Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

sabato 17 ottobre 2026

Schneider: non possiamo continuare con il Novus Ordo” o con le ambiguità del Vaticano II.

Troviamo su Infovaticana l'ennesima denuncia del vescovo Schneider della grave crisi nella Chiesa, per la quale ha ricevuto il supporto del card Zen, che riprende l'espressione “presa di potere ostile” da parte della Santa sede [vedi]. E richiama anche le ambiguità del Vaticano II [vedi sua relazione qui]

Schneider: non possiamo continuare con il Novus Ordo” o con le ambiguità del Vaticano II.

Athanasius Schneider, che presiederà la Messa del pellegrinaggio del Summorum Pontificum [qui] a Santa Maria Maggiore il 24 ottobre, in un’intervista con The Catholic Herald sostiene che alcune affermazioni sul Vaticano II devono essere chiarite e il Novus Ordo riformato. Descrive la Fraternità di San Pio X come “un’opera di Divina Provvidenza” e denuncia una persecuzione contro la Messa tradizionale.   

Il vescovo ausiliare di Astana (Kazakistan), Athanasius Schneider, ritiene che la presenza e l’attività della Società di San Pio X “siano sempre più provvidenziali.” Sostiene questo nella seconda parte di un’ampia intervista con Michael Haynes per  The Catholic Herald. In esso esamina la situazione della Messa tradizionale, il conflitto con la SSPX [vedi anche qui] e quella che definisce una grave crisi dottrinale e liturgica nella Santa Sede.

Una Messa fuori dal Vaticano
L’intervista avviene alla vigilia del pellegrinaggio del Summorum Pontificum. Quest’anno, a differenza dell’anno scorso, il pellegrinaggio non potrà celebrare la sua Messa pontificia in Vaticano. Schneider, che lo presiederà a Santa Maria Maggiore [qui], ha personalmente consegnato la richiesta degli organizzatori a Leone XIV durante un’udienza privata nel dicembre 2025. Secondo i media britannici, la risposta negativa del Segretario di Stato è arrivata solo nell’agosto 2026.

Un anno e mezzo dopo l’inizio del pontificato, il vescovo ritiene che la situazione “sia cambiata a malapena” rispetto alle misure adottate dopo la Traditionis Custodes. Le restrizioni “continuano e anche, in alcuni casi, la situazione sta peggiorando”, con le diocesi che chiudono luoghi dove la celebrazione era precedentemente consentita, cosa che lui definisce “una forma di persecuzione.” Ricorda di aver chiesto al papa “un gesto generoso come padre comune di tutti i suoi fedeli” e si rammarica che i funzionari vaticani continuino a trattare l’antico rito “come se fosse qualcosa di pericoloso.”

“Un’opera di Divina Provvidenza”
Schneider fu ospite apostolico della SSPX su richiesta della Santa Sede e conosce le sue posizioni all’interno. Come spiega, il disaccordo è lo stesso da più di cinquant’anni: Roma chiede il riconoscimento che il Concilio Vaticano II è conforme alla tradizione e accetta la riforma liturgica come corretta.

Il prelato sostiene che alcuni testi conciliari presentino “ovvie ambiguità” affermando che del Novus Ordo, si sostiene che contiene “tendenze protestanti molto chiare” e che mina il carattere sacrificale della Messa, anche quando viene celebrata secondo le norme. Egli sottolinea in particolare le nuove preghiere dell’Offertorio e la Preghiera Eucaristica II. “Non possiamo andare avanti con il Novus Ordo – non possiamo. Non possiamo continuare con le ovvie ambiguità dottrinali di alcune affermazioni del Concilio Vaticano II. Dobbiamo risolverli,”.

In questo contesto, descrive il lavoro della Società come “un’opera di Divina Provvidenza.” La sua funzione sarebbe ricordare alla Santa Sede la necessità di chiarire le affermazioni conciliari “oggettivamente dubbie e ambigue” e di riformare il Novus Ordo “in accordo con la tradizione.” L’ermeneutica della continuità gli sembra essere “acrobazia mentale, o il quadrare del cerchio.” Invita Roma a concedere “libertà di dibattito” e a integrare la SSPX “almeno gradualmente, passo dopo passo“.

