lunedì 16 novembre 2015

Ricordo del Santo Curato d’Ars

La figura del Curato d'Ars è stata evocata nelle recenti discussioni ricordando come Benedetto XVI lo avesse posto come modello per i sacerdoti decidendo di proclamarlo protettore dei parroci alla fine dell'Anno Sacerdotale. La notizia era stata resa nota dall’Ufficio delle cerimonie liturgiche, pubblicata dall`OR e ricordata in diverse omelie; ma alla fine, all'ultimissimo momento, è stato impedito.
Segno che un vero santificatore, dedito all'adorazione e all'amministrazione dei sacramenti (Penitenza ed Eucaristia) oggi è considerato troppo superato, troppo spirituale, poco operatore sociale. Come se non fosse la spiritualità autentica a render feconda ogni azione e relazione. E dunque ormai l'efficienza vince sulla concreta essenzialità del ministero: un altro aspetto della vita ecclesiale odierna in cui il mondo dell'immanenza prevale sul sopranaturale vanificando, così, l'opera divino-umana del Signore nella e attraverso la Sua Chiesa.
Ricordavamo Giovanni Maria Vianney in contrapposizione con la recente citazione di don Camillo da parte di Bergoglio manipolata arbitrariamente in una falsa chiave cattocomunista. Ne ha parlato efficacemente Antonio Socci qui.
Fedeli ai nostri intenti anche propositivi, riprendiamo il testo che segue, di Paolo Pasqualucci, pubblicato su sì sì no no nell’annata 2009, che ci espone la stupenda esemplarità del sacerdote alter Christus vissuta e testimoniata dal Santo Curato d'Ars. Prezioso il florilegio di suoi Pensieri, dai quali trarre insegnamento, nutrimento e fortezza per l'anima.

Ricordo del Santo Curato d’Ars

Il 9 agosto di quest’anno 2009 cadeva il 150° anniversario della festività in onore di S. Giovanni Maria Vianney, Confessore, meglio noto come “il Santo Curato d’Ars”. Nel giugno precedente, il Santo Padre aveva indetto un “anno del sacerdozio cattolico”, ponendolo sotto l’ègida del Santo Curato. Nella lettera apostolica del 16 giugno nella quale dichiarava l’inizio di questo speciale anno, il Pontefice dichiarava, rivolto a tutti i sacerdoti: “invochiamo dal Signore Gesù la grazia di riuscire anche noi ad apprendere il metodo pastorale di Giovanni Maria Vianney”[1]. Questo “metodo”, si fondava su di una cosa sola: la santità, la santità della vita quotidiana del sacerdote! La santità e la fede, poiché la prima non può essere senza la seconda. Il Santo Curato d’Ars, dichiarato da S. Pio X intercessore per il clero francese nel 1905 e vent’anni dopo da Pio XI “patrono dei sacerdoti” di tutto l’orbe cattolico, viene quindi molto opportunamente additato dal Papa, in questi tempi di grave crisi di identità dei sacerdoti, quale esempio e modello per i sacerdoti stessi e per tutta la Chiesa, fedeli compresi.

Riportano le cronache che non tutta la Gerarchia si è mostrata entusiasta dell’esortazione papale. Oggi, si è fatto capire con singolare ragionamento, il “presbitero” deve essere nel mondo, vivere nel mondo, essere “aperto” alle sue istanze, non può certo isolarsi e darsi (egoisticamente) alla pratica della santità, come ha fatto Giovanni Maria Vianney! Per quella parte della Gerarchia che impronta la sua missione alle infauste “aperture al mondo” proposte dal Vaticano II ed attuate nel modo che sappiamo dal Post-concilio, il “curato d’Ars” non può evidentemente rappresentare un modello da seguire, né per la sua vita di dura ed autoimposta penitenza né per il tipo di “messaggio” che egli diffondeva, trattandosi di un “messaggio” che conteneva tutte le tradizionali verità del Cristianesimo, senza nessuna concessione agli pseudo-valori nei quali crede il mondo.

