mercoledì 4 novembre 2015

Nella Relazione Finale del Sinodo una 'porta sul retro' per l'accesso ad una prassi neo-mosaica

Rorate caeli pubblica uno scritto di Sua Eccellenza il Vescovo Athanasius Schneider, uno dei pastori più impegnati nella diffusione della Santa Messa usus Antiquior e delle verità perenni della nostra fede.

Una porta sul retro, per l'accesso ad una prassi neo-mosaica, nella Relazione finale del Sinodo
La reazione del Vescovo Athanasius Schneider al Sinodo: “La porta alla comunione ai divorziati risposati è stata ufficialmente aperta a calci
La XIVa Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi (4-25 ottobre 2015), dedicata al tema “La vocazione e la missione della Famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”, ha pubblicato una Relazione Finale con alcune proposte pastorali sottoposte al discernimento del Papa. Si tratta di un documento di natura soltanto consultiva e dunque senza alcun valore magisteriale formale.

Tuttavia, durante il Sinodo, sono apparsi veri e propri neo-discepoli di Mosé e neo-farisei, che ai numeri 84-86 della Relazione Finale hanno aperto una porta di servizio o piazzato bombe ad orologeria in ordine all’ammissione dei divorziati risposati alla Santa Comunione. Nello stesso tempo, quei Vescovi  che hanno coraggiosamente difeso «la fedeltà propria della Chiesa a Cristo ed alla Sua Verità» (Papa Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Familiaris Consortio, 84), sono stato ingiustamente tacciati da alcuni media [e non solo dai media...] come farisei.

Durante le ultime due Assemblee del Sinodo (2014 e 2015), i nuovi discepoli di Mosè ed i nuovi farisei hanno mascherato la loro negazione dell’indissolubilità del matrimonio nella prassi e la sospensione del sesto Comandamento in base al “caso per caso”, sotto le mentite spoglie del concetto di misericordia, usando espressioni come: “cammino di discernimento”, “accompagnamento”, “orientamenti del Vescovo”, “dialogo col sacerdote”, “foro interno”, “una più piena integrazione nella vita della Chiesa”, insinuando una possibile soppressione dell’imputabilità per i casi di coabitazione nelle unioni irregolari (cfr. Relazione Finale, nn. 84-86).

Questa parte della Relazione Finale contiene infatti tracce di una nuova prassi di divorzio di stampo neo-mosaico, benché i redattori abilmente e in maniera scaltra abbiano evitato qualsiasi cambiamento diretto della Dottrina della Chiesa. Pertanto, tutte le parti in causa, tanto i promotori della cosiddetta agenda Kasper quanto i loro oppositori, possono apparentemente affermare con sodisfazione: “È tutto a posto. Il Sinodo non ha cambiato la Dottrina”. Ma questa percezione è del tutto ingenua, poiché ignora la porta sul retro e le incombenti bombe ad orologeria presenti nei testi sopra citati che diventano evidenti ad un esame accurato del testo secondo criteri interpretativi interni.

Anche se, laddove si parla di un “cammino di discernimento”, si menziona ancora il “pentimento” (Relazione Finale, n. 85), rimane comunque un gran numero di ambiguità. Infatti, secondo le reiterate affermazioni del Card. Kasper e di ecclesiastici che la pensano come lui, tale pentimento riguarderebbe i peccati commessi in passato contro il coniuge del primo matrimonio, quello valido, mentre il pentimento del divorziato non può quindi riferirsi  all'atto della sua convivenza coniugale col nuovo partner, sposato civilmente.

L’assicurazione del testo di cui ai numeri 85 ed 86 della Relazione Finale secondo cui tale discernimento debba essere fatto in accordo con l’insegnamento della Chiesa e formulato secondo un retto giudizio resta ambigua. Infatti, il Card. Kasper ed i prelati che la pensano come lui, hanno ripetutamente e energicamente assicurato che l’ammissione alla Santa Comunione dei divorziati e risposati civilmente non intaccherebbe il dogma dell’indissolubilità e della sacramentalità del matrimonio, ma hanno anche sostenuto che un giudizio secondo coscienza in tali casi sarebbe da considerarsi corretto quand’anche i divorziati risposati continuassero a convivere come marito e moglie, w che non debba essere loro richiesto di vivere in completa continenza, come fratelli e sorelle.

Nel citare il famoso n. 84 dell’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio di papa Giovanni Paolo II nel corpo del n. 85 della Relazione Finale, i redattori ne hanno censurato il testo, tagliandone la seguente formula decisiva: L’Eucarestia può essere concessa solo a quanti «assumono l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi»

Tale prassi della Chiesa è fondata sulla Divina Rivelazione della Parola di Dio, scritta e trasmessa attraverso la Tradizione. È espressione di un’ininterrotta Tradizione, che dagli Apostoli rimane immutabile in tutti i tempi. “Chi ripudia una moglie adultera e sposa un’altra donna, fintantoché la sua prima moglie continua a vivere, rimane in perpetuo stato di adulterio, e non può compiere alcun atto di penitenza efficace fintantoché rifiuta di abbandonare la nuova sposa. Se si tratta di un catecumeno, non può essere ammesso al battesimo, perché rimarrà radicato nel peccato. Se si tratta di un penitente (battezzato), non può ricevere l’assoluzione (ecclesiastica) finché non rompe col suo cattivo atteggiamento” (De adulterinis coniugiis, 2, 16). In realtà, il taglio intenzionale dell’insegnamento della Familiaris Consortio nel par. 85 della Relazione Finale rappresenta per ogni sana ermeneutica la vera e propria chiave interpretativa per la comprensione di questa parte del testo sui divorziati risposati (parr. 84-86).

Ai nostri giorni esiste una pressione ideologica permanente e onnipresente da parte dei mass media, inclini al pensiero unico imposto dalle potenze mondiali anticristiane, al fine di abolire la verità dell’indissolubilità del matrimonio – banalizzando il carattere sacro di questa divina istituzione tramite la diffusione di un’anticultura del divorzio e del concubinato. Già cinquant’anni fa, il Concilio Vaticano II affermò che i tempi moderni sono infettati dalla piaga del divorzio (cfr. Gaudium et spes, 47). Lo stesso Concilio avverte che il matrimonio cristiano come sacramento di Cristo non dovrebbe “mai essere profanato dall’adulterio o dal divorzio” (Gaudium et spes, 49).

La profanazione del “grande sacramento” (Ef 5, 32) del matrimonio tramite l’adulterio e il divorzio ha assunto proporzioni massicce, a un ritmo allarmante e crescente, non solo nella società civile in generale ma anche tra i cattolici in particolare. Quando i cattolici, tramite il divorzio e l’adulterio, ripudiano tanto a livello teoretico quanto a livello pratico la volontà di Dio espressa nel Sesto Comandamento, essi si pongono nel serio rischio spirituale di perdere la loro salvezza eterna.

