Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

mercoledì 15 aprile 2026

Fine dell'universalità della Chiesa

Ne siamo consapevoli sin dall'abbandono del latino come lingua comune non solo nella Liturgia ma oggi ne constatiamo i risultati in fase più avanzata.

Fine dell'universalità della Chiesa

La parrocchia cattolica di Doha, informa il parroco, "offre messe, sacramenti e programmi pastorali in molte lingue".
Terminologie burocratiche e quasi economiche per indicare quello che è diventata ogni parrocchia col novus ordo plurilingue: un centro di offerte religiose. Questo ha frammentato il cattolicesimo su lingue nazionali. Se al concilio vaticano II tutti i vescovi parlavano in latino, una unica lingua compresa da tutti, oggi nessun vescovo lo sa parlare e ancor meno lo capisce.

Liturgicamente si traduce in molteplicità di messe su base linguistica. Un cattolico che parla italiano non può andare a una messa in tamil perché non capirebbe nulla, e viceversa. Anni fa a Lourdes si presentarono contemporaneamente tre distinti gruppi linguistici, e tutti e tre volevano celebrare messa subito. Il rettore vista l'impossibilità di fare quanto richiesto propose di celebrare in latino, così brutti avrebbero partecipato alla stessa messa. Ma tutti e tre i gruppi respinsero inorriditi tale proposta. Ognuno voleva la "sua" messa. E nessuno avrebbe capito il latino. Il cattolicesimo in mezzo secolo è passato da essere un corpo compatto, diviso da pluralità linguistiche ma unito dalla medesima liturgia, a una miriade sconfinata di corpi di liturgie incomprensibili agli estranei a quei gruppi linguistici. - Fonte

Un banchetto come si deve / “I canti e le danze finirono quando arrivò il serpente...”

Nellansotra traduzione da Poetic Knowledge
Un banchetto come si deve
“I canti e le danze finirono quando arrivò il serpente...”

Robert Keim, 7 aprile

Nella tradizione cristiana, la Pasqua è il giorno più importante e solenne dell'anno: la festa delle feste.

La prima definizione del sostantivo "feast" (banchetto) in un dizionario Oxford di recente pubblicazione è "un pasto abbondante, in genere celebrativo". Nella sezione dei verbi, "to feast" (banchettare) significa "mangiare e bere sontuosamente", e "to feast on" (abbuffarsi) significa "mangiare grandi quantità di qualcosa". C'è un problema, e la frase d'esempio piuttosto banale di Oxford – "ci siamo seduti a banchettare con pollo alla griglia e birra" – rafforza il punto che intendo sottolineare: nella cultura moderna, la parola "feast" (banchetto) è diventata troppo fortemente associata al cibo e al suo consumo. Molti di noi parlano spesso e naturalmente di "giorni di festa" religiosi, ma quando si tratta di fare qualcosa di concreto in quei giorni di festa, spesso non c'è altro che banchettare – e con questo intendo mangiare.

La grande riorganizzazione invisibile. Etica, politica e diritto nell’era delle intelligenze agentiche

Tema complesso dalle molte sfaccettature e denso di incognite. Qui l'indice degli articoli sulla realtà distopica.
La grande riorganizzazione invisibile. Etica, politica e diritto nell’era delle intelligenze agentiche

La grande riorganizzazione che attraversa oggi le nostre società non è solo un fatto tecnologico: è un evento che tocca insieme l’etica del discernimento, la politica della giustizia sociale e il diritto della responsabilità. Quando le tecnologie corrono più veloci del lessico con cui potremmo nominarle, diventano infrastrutture silenziose di potere prima ancora di essere oggetto di dibattito pubblico. È ciò che sta accadendo con l’ingresso dell’intelligenza artificiale agentica nei processi decisionali di imprese e istituzioni: sistemi che non si limitano a rispondere, ma pianificano, orchestrano flussi di lavoro, attivano altri software e persone, fino a comporre catene di azione autonome. La “grande riorganizzazione” non è una promessa futura, è un processo in corso che ridisegna gerarchie, compiti, responsabilità a una velocità che non conosce precedenti.

