Il cardinale Arthur Roche ha rilasciato un'intervista "ad ampio raggio" a Junno Arocho Esteves, corrispondente internazionale per OSV News. Il cardinale purtroppo sembra ignorare che la Liturgia è innanzitutto il culto pubblico dovuto a Dio. Una politica che mira a imporre l'unità ha invece messo in luce questioni più profonde riguardanti la liturgia, la continuità e i limiti del giudizio curiale.
Alla fine dell'intervista (nella nostra traduzione) trovate in replica le mie considerazioni. Qui l'indice degli articoli sulla Liturgia al tempo di Leone.
Il card. Roche afferma che la Liturgia è destinata
a promuovere l'unità, non le preferenze personali
Il cardinale Arthur Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, lo scorso 17 marzo ha rilasciato un'intervista "ad ampio raggio" all'OSV News affermando che i dibattiti sulla liturgia dovrebbero essere compresi in ultima analisi attraverso la lente dell'unità, non delle preferenze individuali.
Ha dichiarato: «Quando rechiamo in chiesa, non ci andiamo per adorare Dio semplicemente come individui, ma come una famiglia. Ci andiamo insieme come assemblea chiamata da Dio». «Questo senso di assemblea risale ai tempi dell'Antico Testamento. La Chiesa a cui apparteniamo non è un edificio, ma delle "pietre vive" edificate su Cristo». [Ricordiamo che, prima di essere comunitario, il rapporto col Signore è personale; anche se la Chiesa intera è il corpo mistico di Cristo -ndT]
Le sue dichiarazioni giungono a seguito delle recenti discussioni relative al testo sulla liturgia da lui redatto e distribuito ai cardinali durante il primo concistoro straordinario di Papa Leone XIV, tenutosi a gennaio [vedi e anche qui].
Il documento, distribuito ma discusso durante la riunione del 7-8 gennaio, offriva una difesa teologica e storica della riforma liturgica post-Concilio Vaticano II e ribadiva le restrizioni alla Messa preconciliare in latino stabilite dal “motu proprio” “Traditionis Custodes” (“Custodi della Tradizione”) di Papa Francesco del 2021.
I ripetuti interventi del cardinale non rivelano solo un'argomentazione fallace, ma una persistente incapacità di comprendere la realtà che egli ha il compito di governare.
Dopo le prime indiscrezioni del quotidiano italiano Il Giornale e della giornalista americana Diane Montagna [qui], che ha pubblicato la versione integrale del testo, il National Catholic Reporter ha affermato che il testo era stato distribuito ai cardinali ma non era mai stato formalmente discusso. Dopo la pubblicazione online di una copia del testo, si sono susseguite numerose critiche da parte dei cattolici tradizionalisti contrari alle restrizioni sulla celebrazione della Messa antiquior [vedi dall'indice]
Dalle sue dichiarazioni emergono diversi momenti piuttosto rivelatori. Riflettendo sulla continua controversia che circonda la Traditionis Custodes, si chiede, con apparente perplessità, perché il dibattito rimanga così acceso. Perché, si domanda, tutto questo clamore, quando la celebrazione della liturgia antiquior è ancora permessa come concessione. Qualcosa d'altro, suggerisce, deve essere in gioco.
Pur non rispondendo direttamente alle specifiche critiche mosse al documento, il cardinale Roche ha ribadito i principi che lo hanno ispirato e ha inquadrato la questione nel contesto più ampio della concezione cattolica del culto e della liturgia. Il documento, ha affermato, presenta "un'accurata ricostruzione storica dello sviluppo della liturgia nel corso dei secoli".
Tra l'altro il cardinale Roche ha inquadrato gli attuali dibattiti liturgici nel contesto della storia più antica della Chiesa, indicando la Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi come prova che le tensioni relative al culto non sono una novità.
Il punto di partenza è la sua perplessità. Vuole sapere perché, perché tanta intensità? Perché tanta resistenza? Perché questo attaccamento persistente alla forma più antica? La risposta non è nascosta, né richiede speculazioni su secondi fini. Risiede nel semplice fatto che ciò che oggi viene considerato una concessione, fino a poco tempo fa veniva presentato dalla Chiesa stessa come un bene.
Sotto il pontificato di Giovanni Paolo II (Ecclesia Dei), ma soprattutto sotto quello di Benedetto XVI, la liturgia antiquior non fu emarginata, ma integrata (Summorum Pontificum). Giovanni Paolo II parlò delle “legittime aspirazioni” dei fedeli. Benedetto XVI andò oltre, affermando che il Messale del 1962 non era mai stato abrogato e descrivendolo come un “tesoro prezioso” nella vita della Chiesa. Respinse esplicitamente l’idea che la sua presenza avrebbe diviso la Chiesa. Il rito romano antico non fu trattato come un problema da contenere, ma come un mezzo per promuovere l’unità.