L’atto più misericordioso da parte dei Pastori della Chiesa sarebbe quello di richiamare l’attenzione su questo pericolo per mezzo di una chiara – e nello stesso tempo amorevole – ammonizione sulla necessaria accettazione completa del Sesto Comandamento di Dio. Essi devono chiamare le cose col loro giusto nome ammonendo: “il divorzio è divorzio”, “l’adulterio è adulterio” e “chi commette coscientemente e liberamente peccati gravi contro i Comandamenti di Dio – in questo caso contro il Sesto Comandamento – e muore senza essersi pentito, riceverà la condanna eterna venendo escluso per sempre dal regno di Dio”.

Tale ammonizione ed esortazione è opera dello Spirito Santo, come Cristo ha insegnato: “Egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio” (Gv 16, 8). Spiegando l’opera dello Spirito Santo nel “convincere riguardo al peccato”, Papa Giovanni Paolo II ha affermato: “Ogni peccato – indipendentemente da quando e da come sia commesso – si riferisce alla Croce di Cristo, e quindi indirettamente anche al peccato di quanti ‘non hanno creduto in Lui’ e hanno condannato Gesù Cristo alla morte sulla Croce” (Enciclica Dominum et Vivificantem, 29). Chi vive una vita coniugale con un partner che non è il suo legittimo sposo – come nel caso dei divorziati risposati civilmente – rinnega la volontà di Dio. Convincere tali persone della gravità di questo peccato è un’opera ispirata dallo Spirito Santo e ordinata da Gesù Cristo, ed è quindi un’opera eminentemente pastorale e misericordiosa.

Sfortunatamente, la Relazione Finale del Sinodo omette di convincere i divorziati e i risposati sulla gravità del loro peccato concreto. Al contrario, col pretesto della misericordia e di una falsa pastoralità, i Padri Sinodali che hanno appoggiato i postulati dei paragrafi 84-86 della Relazione hanno tentato di celare lo stato di pericolo spirituale dei divorziati risposati.

De facto, dicono loro che il loro peccato di adulterio o non è affatto peccato o che perlomeno non è un peccato grave e che non c’è alcun pericolo spirituale nel loro stile di vita. Il comportamento di questi Pastori è direttamente contrario all’opera dello Spirito Santo ed è pertanto un’opera antipastorale e da falsi profeti cui si addicono le seguenti parole della Sacra Scrittura: “Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro” (Is 5, 20), e: “I tuoi profeti hanno avuto per te visioni di cose vane e insulse, non hanno svelato le tue iniquità per cambiare la tua sorte; ma ti han vaticinato lusinghe, vanità e illusioni” (Lam 2, 14). A questi vescovi l’Apostolo Paolo rivolgerebbe oggi senz’alcun dubbio queste parole: “Questi tali sono falsi apostoli, operai fraudolenti, che si mascherano da apostoli di Cristo” (2 Cor 11, 13).

Il testo della Relazione Finale del Sinodo non solo tralascia di convincere senza ambiguità i divorziati risposati civilmente sulla natura adultera e quindi gravemente peccaminosa del loro stile di vita, ma anzi lo giustifica indirettamente relegando in sostanza questa questione al contesto della coscienza individuale e applicando impropriamente il principio morale dell’imputabilità al caso di convivenza dei divorziati risposati. L’applicazione di tale principio ad uno stato stabile, permanente e pubblico di adulterio  è sconveniente e ingannevole.

La diminuzione della responsabilità soggettiva si dà solamente nel caso in cui i partner abbiano la ferma intenzione di vivere in completa continenza e sforzarsi seriamente al riguardo. Finché i partner continuano intenzionalmente a condurre una vita peccaminosa, non ci può essere sospensione d’imputabilità. La Relazione Finale dà l’impressione di insinuare che uno stile di vita di pubblico adulterio – come nel caso dei risposati civilmente – non violi l’indissolubile vincolo sacramentale del matrimonio o che non costituisca un peccato mortale o grave e che questo argomento sia inoltre una mera questione di coscienza privata. Si può dedurre da ciò uno scivolamento verso il principio protestante del giudizio soggettivo su questioni di fede e disciplina e una vicinanza intellettuale alla teoria erronea dell’“opzione fondamentale”, teoria già condannata dal Magistero (cfr. Papa Giovanni Paolo II, Enciclica Veritatis Splendor, 65-70).

I Pastori della Chiesa non dovrebbero in alcun modo promuovere una cultura del divorzio tra i fedeli. Si devono evitare anche i più sottili gesti di cedimento alla pratica o alla cultura del divorzio. La totalità della Chiesa deve dare una testimonianza convincente e forte dell’indissolubilità del matrimonio. Papa Giovanni Paolo II ha affermato che il divorzio “è un male che, come gli altri, intacca sempre di più anche i cattolici; il problema dev’essere affrontato con decisione e senza esitazioni” (Familiaris Consortio, 84).

La Chiesa deve aiutare con amore e pazienza i divorziati risposati a riconoscere il loro stato di peccato e aiutarli a convertirsi con tutto il cuore a Dio e all’obbedienza alla Sua santa volontà, espressa nel Sesto Comandamento. Finché i divorziati risposati continueranno a dare una testimonianza pubblica contraria all’indissolubilità del matrimonio e finché contribuiranno a diffondere la cultura del divorzio, essi non potranno esercitare i ministeri liturgici, catechetici e istituzionali all’interno della Chiesa, perché questi ultimi richiedono per la loro stessa natura una vita pubblica conforme ai Comandamenti di Dio.

È ovvio che i violatori pubblici, per esempio, del Quinto e del Settimo comandamento, come i proprietari di cliniche per l’aborto o i collaboratori di una rete di corruzione, non solo non possono ricevere la Santa Comunione ma, evidentemente, non possono essere ammessi ai servizi pubblici liturgici e catechetici. Bisogna distinguere la gravità del male causato dallo stile di vita dei promotori pubblici dell’aborto e della corruzione dalla vita adultera delle persone divorziate. Non le si può mettere sullo stesso piano. Eppure, la richiesta di ammettere i divorziati e i risposati come padrini e catechisti mira in sostanza non al vero bene spirituale dei ragazzi, ma risulta piuttosto essere una strumentalizzazione di un’agenda ideologica ben specifica. Questa è disonestà, è un farsi beffe del ruolo di padrini o di catechisti i quali, con una promessa pubblica, si fanno carico del cómpito di educare alla fede.

La vita dei padrini o dei catechisti divorziati e risposati contraddice continuamente le loro parole, e così essi devono far fronte alle ammonizioni che lo Spirito Santo dà loro per bocca di San Giacomo Apostolo: “Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi” (Gc 1, 22). Sfortunatamente, il par. 84 della Relazione Finale auspica l’ammissione dei divorziati risposati agli uffici liturgici, pastorali ed educativi. Una tale proposta rappresenta un appoggio indiretto alla cultura del divorzio e un rinnegamento pratico della condanna di uno stile di vita oggettivamente peccaminoso. Papa Giovanni Paolo II, al contrario, ha mostrato solo le seguenti due possibilità di partecipare alla vita della Chiesa, che a loro volta mirano a una vera conversione: “Essi devono essere incoraggiati ad ascoltare la parola di Dio, a partecipare al Sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a contribuire in opere di carità e negli sforzi comunitari a favore della giustizia, a educare i loro figli alla fede cristiana, a coltivare lo spirito e la pratica della penitenza e inoltre implorare ogni giorno la Grazia di Dio” (Familiaris Consortio, 84).

