Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

mercoledì 28 ottobre 2026

CEI e Pisai presentano le Schede per conoscere l'islam

Notizia già ampiamente diffusa; ma diciamo anche la nostra. Empia iniziativa conseguenza di Abu Dhabi [qui] e Fratelli tutti [qui] a partire da Nostra Aetate [qui].

Premessa su alcune conseguenze della notizia pubblicata di seguito

Striscione a Zola In occasione della visita del card. Zuppi: "L’Islam non deve entrare nelle scuole"

Circa le schede sull’Islam distribuite dalla Curia agli insegnanti di religione nelle scuole. "Conoscere una religione non significa introdurne l’insegnamento nelle aule scolastiche. 
È necessario preservare le tradizioni e le radici cristiane del nostro Paese, senza confondere il dialogo tra religioni con il ruolo educativo della scuola pubblica", scrivono in un comunicato gli ex consiglieri comunali di Zola Lucio Vignoli (Forza Italia) e Domenico Nobile che, si sospetta, siano gli autori del lenzuolo di protesta. 
"La scuola – proseguono Vignoli e Nobile – deve garantire una formazione basata sulla storia, sulla cultura e sui principi costituzionali italiani, nel rispetto della libertà religiosa di ogni cittadino". 
Dall’insegnamento della religione all’integrazione e la composizione delle classi nelle scuole il passo è breve.

In aumento i sacerdoti che si avvicinano alla FSSPX

Una notizia che dimostra la crescente marginalizzazione della Tradizione, che resite, ma viene tagliata fuori. Qui l'indice della Liturgia ai tempi di Leone.

In aumento i sacerdoti che si avvicinano alla FSSPX

Un sorprendente e positivo effetto boomerang che Roma certamente non si aspettava: l’afflusso di sacerdoti diocesani che entrano a far parte, direttamente o come sacerdoti associati, della Fraternità sacerdotale San Pio X.

Le minacce e le cosiddette scomuniche per le consacrazioni compiute per preservare la Fede sembrano aver prodotto l’effetto contrario a quello auspicato dalla Chiesa conciliare.

Negli Stati Uniti la diocesi di Knoxville ha annunciato il 2 ottobre la revoca di “tutte le facoltà, i permessi e le autorizzazioni” a padre David Mary Engo a causa del suo lavoro pastorale “associato e a sostegno della Fraternità sacerdotale San Pio X”. Ordinato sacerdote nel 1997, ex francescano e fondatore dei Fratelli Minori Francescani, fino a poco tempo fa aveva prestato servizio come cappellano di una comunità di monache contemplative.

martedì 27 ottobre 2026

Quei cardinali che hanno perso il latino

Ai vertici della Chiesa, una generazione di prelati rischia di non essere più in grado di leggere direttamente i testi che ne fondano la dottrina, il diritto e la liturgia. Qui l'indice degli articoli sulla latina lingua.

Quei cardinali che hanno perso il latino

Lo si sospettava, oggi è una certezza in cifre: più del 65% degli attuali cardinali ha "perso il proprio latino", o più esattamente non l'ha mai imparato. La rivelazione è stata fatta dal vaticanista del quotidiano Il Tempo, Francesco Capozza, sulla sua pagina Facebook il 4 agosto 2026: «Le mie ricerche sono durate diversi mesi, ho consultato seminari, università, congregazioni, e quant’altro. Il risultato è imbarazzante: oltre il 65% dell’attuale Collegio Cardinalizio non conosce mezza parola di latino, non lo ha mai studiato, non lo ha mai compreso. È la gravissima eredità di Bergoglio, che ha dato alla Chiesa prìncipi in porpora ignoranti, senza arte né parte, ignari che il latino è la lingua ufficiale della Chiesa».

lunedì 26 ottobre 2026

Mons. Viganò/ QUOD SCRIPSI, SCRIPSI

Qui l'indice degli interventi precedenti e correlati
Mons. Viganò/ QUOD SCRIPSI, SCRIPSI
Omelia nella Festa di Cristo Re

Dicit ei Pilatus: Ergo rex es tu?
Respondit Jesus: Tu dicis quia rex sum ego.
Jo 18, 37
Dilettissimi Fratelli e Sorelle,
Due sono gli uomini che, nel Vangelo di questa solennità, parlano di regalità: uno è il Re, incatenato e silenzioso; l’altro è il giudice, che siede in tribunale e ignora di essere giudicato. Pilato interroga, e crede di condurre l’interrogatorio; ma chi lo ascolti con orecchio attento si avvede che la domanda Ergo rex es tu? è posta dal Prigioniero al pretorio, e dal pretorio all’intero universo. È la domanda alla quale ogni uomo, ogni famiglia, ogni Stato dovrà rispondere, e dalla cui risposta dipende la sorte eterna delle anime e il destino temporale delle nazioni.