Agostino, riflettendo sul mistero del tempo, notava che il presente, se fosse sempre presente e non passasse mai, non sarebbe più tempo ma eternità: il tempo, per esistere, deve consumarsi, farsi storia, memoria, giudizio. L’innovazione tecnica, accelerando il presente, rischia di consumarlo prima che diventi pensiero: l’evento tecnologico accade, ma non abbiamo il tempo di comprenderlo, nominarlo, valutarlo. L’intelligenza agentica si colloca in questa terra di nessuno. Delegare a un agente non significa più chiedere un supporto strumentale, ma affidare porzioni crescenti del processo decisionale a catene di azioni che si svolgono in autonomia per ore, giorni, talvolta settimane. Hannah Arendt ci ha messo in guardia dalla “banalità del male” come prodotto di una deresponsabilizzazione diffusa, dove ciascuno si nasconde dietro il sistema, la procedura, il comando impersonale. Oggi la formula rischia di aggiornarsi: ha deciso il modello, lo ha suggerito il sistema, era il percorso ottimizzato dall’IA.

Anche la tradizione teologica cristiana, da Tommaso d’Aquino in poi, diffida della delega integrale del giudizio. La coscienza resta il luogo non delegabile in cui la persona valuta i mezzi alla luce dei fini: un agente può ottimizzare i mezzi, ma non conosce i fini ultimi dell’agire umano, che sono sempre relazionali e trascendenti. La tentazione del nostro tempo è confondere ciò che funziona con ciò che è buono, ciò che è efficiente con ciò che è giusto. Per questo un’etica di frontiera dell’intelligenza artificiale deve porre soglie nette: ci sono decisioni – che riguardano diritti fondamentali, inclusione o esclusione dal lavoro, accesso al credito, traiettorie di vita – che non possono essere interamente affidate a catene automatiche. La lentezza del discernimento non è un lusso, ma il segno che stiamo prendendo sul serio il peso delle conseguenze; dove tutto è immediato, la responsabilità evapora.

Sul piano sociopolitico, l’impatto delle intelligenze agentiche sul lavoro non si presenta, almeno per ora, come un’ondata di disoccupazione di massa, ma come una ricomposizione sottile del tessuto professionale. Molte imprese dichiarano di non vedere ancora effetti macroscopici su occupazione e produttività aggregata, e tuttavia si osservano incrementi significativi di prestazione per chi è in grado di usare in modo avanzato questi strumenti. Si parla di “paradosso della produttività”: ci si sente più efficienti di quanto non dicano i dati. Una parte della spiegazione è strutturale: le organizzazioni restano costruite con logiche pre‑digitali, con ruoli e processi che non sono stati ripensati, mentre il tempo “liberato” dall’automazione è spesso riempito da ulteriore carico di lavoro o reinvestito solo in tecnologia, molto meno in formazione.

Qui ritornano attuali le categorie di Pierre Bourdieu: il capitale culturale e cognitivo si auto‑riproduce, consolidando sotto la retorica della meritocrazia gerarchie che privilegiano chi può permettersi di imparare prima e meglio. La disuguaglianza non passa più soltanto dal reddito o dalla proprietà, ma dal tempo disponibile per apprendere, dal contesto che consente di sperimentare senza paura di sbagliare, dalla capacità di tradurre problemi complessi in istruzioni efficaci per un agente. Zygmunt Bauman parlava di modernità liquida per descrivere strutture che si sciolgono rendendo le vite precarie; la diffusione agentica rischia di aggiungere un ulteriore strato di liquidità: mansioni intermedie, amministrative, ripetitive vengono progressivamente automatizzate, restano in alto poche posizioni in grado di orchestrare la macchina, e in basso una massa di lavori intermittenti, frammentati, difficilmente organizzabili in termini di diritti. Senza una vera politica pubblica dell’apprendimento e della protezione dei percorsi professionali, la grande riorganizzazione si tradurrà in una nuova questione sociale: non solo inclusi ed esclusi dal lavoro, ma inclusi ed esclusi dal sapere che governa il lavoro.

In questo quadro, la figura del leader che si circonda di agenti personali per accelerare le decisioni assume un valore emblematico. L’esperimento di Mark Zuckerberg, impegnato a sviluppare un agente in grado di orientare in tempo reale le sue scelte e appiattire la struttura manageriale attorno a sé, non è solo un gesto di avanguardia tecnologica: è il sintomo di una tendenza più profonda. La promessa è seducente: ridurre i livelli intermedi, rendere l’organizzazione più “snella”, velocizzare il flusso informativo verso il vertice. Ma Max Weber ci ha insegnato che la burocrazia, con tutti i suoi limiti, era anche un dispositivo di razionalizzazione e di contenimento del potere personale: i passaggi, i rallentamenti, le firme erano anche controlli. Se un agente digitale consente al vertice di attraversare e in parte bypassare i corpi intermedi, si rafforza una forma nuova di carisma tecnificato: non il capo ispirato, ma il decisore potenziato da una razionalità algoritmica che nessun altro è davvero in grado di sindacare.