Dev’essere mantenuta una salutare area d’esclusione (non ammissione ai Sacramenti e agli uffici pubblici liturgici e catechetici) per ricordare ai divorziati il loro stato di serio pericolo spirituale e per promuovere allo stesso tempo nelle loro anime un atteggiamento di umiltà, obbedienza e desiderio di autentica conversione. Umiltà significa coraggio di fronte alla verità, e solo quanti si sottomettono umilmente a Dio riceveranno le Sue grazie.

I fedeli che non sono ancóra pronti o disposti a interrompere la loro vita adulterina devono essere aiutati spiritualmente. Il loro stato spirituale è simile a una sorta di “catecumenato” applicato al sacramento della Penitenza. Essi possono ricevere il sacramento della Penitenza – che nella Tradizione della Chiesa era chiamato “il secondo battesimo” o “la seconda penitenza” – solo se rompono sinceramente con l’abitudine della convivenza adulterina ed evitano il pubblico scandalo, in modo analogo a quanto fanno i catecumeni, i candidati al Battesimo. La Relazione Finale omette il richiamo dei divorziati risposati all’umile riconoscimento del loro oggettivo stato di peccato, perché tralascia di incoraggiarli ad accettare con lo spirito della fede la non ammissione ai Sacramenti e agli uffici pubblici liturgici e catechetici. Senza questo riconoscimento realistico e umile del loro stato spirituale reale, non ci sarà progresso effettivo verso un’autentica conversione cristiana, che nel caso dei divorziati risposati consiste in una vita di completa continenza e nel cessare di peccare contro la santità del sacramento del matrimonio e di disobbedire pubblicamente al Sesto Comandamento di Dio.

I Pastori della Chiesa e in particolar modo i testi pubblici del Magistero devono parlare in modo estremamente chiaro, poiché è questa la caratteristica essenziale del cómpito dell’insegnamento ufficiale. Cristo ha comandato a tutti i Suoi discepoli di parlare in modo estremamente chiaro: “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5, 37). Questo è ancor più valido quando i Pastori della Chiesa predicano o quando il Magistero si pronuncia in un documento.

Il testo dei paragrafi 84-86 della Relazione Finale costituisce disgraziatamente un serio allontanamento da questo comandamento divino. Nei passi menzionati il testo non rivendicava apertamente la legittimazione dell’ammissione dei divorziati risposati alla Santa Comunione: il testo evita persino di utilizzare l’espressione “Santa Comunione” o “Sacramenti”. Piuttosto, per mezzo di tattiche raggiranti, esso utilizza espressioni ambigue come “una più piena partecipazione alla vita della Chiesa” e “discernimento e integrazione”.

Per mezzo di queste tattiche raggiranti la Relazione Finale, di fatto, pone delle bombe ad orologeria e apre una porta sul retro per l’ammissione dei divorziati risposati alla Santa Comunione, provocando così una profanazione dei due grandi sacramenti del Matrimonio e dell’Eucarestia e contribuendo almeno indirettamente alla diffusione della cultura del divorzio e della “piaga del divorzio” (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 47).

Quando si legge attentamente l’ambiguo testo della seconda parte – “Discernimento e integrazione” – della Relazione Finale, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un’ambiguità elaborata in modo estremamente abile. Vengono in mente le parole di Sant’Ireneo nel suo Adversus haereses:
“Chi mantiene immutabile nel suo cuore la regola della verità che ha ricevuto per mezzo del battesimo, riconoscerà senza dubbio i nomi, le espressioni e le parabole prese dalle Scritture, ma giammai riconoscerà l’uso blasfemo che questi uomini fanno di esse. Poiché, pur sapendo distinguere le gemme autentiche, non riconoscerà come re la volpe travestita da sovrano. Ma, dato che manca il tocco finale che può dare credibilità a questa farsa – in modo tale che chiunque la esamini a fondo possa immediatamente opporre un argomento che la rovesci –, abbiamo giudicato conveniente mettere in risalto, prima di tutto, in che cosa gli stessi autori di questa favola differiscono tra di loro, come se fossero stati ispirati da diversi spiriti d’errore. Questo stesso fatto costituisce una prova immediata che la verità della Chiesa è immutabile, e che le teorie di questi uomini non sono altro che un tessuto di falsità” (I, 9, 4-5).
La Relazione Finale sembra lasciare la soluzione della questione dell’ammissione dei divorziati risposati alla Santa Comunione alle autorità ecclesiastiche locali: “l'accompagnamento dei sacerdoti” e “gli orientamenti dei vescovi”. Ma tale questione è essenzialmente connessa col deposito della fede, vale a dire con la parola rivelata di Dio. La non ammissione dei divorziati che vivono in pubblico stato di adulterio appartiene all’immutabile verità della legge della fede cattolica e di conseguenza anche della legge della prassi liturgica cattolica.

La Relazione Finale sembra inaugurare una cacofonia dottrinale e disciplinare nella Chiesa cattolica, che contraddice la stessa essenza dell’essere cattolici. Occorre ricordare le parole di Sant’Ireneo sulla vera natura della Chiesa cattolica in tutti i tempi e in tutti i luoghi:
“Dopo aver ricevuto questa predicazione e questa fede, la Chiesa, pur essendo sparsa in tutto il mondo, la preserva come se occupasse una sola casa. Essa crede anche ai vari punti della dottrina come se avesse una sola anima e un solo cuore, e li proclama, li insegna e li tramanda in perfetta armonia, come se possedesse una sola bocca. Poiché, anche se le lingue del mondo sono diverse tra di loro, il contenuto della tradizione è uno solo e sempre lo stesso. Poiché le Chiese che sono state fondate in Germania non credono o tramandano nulla di differente rispetto a quelle che sono state fondate in Spagna, o nella Gallia, o in Oriente, o in Egitto, o in Libia, o nelle regioni centrali del mondo (Italia). Bensì, così come il sole – che è una creatura di Dio – è uno e lo stesso in tutto il mondo, anche la predicazione della verità brilla dappertutto e illumina tutti gli uomini che vogliono venire a conoscenza della verità. E nessun capo della Chiesa, per quanto possa essere dotato di eloquenza, insegnerà mai dottrine differenti da queste (poiché nessuno è più grande del Maestro); né, d’altra parte, quanti mancano di potere d’espressione potranno danneggiare la tradizione. Dato che la fede è sempre una e la stessa, né le persone che hanno una grande capacità d’argomentazione su di essa vi aggiungeranno nulla, né quanti sono poco capaci di esprimersi vi toglieranno nulla” (Adversus haereses, I, 10, 2).
La parte della Relazione Finale dedicata ai divorziati risposati evita attentamente di proclamare il principio immutabile dell’intera tradizione cattolica, vale a dire che quanti vivono in un’unione coniugale non valida possono essere ammessi alla Santa Comunione solo sotto la condizione di promettere di vivere in completa continenza e di evitare il pubblico scandalo. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno confermato con forza questo principio cattolico. L’evitare deliberatamente di menzionare e riaffermare questo principio nel testo della Relazione Finale può essere comparato con il sistematico astenersi dall’utilizzare il termine “homoousios” da parte degli avversari del dogma del Concilio di Nicea nel quarto secolo – gli Ariani formali e i cosiddetti semi-Ariani –, che inventavano continuamente espressioni nuove al fine di non confessare apertamente la consustanzialità del Figlio di Dio con Dio Padre.

