Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

giovedì 24 settembre 2026

Ritornare al magistero/Dieci anni fa, l’autosabotaggio dell’insegnamento morale

Ringrazio don Barthe per la segnalazione di questo suo articolo su Res Novae – Perspectives romaines. Qui l'indice dei precedenti su Amoris Laetitia.

Ritornare al magistero
Dieci anni fa, l’autosabotaggio dell’insegnamento morale

Humanæ vitæ, nel 1968, aveva rappresentato un avvenimento insolito nel bel mezzo del clima liberale inaugurato dal Vaticano II. L’enciclica sollevò peraltro un’intensa contestazione. Mentre il Concilio, presieduto da Paolo VI, aveva aperto l’ecclesiologia al cattolicesimo liberale (ecumenismo, libertà religiosa, dialogo con le religioni), per lo stupore generale lo stesso Paolo VI si era rifiutato di liberalizzare la dottrina del matrimonio e aveva condannato la contraccezione. Quella che è stata definita la «restaurazione» dei pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, secondo il termine utilizzato da Joseph Ratzinger nel suo Rapporto sulla fede che costituiva un tentativo di interpretazione moderata del Concilio, si è così cristallizzata in tale relativa resistenza dell’insegnamento morale (Veritatis splendor, 1993). Era una resistenza fragile, che si credeva in obbligo di fare concessioni (la teologia del corpo di Giovanni Paolo II) e soprattutto si rifiutava di fare ricorso al magistero infallibile: malgrado reiterate istanze, l’insegnamento di Humanæ vitæ non è mai stato impartito come definitivo, perché l’orizzonte «pastorale» del Concilio rimaneva insuperabile.

Sia come sia, Amoris lætitia nel 2016 [vedi] ha fatto crollare questa diga morale, aprendo una nuova fase del post-Concilio. È un fatto che comporta, del resto, un aspetto positivo: il tempo delle mezze misure è finito.

Il capitolo VIII di Amoris lætitia
Con Amoris lætitia, del 19 marzo 2016, papa Bergoglio ha in qualche modo e a certe condizioni depenalizzato l’adulterio, ovvero le relazioni intime con altri che il proprio coniuge. Il capitolo VIII dell’esortazione apostolica, «Accompagnare, discernere e integrare la fragilità», tratta nello specifico della «fragilità» di coloro che spezzano il legame coniugale e contraggono un secondo matrimonio. In esso papa Francesco procedeva in tre tappe:
  • Invitava a una pastorale di «accompagnamento» dei divorziati risposati fondata sulla gradualità, distinguendo l’ideale rappresentato dalla norma morale da ciò che un buon numero di cristiani può concretamente realizzare e che deve essere preso in considerazione per un itinerario di accompagnamento e di discernimento che «orienti questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio»[1]. Questo accompagnamento si attua con un «colloquio con il sacerdote, in foro interno, [colloquio che] concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere» (n. 300).-
  • Papa Francesco esponeva subito dopo la sua nuova prospettiva dottrinale: «non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante. I limiti non dipendono semplicemente da una eventuale ignoranza della norma. Un soggetto, pur conoscendo bene la norma, può avere grande difficoltà nel comprendere i “valori insiti nella norma morale” o si può trovare in condizioni concrete che non gli permettono di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa» (n. 301). È il cuore della nuova dottrina morale, frontalmente opposta all’adagio di sant’Agostino (Confessioni, l. X, c. 29) ripreso dal Concilio di Trento (Denz. 1536): «Dio non comanda cose impossibili, ma comandando ti ammonisce di fare quello che puoi e di chiedere quello che non puoi». Questa formula significa che Dio accorda sempre la grazia necessaria per osservare ciò che Egli comanda, in questo caso la fedeltà nel matrimonio.
  • Papa Francesco traeva le conseguenze di questa affermazione per ciò che concerne la pratica sacramentale: la ben nota comunione ai divorziati risposati, oggetto di continue pressioni da parte della sinistra teologica. «A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa» (n. 305). A questo proposito una nota (la 351) precisava che, pur permanendo nell’adulterio, si può eventualmente ricevere l’assoluzione sacramentale e l’Eucaristia: «In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, “ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore” (Evangelii gaudium, n. 44) [vedi]. Ugualmente segnalo che l’Eucaristia “non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli” (ibid., n. 47)».
Questioni di fede senza risposta
Quattro cardinali – Raymond L. Burke, Walter Brandmüller, Carlo Caffarra e Joachim Meisner[2] – hanno allora presentato a papa Francesco cinque dubia [qui], ossia domande indirizzate alle autorità romane, un tempo redatte in modo tale che vi si dovesse rispondere con un sì o un no, positive o negative – «Sia il vostro parlare: sì, sì; no, no» (Mt 5, 37) – salvo poi fornire una spiegazione sulla risposta data. Il principale dubium dei cardinali era: «Dopo Amoris lætitia n. 301 è ancora possibile affermare che una persona che vive abitualmente in contraddizione con un comandamento della legge di Dio, come ad esempio quello che proibisce l’adulterio (cf. Mt 19, 3-9), si trova in una situazione oggettiva di peccato grave abituale (cf. Pontificio Consiglio per i Testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000)?».

