Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

lunedì 13 aprile 2026

Un Dio che si è fatto vicino, sì… ma che resta sempre il Santo, il Signore

Una riflessione da incorniciare.
Un Dio che si è fatto vicino, sì… ma che resta sempre il Santo, il Signore

Da ieri sento nel cuore una riflessione che continua a tornare, come un filo che non si spezza. È nata dal mio ultimo post, da alcuni commenti che parlavano dell’umanità di Gesù, di quanto ci attiri, di quanto ci faccia sentire vicini a Lui e una parte di me comprende profondamente questo. Viviamo in un mondo sempre più freddo, distante, spesso disumanizzato… ed è naturale cercare in Cristo quella tenerezza, quella vicinanza, quella “umanità” che sembra mancarci ovunque.

Eppure, proprio mentre accoglievo questa verità, sentivo che non bastava. Perché questa idea di un Gesù “così umano” non è neutrale come sembra. Cosa significa davvero dire che Gesù è vicino? Significa che, nella sua umanità, Egli è entrato realmente nella nostra condizione: ha condiviso la nostra fatica, ha toccato le nostre ferite, ha parlato il nostro linguaggio. Ma questa vicinanza non è una riduzione… è una discesa. È Dio che si abbassa verso l’uomo, non Dio che diventa semplicemente “uno di noi”.

Card. Burke: Il papa non sarà mai l'eroe degli anti Trump

Il card. Burke getta acqua sul fuoco: "U.S.A. e il Cardinal Raymond Burke smentiscono ogni conflitto tra i due connazionali: "Vogliono la stessa cosa: la pace". 
Sembra smentirlo il duro e scomposto attacco odierno di Trump. Ma Leone ha risposto in modo sobrio e autorevole sottraendosi da ogni polemica: "Non ho paura di Trump. Con lui non discuto. Io parlo del Vangelo". Sulla pace, quanto al papa, nulla questio. Ma, a prescindere dallo sconcerto creato da Trump, anche questo papa, seppure più consono nello stile, è tuttavia, politicamente schierato come  il predecessore...

Card. Burke: Il papa non sarà mai l'eroe degli anti Trump

Tempi duri sull'asse Vaticano-Washington. La guerra sta creando un cuneo tra i due più importanti americani: Donald Trump e Robert Prevost (Papa Leone XIV). Non è una cosa da poco in un paese dove l'elettorato cattolico ha giocato un ruolo significativo nella vittoria del pontefice. C'è chi si sfrega le mani con soddisfazione perché, nelle circostanze attuali, vede l'opportunità di "incoronare" Leone XIV come nemico giurato di Trump, proprio come sperava da poco dopo le elezioni. Il cardinale Raymond Leo Burke, tuttavia, figura di spicco tra i cattolici conservatori in America (e non solo), dimostra in questa intervista come si possa essere fedeli al Papa senza essere ostili all'amministrazione Trump.

Eminenza, oggi [11 aprile scorso] sarà a San Pietro per la veglia per la pace?
"Certamente, mi unirò al Santo Padre per questo momento essenziale di preghiera in un momento di crisi come quello presente. Sono molto lieto di rispondere all'appello per chiedere che la pace sia ripristinata al più presto. Dobbiamo seguire quanto rivelato a Fatima nel 1917 e recitare il rosario alla Madonna, che è la regina della pace. ”

Il card. Roche afferma che la Liturgia è destinata a promuovere l'unità, non le preferenze personali

Il cardinale Arthur Roche ha rilasciato un'intervista "ad ampio raggio" a Junno Arocho Esteves, corrispondente internazionale per OSV News. Il cardinale purtroppo sembra ignorare che la Liturgia è innanzitutto il culto pubblico dovuto a Dio. Una politica che mira a imporre l'unità ha invece messo in luce questioni più profonde riguardanti la liturgia, la continuità e i limiti del giudizio curiale. 
Alla fine dell'intervista (nella nostra traduzione) trovate in replica alcune considerazioni. Qui l'indice degli articoli sulla Liturgia al tempo di Leone.