Alexis de Tocqueville temeva un potere dolce, paternalistico, capace di guidare le scelte dei cittadini fino a svuotare dall’interno la loro capacità di iniziativa. Gli agenti personali dei leader, e più in generale l’uso di IA per “supportare” decisioni politiche e manageriali, rischiano di introdurre forme nuove di paternalismo organizzativo: non si impone una decisione dall’alto, la si presenta come esito ottimale di un processo tecnico. La discussione diventa eccezione, la fiducia cieca nel sistema la regola. Se la tecnologia viene usata per “appiattire” le organizzazioni senza ricostruire altrove presidi di mediazione e controllo, l’ecologia di pesi e contrappesi che ha tenuto in equilibrio le democrazie novecentesche entra in crisi. Sul piano giuridico, tutto questo pone con urgenza il problema della catena della responsabilità. Ulrich Beck ha descritto la “società del rischio” come una società in cui i pericoli non sono più incidenti esterni, ma prodotti interni di sistemi altamente complessi. L’IA agentica incarna questa logica: i danni potenziali non derivano da un malfunzionamento straordinario, ma dal funzionamento ordinario di catene di azioni in parte opache e distribuite tra soggetti diversi. I primi tentativi di governance – comitati interni dedicati, standard per tracciare e verificare le decisioni automatizzate – sono segnali importanti, ma il diritto è chiamato a un salto ulteriore: passare dalla ricerca ex post di un colpevole a un’architettura di doveri di diligenza ex ante lungo tutta la filiera. Chi progetta, chi addestra, chi integra nei processi, chi decide di affidare funzioni critiche a un agente partecipa, in gradi diversi, alla stessa responsabilità.

La tradizione teologica della cooperazione al male, che distingue tra cooperazione formale e materiale, prossima e remota, offre una chiave preziosa per comprendere la responsabilità diffusa nelle azioni complesse. Trasposta sul terreno dell’IA, suggerisce che non possiamo limitarci a cercare un colpevole ultimo: occorre riconoscere responsabilità graduali, ma reali, anche in chi ha omesso controlli, formazione, limiti all’autonomia del sistema. Ne discende la necessità di un quadro giuridico che garantisca tracciabilità delle decisioni agentiche, obblighi stringenti di audit indipendente per i sistemi più critici, diritti sostanziali per le persone impattate: diritto alla spiegazione, alla revisione umana, alla contestazione degli esiti che incidono su lavoro, reddito, accesso a servizi essenziali. Nessuna catena di automazione dovrebbe poter spezzare il legame tra azione e responsabilità umana.

Gli economisti ricordano che ogni tecnologia è ambivalente: può innalzare la produttività e insieme creare nuove fragilità, squilibri, dipendenze. Mentre alcune stime attribuiscono all’IA potenziali incrementi significativi della produttività del lavoro, i dati evidenziano che gran parte delle imprese non ha ancora saputo tradurre questa promessa in benessere diffuso e in lavoro migliore. Karl Polanyi, criticando l’idea di un mercato disincarnato, avvertiva che ogni volta che l’economico si è sganciato da vincoli morali e politici la società ha reagito con un contro‑movimento di protezione. Oggi il rischio è analogo, ma la posta è più alta: se lasciamo che la logica agentica penetri ovunque senza una cornice etica, politica e giuridica robusta, saranno i più fragili a pagare il prezzo del nostro ritardo.

Romano Guardini definiva la tecnica “potenza dischiusa” che chiede di essere governata alla luce di un’immagine dell’uomo. La grande riorganizzazione in corso non è un destino inevitabile, ma un banco di prova della nostra libertà collettiva. Possiamo usare gli agenti artificiali per concentrare il potere, radicalizzare le disuguaglianze, dissolvere la responsabilità, oppure per liberare tempo, rendere il lavoro più umano, rafforzare le istituzioni nella loro funzione di tutela dei più deboli. 

La differenza non la faranno gli algoritmi, ma le strutture di governance che sapremo costruire: quelle che distinguono l’efficienza dall’elusione della responsabilità, la delega funzionale dalla cessione del giudizio, l’innovazione dalla rinuncia silenziosa a quei presidi di verifica che costituiscono il presidio etico di ogni organizzazione. È da qui che passa oggi la fedeltà a una priorità non negoziabile: la centralità della persona umana, con il suo diritto a non essere ridotta a semplice variabile di ottimizzazione in una catena di decisioni automatizzate.
Gianni Lattanzio, 12 aprile - Fonte Direttore di Meridianoitalia

martedì 14 aprile 2026

Il corpo trasparente di Eva: la straordinaria visione di Santa Ildegarda di Bingen

Meditare sulla condizione di Adamo ed Eva prima del peccato originale è la migliore preparazione per meditare sulla condizione del corpo risorto del nostro Signore e Salvatore, Gesù Cristo.