La vita e la personalità del Santo Curato d’Ars

Ma chi era S. Giovanni Maria Vianney? Così lo ricordava ai fedeli, con poche e schiette parole, un’edizione del 1960 del Messale Romano (quello del Rito Romano Antico, impropriamente noto come “Tridentino”). “S. Giovanni Maria Vianney nacque l’8 maggio 1786 a Dardilly nella diocesi di Lione. Ancor fanciullo si mostrò piccolo apostolo fra i pastorelli che custodivano con lui il gregge, ed ebbe per i poveri una generosità singolare, pur essendo egli poverissimo. Di tardo ingegno, trovò difficoltà gravissime negli studi, che iniziò dapprima sotto la guida del parroco di Ecully. Ordinato sacerdote, per la sua santità più che per il suo sapere, fu per tre anni vicario di Ecully, poi passò parroco di Ars, piccolo paese, assai indifferente nei doveri religiosi. Con aspre penitenze, incominciò a punire in sé i peccati del suo popolo; poi gradatamente riuscì ad imporsi con la vita esemplare. Divenne consigliere di tutta la Francia ed anche dell’Europa e dell’America; fu vero martire della confessione, a cui attendeva per circa 18 ore al giorno. Ars vide per un ventennio attorno al suo Santo e semplice Curato, il grande pellegrinaggio, che contava oltre centomila persone all’anno. Morì il 4 agosto 1859, a 73 anni. Pio XI lo canonizzò e lo dichiarò patrono dei sacerdoti il 31 maggio 1925”[2]. La sua festività si celebra il 9 agosto.

“Martire della Confessione”, come poi, nel secolo successivo, il croato S. Leopoldo da Padova e l’italiano Santo Padre Pio, cappuccini tutti e due. “Martire della Confessione”? E che ne ha fatto del Sacramento della Confessione la Liturgia “creativa” del Post-Concilio? Quanti si confessano ancora, nelle semideserte chiese ove si celebra la S. Messa con il rito del Novus Ordo?

Informazioni preziose sulla personalità del Santo Curato ci vengono offerte in un volumetto che ne contiene “pensieri scelti e fioretti”, di autori francesi.
“Il 9 febbraio 1818 è una mattinata grigia: il sacerdote Giovanni Maria Battista Vianney si mette in viaggio verso la sua nuova parrocchia e la sua nuova residenza: Ars, nelle Dombes.
Il curato d’Ars ha trentadue anni. Gli ci vuole poco per conoscere perfettamente il piccolo borgo che gli è stato affidato. Duecentotrenta abitanti: non sono molti; tuttavia, nella sua profonda umiltà, egli continua a ritenere che questo covone carico d’anime sia troppo per le spalle di un mietitore. È contento di esser prete ma ha paura di esser curato. La preoccupazione di riuscire a portare a Dio il suo gregge lo ossessiona sino alla morte. D’ora in poi non smetterà mai di pregare, giorno e notte, per i suoi parrocchiani e per “i poveri peccatori”[3].

Nel 1818 la Francia e l’Europa sono ancora sconvolte dalle tempeste rivoluzionarie e napoleoniche. Non sono passati neanche tre anni dalla battaglia di Waterloo (18 giugno 1815). Un semplice prete di campagna viene inviato a prendere possesso della sua minuscola parrocchia, un villaggio che sembra dimenticato da Dio, situato in una parte aspra, poco salubre, semideserta della Borgogna. E per giunta immerso nell’atmosfera spiritualmente torpida del tempo.

Ma il Curato d’Ars non si perde d’animo. Pur sentendosi schiacchiato dal compito immane, si impegna con tutte le sue forze nell’opera di conversione e salvezza alla quale lo chiama lo Spirito Santo.
“Le difficoltà che Vianney incontra nel suo cammino, sin dall’inizio del suo ministero ad Ars, sono note. La danza e il cabaret sono i suoi nemici e con il suo insegnamento, con le sue omelie semplici e tuttavia irresistibili, con le sue famose catechesi, soprattutto con il suo esempio di devozione e di austerità, dovrà pur venirne a capo...” (P., pp. 7-8). Il Santo Curato dimostrò con i fatti la validità dell’antico detto secondo il quale la miglior predica è l’esempio. Egli si sottoponeva a dure penitenze e mortificazioni. “Fabbrica da solo strumenti di penitenza fatti di catene, punte di ferro e pezzi di piombo. Li usa per colpirsi ripetutamente, quando è solo, tanto che le donne che si occupano della sua casa diranno piangendo d’ammirazione mista ad orrore: ‘Fa impressione vedere la spalla sinistra delle sue camicie macchiata di sangue!” (ivi). Faceva “impressione” anche la sua dieta. “Per lunghi periodi di tempo consuma soltanto un pasto al giorno, in piedi, in pochi minuti. Si tratta di acqua mescolata con un po’ di vino, di patate bollite e fredde, di un pugno di farina e, di tanto in tanto, di orribili croste di pane, che marcivano in fondo alle bisacce di vecchi mendicanti. Mangiare il pane dei poveri è infatti per il curato l’onore supremo” (P, pp. 7-8). Se ben ci ricordiamo, anche S. Francesco si atteneva ad un regime simile. Grandi digiunatori e penitenti per i nostri peccati furono anche gli altri “martiri del confessionale”.
Con una simile impostazione, sorretta da una simile fede, la Provvidenza non tardò a far fruttare la sua opera.