Durezza con la tradizione, tolleranza con l’eterodossia
Riguardo alla risposta del Vaticano alle consacrazioni del 1° luglio, Schneider ritiene che un osservatore imparziale la vedrebbe come “una reazione emotiva, un giudizio severo”, con l’obiettivo di punire la Fraternità ed eliminarne l'influenza. Lo contrappone al trattamento riservato al vescovo di Anversa, che dice abbia annunciato che violerà la legislazione sul celibato senza ricevere un avvertimento. Lo paragona anche all’“estrema generosità” mostrata verso il Partito Comunista Cinese [vedi] e il Cammino Sinodale tedesco. Si chiede anche come qualcosa che, ricorda, Giovanni Paolo II dichiarò legittimo possa essere discriminato.

Il vescovo arriva persino a dire che la Santa Sede ha subito, “in una certa misura”, una “presa di potere ostile.” Paragona la situazione al papato di Avignone: un “esilio spirituale” dalla dottrina e dalla liturgia che, assicura, finirà. Come Santa Caterina di Siena e Santa Brigida di Svezia, oggi saranno famiglie, giovani, sacerdoti e religiosi a contribuire a questo ritorno, finché Dio non concederà alla sua Chiesa “papi tradizionali al 100%”.

Francesco su Buela: "Erano molto preoccupati di conoscere la sentenza finale... ma non c'era nessuna sentenza. Questo è il clericalismo."

Riprendiamo da Infovaticana 

Francesco su Buela: "Erano molto preoccupati di conoscere la sentenza finale... ma non c'era nessuna sentenza. Questo è il clericalismo."

InfoVaticana pubblica in esclusiva l'unico documento noto in cui Papa Francesco fa riferimento di suo pugno al processo canonico contro padre Carlos Miguel Buela, fondatore dell'Istituto del Verbo Incarnato. Si tratta di una breve nota manoscritta datata 16 agosto 2023, quattro mesi dopo la morte del fondatore, indirizzata a padre Martín Prado, IVE, con il quale il Papa ha mantenuto un'amicizia per molti anni. Padre Prado l'ha ora diffusa tra i membri dell'Istituto, accompagnata da una riflessione scritta, che riproduciamo integralmente qui di seguito.

Il documento riveste un'importanza storica per la portata della questione in gioco. La Famiglia Religiosa del Verbo Incarnato, fondata a San Rafael, in Argentina, nel 1984, è presente in 45 Paesi e conta oltre 3.000 membri religiosi, tra cui il ramo maschile, i Servi del Signore e della Vergine di Matará, e il Terz'Ordine Secolare. Pochi carismi emersi negli ultimi quattro decenni hanno prodotto un afflusso di vocazioni paragonabile, e pochi hanno resistito a un intervento romano così prolungato: più di sette anni senza autogoverno, un fondatore sotto processo e una comunità divisa sulla sua eredità.

venerdì 16 ottobre 2026

Pena capitale/ Una rottura con il passato? / La pena capitale e la rivendicazione di continuità dottrinale della Chiesa cattolica

La pena capitale e la rivendicazione di continuità dottrinale della Chiesa cattolica. Precedenti qui - qui - qui.

Una rottura con il passato?

Il rinnovato rifiuto della pena capitale da parte di Papa Leone XIV solleva un interrogativo che va oltre la giustizia penale: quando un'istituzione religiosa modifica il proprio insegnamento morale, cosa significa affermare che la sua dottrina rimane in continuità kq il passato?

Il 10 ottobre, Giornata mondiale contro la pena di morte, Leone XIV ha ribadito che la pena capitale è "inammissibile perché costituisce un attacco all'inviolabilità e alla dignità della persona". Ha inoltre sostenuto che il bene comune può essere tutelato e le esigenze della giustizia soddisfatte senza ricorrere all'esecuzione capitale. Il suo intervento conferma la posizione adottata da Papa Francesco nel 2018 [qui], quando il Catechismo della Chiesa Cattolica è stato rivisto per dichiarare la pena di morte inammissibile e impegnare la Chiesa a lavorare per la sua abolizione a livello mondiale.

