Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

venerdì 14 agosto 2026

Lettera di Leone al card. Roche sulla liturgia

Una notizia che colpisce e che pubblico con notazioni essenziali in attesa di rifletter meglio. Le premesse non mi sembrano incoraggianti. Io mi sto beando con le formule del Latino liturgico di cui sto preparando le prossime pubblicazioni; ma costoro ne ignorano l'incanto e la profondità che non possiamo lasciar vanificare dalle loro visuali ideologiche e distruttive. Ne riparleremo. Qui l'indice degli articoli sulla liturgia ai tempi di Leone.

Lettera di Leone al card. Roche sulla liturgia

La Santa Sede ha pubblicato una lettera di Leone XIV al cardinale Roche [qui], datata 29 giugno e scritta in occasione della conferenza sulla formazione liturgica tenuta nell’abbazia di Mount Angel, in Oregon.

Il testo (in inglese) parla di formazione liturgica, richiama Desiderio desideravi, insiste sull’ars celebrandi e afferma con chiarezza «l’esigenza di fedeltà ai testi e alle istruzioni approvati», chiedendo rispetto per i riti promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II. Di fatto sembra rafforzare l’autorità di Roche e rendere sempre meno plausibile un semplice ritorno a Summorum Pontificum.

Risulta che le sue catechesi attuali sono sulla Sacrosanctum Concilium e molto ci sarà da attingere in itinere già qui sul suo programma. Anche se la sua visuale è già fin troppo chiara in chiave di lettura conciliarista e, sembrerebbe, senza eccezioni. Tuttavia, visto che insiste tanto sull'unità, vedremo come la concepisce.

Per questo pubblico in anticipo sulla programmazione un testo molto significativo di don Mario Proietti [qui]. Ne ricaviamo molti squarci di comprensione sulla mentalità della Chiesa attuale che sta mettendo sempre più all'angolo la Tradizione. (Maria Guarini)

Il Latino non è il problema. Il problema è quello che abbiamo smesso di voler insegnare

Finalmente se ne sono accorti (udite udite) perché lo ha detto perfino Enzo Bianchi [vedete chi è qui]! Ma il problema non è solo il latino è anche il Rito e ciò che esso davvero celebra e veicola, oltre al resto che lo stesso don Mario Proietti riconosce nell'articolo che segue... E hai visto mai che il latino diventasse esclusivo dei tradizionalisti! E non avrei finito i punti esclamativi! Il problema è che riconosce gli effetti, ma non le cause, delle quali è vietato discutere: il Concilio e le due ambiguità. Ha abolito i dogmi, ma ora è il nuovo superdogma indiscutibile... Qui l'indice degli articoli sul latino.

Il Latino non è il problema. Il problema è quello che abbiamo smesso di voler insegnare

Premessa su Facebook
Cari amici, ho letto l'articolo di Enzo Bianchi sul suo blog, pubblicato su Vita Pastorale agosto-settembre 2026, sullo scisma della Fraternità San Pio X. In un passaggio riconosce con molta franchezza la sciatteria di tante celebrazioni, critica certe Messe trasformate in spettacolo e arriva a scrivere: «allora decisamente meglio il gregoriano».

Quella frase mi ha fatto pensare. Perché il problema del latino non riguarda il Vetus Ordo. Il latino appartiene alla Chiesa latina e il Concilio Vaticano II non ne aveva previsto la scomparsa. Sacrosanctum Concilium chiedeva che fosse conservato e che i fedeli imparassero almeno le parti dell’Ordinario della Messa.

Nel postconcilio è accaduto qualcosa di diverso. Si è detto che la gente non capiva il latino e da questa constatazione si è fatta derivare quasi naturalmente la sua inutilità. È proprio questo passaggio che oggi mi sembra discutibile.

Ciò che non si comprende può essere imparato. Negli stessi anni in cui l’istruzione diventava finalmente accessibile a tutti, nella Chiesa si diffondeva l’idea che il popolo non dovesse più essere educato a conoscere una parte del proprio patrimonio liturgico. Era più semplice eliminarlo.