Ora il giudizio rivolto alla Liturgia è cambiato. La crescita che un tempo era benvenuta ora è considerata prova di divisione. La fedeltà che un tempo era incoraggiata ora è vista con sospetto. Quando Roche chiede perché c'è "rumore", non sta svelando un mistero, ma sta semplicemente rivelando la propria incapacità di riconoscere le conseguenze dell'inversione di rotta che lui stesso, insieme a Papa Francesco, ha contribuito a imporre.
L'Eucaristia non è un'invenzione umana.
'Traditionis Custodes'
Una concessione per celebrare la vecchia forma della Messa
L'attrattiva della Messa in latino per un numero crescente di persone
Abusi liturgici dovuti a "mancanza di formazione"
Affrontando le divisioni tra i primi cristiani, ha spiegato, San Paolo ha ricordato loro che l'Eucaristia non era un'invenzione umana, ma qualcosa tramandato da Cristo stesso e affidato agli Apostoli.
«"Ciò che vi ho dato da celebrare, l'ho ricevuto da Gesù stesso"», ha detto il cardinale, parafrasando l'insegnamento dell'apostolo.
Il cardinale Roche ha affermato che la questione fondamentale è sempre stata la fedeltà a ciò che è stato ricevuto, piuttosto che l'adattamento della liturgia alle preferenze personali o di piccole comunità. La correzione di San Paolo, ha spiegato, ha sottolineato che la Messa non è soggetta al controllo individuale, ma appartiene a tutta la Chiesa.
Lo stesso principio, ha aggiunto, rimane essenziale ancora oggi, mentre i cattolici si confrontano con diversi approcci alla pratica liturgica.
Riguardo ai continui dibattiti sulla “Traditionsis Custodes”, il cardinale Roche ha dichiarato a OSV News che il documento trae origine dalle preoccupazioni relative all'uso della forma più antica della Messa all'interno della Chiesa.
Il cardinale ha affermato che, mentre le concessioni fatte in precedenza durante i pontificati di San Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI rappresentavano un accomodamento pastorale, la situazione è cambiata. "Il Santo Padre ha cominciato a rendersi conto che la concessione accordata a coloro che trovavano difficile il nuovo rito veniva promossa in contrasto con la riforma della liturgia del Concilio Vaticano II", aggiungendo: "E questa promozione... è in definitiva una promozione contro l'unità della Chiesa".
Una concessione per celebrare la vecchia forma della Messa
Il cardinale ha spiegato: «Anche Papa Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI, prima di Papa Francesco, concessero questa possibilità di celebrare la Messa secondo la vecchia forma per coloro che non riuscivano ad adattarsi alla nuova».
Tuttavia ha osservato che i cattolici possono ancora celebrare la Messa preconciliare in latino "per autorità papale".
E quindi si chiede: «perché tutto questo (dibattito) è così intenso? Perché tutto questo rumore, il rullare dei tamburi e lo squillare delle trombe? Cos'altro sta succedendo, visto che hanno ottenuto la concessione di questa Messa? Qual è il problema?» e ha affermato: «Chiaramente c'è qualcos'altro sotto».
L'attrattiva della Messa in latino per un numero crescente di persone
Interrogato sull'attrattiva che un numero crescente di cattolici prova per la Messa in latino, il cardinale Roche ha osservato che, per alcuni, tale attrazione è in parte determinata dal contesto culturale della vita moderna e dal costante "rumore" della società contemporanea.
«Quando le persone entrano in una chiesa silenziosa, la trovano molto attraente. Il rumore viene attutito», ha spiegato. «Credo che questo sia parte dell'attrattiva per molte persone, così come la musica e la riverenza, che rappresentano anche una sfida per il Novus Ordo; anche questi aspetti dovrebbero essere ugualmente attraenti ogni domenica. Mettere un rito contro l'altro significa perdere il senso della materia che si sta trattando. Non è un gioco. Ci deve essere un dare e avere da entrambe le parti».
Rispondendo alle preoccupazioni relative agli abusi liturgici, il cardinale ha affermato che tali problemi non sono esclusivi della Messa post-Concilio Vaticano II, ma sono esistiti nel corso di tutta la storia della Chiesa.
Abusi liturgici dovuti a "mancanza di formazione"
Roche afferma: «Gli abusi ci sono sempre stati, e sono sempre stati causati da una mancanza di formazione o da un profondo malinteso. Anche ai tempi di Paolo – San Paolo a Corinto – ci furono abusi».