Le argomentazioni morali a favore dell'abolizione meritano seria considerazione. La questione più complessa è di natura storica e teologica: come si concilia questo giudizio categorico con una tradizione che per lungo tempo ha riconosciuto la legittimità della pena capitale in determinate circostanze?

Per secoli, la dottrina cattolica ha accettato che lo Stato potesse, in linea di principio, giustiziare un criminale. Non si trattava semplicemente di una concessione da parte dei governanti secolari di fronte all'opposizione ecclesiastica. Il Catechismo del Concilio di Trento, pubblicato nel 1566, difendeva esplicitamente l'autorità dei magistrati civili di imporre la pena di morte, a condizione che agissero in modo giusto. Sosteneva che l'uso della spada da parte del magistrato civile, quando esercitato al servizio della giustizia, non costituisse omicidio, ma fosse compatibile con il quinto comandamento. Anche Papa Pio XII confermò la legittimità dell'esecuzione da parte dell'autorità pubblica in determinate circostanze. La pena capitale apparteneva quindi al quadro consolidato attraverso il quale la teologia morale cattolica interpretava l'autorità pubblica, la giustizia e la punizione.

Giovanni Paolo II ha spinto la Chiesa decisamente verso l'abolizione della pena di morte. Nella sua enciclica Evangelium Vitae del 1995, sostenne che l'esecuzione dovesse essere considerata solo laddove fosse assolutamente necessaria per proteggere la società. Tuttavia, osservò che tali casi erano diventati "molto rari, se non praticamente inesistenti". La precisazione era importante: il principio di legittimità dell'esecuzione non era ancora stato categoricamente respinto.

La revisione del Catechismo sotto il pontificato di Francesco è andata oltre. Non si è limitata a concludere che le prigioni moderne avessero reso superflua l'esecuzione capitale nella maggior parte dei casi. Ha dichiarato la pena di morte inammissibile perché viola la dignità umana e ne ha chiesto l'abolizione in tutto il mondo [qui].

Roma insiste sul fatto che ciò rappresenti uno sviluppo coerente della dottrina, non una contraddizione rispetto agli insegnamenti precedenti. La sua argomentazione si fonda su un riconoscimento più chiaro della dignità che conserva anche il criminale più efferato, su una comprensione più profonda della pena come strumento di riabilitazione e sulla disponibilità di mezzi efficaci per proteggere la società senza togliere la vita.

Si tratta di un argomento serio, che non va liquidato. La comprensione morale può approfondirsi e le istituzioni possono correggere i propri giudizi. Il fatto che le generazioni precedenti abbiano accettato una pratica non significa che essa debba rimanere accettabile per sempre.

Ma l'argomentazione solleva una questione che non può essere risolta semplicemente invocando lo sviluppo dottrinale. Se la pena di morte è inammissibile perché viola la dignità intrinseca della persona umana, tale dignità non era meno presente quando il Catechismo di Trento difendeva l'autorità dei magistrati civili di infliggere la pena capitale, quando Pio XII ne confermava la legittimità a determinate condizioni e quando Giovanni Paolo II ne manteneva la liceità eccezionale. Ciò che è cambiato, quindi, non è la dignità umana in sé, ma il giudizio della Chiesa su ciò che tale dignità richiede. La questione è se questo cambiamento rappresenti un legittimo sviluppo di un principio duraturo o un sostanziale allontanamento dall'insegnamento morale delle generazioni precedenti.

Occorre distinguere due argomentazioni. La prima è di natura circostanziale: la detenzione in strutture di massima sicurezza è ora più ampiamente disponibile e l'esecuzione capitale non è più necessaria per tutelare la collettività. Questo può spiegare perché una pena un tempo considerata ammissibile possa ora essere giudicata superflua. Ciò non dimostra, di per sé, che la pena sia intrinsecamente inammissibile.

Il secondo argomento è più fondamentale: la Chiesa è giunta a comprendere più pienamente ciò che la dignità umana richiede. Se questa è l'affermazione, il cambiamento non riguarda solo le circostanze in cui un principio consolidato viene applicato, ma anche il giudizio morale che ne deriva. Le sue implicazioni per il rapporto tra l'insegnamento precedente e quello attuale meritano di essere esplicitate.

