Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

giovedì 3 settembre 2026

Contro il suicidio assistito


Una riflessione pastorale e teologica sulla sacralità della vita in mezzo alla sofferenza, alla luce del dibattito ancora in corso sul suicidio assistito. Qui da noi sta facendo scalpore il caso del Veneto. La maggioranza al governo cincischia e la Chiesa, diocesana e nazionale, tace... unica mobilitazione risulta tra parlamentari e uomini di cultura veneti. Qui l'indice degli articoli sulla realtà distopica. 

Contro il suicidio assistito

Introduzione
Come pastore che si è seduto accanto a molti malati – troppi per i miei gusti – che ha stretto mani tremanti tra ondate di dolore e ha pianto con le famiglie i cui cari si stavano spegnendo, mi avvicino a questa domanda non come un teorico distaccato, ma come qualcuno che ha guardato la sofferenza in faccia. Ho visto il cancro divorare un corpo, ho visto la demenza cancellare una personalità e ho ascoltato la disperazione di chi dice: "Non ce la faccio più". In quei momenti, la tentazione di porre fine al dolore, anche togliendo la vita, può sembrare l'unica opzione misericordiosa rimasta.

Eppure, con tutta la compassione che posso provare per chi soffre, e con sincero dolore per chi crede che il suicidio assistito sia la risposta più umana, resto fermamente convinto che porre fine deliberatamente a una vita umana, anche per alleviare la sofferenza, sia sempre sbagliato. È sbagliato teologicamente, moralmente e, credo, anche civilmente. E poiché si tratta della soppressione intenzionale di una vita umana innocente, deve essere chiamata con onestà: non "aiuto medico a morire", non "morte con dignità", ma suicidio assistito. Il linguaggio è importante, perché l'eufemismo è il primo rifugio di una coscienza sporca.

I. L'importanza di dare un nome: perché "suicidio assistito" e non "eutanasia"
Nell'uso classico, l'eutanasia (dal greco εὐθανασία / euthanasía, da εὖ 'bene' + θάνατος 'morte', letteralmente 'buona morte') significava semplicemente una morte pacifica o dolce. Col tempo, tuttavia, il termine è giunto a implicare l'uccisione diretta da parte di un'altra persona, di solito un medico. Oggi, i sostenitori preferiscono espressioni come 'assistenza medica alla morte' (MAiD) o 'morte volontaria assistita' proprio perché nascondono ciò che accade realmente: una persona fornisce a un'altra i mezzi (o l'atto stesso) per commettere suicidio.

Chiamarlo in altro modo significa nascondere la realtà. Quando un medico prescrive una dose letale che il paziente in seguito ingerisce, si tratta di suicidio assistito da un professionista sanitario. Quando un medico inietta la dose letale, si tratta di omicidio, anche se richiesto e anche se motivato dalla pietà. La distinzione non è pedante; è morale e legale. Il suicidio è l'uccisione di sé stessi. Il suicidio assistito è un suicidio reso possibile da un'altra persona. L'eutanasia, nel suo senso attivo, è l'uccisione per mano di un'altra persona. Entrambe sono forme di omicidio intenzionale; una è semplicemente commissionata dalla vittima.

Un linguaggio chiaro protegge un pensiero chiaro. Se non riusciamo a definire un'azione per quello che è, abbiamo già iniziato a perdere la discussione.

II. La testimonianza teologica: la vita come dono, la sofferenza come mistero, la morte come confine
La teologia cristiana ha sempre insegnato che la vita umana non è un possesso di cui disporre, ma un dono custodito in custodia. "Il Signore dà e il Signore toglie; sia benedetto il nome del Signore" (Giobbe 1:21). Togliersi la vita, o cooperare direttamente a togliere la vita a un altro, significa usurpare una prerogativa che appartiene solo a Dio.

Questo non è un consiglio di distacco stoico – la stessa filosofia che giustificava il suicidio quando la sofferenza superava la virtù – ma di speranza biblica che affida persino il dolore insopportabile a un Padre amorevole. Le stesse Scritture che proibiscono l'omicidio (Esodo 20:13) e la disperazione (1 Corinzi 10:13) mostrano anche un Dio che si avvicina a chi ha il cuore spezzato (Salmo 34:18), che raccoglie le nostre lacrime nel suo otre (Salmo 56:8) e che, in Cristo, è entrato pienamente nella sofferenza innocente. La croce non è un argomento a favore del suicidio; è la sua confutazione decisiva. Gesù non chiese di essere tolto dalla croce per porre fine al suo dolore; si affidò al Padre e, in questo affidamento, redense il mondo.

La sofferenza rimane un mistero, non una punizione o una virtù in sé. Eppure, nell'economia della redenzione, la sofferenza può unirsi alla passione di Cristo e diventare feconda (Col 1,24). La tradizione cristiana non ha mai glorificato il dolore fine a se stesso; ha sempre cercato di alleviarlo. Ma c'è una netta linea di demarcazione tra uccidere il dolore e uccidere il malato. Oltrepassare quella linea non è mai giustificato, perché nega l' immagine di Dio nel sofferente e il significato redentivo che persino la sofferenza insopportabile può essere donata quando offerta in unione con Cristo.

