Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

venerdì 16 ottobre 2026

Pena capitale/ Una rottura con il passato? / La pena capitale e la rivendicazione di continuità dottrinale della Chiesa cattolica

La pena capitale e la rivendicazione di continuità dottrinale della Chiesa cattolica. Precedenti qui - qui - qui.

Una rottura con il passato?

Il rinnovato rifiuto della pena capitale da parte di Papa Leone XIV solleva un interrogativo che va oltre la giustizia penale: quando un'istituzione religiosa modifica il proprio insegnamento morale, cosa significa affermare che la sua dottrina rimane in continuità kq il passato?

Il 10 ottobre, Giornata mondiale contro la pena di morte, Leone XIV ha ribadito che la pena capitale è "inammissibile perché costituisce un attacco all'inviolabilità e alla dignità della persona". Ha inoltre sostenuto che il bene comune può essere tutelato e le esigenze della giustizia soddisfatte senza ricorrere all'esecuzione capitale. Il suo intervento conferma la posizione adottata da Papa Francesco nel 2018 [qui], quando il Catechismo della Chiesa Cattolica è stato rivisto per dichiarare la pena di morte inammissibile e impegnare la Chiesa a lavorare per la sua abolizione a livello mondiale.

Le argomentazioni morali a favore dell'abolizione meritano seria considerazione. La questione più complessa è di natura storica e teologica: come si concilia questo giudizio categorico con una tradizione che per lungo tempo ha riconosciuto la legittimità della pena capitale in determinate circostanze?

Per secoli, la dottrina cattolica ha accettato che lo Stato potesse, in linea di principio, giustiziare un criminale. Non si trattava semplicemente di una concessione da parte dei governanti secolari di fronte all'opposizione ecclesiastica. Il Catechismo del Concilio di Trento, pubblicato nel 1566, difendeva esplicitamente l'autorità dei magistrati civili di imporre la pena di morte, a condizione che agissero in modo giusto. Sosteneva che l'uso della spada da parte del magistrato civile, quando esercitato al servizio della giustizia, non costituisse omicidio, ma fosse compatibile con il quinto comandamento. Anche Papa Pio XII confermò la legittimità dell'esecuzione da parte dell'autorità pubblica in determinate circostanze. La pena capitale apparteneva quindi al quadro consolidato attraverso il quale la teologia morale cattolica interpretava l'autorità pubblica, la giustizia e la punizione.

Giovanni Paolo II ha spinto la Chiesa decisamente verso l'abolizione della pena di morte. Nella sua enciclica Evangelium Vitae del 1995, sostenne che l'esecuzione dovesse essere considerata solo laddove fosse assolutamente necessaria per proteggere la società. Tuttavia, osservò che tali casi erano diventati "molto rari, se non praticamente inesistenti". La precisazione era importante: il principio di legittimità dell'esecuzione non era ancora stato categoricamente respinto.

La revisione del Catechismo sotto il pontificato di Francesco è andata oltre. Non si è limitata a concludere che le prigioni moderne avessero reso superflua l'esecuzione capitale nella maggior parte dei casi. Ha dichiarato la pena di morte inammissibile perché viola la dignità umana e ne ha chiesto l'abolizione in tutto il mondo [qui].

Roma insiste sul fatto che ciò rappresenti uno sviluppo coerente della dottrina, non una contraddizione rispetto agli insegnamenti precedenti. La sua argomentazione si fonda su un riconoscimento più chiaro della dignità che conserva anche il criminale più efferato, su una comprensione più profonda della pena come strumento di riabilitazione e sulla disponibilità di mezzi efficaci per proteggere la società senza togliere la vita.

Si tratta di un argomento serio, che non va liquidato. La comprensione morale può approfondirsi e le istituzioni possono correggere i propri giudizi. Il fatto che le generazioni precedenti abbiano accettato una pratica non significa che essa debba rimanere accettabile per sempre.