Tale astensione da un’aperta confessione cattolica da parte della maggioranza dei vescovi nel quarto secolo causò una febbrile attività ecclesiastica con continui incontri sinodali e la proliferazione di una nuova formula dottrinale, che avevano il denominatore comune di evitare la chiarezza terminologica, vale a dire il termine “homoousios”. Analogamente, ai nostri giorni i due ultimi Sinodi sulla Famiglia hanno evitato di nominare e proclamare chiaramente il principio dell’intera tradizione cattolica secondo il quale quanti vivono in un’unione matrimoniale non valida possono essere ammessi alla Santa Comunione solo sotto la condizione di promettere di vivere in completa continenza e di evitare il pubblico scandalo.

Questo fatto è provato anche dall’immediata e inequivoca reazione dei media laici e dalla reazione dei principali sostenitori della nuova pratica anticattolica di ammettere i divorziati risposati alla Santa Comunione anche quando mantengano una vita di pubblico adulterio. Il Cardinal Kasper, il Cardinal Nichols e l’Arcivescovo Forte, per esempio, hanno affermato pubblicamente che in base alla Relazione Finale si può assumere che in un certo qual modo siano state aperte le porte alla Comunione ai divorziati risposati. Vi è anche un considerevole numero di vescovi, sacerdoti e laici che si rallegrano di queste cosiddette “porte aperte” che hanno trovato nella Relazione Finale. Invece di guidare i fedeli con un insegnamento chiaro e assolutamente privo di ambiguità, la Relazione Finale ha provocato una situazione di oscuramento, confusione, soggettività (il giudizio della coscienza dei divorziati e il foro interno) e generato un particolarismo dottrinale e disciplinare non cattolico in questioni che sono essenzialmente connesse col deposito della fede così com’è stata trasmessa dagli Apostoli.

Ai nostri giorni, quanti difendono con forza la santità dei sacramenti del Matrimonio e dell’Eucarestia vengono etichettati come Farisei. Eppure, se il principio logico di non contraddizione è ancóra valido e il senso comune funziona ancóra, è vero il contrario.

Sono piuttosto gli offuscatori della verità divina nella Relazione Finale a somigliare ai Farisei, giacché per conciliare una vita adulterina con la ricezione della Santa Comunione hanno inventato abilmente nuovi termini, nuove leggi di “discernimento e integrazione”, introducendo nuove tradizioni umane in contraddizione coi cristallini comandamenti di Dio. Ai sostenitori della cosiddetta “Agenda Kasper” sono indirizzate queste parole della Verità Incarnata: “Annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi” (Mc 7, 13). Oggi anche tutti quelli che, per duemila anni, hanno parlato senza sosta dell’immutabilità della verità divina, spesso anche a costo delle loro vite, sarebbero etichettati come Farisei; anche San Giovanni Battista, San Paolo, Sant’Ireneo, Sant’Atanasio, San Basilio, San Tommaso Moro, San Giovanni Fisher, San Pio X, per menzionare solo gli esempi più rifulgenti.

Il risultato reale del Sinodo è la percezione, da parte sia dei fedeli che della pubblica opinione secolare, che vi sia stata praticamente una sola posizione sulla questione dell’ammissione dei divorziati alla Santa Comunione. Si può affermare che il Sinodo, in un certo senso, è risultato essere agli occhi della pubblica opinione un Sinodo dell’adulterio, non il Sinodo della famiglia. In effetti, tutte le belle affermazioni della Relazione Finale sul matrimonio e sulla famiglia sono eclissate dalle affermazioni ambigue nei paragrafi relativi ai divorziati risposati, un argomento che era già stato confermato e deciso dal Magistero degli ultimi Pontefici Romani in fedele conformità col bimillenario insegnamento e la pratica bimillenaria della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio, e quindi sulla non ammissione ai Sacramenti dei divorziati che vivono in unioni adulterine.

Nella sua lettera a Papa Damaso, San Basilio tracciò una pittura realistica della confusione dottrinale causata dagli uomini di Chiesa che cercavano un compromesso vuoto e un adattamento allo spirito del mondo dei loro tempi: 
“Le Tradizioni sono tenute a nulla; i metodi degli innovatori sono di moda nelle varie Chiese; oggi gli uomini sono più inventori di sistemi raggiranti che teologi; la sapienza di questo mondo vince i premi più alti, ma ha rinnegato la gloria della Croce. Gli anziani si lamentano quando si paragona il presente al passato. I giovani sono da compatire ancóra di più, poiché non sanno nemmeno di cosa sono stati privati” (Ep. 90, 2).
In una lettera a Papa Damaso e ai vescovi occidentali, San Basilio descrive come segue la situazione confusa all’interno della Chiesa:
“Le leggi della Chiesa si trovano nella confusione. L’ambizione di uomini privi di timor di Dio si insinua nelle più alte cariche, e gli uffici più alti sono oggi pubblicamente riconosciuti come il premio dell’empietà. Il risultato è che più un uomo bestemmia, più lo si ritiene adatto ad essere un vescovo. La dignità clericale è una cosa del passato. Non vi è una conoscenza precisa dei canoni. Il peccato gode di completa immunità, poiché quando a qualcuno è stato assegnato un ufficio grazie al favore di uomini, egli è costretto a restituire il favore mostrando continua indulgenza a quanti operano il male. Il giudizio retto è una cosa del passato; ognuno segue solo i desideri del proprio cuore. Quanti si trovano in posizioni di autorità hanno paura di parlare, poiché quanti hanno raggiunto il potere per interesse umano sono schiavi di quelli a cui debbono la loro ascesa. E oggi la stessa difesa dell’ortodossia viene vista in certi ambienti come un’opportunità per l’attacco reciproco; gli uomini nascondono la loro cattiva volontà fingendo che la loro ostilità si debba al loro amore per la verità. I non credenti se la ridono continuamente; gli uomini dalla fede debole sono scossi; la fede è incerta; le anime sono immerse nell’ignoranza, poiché gli adulteratori della parola imitano la verità. I migliori tra i laici evitano le chiese come scuole di empietà e nel deserto, con singhiozzi e lacrime, alzano le mani al loro Signore che è nei Cieli. Noi abbiamo ricevuto la fede dei Padri, quella fede che sappiamo essere stata marcata col sigillo degli Apostoli; a quella fede aderiamo, così come a tutto ciò che in passato è stato canonicamente e legalmente promulgato” (Ep. 92, 2).
Ogni periodo di confusione nella storia della Chiesa costituisce allo stesso tempo una possibilità di ricevere molte grazie di forza e coraggio e di dimostrare il proprio amore per Cristo Verità Incarnata. A Lui ogni battezzato e ogni sacerdote e vescovo ha promesso indefessa fedeltà, ognuno in conformità col proprio stato: tramite i voti battesimali, tramite le promesse sacerdotali, tramite la promessa solenne nell’ordinazione episcopale. Infatti, ogni candidato al vescovato ha promesso: “Manterrò puro ed integro il deposito della fede in conformità con la tradizione che è stata preservata sempre e ovunque nella Chiesa”. L’ambiguità che si trova nei paragrafi sui divorziati e risposati della Relazione Finale contraddice il summenzionato voto solenne episcopale. Nonostante ciò, ognuno nella Chiesa – dal semplice fedele a quanti detengono il Magistero – deve dire:
Non possumus!” Non accetterò un discorso fumoso né una porta sul retro abilmente nascosta verso una profanazione dei Sacramenti del Matrimonio e dell’Eucarestia. Analogamente, non accetterò che si irrida al Sesto Comandamento di Dio. Preferisco essere messo in ridicolo e perseguitato io piuttosto che accettare testi ambigui e metodi non sinceri. Preferisco la cristallina “immagine di Cristo Verità, piuttosto che l’immagine della volpe adornata di gemme” (Sant’Ireneo), perché “So in Chi ho creduto”, “Scio, Cui credidi!” (2 Tim 1, 12).
2 novembre 2015
+ Athanasius Schneider, 
Vescovo Ausiliare dell’Arcidiocesi di Santa Maria in Astana
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