III. La realtà pastorale: accompagnamento, non abbandono.
Non ho mai incontrato una persona che implorasse la morte e che, in fondo, non si sentisse abbandonata, un peso o spaventata. Il grido "Voglio morire" è quasi sempre il messaggio in codice "Non sento più che la mia vita valga la pena di essere vissuta per nessuno, me compreso". Rispondere dicendo "Hai ragione; lasciaci aiutarti a farla finita" è l'abbandono finale e più tragico.

Un vero accompagnamento conduce fino alla soglia della morte senza spingere il sofferente oltre prematuramente. Significa cure palliative specialistiche, supporto psicologico e spirituale, sollievo dalla solitudine, la certezza che il paziente non sarà lasciato morire nell'agonia o nell'isolamento. Nelle giurisdizioni in cui il suicidio assistito è legale, gli studi dimostrano costantemente che la maggior parte di coloro che lo richiedono lo fa per paura di essere un peso o di perdere l'autonomia, non per un dolore fisico insopportabile. Quando queste paure vengono affrontate con autentica cura, il desiderio di morire spesso si affievolisce.

IV. Il pericolo civile: dalla compassione alla coercizione
Una società che permette il suicidio assistito passa inevitabilmente dal "diritto di morire" al "dovere di morire". La logica è inesorabile. Una volta che affermiamo che alcune vite non meritano di essere vissute, la domanda diventa: chi lo decide? E la risposta non è mai il singolo individuo, bensì la cultura circostante, plasmata da fattori economici, di convenienza e ideologici.

Abbiamo già visto in azione questa china scivolosa. In Belgio e nei Paesi Bassi, l'eutanasia si è estesa dai malati terminali ai malati cronici, ai malati di mente, ai depressi e persino ai bambini. In Canada, l'assistenza medica alla morte (MAiD) viene ora offerta a persone la cui unica diagnosi è la povertà o la mancanza di una casa. Quando il suicidio diventa un "trattamento" medico, il dovere dello Stato di prevenirlo si inverte in un dovere di fornirlo. Il diritto di morire diventa, per i più vulnerabili, una pressione a morire.

E i più vulnerabili sono sempre i primi a soffrire: gli anziani che temono di mandare in rovina le proprie famiglie, i disabili che interiorizzano il messaggio della società secondo cui le loro vite hanno meno valore, i poveri che non hanno accesso a buone cure palliative. Legalizzare il suicidio assistito non amplia le possibilità di scelta, bensì le restringe, eliminando il più forte baluardo sociale e legale contro la disperazione.

V. Peccato, misericordia e speranza
Definire il suicidio assistito un peccato grave non significa condannare chi lo subisce; significa piuttosto chiamare l'atto con il suo nome, pur tenendo aperte le braccia della misericordia. La stessa Chiesa che insegna la gravità oggettiva del suicidio ha sempre insistito sul fatto che il disagio psicologico, il dolore e la paura possono diminuire o addirittura eliminare la colpevolezza soggettiva. Dio giudica i cuori, non solo le azioni. Il nostro compito è sostenere la verità oggettiva, riversando al contempo compassione su coloro che, nella loro angoscia, considerano o scelgono questa strada.

Non esiste sofferenza così grande da allontanare una persona dall'amore di Dio, e non esiste momento così buio da spegnere la speranza. Persino sulla croce, Gesù era accompagnato da sua Madre, da Giovanni, dal ladrone pentito. Nessuno dovrebbe mai morire da solo, e nessuno dovrebbe mai sentirsi costretto a pensare che la morte sia l'unica via rimasta aperta.

Conclusione
Mi oppongo al suicidio assistito non perché sia indifferente alla sofferenza, ma proprio perché non lo sono. Ho visto cosa può fare un vero accompagnamento: come l'amore possa rendere sopportabile l'insopportabile, come la presenza possa trasformare l'agonia in un'offerta, come persino nella valle dell'ombra della morte il Signore prepari una mensa e unga il capo con olio.

Possiamo noi, come Chiesa e come società, scegliere la via più difficile ma più vera: prenderci cura dei sofferenti, non abbandonarli mai e non ucciderli mai. Solo allora saremo fedeli a Colui che ci ha amati fino alla fine e oltre la fine, nell'eterna alba della risurrezione.

Inviato in amorevole memoria di coloro che hanno sofferto molto e sono morti di morte naturale, circondati dall'affetto dei propri cari.
Rev. Leon, 1 settembre

45 commenti:

Anonimo ha detto...

Dibattito? La destra (parliamone un pi' di questa sedicente destra....) ha votato a favore dell'omicidio di stato in veneto.
Dibattito su cosa?
Sull'autonomia? Sulle pensioni ? Sull'ordine pubblico? Sull'ucraina?
Di che dibattiamo?

Anonimo ha detto...

Non mi sorprende che Zaia e quasi tutti quelli della Lega e forza italia abbiano approvato il suicidio assistito ! A furia di essere liberisti e servi di Davos e cosi' ! Peggio dei fascisti ! A livello istituzionale non c'e' piu' la Fede ! Nel Veneto i giovani che se ne vanno all'estero sono al secondo posto in Italia ! Non dico altro ...

Anonimo ha detto...