Il card. Roche afferma che la Liturgia è destinata
a promuovere l'unità, non le preferenze personali


Il cardinale Arthur Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, lo scorso 17 marzo ha rilasciato un'intervista "ad ampio raggio" all'OSV News affermando che i dibattiti sulla liturgia dovrebbero essere compresi in ultima analisi attraverso la lente dell'unità, non delle preferenze individuali.

Ha dichiarato: «Quando rechiamo in chiesa, non ci andiamo per adorare Dio semplicemente come individui, ma come una famiglia. Ci andiamo insieme come assemblea chiamata da Dio». «Questo senso di assemblea risale ai tempi dell'Antico Testamento. La Chiesa a cui apparteniamo non è un edificio, ma delle "pietre vive" edificate su Cristo». [Ricordiamo che, prima di essere comunitario, il rapporto col Signore è personale; anche se la Chiesa intera è il corpo mistico di Cristo -ndT]

Le sue dichiarazioni giungono a seguito delle recenti discussioni relative al testo sulla liturgia da lui redatto e distribuito ai cardinali durante il primo concistoro straordinario di Papa Leone XIV, tenutosi a gennaio [vedi e anche qui].
Il documento, distribuito ma discusso durante la riunione del 7-8 gennaio, offriva una difesa teologica e storica della riforma liturgica post-Concilio Vaticano II e ribadiva le restrizioni alla Messa preconciliare in latino stabilite dal “motu proprio” “Traditionis Custodes” (“Custodi della Tradizione”) di Papa Francesco del 2021.

I ripetuti interventi del cardinale non rivelano solo un'argomentazione fallace, ma una persistente incapacità di comprendere la realtà che egli ha il compito di governare.

Dopo le prime indiscrezioni del quotidiano italiano Il Giornale e della giornalista americana Diane Montagna [qui], che ha pubblicato la versione integrale del testo, il National Catholic Reporter ha affermato che il testo era stato distribuito ai cardinali ma non era mai stato formalmente discusso. Dopo la pubblicazione online di una copia del testo, si sono susseguite numerose critiche da parte dei cattolici tradizionalisti contrari alle restrizioni sulla celebrazione della Messa antiquior [vedi dall'indice]

Dalle sue dichiarazioni emergono diversi momenti piuttosto rivelatori. Riflettendo sulla continua controversia che circonda la Traditionis Custodes, si chiede, con apparente perplessità, perché il dibattito rimanga così acceso. Perché, si domanda, tutto questo clamore, quando la celebrazione della liturgia antiquior è ancora permessa come concessione. Qualcosa d'altro, suggerisce, deve essere in gioco. 
Pur non rispondendo direttamente alle specifiche critiche mosse al documento, il cardinale Roche ha ribadito i principi che lo hanno ispirato e ha inquadrato la questione nel contesto più ampio della concezione cattolica del culto e della liturgia. Il documento, ha affermato, presenta "un'accurata ricostruzione storica dello sviluppo della liturgia nel corso dei secoli".

Tra l'altro il cardinale Roche ha inquadrato gli attuali dibattiti liturgici nel contesto della storia più antica della Chiesa, indicando la Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi come prova che le tensioni relative al culto non sono una novità.

Il punto di partenza è la sua perplessità. Vuole sapere perché, perché tanta intensità? Perché tanta resistenza? Perché questo attaccamento persistente alla forma più antica? La risposta non è nascosta, né richiede speculazioni su secondi fini. Risiede nel semplice fatto che ciò che oggi viene considerato una concessione, fino a poco tempo fa veniva presentato dalla Chiesa stessa come un bene.

Sotto il pontificato di Giovanni Paolo II (Ecclesia Dei), ma soprattutto sotto quello di Benedetto XVI, la liturgia antiquior non fu emarginata, ma integrata (Summorum Pontificum). Giovanni Paolo II parlò delle “legittime aspirazioni” dei fedeli. Benedetto XVI andò oltre, affermando che il Messale del 1962 non era mai stato abrogato e descrivendolo come un “tesoro prezioso” nella vita della Chiesa. Respinse esplicitamente l’idea che la sua presenza avrebbe diviso la Chiesa. Il rito romano antico non fu trattato come un problema da contenere, ma come un mezzo per promuovere l’unità.