Ma l'argomentazione solleva una questione che non può essere risolta semplicemente invocando lo sviluppo dottrinale. Se la pena di morte è inammissibile perché viola la dignità intrinseca della persona umana, tale dignità non era meno presente quando il Catechismo di Trento difendeva l'autorità dei magistrati civili di infliggere la pena capitale, quando Pio XII ne confermava la legittimità a determinate condizioni e quando Giovanni Paolo II ne manteneva la liceità eccezionale. Ciò che è cambiato, quindi, non è la dignità umana in sé, ma il giudizio della Chiesa su ciò che tale dignità richiede. La questione è se questo cambiamento rappresenti un legittimo sviluppo di un principio duraturo o un sostanziale allontanamento dall'insegnamento morale delle generazioni precedenti.

Occorre distinguere due argomentazioni. La prima è di natura circostanziale: la detenzione in strutture di massima sicurezza è ora più ampiamente disponibile e l'esecuzione capitale non è più necessaria per tutelare la collettività. Questo può spiegare perché una pena un tempo considerata ammissibile possa ora essere giudicata superflua. Ciò non dimostra, di per sé, che la pena sia intrinsecamente inammissibile.

Il secondo argomento è più fondamentale: la Chiesa è giunta a comprendere più pienamente ciò che la dignità umana richiede. Se questa è l'affermazione, il cambiamento non riguarda solo le circostanze in cui un principio consolidato viene applicato, ma anche il giudizio morale che ne deriva. Le sue implicazioni per il rapporto tra l'insegnamento precedente e quello attuale meritano di essere esplicitate.

La tradizione cattolica possiede le risorse per affrontare questa difficoltà. Non richiede che ogni formulazione storica rimanga immutata, e la distinzione tra principi duraturi e la loro applicazione è centrale in qualsiasi analisi dello sviluppo dottrinale. La stessa spiegazione fornita dal Vaticano in merito alla revisione del 2018 si richiama proprio a questa distinzione, sostenendo che l'insegnamento precedente deve essere compreso nel contesto della responsabilità dello Stato di tutelare il bene comune e dei limiti dei sistemi punitivi storici.

Tuttavia, una spiegazione non è necessariamente una dimostrazione. Per stabilire che due giudizi sono compatibili, è necessario mostrare come i principi, le circostanze e le conclusioni pertinenti si integrino tra loro. Definire un cambiamento uno sviluppo non può, di per sé, stabilire se lo sia effettivamente.

La questione, dunque, va oltre la pena capitale. Riguarda l'identità dell'istituzione che pretende di preservare un deposito immutabile di fede, pur rivedendo sostanzialmente i giudizi morali attraverso i quali tale fede si è storicamente espressa. Dal Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica ha subito trasformazioni che sollevano un interrogativo più ampio: la Chiesa di oggi rappresenta la stessa continuità dottrinale e morale della Chiesa dei secoli passati, oppure il linguaggio dello sviluppo è diventato un mezzo per conciliare posizioni che un tempo erano intese in termini marcatamente diversi? La pena di morte è una prova rivelatrice di tale affermazione, anche se da sola non può risolvere l'intera questione.

Questo ha rilevanza anche al di là della Chiesa cattolica. Le istituzioni religiose rivendicano autorità in parte perché si considerano custodi di una verità preesistente. La loro credibilità non dipende né dall'incapacità di cambiare né dal presupposto che ogni nuova posizione rappresenti necessariamente un miglioramento. Dipende piuttosto dalla loro disponibilità a rendere conto del rapporto tra ciò che insegnano oggi e ciò che insegnavano in passato.

La Chiesa potrebbe avere ragione a rifiutare la pena capitale. Ma la questione morale dell'abolizione e la rivendicazione storica della continuità dottrinale sono questioni distinte. L'una non implica automaticamente l'altra.

La riaffermazione di Leone XIV rende inequivocabile l'attuale posizione cattolica. Il compito più arduo è spiegare, senza elusioni, come tale posizione si relazioni alla tradizione da cui afferma di scaturire.

Una tradizione viva deve essere capace di crescere. Deve anche essere capace di raccontare la verità sulla propria storia.
Rev. Leon, 12 ottobre

giovedì 15 ottobre 2026

Eccomi qua

Carissimi tutti, sono ancora in ospedale, non so ancora per quanti giorni e il mio impegno è sospeso,  spero momentaneamente. Vi assicuro che si imparano più cose in esperienze come questa  sia per la sofferenza che per l'impatto con le diverse persone e situazioni che, viste davanti al Signore, rivelano la loro realtà autentica (nel bene e nel male) e solo la grazia del Signore, di volta in  volta, dà la grazia per reagire con la gioia o con l'offerta. 