Ancora un triste effetto della chiesa postconciliare e sinodale! Se la chiesa non avesse annacquato il suo messaggio e non avesse promosso la laicità delle istituzioni, probabilmente divorzio, aborto, unioni omosessuali e ora eutanasia non sarebbero mai stati approvati! Più che scagliarsi contro Zaia e compagni, dobbiamo riconoscere che questi politici sono il frutto di una chiesa che non insegna più nulla e inneggia al dialogo con parole vuote che non lasciano più il segno, perché non vogliono più evangelizzare!!

tralcio ha detto...

La "destra" e la "sinistra" sono etichette. Sull'etichetta si scrivono gli ingredienti.

Gli ingredienti possono differire come elenco, ma dipende molto dalle loro proporzioni.
Un pizzico di sale nello zucchero dà un retrogusto diverso, ma il contenuto resta comunque un dolce, etc.

Quindi se il contenuto principale è un liberismo mercantile, un servilismo davosiano, un pragmatismo utilitarista, un neognosticismo massonicheggiante, anche se poi uno ci spruzza dentro un po' di famiglia, di fede o di patria non cambia quasi nulla rispetto a chi ci mette altre marginalissime caratterizzazioni.
Sì, le etichette dicono "destra" e "sinistra", ma al 95% la sbobba è la stessa.

E la Chiesa? Beh, l'ingrediente principale, la fede nel Signore Gesù Cristo, garantirebbe una diversa lettura della storia, da pietra d'angolo, di scandalo, scartata dai costruttori. Ma a una chiesa (minuscolo) intenta a farsi piacere dal mondo questo non importa. Così anche lei si limita alle spruzzatine, dentro quattro o cinque ingredienti principali comuni a "destra" e "sinistra". A cominciare dai soldi e dalla tendenza ad assecondare i vizi, derubricando il peccato e preferendo scegliere sempre la via comoda... dicendola misericordia.

Eh Mammona, quante ne compera. E anche la poca penitenza, la non rinuncia, quanti ne porta sulla strada ampia, con le scale mobili, le porte belle larghe, anche girevoli.

La nostra "rappresentanza" è umanamente deludente, fragile e inadatta alle sfide.
In teoria potrebbe assolvere ad un compito, ma degradata com'è, corrotta, non può.
Servirebbe la conversione: della chiesa, della "destra" e della "sinistra".
Ma si converte chi si pente, non chi si atteggia ipocritamente a paladino della giustizia.

Serge ha detto...

Mi dispiace per Moraglia, però magari Zuppi e Paglia son contenti.

Cit. Andrea Sandri ha detto...

Suicido assistito

Il centro-destra si sta suicidando. Ora sarebbe interessante capire da chi è assistito.

Anonimo ha detto...

Quindi se uno vuole "morire" può rivolgersi a loro. Decadente ma romantico, appunto, Morte a Venezia.
C. Gazzoli

Anonimo ha detto...

Non credo proprio, la destra invece ha capito che il mondo è postcristiano, che la chiesa ha dismesso i valori non negoziabili e si allinea al pensiero comune sperando di non perdere voti! Chi si sta suicidando è la chiesa postconciliare!!

Anonimo ha detto...

Circa la nuova legge regionale del Veneto oggi approvata sul fine vita
il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia in primis e in secundis tutti
i preti operanti nel Veneto, in segno di riparazione, inizieranno uno sciopero della fame
a pane e acqua. I fedeli di buona volonta' pregheranno per i legislatori ( si fa per dire).

Gian Luigi B. ha detto...

Mi dispiace molto criticare il patriarca di Venezia, il quale, a fronte della CEI fa un figurone, ma nel suo intervento non c'è un argomentare morale degno della tradizione cattolica. Quando si ammonisce un organo politico si deve far riferimento al Diritto Naturale, il quale vincola (quando, come nella materia in esame, la questione è tragicamente chiara ) ogni persona razionale, al di là di ogni confessione personale e di ogni costituzione vigente in quello Stato. Il "suicidio assistito" è sempre omicidio di consenziente (innocente); nessuna circostanza può renderlo legale. Una legge che lo permette non è una "cattiva legge" ma è una non-legge; in linea di principio il medico, l' infermiere, il farmacista non dovrebbero ricorrere ll' "obiezione di coscienza", ma non riconoscere alcun carattere vincolante a quegli articoli del codice (o di un egolamento regiknale ! ).Mi rendo conto che significherebbe chieder loro di sacrificare eroicamente il proprio posto di lavoro, e quindi a parer mio resta lecito sfruttare le possibilità 'legali"; ma almeno nel foro pubblico bisognerebbe esser rigorosi (che poi altro non sarebbe che dir la verità). La gerarchia cattolica che parla di "civiltà" o "cultura" fa sociologia, e si è già, con ciò ritirata dall' agone. Per quanto riguarda il cattolico, basterebbe l' attuale Codice di Diritto Canonico per colpire i politici che appoggiano queste leggi, ma se il bene supremo è evitare ogni conflitto, tutto il resto verrà sacrificato: a partire da quei (doppiamente) disgraziati che saranno "suicidati.

Anonimo ha detto...

Temo che la chiesa docente sia vittima di un equivoco. Creda cioe' che la sociologia che viene studiata nei seminari sia il vero cristianesimo quando in realta' non ha quasi nulla da spartire con la Parola di Dio.