Poi abbiamo tradotto tutto. E abbiamo scoperto che parole italianissime come “redenzione”, “grazia”, “consustanziale” e “incarnazione” continuavano a non essere comprese da chi non aveva ricevuto una formazione cristiana. Il problema, dunque, non era semplicemente la lingua. Era ciò che avevamo smesso di insegnare.

Per questo credo che l’esame di coscienza sul postconcilio non possa fermarsi agli abusi più vistosi. Occorre interrogarsi anche sulle idee che hanno reso possibile considerare inutile ciò che per secoli era stato parte della nostra identità.

Il latino non va consegnato ai tradizionalisti. Appartiene alla Chiesa. E recuperarlo non significherebbe tornare indietro. Significherebbe riconoscere che ciò che abbiamo ricevuto può ancora meritare lo sforzo necessario per essere conosciuto.

Ne parlo nel nuovo articolo sul blog e per chi desiderasse leggere integralmente l’articolo di Enzo Bianchi, Dopo lo scisma, «bisogna andare avanti», pubblicato su Vita Pastorale (agosto-settembre 2026) e ripreso sul suo blog, è possibile consultarlo al link posto al termine della mia riflessione sul blog

Ecco l'articolo di don Proietti:

Ho letto con interesse l’articolo di Enzo Bianchi dedicato allo scisma della Fraternità San Pio X e pubblicato su: Vita Pastorale agosto-settembre 2026. Tra le molte osservazioni contenute nel testo, una mi ha particolarmente colpito. Bianchi riconosce con molta franchezza la sciatteria di tante celebrazioni, critica le Messe trasformate in spettacolo e, parlando dei canti che oggi risuonano nelle nostre chiese, arriva a scrivere: «allora decisamente meglio il gregoriano».

È un’ammissione significativa, soprattutto perché proviene da una voce che appartiene pienamente alla stagione ecclesiale sviluppatasi dopo il Concilio.

Leggendola mi è sorta una domanda che va oltre il problema della Fraternità San Pio X e riguarda il modo in cui la Chiesa ha attraversato gli ultimi sessant’anni. Quando una cultura ecclesiale riconosce oggi gli effetti di alcune scelte compiute nel passato, occorre domandarsi se sia sufficiente correggerne gli eccessi oppure se sia necessario tornare più indietro e interrogare i criteri che le avevano rese possibili.

Chi appartiene alla storia di un problema può certamente contribuire a comprenderlo. Per farlo deve riuscire a riconoscere anche le premesse culturali che per lungo tempo sono sembrate evidenti e che proprio per questo non sono state discusse.

Il latino liturgico costituisce un caso esemplare. Ogni volta che se ne parla, la questione viene immediatamente collegata al Vetus Ordo, quasi che il latino appartenga a una determinata forma rituale oppure a una precisa sensibilità ecclesiale. In realtà la lingua latina appartiene alla storia della Chiesa occidentale molto prima delle nostre attuali controversie liturgiche. Il Concilio Vaticano II non ne dispose la scomparsa. Sacrosanctum Concilium chiese che il suo uso fosse conservato nei riti latini e stabilì che i fedeli fossero messi in condizione di recitare o cantare insieme in latino le parti dell’Ordinario della Messa che spettavano loro.

La vicenda successiva prese una direzione molto diversa. Nel giro di pochi anni il latino scomparve quasi completamente dalla vita liturgica ordinaria di molte comunità. Insieme alla lingua si diffuse anche un giudizio: il latino era difficile, poco comprensibile, inadatto a una Chiesa che desiderava avvicinarsi all’uomo contemporaneo.

La motivazione appariva talmente ovvia da non richiedere quasi alcuna discussione: la gente non capiva. È proprio qui che oggi vale la pena fermarsi. Dal fatto che una persona non comprenda qualcosa non deriva necessariamente che quella realtà debba essere eliminata. Tutta la nostra esperienza educativa procede nella direzione opposta. Ciò che non conosciamo può essere imparato. Ciò che inizialmente appare difficile può diventare familiare attraverso lo studio e l’abitudine.

Proprio negli anni in cui l’accesso all’istruzione diventava progressivamente universale, dentro la Chiesa si affermò una singolare sfiducia nella possibilità che il popolo imparasse una parte del proprio patrimonio liturgico.