La Dichiarazione del Consiglio per i Testi legislativi richiamata dai cardinali diceva in effetti: «Ricevere il Corpo di Cristo essendo pubblicamente indegno costituisce un danno oggettivo per la comunione ecclesiale; è un comportamento che attenta ai diritti della Chiesa e di tutti i fedeli a vivere in coerenza con le esigenze di quella comunione. Nel caso concreto dell’ammissione alla sacra Comunione dei fedeli divorziati risposati, lo scandalo, inteso quale azione che muove gli altri verso il male, riguarda nel contempo il sacramento dell’Eucaristia e l’indissolubilità del matrimonio (…). Il ministro della distribuzione della Comunione deve rifiutarsi di darla a chi ne sia pubblicamente indegno».

Prima di allora, proprio quando il pontificato bergogliano era agli inizi e già si profilava un capovolgimento dottrinale, chi scrive aveva posto la stessa questione, ma in riferimento al sacramento della penitenza, alla Congregazione per la Dottrina della Fede: «Un confessore può impartire l’assoluzione a un penitente che, essendo stato sposato religiosamente, ha contratto una seconda unione dopo il divorzio?». Si trattava di consentire alla Congregazione (di cui Prefetto era il cardinal Müller e Segretario Mons. Ladaria) di affermare che l’insegnamento di Familiaris consortio, che citeremo in seguito, rimaneva valido. La Congregazione ci aveva risposto il 22 ottobre 2014: «Non si può assolvere validamente un divorziato risposato che non abbia la ferma risoluzione di non “peccare più in futuro” e quindi di astenersi dagli atti propri dei coniugi, prendendo a tal fine tutte le misure in suo potere».

Ma, dopo Amoris lætitia, né il papa, né la Congregazione per la Dottrina della Fede hanno ritenuto opportuno rispondere agli interrogativi dei cardinali circa il ribaltamento operato.

Un’occasione per porre di nuovo la questione sta per presentarsi. Il 19 marzo 2026, decimo anniversario dell’esortazione apostolica, papa Leone XIV ha fortemente voluto celebrare il «luminoso messaggio di speranza riguardo all’amore coniugale e familiare» costituito dall’esortazione apostolica e «rendere grazie al Signore per l’impulso dato allo studio e alla conversione pastorale della Chiesa» da essa scaturito, domandando a Dio «il coraggio di proseguire il cammino, accogliendo sempre nuovamente il Vangelo». Ha anche annunciato che riunirà dal 7 al 14 ottobre i Presidenti delle Conferenze Episcopali del mondo intero «al fine di procedere, nell’ascolto reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi, alla luce di Amoris lætitia e tenendo conto di quanto si sta realizzando nelle Chiese locali».