Ora il giudizio rivolto alla Liturgia è cambiato. La crescita che un tempo era benvenuta ora è considerata prova di divisione. La fedeltà che un tempo era incoraggiata ora è vista con sospetto. Quando Roche chiede perché c'è "rumore", non sta svelando un mistero, ma sta semplicemente rivelando la propria incapacità di riconoscere le conseguenze dell'inversione di rotta che lui stesso, insieme a Papa Francesco, ha contribuito a imporre. 

 L'Eucaristia non è un'invenzione umana.
Affrontando le divisioni tra i primi cristiani, ha spiegato, San Paolo ha ricordato loro che l'Eucaristia non era un'invenzione umana, ma qualcosa tramandato da Cristo stesso e affidato agli Apostoli.

«"Ciò che vi ho dato da celebrare, l'ho ricevuto da Gesù stesso"», ha detto il cardinale, parafrasando l'insegnamento dell'apostolo.

Il cardinale Roche ha affermato che la questione fondamentale è sempre stata la fedeltà a ciò che è stato ricevuto, piuttosto che l'adattamento della liturgia alle preferenze personali o di piccole comunità. La correzione di San Paolo, ha spiegato, ha sottolineato che la Messa non è soggetta al controllo individuale, ma appartiene a tutta la Chiesa.

Lo stesso principio, ha aggiunto, rimane essenziale ancora oggi, mentre i cattolici si confrontano con diversi approcci alla pratica liturgica.

'Traditionis Custodes'
Riguardo ai continui dibattiti sulla “Traditionsis Custodes”, il cardinale Roche ha dichiarato a OSV News che il documento trae origine dalle preoccupazioni relative all'uso della forma più antica della Messa all'interno della Chiesa.

Il cardinale ha affermato che, mentre le concessioni fatte in precedenza durante i pontificati di San Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI rappresentavano un accomodamento pastorale, la situazione è cambiata. "Il Santo Padre ha cominciato a rendersi conto che la concessione accordata a coloro che trovavano difficile il nuovo rito veniva promossa in contrasto con la riforma della liturgia del Concilio Vaticano II", aggiungendo: "E questa promozione... è in definitiva una promozione contro l'unità della Chiesa".

Una concessione per celebrare la vecchia forma della Messa
Il cardinale ha spiegato: «Anche Papa Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI, prima di Papa Francesco, concessero questa possibilità di celebrare la Messa secondo la vecchia forma per coloro che non riuscivano ad adattarsi alla nuova».

Tuttavia ha osservato che i cattolici possono ancora celebrare la Messa preconciliare in latino "per autorità papale". E quindi si chiede: «perché tutto questo (dibattito) è così intenso? Perché tutto questo rumore, il rullare dei tamburi e lo squillare delle trombe? Cos'altro sta succedendo, visto che hanno ottenuto la concessione di questa Messa? Qual è il problema?» e ha affermato: «Chiaramente c'è qualcos'altro sotto».

L'attrattiva della Messa in latino per un numero crescente di persone
Interrogato sull'attrattiva che un numero crescente di cattolici prova per la Messa in latino, il cardinale Roche ha osservato che, per alcuni, tale attrazione è in parte determinata dal contesto culturale della vita moderna e dal costante "rumore" della società contemporanea.

«Quando le persone entrano in una chiesa silenziosa, la trovano molto attraente. Il rumore viene attutito», ha spiegato. «Credo che questo sia parte dell'attrattiva per molte persone, così come la musica e la riverenza, che rappresentano anche una sfida per il Novus Ordo; anche questi aspetti dovrebbero essere ugualmente attraenti ogni domenica. Mettere un rito contro l'altro significa perdere il senso della materia che si sta trattando. Non è un gioco. Ci deve essere un dare e avere da entrambe le parti».

