Riportiamo la seconda parte di un articolo su Maria Corredentrice, paradigma di vita cristiana.
La sofferenza vicaria, il Corpo mistico e la manifestazione della vera religione.
Parte 1;
Parte 3. Qui
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De Maria numquam satis
La sofferenza vicaria, il Corpo mistico e la manifestazione della vera religione
p. Serafino Lanzetta, 4 febbraio 2026
«Io piango perché tu non piangi»
Questo è un programma di vita davvero importante. A questo proposito, è degno di nota un grande autore inglese, Padre Robert Hugh Benson (1871-1914), convertito alla fede cattolica dall’anglicanesimo. È conosciuto soprattutto per il suo bellissimo romanzo “Il padrone del mondo”. Dopo la conversione continuò a scrivere, producendo numerose opere per difendere apologeticamente la fede cattolica. Una di queste è The Mystical Body and its Head (Il Corpo mistico e il suo Capo, Sheed and Ward, New York 1911), tratta dalla sua opera più ampia Christ in the Church (Cristo nella Chiesa). Nella sezione dedicata al Getsemani – il libro è una profonda meditazione sulle tappe della Passione di Cristo – Padre Benson riflette sull’unicità del Corpo Mistico di Cristo e parla in modo illuminante della corredenzione anche senza citarla in maniera diretta. Il nucleo di questo mistero è tutto lì. Benson dice che nella Chiesa Cattolica esiste un principio che viene non solo accolto, ma anche pienamente messo in pratica: il principio del dolore vicario, della sofferenza vicaria (il concetto analizzato prima: il fatto che Gesù abbia fatto qualcosa al posto nostro, che cioè si sia offerto per noi al fine di redimerci). Questo principio del dolore vicario, cioè l’amore con cui ci aiutiamo a vicenda a raggiungere la santificazione, dice Padre Benson, è pienamente riconosciuto e vissuto nella Chiesa Cattolica ed è al contempo ciò che manifesta l’unicità della Chiesa. Viene citato l’esempio del Santo Curato d’Ars, il quale, un giorno, mentre confessava per ore, come sempre, ricevette un penitente che gli elencò dei peccati gravissimi, ma senza il minimo segno di contrizione. Il santo Curato ne fu stupito ed esclamò: «Come? Non piangi? Non versi una lacrima per i tuoi peccati?». E continuando ad ascoltare quella confessione poco contrita, soggiunse: «Io piango perché tu non piangi». Questa è squisita carità. Questa è corredenzione in azione; la corredenzione di un sacerdote, il Santo Curato d’Ars, che era disposto a fare qualcosa al posto di quel penitente, a “soffrire al suo posto”, pur di guadagnarlo a Cristo. Padre Benson commenta e dice che questo è un esempio lampante della bellezza e dell’unicità della Chiesa Cattolica. Questa sofferenza vicaria è corredentiva ed è un principio di vita cristiana. Leggiamo quanto scrive Benson: «Questo principio, dunque, attraversa tutta la Chiesa Cattolica, dalla testa ai piedi. In essa non solo il sacrificio esteriore della Croce viene offerto incessantemente nell’augustissimo mistero dell’altare – (ciò che Cristo ha fatto una volta lo fa sempre) –; e in un modo diverso nelle sofferenze esterne delle sue membra; ma anche i dolori interiori del Getsemani vengono similmente perpetuati. Ogni vero sacerdote, nel confessionale, conosce qualcosa di quel senso del peccato che porta su di sé al posto del penitente. “Io piango, singhiozzava il Curato d’Ars, perché tu non piangi”. Ogni cattolico ben istruito sa offrire il proprio dolore per la salvezza di un’altra anima, perché soltanto nella Chiesa Cattolica si manifesta questa stirpe sacerdotale di cui parla il primo Papa (cf. 1Pt 2,9). Solo nella Chiesa Cattolica, infatti, quell’immenso principio del dolore vicario viene accolto, riconosciuto e vissuto: quel principio sul quale è tenuta insieme l’intera catena della vita, persino nell’ordine fisico… “Qui nella mia Chiesa, e solo qui, rivivo in pienezza, con volontà e intelligenza, quella mia agonia registrata nei Vangeli. Qui, nella cella del contemplativo, nel confessionale di un degno sacerdote, nella stanza da letto di un sofferente altruista, in ogni agonia interiore coraggiosamente sopportata, rimango ancora una volta nel giardino, immerso nel sangue, strappato da me, non dai flagelli ma dal dolore”».