Anonimo ha detto...

Legge che fa dell'arbitrio un valore.
Ricordiamoci che, come scrive Junger, mentre in Oriente grandezza e arbitrio sono compatibili, in Occidente non lo sono affatto, giacche' da noi l'arbitrio esclude la grandezza, oppure ne offusca la purezza.
La supposta "liberta'" del suicidio assistito e' arbitrio allo stato puro, barbarie legalizzata.

Anonimo ha detto...

Come scrive Dal Bosco (sul sito Renovatio), ci sarebbe da ridire sulle espressioni molto soft usate dal Patriarca, che non usa peraltro mai la parola Dio nel suo intervento.
Parla di "percezione", di "ferita"; assurdo poi quando scrive che "oggi non ha vinto o perso qualcuno...".
Ma si sa che la Chiesa "postconciliare", cioe' quella rivoluzionaria in stile liberalsocialista, lavora di fioretto con il mondo. La spada sarebbe troppo divisiva.

Anonimo ha detto...

La fede vera, quellà che ti fa accettare la situazione in cui ti vieni a trovare perche' quella e' la volonta' di Dio si e' diluita fin quasi a scomparire.
Nel Vangelo i miracoli avvengono quando c'e' fede.

Cit. Martino Mora ha detto...

Il suicidio assistito, proprio perché "assistito", si chiama eutanasia.
Come l'interruzione volontaria di gravidanza, proprio perché "volontaria", si chiama aborto.
Esse sono azioni cattive, di chi gioca ad essere il dio di se stesso, trasformate con magico giochetto in "diritti" dall'Occidente plutocratico terminale, che odiandosi - o meglio: odiando le sue vere spirituali radici- odia di conseguenza anche la vita.
La legge eutanasica approvata dalla regione Veneto dimostra che il partito tanatofilo modello Marco Pannella- Marco Cappato è il vero partito trasversale della politica italiana.
Luca Zaia e il suo maggiordomo Alberto Stefani hanno confezionato una porcata talmente tanatofila, laicista, anticomunitaria e indecente da meritarsi l'elogio di Massimo Gramellini sulla prima pagina del Corriere.
Gramellini, distillatore di veleno nichilista falsario e zuccherato in essenza purissima, definisce "uomini liberi" Zaia e il suo maggiordomo. E' l'encomio che il vizio rende a se stesso.
Da vomito.

Anonimo ha detto...

Quindi ora se uno vuole proprio morire va da "loro". Malinconico ma romantico, appunto, Morte a Venezia.
C. Gazzoli

Gian Luigi B. ha detto...

Giustissimo, e infatti tale arbitrio "deve" travestirsi da grandezza e, come per l' aborto si auto-proclama "diritto", lo scimmione che s' incorona !

Anonimo ha detto...

Vannacci sotto inchiesta.

L'atteggiamento della "magistratura" é diventato la cartina al tornasole per valutare la buonafede dei politici.

Evidentemente Vannacci é in buona fede, cosi' come lo era Salvini (e in un certo senso Berlusconi).
State tranquilli che non vedrete mai Draghi o Monti sotto inchiesta .

Ovviamente, la buonafede non basta.

Anonimo ha detto...

Personalmente il "suicidio assistito" non la chiamo "eutanasìa" ma..
"omicidio con sicàri pagati e spettatori in prima fila". Esattamente
come al tempo della ghigliottina o dell'impiccagione o della garrota
o...altro.

Anonimo ha detto...

«Meglio la morte che una vita amara, il riposo eterno che una malattia cronica».
Sir 30, 17

Senza dubbio l'uomo è fatto per la vita e per la salute, ma se l'anima è disperata e il corpo malato, meglio la morte e il riposo eterno.
Come allora morire e raggiungere la pace? Come realizzare l'insegnamento del Siracide? Per mezzo del suicidio? Assurdo, perché l'uomo è stato creato per la vita.
Deve invece morire l'uomo vecchio (san Paolo), per mezzo della conversione: «In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non gusterà la morte in eterno» (Gv 8, 52).
Quindi, o Gesù è un bugiardo e il Siracide raccomanda il suicidio, oppure Gesù dice il vero e bisogna morire al peccato.
Silvio Brachetta

Alessandro ha detto...

Messaggio della Madonna a Renato Baron del 3 febbraio 1988, nell'ambito delle apparizioni di San Martino di Schio.

«Se avverrà ciò che io non vorrei, allora sappi che i tempi volgeranno verso la fine. Tutto sarà causa peccato, fattosi perverso da rendere gli uomini ladri, ingannatori, assassini. Si accaniranno contro i loro figli al punto da ucciderli. I figli accoltelleranno i genitori. Anche le famiglie si flagelleranno con facili tradimenti. Quando gli uomini avranno legiferato ogni legge per facilitare la morte, la divisione delle famiglie, quando si giustificherà la perversione tra i simili, quando la carne prevarrà sullo spirito e si dissiperà la vita, quando le guerre infuocheranno la terra; quando la natura si ribellerà contro di voi, sappi che i tempi volgono verso la fine.»