Agnello. Latinorum o lingua eterna

Riprendiamo da Il pensiero cattolico. Cose già dette, ma giova ripetere con sottolineature diverse. Il testo è importante per molte considerazioni sulle ragioni del latino come lingua aeterna. Qui l'indice degli articoli sulla Latina lingua.

Agnello. Latinorum o lingua eterna

Esiste un pregiudízio diabolico da abbattere, quando parliamo del latino. Questo pregiudízio contraddice tutta la storia della Chiesa e spiega male anche quella piaga ecclesiale della mano sinistra (divisione nel culto tra clero e fedeli) che il beato Antonio Rosmini Serbati proponeva di sanare con accorgimenti molto pràtici. Questo pregiudízio è che il latino sia una língua morta, divisiva, elitaria, e quindi da usare il meno possíbile, per mantenere il Vangelo “popolare” e il culto comprensíbile a tutti. Sappiamo dalla storia che anche il greco bíblico è stato una língua comune non letterària, la cui sacralità è crollata appena si è spiegato che l’ispirazione dei libri sacri non è affatto meccanica. Quando però il greco divenne língua elitaria, colta e dei ricchi, anche la liturgia cattolica, che lo conservò fino agli inizî del III sècolo, nonostante in greco fosse scritto il Nuovo Testamento, cessò di usarlo e volle “parlare” il latino, come testimòniano le due traduzioni latine che precèdono la Vulgata di san Girolamo e sono dette “prische versioni”: l’Itala e l’Afra, che risalgono al II secolo. Dunque il latino cristiano spunta presto, ma la latinizzazione della liturgia romana è un processo lentíssimo che sappiamo compiuto alla fine del III secolo.

domenica 25 ottobre 2026

Arciv. Viganò / Ai fedeli, ai chierici e ai sacerdoti della XV Peregrinatio ad Petri Sedem

Qui l'indice degli interventi precedenti e correlati.
Arciv. Viganò / Ai fedeli, ai chierici e ai sacerdoti della XV Peregrinatio ad Petri Sedem

Mi rivolgo a voi da «scomunicato», poiché tale mi considerate. Ritengo che la condizione che mi è stata attribuita possa illuminare quella in cui voi stessi di fatto oggi vi trovate.

Voi non siete stati scomunicati, e fate di tutto per non esserlo, come chi vuole sfuggire a un castigo. Eppure siete trattati come degli scomunicati. Va detto, non senza ironia, che dopo avervi negato la Basilica Vaticana per il Pontificale, ora vi si vieta persino l’ingresso per la professione di Fede e per la devozione alla Sede del Beatissimo Pietro. E mentre il vostro accesso nella Basilica Vaticana vi è stato impedito con transenne e a Santa Maria Maggiore vi è stata concessa solo una Messa bassa al posto del solenne pontificale, pochi mesi fa si accoglievano gruppi LGBTQ+, con le loro bandiere arcobaleno e i loro slogan blasfemi, e un’abortista omoeretica travestita da arcivescovessa.

Come comunità ex Ecclesia Dei, come sacerdoti e vescovi ratzingeriani cultori del Summorum Pontificum, la Messa di sempre vi è concessa come un’eccezione da giustificare. Vi si esclude sempre più dalle parrocchie; vi si impone l’autorizzazione del Vescovo per celebrare ciò che i nostri padri celebravano senza permesso. I vostri Istituti sono sottoposti a visite e a verifiche, i vostri seminaristi sono guardati con sospetto, e il vostro rito è tollerato finché non disturba.

Che cos’è questo, se non una scomunica senza processo, o peggio ancora la volontà, da parte delle Autorità romane, di piegare la vostra coscienza?

Un’esclusione che non osa dire il proprio nome. Per evitare la sentenza, la subite nei fatti. Per non apparire “fuori dalla Chiesa”, vivete ai suoi margini, con contorsioni e incoerenze che sono ormai sotto gli occhi di tutti. Osate dire che non vi è alcuno stato di necessità, biasimate aspramente la Fraternità San Pio X, considerate me come un paria… Ne consegue che il vostro silenzio non vi preserva dal castigo: vi toglie soltanto il diritto di chiamarlo ingiusto.