Per preparare i lavori dell’assemblea, un percorso tematico è stato pubblicato il 6 luglio scorso dal Segretariato del Sinodo e il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Il quarto punto di questo documento («Nelle difficoltà della vita: accompagnare e sostenere; camminare con le famiglie in situazioni complesse») si riallaccia al tema del capitolo VIII di Amoris lætitia. Il documento è poco chiaro, nonostante tutto lasci pensare a una convalida del cambiamento dottrinale operato dall’esortazione: «Un’attenzione particolare è rivolta alle coppie e alle famiglie che incontrano, in tutte le fasi della vita matrimoniale, situazioni di difficoltà relazionale, sociale, spirituale (…). Quali passi sono stati compiuti per sostenere coloro che vivono in situazioni di fragilità o di difficoltà? Quali resistenze emergono? Come costruire comunità cristiane nelle quali coloro che hanno fatto l’esperienza della sofferenza, dell’abbandono, della separazione e del divorzio possano sentirsi realmente ascoltati, partecipi e corresponsabili? Quali esperienze concrete mostrano già oggi il volto di una Chiesa sempre più capace di prossimità, discernimento, accompagnamento e valorizzazione, aiutando le persone e le famiglie a ritrovare fiducia, a riconoscersi parte della comunità e sperimentare la misericordia di Dio?».

Il testo, decisamente involuto, menziona espressamente coloro che «hanno fatto l’esperienza del divorzio», i quali devono «sentirsi realmente ascoltati» in una Chiesa «più capace» di aiutare a «sperimentare la misericordia». Si noterà come il testo parli, per eufemismo, di «situazioni di fragilità» al fine di evitare la parola peccato (come fa del resto l’enciclica Magnifica humanitas [vedi]).

Una tesi irricevibile
Ci si avvia indubbiamente a una riconferma della nuova dottrina, insistendo sull’accoglienza nella Chiesa delle persone divorziate e risposate. Accoglienza che, del resto, non è mai stata in discussione: si è sempre affermato che un peccatore rimanesse parte integrante della Chiesa. Ma, nella pastorale nuova, tale accoglienza si trasforma in un’accoglienza sacramentale.

La riunione di ottobre potrebbe tuttavia rappresentare per un certo numero di pastori coraggiosi un’occasione provvidenziale per evidenziare il danno ingente arrecato dall’esortazione apostolica alla morale naturale e cattolica, e per ciò stesso alla salvezza delle anime. Tra l’altro, è più facile contestare Amoris lætitia che tale o tal altro testo problematico del Concilio.
  • Da una parte, in effetti, ci si può appoggiare in questo caso sull’insegnamento di un papa post-conciliare, Giovanni Paolo II, che ha mantenuto sul punto la dottrina perenne:
Sulla penitenza: «La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a coloro che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio» (Familiaris consortio, n. 84).

Sulla comunione: «La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Essi stessi si rendono incapaci di esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia» (ibid.). A meno che le persone in questa situazione irregolare assumano «l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi»[3], e sia evitato ogni possibile scandalo da parte di chi li vede fare la comunione.
  • D’altro canto, le discontinuità nell’insegnamento morale sono più facilmente constatabili da parte di tutti rispetto a quelle intervenute nell’ecclesiologia. Nel caso specifico, il capovolgimento operato da Amoris lætitia è impressionante.
    Nei termini del n. 301, alcune «condizioni concrete» (un nuovo «matrimonio», l’esistenza di bambini nati da questa nuova unione) farebbero sì che la rottura di tale unione – separarsi dal coniuge illegittimo o vivere con lui come fratello e sorella – possa rappresentare «una nuova colpa», e ciò a quanto pare in ragione del danno arrecato alla seconda moglie e agli eventuali figli della seconda unione. (Beninteso, è incontestabile che le conseguenze dell’adulterio debbano essere responsabilmente assunte, in particolare per ciò che riguarda i bambini nati dall’unione illegittima; ma questo deve avvenire senza pregiudizio per la vera sposa e per i figli legittimi, che l’esortazione non prende in considerazione). Così il ragionamento di Amoris lætitia va fino al fondo della propria logica: se rimanere nell’adulterio pubblico non significa peccare, uscire da tale situazione può diventare una colpa. Vi sono casi, secondo Amoris lætitia, in cui l’adulterio è meritorio!
La teologia e il magistero solevano un tempo condensare le argomentazioni in tesi o proposizioni chiare ed essenziali, in particolare quando si trattava di condannarle (le 85 proposizioni tratte dal Sinodo di Pistoia, condannate con la bolla Auctorem fidei di Pio VI nel 1794). La tesi irricevibile di Amoris lætitia potrebbe essere formulata così: Alcuni di coloro che vivono nell’adulterio pubblico, anche laddove conoscano la norma che infrangono, possono non essere considerati in stato di peccato mortale. Questa proposizione è o non è condannabile dal punto di vista della fede cattolica? O, al contrario, è il fatto di considerare inaccettabile questa tesi ad essere condannabile?