Nessuno avrebbe dovuto trasformarsi in un latinista. Le parti ordinarie della Messa costituiscono un insieme relativamente limitato di testi che accompagnano il fedele per tutta la vita. Il Gloria, il Credo, il Sanctus, l’Agnus Dei, il Pater noster avrebbero potuto continuare a essere conosciuti e compresi attraverso una normale educazione liturgica. Era precisamente ciò che il Concilio aveva previsto.

La questione diventa allora molto più interessante del semplice confronto tra latino e le altre lingue parlate, perché tocca il modo in cui abbiamo concepito la formazione cristiana.

Per secoli l’educazione alla fede aveva accompagnato l’uomo dentro una realtà ricevuta. Si imparava progressivamente un linguaggio e si veniva introdotti nel significato di gesti che non erano stati inventati dalla generazione presente. La tradizione funzionava precisamente così: qualcosa veniva ricevuto, assimilato e poi consegnato.

Nel clima culturale del postconcilio si è progressivamente affermato un criterio diverso. Ciò che richiedeva un percorso di apprendimento veniva facilmente percepito come una distanza da ridurre. La liturgia doveva diventare immediatamente accessibile, la lingua doveva coincidere con quella parlata e ogni elemento ereditato era chiamato a giustificare la propria utilità davanti alle esigenze dell’uomo contemporaneo.

Qui nasce una domanda che raramente viene posta: utile rispetto a quale fine? Una realtà può essere giudicata inutile soltanto dopo aver stabilito l’obiettivo che si desidera raggiungere. Se lo scopo della lingua liturgica consiste esclusivamente nella comprensione immediata delle parole, il latino perde gran parte della propria funzione. Se la liturgia introduce anche dentro una memoria ecclesiale che attraversa i secoli e rende percepibile l’appartenenza a una Chiesa più grande della singola comunità locale, il giudizio cambia profondamente.

Il problema non riguarda quindi soltanto una lingua abbandonata, ma l’orizzonte nel quale quell’abbandono venne considerato un progresso. Ed è precisamente qui che la riflessione di Bianchi mi sembra involontariamente istruttiva. Quando oggi riconosciamo che molte celebrazioni sono diventate sciatte, che alcuni canti hanno impoverito la preghiera e che il gregoriano possiede una qualità liturgica che merita di essere custodita, stiamo già ammettendo che il criterio dell’immediatezza non ha prodotto necessariamente una liturgia più capace di introdurre al mistero.

La stessa verifica può essere fatta sul piano della comprensione. Abbiamo tradotto la liturgia nella lingua corrente e ci siamo accorti che la lingua corrente non garantisce affatto la comprensione della fede. Parole come incarnazione, redenzione, grazia e consustanziale sono perfettamente italiane. Restano incomprensibili quando nessuno le insegna.

Il problema che pensavamo di risolvere attraverso la traduzione ritorna dunque nel punto esatto dal quale eravamo partiti: occorre formare. A questo punto diventa legittimo chiedersi se non abbiamo sacrificato una parte del nostro patrimonio per evitare un lavoro educativo che avremmo dovuto compiere comunque.

Qui la vicenda del latino incontra una questione culturale ancora più vasta. Joseph Ratzinger ha spesso descritto la difficoltà dell’Occidente contemporaneo nel riconoscere positivamente la propria eredità. Una cultura può certamente sottoporre a giudizio ciò che ha ricevuto. Quando perde il senso della continuità, finisce per considerare il passato soprattutto come qualcosa da superare.

Il latino sembra aver subito proprio questa trasformazione. Da lingua della memoria ecclesiale è diventato progressivamente il simbolo di una Chiesa dalla quale ci si voleva emancipare. Quando cambia il giudizio sull’eredità, anche la perdita può essere presentata come liberazione.

Forse è questo il punto sul quale occorrerebbe oggi interrogarsi con maggiore libertà, senza consegnare il latino ai gruppi tradizionalisti e senza trasformarne il recupero in una battaglia contro la riforma liturgica.

Il latino non appartiene ai tradizionalisti e non possiamo permettere che ne diventi la loro bandiera. Il latino appartiene alla Chiesa latina. Recuperarne una presenza normale nella liturgia non significherebbe rinnegare il Concilio, quanto prendere sul serio ciò che il Concilio stesso aveva previsto e riconoscere che la trasmissione della fede richiede anche la disponibilità a insegnare ciò che non viene compreso immediatamente. Auspico che questa dimensione possa trovare spazio anche nelle catechesi che papa Leone sta dedicando alla Sacrosanctum Concilium.

