Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

venerdì 2 ottobre 2026

Ottobre 2026. Calendario Sante Messe antiquior a Pavia

Carissimi,
il mese di ottobre è dedicato alla Madonna del Rosario: ravviviamo la nostra devozione con la recita di questa preghiera, raccomandata dai santi e dal magistero della Chiesa: «Sebbene il nostro terrestre pellegrinaggio sia aspro e irto di difficoltà, camminiamo intrepidi e coraggiosi verso la meta. E nelle nostre pene, nelle nostre fatiche, non cessiamo di stendere a Maria le nostre mani supplichevoli, dicendo con la Chiesa: "A te sospiriamo gementi e piangenti in questa valle di lacrime... Deh! volgi a noi quei tuoi occhi misericordiosi. Dacci una vita pura, preparaci una via sicura, perché possiamo godere in eterno della vita di Gesù". Ed essa che, pur senza averla mai sperimentata, conosce la debolezza e la corruzione della nostra natura, essa che è la migliore e la più sollecita di tutte le madri, oh come verrà propizia e premurosa in nostro aiuto! E con quale tenerezza ci consolerà! Con quale forza ci sosterrà! Percorrendo la via, consacrata dal sangue di Cristo e dalle lacrime di Maria, arriveremo anche noi, sicuramente e facilmente, alla partecipazione della loro gloria beata. Poiché dunque nel Rosario di Maria Vergine sono così bene e così utilmente riuniti un'eccellente formula di preghiera, un mezzo efficace per conservare la fede e un ideale insigne di virtù perfetta, è ben giusto che i veri cristiani lo abbiano spesso fra le loro mani, lo recitino e lo meditino piamente» (Leone XIII, enciclica Magnae Dei Matris).
Nel mese di ottobre sono previste le seguenti celebrazioni:
Ordinario della S. Messa

A tutti un cordiale saluto nel Signore,
don Fabio e don Marino

Mons. Viganò. Non expedit / Il conservatorismo di maniera dinanzi all'apostasia sinodale

Risposta ad un lettore di Duc in altum. Qui l'indice degli interventi precedenti e correlati.
Non expedit
Il conservatorismo di maniera dinanzi all'apostasia sinodale 
Carlo Maria Viganò


Gentile Dott. Valli,
Ho letto il commento di Mons. Viganò[1] sulle parole del Santo Padre a Parigi che lei ha pubblicato.
Insomma, secondo i paladini della tradizione, il papa sarebbe dovuto andare a dire nella capitale francese che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non dovrebbe “aprire ad ogni culto” ma solo alla vera religione, che la dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza, fraternità sono parole massoniche e che non possono trovare la loro ispirazione ultima nel Vangelo.

Non è bastato al mondo tradizionalista vedere nel cuore rivoluzionario di Parigi 800 mila persone partecipare devote alla Santa Messa, allo stadio Saint Denis 80 mila giovani cantare in latino la Salve Regina, frotte di sacerdoti confessare in strada (come non si vedeva da tempo), nel Palazzo dell'Eliseo ascoltare dal Santo Padre la difesa del diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto umano e la condanna alla maternità surrogata, tutto questo in faccia ad uno sciagurato Presidente che ha voluto inserire il diritto all'aborto in Costituzione.

Io non possiedo certo la cultura di Mons. Viganò ma credo che un conto sia difendere la tradizione, altro arroccarsi su posizioni preconcette, pretendere autoreferenziali prese di posizione che ci pongono fuori dalla realtà e contro il buon senso, negare il giusto sforzo – doveroso per la Chiesa di ogni tempo – di trovare punti di convergenza tra la fede e la storia di un popolo, ciò che non significa rinnegare il Vangelo di Cristo e compromettersi con lo spirito del tempo.

Il Santo Padre deve annunciare Cristo all'uomo moderno, rispettandone la sensibilità e la capacità di comprensione, senza porsi necessariamente in difesa attraverso parole di lapidaria condanna che avrebbero come unico effetto quello di restare non capite e di disperdere il gregge.

Invito con tutto il cuore coloro che amano veramente la Chiesa a lavorare per la sua unità, evitando tutto ciò che possa lacerare la tunica inconsutile del Signore; e preghiamo coesi per i frutti duraturi di questo straordinario viaggio apostolico in Francia in cui abbiamo toccato con mano la grazia di Dio che converte il cuore dell'uomo, nonostante le nostre insufficienze.