Chiudere la parentesi dell’insegnamento «pastorale»
Appartiene alla funzione del papa e dei vescovi di rispondere a interrogativi sulla fede e sui costumi che si pongono, e che vengono loro posti dai fedeli di Cristo. Il loro ruolo principale è quello di dire la fede, di trasmettere il messaggio del Vangelo. «I vescovi, infatti – ricorda Lumen gentium (n. 25) – sono gli araldi della fede, che portano a Cristo nuovi discepoli; sono dottori autentici, cioè rivestiti dell’autorità di Cristo, che predicano al popolo loro affidato la fede da credere e da applicare nella pratica della vita, la illustrano alla luce dello Spirito Santo, traendo fuori dal tesoro della Rivelazione cose nuove e vecchie (cf. Mt 13, 52), la fanno fruttificare e vegliano per tenere lontano dal loro gregge gli errori che lo minacciano (cf. 2Tm 4, 1-4)».

Quanto al pontefice romano, egli è in primo luogo il supremo dottore della fede. Si distingue dagli altri vescovi non per un potere sacramentale superiore ma per una giurisdizione piena e sovrana su tutta la Chiesa, principalmente in ciò che tocca l’insegnamento della fede e dei costumi (Vaticano I, Pastor Æternus, Denz. 3064).

Ciò che la Chiesa attende dunque oggi dai suoi pastori è che essi escano dal «pastorale», nel senso nuovo dato a questo termine (il senso cioè di un insegnamento di seconda qualità, scollegato dal rapporto alla tradizione), e che ritornino al pastorale in senso evangelico, cioè alla cura che i pastori devono profondere per condurre alla salvezza le anime delle pecore, in primo luogo attraverso l’annuncio della verità.

Nel caso specifico, la Chiesa attende che essi ricordino il comandamento: «Non commettere adulterio» (Es 20, 14; Dt 5, 18; Mt 5, 27); che essi predichino con mansuetudine la penitenza ai peccatori guidandoli nella via del pentimento verso Dio e della riparazione nei confronti dello sposo o sposa traditi e verso i figli profondamente feriti, senza certo dimenticare di assumersi le responsabilità della colpa commessa, in particolare verso i nati dalla seconda unione.

In ultima analisi, la Chiesa attende un ritorno al magistero come tale o come riferimento diretto del suo discorso.
don Claude Barthe
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[1] Questa nozione di gradualità era stata avanzata per eludere la dottrina di Humanæ vitæ che condannava la contraccezione. In Familiaris consortio (22 novembre 1981, n. 34) Giovanni Paolo II aveva tentato di arginare la falla con una distinzione traballante: la «legge della gradualità», quella dell’agire umano che supera gradualmente le difficoltà per arrivare a osservare i comandamenti, è legittima, ma non lo è altrettanto la «gradualità della legge», la quale pretende che il comandamento divino sia solo un ideale verso cui si deve tendere. Amoris lætitia, nel suo n. 295, parla di una «gradualità nell’esercizio prudenziale degli atti liberi» da parte di soggetti che non «sono in condizione di comprendere, di apprezzare o di praticare pienamente le esigenze oggettive della legge». In una parola, se non si può osservare la legge, si fa quel che si può…
[2] Un quinto cardinale, il neerlandese Willem Jacobus Eijk, arcivescovo di Utrecht, ha pubblicamente aderito all’iniziativa dei primi quattro. Un altro eminente prelato ha firmato i dubia indirizzati al papa, ma non ha voluto che il suo nome fosse reso noto pubblicamente.
[3] Giovanni Paolo II, omelia della S. Messa a conclusione della V Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, 25 ottobre 1980.

mercoledì 23 settembre 2026

L’intervista di “LifeSiteNews” a monsignor Viganò / 1. Il Concilio, il Katechon, lo Scisma del Capo

Prima parte dell’intervista di Gaetano Masciullo a monsignor Carlo Maria Viganò. Qui l'indice degli interventi precedenti e correlati.