Va riconosciuto, per amore di verità, che Leone e l’élite modernista-sinodalista che occupa il Vaticano agisce con coerenza. Leone crede fermamente nel Concilio Vaticano II ed è promotore entusiasta della sua versione sinodale: egli non può coerentemente sostenere il Rito di sempre, che ne è la smentita vivente.

Summorum Pontificum è sempre stato una chimera: lo smembramento dell’unico venerabile Rito in due forme antitetiche, un permesso che dipende da chi lo concede e che si ritira quando non serve più. Non vi si può dunque rimproverare la fiducia, ma la pretesa di voler fondare ciò che vi spetta per diritto divino sulla compresenza di due riti inconciliabili e su un indulto con cui vi si dichiara a stento tollerati.

Né vi giova appellarvi alla libertà religiosa o di culto, o all’inclusività sinodale, per assicurarvi uno strapuntino nel Pantheon: chi chiede, alla pari di tutti, il diritto di praticare il proprio culto ha già ammesso che la Messa Apostolica è un’esperienza religiosa tra le altre, e la Verità una opinione tra le opinioni. Queste false libertà non proteggono la Tradizione: sono lo strumento con cui la Verità – l’unica Religione – viene estromessa non solo dalla vita pubblica, ma finanche dal Sacro Recinto.

Non basta respingere il Concilio in ciò che contraddice il Magistero, come siete soliti ripetere. Il Vaticano II è stato un evento rivoluzionario ed è una rivoluzione permanente: va ripudiato come tale, non emendato con una lista di correzioni, perché nessuno rimedia con un’esegesi benevola a ciò che nacque come deliberata rottura.

Al cardinale Burke e a monsignor Schneider mi permetto di dire che la loro autorità è ormai tutta di facciata: sono la caricatura di loro stessi, con le loro mitrie preziose e le cappe magne, la difesa del Concilio e le concelebrazioni.

Roma non tace soltanto; non si limita a “tollerarvi” confinandovi in riserve indiane sempre più anguste: vi vuole rieducare e ve lo dice, pretendendo da voi – che godete di un significativo seguito nell’ambiente conservatore – che diventiate “opposizione di Sua Maestà”, fungendo da gatekeeper – come si usa dire oggi – e contenendo così l’emorragia di Cattolici sempre più disorientati dalla vostra acquiescenza dinanzi ai più scandalosi spropositi vaticani. Ed è ormai evidente che un’opposizione controllata, lungi dall’ottenere alcun successo per la causa del Cattolicesimo Romano, si rende invece complice della distruzione della Chiesa.

Ecco allora la dichiarazione pacificatrice del cardinale Burke: «Certamente la situazione attuale non costituisce uno stato di necessità». Ma se non vige lo stato di necessità oggi, dopo quale ennesimo scandalo e dopo quale inaudita eresia troverete il coraggio di insorgere? Quanti rospi siete ancora disposti a far ingoiare a quanti guardano a voi come ad un riferimento morale e dottrinale? Dopo «Amoris lætitia», la pachamama, ladDichiarazione di Abu Dhabi, «Traditionis custodes», «Fiducia supplicans», «Mater populi fidelis»… e dopo che vi è stato impedito di professare la vostra Fede sulla tomba del Principe degli Apostoli?

Come ho scritto in Scisma capitale: «Finché una parte dei cattolici (i cosiddetti conservatori) si ostinerà a non voler riconoscere il bipolarismo del “papato conciliare e sinodale”, essa si troverà nella terribile situazione di prestare un assenso deliberato all’errore; nella tremenda posizione di coloro che, con quel compiacimento cortigiano in un’obbedienza servile, creano le premesse della “desertio”, dell’abbandono di Dio, del ritiro della Grazia. È proprio quel riconoscimento dell’errore che lo istituzionalizza, che lo rende irreversibile, che disarma ogni resistenza e che, in ultima analisi, criminalizza chi eroicamente resiste».