È una nostra precisa responsabilità davanti a Dio: e lo è – a maggior ragione – per chi crede che la tradizione sia una fonte perenne della vita della Chiesa in una dinamica sempre nuova.
Con stima,
Pietro Piciocchi

+
Hanno riconosciuto l'ingiustizia
e le hanno dato cittadinanza.
2 Ts 2, 11-12
Caro Avvocato Piciocchi,
ho letto con attenzione la lettera che Ella ha indirizzato al dottor Aldo Maria Valli e che mi ha trasmesso, a proposito del mio commento al discorso di Leone XIV all’Eliseo. So che Aldo Maria ha già pubblicato sul suo blog una risposta esemplare[2]; da parte mia, non voglio esimermi dall’affrontare la Sua lettera: senza assecondare la caricatura, senza farci trascinare sul terreno emotivo delle folle, e senza cedere il principio in cambio di un plauso per qualche frase condivisibile.

La Sua lettera si apre con una parafrasi: secondo i «paladini della tradizione», il Papa «sarebbe dovuto andare a dire» a Parigi che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non deve aprire a ogni culto, che la Dichiarazione del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche e non possono trovare ispirazione nel Vangelo. Le rispondo che nessuno ha chiesto a Leone di recarsi all’Eliseo per recitare il Sillabo a voce alta davanti a Macron. Si è chiesto — ed è cosa diversa — che un Romano Pontefice non contraddica, nella capitale della Rivoluzione, l’insegnamento costante dei suoi Predecessori su ciò che quella Rivoluzione è stata e su ciò che quel motto significa. Non è lo stesso atto. Il primo è una sceneggiata che Ella ci attribuisce per renderci ridicoli; il secondo è il minimo dovuto a chi siede sulla Cattedra di Pietro.

La formula è semplice: noi non pretendiamo dal Papa un anatema diplomaticamente inopportuno; pretendiamo che egli non ratifichi ed elogi ciò che i Papi hanno chiamato peste. Una volta ristabilito questo, la Sua lettera perde il suo perno.

Il secondo argomento è quello della folla: ottocentomila persone a Place de la Concorde, ottantamila giovani a Saint-Denis che cantano il Salve Regina, sacerdoti che confessano per strada. È l’argomento più efficace sul piano emotivo-sentimentale, e il più debole sul piano della Fede.

Nessuno disprezza quei gesti, al contrario: essi dimostrano che la Grazia opera ancora nel popolo, nonostante i discorsi, non grazie ad essi. Un giovane che canta il Salve Regina in latino non convalida la tesi secondo cui Liberté, Égalité, Fraternité trovano nel Vangelo «una fonte inesauribile di ispirazione». Confondere la pietà dei fedeli con l’ortodossia di un discorso alle autorità è un sofisma. Se la quantità dei presenti bastasse a giudicare un pontificato, avremmo dovuto canonizzare ogni Giornata mondiale della gioventù, anche quando vi si è taciuto ciò che non si può tacere.

Aggiungo che proprio quei giovani meritavano di udire dal Papa non la benedizione di un motto nato per detronizzare Cristo, ma la distinzione — elementare e paterna — tra la libertà dei figli di Dio e la libertà rivoluzionaria, tra l’uguaglianza delle anime redente e l’egualitarismo collettivista, tra la fraternità in Cristo e la fratellanza senza Dio Padre. Togliere loro quella distinzione non è «rispettare la loro capacità di comprensione»: è sottrarre loro la chiave per capire il tempo in cui vivono. Anzi: è spacciare per valida e vera una falsa lettura degli eventi.

Ella elenca, a difesa del discorso di Leone, la tutela del diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto e la condanna della maternità surrogata, pronunciate «in faccia» a un Presidente che ha iscritto l’aborto in Costituzione. Qui occorre essere precisi, perché è il punto su cui i conservatori si sentono in dovere di applaudire.

Non nego il dato: nego piuttosto la conseguenza che Ella ne trae. Una condanna della maternità surrogata e un accenno alla vita, inseriti in un quadro che assume i «diritti dell’uomo» illuministi e la Dichiarazione del 1948 come «pietra miliare del progresso morale», restano concetti astratti. O meglio: rimangono in quell’iperuranio in cui i funzionari della chiesa sinodale vogliono confinare la dottrina, mentre adeguano la pastorale alla mentalità del mondo. Quella stessa matrice rivoluzionaria dei “diritti” — sganciata dalla legge di Dio e dalla Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo — è precisamente ciò che ha permesso di dichiarare “diritto” l’aborto, e poi di costituzionalizzarlo. Chi loda il principio e depreca uno dei suoi frutti non raddrizza l’albero: ne raccoglie i frutti avvelenati mentre finge di non vedere i rovi.