L’intervista di “LifeSiteNews” a monsignor Viganò / 1. Il Concilio, il Katechon, lo Scisma del Capo

Eccellenza, nel suo nuovo libro lei sostiene che oggi il primo nemico del Papato sia il Papa stesso. Come si spiega questo paradosso?
Il paradosso è soltanto apparente, e si scioglie non appena si distingue ciò che la teologia cattolica ha sempre distinto: il Papato come istituzione divina, voluta da Nostro Signore quando disse a Pietro Tu es Petrus, e la persona che in un determinato momento della storia ne occupa la Cattedra. Il Papato è indefettibile, perché è di Cristo; la persona del Papa è un uomo, con il suo libero arbitrio, che può corrispondere alla grazia di stato oppure rifiutarla. D’altra parte, la Chiesa prega per il Sommo Pontefice chiedendo alla Maestà divina di conservare nella santa Religione il Domnum Apostolicum, proprio perché sa che la sua perseveranza nella Fede non è garantita automaticamente dall’ufficio. Se così non fosse, se cioè il Papa fosse esente dalla possibilità di venir meno al proprio mandato, pregare per lui non avrebbe senso.

Le orazioni particolarmente intense della quarta domenica dopo l'Epifania traslata

Nella nostra traduzione da New Liturgical Movement alcuni elementi riguardanti la formule del latino liturgico indicizzate qui. Ricordiamo che quando la Pasqua è bassa, quando cioè cade alla fine di marzo o al principio di aprile, le Domeniche di Pentecoste sono più di 24. Allora, dopo la XXIII Domenica dopo Pentecoste si inseriscono le Domeniche avanzate dopo l'Epifania, e precisamente: se sono 25, vi si inserisce la VI dopo l'Epifania; se sono 26, vi si inseriscono la V e la VI; se sono 27, vi si inseriscono la IV, la V, la VI; se sono 28, vi si inseriscono la III, la IV, la V, e la VI, così che la XXIV sia sempre l'ultima. La messa di queste quattro Domeniche è così composta: l'Introito, il Graduale, l'Offertorio e la frase Alla Comunione sono tolti dalla XXIII domenica dopo Pentecoste; l'Orazione, l'Epistola, Il Vangelo, la Secreta, e l'Orazione dopo la Comunione sono invece tolte dalle rispettive Domeniche dopo l'Epifania.

Le orazioni particolarmente intense della quarta domenica dopo l'Epifania traslata

Definiamo le domeniche “rimanenti” alla fine del Tempo dopo Pentecoste riconfigurate piuttosto che riprese, perché non sono identiche alle domeniche dopo l'Epifania, ma sono state modificate sia da un diverso insieme di testi propri della Messa (Graduale/Alleluia, versetto dell'Offertorio e versetto della Comunione) sia dal contesto.

Il contesto differente è la nota apocalittica che risuona in prossimità e alla fine dell'anno liturgico, una nota che modifica il nostro approccio alle preghiere proprie del giorno. Ad esempio, il Vangelo della quarta domenica dopo l'Epifania parla di una nave in tempesta. Per i Padri della Chiesa, se la nave rappresenta la Chiesa, il vento impetuoso simboleggia i demoni la cui superbia suscita ondate di persecuzioni contro il popolo di Dio, e il mare si agita per le passioni e la malizia degli uomini che, come afferma Dom Gaspar Lefebvre, OSB, sono "la grande fonte di disobbedienza all'autorità e di conflitti fraterni".

martedì 22 settembre 2026

La missione della Chiesa è cambiata e nessuno ha avuto il coraggio di dircelo apertamente.