24 commenti:

marius ha detto...

"sono stati ingiustamente tacciati da alcuni media [e non solo dai media...] come farisei".

Per dirla tutta, alcuni media non hanno fatto che riportare e far proprio quel che ha detto e ripetuto il vdr a S.Marta: bergognoso

Cesare Baronio ha detto...

L'intervento di Sua Eccellenza è certamente chiaro e non dà adito ad equivoci. Tuttavia...

Tuttavia è doveroso sottolineare che, proprio nel momento in cui mons. Schneider cita come esempio di deliberata mancanza di chiarezza il ricorso al termine teologico omoousios da parte degli eterodossi d'Oriente per negare di fatto la consustanzialità del Padre e del Figlio, egli non si accorge di cadere in palese contraddizione.

Una contraddizione che si trova nell'aver citato, con pari autorità degli scritti dei Santi Padri e dei Dottori della Chiesa, gli atti di quel Concilio Vaticano II che pecca in toto per equivocità. Se infatti il Concilio ha detto qualcosa di giusto e vero riguardo all'indissolubilità del matrimonio, esso ha nondimeno taciuto o negato altre verità del medesimo deposito della Fede, ricadendo a sua volta nella condanna dei Padri Apostolici, da Sant'Ireneo a San Basilio, senza escludere quelli non citati ma non meno espliciti.

E se le verità contenute per accidens in un'eresia non la rendono per questo meno pericolosa e condannabile, non si capisce come si possa ancora una volta - e proprio avendo sotto gli occhi i danni che i circiterismi del Sinodo stanno causando - usare come auctoritas il Vaticano II, che fu padre dell'equivoco e del non detto, e che non volle - per deliberata volontà di quanti vi parteciparono e soprattutto lo presiedettero - parlare chiaramente al mondo contemporaneo.

Sua Eccellenza commette - certamente in buona fede, come si può ritenere dal contesto - lo stesso errore dei padri conciliari che ieri accettarono gli atti del Concilio e quello dei padri sinodali che oggi accettano la Relazione finale.

Bonum ex integra causa; malum ex quocumque defectu. Se il Sinodo va denunciato per quella back door - per usare l'espressione di mons. Schneider - che viene deliberatamente lasciata aperta, non è possibile non denunciare a maggior ragione il Concilio, che di back doors ne ha lasciate aperte un'infinità. Soprattutto se, nello stesso intervento, si coglie con tanta chiarezza intellettuale la pericolosità dei termini volutamente equivoci e si cita addirittura il caso della disputa sul Filioque.

E a proposito di Filioque e di omoousios è il caso di ricordare che, proprio per non affermare chiaramente dinanzi agli eterodossi d'Oriente la fede immutabile della Chiesa Cattolica su questo punto fondamentale della dottrina, in tempi non remoti Benedetto XVI permise che, durante la Cappella Papale dei Santi Pietro e Paolo celebrata in Vaticano alla presenza di una delegazione di (sedicenti) Ortodossi, al posto del Simbolo Niceno Costantinopolitano venisse recitato il Simbolo degli Apostoli, che non nega (ovviamente), ma pure tace quel "consubstantialem Patri" che gli scismatici rifiutano. Allo stesso modo, in altri contesti ed agli albori degli incontri ecumenici, assistei io stesso all'omissione della dossologia finale nell'inno Veni creator, proprio perché in essa vi era la confessione della fede nel Filioque.

Suona quindi contraddittorio chieder chiarezza per le parole equivoche del Sinodo citando i Padri della Chiesa e le parole della Sacra Scrittura, e poi nello stesso intervento citare, a conforto delle proprie tesi sull'indissolubilità del matrimonio l'assise che per prima, e con ben altra autorità, impose alla Chiesa, con volute omissioni o con termini deliberatamente equivoci, gli errori di cui oggi vediamo le disastrose conseguenze.

Cesare Baronio ha detto...

Il mio commento completo può essere letto qui:
http://opportuneimportune.blogspot.gr/2015/11/la-porta-sul-retro-glosse-ad-un.html

marius ha detto...

Dio benedica mons. Schneider.
Quando mai lui e gli altri come lui si metteranno insieme per firmare unitamente una dichiarazione lapidaria e inequivocabile come questa?

Oso sperare che in segreto ci sia tra loro un confronto serrato che sfocerà in qualcosa di concreto per i fedeli, un punto di riferimento cristallino per coloro che, stanchi della confusione e delle acque torbide, anelano alla sorgente limpida dell'autentica cattolicità.

mic ha detto...

Baronio, i documenti conciliari non contengono solo elementi ambigui o di rottura. E proprio mons. Schneider ha espresso la necessità di un Sillabo che ne sancisse le necessarie epurazioni. Sulla stessa linea è mons Brunero Gherardini, in base ai differenti livelli dei testi che ne determinano la fallibilità o meno.
Citarli appropriatamente, nelle parti 'commestibili' implica semplice realismo, soprattutto da parte di un pastore che lo fa con autorità.

Sacerdos quidam ha detto...

Attenzione, però: non diamo ai sedicenti 'ortodossi' anche le colpe che non hanno. Essi negano non la consustanzialità del Figlio con il Padre, bensì la processione dello Spirito Santo anche dal Figlio (Filioque).
Per il resto, essi sono i primi responsabili degli odierni conati bergogliani e kasperiani di introdurre le presunte 'seconde nozze' e la Comunione ai divorziati riaccoppiati, visto che hanno adottato questa oscena prassi dopo lo scisma del 1054. Ma, chissà perché, vengono regolarmente 'incensati' da non pochi 'tradizionalisti' cattolici che li presentano regolarmente come modelli da imitare. Schizofrenia?