La risposta utile è dunque: non basta dire il vero su un effetto, se si benedice la causa. Pio XI, in 
Quas Primas, insegnò che pace e dignità non nascono dalla ribellione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, ma dal Regno sociale di Cristo. Finché quella lezione resta taciuta, le frasi «pro life» pronunciate all’Eliseo sono un correttivo cosmetico su un edificio costruito senza la pietra angolare. E nessuno meglio del Vicario di Cristo dovrebbe sapere quanto vere siano le parole del Salvatore: Sine me nihil potestis facere (Jo 15, 5).

Ella oppone alla Tradizione «il giusto sforzo — doveroso per la Chiesa di ogni tempo — di trovare punti di convergenza tra la fede e la storia di un popolo». È la formula più insidiosa della Sua lettera, perché suona pastorale e ragionevole. Va presa di petto.

Non Le sono ignoti gli atti magisteriali fino a Pio XII che condannano senza appello la Rivoluzione e i suoi infernali principi. Questi testi non sono «posizioni preconcette»: sono il Magistero. E chi li richiama non si arrocca: ricorda a un Papa che egli è custode della Verità rivelata, non padrone. Se oggi quel richiamo «pone fuori dalla realtà», tanto peggio per la realtà che si è costruita contro di essi. Non è il Magistero a doversi scusare con l’Eliseo, né l’erede di Pio VI a doversi umiliare all’erede di Jules Grévy, che si accompagna a un uomo in parrucca nella finzione più grottesca della normalità.

Le cito, parola per parola, il passaggio incriminato. Leone ha detto che l’Illuminismo portò «vere e proprie conquiste»; che tra queste vi è «il riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana, in particolare la libertà religiosa»; che libertà, uguaglianza e fraternità «rimandano a esigenze etiche universali, che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione»; e che la Dichiarazione del 1948 è, con Giovanni Paolo II, «pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità». Su queste frasi si discute. Non sul fatto che a Saint-Denis si sia cantato in latino.

Ella chiude invocando l’unità e la tunica inconsutile, addossando la responsabilità di lacerarla a chi critica il discorso papale. È l’argomento che i conservatori usano da sessant’anni ogni volta che si tocca il nervo del Concilio, della messa montiniana, della sinodalità: va rovesciato.

La tunica la lacera chi introduce nella Chiesa un Vangelo diverso da quello ricevuto, non chi rifiuta di ratificarlo. San Paolo non invita i Tessalonicesi a «lavorare per l’unità» a costo della Tradizione: li esorta a stare saldi e a mantenere le tradizioni apprese (2 Tess 2, 15). L’unità cattolica è comunione nella Fede; non è la tregua fra chi benedice la Rivoluzione e chi la chiama col suo nome.

Le richiamo, qui, la distinzione che ho fatto in «Scisma Capitale». Quando colui che siede sulla Cattedra accetta e promuove una nozione del suo ufficio — e, con essa, una nozione della società e della libertà — incompatibile con quella definita dal Magistero perenne, egli non è più semplicemente un Papa che sbaglia in un discorso di circostanza: pone un obex, un ostacolo all’esercizio stesso del Papato. Chi gli resiste in ciò che è illecito non lacera la Chiesa: la serve. Chi invece, per non «disperdere il gregge», consente all’equivoco, si trova nella posizione di coloro di cui San Paolo dice εὐδοκήσαντες τῇ ἀδικίᾳ: che hanno riconosciuto l’ingiustizia e le hanno dato cittadinanza (2 Tess 2, 11-12).

Le rispondo dunque che l’unità non si costruisce sul silenzio intorno al punto decisivo: essa si costruisce sulla roccia di Pietro. Ogni tentativo di “resettare” la realtà si fonda sulla sabbia di un dialogo che usa il lessico di chi ha ghigliottinato i suoi figli. Invocare la tunica inconsutile per coprire la contraddizione è, alla lettera, cucire una toppa nuova su un vestito vecchio.