La tradizione cattolica possiede le risorse per affrontare questa difficoltà. Non richiede che ogni formulazione storica rimanga immutata, e la distinzione tra principi duraturi e la loro applicazione è centrale in qualsiasi analisi dello sviluppo dottrinale. La stessa spiegazione fornita dal Vaticano in merito alla revisione del 2018 si richiama proprio a questa distinzione, sostenendo che l'insegnamento precedente deve essere compreso nel contesto della responsabilità dello Stato di tutelare il bene comune e dei limiti dei sistemi punitivi storici.

Tuttavia, una spiegazione non è necessariamente una dimostrazione. Per stabilire che due giudizi sono compatibili, è necessario mostrare come i principi, le circostanze e le conclusioni pertinenti si integrino tra loro. Definire un cambiamento uno sviluppo non può, di per sé, stabilire se lo sia effettivamente.

La questione, dunque, va oltre la pena capitale. Riguarda l'identità dell'istituzione che pretende di preservare un deposito immutabile di fede, pur rivedendo sostanzialmente i giudizi morali attraverso i quali tale fede si è storicamente espressa. Dal Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica ha subito trasformazioni che sollevano un interrogativo più ampio: la Chiesa di oggi rappresenta la stessa continuità dottrinale e morale della Chiesa dei secoli passati, oppure il linguaggio dello sviluppo è diventato un mezzo per conciliare posizioni che un tempo erano intese in termini marcatamente diversi? La pena di morte è una prova rivelatrice di tale affermazione, anche se da sola non può risolvere l'intera questione.

Questo ha rilevanza anche al di là della Chiesa cattolica. Le istituzioni religiose rivendicano autorità in parte perché si considerano custodi di una verità preesistente. La loro credibilità non dipende né dall'incapacità di cambiare né dal presupposto che ogni nuova posizione rappresenti necessariamente un miglioramento. Dipende piuttosto dalla loro disponibilità a rendere conto del rapporto tra ciò che insegnano oggi e ciò che insegnavano in passato.

La Chiesa potrebbe avere ragione a rifiutare la pena capitale. Ma la questione morale dell'abolizione e la rivendicazione storica della continuità dottrinale sono questioni distinte. L'una non implica automaticamente l'altra.

La riaffermazione di Leone XIV rende inequivocabile l'attuale posizione cattolica. Il compito più arduo è spiegare, senza elusioni, come tale posizione si relazioni alla tradizione da cui afferma di scaturire.

Una tradizione viva deve essere capace di crescere. Deve anche essere capace di raccontare la verità sulla propria storia.
Rev. Leon, 12 ottobre

giovedì 15 ottobre 2026

Eccomi qua

Carissimi tutti, sono ancora in ospedale, non so ancora per quanti giorni e il mio impegno è sospeso,  spero momentaneamente. Vi assicuro che si imparano più cose in esperienze come questa  sia per la sofferenza che per l'impatto con le diverse persone e situazioni che, viste davanti al Signore, rivelano la loro realtà autentica (nel bene e nel male) e solo la grazia del Signore, di volta in  volta, dà la grazia per reagire con la gioia o con l'offerta. 

Vi darò notizie appena potrò, vi chiedo di accompagnarmi con la vostra preghiera e vi abbraccio tutti, perché so che al di là di tutto, ci unisce, nella Comunione de santi, l'amore per il Signore e il desiderio di conoscere sempre meglio, custodire e condividere le verità stupende della nostra Fede che è in una Persona e non.in una dottrina né in qualche aggiornamento e nemmeno in una nuova Pentecoste.  Quella vera è già venuta e non smetterà mai di circolare nel corpo mistico del Signore, la Sua Chiesa, per tenerla ancorata a Lui e viva nella lotta immane di quedsti tempi bui,  come non mai, credo.

Se posso e come posso scriverò ancora. Altre notizie e anche altri contenuti,  potrà fornirveli E.P. in base ai suoi impegni.

Un caro e grato pensiero per tante belle condivisioni che ci fanno imparare gli uni dagli altri. E che dirvi? Coraggio, avanti nel Signore!