Tuttavia, il prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti mette in guardia dal ridurre la liturgia a mera preferenza o controllo personale, affermando: «Nel momento in cui si pensa che la liturgia sia qualcosa che si può controllare e organizzare secondo le proprie preferenze, allora si esclude Dio dall'equazione».
Fine dell'intervista (Traduzione a cura di Chiesa e Post-concilio). * * *
Considerazioni mie in replica
Nell'intervista all'OSV, Roche tenta di fondare la sua posizione su principi primi. Invoca San Paolo, parlando di ciò che è stato ricevuto e tramandato. Su questo punto, possiamo osservare che i papi precedenti intendevano la tradizione liturgica stessa come qualcosa di ricevuto, non come un accordo provvisorio soggetto a revoca. Qui la discussione si fa più seria.
L'uso che Roche fa del termine "ricevuto" opera a un livello di astrazione che gli permette di eludere la concreta realtà storica del rito romano. È vero che l'Eucaristia è ricevuta da Cristo e affidata alla Chiesa. È anche vero che la Chiesa ha l'autorità di regolamentare la liturgia. Ma la liturgia romana, così come si è sviluppata nel corso dei secoli ed è stata codificata nel Messale, è essa stessa parte di quella tradizione ricevuta. Separare il principio dalla sua incarnazione storica significa creare una lacuna che necessita di una giustificazione.
Tale giustificazione non viene fornita. Al contrario, Roche riduce l'intera storia post-conciliare del rito più antico al linguaggio della concessione. Si può smascherare la debolezza di questa argomentazione tornando ai testi stessi. Giovanni Paolo II non parlò in termini di riluttanza e tolleranza. Benedetto XVI non descrisse la liturgia più antica come un accomodamento temporaneo. Al contrario, insistette sul fatto che essa facesse parte della lex orandi della Chiesa e potesse coesistere pacificamente con il rito riformato.
Descrivere questo come una concessione non significa semplicemente riassumere. Significa reinterpretare il passato per avvalorare una politica presente. E dunque si tratta di una distorsione frutto dello storicismo ereditato dal Concilio.
Quanto agli abusi, il cardinale ignora quanto abbia influito l’inaudita novità dell’introduzione nella Liturgia del principio di creatività, (Sacrosanctum Concilium agli artt. 37-40), sia pure in teoria sotto il controllo della Prima Sedes, rivelatosi poi nei fatti quasi sempre accademico ed oggi ancor più diluito dal motu proprio Magnum Principium. Il principio di creatività è stato sempre avversato nei secoli da tutto il Magistero, senza eccezioni, come cosa nefasta, da evitare nel modo più assoluto, ed è considerato da molti il vero motivo del caos liturgico attuale. Esso viene corroborato dall’ampia e del tutto nuova competenza attribuita alle Conferenze Episcopali in materia liturgica, ivi compresa la facoltà di sperimentare per l’appunto nuove forme di culto (SC 22 § 2, 39, 40), contro l’insegnamento costante del Magistero, che ha sempre riservato al Sommo Pontefice ogni competenza in materia, quale massima garanzia contro l’introduzione di innovazioni liturgiche.
Per di più, proprio in armonia con il principio della creatività, la SC ha introdotto due altri elementi di riforma incompatibili con la tradizione e rivelatisi esiziali: l’adattamento del rito alla cultura profana ossia all’indole e alle tradizioni dei popoli, alla loro lingua, musica, arte, appunto mediante la “creatività” e la “sperimentazione liturgica” (SC 37, 38, 39, 40, 90, 119). e mediante la semplificazione programmatica del rito stesso (SC 21, 34). Una vera e propria esplosione di varianti... Anche questo contro l’insegnamento costante del Magistero, secondo il quale è la cultura dei popoli a doversi adattare alle esigenze del rito cattolico e senza che nulla si debba mai concedere alla sperimentazione o comunque al modo di sentire dell’uomo del Secolo. Una delle prove evidenti dell’antropocentrismo conciliare. Ed ecco che oggi il rito della Messa è frammentato in diversi riti a seconda dei continenti se non delle nazioni, con infinite variazioni locali, ad libitum del celebrante, variazioni che non escludono l’intrusione di elementi pagani nel rito stesso senz’alcun richiamo della S. Sede o dei vescovi.
Senza dimenticare che la frammentazione e l’imbarbarimento del culto cattolico sono dovuti anche all’abbandono del latino quale lingua liturgica antica ed universale, unificatrice del rito e nello stesso tempo custode di formule indissolubilmente legate alla tradizione dogmatica, che l’immutabilità linguistica preserva da innovazioni arbitrarie.