Il corpo trasparente di Eva: la straordinaria visione di Santa Ildegarda di Bingen
Come si trovavano Adamo ed Eva nell'Eden prima del peccato originale?
Robert Lazu Kmita, 10 aprile

Dipinto miniato rettangolare del XII secolo raffigurante la creazione del mondo da parte di Dio secondo le visioni di Santa Ildegarda di Bingen 

Dopo la caduta: il fallimento dei padroni e la condizione umana
Quando si tratta di raffigurare il Paradiso e lo stato precedente al peccato originale di Adamo ed Eva, i dipinti dei secoli recenti sono spesso ridicoli, se non addirittura scandalosi. Persino i più celebri maestri italiani sembrano incapaci di andare oltre nudi discutibili, un serpente con le zampe e una vegetazione lussureggiante con animali esotici. Il loro fallimento è dovuto a uno dei quesiti più difficili che l'umanità decaduta si sia trovata ad affrontare sin dalla cacciata dei nostri progenitori dall'Eden: come si può immaginare e rappresentare il mondo invisibile di Dio, della Santa Vergine Maria, degli angeli e dei santi?

Vescovo Strickland: "Ho il cuore pesante mentre guardo al Libano"

Dichiarazione apparsa originariamente sull'account X del vescovo Joseph Strickland. "Per intercessione di San Charbel Makhlouf, Dio porti guarigione ai feriti, conforto agli afflitti e pentimento a coloro che agiscono senza riguardo per la sacralità della vita". Qui l'indice dei precedenti interventi.

Vescovo Strickland:
"Ho il cuore pesante mentre guardo al Libano"


Cari fratelli e sorelle in Cristo,
Ho il cuore pesante mentre guardo al Libano, una terra da tempo segnata dalla fede, dalla sofferenza e dalla perseveranza.

Il Libano non è semplicemente un'altra nazione in conflitto. Ospita una delle più antiche e numerose comunità cristiane del Medio Oriente, dove il nome di Gesù Cristo viene professato ininterrottamente fin dai primi secoli della Chiesa. In quella terra sacra sorge il santuario di San Charbel Makhlouf, un umile monaco la cui vita di preghiera, penitenza e devozione eucaristica ha portato frutti straordinari. Conosciuto come il "monaco miracoloso del Libano", innumerevoli anime hanno testimoniato la guarigione operata da Dio per sua intercessione: un segno che, anche nella sofferenza, Dio non ha abbandonato il suo popolo.

lunedì 13 aprile 2026

Un Dio che si è fatto vicino, sì… ma che resta sempre il Santo, il Signore

Una riflessione da incorniciare.
Un Dio che si è fatto vicino, sì… ma che resta sempre il Santo, il Signore

Da ieri sento nel cuore una riflessione che continua a tornare, come un filo che non si spezza. È nata dal mio ultimo post, da alcuni commenti che parlavano dell’umanità di Gesù, di quanto ci attiri, di quanto ci faccia sentire vicini a Lui e una parte di me comprende profondamente questo. Viviamo in un mondo sempre più freddo, distante, spesso disumanizzato… ed è naturale cercare in Cristo quella tenerezza, quella vicinanza, quella “umanità” che sembra mancarci ovunque.

Eppure, proprio mentre accoglievo questa verità, sentivo che non bastava. Perché questa idea di un Gesù “così umano” non è neutrale come sembra. Cosa significa davvero dire che Gesù è vicino? Significa che, nella sua umanità, Egli è entrato realmente nella nostra condizione: ha condiviso la nostra fatica, ha toccato le nostre ferite, ha parlato il nostro linguaggio. Ma questa vicinanza non è una riduzione… è una discesa. È Dio che si abbassa verso l’uomo, non Dio che diventa semplicemente “uno di noi”.

Card. Burke: Il papa non sarà mai l'eroe degli anti Trump

Il card. Burke getta acqua sul fuoco: "U.S.A. e il Cardinal Raymond Burke smentiscono ogni conflitto tra i due connazionali: "Vogliono la stessa cosa: la pace". 
Sembra smentirlo il duro e scomposto attacco odierno di Trump. Ma Leone ha risposto in modo sobrio e autorevole sottraendosi da ogni polemica: "Non ho paura di Trump. Con lui non discuto. Io parlo del Vangelo". Sulla pace, quanto al papa, nulla questio. Ma, a prescindere dallo sconcerto creato da Trump, anche questo papa, seppure più consono nello stile, è tuttavia, politicamente schierato come  il predecessore...

