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Il cattolicesimo nacque aramaico, fu lungamente
greco, poi latino ed è il latino che gli si connaturò
modellandosi perfettamente sui caratteri della
Chiesa e sulla sua universalità non certo geografica,
ma derivante dalla vocazione di portare a
tutto il genere umano Cristo Signore, secondo il
suo mandato.
Lungo la storia, si è adoperata un’ampia varietà
di lingue nel culto cristiano: il greco nella
tradizione bizantina; le diverse lingue delle tradizioni
orientali, come il siriaco, l’armeno, il georgiano,
il copto e l’etiopico; il paleoslavo; il latino
del rito romano e degli altri riti occidentali. In
tutte queste lingue si trovano forme di stile che le
separano dalla lingua “ordinaria” ovvero popolare.
Spesso questo distacco è conseguenza degli sviluppi
linguistici nel linguaggio comune, che poi
non sono stati adottati nella lingua liturgica a
causa del suo carattere sacro.
Tuttavia, nel caso del latino come lingua della
liturgia romana, un certo distacco è esistito sin
dall’inizio: i romani non parlavano nello stile del
Canone o delle orazioni della Messa.
Appena il greco è stato sostituito dal latino
nella liturgia romana, è stato creato come mezzo
di culto un linguaggio fortemente stilizzato, che
un cristiano medio della Roma della tarda antichità
avrebbe capito non senza difficoltà.
Inoltre, lo sviluppo della latinitas cristiana può
avere reso la liturgia più accessibile alla gente di
Roma o Milano, ma non necessariamente a coloro
la cui lingua madre era il gotico, il celtico, l’iberico
o il punico.
Comunque, grazie al prestigio della Chiesa di
Roma e alla forza unificatrice del papato, il latino
divenne l’unica lingua liturgica e così uno dei fondamenti
della cultura in Occidente (1).
Oltre alla sacralità del culto, anche questa cultura
è a rischio, oggi che persino i sacerdoti non
sono messi in grado di accostare i Padri della Chiesa
e i classici nei loro testi originali.
Se la Chiesa avesse utilizzato esclusivamente
lingue correnti e locali, molta confusione sarebbe
stata generata dalla grande estensione dei periodi
di tempo e dei territori geografici che essa, unica
tra tutte le istituzioni umane, aveva e ha il compito
di raggiungere.
Questa confusione rischia di sommergerci oggi.
La cesura col passato operata dalla riforma
bugniniana ha portato al relativismo sia i sacerdoti
che le persone. Se invece lo sguardo è rivolto al Crocifisso,
centro della Liturgia, si ripristina la giusta interiorizzazione
e conseguente esteriorizzazione, cioè
la liturgia diventa vita.
Il dialogo tra sacerdote e fedeli non manca nello
scandire delle formule, ma resta essenziale, sobrio,
profondo e in un linguaggio che non è quello che
usiamo tutti i giorni per andare al supermercato.
È questa la messa che ha forgiato santi per
millenni, che è arrivata a noi pressoché intatta,
sicuramente nel canone, fin dal IV secolo.
La vetus latina data dal II secolo e il suo è già
un linguaggio ieratico, codificato, reso sacro anche
dallo scandire delle generazioni ed immutabile,
come è necessario che sia per sottrarre i significati
profondi e il loro spessore alla mutevolezza
delle traduzioni nel linguaggio vernacolare che si
evolve con i tempi e le culture.
Una “forma” che Papa Damaso, nel IV secolo
non ardì cambiare se non nelle “letture”, quando
introdusse i testi della Vulgata di san Girolamo,
che Papa Gregorio Magno si adoperò perché fosse
diffusa in tutta l’Europa e san Pio V codificò.
Oggi, invece, abbiamo assistito e assistiamo a
traduzioni — e persino ad arbitrarie manipolazioni
— che spesso diluiscono quando non modificano
il senso profondo di espressioni intraducibili
da custodire e preservare così come sono perché
tutte le generazioni possano riceverne la fecondità.
Il volgare non è una conquista. La lingua sacra,
strutturata, in ogni espressione gesto e significato
conserva il dogma, la fede degli Apostoli
arrivata fino a noi attraverso i secoli, conserva il
senso dell’indicibile e anche dell’intraducibile: ci
sono parole che, è bene ribadirlo, hanno uno spessore
di significato che qualunque traduzione tradirebbe
e successive traduzioni rese necessarie dall’evolversi
del linguaggio non farebbero che allontanare
sempre di più dal loro senso originario portatore
di verità spirituali eccelse.
Si partecipa non solo col cervello: bisogna guardare,
ascoltare, adorare...... in più, la lingua universale, fa sentire tutti
a casa ed ha la stabilità, la pregnanza che la traduzione
appunto banalizza, senza contare i sacri silenzi.
Il volgare bastava introdurlo, come già si fa
nelle celebrazioni che ancora resistono secondo il Summorum Pontificum,
solo nelle letture.
Infine il latino non è un ostacolo, perché la
traduzione presente nei messali consente a tutti
la giusta comprensione. E poi è un latino semplice:
prendiamo il Confiteor ... mea culpa ... bastano
alcune esperienze ripetute e anche le persone che
non lo conoscono possono acquistarvi dimestichezza
con la frequenza dell’uso. Soprattutto grazie al
messale bilingue.