Incisiva e pertinente testimonianza di una vera credente non legata alla tradizione. Qui l'indice degli articoli sulla nuova nota.

La missione della Chiesa è cambiata e nessuno ha avuto il coraggio di dircelo apertamente.

Ho letto la nuova Nota "Un cammino di speranza" [qui] e sono rimasta con una domanda che non riesco a mettere a tacere: se tutte le religioni sono presentate come compagne di viaggio, portatrici di ricchezze spirituali e luoghi nei quali lo Spirito è all’opera, perché dovremmo ancora evangelizzare?

Perché un missionario dovrebbe lasciare la propria terra?
Perché dovrebbe rischiare la vita per annunciare Cristo?
Perché i martiri hanno versato il loro sangue?
Perché la Chiesa dovrebbe chiamare qualcuno alla conversione, se ormai sembra sufficiente dialogare, collaborare e camminare insieme?
Forse la missione della Chiesa è cambiata e nessuno ha avuto il coraggio di dircelo apertamente.

Cristo aveva comandato: «Andate e fate discepoli tutti i popoli».

Le stimmate di San Francesco, che appaiono e scompaiono nella liturgia

Nella nostra traduzione da New Liturgical Movement interessanti sottolineature della sapiente conformazione del calendario liturgico tradizionale 

Le stimmate di San Francesco, che appaiono e scompaiono nella liturgia

Santi che seguono le orme della Croce...
Nel calendario tradizionale del rito romano, troviamo una meravigliosa "ottava" di feste che inizia con l'Esaltazione della Santa Croce il 14 settembre (in commemorazione della dedicazione della basilica del Calvario e del Santo Sepolcro di Costantino il 14 settembre del 335 d.C.) e termina il 21 settembre con l'apostolo ed evangelista san Matteo, il pubblicano la cui improvvisa chiamata da parte di Cristo (Mt 9, 9) illustra perfettamente la regola centrale della conversione cristiana: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24).

Come sempre accade con il calendario della Chiesa, maturato lentamente nel corso dei secoli, le feste sono giunte a occupare i giorni intermedi, con una convenienza guidata dalla Divina Provvidenza.

La prima preghiera del sacerdote prima della Santa Comunione

Conosciamo più a fondo le sublimi formule della Messa dei secoli e gli elementi che ne fanno un unicum irreformabile. Ogni semplice sfumatura è densa di significati per nulla scontati a prima vista. Non minuzie, ma patrimonio del passato, da custodire nel presente e per il futuro. Conoscerle non è ininfluente per una fede sempre più profonda e radicata. Nella nostra traduzione da New Liturgical Movement oggi ci soffermiamo sulla Prima Preghiera del sacerdote prima della Santa Comunione. Qui l'indice degli altri articoli sulle formule del Latino liturgico.

La prima preghiera del sacerdote prima della Santa Comunione

Dopo il Bacio della Pace [qui], il sacerdote si prepara alla Santa Comunione con due preghiere nello stile delle Orazioni. Entrambe sono “germogli cresciuti dalle radici ancora vive della liturgia gallicana abbandonata”, secondo la vivida formulazione di Jungmann (vol. 2, 344). La prima preghiera si trova nel Sacramentario di Amiens del IX secolo. Essa è:
Domine Jesu Christe, Fili Dei vivi, qui ex voluntate Patris, cooperante Spiritu Sancto, per mortem tuam mundum vivificasti: líbera me per hoc sacrosanctum Corpus et Sanguinem tuum ab omnibus iniquitatibus meis et universis malis: et fac me tuis semper inhaerere mandatis, et a te numquam separari permettas: Qui cum eodem Deo Patre et Spiritu Sancto vivis et regnas, Deus, in saecula saeculorum. Amen.

lunedì 21 settembre 2026

Ogni cedimento strappato per sfinimento diventa il precedente del successivo

Qui l'indice dei precedenti sul filo-islamismo.
Ogni cedimento strappato per sfinimento
diventa il precedente del successivo


Pakistano con passaporto italiano ripudia la moglie secondo la sharia e pretende che il Comune lo registri. È il "talaq", l'atto con cui la si sbologna con tre parole. Letteralmente.