Maria


mercoledì 14 ottobre 2026

Il cardinale Roche su ciò che farà Leone XIV riguardo alla Messa Tradizionale

Precedenti su Roche: qui - a partire da qui.

Il cardinale Roche su ciò che farà Leone XIV riguardo alla Messa Tradizionale:

"Non cambierà la Tradizionis Custodes. Non tornerà al Summorum Pontificum

Le sue parole ai sacerdoti e al popolo della vita consacrata a Notre-Dame sono molto, molto chiare: smettetela di preferire la loro opinione particolare su questa questione e tornate a ciò che la Chiesa vi chiede di fare."

Pregiamo per la pace liturgica

Fonte: Ad Vaticanum 


La “Presa di Potere Ostile” nella Chiesa. Il Cardinale Zen Ringrazia mons. Schneider.

Riprendiamo da Infovaticana l'ennesima presa di posizione del card. Zen sulla crisi nella Chiesa in riferimento a recenti dichiarazioni di mons Schneider. Può essere interessante consultare l'indice degli articoli sulla questione sino/vaticana con tutti i precedenti sul card Zen.

La “Presa di Potere Ostile” nella Chiesa. Il Cardinale Zen Ringrazia mons. Schneider.

Zen ringrazia Schneider per la sua lezione sulla “presa di potere ostile” all’interno della Chiesa

Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha ringraziato pubblicamente il vescovo Athanasius Schneider per aver raccontato nella sua conferenza alla Catholic Identity Conference di Pittsburgh, come il cardinale cinese abbia cantato l’introito gregoriano “Exsurge” davanti a un cardinale che, a Roma, era impassibile su una questione importante per la Chiesa.

Il messaggio del cardinale Zen, pubblicato sul social network X, ricollega il video della conferenza e riproduce il passaggio in cui Schneider parla di lui. “Grazie, vescovo Schneider, per aver condiviso un aneddoto così interessante e le sue riflessioni,” scrive il cardinale 94enne.

L’intervento a cui si fa riferimento è la conferenza principale della Catholic Identity Conference 2026, il congresso organizzato dal settimanale americano The Remnant e tenutosi dal 2 al 4 ottobre a Pittsburgh (Pennsylvania). Schneider, vescovo ausiliare di Astana, Kazakistan, ha parlato con il titolo “La vittoria di Cristo sulla presa ostile all’interno della Chiesa.”

L’introito preferito del cardinale
Schneider stava commentando la scena evangelica della barca scossa dalla tempesta mentre Cristo dorme, quando ricordò una conversazione tenuta “molti anni fa” a Hong Kong. Consapevole dell’amore di Zen per la Messa tradizionale e il canto gregoriano, gli chiese quale fosse il suo pezzo preferito. “L’introito di Sexagesima,” rispose il cardinale.

Il vescovo ammette di non ricordare il testo a memoria. Zen lo nota e inizia a cantarlo “con molta unzione”: “Exsurge, quare obdormis, Domine? Exsurge, Domine, adjuva nos, et libera nos” (“Alzati, perché dormi, Signore? Alzati, Signore, aiutaci e liberaci.”) Ha anche sottolineato che la melodia sottolinea in modo vistoso la parola ‘emergere‘.

Il testo proviene dal Salmo 43 secondo la numerazione della Vulgata e apre la Messa la domenica della Sexagesima, la seconda delle tre che precedono la Quaresima nel calendario romano tradizionale. Quel periodo della Settuagésima scomparve dal calendario generale con la riforma del 1969 ed è conservato nel messale del 1962.

“Svegliati! Perché stai dormendo?”
La seconda parte della storia è ciò che Schneider descrive come divertente. Zen gli raccontò che in un’occasione cercò di far comprendere a un cardinale a Roma una questione importante per la Chiesa. Poiché il suo interlocutore era “testardo e impassibile”, iniziò a cantare lo stesso introito a lui: “Exsurge, quare obdormis, Domine? Alzati!“, che il vescovo traduce come “Svegliati! Perché dormi? Svegliati!”

Né Schneider né Zen identificano il cardinale né collocano l’episodio in una data.