Sopprimere deliberatamente una vita umana è, in sé, un atto moralmente grave, anche quando l’intenzione dichiarata è quella di porre fine alle sofferenze di un malato. Per questo, come nel caso dell’aborto, ritengo che una coscienza chiamata a giudicare moralmente non debba considerare soltanto il fine perseguito, ma anche la natura dell’atto compiuto.

L’intenzione di alleviare il dolore può spiegare le motivazioni di chi agisce, ma non necessariamente rende moralmente lecito l’atto attraverso cui quel fine viene perseguito. Se il cosiddetto “male minore” viene invocato per giustificare la soppressione deliberata di una vita innocente, il problema morale rimane comunque nell’atto stesso. Che il livello di emergenza sia massimo o minimo, la gravità dell’atto non dovrebbe essere stabilita esclusivamente dall’urgenza della situazione o dalla sofferenza che si intende evitare.

Naturalmente la preoccupazione è che l’eccezione, una volta introdotta per affrontare casi estremi, possa progressivamente diventare un criterio applicabile a situazioni sempre più ampie. È ciò che, secondo questa lettura, sarebbe accaduto storicamente con questioni come l’aborto e il divorzio, partendo da situazioni presentate come eccezionali e arrivando successivamente a una progressiva normalizzazione. Il timore, quindi, che ciò che nasce come eccezione motivata dalla necessità finisca per trasformarsi in una giustificazione generale, rendendo sempre più labile il confine tra il caso limite e la regola.

Anonimo ha detto...

"Fratelli d'Italia e Meloni non c'entrano con questa oscena legge veneta sul suicidio assistito. I colpevoli sono quelle frange del CD che da sempre tirano in direzione contraria. Si trovano tra i leghisti e soprattutto in Forza Italia.
Se passerà la riforma elettorale, chi vincerà le elezioni si troverà forse meno costretto a governare in una coalizione.
Molti giovani veneti vanno all'estero? È un problema che affligge tutte le nazioni europee: i laureati spesso vogliono andare a vivere nel paese europeo (o extraeuropeo) dove si guadagna meglio.
Una cosa da ricordare è, se non vado errato, l'alto tasso di aborti del Veneto. Forse uno dei più alti d'Italia? È il Veneto dei "venetisti", gente come Zaia, che vorrebbero rendersi indipendenti dall'Italia, soprattutto per ignoranza. Loro, come altri, non hanno capito che continuando così finiremo in bocca all'islam. Già musulmani si è capito sono molti operai a Mestre e Monfalcone. La classe operaia oltre all'assistenzialismo l'hanno decimata gli aborti.
Non si deprecherà mai abbastanza il regionalismo stoltamente imposto dalla nostra Costituzione, in odio al fascismo. Non c'era nessun bisogno di "leggi regionali". la regione Toscana tempo fa non approvò una legge simile? E il Governo Meloni fece ricorso. Dovrebbe farlo anche ora per coerenza, ma la questione è più delicata, proveniendo il siluro dall'interno stesso del CD. Almeno sulla carta. Definire Zaia uomo "di destra" non ha senso. I valori autentici della Destra lui non sa nemmeno dove stanno di casa".
Politicus

Anonimo ha detto...

Caro Presidente Zaia,
nel tuo tirare la volata alla legge sul suicidio assistito, sei purtroppo fuori strada; e su numerosi aspetti. Mi soffermo sul più importante.
Scrivi: «Se la legge regionale sarà approvata, il Veneto non introdurrà il fine vita. Se non sarà approvata, non lo cancellerà». Il tentativo è quello di dire che la partita è già finita, perché tutto è già stato scritto nella sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale.

A parte il fatto che il ragionamento può essere subito rovesciato (se davvero cambia poco con una norma regionale perché il fine vita «c’è già», allora perché intestardirsi con la legge?), c’è un dato di fondo che è sorprendente che chi fa politica da oltre trent'anni come te non colga o faccia finta di non cogliere: una legge – ogni legge – non è “solo” una legge. Non lo è mai. Fa anche cultura.

Ebbene, si dà il caso che non chi scrive, bensì decenni di esperienza internazionale (che è piuttosto strano che ignori, visto quanto ti appassiona il fine vita) dicano una cosa molto semplice: ovunque nel mondo la morte assistita sia stata disciplinata per legge, il messaggio passato non è stato quello della «libertà di scelta», bensì quello dell’esistenza di «vite indegne di essere vissute».

Così, ovunque nel mondo la morte assistita sia stata normata, non solo i casi sono esplosi nel numero – con tanti aspiranti suicidi che si fanno avanti perché si sentono letteralmente un peso per i loro cari, per i loro amici e per la collettività –, ma spesso le iniziali previsioni di legge si sono allentate, arrivando sia alla “dolce morte” per chi è depresso, sia, in qualche caso, alla frontiera pediatrica. Perché non informare i cittadini di questa tragica realtà? Perché rilanciare ancora lo slogan dell’«autodeterminazione», ben sapendo che non c’è categoria di persone con la volontà comprensibilmente più mutevole – e meno capace di autodeterminarsi – di chi versa in una condizione di vulnerabilità?