Ella teme «parole di lapidaria condanna» che resterebbero incomprese. Ammesso e non concesso che i Cattolici, ogni tanto, tirerebbero un sospiro di sollievo se udissero non un mediatore, un conciliatore, un diplomatico, un ecumenico, un filantropo, un globalista, un immigrazionista, un massone o un pagano, ma un Papa che finalmente parla da Papa. Ma anche concedendoLe l’esigenza della pedagogia, non posso concederLe che la pedagogia obblighi a dire il falso.

Un Pontefice poteva, all’Eliseo, ricordare l’eredità cristiana della Francia — Clodoveo, San Luigi, Santa Giovanna d’Arco, le Carmelitane di Compiègne — e aggiungere, con mitezza, che la libertà cristiana non è la libertà del 1789; che l’uguaglianza delle anime dinanzi a Dio non è l’egualitarismo che ha livellato altari e troni; che la fraternità evangelica ha un Padre celeste, e che senza quel Padre diventa la fratellanza delle Logge. Poteva dire che la «giusta laicità» non consiste nel mettere la vera Religione allo stesso rango delle false, e che Nostro Signore è Re anche delle nazioni in cui vige un regime repubblicano che si professa laico. Poteva, venerando la Corona di Spine a Notre-Dame, ricordare che quella Corona è di un Re, e che quel Re non si concilia con il motto coniato per deporLo.

Nulla di tutto questo è «autoreferenziale». È il catechismo. Se oggi suona inaudito, è perché da decenni si è preferito l’applauso dell’Eliseo alla voce di Pio VI.

Caro Avvocato, non La tratto da avversario. La Sua lettera è sincera per il timore di una Chiesa che «si pone fuori dalla realtà», anche se sono decenni che gli imbarazzanti tentativi di compiacere il mondo rendono patetici i suoi mitrati fautori. Quel timore va rispettato ma corretto: la realtà della Chiesa non è lo specchio del mondo, è il giudizio di Cristo sul mondo. Chi ama davvero la Chiesa non le chiede di diventare credibile agli occhi di un Presidente che ha fatto dell’aborto norma costituzionale; le chiede di rimanere credibile dinanzi a Dio. Poiché l’inizio della saggezza è il timore del Signore (Pr 9,10).

Concludo ricordandoLe che la Tradizione non è «una fonte perenne in una dinamica sempre nuova», se per dinamica si intende la riconciliazione col liberalismo che il Sillabo ha dichiarato impossibile. La Tradizione è la trasmissione integrale del Depositum fidei, senza tagli e senza innesti. Chi la custodisce non lacera la tunica: impedisce che la si sostituisca con la livrea tricolore.

I martiri della Vandea, i sacerdoti di settembre, le contadine di Angers non hanno bisogno che noi li usiamo come randello. Hanno bisogno che un Papa, passando sulle pietre bagnate del loro sangue, non lodi il motto in nome del quale furono martirizzati. Se questo richiamo «disperde il gregge», allora quel gregge era già stato disperso da chi gli ha insegnato che obbedire all’errore è virtù e che resistere alla menzogna è scisma.

Le ho scritto perché la Sua lettera non rappresenta un caso isolato: essa costituisce il manuale, per così dire, con cui, dopo ogni gesto «positivo» di questo pontificato, si chiederà ai Cattolici di lasciarsi convincere dall’emozione della piazza senza guardare ai principi che nel frattempo vengono sovvertiti. È es0attamente il meccanismo descritto in «Scisma Capitale». Conviene smontarlo ora, con calma e con dottrina, prima che diventi il senso comune anche di chi si dice amico della Tradizione.

Con gratitudine per la franchezza con cui Ella ha scritto,

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
Viterbo, 1 Ottobre 2026
S.Remigii Episcopi et Confessoris
___________________
[1] https://x.com/CarloMVigano/status/2103846439860285851?s=20
[2] https://www.aldomariavalli.it/2026/09/28/una-lettera-sul-papa-alleliseo-e-la-risposta-di-duc-in-altum/
✠

2 Ottobre - Sviluppo e significato delle Gerarchie Angeliche nel pensiero medievale

Affidiamoci ai nostri angeli custodi. Oggi è la loro festa, modernisticamente secolarizzata nella "Festa dei nonni". Chi vuole può approfondire consultando i precedenti a partire da questi link: qui - qui - qui.