Vi darò notizie appena potrò, vi chiedo di accompagnarmi con la vostra preghiera e vi abbraccio tutti, perché so che al di là di tutto, ci unisce, nella Comunione de santi, l'amore per il Signore e il desiderio di conoscere sempre meglio, custodire e condividere le verità stupende della nostra Fede che è in una Persona e non.in una dottrina né in qualche aggiornamento e nemmeno in una nuova Pentecoste.  Quella vera è già venuta e non smetterà mai di circolare nel corpo mistico del Signore, la Sua Chiesa, per tenerla ancorata a Lui e viva nella lotta immane di quedsti tempi bui,  come non mai, credo.

Se posso e come posso scriverò ancora. Altre notizie e anche altri contenuti,  potrà fornirveli E.P. in base ai suoi impegni.

Un caro e grato pensiero per tante belle condivisioni che ci fanno imparare gli uni dagli altri. E che dirvi? Coraggio, avanti nel Signore!

Maria


mercoledì 14 ottobre 2026

Il cardinale Roche su ciò che farà Leone XIV riguardo alla Messa Tradizionale

Precedenti su Roche: qui - a partire da qui.

Il cardinale Roche su ciò che farà Leone XIV riguardo alla Messa Tradizionale:

"Non cambierà la Tradizionis Custodes. Non tornerà al Summorum Pontificum

Le sue parole ai sacerdoti e al popolo della vita consacrata a Notre-Dame sono molto, molto chiare: smettetela di preferire la loro opinione particolare su questa questione e tornate a ciò che la Chiesa vi chiede di fare."

Pregiamo per la pace liturgica

Fonte: Ad Vaticanum 


martedì 13 ottobre 2026

Comprendere il Papa come “Roccia”: come Cristo e la Fede sono alla base dell’istituzione del Papato

Peter Kwasniewski segnala e recensisce il libro di p. Serafino Lanzetta “Super Hanc Petram. Il Papa e la Chiesa in un'ora drammatica della Storia” come teologia ecclesiale al suo meglio
Comprendere il Papa come “Roccia”: come Cristo e la Fede
sono alla base dell’istituzione del Papato


Di tanto in tanto, compare un libro che meriterebbe un impatto e un pubblico molto più ampi di quelli che effettivamente ottiene. Come scrittore che ha lavorato con una dozzina di case editrici e come direttore di una casa editrice, conosco bene le variabili e le dinamiche in gioco. Il caso e la fortuna giocano un ruolo molto più importante di quanto chiunque dall'esterno possa immaginare. La copertina o il titolo di un libro potrebbero non attirare l'attenzione o, al contrario, respingerla: ad esempio, una frase in latino o il volto di Jorge Mario Bergoglio potrebbero "allontanare i lettori", a maggior ragione se sono entrambi!

Credo che lo studio di padre Serafino Lanzetta, Super Hanc Petram: Il Papa e la Chiesa in un momento drammatico della storia, sia un libro di notevole lucidità, carità e profondità teologica, nonché un esempio di opera che non ha ancora trovato il pubblico che merita. Uno degli effetti più strani della frenetica era dei social media in cui viviamo è che i cattolici tendono a considerare il pontificato di Francesco "una cosa del passato", qualcosa che non merita di essere approfondito o studiato, come se la Chiesa potesse semplicemente "voltare pagina" e ignorare i danni che ha causato, gli errori dottrinali che ha seminato, l'istituzionalizzazione degli abusi di cui è responsabile. Al contrario, i cattolici hanno bisogno di una memoria che abbracci decenni, secoli e millenni; abbiamo bisogno di un intelletto che spazi dall'eternità al tempo.

Le preghiere finali del sacerdote prima della Santa Comunione, Parte 3

Conosciamo più a fondo le sublimi formule della Messa dei secoli e gli elementi che ne fanno un unicum irreformabile. Ogni semplice sfumatura è densa di significati per nulla scontati a prima vista. Non minuzie, ma patrimonio del passato, da custodire nel presente e per il futuro. Conoscerle non è ininfluente per una fede sempre più profonda e radicata. Nella nostra traduzione da New Liturgical Movement oggi ci soffermiamo sulla Seconda Preghiera del sacerdote per la Santa Comunione. Qui l'indice degli altri articoli sulle formule del Latino liturgico.