L’articolo di Enzo Bianchi invita la Chiesa, dopo lo scisma, a fare un esame di coscienza e poi ad andare avanti. È un’indicazione che condivido e sulla quale mi sono già soffermato in una delle mie ultime riflessioni. Un vero esame di coscienza non può fermarsi agli abusi più evidenti. Deve risalire alle idee che li hanno resi possibili.

Per questo, mentre discutiamo del futuro della liturgia, argomento assai scottante in questa calda estate, una domanda continua a sembrarmi necessaria: quando abbiamo smesso di pensare che ciò che avevamo ricevuto meritasse lo sforzo necessario per essere imparato?

Forse andare avanti significa anche avere il coraggio di recuperare ciò che abbiamo abbandonato troppo in fretta, senza immaginare impossibili restaurazioni del passato. Significa piuttosto impedire che la Chiesa, nel desiderio di rendersi comprensibile al presente, finisca per diventare sempre meno capace di trasmettere al futuro ciò che essa stessa ha ricevuto.
don Mario Proietti- Fonte

Papa Leone mantiene il cardinale eterodosso Marx a capo del consiglio economico vaticano

Inaudito, direi; evidentemente sono dello stesso stampo! Inutile ormai illudersi su possibili cambiamenti di rotta rispetto al predecessore. https://www.lifesitenews.com/news/pope-leo-keeps-heterodox-cardinal-marx-as-head-of-vatican-economic-council/ Nel contempo il Vescovo Eleganti avverte che le riunioni di Papa Leone con celebrità di sinistra degradano il papato.
Papa Leone mantiene il cardinale eterodosso Marx a capo del consiglio economico vaticano

Papa Leone XIV ha confermato il cardinale Reinhard Marx a capo del Consiglio per l'Economia del Vaticano, nominando al contempo otto nuovi membri, tra cui quattro laici.

Secondo quanto riportato dalla Sala Stampa della Santa Sede, martedì 11 agosto il Papa ha annunciato i nuovi membri del Consiglio e confermato quelli già in carica. Marx rimane coordinatore del Consiglio per l'Economia, mentre la sua vice è la giurista e laica tedesca Charlotte Kreuter-Kirchhof dell'Università Heinrich Heine di Düsseldorf.
Tra i nuovi membri del consiglio figurano i cardinali Grzegorz Ryś di Cracovia, Ladislav Nemet di Belgrado, Jean-Paul Vesco di Algeri e Roberto Repole di Torino. Inoltre, il Papa ha nominato quattro esperti del mondo imprenditoriale: Denis Duverne, Gisela Liechtenstein, Paolo Nusiner ed Elena Wettstein Principato.

Quando le gerarchie cattoliche giungeranno alla resa dei conti al pari di Anthony Fauci?

Interessante segnalazione da Crisismagazine. Ci si chiede perché, all’interno della Chiesa cattolica, non si prefiguri una discussione simile a quella in corso con protagonista Fauci, in ordine alla discutibile gestione ecclesiastica durante la pandemia [qui]. Nei sei anni trascorsi dallo scoppio della pandemia di Covid, non è stata condotta alcuna analisi approfondita delle decisioni prese dai vescovi e da Papa Francesco in quel periodo. Ma diventa una discussione accademica per il fatto che il primo ad allinearsi è stato il papa e i vescovi con lui, mentre il suo successore sembra in perfetta consonanza con chi l'ha preceduto.

Quando le gerarchie cattoliche giungeranno alla resa dei conti al pari di Anthony Fauci?

Il Senato degli Stati Uniti voterà a breve se dichiarare il dottor Anthony Fauci colpevole di oltraggio al Congresso per essersi rifiutato di rispondere alle domande di una commissione del Senato. Lo scorso 29 luglio, la Commissione per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi ha tenuto un'audizione in cui Fauci, ex direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, si è ripetutamente avvalso del Quinto Emendamento, che vieta di autoincriminarsi, quando gli sono state poste domande sulle decisioni prese durante il suo mandato come "zar del Covid". I repubblicani hanno definito l'audizione un controllo sull'operato del governo durante la pandemia; i democratici l'hanno definita una perdita di tempo retrospettiva per "riaprire la questione" della storia del Covid.