“L’attività del Curato d’Ars diventa ogni giorno più capillare e più tenace. Ad Ars il curato fonda la scuola femminile e l’orfanatrofio, “La Provvidenza”. Poi fonda la scuola maschile. Si reca in tutte le parrocchie vicine, dove la sua presenza è richiesta, se non addirittura reclamata sempre più frequentemente, per predicare le missioni. Lo straordinario fervore che caratterizza la sue omelie e le sue catechesi cominciano a renderlo famoso, tanto che i peccatori si recano da lui da ogni dove. Comincia quello che verrà chiamato “il pellegrinaggio d’Ars”: folle di persone provenienti da tutti gli angoli della Francia, ma anche da diversi paesi europei si mettono in marcia solo per parlare con quest’uomo, questo prete di campagna confinato in un paesino sperduto, questo contadino ignorante, dall’intuizione penetrante, instancabile e che sprizza carità, di cui il XIX secolo, cinico e disperato, ha tanto bisogno!” (P, p. 9).

Il XIX secolo: ed il nostro, che sicuramente è ancora più cinico e disperato? Dopo Santo Padre Pio, morto il 23 settembre del 1968, dal quale folle di penitenti si recavano ugualmente in pellegrinaggio da tutto il mondo, non ci sono più stati sacerdoti “martiri del confessionale”. L’anno dopo la sua scomparsa entrò in vigore la Messa del Novus Ordo, la Messa costruita a tavolino dai teorici della creatività liturgica e del “dialogo”, con la collaborazione di esperti protestanti ossia degli eretici e degli scismatici, nemici da sempre della vera S. Messa Cattolica, che essi odiano dell’odio perverso di Lutero.

Ma torniamo al Santo Curato d’Ars. Il successo che aveva con le anime irritò oltremisura l’Avversario. Sono note le angustie che per lunghi anni “grappino” (così egli chiamava il Demonio) gli provocò: dai rumori spaventosi in piena notte, seguiti per esempio dall’ingresso dell’invisibile entità infernale nella stanzetta dove il curato dormiva, accompagnato dalle parole “Vianney, sarai nostro!”, alle desolazioni spirituali, che tentavano di insinuare nel santo sacerdote la convinzione di non esser all’altezza del suo compito, per scoraggiarlo, farlo fuggire (P, pp. 10-12).

Ma il Santo Curato tenne duro. La vita di penitenza e mortificazione che conduceva, le tante ore al giorno passate nel confessionale, tutto ciò non gli danneggiava in alcun modo la salute.

“Nel 1845, M. Vianney, Curato d’Ars, ha cinquantanove anni. In realtà, non li dimostra...Secondo un testimone egli ha “quel dono meraviglioso di sembrare agli occhi di tutti l’immagine di Gesù Cristo, un altro Gesù Cristo”. Il suo modo di parlare e il suo sguardo affascinano. Le persone che l’hanno avvicinato sono concordi nel dire che “una profonda impressione fa sì che tutti trovino nell’aspetto di questo prete un qualcosa di straordinariamente bello”. Eppure non è certo un bell’uomo! È di statura bassa (un metro e cinquantotto). Sembra goffo, “di aspetto gracile”. Si capisce che è dotato di un certo vigore, tuttavia la forza della sua complessione è soprattutto nervosa. L’età non ha tolto nulla della loro agilità alle sue membra di contadino. Pur dormendo e mangiando poco, dimostra un’estrema robustezza che contrasta con la sua corporatura modesta. Ha un fine udito e un’ottima vista. Il suo spirito resterà lucido sino alla fine [...] Possiede una certa dose di giovialità naturale e spesso il suo sguardo brilla di malizia contadina. È infine dotato in maniera veramente straordinaria di un’intuizione che gli permette di cogliere, attraverso gli sguardi, gli spiriti, le anime; di indovinare, per esempio, il contenuto di una lettera prima di averla letta, o la confessione di una colpa prima di averla sentita, talvolta persino di presagire gli eventi futuri. La sua vita, però, è troppo attiva e la stanchezza sembra farlo diventare ogni anno più piccolo, sembra scavare ancora di più i suoi tratti” (P, pp, 12-13).

I suoi, sono poteri straordinari simili a quelli concessi in seguito dalla Divina Misericordia a S. Leopoldo da Padova e a Santo Padre Pio.

