con responsabilità e con quel sano timore che nasce dal sapere che di questo tempo occorre rendere conto. Se la parola non confundar resta vera, allora nessun giorno è stato inutile e il tempo, anche quando ferisce, non delude mai.

Signore Gesù, in questo silenzio che rasserena, voglio consegnarti la mia vita e quella dei tanti amici che leggono queste righe. Ti affido la nostra sorte, i desideri e le fatiche che a volte tolgono il respiro. Ti presento i volti incontrati quest'anno, le sofferenze portate insieme e le gioie che ci hanno sorpreso. Ti chiedo di custodire chi attraversa la prova della malattia, chi vive nel lutto e chi sente vacillare la speranza. In Te abbiamo sperato: non permettere che la nostra fiducia sia smentita.

Benedici Papa Leone XIV, il nostro vescovo Renato e la nostra Chiesa di Spoleto-Norcia. Insegnaci a varcare la soglia del 2026 con il coraggio di chi si sente amato. Fa’ che ogni giorno del nuovo anno sia un’occasione di grazia e un passo verso la Tua pace. Resta con noi, nonostante la sera, perché con Te ogni istante diventa l'inizio di una speranza che non vedrà mai tramonto.

Mentre consegno tutto questo nelle mani del Signore, torna l’immagine di san Gaspare: un uomo che ha abitato il tempo con serietà e fiducia. Anche lui, in una sera come questa, con un’opera ancora fragile tra le mani, non sapeva cosa avrebbe portato l’anno nuovo, ma sapeva a Chi affidarlo. Per questo volle che il Te Deum salisse a Dio prima che l’anno si spegnesse: non per chiudere un capitolo, ma per consegnarlo.

Forse è questa la lezione più semplice e più esigente che ci lascia: il tempo non va trattenuto né scartato, va offerto giorno dopo giorno. Solo così la speranza non si spezza e la fiducia non resta delusa.

In te, Domine, speravi: non confundar in aeternum. Buon anno a tutti voi, carissimi amici.