Cari amici, in queste ore di festa siamo tutti immersi nel rumore. Ho scelto di condividere con voi queste riflessioni perché credo che, tra un brindisi e l'altro, abbiamo bisogno di uno sguardo lucido per non perdere di vista ciò che conta davvero.
Il 27 dicembre ho letto con attenzione un’intervista del Cardinale Angelo Bagnasco. Il titolo evita ogni effetto speciale e proprio per questo resta impresso: «Sulle persecuzioni c’è troppo silenzio per interessi politici. La fede? Fa paura». Avrei potuto parlarne subito, mentre le parole erano ancora calde e l’attualità invitava a reagire, eppure ho preferito attendere.
Ho aspettato questa sera di fine anno, sapendo che sarebbe stata rumorosa. È una di quelle notti in cui tutto sembra dover fare chiasso per segnare un passaggio, quasi che il tempo si lasciasse convincere a colpi di suoni e di luci. Proprio in questo contrasto le parole di Bagnasco trovano il loro posto ideale.
I toni sono misurati. L'intervista evita la rabbia o gli scenari drammatici per dare spazio a una constatazione che pesa più di molte analisi: il silenzio sulle persecuzioni è frutto di interessi politici. Si tratta di un silenzio voluto, nato dal calcolo, dall’opportunità e dalla paura di esporsi. Bagnasco chiarisce subito che non si parla solo di terre lontane, verso cui è facile provare una commozione a distanza; il fenomeno riguarda da vicino l'Occidente e l'Europa.
Qui la persecuzione assume un volto diverso. Piuttosto che togliere la vita fisica, essa svuota l’anima e manipola le menti attraverso una forma di violenza educata, presentabile e spesso mascherata da neutralità. Invece di vietare apertamente, questa cultura lascia che la fede evapori. La tolleranza proclamata si trasforma in intolleranza praticata: la fede viene accettata finché resta un sentimento privato o una tradizione folkloristica, diventando invece scomoda quando ricorda che l’uomo non può costruirsi interamente da solo.
In questo quadro appare chiara l’ostilità verso segni che, di per sé, non impongono nulla. Il presepe ne è l'esempio perfetto. Bagnasco usa una semplicità disarmante spiegando che la libertà di rifiutarlo dovrebbe convivere con il rispetto per le nostre radici. Si chiede soltanto il rifiuto di essere rimossi dalla memoria comune. Il presepe disturba proprio perché ricorda, senza bisogno di provocare o rivendicare.
Il passaggio più serio riguarda le ragioni profonde di tale silenzio. L'ipotesi è realistica: difendere i cristiani spesso non porta consenso, non conviene e non favorisce la carriera. L'opportunismo politico, economico e commerciale spinge a spostare lo sguardo altrove.
Così, mentre la notte di fine anno fa rumore per non pensare, su ciò che conta davvero cala un silenzio pesante. Ci troviamo di fronte a due silenzi opposti: uno pieno di suoni e l’altro colmo di omissioni. In mezzo resta una fede che evita di chiedere privilegi e, allo stesso tempo, rifiuta di diventare invisibile.
Forse il vero problema è proprio la capacità della fede di continuare a ricordare. In un tempo che preferisce il frastuono alla verità, questo ricordo diventa insopportabile. In questa notte che passa urlando, fermarsi un momento rappresenta un atto di lucidità. È il modo più onesto di consegnare l’anno che si chiude e di entrare in quello nuovo senza fingere di non aver visto.
don Mario Proietti
Il 27 dicembre ho letto con attenzione un’intervista del Cardinale Angelo Bagnasco. Il titolo evita ogni effetto speciale e proprio per questo resta impresso: «Sulle persecuzioni c’è troppo silenzio per interessi politici. La fede? Fa paura». Avrei potuto parlarne subito, mentre le parole erano ancora calde e l’attualità invitava a reagire, eppure ho preferito attendere.
Ho aspettato questa sera di fine anno, sapendo che sarebbe stata rumorosa. È una di quelle notti in cui tutto sembra dover fare chiasso per segnare un passaggio, quasi che il tempo si lasciasse convincere a colpi di suoni e di luci. Proprio in questo contrasto le parole di Bagnasco trovano il loro posto ideale.
I toni sono misurati. L'intervista evita la rabbia o gli scenari drammatici per dare spazio a una constatazione che pesa più di molte analisi: il silenzio sulle persecuzioni è frutto di interessi politici. Si tratta di un silenzio voluto, nato dal calcolo, dall’opportunità e dalla paura di esporsi. Bagnasco chiarisce subito che non si parla solo di terre lontane, verso cui è facile provare una commozione a distanza; il fenomeno riguarda da vicino l'Occidente e l'Europa.
Qui la persecuzione assume un volto diverso. Piuttosto che togliere la vita fisica, essa svuota l’anima e manipola le menti attraverso una forma di violenza educata, presentabile e spesso mascherata da neutralità. Invece di vietare apertamente, questa cultura lascia che la fede evapori. La tolleranza proclamata si trasforma in intolleranza praticata: la fede viene accettata finché resta un sentimento privato o una tradizione folkloristica, diventando invece scomoda quando ricorda che l’uomo non può costruirsi interamente da solo.
In questo quadro appare chiara l’ostilità verso segni che, di per sé, non impongono nulla. Il presepe ne è l'esempio perfetto. Bagnasco usa una semplicità disarmante spiegando che la libertà di rifiutarlo dovrebbe convivere con il rispetto per le nostre radici. Si chiede soltanto il rifiuto di essere rimossi dalla memoria comune. Il presepe disturba proprio perché ricorda, senza bisogno di provocare o rivendicare.
Il passaggio più serio riguarda le ragioni profonde di tale silenzio. L'ipotesi è realistica: difendere i cristiani spesso non porta consenso, non conviene e non favorisce la carriera. L'opportunismo politico, economico e commerciale spinge a spostare lo sguardo altrove.
Così, mentre la notte di fine anno fa rumore per non pensare, su ciò che conta davvero cala un silenzio pesante. Ci troviamo di fronte a due silenzi opposti: uno pieno di suoni e l’altro colmo di omissioni. In mezzo resta una fede che evita di chiedere privilegi e, allo stesso tempo, rifiuta di diventare invisibile.
Forse il vero problema è proprio la capacità della fede di continuare a ricordare. In un tempo che preferisce il frastuono alla verità, questo ricordo diventa insopportabile. In questa notte che passa urlando, fermarsi un momento rappresenta un atto di lucidità. È il modo più onesto di consegnare l’anno che si chiude e di entrare in quello nuovo senza fingere di non aver visto.
don Mario Proietti
Nessun commento:
Posta un commento