In vecchiaia il suo volto appariva “dimagrito e per così dire distrutto”; il colorito pallido “a causa delle quotidiane diciotto ore di confessionale e quelle rughe profonde come ferite...” (ivi, p.14). Il viso “distrutto” e rughe “profonde come ferite”, alla fine di una vita passata per render gloria a Dio ascoltando per quaranta e uno anni tutto il giorno i peccati dei peccatori pentiti, al fine di assolverli, per condurli all’eterna salvezza. Quale uomo potrebbe essere un “martire del confessionale” senza l’aiuto costante dello Spirito Santo? Non costituisce un fatto del genere un ulteriore argomento per dimostrare la verità della nostra religione?

Il senso del peccato e la necessità della preghiera e del pentimento, della confessione e di una vita integerrima, veramente cristiana, sono al centro della predicazione del S. Curato d’Ars. Egli fu sempre pastore di anime, colui che sente sino all’angoscia e al totale oblio di sé il dovere di condurre alla vita eterna le pecorelle affidategli dal Buon Pastore, strappandole per sempre al Demonio.
La vita del Santo Curato “è sicuramente stata quella di un uomo eccezionale, di un santo...Tuttavia essa è sempre stata segnata, e non lo diremo mai abbastanza, dalla preoccupazione per un ministero parrocchiale che il curato si riteneva incapace di esercitare. Maria Vianney è pastore di un paesino che intende portare a Dio. Questa visione delle cose non lo abbandonerà nemmeno un istante: la sua vita sarà in tutto e per tutto quella di un curato. Muore nell’esercizio del suo ministero, come un operaio che muore sul lavoro” (ivi).

Dai Pensieri del Santo Curato d’Ars

Il volumetto di cui sopra contiene una selezione di “pensieri scelti e fioretti” del Santo. Ne proponiamo una nostra scelta.