Con il vostro garbato consenso e tacendo per non perdere ciò che vi è stato concesso, di fatto vi prestate all’operazione dell’inganno (2 Tess 2, 11).
Vi benedico e prego per tutti voi.
In Christo Rege,
+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

Ultima Domenica di ottobre / Festa di Cristo Re

Ripercorriamo come d'abitudine l'anno liturgico.
Dominabitur a mari usque ad mare et a flumine usque ad terminos orbis terrarum. Et adorabunt eum omnes reges terrae omnes gentes servient ei.
Vedi diversi precedenti su Cristo Re [vedi anche qui]:
- Cosa c'è da sapere su Cristo Universorum Rex
- Festa di Cristo Re, universorum Rex e non solo Re dell'universo...
- Il nostro Signore e il nostro Re dove lo hanno messo?
- Leone XIII - Atto di Consacrazione del genere umano a Cristo Re / Inno Te saeculorum principem
Ultima Domenica di Ottobre 
Festa di Cristo Re
 
Intróitus
Ap. 5, 12; 1, 6 - Dignus est Agnus, qui occísus est, accípere virtútem, et divinitátem, et sapiéntiam, et fortitúdinem, et honórem. Ipsi glória et impérium in saécula saeculórum.
Ps. 71, 1 - Deus, iudícium tuum Regi da: et iustítiam tuam Fílio regis. Glória Patri…
Ap. 5, 12; 1, 6 - Dignus est Agnus,…
Introito
Ap. 5, 12; 1, 6 - L’Agnello che è stato ucciso è degno di ricevere la potenza, la divinità, la sapienza, la fortezza e l’onore. A Lui la glória e il potere nei sécoli dei sécoli. Sal. 71, 1 - O Dio, dà il tuo potere al Re: e la tua giustizia al tuo Figlio regale. Gloria al Padre… Ap. 5, 12; 1, 6 - L’Agnello che è stato ucciso è degno…

Due feste della regalità di Cristo.
Trovammo già all'inizio dell'Anno Liturgico una festa della Regalità di Cristo: l'Epifania. Gesù, nato da poco, si manifestava ai Re dell'Oriente e al popolo d'Israele come "il Signore, che tiene nella sua mano il regno, la potenza, l'impero" (Introito della Messa dell'Epifania). Accogliemmo allora "il Salvatore, che veniva a regnare su di noi" (ibid.) e con i Magi gli offrimmo i nostri doni, fede e amore.
Perché la Chiesa al declinare dell'Anno Liturgico ci fa celebrare un'altra festa della Regalità di Cristo, della sua regalità sociale e universale?

sabato 24 ottobre 2026

Le Abluzioni e le Purificazioni

Conosciamo più a fondo le sublimi formule della Messa dei secoli e gli elementi che ne fanno un unicum irreformabile. Ogni semplice sfumatura è densa di significati per nulla scontati a prima vista. Minuzie, patrimonio del passato, da custodire. Conoscerle non è ininfluente per una fede sempre più profonda e radicata. Nella nostra traduzione da New Liturgical Movement oggi ci soffermiamo su Le Abluzioni e le Purificazioni. Qui l'indice degli articoli sulle formule del Latino liturgico.

Le Abluzioni e le Purificazioni

Dopo aver ricevuto (e distribuito) la Santa Comunione, il sacerdote purifica i vasi sacri e le sue dita canoniche. Come osserva padre Nicholas Gihr, «l'atto esteriore di purificare il calice e anche le sue dita» induce a una meditazione sul suo interno,[1] e quindi prega:
Quod ore sumpsimus, Domine, pura mente capiamus: et de munere temporali fiat nobis remedium sempiternum.
Che traduco come:
Concedi, o Signore, che ciò che abbiamo ricevuto con la nostra bocca possiamo accoglierlo con animo puro; e che da dono temporale diventi per noi un rimedio eterno.
Il passaggio dal piano fisico a quello spirituale è un tema ricorrente nella preghiera cattolica tradizionale. Ad esempio, la preghiera post-comunione per la Domenica Bassa (la domenica dopo Pasqua) è:

venerdì 23 ottobre 2026

Avviso da Sant'Anna al Laterano

Avviso da Sant'Anna al Laterano

Carissimi,
Il Mese del Rosario, ottobre, segna la ripresa di un impegno più assiduo e stabile nella nostra vita liturgica e di formazione cristiana. Il “ricominciare da capo” appartiene al cristiano e “la santa ripetitività” ci è indispensabile per nutrire la Fede e innervare la nostra testimonianza nel mondo.
Ecco allora alcuni avvisi per ricondurci al punto di partenza e facilitare la ripresa:
  • Peregrinatio “Summorum Pontificum” ad Petri Sedem, 23-24 25 ottobre 2026