Rispondendo alle preoccupazioni relative agli abusi liturgici, il cardinale ha affermato che tali problemi non sono esclusivi della Messa post-Concilio Vaticano II, ma sono esistiti nel corso di tutta la storia della Chiesa.

Abusi liturgici dovuti a "mancanza di formazione"
Roche afferma: «Gli abusi ci sono sempre stati, e sono sempre stati causati da una mancanza di formazione o da un profondo malinteso. Anche ai tempi di Paolo – San Paolo a Corinto –  ci furono abusi».

Tuttavia, il prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti mette in guardia dal ridurre la liturgia a mera preferenza o controllo personale, affermando: «Nel momento in cui si pensa che la liturgia sia qualcosa che si può controllare e organizzare secondo le proprie preferenze, allora si esclude Dio dall'equazione».
Fine dell'intervista (Traduzione a cura di Chiesa e Post-concilio). 
* * *
Considerazioni in replica
Nell'intervista all'OSV, Roche tenta di fondare la sua posizione su principi primi. Invoca San Paolo, parlando di ciò che è stato ricevuto e tramandato. Su questo punto, possiamo osservare che i papi precedenti intendevano la tradizione liturgica stessa come qualcosa di ricevuto, non come un accordo provvisorio soggetto a revoca. Qui la discussione si fa più seria.

L'uso che Roche fa del termine "ricevuto" opera a un livello di astrazione che gli permette di eludere la concreta realtà storica del rito romano. È vero che l'Eucaristia è ricevuta da Cristo e affidata alla Chiesa. È anche vero che la Chiesa ha l'autorità di regolamentare la liturgia. Ma la liturgia romana, così come si è sviluppata nel corso dei secoli ed è stata codificata nel Messale, è essa stessa parte di quella tradizione ricevuta. Separare il principio dalla sua incarnazione storica significa creare una lacuna che necessita di una giustificazione.

Tale giustificazione non viene fornita. Al contrario, Roche riduce l'intera storia post-conciliare del rito più antico al linguaggio della concessione. Si può smascherare la debolezza di questa argomentazione tornando ai testi stessi. Giovanni Paolo II non parlò in termini di riluttanza e tolleranza. Benedetto XVI non descrisse la liturgia più antica come un accomodamento temporaneo. Al contrario, insistette sul fatto che essa facesse parte della lex orandi della Chiesa e potesse coesistere pacificamente con il rito riformato.

Descrivere questo come una concessione non significa semplicemente riassumere. Significa reinterpretare il passato per avvalorare una politica presente. E dunque si tratta di una distorsione frutto dello storicismo ereditato dal Concilio.

Quanto agli abusi, il cardinale ignora quanto abbia influito l’inaudita novità dell’introduzione nella Liturgia del principio di creatività, (Sacrosanctum Concilium agli artt. 37-40), sia pure in teoria sotto il controllo della Prima Sedes, rivelatosi poi nei fatti quasi sempre accademico ed oggi ancor più diluito dal motu proprio Magnum Principium. Il principio di creatività è stato sempre avversato nei secoli da tutto il Magistero, senza eccezioni, come cosa nefasta, da evitare nel modo più assoluto, ed è considerato da molti il vero motivo del caos liturgico attuale. Esso viene corroborato dall’ampia e del tutto nuova competenza attribuita alle Conferenze Episcopali in materia liturgica, ivi compresa la facoltà di sperimentare per l’appunto nuove forme di culto (SC 22 § 2, 39, 40), contro l’insegnamento costante del Magistero, che ha sempre riservato al Sommo Pontefice ogni competenza in materia, quale massima garanzia contro l’introduzione di innovazioni liturgiche.