2 Ottobre - Sviluppo e significato delle Gerarchie Angeliche nel pensiero medievale

La riflessione teologica sulla natura e l'ordinamento delle sostanze separate rappresenta uno dei vertici della speculazione medievale, configurandosi come lo studio di una struttura cosmica in cui l'ordine riflette direttamente la sapienza ordinatrice del Creatore. La questione angelologica non risponde a una semplice curiosità tassonomica, ma esprime la necessità di comprendere come la grazia divina si comunichi gradualmente dalla sorgente ineffabile fino ai confini della creazione materiale. Tale speculazione trova il suo fondamento scritturistico primario nelle visioni di Isaia (6,2) circa i Serafini, in quelle di Ezechiele (10,1) riguardanti i Cherubini e nelle epistole paoline, in particolare Colossesi (1,16) ed Efesini (1,21), dove vengono menzionati Troni, Dominazioni, Principati, Potestà e Virtù.

Il Papa, intervistato in aereo, parla da politico, umanista, filantropo

Segnalazioni dei lettori. Qui l'indice degli articoli sulla realtà distopica.
Il Papa, intervistato in aereo, parla da politico, umanista, filantropo

Il Papa Leone, intervistato dai giornalisti sull'aereo papale mentre tornava dal viaggio apostolico in Francia, ha affermato che l'estrema destra, che si sta affermando in tutte le parti d'Europa, usa impropriamente il cristianesimo come filosofia e cultura di riferimento nella costruzione della società, perché i postulati della destra sono inconciliabili con il cristianesimo.

Ne consegue, seguendo il ragionamento del Papa, che un partito o un movimento culturale che rispetta il cristianesimo è da considerare anticristiano, mentre sono da considerare cristiani i partiti di sinistra che professano principi anticristiani: l'aborto, l'eutanasia, il disprezzo verso il cristianesimo, la cultura transgender, l'utero in affitto.

giovedì 1 ottobre 2026

1 ottobre - La mariofania delle Blacherne e il manto della Vergine.

Riprendiamo da Teologia medioevale.
1 ottobre - La mariofania delle Blacherne e il manto della Vergine.

L'episodio della visione di Andrea Salos presso la chiesa delle Blacherne a Costantinopoli rappresenta uno dei momenti paradigmatici per la comprensione dell'ecclesiologia e della mariologia bizantina, con riflessi profondi sulla successiva tradizione iconografica e teologica dell'Europa orientale e latina.

La vicenda si colloca, secondo la consolidata tradizione liturgica, nella notte del 1° ottobre 911, nel contesto delle incursioni dei Rus' che minacciavano la capitale imperiale sotto il regno di Leone VI il Saggio. In quell'ora di crisi, la popolazione volse la propria supplica alla protezione soprannaturale della Theotokos, la cui reliquia del maforion era custodita nel santuario mariano per eccellenza della città.

La figura di Andrea, caratterizzata dallo statuto antropologico del folle in Cristo, incarna l'ascesi del salos, ovvero la dissimulazione della virtù attraverso l'apparente demenza. Tale condizione lo pone ai margini della gerarchia sociale ma al centro dell'esperienza mistica, legittimando la sua percezione dell'invisibile.

A proposito di Messa antica, smettiamola di parlare di sensibilità

Questo post di Peter Kwasniewski meritava una traduzione; ma soprattutto va tenuta ben presente la conclusione... Qui l'indice degli articoli sulla liturgia ai tempi di Leone. 

A proposito di Messa antica, smettiamola di parlare di sensibilità

Smettiamola di parlare di sensibilità e abbiamo il coraggio di dire che ci sentiamo di avere scelto “la parte migliore”

“Ho sempre trovato estremamente irritante l'idea che io semplicemente "preferisca" la Messa tradizionale e che si debba portare rispetto ai miei "sentimenti" solo perché vi sono "legato".

Non fraintendetemi: credo che non si debbano calpestare i sentimenti legittimi altrui; che si debbano rispettare le preferenze, purché compatibili con la legge divina; e sì, che si debba coltivare un profondo attaccamento a tutto ciò che è buono.

“L’invocazione del Nome come culto”

L'invocazione del Santissimo Nome di Gesù è una pratica di preghiera cristiana antica e potente che consiste nel pronunciare con fede il nome del Salvatore per trovare pace, forza e protezione con brevi invocazioni, spesso frequenti. Quella già più articolata, nota come preghiera del cuore (Esicasmo) della tradizione orientale è «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore».

L’invocazione del Nome come culto”

Più che sugli aspetti generali, ci soffermiamo su quelli più specifici. Il primo è quello dell’adorazione e del culto.