[Bisogna conoscere la nostra religione]
Innanzitutto bisogna conoscere la nostra santa religione, l’unica vera, perché l’unica rivelata da Dio. “Figli miei, perché siamo così ciechi e così ignoranti? Perché non facciamo caso alla parola di Dio... Se una persona è istruita [nella religione cattolica], c’è sempre la possibilità che si riprenda. Per quanto si perda in ogni sorta di brutta strada, si può sempre sperare che presto o tardi torni al buon Dio, foss’anche in punto di morte. Al contrario, una persona che è ignorante nella propria religione è come un moribondo che ha perso conoscenza: non conosce né la gravità del peccato, né la bellezza della sua anima, né il valore della virtù; si trascina di peccato in peccato” (P, pp. 21-22).
[Se non si lavora ogni giorno per il Cielo, si va all’Inferno]
“Svegliandosi al mattino bisogna dire: ‘Oggi voglio lavorare per te, mio Dio! Accetterò tutto quello che vorrai inviarmi in quanto tuo dono. Offro me stesso in sacrificio. Tuttavia, mio Dio, io non posso nulla senza di te: aiutami!” Oh! Come rimpiangeremo, in punto di morte, tutto il tempo che avremo dedicato ai piaceri, alle conversazioni inutili, al riposo anziché dedicarlo alla mortificazione, alla preghiera, alle buone opere, a pensare alla nostra miseria, a piangere sui nostri peccati! Allora ci renderemo conto di non aver fatto nulla per il cielo. Che triste, figli miei! La maggior parte dei cristiani non fa altro che lavorare per soddisfare questo cadavere che presto marcirà sotto terra, senza alcun riguardo per la povera anima, che è destinata ad esser felice o infelice per l’eternità.La loro mancanza di spirito e di buon senso fa accapponare la pelle!” (ivi, pp. 23-24).
[La vera gioia viene dalla Fede]
“Chi non ha la fede ha l’anima ben più cieca di coloro che non hanno occhi... Viviamo in questo mondo come avvolti nella nebbia; ma la fede è il vento che dilegua la nebbia e che fa splendere sulla nostra anima un bel sole... Guardate come per i Protestanti tutto è triste e freddo! È un lungo inverno. Per noi, invece, tutto è gaio, gioioso e consolante. Lasciamo che la gente mondana dica quello che vuole. Ahimè! Come potrebbe vedere? È cieca. Se anche Nostro Signore Gesù Cristo facesse oggi tutti i miracoli che ha fatto in Giudea, ancora non crederebbe” (ivi, p. 28).
[Il peccato è il nostro boia]
“Il peccato è il boia del buon Dio e l’assassino dell’anima. È il peccato che ci sottrae al cielo per precipitarci nell’Inferno. Ciononostante, noi lo amiamo!... Che follia! Se ci pensassimo bene, avremmo un tale orrore del peccato da non poterlo commettere. O figli miei, quanto siamo ingrati! Il buon Dio vuole renderci felici e noi non vogliamo esserlo! Ci allontaniamo da lui per concederci al demonio! Fuggiamo il nostro amico per cercare il nostro boia!... Peccando, sprofondiamo nel fango” (ivi, p. 32).
[Siamo troppo attaccati ai beni terreni perché amiamo troppo noi stessi]
“Vedete, figli miei, all’infuori del buon Dio non vi è nulla di sicuro, nulla! Basta guardarsi un po’ attorno: la vita, passa; la fortuna, viene meno; la salute, è precaria; la reputazione, viene attaccata. Noi siamo in balia del vento... Tutto procede inesorabilmente e a gran velocità verso la meta [la morte]. Ah! mio Dio, mio Dio! Come sono da compatire quelli che sono così attaccati ai beni terreni!... Si attaccano alle cose materiali perché amano troppo se stessi, ma non si amano di un amore ragionevole; si amano con l’amore di sé e del mondo, cercando se stessi, cercando le creature più che Dio. Ecco perché non sono mai contenti, mai tranquilli; sono sempre inquieti, sempre tormentati, sempre travagliati” (ivi, pp. 33-34).
[Bastano due minuti per dannarsi in perpetuo]
“Figli miei, noi abbiamo paura della morte... altroché! È il peccato che ci fa avere paura della morte; è il peccato che la rende tremenda, spaventosa; è il peccato che fa inorridire il malvagio nel momento del terribile passaggio. Ahimé! mio Dio! c’è ben di che essere spaventati... Pensare di essere maledetti! Maledetti da Dio!... è un pensiero che fa tremare... Maledetti da Dio! e perché? per quale motivo gli uomini si espongono al pericolo di essere maledetti da Dio? Per una bestemmia, per un cattivo pensiero, per una bottiglia di vino, per due minuti di piacere! Per due minuti di piacere perdere Dio, la propria anima, il cielo per sempre!” (p. 35).
[La porta socchiusa dell’Inferno]
Ai reprobi Dio dirà: “Via, maledetti!..”. – Maledetti da Dio! Ah! che disgrazia terribile! Capite, figli miei? Maledetti da Dio!...da Dio che sa solo benedire! Maledetti da Dio, che è l’amore! Maledetti da Dio, che è la bontà stessa! Maledetti senza remissione! Maledetti per sempre, maledetti da Dio! Quando ci stanchiamo di pregare e la conversazione con Dio ci annoia, andiamo alla porta dell’Inferno e guardiamo quei poveri dannati che non possono più amare il buon Dio. Se un dannato potesse dire, foss’anche una volta: “Mio Dio, ti amo”, l’inferno per lui non esisterebbe più... Ma, ahimé! per quella povera anima tutto ciò è impossibile! È un’anima che ha perduto il potere d’amare che aveva ricevuto e di cui non ha saputo servirsi. Il suo cuore è secco come il grappolo d’uva dopo esser passato sotto il torchio. In quell’anima non ci possono essere più né felicità, né pace, perché non c’è più amore!
I dannati sono immersi nella collera di Dio, come il pesce nell’acqua. Ci sono persone che perdono la fede e che vedono l’Inferno solamente nel momento in cui vi entrano...Noi tutti sappiamo e crediamo che c’è l’Inferno, ma viviamo come se non esistesse, vendendo la nostra anima per qualche soldo” (pp. 37-38).
Ed oggi, AD 2009, viene spontaneo annotare: quanti Cattolici, sacerdoti e suore inclusi, credono ancora all’esistenza dell’Inferno? Quanti non credono, invece, che, se c’è, è tuttavia destinato a restare vuoto, perché con l’Incarnazione Gesù avrebbe già salvato tutta l’umanità? Vuoto in perpetuo, poiché la condanna dei peccatori impenitenti all’eterna dannazione sarebbe in contraddizione con l’amore di Dio per l’umanità! Un’autentica bestemmia questa falsa credenza, presente allo stato diffuso, che mostra l’odierna incapacità di ragionare in modo lineare e lucido, come il Santo di Ars; falsa credenza che sicuramente suscita la giustissima e tremenda ira di Dio.