Onestà intellettuale vorrebbe, inoltre, che si avesse il coraggio di dirlo: «Sì, ci sono vite indegne di essere vissute».
A me solo a sentirla, solo a leggerla, una frase così mette i brividi; la cosa curiosa è che neppure chi sostiene la legge sul suicidio assistito ha il coraggio di questa ammissione. E a me viene il dubbio – ma probabilmente è solo una mia ingenua speranza – che in fondo sappiate benissimo anche voi, caro Presidente Zaia, che dalla «libertà di scelta» all’abisso il passo è breve.
E se lo sapete, allora fermatevi, fermiamoci. Ce l’abbiamo ancora davanti, il punto di non ritorno.

Anonimo ha detto...

𝑰𝑳 𝑹𝑬 𝑬́ 𝑵𝑼𝑫𝑶?

Osserva Davide Bruni: «Chi sta andando più a destra sta chiedendo le stesse cose che chi sta ora al Governo aveva promesso di fare. Almeno per il 90% si tratta di argomenti cari all'elettorato di destra. Certe porcate, tipo il femminicidio o l'eutanasia approvata da regioni a guida centrodestra, non aiutano.».

Infatti, se in dipendenza di un mancato accordo con Vannacci, dovesse verificarsi un sorpasso della sinistra, ciò starebbe soltanto a significare che "il Re è nudo"; ovvero che quella che i media ci hanno spacciato per "destra" altro non era - come sostengo da ormai oltre vent'anni - se non una mera articolazione della sinistra, collocata altrove solo sul piano formale, esclusivamente per permettere ai progressisti di così poter continuare nel proprio disegno politico, anche qualora il responso elettorale non l'avesse a consentire ...

Anonimo ha detto...

Vannacci a livello regionale o comunale non ha già fatto un accordo con i Dem pur di avere una poltroncina?
Che la Destra italiana attuale, pur con tutti i suoi limiti, sia una "articolazione della sinistra" è tesi del tutto assurda.
Se certe cose il CD non è riuscito a farle, chi ha detto che riuscirebbe a farle un Vannacci, per esempio. Riuscirebbe comunque a far perdere le elezioni al CD.
Forse per questo è nato il movimento di Vannacci.

Anonimo ha detto...

Centrodestra e Centrosinistra non possono fare altro che percorrere entrambi il binario unico che conduce al nuovo ordine mondiale, costruito pazientemente in più di duemila anni di lotte vittoriose dai padroni del mondo. Qualsiasi tentativo di discostarsi da quanto è permesso è inutile. Un Papa che osasse ritornare alla Dottrina Cattolica verrebbe assassinato dopo pochi giorni. Un Generale che osasse imboccare una via diversa da quella imposta dai padroni del mondo. verrebbe linciato dalla folla. La realtà è questa e non lascia scampo a sogni di sorta. Al momento, non vi sarà nessuna "restaurazione",e non vi sarà nemmeno più avanti. Il passato è morto definitivamente e non si può resuscitare. Come sarà il futuro? Solo Dio lo sa! Compulsando il materiale da costruzione a disposizione, non si può immaginare niente di bello. Per costruire un edificio robusto e bello occorre del buon materiale: voi lo vedete?

Anonimo ha detto...

Al Veneto cattolico non serve più un partito

Nel Veneto che per mezzo secolo ha vissuto l’egemonia politica e culturale democristiana, il fronte del no al fine vita ha perso su una materia che un tempo ne avrebbe compattato ogni componente. Vale la pena guardarlo da vicino, perché dice più sul cattolicesimo politico che sul fine vita.

Il 29 luglio il patriarca di Venezia Francesco Moraglia era intervenuto per avvertire che legiferare in materia «non può essere la scappatoia per aprire a forme di suicidio medicalmente assistito». Davide Lovat, di Resistere Veneto, aveva messo in guardia la Lega: votare con la sinistra su questo terreno sarebbe stato un suicidio politico e un tradimento del mandato ricevuto dall’elettorato cattolico veneto. Stefano Valdegamberi ha aperto i lavori con una pregiudiziale sull’iter, sostenendo che il testo non fosse passato per il vaglio delle commissioni: l’aula l’ha respinta. Pro Vita & Famiglia ha presidiato Palazzo Ferro Fini.
Nessuno di questi argomenti è stato smontato nel merito. Semplicemente non ha più un partito che li tenga insieme. L’elettorato cattolico veneto esiste ancora, e resta consistente; la sua rappresentanza si è dispersa fra una Lega che su queste materie vota per coscienza, una Fratelli d’Italia che vota per linea e un pulviscolo di liste identitarie che nell’assemblea contano poche unità. La Chiesa veneta parla, ma non ha più chi converta gli avvertimenti in voti.

C’è però una ragione più profonda della dispersione dei seggi. Il testo arrivato in aula non è quello caduto per un voto nel gennaio 2024: è passato per decine di emendamenti dei due schieramenti, ha recepito i vincoli posti dalla Consulta e ha incorporato buona parte delle cautele che i contrari chiedevano a tutela dei malati più fragili. Le obiezioni non sono state respinte, sono state metabolizzate. Sta qui la scomparsa della casa politica del Veneto bianco. I suoi principi non sono stati sconfitti, sono stati adottati, e si sono fusi con una maturità laica che ormai li dà per acquisiti senza bisogno di rivendicarli.