Le preghiere finali del sacerdote
prima della Santa Comunione, Parte 3

Dopo aver terminato la Perceptio Corporis tui [qui], il sacerdote prega:
Panem caelestem accipiam, et nomen Domini invocabo.
Che traduco come:
Prenderò il pane celeste e invocherò il nome del Signore.
Questa dichiarazione è un adattamento del Salmo 115, 13 (vedi sotto), con “pane celeste” al posto di “calice della salvezza”. E “pane celeste” (panis caelestis) è un adattamento di due espressioni bibliche per manna, “pane dal cielo” (panis de caelo) [1] e “pane del cielo” (panis caeli). [2] In Giovanni 6, 23, nostro Signore si chiama Panis de caelo. Qui è implicita un'affermazione della dottrina della Presenza Reale.

lunedì 12 ottobre 2026

«Tribunale» islamico a Padova, esposto di Futuro Nazionale in procura. Il fondatore: «È una camera arbitrale come altre in Europa». E invece...

Apprendiamo dal Corriere del Veneto. Ma vi fornisco un quadro completo: le notizie, in qualche modo asettiche dell'informazione mainstream, vanno completate con una nota di Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega e con l'intervista che segue, che mettono in luce le molteplici insidie nascoste. Qui l'indice degli articoli sul filo-islamismo.

«Tribunale» islamico a Padova, esposto di Futuro Nazionale in procura. Il fondatore: «È una camera arbitrale come altre in Europa». E invece...

L'ente privato risolve controversie seguendo i principi della Sharia: denuncia dell'avvocato Minutillo, membro del partito di Vannacci. Insorgono Lega e Fratelli d'Italia: «Tutti devono rispettare solo le leggi italiane»

La definizione corretta è «Camera arbitrale islamica italiana», non è quindi un tribunale ma un ente privato che, si legge nel sito, «fornisce una piattaforma per risolvere controversie civili e commerciali in conformità con i principi della Shari’a, ossia la legge Islamica». Le aziende estere che operano con l’Italia, e che si avviano a creare un qualsiasi contratto, possono indicare la camera arbitrale come «risolutrice delle controversie» prima di avviare una qualsiasi trattativa commerciale. La sede di questa camera arbitrale islamica è a Padova, il fondatore è un avvocato iscritto all’ordine degli avvocati di Padova, Omar Vanin, docente a contratto di Diritto Internazionale all’Università di Padova. La camera arbitrale islamica è stata fondata a marzo, ma pochi giorni fa Francesco Minutillo, avvocato di Forlì, membro dell’assemblea nazionale di Futuro Nazionale, ha presentato un esposto alla procura della Repubblica di Padova. Spiega il legale: «Non sto chiedendo di giudicare una religione, la questione è rigorosamente giuridica. In Italia può esistere un arbitrato privato, anche ispirato a valori religiosi, purché resti nei limiti dell’ordinamento. Ma quando un organismo si presenta come “Giustizia Islamica in Italia”, denomina il proprio organo “Tribunale Sciaraitico”, afferma che gli arbitri sono vincolati ai principi immutabili della Sharia e prevede il diritto italiano per ciò che la Sharia non regola, credo sia doveroso accertare una cosa molto semplice: siamo ancora davanti soltanto a un normale arbitrato privato oppure si sta costruendo un circuito di giustizia parallelo rivolto a una specifica comunità? A questa domanda dovranno rispondere gli accertamenti della Procura

Papa Leone nomina l'arcivescovo Viola nuovo arciprete della Basilica di San Pietro.

Nella nostra traduzione da NCR online. L'arcivescovo Vittorio Francesco Viola, già segretario del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, è stato nominato nuovo arciprete della Basilica di San Pietro. Qui l'indice degli articoli sulla Liturgia al tempo di Leone e qui l'indice degli articoli sulla Praedicate Evangelium. 

Papa Leone nomina l'arcivescovo Viola
nuovo arciprete della Basilica di San Pietro.


Il 10 ottobre, Papa Leone XIV ha nominato l'arcivescovo Vittorio Francesco Viola nuovo arciprete della Basilica di San Pietro e vicario del Papa per la Città del Vaticano.