Il Canone romano e lo stato di necessità

Nella nostra traduzione da PeriodicoLaEsperanza. Dice bene e lo dimostra: "Il modernismo non procede principalmente attraverso la negazione esplicita dei dogmi, ma attraverso la loro riconfigurazione a partire da un principio soggettivo in sostituzione della verità rivelata." È stato impegnativo come redazione, sia per i numerosi riferimenti che non ho voluto trascurare per una lettura davvero completa che per alcune glosse che ne integrano la bellissima esposizione. E soprattutto la nota, che diventa un articolo a sé; ma evita dispersioni, permettendo la continuità della consultazione. Qui l'indice degli articoli sulle formule del latino liturgico. Qui l'indice di quelli della Chiesa ai tempi di Leone.

Il Canone romano e lo stato di necessità

Ogni grazia ricevuta dall'anima scaturisce dalla Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, causa meritoria della nostra salvezza, la cui potenza è significata nel Suo Preziosissimo Sangue versato per la nostra redenzione e che viene ordinariamente applicata attraverso i santi sacramenti. Ma questo stesso sacrificio della Passione si perpetua in modo incruento nel santo sacrificio della Messa, in cui la sua efficacia ci viene comunicata; e così, tutti i sacramenti e tutta la vita cristiana sono ordinati a questo augusto mistero e alla Santissima Eucaristia, culmine del culto divino, nella quale Nostro Signore Gesù Cristo è veramente, realmente e sostanzialmente presente.

Questo si dice nel mese della Solennità del Preziosissimo Sangue, che la pietà della Chiesa celebra il 1° luglio, e lo menziono qui non senza ragione: il Canone Romano non è altro che il rito stesso mediante il quale quel Sangue, versato una volta per tutte sul Calvario, si rende nuovamente presente sull'altare, segno vivente di quell'immolazione cruenta che in sé non può più essere ripetuta. Sia dunque chiaro fin da subito che ciò che si dirà del Canone non intende riferirsi ad esso come a un mero formulario antico, ma piuttosto al fatto che, per disposizione della Chiesa, è il canale stesso attraverso il quale questo Sangue viene effuso sulle anime.

giovedì 13 agosto 2026

Santa Messa solenne antiquior dell'Assunta a Tolentino

Nel quartiere “Cappuccini” di Tolentino la festa dell’Assunta di Sabato 15 agosto 2026 sarà particolarmente solenne grazie ai confratelli “sacconi” di Tolentino che hanno organizzato nella Chiesa del Sacro Cuore di Tolentino il tradizionale Pellegrinaggio a cui prenderanno parte, come di consueto, anche dei turisti e dei fedeli stranieri.

La Messa Solenne cantata delle ore 17,00 sarà celebrata da don Giorgio Lenzi, Superiore Italiano dell’Istituto del Buon Pastore di Roma che porterà a Tolentino un Sacerdote novello ordinato, assieme ad altri suoi confratelli  del seminario internazionale San Vincenzo de Paoli, il 4 luglio scorso dal Cardinale Gerhard Ludwig Müller prefetto emerito del Dicastero per la Dottrina della Fede.

Degna di nota la partecipazione dei Solisti dell’Accademia dei Dissennati diretti dal Maestro Lorenzo Chiacchiera e dei Cantori gregoriani diretti dal Maestro Francesco Mazzeo che seguiranno questo programma di musica sacra polifonica:

Introduzione al Vangelo

Conosciamo più a fondo le sublimi formule della Messa dei secoli e gli elementi che ne fanno un unicum irreformabile. Ogni semplice sfumatura è densa di significati per nulla scontati a prima vista. Non minuzie, ma patrimonio del passato, da custodire nel presente e per il futuro. Conoscerle non è ininfluente per una fede sempre più profonda e radicata. Nella nostra traduzione da New Liturgical Movement oggi ci soffermiamo su L'introduzione al Vangelo. Qui l'indice degli altri articoli sulle varie formule del latino liturgico.