Di Mario Alberto Marchi

Anonimo ha detto...

Un provvedimento doveroso! Se a voi non sta bene, potete benissimo non usufruirne. Ma sarebbe anche ora che la smetteste di spacciare i vostri pensieri per "verità assoluta" ed imporre all'universo mondo il vostro modo di vedere le cose.

mic ha detto...

Non è che a noi non sta bene il provvedimento in quanto tale. È che noi crediamo nella sacralità della vita, che non ci siamo dati da soli, ma l'abbiamo ricevuta da Dio. Ed è per questo che la mettiamo nelle Sue mani fino alla sua fine naturale.
Un conto è farsi carico del dolore e con le cure palliative (non accanimento terapeutico) e con una presenza amorevol; un altro conto è decidere quando varcare la soglia dell'eternità ad libitum o per volere di chi decide quando non siamo più degni di vivere....
Chi non crede in una vita donata da Dio ed a Lui orientata può convenire con lei e con un provvedimento che fa diventare legge un delitto.

Anonimo ha detto...

Sacralità della vita solo quando vi fa comodo. Altre vite, invece, vanno osteggiate, vedi omosessuali, musulmani o, semplicemente, rifugiati. Non credo più nel Dio cristiano da un pezzo, soprattutto dopo aver avuto per tanti anni a che fare con i più fondamentalisti tra i cattolici, ma decidere che la propria vita è arrivata al termine perché si sono verificate condizioni che la rendono insopportabile non credo proprio che sia contro la "sacralità della vita". Non solo, ma non mi arrogo neppure il diritto, come fa lei, di giudicare le sofferenze di chi si trova in una situazione che non conosco e che non auguro a nessuno. Comodo denigrare le sofferenze dell'affamato quando si ha la pancia piena. Comodo imporre ad un malato terminale di aspettare la "morte naturale" quando si è in salute. Il modo talebano di vedere la vita che lei e i suoi portate avanti è fuori dal tempo e dal mondo e non c'entra nulla col messaggio di Cristo.

mic ha detto...

La sacralità della vita è un principio assoluto e non questione di comodo. Chi le dice che anch'io non sia in crisi di fronte ad un malato terminale nelle condizioni da lei espresse? Per questo ho parlato di cure palliative senza accanimento terapeutico..
Quanto agli altri punti.
1. Nessuna persona di fede disprezza gli omosessuali, anche se considera l'omosessualità un peccato (lo dice la Scrittura non è un arbitrio) e lo mette sull'avviso caritatevolmente senza condanna. Non c'è carità senza verità.
Ma non è accettabile che vogliano imporsi facendo sentire noi "anormali". Ma oggi si sa più cos'è la normalità?
2. Chi disprezza i musulmani? Mi pare giusto tuttavia rimanere in guardia sapendo quanto la loro teocrazia rifiuti le nostre leggi e ci sia il rischio di perdere la nostra fede, identità, cultura (se uno ce l'ha). Purtroppo oggi sono in troppi ad averle perse.
3. Quanto ai "rifugiati" (eufemismo per invasori, avuto riguardo alle centinaia di migliaia: praticamente mezza Africa e Asia si riversano in Europa), ogni nazione ha il diritto e anche il dovere di difendere i propri confini e la sicurezza dei propri cittadini.

Alessandro ha detto...

Ha ragione quando parla di "ipocrisia", perché tutti, in fondo, anche se credenti, mascheriamo una paura della morte che, per quanto latente e sottile, fa parte della nostra natura umana. Tuttavia, non bisognerebbe nemmeno cadere nella speculazione opposta, arrivando a brandire la morte come unica o inevitabile soluzione alla sofferenza.

A questo proposito, posso portare una testimonianza vera, quella di mia nonna. Circa un mese prima di morire, ebbe una visione: raccontò di essersi trovata davanti a una lunga scala, lungo la quale c’erano persone che salivano e altre che scendevano. Dopo averla percorsa, arrivò davanti a una porta. Ad aprirle fu "un signore", che le disse: "Non è ancora arrivato il tuo momento". E, infatti, mia nonna visse ancora per un mese.

Al di là di come si voglia interpretare questa esperienza - come una visione, un’esperienza spirituale o qualcosa di diverso - per me rimane significativo il fatto che quel tempo ulteriore sembrò avere un limite preciso: il tempo che Dio aveva stabilito per la sua vita mortale. Ed è proprio questo che voglio dire: senza dubbio ha ragione quando rivendica le proprie perplessità di fronte a realtà così difficili da comprendere come la sofferenza e la morte. Sono interrogativi profondamente umani, ai quali non si può rispondere con superficialità.

Ma anche la fede ha le sue ragioni. Ragioni che, per quanto possano apparire incomprensibili a prima vista, possono offrire una risposta che va oltre ciò che vediamo e comprendiamo nell’immediato: non soltanto "nel nome del destino", ma anche "nella prospettiva della vita eterna".

Forse è proprio qui che si incontrano i due punti di vista: nell’ammettere che non tutto ciò che riguarda la sofferenza e la morte può essere spiegato razionalmente, senza per questo rinunciare alla possibilità che esista un significato che ci trascende. Un caro saluto, a

Anonimo ha detto...