  • Venerdì 23 ottobre ore18.30 Vespri pontificali nella Basilica di Sancta Maria ad Martyres.
  • Sabato 24 ottobre.
    Ore 10.00 Rosario davanti alla Basilica dei Santi Celso e Giuliano in Banchi.
    Ore 11.00: processione verso la Basilica di San Pietro in Vaticano.
    Ore 13.00 preghiera presso l’Altare della Confessione e venerazione delle reliquie di San Pietro apostolo.
    Ore 15.00 Messa pontificale nella Basilica di Santa Maria Maggiore.
  • Domenica 25 ottobre Festa di Cristo Re.
    - Ore 8.30 Messa solenne di ringraziamento nella Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini;
    - ore 11.00 Messa solenne di chiusura nella Chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini;
    - Ore 16.00 Messa solenne di ringraziamento nella Chiesa della Casa Generalizia delle Figlie di S. Anna al Laterano (seguita dal Saluto al SS. Sacramento, Consacrazione e Litanie del Sacro Cuore di Gesù e Benedizione Eucaristica).
La Chiesa di S. Anna al Laterano apre tutte le Domeniche e Feste di precetto alle ore 15,00 per le Confessioni e la recita del S. Rosario (ore 15.30). Ore 16,00 S. Messa ed esposizione del SS. Sacramento. Saluto al SS. Sacramento in Avvento e da Settuagesima.
  • Domenica I novembre Festa di tutti I Santi, orario consueto.
  • Lunedì 2 novembre Commemorazione dei Fedeli Defunti, orario domenicale e Messa da Requiem.
  • Sabato 7 novembre, ore 16.45 inizia, dopo la Messa del I sabato del mese nella Chiesa di S. Anna, il ciclo di catechismo sul I articolo del Credo: “Credo in unum Deum, Patrem omnipotentem factorem caeli et terrae, visibilium omnium et invisibilium”.
  • Domenica 22 novembre, alle ore 10.45, inizia presso la Sala Parrocchiale della Chiesa dei SS. Marcellino e Pietro il ciclo d’incontri per giovani dal titolo: “Sul crinale di due mondi: un uomo, un santo, Agostino d’Ippona guarda i fatti storici alla luce della Fede. Le Confessioni”.
A tutti arrivederci
In Domino

mercoledì 21 ottobre 2026

Parlare continuamente di dialogo senza parlare di reciprocità diventa pura retorica.

Bellissima testimonianza di una mia amica cristiana pakistana, di cui dal motore interno potete trovare molti precedenti interessanti.
Parlare continuamente di dialogo senza parlare di reciprocità diventa pura retorica.

Da giorni leggo discussioni sul burqa, sul niqab, sul velo islamico, sul velo cristiano, sul velo delle suore. C’è chi li paragona, chi spiega le differenze, chi invoca la libertà religiosa, chi parla di identità
E più leggo, più mi viene da pensare che forse stiamo discutendo la domanda sbagliata.

Non voglio aggiungere l’ennesima voce al coro del “burqa sì” o “burqa no”. Vorrei fare un passo indietro e porre una domanda diversa: che valore ha il dialogo tra culture e religioni se la reciprocità rimane sempre fuori dalla porta?

Supponiamo pure che l’Europa scelga, nei limiti delle proprie leggi, di permettere burqa e niqab in nome della libertà religiosa. Bene. Ma allora vorrei chiedere: quella stessa libertà che pretendiamo dall’Europa, abbiamo il coraggio di chiederla anche ai Paesi a maggioranza musulmana per le loro minoranze?

Il Pakistan non è per me un argomento da osservare da lontano. È il luogo nel quale si sono formati il mio sguardo e la mia conoscenza dei rapporti tra maggioranza e minoranze religiose. Conosco quel linguaggio non scritto che ti insegna molto presto ciò che una donna può fare, come può vestirsi e fin dove può spingersi senza scontrarsi con determinate norme sociali e culturali.

E voglio essere precisa: in Pakistan non esiste semplicemente una legge federale che dica “minigonna vietata” o “pantaloncini vietati”. Molto dipende da norme sociali, religiose e culturali profondamente radicate. In altri Paesi a maggioranza musulmana esistono anche regole più esplicite sul decoro pubblico.

Ma quando entriamo in quelle società, cosa facciamo?

Ci informiamo. Ci adattiamo. Rispettiamo le leggi e teniamo conto della cultura del luogo. Non arriviamo pretendendo che un intero Paese cambi perché siamo arrivati noi.

Perché allora chiedere a chi arriva in Europa di rispettare la cultura, le leggi e i principi della società che lo accoglie dovrebbe essere considerato intollerante?