Anonimo ha detto...

visto che hanno adottato questa oscena prassi dopo lo scisma del 1054. Ma, chissà perché, vengono regolarmente 'incensati' da non pochi 'tradizionalisti' cattolici che li presentano regolarmente come modelli da imitare. SchizofreniaAttenzione, per non dare spazio a chi la sindrome del correttore di bozze, non è proprio così. La prassi divorzista è venuta dopo alcuni secoli. E, nelle giustificazioni/teorizzazioni attuali, solo dal XVIII Secolo. E c'è chi attribuisce tali teorizzazioni a influssi dell'idealismo.

@per Cesare Baronio ha detto...

presenza di una delegazione di (sedicenti) Ortodossi, al posto del Simbolo Niceno Costantinopolitano venisse recitato il Simbolo degli Apostoli, che non nega (ovviamente), ma pure tace quel "consubstantialem Patri" che gli scismatici rifiutano.
Un momento. Che io sappia, i Greco-Cattolici NON SONO *MAI* stati obbligati a recitare il Simbolo Niceno-Costantinopolitano. I Greco-Cattolici (Cardinale Slipy, giusto per fare un nome, San Josaphat Martire, per farne un altro, figure che di tutto si possono accusare, tranne che di sentimenti scismatici o, peggio ancora, eretici). Se si è fatto ciò con loro, in tempi non sospetti, perchè meravigliarsi se si ricorre allo stesso metodo, con gli scismatici dichiarati?

>Allo stesso modo, in altri contesti ed agli albori degli incontri ecumenici, assistei io stesso all'omissione della dossologia finale nell'inno Veni creator, proprio perché in essa vi era la confessione della fede nel Filioque.
Questo è diverso ed è più grave.

viandante ha detto...

Non ci si può che complimentare per le coraggiose e cattoliche verità espresse da Mons. Schneider.
Un piccolo appunto forse é il fatto che per lunghezza (certamente dovuta al fatto di voler rispondere compiutamente alle ambiguità del rapporto finale), questo testo sarà letto solo da alcuni specialisti o da persone particolarmente interessate all'argomento. Sui media discorsi troppo lunghi non passano e i lettori non li leggerebbero comunque.
Ma in fin dei conti le parole di Gesù sono comunque di una chiarezza e semplicità tale che anche il solo doverle commentare e spiegare è indice della terribile crisi che ci affligge. O della malvagità che corrompe troppi uomini, anche di Chiesa.

Danilo Quinto ha detto...

Mi permetto di segnalare la mia pagina pubblica d'informazione su facebook, dove tra l'altro oggi commento l'ennesimo incontro tra Bergoglio e Emma Bonino. Lo riporto qui per i lettori di questo sito:

BERGOGLIO E BONINO

Si viene a sapere che durante lo scambio affettuoso di battute tra Bergoglio e la leader radicale – che segue l’incontro in sala Nervi del maggio scorso alla presenza di 6mila bambini provenienti da tutto il mondo - avvenuto nel corso dell’udienza generale di mercoledì 4 novembre ’15 a piazza San Pietro, si è tra l’altro discusso:

1. Del numero di aborti – pardon, interruzioni volontarie di gravidanza, come li chiamano i cattolici adulti e avveduti - inferiori ai 100mila nel 2014, come risulta dai dati della Relazione annuale del Ministero della Salute trasmessa al Parlamento sull’attuazione della legge 194 del 1978.

2. Della campagna per il rientro dolce dell’umanità (o bomba demografica), di cui Emma Bonino si fa portavoce insieme alle organizzazioni legate al finanziere internazionale George Soros e al sistema delle Nazioni Unite.

3. Della proposta di legge per l’introduzione dell’eutanasia, firmata da 150 parlamentari di tutti gli schieramenti politici, da lei promossa anche a livello internazionale.

4. Della depenalizzazione del consumo delle droghe cosiddette leggere, insieme ad un primo giro d’orizzonte sulla liberalizzazione di quelle pesanti.

5. Dell’introduzione della legge sulle unioni civili, con annessa adozione di bambini per le coppie dello stesso sesso e pratica dell’utero in affitto.

En passant, Bergoglio ha ricordato alla leader radicale – ed anche a se stesso – l’esigenza di approfondire gli insegnamenti che derivano dalla lettura del Catechismo Maggiore di San Pio X, in particolare i paragrafi dedicati alla “Confessione dei peccati” (3) e all’”Assoluzione-Soddisfazione-Indulgenze” (4). Si è soffermato sul canone 382, che riguarda “soddisfazione o penitenza sacramentale”: “l'opera buona imposta dal confessore a castigo e a correzione del peccatore e a sconto della pena temporanea meritata peccando”.

Danilo Quinto

Nicola L. ha detto...

quindi non sono il solo a pensare certe cose e a riuscire a leggere tra le righe della relazione finale del sinodo e a capire pure che ciò che non vi si dice è più pericoloso di quel che vi è scritto.......

marius ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
marius ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Marco P. ha detto...

Mons Schneider coglie il nocciolo della questione, ossia l'ambiguità del linguaggio (il colloquio del serpente con Eva è paradigmatico del come il demonio usi tutte le astuzie il dire e il non dire, il sottintendere, il non parlare apertamente, tutte trappole e reti per catturare le sue prede).
Devo riconoscere che il commento di Baronio è, ahimè ! centrato del pari: non ci si può lamentare della ambiguità del linguaggio e far riferimento a quello che all'alba dei tempi post-moderni ha dato la stura a questa erronea e perniciosa prassi, il Vaticano II.
Mi ha colpito anche, la diminutio che Sua Eccellenza fa del divorzio rispetto all'aborto ed alla corruzione, quando più sopra egli dice apertis verbis che chi persevera in una condotta adulterina e contro il VI Comandamento mette a rischio la propria eterna salvezza: quindi il divorzio e l'adulterio mettendo a rischio la salvezza dell'anima sono estremamente gravi, tant'è che comportano l'esclusione dai Sacramenti, mezzi ordinari della Grazia.
Il divorzio e la legge che lo consente sono alla radice di quella che legittima l'omicidio nel grembo materno e comunque entrambe queste empie pratiche sono caratterizzate dalla visione egocentrica, dalla esclusione di ogni relazione con l'altro e con Dio in primis.
Rispetto alla corruzione di tipo pecuniario, beh ! io credo che quella morale ne sia la ragione ed il motore e perciò la corruzione in cui vivono gli adulteri ed i divorziati è la madre di quella in cui sono sprofondati i mazzettari et similia.

Marco P. ha detto...

Comunque, a scanso di equivoci e polemiche, averne di Mons. Schneider e grazie per la sua chiarezza sul tema (mi auguro anche io come Marius che si possa instaurare tra i pastori ancora tali una rete di collegamento).

Cesare Baronio ha detto...

Rispondo a mic e all'altro commento.