[Il buon uso delle tentazioni nella lotta quotidiana per santificarci]
“Come il buon soldato non ha paura di combattere, così il buon cristiano non deve aver paura della tentazione. Tutti i soldati sono bravi quando sono all’interno della loro guarnigione: è sul campo di battaglia che si nota la differenza tra i coraggiosi e i vili. La più grande delle tentazioni è di non averne alcuna. Si potrebbe arrivare a dire che bisogna essere contenti di avere delle tentazioni: è il momento del raccolto spirituale, durante il quale facciamo provviste per il cielo. È come al tempo della mietitura: ci si leva di buon mattino, ci si dà un gran daffare, ma non ci si lamenta, perché si raccoglie molto. Il demonio tenta solamente le anime che vogliono uscire da una situazione di peccato e quelle che sono in stato di grazia. Le altre gli appartengono già: non ha alcun bisogno di tentarle. Se fossimo profondamente compresi della santa presenza di Dio, sarebbe molto facile per noi resistere al nemico. Sarebbe sufficiente il pensiero Dio ti vede! per non peccare mai.
C’era una santa che, dopo esser stata tentata, si lamentava con il Signore dicendogli:“Dov’eri dunque, amatissimo Gesù, durante quella tremenda tempesta?”.E il Signore: “Ero al centro del tuo cuore e mi rallegravo di vederti combattere”.
Una verità fondamentale, ripetuta molte volte dal Santo Curato, è che è impossibile salvarsi senza lotta quotidiana contro il Tentatore.
“Non bisogna credere che esista un luogo su questa terra ove poter sfuggire alla lotta contro il Demonio. Ovunque lo troveremo ed ovunque cercherà di toglierci la possibilità del Paradiso, ma sempre e in ogni luogo potremo uscire vincitori dal confronto. Non è come per gli altri combattimenti, in cui, tra le due parti in causa, c’è sempre un vinto; nella lotta contro il demonio, invece, se vogliamo possiamo sempre trionfare con l’aiuto della grazia di Dio che non ci viene mai rifiutata [...] Noi non abbiamo ancora sofferto quanto i martiri: eppure domandate loro se ora si rammaricano di quanto hanno passato...Il buon Dio non ci chiede di fare altrettanto... C’è qualcuno che rimane travolto da una sola parola. Una piccola umiliazione fa rovesciare l’imbarcazione... Coraggio, amici miei, coraggio! Quando verrà l’ultimo giorno, direte: “Beate lotte che mi sono valse il Paradiso!”. Due sono le possibilità: o un cristiano domina le sue inclinazioni oppure le sue inclinazioni lo dominano; non esiste via di mezzo [...] Se non siete dei santi, sarete dei reprobi; non c’è via di mezzo; bisogna essere o l’uno o l’altro: fate attenzione!” (pp. 45-50).
[La confessione è il migliore dei balsami]
“Figli miei, è difficile per noi capire quanta bontà Dio ha dimostrato nei nostri confronti istituendo quell’importantissimo sacramento che è la penitenza...Se quei poveri dannati che sono all’Inferno da tanto tempo si sentissero dire: “Metteremo un sacerdote all’entrata dell’Inferno. Tutti coloro che vorranno confessarsi non dovranno far altro che uscire”; figli miei, credete che ne resterebbe anche uno solo? I più grandi peccatori non avrebbero paura di dire i loro peccati, nemmeno davanti al mondo intero. Oh! in un batter d’occhio l’inferno si svuoterebbe e il cielo si popolerebbe! Ebbene! Noi abbiamo il tempo e i mezzi che quei poveri dannati non hanno [...] È bello pensare che abbiamo a disposizione un sacramento che guarisce le piaghe della nostra anima! Tuttavia bisogna accostarvisi in una particolare condizione d’animo; altrimenti, nuove ferite si aggiungono alle vecchie” (pp. 61-62).
Ci sono poi tanti che credono di poter vivere come vogliono, contando sul fatto di potersi sempre pentire alla fine della loro vita. Grave errore.“Il buon Dio non è cattivo, ma è giusto. Credete che si piegherà ai vostri capricci? Credete che vi butterà le braccia al collo, dopo che l’avete disprezzato per tutta la vita? Oh! no di certo! Esiste una misura di grazia e di peccato oltre la quale Dio si ritira. Che cosa pensereste di un padre che trattasse allo stesso modo un figlio giudizioso e l’altro scapestrato? Ebbene! Dio non sarebbe giusto se non facesse alcuna differenza tra chi lo serve e chi l’offende” (pp. 64-65).
Bisogna quindi lottare senza tregua ogni giorno contro le tentazioni e fuggire le occasioni del peccato, cominciando con lo sradicare le cattive inclinazioni dal nostro cuore.