Card. Burke: Il papa non sarà mai l'eroe degli anti Trump

Tempi duri sull'asse Vaticano-Washington. La guerra sta creando un cuneo tra i due più importanti americani: Donald Trump e Robert Prevost (Papa Leone XIV). Non è una cosa da poco in un paese dove l'elettorato cattolico ha giocato un ruolo significativo nella vittoria del pontefice. C'è chi si sfrega le mani con soddisfazione perché, nelle circostanze attuali, vede l'opportunità di "incoronare" Leone XIV come nemico giurato di Trump, proprio come sperava da poco dopo le elezioni. Il cardinale Raymond Leo Burke, tuttavia, figura di spicco tra i cattolici conservatori in America (e non solo), dimostra in questa intervista come si possa essere fedeli al Papa senza essere ostili all'amministrazione Trump.

Eminenza, oggi [11 aprile scorso] sarà a San Pietro per la veglia per la pace?
"Certamente, mi unirò al Santo Padre per questo momento essenziale di preghiera in un momento di crisi come quello presente. Sono molto lieto di rispondere all'appello per chiedere che la pace sia ripristinata al più presto. Dobbiamo seguire quanto rivelato a Fatima nel 1917 e recitare il rosario alla Madonna, che è la regina della pace. ”

Il card. Roche afferma che la Liturgia è destinata a promuovere l'unità, non le preferenze personali

Il cardinale Arthur Roche ha rilasciato un'intervista "ad ampio raggio" a Junno Arocho Esteves, corrispondente internazionale per OSV News. Il cardinale purtroppo sembra ignorare che la Liturgia è innanzitutto il culto pubblico dovuto a Dio. Una politica che mira a imporre l'unità ha invece messo in luce questioni più profonde riguardanti la liturgia, la continuità e i limiti del giudizio curiale. 
Alla fine dell'intervista (nella nostra traduzione) trovate in replica alcune considerazioni. Qui l'indice degli articoli sulla Liturgia al tempo di Leone.

Il card. Roche afferma che la Liturgia è destinata
a promuovere l'unità, non le preferenze personali


Il cardinale Arthur Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, lo scorso 17 marzo ha rilasciato un'intervista "ad ampio raggio" all'OSV News affermando che i dibattiti sulla liturgia dovrebbero essere compresi in ultima analisi attraverso la lente dell'unità, non delle preferenze individuali.

Ha dichiarato: «Quando rechiamo in chiesa, non ci andiamo per adorare Dio semplicemente come individui, ma come una famiglia. Ci andiamo insieme come assemblea chiamata da Dio». «Questo senso di assemblea risale ai tempi dell'Antico Testamento. La Chiesa a cui apparteniamo non è un edificio, ma delle "pietre vive" edificate su Cristo». [Ricordiamo che, prima di essere comunitario, il rapporto col Signore è personale; anche se la Chiesa intera è il corpo mistico di Cristo -ndT]

Le sue dichiarazioni giungono a seguito delle recenti discussioni relative al testo sulla liturgia da lui redatto e distribuito ai cardinali durante il primo concistoro straordinario di Papa Leone XIV, tenutosi a gennaio [vedi e anche qui].
Il documento, distribuito ma discusso durante la riunione del 7-8 gennaio, offriva una difesa teologica e storica della riforma liturgica post-Concilio Vaticano II e ribadiva le restrizioni alla Messa preconciliare in latino stabilite dal “motu proprio” “Traditionis Custodes” (“Custodi della Tradizione”) di Papa Francesco del 2021.

I ripetuti interventi del cardinale non rivelano solo un'argomentazione fallace, ma una persistente incapacità di comprendere la realtà che egli ha il compito di governare.

Dopo le prime indiscrezioni del quotidiano italiano Il Giornale e della giornalista americana Diane Montagna [qui], che ha pubblicato la versione integrale del testo, il National Catholic Reporter ha affermato che il testo era stato distribuito ai cardinali ma non era mai stato formalmente discusso. Dopo la pubblicazione online di una copia del testo, si sono susseguite numerose critiche da parte dei cattolici tradizionalisti contrari alle restrizioni sulla celebrazione della Messa antiquior [vedi dall'indice]

Dalle sue dichiarazioni emergono diversi momenti piuttosto rivelatori. Riflettendo sulla continua controversia che circonda la Traditionis Custodes, si chiede, con apparente perplessità, perché il dibattito rimanga così acceso. Perché, si domanda, tutto questo clamore, quando la celebrazione della liturgia antiquior è ancora permessa come concessione. Qualcosa d'altro, suggerisce, deve essere in gioco. 
Pur non rispondendo direttamente alle specifiche critiche mosse al documento, il cardinale Roche ha ribadito i principi che lo hanno ispirato e ha inquadrato la questione nel contesto più ampio della concezione cattolica del culto e della liturgia. Il documento, ha affermato, presenta "un'accurata ricostruzione storica dello sviluppo della liturgia nel corso dei secoli".