Una crisi “senza precedenti”, secondo Schneider
L’aneddoto fa parte di un discorso in cui il prelato sostiene che la Chiesa stia attraversando una crisi “senza precedenti”, estesa a dottrina, morale, liturgia e disciplina. Lo descrive come una “presa di controllo ostile” di incarichi amministrativi strategici, un’espressione che il cardinale Gerhard Müller applicò ai suoi tempi al Sinodo sulla sinodalità. È una diagnosi personale del vescovo, formulata in un congresso.

Insieme a questa denuncia, Schneider invita i fedeli a non cedere alla rabbia, all’amarezza o allo scoraggiamento, ricorda che la Chiesa è indistruttibile e propone di “risvegliare il Signore” con preghiera, sacrifici e atti di riparazione.

Il passo riprodotto da Zen include anche una frase importante della conferenza: “Il Papa e i vescovi non sono, in realtà, i signori o gli autori della fede, ma devono esserne i fedeli e scrupolosi guardiani, difensori e amanti.” Il cardinale non aggiunge un suo commento oltre alla gratitudine.
josemariacarrera

martedì 13 ottobre 2026

Comprendere il Papa come “Roccia”: come Cristo e la Fede sono alla base dell’istituzione del Papato

Peter Kwasniewski segnala e recensisce il libro di p. Serafino Lanzetta “Super Hanc Petram. Il Papa e la Chiesa in un'ora drammatica della Storia” come teologia ecclesiale al suo meglio
Comprendere il Papa come “Roccia”: come Cristo e la Fede
sono alla base dell’istituzione del Papato


Di tanto in tanto, compare un libro che meriterebbe un impatto e un pubblico molto più ampi di quelli che effettivamente ottiene. Come scrittore che ha lavorato con una dozzina di case editrici e come direttore di una casa editrice, conosco bene le variabili e le dinamiche in gioco. Il caso e la fortuna giocano un ruolo molto più importante di quanto chiunque dall'esterno possa immaginare. La copertina o il titolo di un libro potrebbero non attirare l'attenzione o, al contrario, respingerla: ad esempio, una frase in latino o il volto di Jorge Mario Bergoglio potrebbero "allontanare i lettori", a maggior ragione se sono entrambi!

Credo che lo studio di padre Serafino Lanzetta, Super Hanc Petram: Il Papa e la Chiesa in un momento drammatico della storia, sia un libro di notevole lucidità, carità e profondità teologica, nonché un esempio di opera che non ha ancora trovato il pubblico che merita. Uno degli effetti più strani della frenetica era dei social media in cui viviamo è che i cattolici tendono a considerare il pontificato di Francesco "una cosa del passato", qualcosa che non merita di essere approfondito o studiato, come se la Chiesa potesse semplicemente "voltare pagina" e ignorare i danni che ha causato, gli errori dottrinali che ha seminato, l'istituzionalizzazione degli abusi di cui è responsabile. Al contrario, i cattolici hanno bisogno di una memoria che abbracci decenni, secoli e millenni; abbiamo bisogno di un intelletto che spazi dall'eternità al tempo.

Le preghiere finali del sacerdote prima della Santa Comunione, Parte 3

Conosciamo più a fondo le sublimi formule della Messa dei secoli e gli elementi che ne fanno un unicum irreformabile. Ogni semplice sfumatura è densa di significati per nulla scontati a prima vista. Non minuzie, ma patrimonio del passato, da custodire nel presente e per il futuro. Conoscerle non è ininfluente per una fede sempre più profonda e radicata. Nella nostra traduzione da New Liturgical Movement oggi ci soffermiamo sulla Seconda Preghiera del sacerdote per la Santa Comunione. Qui l'indice degli altri articoli sulle formule del Latino liturgico.

Le preghiere finali del sacerdote
prima della Santa Comunione, Parte 3

Dopo aver terminato la Perceptio Corporis tui [qui], il sacerdote prega:
Panem caelestem accipiam, et nomen Domini invocabo.
Che traduco come:
Prenderò il pane celeste e invocherò il nome del Signore.
Questa dichiarazione è un adattamento del Salmo 115, 13 (vedi sotto), con “pane celeste” al posto di “calice della salvezza”. E “pane celeste” (panis caelestis) è un adattamento di due espressioni bibliche per manna, “pane dal cielo” (panis de caelo) [1] e “pane del cielo” (panis caeli). [2] In Giovanni 6, 23, nostro Signore si chiama Panis de caelo. Qui è implicita un'affermazione della dottrina della Presenza Reale.

lunedì 12 ottobre 2026

«Tribunale» islamico a Padova, esposto di Futuro Nazionale in procura. Il fondatore: «È una camera arbitrale come altre in Europa». E invece...