Per di più, proprio in armonia con il principio della creatività, la SC ha introdotto due altri elementi di riforma incompatibili con la tradizione e rivelatisi esiziali: l’adattamento del rito alla cultura profana ossia all’indole e alle tradizioni dei popoli, alla loro lingua, musica, arte, appunto mediante la “creatività” e la “sperimentazione liturgica” (SC 37, 38, 39, 40, 90, 119). e mediante la semplificazione programmatica del rito stesso (SC 21, 34). Una vera e propria esplosione di varianti... Anche questo contro l’insegnamento costante del Magistero, secondo il quale è la cultura dei popoli a doversi adattare alle esigenze del rito cattolico e senza che nulla si debba mai concedere alla sperimentazione o comunque al modo di sentire dell’uomo del Secolo. Una delle prove evidenti dell’antropocentrismo conciliare. Ed ecco che oggi il rito della Messa è frammentato in diversi riti a seconda dei continenti se non delle nazioni, con infinite variazioni locali, ad libitum del celebrante, variazioni che non escludono l’intrusione di elementi pagani nel rito stesso senz’alcun richiamo della S. Sede o dei vescovi.

Senza dimenticare che la frammentazione e l’imbarbarimento del culto cattolico sono dovuti anche all’abbandono del latino quale lingua liturgica antica ed universale, unificatrice del rito e nello stesso tempo custode di formule indissolubilmente legate alla tradizione dogmatica, che l’immutabilità linguistica preserva da innovazioni arbitrarie.

domenica 12 aprile 2026

I piccoli figli rivelati / Omelia per domenica 12 aprile 2026

I piccoli figli rivelati

Omelia per domenica 12 aprile 2026
1 Giovanni 2:28–3:3 E ora, figlioli, rimanete in lui, affinché, quando egli si manifesterà, possiamo avere fiducia e non essere svergognati da lui alla sua venuta. Se sapete che egli è giusto, sappiate anche che chiunque pratica la giustizia è generato da lui. Quale grande amore ci ha donato il Padre, perché fossimo chiamati figli di Dio – e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce, perché non ha conosciuto lui. Carissimi, fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo pero che, quando egli si sarà manifestato, saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. E chiunque ha questa speranza in lui purifica se stesso, come egli è puro.
O piccoli amati, ascoltate la voce dell'Apostolo che si leva come l'alba sulle colline ombrose della nostra epoca incerta. 'E ora, τεκνία (teknia) – piccoli figli' [Quasi modo géniti infántes -ndr], dice, non con severità ma con il calore di un padre che raccoglie i suoi, μένετε ἐν αὐτῷ (menete en autō) – rimanete in lui. Non una visita fugace, non uno sguardo fugace, ma una permanenza costante, come una vite che trae vita dal vero tronco.

In Illo Tempore: Domenica bassa, Ottava di Pasqua

Nella nostra traduzione da OnePeterFive sono lieta di poter pubblicare proprio oggi la consueta meditazione di P. John Zuhlsdorf che ogni settimana ci consente di approfondire i tesori di grazia ricevuti nella celebrazione domenicale. Il nostro testo odierno qui

In Illo Tempore: Domenica bassa, Ottava di Pasqua

Questa domenica concludiamo la grande Ottava di Pasqua, sebbene il termine "conclusione" vada qui inteso nel senso liturgico proprio della Chiesa. Per ben otto giorni, secondo quell'antico conteggio inclusivo che i Romani conoscevano così bene e che i Cristiani hanno ereditato, è stato ancora il giorno di Pasqua. La Chiesa ha, per così dire, fermato l'orologio liturgico affinché potessimo riposare nel mistero della Risurrezione e contemplarlo da diverse prospettive attraverso la Messa e l'Ufficio.

Questa domenica ha molti soprannomi. Il calendario post-conciliare la chiama Seconda Domenica di Pasqua e, per via della forte promozione da parte di Giovanni Paolo II del tema di Santa Faustina Kowalska, Domenica della Divina Misericordia. Nell'uso più antico e storicamente più ricco è chiamata Domenica Bassa, perché veniva celebrata con meno solennità esteriore rispetto alla Pasqua stessa. È la Domenica di Tommaso, perché il Vangelo richiama la nostra attenzione sul dubbio e sulla confessione dell'Apostolo. È la Domenica di Quasimodo, dalla prima parola dell'Introito. L'uso più antico e suggestivo è Dominica in albis, o Dominica in albis depositis, la domenica "delle vesti bianche deposte". Tutti questi nomi convergono attorno allo stesso mistero, e ognuno di essi apre una diversa sfaccettatura di questo gioiello.