Ed è qui che torno a quella parola che sentiamo pronunciare continuamente: dialogo.

Credo nel dialogo. Ma il dialogo autentico non può essere una porta che si apre da un solo lato.

Se l’Europa crea spazio perché le comunità musulmane possano professare pubblicamente la propria fede, costruire moschee nei limiti delle leggi, educare i propri figli nella propria religione e vivere senza discriminazioni, allora quello stesso dialogo deve avere il coraggio di attraversare anche il Mediterraneo e domandare:

Quanto spazio concedete alle vostre minoranze? Quanto è libera una comunità cristiana? Quanto è semplice costruire o restaurare una chiesa? Quanto è protetto chi appartiene a un’altra religione? Quanto può manifestare pubblicamente la propria fede senza paura o discriminazione?

Questo è dialogo.

Se invece il dialogo significa chiedere continuamente all’Europa di aprire porte senza avere il coraggio di chiedere che altre porte vengano aperte altrove, allora quella parola è stata svuotata del suo significato.

Parlare continuamente di dialogo senza parlare di reciprocità diventa pura retorica.

E c’è una domanda ancora più personale che negli ultimi anni mi ritorna spesso dentro.

Molti di noi provenienti da Paesi a maggioranza musulmana hanno guardato all’Europa come a un luogo nel quale respirare una libertà diversa: libertà di coscienza, libertà religiosa, libertà di espressione, libertà di essere minoranza senza dover continuamente misurare quanto spazio sia concesso alla propria identità. E allora qualche volta mi domando, quasi amaramente: ma perché siamo partiti?

Perché cercare una società più libera, se poi quella stessa società comincia ad avere paura persino di discutere determinate pratiche o di difendere ciò che la rende diversa?

A volte mi sorprendo davvero a pensare: se un giorno dovessi ritrovare qui le stesse dinamiche dalle quali tanti cercavano maggiore libertà, che senso avrebbe avuto partire? E attenzione: non sto dicendo che la presenza di una donna con l’hijab, di una famiglia musulmana o di una moschea trasformi l’Europa nel Pakistan. Sarebbe assurdo.

Sto parlando di qualcosa di molto più profondo: della paura di discutere, della rinuncia a porre domande, dell’idea che l’integrazione debba comportare soltanto concessioni da parte della società che accoglie e mai anche un adattamento da parte di chi viene accolto.

Non sono venuta in Europa perché l’Europa diventasse il luogo dal quale provenivo. Sono venuta anche perché qui ho trovato libertà che altrove, soprattutto come appartenente a una minoranza religiosa, non potevo dare per scontate.

E quelle libertà meritano di essere custodite.

Custodirle non significa essere ostili ai musulmani. Significa poter dire serenamente a chiunque arrivi: qui sei libero di credere, pregare e vivere la tua fede; ma sei entrato anche in una società con una propria storia, una propria cultura, le proprie leggi e le proprie libertà. Come noi rispettiamo la tua dignità, tu sei chiamato a rispettare tutto questo.

Non voglio rispondere a un’intolleranza con un’altra intolleranza. Voglio qualcosa di molto più semplice e molto più difficile: coerenza.

Se chiediamo all’Europa di rispettare il musulmano, dobbiamo avere il coraggio di chiedere ai Paesi a maggioranza musulmana di rispettare con la stessa fermezza il cristiano, l’hindu, il sikh, l’ateo e ogni altra minoranza.

Se difendiamo la libertà religiosa qui, difendiamola anche là.

Se ci indigniamo per una libertà negata qui, non voltiamoci dall’altra parte quando quella stessa libertà viene negata altrove.

Non perché i diritti siano uno scambio — io concedo a te se tu concedi a me — ma per una ragione molto più seria: se li chiamiamo universali, devono valere universalmente.

Forse, allora, il vero dibattito non riguarda neppure il burqa.

Riguarda noi.

Riguarda quanto crediamo davvero nelle parole che ripetiamo continuamente: libertà, rispetto, integrazione, dialogo.

Accogliere non significa smettere di pensare. Rispettare non significa rinunciare al discernimento. Dialogare non significa che uno chiede e l’altro concede continuamente.

Usiamo la mente. Ma soprattutto usiamo la coscienza.

Perché un diritto che difendiamo soltanto quando deve essere garantito dall’Europa non è davvero universale. E una libertà che cambia valore appena attraversiamo una frontiera non è libertà: è un doppio standard.
zarish Imelda Neno europea.