Basta vincere i pregiudizi per porre fine alla
damnatio memoriae che purtroppo accenna ancora
solo timidamente a rettificarsi, per effetto della
quale la Chiesa Universale non è più riconoscibile
in una comune celebrazione che ognuno possa
ritrovare in ogni parte del mondo, che era ed è la
sua ricchezza.
Occorre che chi si accosta al rito usus antiquior o lo ritrova, ad esso assista:
[...] con mente sgombra da preconcetti, senza la smania di capire tutto subito, lasciandosi penetrare dalla sacralità del rito, riscoprendo il valore della preghiera personale (lasciata in disparte dalla moderna liturgia), apprezzando la funzione di una lingua che inizialmente si crede un ostacolo ma che poi si rivela chiave di accesso ad una dimensione ulteriore, quella del sacro e del divino, che molti probabilmente non hanno mai conosciuto nella preghiera liturgica.(2)
Nella Veterum Sapientia di Giovanni XXIII
dell’anno 1962 non si manca di rammentare che il
latino resta una lingua immutabile — e dunque
fissata in registri ben definiti e sottratti alle evoluzioni
nel tempo delle lingue nazionali — citando
Pio XI:
Infatti la Chiesa, poiché tiene unite nel suo amplesso tutte le genti e durerà fino alla consumazione dei secoli [...] richiede per sua natura un linguaggio universale, immutabile, non volgare.
Indispensabile per esprimere i concetti con
chiarezza e solidità di pensiero. Ecco perché resta
perennemente valido per comunicare il pensiero
con certezza, forza, precisione, e ricchezza di sfumature.
Per questo è tuttora insostituibile nell’esercizio
del magistero, soprattutto nelle definizioni
dogmatiche, per le quali non si ammettono
ambiguità ed inoltre nelle parti principali della
liturgia, nelle quali le res humanae, transeunti,
sono immerse nel mistero ma anche nella fecondità
delle res divinae, eterne ed immutabili.
Il Santo Padre Benedetto XVI intendeva far
crescere la conoscenza della lingua di Cicerone,
Cesare, Tacito, Seneca, di Agostino e di Erasmo
da Rotterdam, nell’ambito della Chiesa ma anche
della società civile e della scuola e per questo, l’11
novembre 2012, ha emanato il Motu proprio Latina
Lingua che istituisce la nuova «Pontificia
Academia Latinitatis». Ne è presidente il rettore
della Università Alma Mater Studiorum di Bologna,
Ivano Dionigi, che nel suo indirizzo in occasione
dell’insediamento ha ricordato che la giovinezza
perenne dei classici (3) è un tesoro prezioso
per ogni epoca, ma dev’essere riscoperta, coltivata
e protetta.
Speriamo che ciò risulti efficace sul campo, perché
non basta prevedere, occorre anche promuovere
e dunque gestire e rendere obbligatoria l’applicazione
dei provvedimenti.
Molte cose possono essere fatte per raggiungere
questo scopo, ad latinam linguam fovendam:
il verbo foveo significa appunto tenere al caldo,
proteggere, coltivare, custodire.
Nessuna generazione deve sottrarsi a questo
compito perché, solo il presente “esiste” davvero,
secondo sant’Agostino, mentre «ciò che hai ereditato
dai padri conquistalo per possederlo», diceva
Goethe secoli più tardi.
_________________________
1. Uwe Michel Lang, Intervento al primo Convegno su il
Motu Proprio Summorum Pontificum. Una ricchezza spirituale
per tutta la Chiesa, Roma 16-18 settembre 2008.
2. Daniele di Sorco, Il Latino nella liturgia. Spunti di
riflessione, in http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/p/il-latinonella-
liturgia-spunti-di.html.3. Vien da osservare che prima e insieme ai classici, a
noi interessano piuttosto i Padri Latini, consultare il testo originale dei quali, fa cogliere ricchezze sorprendenti. La stessa
cosa vale per i Padri greci, ovviamente.

3 commenti:
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L’uso di una lingua non vernacolare nella liturgia può sì costituire un piccolo “ostacolo” o “barriera” linguistica, ma tale ostacolo permette al fedele di compiere quello sforzo mentale, che gli consente poi di entrare in quella dimensione propria della Liturgia (dunque del soprannaturale ) ben diversa da quella quotidiana. Se è vero che l’attore principale della Messa è Dio stesso allora essa avrà bisogno di un linguaggio proprio che la distingua dal resto delle attività profane. Difficile contro-argomentare qualcosa così palesemente dettato dal buon senso.
C’è poi da capire come si faccia ad asserire che qualora la Messa fosse celebrata in latino, il fedele non capirebbe neanche una parola! Ma seriamente? La maggior parte della Messa non cambia MAI: preghiere ai piedi dell’altare, kyrie, gloria ecc..., offertorio, canone, l’ultimo Vangelo. Il fedele pur assistendo tutte le domeniche non capirebbe niente? Forse, sarebbe il caso di trovare altre argomentazioni (sarebbero sicuramente fallaci), ma almeno non risulterebbero un insulto alla intelligenza.
Joseph de Maistre e la liturgia romana...
"Che idea sublime quella di una lingua universale per la Chiesa universale! Da un polo all'altro il cattolico che entra in una Chiesa del suo rito è a casa propria e niente è estraneo ai suoi occhi. Giungendovi sente ciò che ha sentito per tutta la vita; può unire la propria voce a quella dei suoi fratelli. La fraternità che risulta da una lingua comune è un legame misterioso di una forza immensa."
(Joseph de Maistre, nel giorno anniversario della sua morte, 26 febbraio 1821)
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