Tra l'altro il cardinale Roche ha inquadrato gli attuali dibattiti liturgici nel contesto della storia più antica della Chiesa, indicando la Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi come prova che le tensioni relative al culto non sono una novità.

Il punto di partenza è la sua perplessità. Vuole sapere perché, perché tanta intensità? Perché tanta resistenza? Perché questo attaccamento persistente alla forma più antica? La risposta non è nascosta, né richiede speculazioni su secondi fini. Risiede nel semplice fatto che ciò che oggi viene considerato una concessione, fino a poco tempo fa veniva presentato dalla Chiesa stessa come un bene.

Sotto il pontificato di Giovanni Paolo II (Ecclesia Dei), ma soprattutto sotto quello di Benedetto XVI, la liturgia antiquior non fu emarginata, ma integrata (Summorum Pontificum). Giovanni Paolo II parlò delle “legittime aspirazioni” dei fedeli. Benedetto XVI andò oltre, affermando che il Messale del 1962 non era mai stato abrogato e descrivendolo come un “tesoro prezioso” nella vita della Chiesa. Respinse esplicitamente l’idea che la sua presenza avrebbe diviso la Chiesa. Il rito romano antico non fu trattato come un problema da contenere, ma come un mezzo per promuovere l’unità.

Ora il giudizio rivolto alla Liturgia è cambiato. La crescita che un tempo era benvenuta ora è considerata prova di divisione. La fedeltà che un tempo era incoraggiata ora è vista con sospetto. Quando Roche chiede perché c'è "rumore", non sta svelando un mistero, ma sta semplicemente rivelando la propria incapacità di riconoscere le conseguenze dell'inversione di rotta che lui stesso, insieme a Papa Francesco, ha contribuito a imporre. 

 L'Eucaristia non è un'invenzione umana.
Affrontando le divisioni tra i primi cristiani, ha spiegato, San Paolo ha ricordato loro che l'Eucaristia non era un'invenzione umana, ma qualcosa tramandato da Cristo stesso e affidato agli Apostoli.

«"Ciò che vi ho dato da celebrare, l'ho ricevuto da Gesù stesso"», ha detto il cardinale, parafrasando l'insegnamento dell'apostolo.

Il cardinale Roche ha affermato che la questione fondamentale è sempre stata la fedeltà a ciò che è stato ricevuto, piuttosto che l'adattamento della liturgia alle preferenze personali o di piccole comunità. La correzione di San Paolo, ha spiegato, ha sottolineato che la Messa non è soggetta al controllo individuale, ma appartiene a tutta la Chiesa.

Lo stesso principio, ha aggiunto, rimane essenziale ancora oggi, mentre i cattolici si confrontano con diversi approcci alla pratica liturgica.

'Traditionis Custodes'
Riguardo ai continui dibattiti sulla “Traditionsis Custodes”, il cardinale Roche ha dichiarato a OSV News che il documento trae origine dalle preoccupazioni relative all'uso della forma più antica della Messa all'interno della Chiesa.

Il cardinale ha affermato che, mentre le concessioni fatte in precedenza durante i pontificati di San Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI rappresentavano un accomodamento pastorale, la situazione è cambiata. "Il Santo Padre ha cominciato a rendersi conto che la concessione accordata a coloro che trovavano difficile il nuovo rito veniva promossa in contrasto con la riforma della liturgia del Concilio Vaticano II", aggiungendo: "E questa promozione... è in definitiva una promozione contro l'unità della Chiesa".

Una concessione per celebrare la vecchia forma della Messa
Il cardinale ha spiegato: «Anche Papa Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI, prima di Papa Francesco, concessero questa possibilità di celebrare la Messa secondo la vecchia forma per coloro che non riuscivano ad adattarsi alla nuova».

Tuttavia ha osservato che i cattolici possono ancora celebrare la Messa preconciliare in latino "per autorità papale". E quindi si chiede: «perché tutto questo (dibattito) è così intenso? Perché tutto questo rumore, il rullare dei tamburi e lo squillare delle trombe? Cos'altro sta succedendo, visto che hanno ottenuto la concessione di questa Messa? Qual è il problema?» e ha affermato: «Chiaramente c'è qualcos'altro sotto».