Funziona così: il marito pronuncia "talaq, talaq, talaq" e il matrimonio è sciolto.
Non deve motivare, non deve ottenere il consenso di lei, in molte scuole giuridiche la donna non deve nemmeno essere presente.

Femministe italiane, avete nulla da dire?

A Monfalcone gli hanno risposto picche. Lui, abituato ad andare per le spicce, si è infuriato: "Altri lo fanno".
Ecco la notizia. Più della pretesa, più della prepotenza: la sicurezza. Perché un uomo perde le staffe per un rifiuto soltanto quando è abituato ai sì.

Il problema della liturgia e della musica sacra è anche il problema dei Seminari

Qui l'indice degli articoli sulla musica sacra. La musica è solo un aspetto del problema dei seminari. Risulta anche che Leone XIV non sa dove trovare i prefetti per i Dicasteri. Ma anche qui è evidente che, se nei seminari si formano preti mediocri, poi dai preti nascono vescovi mediocri. Il problema è concentrare le risorse sui luoghi di formazione. Ma quali risorse, oggi?

Il problema della liturgia e della musica sacra
è anche il problema dei Seminari


Io sono impegnato nel campo della musica sacra da oltre 40 anni. Purtroppo devo constatare che la crisi che cominciai a conoscere nella mia adolescenza non è certo risolta ora che mi trovo negli anni della piena maturità. Ci sono varie cause a questo stato di cause ma una di queste mi è sempre apparsa molto chiara: l’inadeguata conoscenza di gran parte del clero riguardo il ruolo della musica nella liturgia e la loro, diciamolo chiaro, ingnoranza musicale e liturgica. Certo ci sono eccezioni ma sono, appunto, solo delle eccezioni.

La vita di un musicista liturgico si riassume nelle continue lotte con sacerdoti che non hanno strumenti per comprendere l’importanza della musica nella liturgia. Certo, ci sono anche musicisti di chiesa inadeguati, ma anch’essi sono il prodotto di un clero che non da alla liturgia l’importanza che meriterebbe.

Nessuna risposta alla richiesta di udienza papale per i partecipanti all'annuale 'Peregrinatio ad Petri Sedem'

Nella nostra traduzione dal Substack di Edward Pentin. Nove mesi dopo che gli organizzatori del pellegrinaggio Ad Petri Sedem avevano richiesto un'udienza, il Vaticano ha declinato la richiesta di una Messa pontificale in San Pietro e non è stato annunciato alcun incontro papale. Una chiusura ed un silenzio del papa innaturale e contraddittorio perfino con la tanto declamata sinodalità... Qui l'indice degli articoli sulla Liturgia ai tempi di Leone.

Nessuna risposta alla richiesta di udienza papale per i partecipanti all'annuale 'Peregrinatio ad Petri Sedem'

Leone XIV sta forse perdendo l’occasione di sanare le ferite dei cattolici legati alla tradizione non incontrando, il mese prossimo, un loro ampio gruppo rappresentativo?

Il Santo Padre non ha finora risposto alla richiesta di udienza papale avanzata dai leader del pellegrinaggio annuale di cattolici tradizionali a Roma — nonostante la richiesta sia stata presentata nove mesi fa e lo scorso anno il Papa abbia affermato che avrebbe voluto incontrare tali gruppi.

Gli organizzatori del pellegrinaggio Ad Petri Sedem [qui], in programma dal 23 al 25 ottobre e composto prevalentemente da laici, avevano richiesto l’udienza papale in una lettera firmata da due membri laici dell’organizzazione e consegnata personalmente dal vescovo Athanasius Schneider in occasione del suo incontro con Papa Leone in Vaticano lo scorso dicembre.

domenica 20 settembre 2026

Indice degli articoli sulla Nota
"Un cammino di speranza"

Indice degli articoli sulla Nota
Un cammino di speranza. [qui]
Sessant'anni di dialogo interreligioso e fraternità alla luce della dichiarazione conciliare Nostra Aetate [qui]

Da collegare con la Dichiarazione di Abu Dhabi, Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune [qui].




I prodromi

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