Viola, un francescano di 61 anni originario del Nord Italia, attualmente ricopre l'incarico di segretario del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

Succede al cardinale Mauro Gambetti, anch'egli francescano, che il papa aveva nominato la settimana scorsa arcivescovo dell'arcidiocesi di Chieti-Vasto, nell'Italia centrale.

Il Vaticano ha inoltre annunciato il 10 ottobre che Leone XIV ha nominato il vescovo spagnolo Aurelio García Macías successore di Viola come nuovo segretario del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. García Macías lavora nel dicastero dal 2015 e come sottosegretario dal 2021.

Il cardinale Burke difende il titolo di «Corredentrice» per la Vergine Maria  

Durante il convegno internazionale De Maria numquam satis, svoltosi a Roma il 7 e 8 ottobre (annunciato qui), il cardinale Raymond Burke ha difeso il titolo mariano di «Corredentrice». La fonte dell’intervento è il Substack del vaticanista Edward Pentin. Importante innanzitutto per le prerogative della Vergine Santa ma anche per l’insegnamento sulla Corredenzione per la nostra vita quotidiana in Cristo. Qui l'indice degli articoli dedicati a Maria Corredentrice. 

Il card. Burke difende il titolo di «Corredentrice»
per la Vergine Maria

Convegno internazionale «De Maria numquam satis»
«La Beata Vergine Maria nel dogma e nel culto: contributi teologici e storici»
Pontificium Institutum Patristicum Augustinianum, Via Paolo VI, 25, Roma
7 ottobre 2026

Prolusione
«Nostra Signora di Guadalupe e il Regno di Cristo Re: la missione della Corredentrice e dei corredentori»  

Introduzione
È per me motivo di profondissima gioia tenere la prolusione di questo importante convegno internazionale su «La Beata Vergine Maria nel dogma e nel culto: contributi teologici e storici». Insieme a voi, sono profondamente grato a coloro che hanno organizzato il convegno e a quanti lo hanno reso possibile. In apertura dei lavori, offro una riflessione sul tema: «Nostra Signora di Guadalupe e il Regno di Cristo Re: la missione della Corredentrice e dei corredentori».

Fin dall’inizio della sua prima apparizione a san Juan Diego, Nostra Signora di Guadalupe si presentò con queste parole:

Sappilo, tienilo per certo, figlio mio, il più piccolo, che io sono in verità la perfetta sempre Vergine Santa Maria, che ho l’onore di essere Madre del verissimo Dio per il quale si vive, il Creatore delle persone, il Signore di ciò che ci è vicino e di ciò che ci circonda, il Signore del Cielo, il Signore della Terra.[1]

domenica 11 ottobre 2026

Indice articoli sulla Praedicate Evangelium

Indice articoli riguardanti
la Praedicate Evangelium

Sulla riforma della Curia

In Illo Tempore: XX domenica dopo Pentecoste

Nella nostra traduzione da OnePeterFive la consueta circostanziata e nutriente meditazione di P. John Zuhlsdorf, che ogni settimana ci consente di approfondire i tesori di grazia ricevuti nella corrispondente celebrazione domenicale [qui].

In Illo Tempore: XX domenica dopo Pentecoste

Il contesto è sempre importante, come sono solito dire. Ad esempio, in che punto dell'anno liturgico ci troviamo in questa ventesima domenica dopo Pentecoste? Storicamente, in un calcolo precedente alla concretizzazione dei tempi liturgici, questa era la quinta domenica dopo la festa di San Cipriano. Il Beato Ildefonso Schuster spiega che Roma un tempo contava le domeniche in prossimità delle feste degli Apostoli e di San Lorenzo, poi le domeniche dopo San Cipriano e infine, in alcuni manoscritti, le domeniche dopo il Sanctum Angelum, dopo la dedicazione di San Michele. Da qui il carattere distintivo degli Introiti verso la fine dell'anno, tratti dai Profeti piuttosto che, come di consueto, dai Salmi (cfr. Il Sacramentario, vol. V). L'anno liturgico si avvia alla conclusione. Con l'accorciarsi delle giornate, emergono immagini legate al raccolto. La Santa Chiesa inizia a contare i nostri giorni anche in vista dello sguardo finale del Giudice che sta per venire.