L'attrattiva della Messa in latino per un numero crescente di persone
Interrogato sull'attrattiva che un numero crescente di cattolici prova per la Messa in latino, il cardinale Roche ha osservato che, per alcuni, tale attrazione è in parte determinata dal contesto culturale della vita moderna e dal costante "rumore" della società contemporanea.

«Quando le persone entrano in una chiesa silenziosa, la trovano molto attraente. Il rumore viene attutito», ha spiegato. «Credo che questo sia parte dell'attrattiva per molte persone, così come la musica e la riverenza, che rappresentano anche una sfida per il Novus Ordo; anche questi aspetti dovrebbero essere ugualmente attraenti ogni domenica. Mettere un rito contro l'altro significa perdere il senso della materia che si sta trattando. Non è un gioco. Ci deve essere un dare e avere da entrambe le parti».

Rispondendo alle preoccupazioni relative agli abusi liturgici, il cardinale ha affermato che tali problemi non sono esclusivi della Messa post-Concilio Vaticano II, ma sono esistiti nel corso di tutta la storia della Chiesa.

Abusi liturgici dovuti a "mancanza di formazione"
Roche afferma: «Gli abusi ci sono sempre stati, e sono sempre stati causati da una mancanza di formazione o da un profondo malinteso. Anche ai tempi di Paolo – San Paolo a Corinto –  ci furono abusi».

Tuttavia, il prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti mette in guardia dal ridurre la liturgia a mera preferenza o controllo personale, affermando: «Nel momento in cui si pensa che la liturgia sia qualcosa che si può controllare e organizzare secondo le proprie preferenze, allora si esclude Dio dall'equazione».
Fine dell'intervista (Traduzione a cura di Chiesa e Post-concilio). 
* * *
Considerazioni in replica
Nell'intervista all'OSV, Roche tenta di fondare la sua posizione su principi primi. Invoca San Paolo, parlando di ciò che è stato ricevuto e tramandato. Su questo punto, possiamo osservare che i papi precedenti intendevano la tradizione liturgica stessa come qualcosa di ricevuto, non come un accordo provvisorio soggetto a revoca. Qui la discussione si fa più seria.

L'uso che Roche fa del termine "ricevuto" opera a un livello di astrazione che gli permette di eludere la concreta realtà storica del rito romano. È vero che l'Eucaristia è ricevuta da Cristo e affidata alla Chiesa. È anche vero che la Chiesa ha l'autorità di regolamentare la liturgia. Ma la liturgia romana, così come si è sviluppata nel corso dei secoli ed è stata codificata nel Messale, è essa stessa parte di quella tradizione ricevuta. Separare il principio dalla sua incarnazione storica significa creare una lacuna che necessita di una giustificazione.

Tale giustificazione non viene fornita. Al contrario, Roche riduce l'intera storia post-conciliare del rito più antico al linguaggio della concessione. Si può smascherare la debolezza di questa argomentazione tornando ai testi stessi. Giovanni Paolo II non parlò in termini di riluttanza e tolleranza. Benedetto XVI non descrisse la liturgia più antica come un accomodamento temporaneo. Al contrario, insistette sul fatto che essa facesse parte della lex orandi della Chiesa e potesse coesistere pacificamente con il rito riformato.

Descrivere questo come una concessione non significa semplicemente riassumere. Significa reinterpretare il passato per avvalorare una politica presente. E dunque si tratta di una distorsione frutto dello storicismo ereditato dal Concilio.

Quanto agli abusi, il cardinale ignora quanto abbia influito l’inaudita novità dell’introduzione nella Liturgia del principio di creatività, (Sacrosanctum Concilium agli artt. 37-40), sia pure in teoria sotto il controllo della Prima Sedes, rivelatosi poi nei fatti quasi sempre accademico ed oggi ancor più diluito dal motu proprio Magnum Principium. Il principio di creatività è stato sempre avversato nei secoli da tutto il Magistero, senza eccezioni, come cosa nefasta, da evitare nel modo più assoluto, ed è considerato da molti il vero motivo del caos liturgico attuale. Esso viene corroborato dall’ampia e del tutto nuova competenza attribuita alle Conferenze Episcopali in materia liturgica, ivi compresa la facoltà di sperimentare per l’appunto nuove forme di culto (SC 22 § 2, 39, 40), contro l’insegnamento costante del Magistero, che ha sempre riservato al Sommo Pontefice ogni competenza in materia, quale massima garanzia contro l’introduzione di innovazioni liturgiche.