[Non si deve odiare nessuno e bisogna ricercare l’umiltà e la mortificazione]
“Quando si odia il proprio prossimo, Dio ci restituisce questo odio: è un atto che si ritorce contro di noi [...] Coloro che serbano rancore sono infelici: hanno l’espressione preoccupata ed uno sguardo che sembra divorare ogni cosa attorno a sé” (p. 44-45). Bisogna perdonare le offese, essere semplici ed umili di cuore, come ci ha insegnato il nostro Divino Maestro.
“L’umiltà è il miglior modo per amare Dio. È il nostro orgoglio ad impedirci di diventare santi. L’orgoglio è il filo che tiene unito il rosario di tutti i vizi; l’umiltà è il filo che tiene unito il rosario di tutte le virtù. I santi conoscevano se stessi meglio di quanto conoscessero gli altri: ecco perché erano umili. Ahimé! È difficile capire come e per che cosa una creatura insignificante quale siamo noi può inorgoglirsi. Un pugnetto di polvere grande come una noce: ecco cosa diventeremo dopo la morte. C’è di che essere ben fieri! Quelli che ci umiliano sono nostri amici, non quelli che ci lodano [...] Oh! Quanto amo quelle piccole mortificazioni che nessuno vede, quali alzarsi un quarto d’ora prima al mattino oppure un istante di notte per pregare; eppure ci sono persone che pensano soltanto a dormire. Numerose sono le possibilità di mortificare il nostro essere: possiamo privarci del riscaldamento; se siamo seduti male, possiamo evitare di trovare una posizione migliore; se passeggiamo in giardino, possiamo privarci di frutti che mangeremmo con piacere [...] Quando camminiamo per strada, fissiamo lo sguardo su Nostro Signore che porta la croce davanti a noi, sulla santa Vergine che ci osserva, sull’angelo custode che è al nostro fianco. È inoltre una gran bella cosa rinunciare alla propria volontà. La vita di una povera domestica, che deve rinunciare alla propria volontà, per adeguarsi a quella dei suoi padroni, può essere, in virtù di questa rinuncia e della sua capacità di metterla a frutto, gradita a Dio quanto la vita di una religiosa che segue sempre la regola” (pp. 40-43).
Si vorrebbe continuare all’infinito ad esporre i pensieri del Santo Curato, che ci illuminano sullo Spirito Santo, sulla Santissima Vergine mediatrice di tutte le grazie, sulla S. Eucaristia, sul significato della Croce e su altre verità della fede e della morale cristiana; pensieri così semplici e così profondi, così istruttivi per la salvezza della nostra anima! Concludiamo questa rassegna, forzatamente breve, con le sue meditazioni sull’importanza della preghiera e sulla figura del sacerdote.