Spesso le nostre preghiere si limitano alla supplica, all’intercessione e al pentimento; nulla di riprovevole in ciò, poiché è molto positivo che il Nome di Gesù venga invocato con tali fini, soprattutto all’inizio. Tuttavia, la preghiera disinteressata, gratuita, la lode offerta a Dio per la sua grandezza e gloria, l’ammirazione per le sue meraviglie, la sottomissione filiale umile, l’amore ardente e costante che desideriamo avere per Lui, la fede profonda, anche se oscura, e la speranza certa che implica il grido di Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 21, 26), devono avere la priorità.

Non sarebbe nemmeno necessario dire che l’Invocazione del Nome di Gesù deve renderlo presente nella nostra mente, affinché non si trasformi in idolatria verbale, secondo l’avvertimento dell’Apostolo: «La lettera uccide, ma lo spirito vivifica» (2 Cor 3, 6). Questa presenza di Gesù è il contenuto essenziale, la sostanza del Nome sacro, poiché il Nome rappresenta la persona di Gesù e contiene la sua parola.

mercoledì 30 settembre 2026

3 Ottobre/ 1° Sabato del mese a Sant'Anna al Laterano

Carissimi,
ricordo che con sabato 3 ottobre riprende la devozione dei Primi Cinque Sabati del Mese nella Chiesa di S. Anna al Laterano con il consueto orario: 
  • Santa Messa alle ore 16; 
  • seguita, come sempre,  dalla catechesi. 
In Domino

La remigrazione sarebbe «eticamente condannabile»?

Qui l'indice degli articoli sull'immigrazionismo.
La remigrazione sarebbe «eticamente condannabile»?
Sul progressismo (senza vera teologia) di certi Vescovi
25 agosto 2026, San Luigi Re di Francia 

Migranti attraversano il confine dal Marocco all'enclave spagnola di Ceuta (AP Photo/Antonio Sempere)

“Avvenire”, che in teoria dovrebbe essere un giornale cattolico ed esprimere il pensiero dei Vescovi italiani, pubblicava (o commissionava) il 28 gennaio 2025 un articolo di Valeria della Valle, tuttora in rete in bella mostra, dal titolo: “Remigrazione”, tutto sulla parola che piace all’estrema destra. L’autore, che di per sé sarebbe linguista, spiegava ai lettori, ma pontificando con pose da corso di teologia morale, che tale neologismo altro non sarebbe che una maschera per contrabbandare una pratica « eticamente condannabile ». Il quotidiano ufficiale dei Vescovi, che ormai - a dispetto di quei Pastori italiani che non ne condividono l’impostazione e la cui voce è tacitata - è diventato l’organo del partito progressista del Cardinale Zuppi (…o del PD tout court), dovrebbe però sapere che, quando ci si esprime in termini di teologia morale, è capitale che il pensiero quanto al contenuto sia conforme alla dottrina della Chiesa e quanto alla spiegazione sia strutturato intellettualmente e non ideologicamente. Sta di fatto che tra interventi mirati e astuzie editoriali di “Avvenire”, il risultato per il lettore medio, oggi ben poco incline alla riflessione, è che la Chiesa non potrà mai approvare la “remigrazione”, che è diventato un peccato inammissibile “contro la carità”. Da annoverare verosimilmente fra i nuovi peccati comparsi in epoca bergogliana (cfr. Fermare l’immigrazione selvaggia: la vera dottrina cattolica. E che nessuno inventi nuovi peccati).

Contro l’intera tradizione cattolica, Leone XIV elogia “Liberté, Egalité, Fraternité” e così benedice la Rivoluzione

C'è lo stadio con i giovani in preghiera e poi c'è l'Eliseo con la Republique. Intervento di Mons. Viganò comparso su X. Qui l'indice con gli interventi precedenti e correlati.

Contro l’intera tradizione cattolica, Leone XIV elogia
“Liberté, Egalité, Fraternité” e così benedice la Rivoluzione

di Mons. Carlo Maria Viganò

A Parigi, all’Eliseo, il 25 settembre 2026, Leone XIV ha lodato l’Illuminismo come «conquista», ha detto che i «diritti dell’uomo» — «in particolare la libertà religiosa» — sono «insiti nella natura della persona», e ha presentato Liberté, Égalité, Fraternité non come motto della Rivoluzione, ma come «esigenze etiche universali» che trovano nel Vangelo «una fonte inesauribile di ispirazione».
Ha poi innalzato la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 a «pietra miliare» del progresso morale.

È l’esatto contrario del Magistero fino a Pio XII.