Per di più, proprio in armonia con il principio della creatività, la SC ha introdotto due altri elementi di riforma incompatibili con la tradizione e rivelatisi esiziali: l’adattamento del rito alla cultura profana ossia all’indole e alle tradizioni dei popoli, alla loro lingua, musica, arte, appunto mediante la “creatività” e la “sperimentazione liturgica” (SC 37, 38, 39, 40, 90, 119). e mediante la semplificazione programmatica del rito stesso (SC 21, 34). Una vera e propria esplosione di varianti... Anche questo contro l’insegnamento costante del Magistero, secondo il quale è la cultura dei popoli a doversi adattare alle esigenze del rito cattolico e senza che nulla si debba mai concedere alla sperimentazione o comunque al modo di sentire dell’uomo del Secolo. Una delle prove evidenti dell’antropocentrismo conciliare. Ed ecco che oggi il rito della Messa è frammentato in diversi riti a seconda dei continenti se non delle nazioni, con infinite variazioni locali, ad libitum del celebrante, variazioni che non escludono l’intrusione di elementi pagani nel rito stesso senz’alcun richiamo della S. Sede o dei vescovi.

Senza dimenticare che la frammentazione e l’imbarbarimento del culto cattolico sono dovuti anche all’abbandono del latino quale lingua liturgica antica ed universale, unificatrice del rito e nello stesso tempo custode di formule indissolubilmente legate alla tradizione dogmatica, che l’immutabilità linguistica preserva da innovazioni arbitrarie.

domenica 12 aprile 2026

I piccoli figli rivelati / Omelia per domenica 12 aprile 2026

I piccoli figli rivelati

Omelia per domenica 12 aprile 2026
1 Giovanni 2:28–3:3 E ora, figlioli, rimanete in lui, affinché, quando egli si manifesterà, possiamo avere fiducia e non essere svergognati da lui alla sua venuta. Se sapete che egli è giusto, sappiate anche che chiunque pratica la giustizia è generato da lui. Quale grande amore ci ha donato il Padre, perché fossimo chiamati figli di Dio – e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce, perché non ha conosciuto lui. Carissimi, fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo pero che, quando egli si sarà manifestato, saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. E chiunque ha questa speranza in lui purifica se stesso, come egli è puro.
O piccoli amati, ascoltate la voce dell'Apostolo che si leva come l'alba sulle colline ombrose della nostra epoca incerta. 'E ora, τεκνία (teknia) – piccoli figli' [Quasi modo géniti infántes -ndr], dice, non con severità ma con il calore di un padre che raccoglie i suoi, μένετε ἐν αὐτῷ (menete en autō) – rimanete in lui. Non una visita fugace, non uno sguardo fugace, ma una permanenza costante, come una vite che trae vita dal vero tronco.

In Illo Tempore: Domenica bassa, Ottava di Pasqua

Nella nostra traduzione da OnePeterFive sono lieta di poter pubblicare proprio oggi la consueta meditazione di P. John Zuhlsdorf che ogni settimana ci consente di approfondire i tesori di grazia ricevuti nella celebrazione domenicale. Il nostro testo odierno qui

In Illo Tempore: Domenica bassa, Ottava di Pasqua

Questa domenica concludiamo la grande Ottava di Pasqua, sebbene il termine "conclusione" vada qui inteso nel senso liturgico proprio della Chiesa. Per ben otto giorni, secondo quell'antico conteggio inclusivo che i Romani conoscevano così bene e che i Cristiani hanno ereditato, è stato ancora il giorno di Pasqua. La Chiesa ha, per così dire, fermato l'orologio liturgico affinché potessimo riposare nel mistero della Risurrezione e contemplarlo da diverse prospettive attraverso la Messa e l'Ufficio.

Questa domenica ha molti soprannomi. Il calendario post-conciliare la chiama Seconda Domenica di Pasqua e, per via della forte promozione da parte di Giovanni Paolo II del tema di Santa Faustina Kowalska, Domenica della Divina Misericordia. Nell'uso più antico e storicamente più ricco è chiamata Domenica Bassa, perché veniva celebrata con meno solennità esteriore rispetto alla Pasqua stessa. È la Domenica di Tommaso, perché il Vangelo richiama la nostra attenzione sul dubbio e sulla confessione dell'Apostolo. È la Domenica di Quasimodo, dalla prima parola dell'Introito. L'uso più antico e suggestivo è Dominica in albis, o Dominica in albis depositis, la domenica "delle vesti bianche deposte". Tutti questi nomi convergono attorno allo stesso mistero, e ognuno di essi apre una diversa sfaccettatura di questo gioiello.