Domenica in albis, 'Octava dies' di Pasqua

Precedente con storia e meditazione nel testo di dom Guéranger qui. Trovate qui l'Ordinario e qui il proprio della Santa Messa.

Domenica in albis,
'Octava dies' di Pasqua

Per ritrovare le perle della nostra fede sempre da approfondire e custodire anche attraverso la ripetizione, rispolvero un vecchio articolo, con l'aggiunta del testo dell'antifona.
Vedi anche le suggestioni del gregoriano qui nel testo di Mattia Rossi e qui per l'ascolto.


«Quasi modo géniti infántes,
alleluia,
rationabile, sine dolo lac concupiscite
(I Petr. 2,2),
alleluia, alleluia.
Exultate Deo, adiutori nostro,
iubilate Deo Jacob 
(Ps. 80,2)
Gloria Patri ...»
«Quasi come bimbi appena nati,
alleluia
desiderate il latte spirituale e puro (1 Pt 2,2)
alleluia, alleluia.
Esultate in Dio, nostra forza,
giubilate nel Dio di Giacobbe (Sal 80,2) .
Gloria al Padre ...»

Dalle prime parole dell'introito della Messa del giorno "Quasi modo geniti infantes". Ogni Domenica è Pasqua, ma quella in Albis, Ottava (Octava Dies) di Pasqua, ci si ricorda la gioia e la grandiosità dell'unica e solenne Domenica che ha portato e porta tutto il mondo cristiano alla Risurrezione di Cristo Signore.
Parole rivolte ai neofiti che avevano appena ricevuto la Fede per esortarli a continuare a nutrirla. Essi (e vale per tutti noi), una volta finiti i festeggiamenti del loro ingresso pasquale nella Chiesa, depositavano le vesti bianche ([in] albis vestibus) "esterne" ricevute la Domenica di Pasqua col Santo Battesimo, iniziando la feriale (ma sempre gioiosa) vita cristiana nella quale bisogna continuare a portare le vesti bianche "interne".
« Il nostro Divin Risorto ha voluto che la sua Chiesa così ne comprendesse il mistero, poiché, avendo intenzione di mostrarsi una seconda volta ai suoi discepoli, riuniti tutti assieme, ha aspettato, per farlo, il ritorno della Domenica. Durante tutti i giorni precedenti ha lasciato Tommaso in preda ai suoi dubbi; solamente oggi è voluto venire in suo soccorso, manifestandosi a questo Apostolo in presenza degli altri e obbligandolo a deporre la sua incredulità di fronte alla più palpabile evidenza. Oggi, dunque, la Pasqua riceve da Cristo il suo ultimo titolo di gloria, aspettando che lo Spirito Santo discenda dal cielo per venire a portare la luce del suo fuoco e fare, di questo giorno, già così privilegiato, l'era della fondazione della Chiesa Cristiana ». (Dom Prosper Guéranger)

sabato 11 aprile 2026

"Democrazie" occidentali, sempre più ipocritamente totalitarie

Precedente qui.
"Democrazie" occidentali, sempre più ipocritamente totalitarie

Päivi Räsänen è una parlamentare finlandese, ex ministro dell'Interno, medico, madre di sette figli. Nel 2019 ha criticato su Twitter la partecipazione della sua chiesa luterana al Pride di Helsinki, citando la Lettera ai Romani.

Da quel tweet è partita un'indagine penale. I magistrati sono risaliti a vent'anni di storia fino a un opuscolo del 2004, scritto su commissione della sua stessa chiesa, in cui Räsänen esprimeva la visione cristiana del matrimonio e della sessualità. Un testo teologico, distribuito in ambito parrocchiale, redatto prima ancora che esistesse la legge con cui è stata poi giudicata.