Mentre per l'Epistola esistono diverse introduzioni, per il Vangelo ce n'è solo una: In illo tempore, ovvero "A quel tempo". Esiste un'altra introduzione per l'Epistola, In diebus illis, ovvero "In quei giorni", simile ma più vaga. "In quei giorni" può suggerire qualcosa come "Nei tempi antichi": gli eventi in questione sono accaduti molto tempo fa, ma non sappiamo con precisione quando, o forse non è così importante. Suggerisce, tuttavia, che gli eventi siano realmente accaduti, a differenza dell'onnipresente introduzione alle fiabe. "C'era una volta", naturalmente, è un modo per dire "Questo non è mai accaduto nel tempo".

Statistiche di lettura inconsuete. Interesse o monitoraggio?

Carissimi,
condivido con voi il mio stupore. Dopo tanto tempo sono andata a guardare le statistiche del blog e mi sono accorta che da qualche mese i lettori superano i 100.000 e, a volte, i 200.000 (sì avete visto bene) al giorno. 
Le punte più alte risultano dagli USA. 
La cosa strana è che vanno a spulciare tutto il blog, anche gli articoli più vecchi che non ricordavo. 
Ieri, ad esempio, il più letto è stato questo. Secondo voi è interesse o monitoraggio?

Due papi nel mirino: dichiarano guerra… ai cattolici tradizionalisti

Nella nostra traduzione da Remnant. Dalla Traditionis Custodes di Francesco alle scomuniche della Fraternità San Pio X di Leone XIV, due pontificati consecutivi hanno rivolto la campagna più aspra della Chiesa non contro i nemici secolari, ma contro gli stessi cattolici legati alla Tradizione. Si tratta di una correzione pastorale o di una guerra senza precedenti contro i fedeli? Quello che segue è uno sfogo, più che un'analisi argomentata; ma inquadra la realtà attuale. Qui l'indice della liturgia ai tempi di Leone e qui l'indice dei precedenti.

Due papi nel mirino: dichiarano guerra… ai cattolici tradizionalisti

I fedeli cattolici non possono certo ignorare due dichiarazioni di due papi diversi... o forse sì?

I cattolici di buona volontà lo capiscono. Le macchinazioni sono state ben documentate. Sia Papa Francesco che Papa Leone XIV hanno condotto la santa Barca di Pietro in posizione di guerra; una guerra in cui il Vaticano è l'aggressore.

Non è una guerra “contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti della malvagità che sono nei luoghi celesti (Efesini 6)”. Né è una guerra contro la brutalità empia del Partito Comunista Cinese o contro il massacro di cattolici innocenti da parte di musulmani radicali in Africa.
No. Questa orribile guerra vaticana è condotta contro i cattolici tradizionalisti all'altare, e ora anche contro quelli seduti tra i banchi. È una guerra contro i fedeli.

mercoledì 12 agosto 2026

12 agosto. Ricordiamo Santa Chiara

Quando, nel pericolo, si sapeva a Chi ricorrere e non si esitava a farlo. 
Oggi ricorre la festa di Santa Chiara nell'Anno liturgico tradizionale. La ricordiamo col prodigio raccontato da San Tommaso da Celano: le truppe arabe volevano espugnare Assisi, ma furono respinte dinanzi al Tabernacolo sollevato dalla giovane suora
Questo Miracolo Eucaristico è citato nella Leggenda di Santa Chiara Vergine, scritta da Tommaso da Celano. Si descrive il Miracolo operato da Santa Chiara d’Assisi che con il Santissimo Sacramento riesce a respingere le truppe saracene al soldo dell’imperatore Federico II di Svevia, nel 1240.

La leggenda così racconta: “Erano stanziate lì, per ordine imperiale, schiere di soldati e nugoli di arcieri saraceni, fitti come api, per devastare gli accampamenti e per espugnare le città. E una volta, durante un assalto nemico contro Assisi, città particolare del Signore, e mentre ormai l’esercito si avvicinava alle sue porte, i feroci Saraceni irruppero nelle adiacenze di San Damiano, entro i confini del monastero, anzi fin dentro al chiostro stesso delle vergini. Si smarriscono per il terrore i cuori delle Donne, le voci si fanno tremanti per la paura e recano alla Madre (Santa Chiara) i loro pianti.