1. non sto affermando che mons. Schneider non sia ortodosso, per carità. Ma continuo a credere che il Concilio vada respinto sine glossa proprio perché esso, in mezzo alle (poche) cose buone che incidentalmente afferma, e che peraltro erano state meglio definite dal Magistero precedente, insinua dei contenuti deliberatamente equivoci, tace delle verità di fede e non di rado afferma delle proposizioni difficilmente compatibili con il depositum fidei. Sant'Ireneo stigmatizza proprio questo, nelle parole degli eretici: il nascondere dietro contenuti buoni degli errori. E mons. Schneider, citando appunto Sant'Ireneo a proposito dell'equivoco sinodale, fa propria la tesi cattolica del "malum ex quocumque defectu". Qui sta la sua contraddizione, come contraddizione vi è anche in altri ottimi Presuli - ad esempio Sua Eminenza Burke - che non riescono ad astenersi dal citare il Vaticano II, anziché ignorarlo. Abbiamo capito che nessuno osa impugnarlo e respingerlo come avrebbe fatto Sant'Ireneo, ma almeno non lo si citi, lo si lasci cadere in Lete, si lasci che a citarlo a dritto e a rovescio siano i suoi corifei.

2. nessuno chiede agli Orientali (men che meno agli eterodossi dìOriente, che con il cattolicissimo card. Slipy non hanno nulla a che spartire) di recitare il Simbolo Niceno Costantinopolitano. Ma se nel corso di una Messa papale, che lo prevede, esso viene deliberatamente omesso e sostituito con il più comodo Simbolo degli Apostoli, non si può non riscontrare lo stesso atteggiamento omissorio che contraddistingue il modus operandi dei fautori dell'ecumenismo conciliare. Tacere la verità quando essa è messa in dubbio o addirittura negata equivale ad approvare l'errore. Guarda caso le omissioni sul Filioque o sul Primato petrino si fanno dinanzi agli ortodossi, quelle sulle finalità del Sacrificio Eucaristico o sulla dottrina della Grazia con i luterani, quelle sulla natura divina di Nostro Signore con i giudei, quelle sulla Ss.ma Trinità con gli idolatri. E sempre a senso unico: mai una volta che uno scismatico, un eretico, un deicida o un idolatra si faccia remore nello sbatterci in faccia i suoi errori, con arroganza e pretendendo un rispetto che, se può valere per chi erra, di certo non vale per l'errore e per colui che di esso è pervicace assertore o addirittura ministro.

marius ha detto...

i documenti conciliari non contengono solo elementi ambigui o di rottura. ... Citarli appropriatamente, nelle parti 'commestibili' implica semplice realismo, soprattutto da parte di un pastore che lo fa con autorità.

Come molto opportunamente fa capire Mons. Schneider, anche il "non detto" comunica qualche cosa.
Lo stesso principio può valere anche nella sua comunicazione.
Citare parti "commestibili" del concilio è cosa più che legittima e magari anche opportuna, a patto però che nel contempo si metta in risalto che vi sono anche le parti non commestibili.
Sottacere questo significa far passare implicitamente che il concilio non contiene nulla di sospetto e che esso non viene messo minimamente in discussione, e potrebbe suonare quindi come una ricerca di una linea d'intesa comune con gli irriducibili conciliaristi, una specie di messaggio "politico".

Allora a che pro citarlo, il concilio?
A me risulta incomprensibile, e quindi capisco Baronio, tanto più che fu proprio mons. Schneider stesso a stupire tutti quando in occasione del termine delle sue visite apostoliche alla SPX per conto della S.Sede affermò che sia la SPX che la S.Sede hanno sempre dato troppa importanza al CVII, che è solo pastorale, e che, in quanto tale, va relativizzato (anche se di per sé la SPX non fece altro che rispondere all'assolutizzazione del concilio da sempre imposta dalla S.Sede).

Ciò non toglie naturalmente tutto il merito del coraggio di mons.Schneider e della chiarezza della sua esposizione attinente al problema concreto della relazione finale del sinodo.
In particolare il suo epilogo è da incorniciare.

marius ha detto...

Ma continuo a credere che il Concilio vada respinto sine glossa proprio perché esso, in mezzo alle (poche) cose buone che incidentalmente afferma, e che peraltro erano state meglio definite dal Magistero precedente, insinua dei contenuti deliberatamente equivoci, tace delle verità di fede e non di rado afferma delle proposizioni difficilmente compatibili con il depositum fidei.

Baronio spiega molto bene come il principio "malum ex quocumque defectu" citato da mons. Schneider debba essere applicato non solo nel caso del sinodo ma anche per quanto riguarda il concilio, cioè dove sta il seme della confusione in cui siamo immersi.

La problematica pone due opzioni:
- respingere il concilio sine glossa, per i motivi ben espressi nel post 5 novembre 2015 13:43
- applicare al concilio il paolino "vaglia tutto e trattieni ciò che è buono".

Quali i pro e i contro per l'una o l'altra opzione?
La domanda che io mi faccio si riferisce in particolare al suo inciso in mezzo alle (poche) cose buone che incidentalmente afferma, e che peraltro erano state meglio definite dal Magistero precedente,
Mi chiedo: a che serve voler valorizzare a tutti i costi un testo controverso che nel migliore dei casi non ha fatto altro che ripetere con parole diverse concetti già contenuti nella dottrina di sempre?
Sì, è una fatica che volendo si può fare, anzi probabilmente si dovrà fare, per lo meno al fine di non lasciar circolare come fossero cattolici testi che qua e là non lo sono affatto, coscienti però che rimarremo sempre confrontati con un tipo di linguaggio volutamente ondeggiante, ridondante, non definitorio, che non potrà mai sostituire l'originale precedente della Dottrina, che invece è scritto in modo da essere un punto di riferimento sicuro costante e perenne.

Nel CVII si trovano certamente delle formulazioni felici, come le si trovano però anche in certe omelie particolarmente ispirate o in altri testi di spiritualità.
Padre Lanzetta titolava: "il CVII, un concilio pastorale". E pastorale sia!
Quindi valorizziamolo pure il concilio, per carità! epuriamolo da ciò che non è conforme all'ortodossia cattolica, ma poi consideriamolo una volta per tutte per quello che realmente ha voluto essere, come anche mons. Schneider stesso auspicava nei confronti della SPX (nonché della S.Sede) al termine della sua visita apostolica ai seminari della Fraternità su incarico della S.Sede stessa.

Non so se è una cosa possibile, solo Dio lo sa, ma la cosa che a me sembra la più logica, pulita, ordinata e sensata è di riprendere il filo della storia da dove è cominciato il casino. Verrebbero risolti alla radice un'infinità di problemi, dalla Messa NO, al falso ecumenismo, alle dubbie beatificazioni...

Cesare Baronio ha detto...

Non vorrei essere ripetitivo, ma mi pare che qui non ci stiamo davvero rendendo conto della spirale in cui rischiamo di farci risucchiare.