Che cos'è veramente la filosofia

Che cos'è veramente la filosofia
Una prospettiva orientata verso la saggezza divina

Raffaello (1483–1520), Scuola di Atene, 1511, Vaticano, Stanza della Segnatura

Prima e dopo la caduta
Solo due persone in tutta la storia del mondo hanno saputo che aspetto avesse il mondo creato da Dio, e non contaminato dal peccato originale. Parlo, quindi, del mondo prima della Caduta, o di ciò che a volte chiamo "la storia prima della storia". Quel mondo in cui né l'uomo, né il cosmo, né alcuna altra creatura erano stati colpiti dalla corruzione che inevitabilmente culmina nella morte. Illuminata dalle grazie che risplendono, discretamente ma eternamente, nelle pagine della Sacra Scrittura, questa visione ci offre l'unica prospettiva corretta e completa sulla creazione, sul mondo e sulla storia.

venerdì 10 aprile 2026

Significato da attribuire alla lettera ai vescovi di Francia del card. Parolin

Lettera n. 1353 del 7 Aprile 2026 di Paix Liturgique.
Significato da attribuire alla lettera ai vescovi di Francia del card. Parolin 
 «Vescovi, liberate il Vetus Ordo dalla precarietà»

In occasione dell’assemblea plenaria primaverile della Conferenza Episcopale Francese, tenutasi di recente a Lourdes, il suo presidente, il cardinale Jean-Marc Aveline, aveva chiesto a Sua Santità Papa Leone XIV di inviare un messaggio. È stato il suo Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, ad adempiere a questo compito inviando una lettera a nome del Santo Padre a tutti i vescovi di Francia.

Un anno fa, nella nostra lettera n. 1168, ci siamo soffermati sulle convinzioni del cardinale Parolin. Falso moderato e vero progressista, il cardinale Parolin ha svolto un ruolo chiave nell’elaborazione di Traditionis Custodes. Voci Vaticane gli attribuiscono questa affermazione: «Dobbiamo porre fine a questa messa per sempre!», mentre il cardinale Segretario di Stato evocava il destino della messa di San Pio V, giocando sul suo appellativo di «messa di sempre» nel mondo tradizionale.

Il vescovo Barron, Giuda e il problema che non stiamo affrontando

Nella nostra traduzione da Substack.com. Quando la speranza si trasforma in presunzione, la missione della Chiesa comincia ad affievolirsi.
Il vescovo Barron, Giuda e il problema che non stiamo affrontando

Sono un grande ammiratore del Vescovo Barron. L'ho incontrato di persona due volte. Apprezzo molto il suo impegno nella cultura. Il suo metodo ha portato il Vangelo a moltissime persone e la sua prospettiva è quella di farlo attraverso i valori trascendentali della bontà, della bellezza e della verità, il che, a mio avviso, funziona davvero.

Al momento sta ricevendo molte critiche e, in un certo senso, suppongo che questo sia una conseguenza inevitabile del mettersi in gioco e portare la fede cattolica nel mondo in un modo che pochi hanno il coraggio di fare.

Il vescovo Barron non è una figura marginale le cui parole possano essere liquidate come eccentriche. È uno dei comunicatori cattolici più efficaci dell'era moderna, con un apostolato mediatico globale, milioni di seguaci, libri di successo e una comprovata capacità di portare la tradizione intellettuale della Chiesa nella sfera pubblica. Credo che ogni volta che parliamo di qualcosa che ha detto, dobbiamo tenere a mente questi fatti. Tuttavia, è proprio per questo motivo che le domande sull'enfasi e sul giudizio nel suo lavoro sono importanti. Non sto affatto affermando di avere la capacità intellettuale per confrontarmi con il vescovo Barron. So di non averla. Ma, in quanto persona che ama e ammira sinceramente il suo lavoro, credo di avere delle valide ragioni per porre alcune domande.