[Importanza fondamentale della preghiera]
“Figli miei, il vostro cuore è piccolo; la preghiera, tuttavia, può renderlo più grande e capace di amare Dio. La preghiera è un’anticipazione del cielo, un’emanazione del Paradiso. Non ci lascia mai senza dolcezza. È un miele che scende nell’anima ed addolcisce tutto. Davanti ad una preghiera ben fatta i dispiaceri si sciolgono come neve al sole. La preghiera è una rugiada odorosa: bisogna però pregare con cuore puro per sentirne il profumo. Vedete, figli miei: il tesoro di un cristiano non si trova in terra, bensì in cielo. Ebbene! Il nostro pensiero deve andare laddove è il nostro tesoro. L’uomo ha un bel compito: quello di pregare e di amare...Pregare e amare: ecco come può realizzarsi la felicità dell’uomo sulla terra!
La preghiera non è altro che un’unione con Dio. Quando abbiamo il cuore puro ed unito a Dio, proviamo dentro di noi una soavità e una dolcezza inebriante, una luce abbagliante [...] Chi non prega si china verso terra, come una talpa che cerca di fare un buco per nascondervisi. È una persona legata in tutto e per tutto a questo mondo, abbrutita, che pensa solamente alle cose di quaggiù [...] Il buon Dio non ha bisogno di noi: se ci chiede di pregare, è perché vuole la nostra felicità e la nostra felicità sta solo nella preghiera. Quando Dio vede che ci avviciniamo a lui, china il suo cuore il più in basso possibile verso di noi, sue piccole creature, proprio come un padre che si china per ascoltare il figlioletto che gli parla” (pp. 51-53).
[Senza il sacerdote, i doni di Dio non servirebbero a nulla]
“Chi è il sacerdote? Un uomo che sta al posto di Dio, un uomo che è rivestito di tutti i poteri di Dio. “Andate, dice Nostro Signore ai preti. Come il Padre ha mandato me, così io mando voi... In cielo e sulla terra mi è stato dato ogni potere. Andate dunque, istruite tutte le nazioni... Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me”. Quando il sacerdote rimette i peccati, non dice: “Dio ti perdona”. Dice: “Io ti assolvo”. San Bernardo ci assicura che tutto ci è venuto per mezzo di Maria; allo stesso modo possiamo dire che tutto ci è venuto per mezzo del sacerdote: sì, tutta la felicità, tutte le grazie, tutti i doni celesti. Se non avessimo il sacramento dell’Ordine, non avremmo Nostro Signore. Chi l’ha messo là, in quel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha ricevuto la vostra anima alla sua entrata nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire davanti a Dio, lavandola, per l’ultima volta, nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest’anima muore, chi la risusciterà? Chi le ridarà la calma e la pace? Ancora una volta il sacerdote. Non potete pensare ad un solo dono di Dio senza incontrare, accanto ad esso, l’immagine del sacerdote.
Provate ad andare a confessarvi dalla Santissima Vergine o da un angelo: vi potranno assolvere? No. Vi daranno il corpo e il sangue di Nostro Signore? No. La Santissima Vergine non può far scendere il suo divin Figlio nell’ostia. Se anche foste di fronte a duecento angeli, nessuno di loro potrebbe assolvere i vostri peccati. Un semplice prete, invece, può farlo; egli può dirvi: “Va’ in pace; ti perdono” [...] Dopo Dio, il sacerdote è tutto!... Lasciate una parrocchia per vent’anni e la gente finirà per adorare gli animali. Quando si vuole nuocere alla religione, si comincia attaccando il sacerdote, perché là ove non c’è più il prete, non c’è più Sacrificio eucaristico e là ove non c’è più Sacrificio, non c’è più religione” (pp. 75-76).
Con queste ultime riflessioni, il Santo Curato pensava sicuramente alle esperienze terribili della Rivoluzione Francese, con la sua feroce persecuzione dei sacerdoti rimasti fedeli alla Chiesa ed il conseguente deserto morale creato nella società. Ma le sue parole valgono anche oggi. La contestazione della figura e del significato del sacerdozio vengono, oltre che dalla società in preda ad un crasso materialismo, anche dall’interno della Gerarchia. Si pensi alla insistita, bizzarra pretesa delle donne di oggi - appoggiata da tutto il clero progressista e addirittura da Cardinali, come ad esempio C.M. Martini s.j. - di essere investite anch’esse del sacramento dell’Ordine, come se i problemi attuali della Chiesa potessero risolversi creando un ceto di sacerdotesse, alla fine magari numericamente superiore ai sacerdoti. Queste indebite e perverse pretese, che cozzano contro il magistero infallibile della Chiesa, sono professate in particolare dalle femministe, per le quali, come è noto, l’immondo lerciume che va sotto il nome di “liberazione sessuale della donna” costituisce articolo di fede e norma di vita.

Santo Curato d’Ars, intercedete per noi, aiutateci a resistere, ad esser fedeli sino alla morte, nella lotta quotidiana contro noi stessi per la nostra santificazione e contro le tenebre che da ogni lato ci avvolgono sempre più fitte.
PP [Paolo Pasqualucci]
[14.08.09] [Pubblicato su sì sì no no nell’annata 2009]
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1. Kirchliche Umschau [Panoramica sulla Chiesa], 12 (2009) 4, p. 14; 15-17; e n. 7/8, p. 5.
2. Mistrorigo, Messale quotidiano, stampato con i tipi della Casa Editrice Liturgica del Comm. Luigi Favero, Fornitore Pontificio, Vicenza, marzo 1960. Il pellegrinaggio dei fedeli ad Ars continua a tutt’oggi.
3. Dalla Prefazione a: Santo Curato d’Ars, Pensieri scelti e fioretti, a cura di Janine Frossard, con Prefazione di Michel de Saint-Pierre, tr. it. di Alessandra Ruzzon, Ediz. S. Paolo, Milano, 1999, pp. 7-17; p. 7. D’ora in poi citato con P. In qualche punto abbiamo ritoccato la traduzione.

2 commenti:

irina ha detto...

Questa è la Francia. E' l'Europa. E' la Chiesa in missione sulle sue fondamenta.

Grazie, la scelta quella necessaria. Quella giusta.

Riccardo Abbà ha detto...

Depongo tutta la mia nullità nelle mani del Santo Curato, potentissimo intercessore presso la bontà infinita di Nostro Signore. Per me, dopo la Madonna, San Giuseppe e Giuda Taddeo, il più grande dei Santi.