Il problema, il bug del Concilio è proprio di essere pastorale, allo stesso modo in cui è voluto che lo fosse il Sinodo.
Quello che il Sinodo non dice è l'unica cosa che di esso importa: l'ammissione dei divorziati alla Comunione, con tutte le implicazioni che questo sta dimostrando di avere. Allo stesso modo, quello che del Concilio è accettato comunemente - tanto dall'illustre teologo dell'Ateneo Romano quanto dall'ultimo fedele - è la sua valenza rivoluzionaria e stabilizzante verso il corpus dottrinale, morale, spirituale, liturgico, artistico della Chiesa Cattolica.

Nessuno è così sprovveduto da pensare che il Concilio possa rappresentare una continuità con il passato, così come nessun sostenitore della Monarchia di Francia potrebbe celebrare la presa della Bastiglia. Non vi è e non vi può essere alcuna ermeneutica della continuità tra Luigi XIV e la ghigliottina, e rallegrarsi per la Restaurazione quando oggi all'Eliseo siede Hollande è patetico. Patetico e anche decisamente offensivo per i martiri della Vandea.

Se i frutti della Rivoluzione sono stati la distruzione della Monarchia di diritto divino in tutta europa e l'instaurazione della République atea ed anticristiana di matrice massonica (e sfido chiunque a negarlo), questo non è avvenuto perché la Rivoluzione è stata fraintesa, o perché c'è qualcosa di buono che può essere conservato nello spirito rivoluzionario.

Similmente, se i frutti del Concilio sono stati la distruzione della Monarchia papale e della Regalità di Cristo, la devastazione della liturgia (che viene chiamata giustamente conciliare), lo svuotamento dei seminari e dei conventi (la primavera conciliare), la secolarizzazione del clero, la diffusione del modernismo, dell'ecumenismo, del relativismo e via elencando; se anche la più remota chiesa costruita oggi (in nome della riforma conciliare) non ha nemmeno l'aspetto di una chiesa, non è perché il Concilio è stato travisato, ma perché esso è stato la causa di tutto questo.

I fautori dei Diritti dell'Uomo si rifanno alla Rivoluzione con orgoglio e la celebrano come evento che appartiene loro. I fautori della nuova chiesa si rifanno al Concilio con sfrontatezza e lo celebrano in mille occasioni, senza perderne una, per ricordare che se non fosse stato per loro a quest'ora saremmo ancora a biascicar litanie e Dominus vobiscum. Non ci vuole grande acume per cogliere il rapporto di causalità, no? E d'altra parte, chi oserebbe affermare - tanto per fare un esempio che trova facilmente tutti concordi - che i campi di sterminio non siano stati una diretta conseguenza del Nazismo? C'è qualcuno disposto ad affermare che Hitler fu frainteso, e che anche nei suoi discorsi si possono trovare delle frasi accettabili? O non diranno tutti che il Nazismo va rifiutato sine glossa anzi, come si usa dire oggi, senza se e senza ma?

...il resto lo potete leggere qui: http://opportuneimportune.blogspot.com/2015/11/il-cassonetto-conciliare-e-la-raccolta.html

irina ha detto...

Non posso entrare nel dettaglio per incompetenza.Solo alcune riflessioni generali che partono spesso da fatti, luoghi e date lontani dal contesto in cui ora sono e siamo.
1)Il CVII è legato per molti alla primavera della loro vita, quella stagione che si celebra perpetuamente per dirla con il poeta. Staccarsi dallo slancio,dagli aneliti dalla idealità,di quella stagione è difficilissimo.Tutto sembra essere nato da quel momento soltanto.Il CVII è la loro gioventù, il loro donarsi a Dio, alla Chiesa, ai fratelli, in umile ubbidienza.
2)Il CVII è legato alla maturità ed alla maturità piena della persona. Per costoro lo spartiacque fu ed è cosa li mosse: l'amor di Dio o l'amor di sè? Confine questo sottilissimo e perenne, tranne in casi di mala-fede conclamata.Da queste persone più
mature nacquero la strenua resistenza o la corsa ideologica. Alcuni sono morti, altri vivi. Ognuno dei due gruppi ha lasciato e lascia il testimone ad altri. Molti nel loro percorso personale attraversano ed hanno attraversato il sottile confine, una volta o più volte senza parere, senza sapere.
Non ci fu detto di cogliere la zizzania per non sradicare anche il grano. Un buon pastore, quando ci sarà donato,riordinerà ogni disordine per Amor di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo(solo Lui sa come), e del Suo gregge, confermando nella fede i fratelli senza mai confonderli.

mic ha detto...

Baronio, qui sfonda una porta aperta. Sono ben consapevole che l'inganno è tutto nella 'pastoralità' che è sinonimo di de-dogmatizzazione. E' proprio questo che ha reso possibile l'applicazione distorcente delle ambiguità e delle innovazioni introdotte, ormai chiaramente individuate.
Per disinnescare questa china nefasta, basterebbe tornare alla fecondità del dogma rifiutando il linguaggio liquido ed approssimativo, ripareggiando la verità con i correttivi che ciò consentirebbe (il Sillabo invocato da Mons. Schneider e il "discorso di fare" di Mons. Gherardini)

irina ha detto...

Allora cerchiamo di essere sintetici.
Il sine glossa, oggi comporta l'entrare col bisturi nel cervello e nel cuore di molti e molti uomini e se possibile tagliar loro le mani.
Carlo Magno con i barbari lo fece. La spada li convertì. Tutti. Tutti quelli a disposizione allora. Poi i chierici rifinirono il lavoro.
E' su questo lavoro che bisogna spendere qualche parolina.
Dove questo lavoro fu,ben fatto, il gregge, inerme e belante, mai si mosse, rimase compatto, fece diga, fece scoglio. Ci furono guerre, razzie, deportazioni, eccidi, il gregge lì stette.La casa e la roccia per intenderci.Ora quello che si può chiedere in ginocchio, con digiuni, veglie è un buon pastore, secondo il cuore di NSGC.Questo pastore, oggi ancora misterioso, avrà certamente qualità diverse da quelle necessarie per fare audience, non sarà una macchietta.
Cosa si fa nell'attesa? Quello che stiamo facendo:il nostro meglio per Grazia di Dio.

Cesare Baronio ha detto...

Attenzione, Irina, a non confondere: la zizzania nel campo del mondo assieme al grano buono sono una cosa; ma nel campo della Chiesa - vieppiù della dottrina - non si può ammettere che coesistano errore e verità. I discorsi prudenziali, quelli sul buon padre di famiglia che sceglie le cose buone e scarta quelle cattive, vale per il secolo, non per la Sposa di Cristo e tanto meno per il Suo insegnamento, che essa DEVE tramandare fedelmente. E la ragione è evidente: se l'insegnamento stesso della Chiesa - che è voce del Signore per la salvezza delle anime - fosse un coacervo di verità e di errori, come si potrebbe accettarlo? come gli si potrebbe sottomettere volontà ed intelletto? E soprattutto: come potremmo affrontare il bonum certamen contro il mondo, la carne e il diavolo, con armi spuntate in partenza? Ancora una volta il sine glossa si impone per una questione di onestà inetellettuale, ancor prima che per ossequio a Dio che è fonte della Verità.

marius ha detto...

Grazie, Baronio!