Apprendiamo dal Corriere del Veneto. Ma vi fornisco un quadro completo: le notizie, in qualche modo asettiche dell'informazione mainstream, vanno completate con una nota di Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega e con l'intervista che segue, che mettono in luce le molteplici insidie nascoste. Qui l'indice degli articoli sul filo-islamismo.

«Tribunale» islamico a Padova, esposto di Futuro Nazionale in procura. Il fondatore: «È una camera arbitrale come altre in Europa». E invece...

L'ente privato risolve controversie seguendo i principi della Sharia: denuncia dell'avvocato Minutillo, membro del partito di Vannacci. Insorgono Lega e Fratelli d'Italia: «Tutti devono rispettare solo le leggi italiane»

La definizione corretta è «Camera arbitrale islamica italiana», non è quindi un tribunale ma un ente privato che, si legge nel sito, «fornisce una piattaforma per risolvere controversie civili e commerciali in conformità con i principi della Shari’a, ossia la legge Islamica». Le aziende estere che operano con l’Italia, e che si avviano a creare un qualsiasi contratto, possono indicare la camera arbitrale come «risolutrice delle controversie» prima di avviare una qualsiasi trattativa commerciale. La sede di questa camera arbitrale islamica è a Padova, il fondatore è un avvocato iscritto all’ordine degli avvocati di Padova, Omar Vanin, docente a contratto di Diritto Internazionale all’Università di Padova. La camera arbitrale islamica è stata fondata a marzo, ma pochi giorni fa Francesco Minutillo, avvocato di Forlì, membro dell’assemblea nazionale di Futuro Nazionale, ha presentato un esposto alla procura della Repubblica di Padova. Spiega il legale: «Non sto chiedendo di giudicare una religione, la questione è rigorosamente giuridica. In Italia può esistere un arbitrato privato, anche ispirato a valori religiosi, purché resti nei limiti dell’ordinamento. Ma quando un organismo si presenta come “Giustizia Islamica in Italia”, denomina il proprio organo “Tribunale Sciaraitico”, afferma che gli arbitri sono vincolati ai principi immutabili della Sharia e prevede il diritto italiano per ciò che la Sharia non regola, credo sia doveroso accertare una cosa molto semplice: siamo ancora davanti soltanto a un normale arbitrato privato oppure si sta costruendo un circuito di giustizia parallelo rivolto a una specifica comunità? A questa domanda dovranno rispondere gli accertamenti della Procura

Papa Leone nomina l'arcivescovo Viola nuovo arciprete della Basilica di San Pietro.

Nella nostra traduzione da NCR online. L'arcivescovo Vittorio Francesco Viola, già segretario del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, è stato nominato nuovo arciprete della Basilica di San Pietro. Qui l'indice degli articoli sulla Liturgia al tempo di Leone e qui l'indice degli articoli sulla Praedicate Evangelium. 

Papa Leone nomina l'arcivescovo Viola
nuovo arciprete della Basilica di San Pietro.


Il 10 ottobre, Papa Leone XIV ha nominato l'arcivescovo Vittorio Francesco Viola nuovo arciprete della Basilica di San Pietro e vicario del Papa per la Città del Vaticano.

Viola, un francescano di 61 anni originario del Nord Italia, attualmente ricopre l'incarico di segretario del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

Succede al cardinale Mauro Gambetti, anch'egli francescano, che il papa aveva nominato la settimana scorsa arcivescovo dell'arcidiocesi di Chieti-Vasto, nell'Italia centrale.

Il Vaticano ha inoltre annunciato il 10 ottobre che Leone XIV ha nominato il vescovo spagnolo Aurelio García Macías successore di Viola come nuovo segretario del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. García Macías lavora nel dicastero dal 2015 e come sottosegretario dal 2021.