Basta la possibilità di porre fine alla propria vita come si preferisce a far vacillare tutte le vostre certezze? Io rispetto tutte le credenze, ma rigetto i fanatismi. Dire che una legge sul fine vita equivale a “brandire la morte come unica soluzione” è semplicemente falso.
Una possibilità non la obbliga a servirsene se non vuole, mentre un divieto obbliga a non servirsene anche se si vorrebbe. La differenza mi sembra talmente ovvia che mi vergogno solo a scriverlo.
Detta in altre parole? Io non la obbligo in base alle mie credenze ad effettuare un suicidio assistito, ma lei, in base alle sue credenze, obbliga me a sottomettermi ad una moralità che non mi appartiene.

mic ha detto...

Questo è un discorso sofista perché confezionato con affermazioni assertive tranchant che non corrispondono alla complessità delle riflessioni fornite anche dall'articolo.
Il problema non sta solo nella mens che ha guidato la legge e chi l'ha proposta e votata ma soprattutto nelle conseguenze. Non credo infatti che in ogni caso chi volesse potrebbe sottrarsi da una fine guidata. Basta vedere come già trattano gli anziani negli ospedali. Il problema è la mentalità che, anche grazie alls legge, si diffonde sul fatto che ci siano vite non degne di essere vissute. E questo per me non è accettabile.
Parliamoci chiaro, con l'aria che tira lei non sarebbe obbligato a sottomettersi ad una moralità di nessun tipo, essendo l'amoralità che va per la maggiore...
Tuttavia questo non incide sulla sacralità della vita, che nessuno si è dato da solo, neppore lei che la pensa diversamente.

Anonimo ha detto...

Ohhhhhh! Finalmente!!!!
"PER ME non è accettabile"! La prima parola sensata che leggo. Quindi, siccome, invece, PER ME le cose non stanno così, non imponga la sua moralità agli altri ergendo un suo pensiero a verità rivelata a cui sottomettere il prossimo.

Anonimo ha detto...

Io vedo che nello stabilire quali vite siano degni di essere vissute, quelli che emettono maggiori giudizi sono i cattolici, o presunti tali.
Una vita in cui un uomo ama un altro uomo non è degna.
Una vita in cui una coppia sceglie di non avere figli non è degna.
Una vita in cui due persone si amano, ma non si sentono pronte a sposarsi non è degna.
Una vita in cui, per mille motivi che non sta a me sindacare, una donna non possa portare a termine una gravidanza non è degna.
E via così.
Però, chissà perché, sarebbero gli altri a stabilire a tavolino quali sono le vite degne, mentre voi lo fate costantemente ed in modo anche parecchio irritante, visto che non avete nemmeno lo scopo dichiarato di aiutare qualcuno che sta soffrendo, ma lo fate solo per sofismo religioso.
Prima di guardare gli altri, guardate un po' voi stessi e quali sono i "valori" che propugnate.
Oppure, come disse qualcuno, prima di togliere la pagliuzza nell'occhio del tuo prossimo, scosta la trave che c'è nel tuo.

mic ha detto...

Nessuno sostiene che quelle vite non siano degne di essere vissute. La vita è la vita ma c'è modo e modo di viverla: orientati al Creatore o secondo i propri comodi, ignorando anche la legge naturale...
E poi esiste il libero arbitrio, nessuno li obbliga, ma non senza conseguenze. Se non le vedranno subito se ne accorgeranno poi... per questo è carità almeno avvisarli...
Ma a voi da fastidio che qualcuno indichi le regole....

mic ha detto...

Si dà tuttavia il caso che quel "per me" coincide con la verità rivelata...

Una riflessione per gli anonimi pressappochisti ha detto...

Il diavolo oggi è l’approssimativo. Per diavolo intendo la negatività senza riscatto, da cui non può venire nessun bene. Nei discorsi approssimativi, nelle genericità, nell’imprecisione di pensiero e di linguaggio, specie se accompagnati da sicumera e petulanza, possiamo riconoscere il diavolo come nemico della chiarezza, sia interiore sia nei rapporti con gli altri, il diavolo come personificazione della mistificazione e dell’automistificazione. Dico l’approssimativo, non il complicato; quando le cose non sono semplici, non sono chiare, pretendere la chiarezza, la semplificazione a tutti i costi, è faciloneria, e proprio questa pretesa obbliga i discorsi a diventare generici, cioè menzogneri. Invece lo sforzo di cercare di pensare e d’esprimersi con la massima precisione possibile proprio di fronte alle cose più complesse è l’unico atteggiamento onesto e utile.

Italo Calvino, Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, 1980

Alessandro ha detto...

Risposta ad Anonimo 06 settembre, 2026 22:57 :: Guardi, per me lei è libero di decidere della sua vita e, per quanto mi riguarda, anche della sua morte, come e quando ritiene. Non è affatto questo il problema, né si tratta di difendere delle mie certezze personali. Di questo può essere certo: la mia fede non ha bisogno né della sua pacca sulla spalla, né della sua finta indignazione o della sua presunta compassione per mettermi in discussione.

Le faccio però notare una cosa: il bene comune non annulla la coscienza individuale; ne costituisce piuttosto l’orizzonte.

La libertà autentica, infatti, non coincide semplicemente con la possibilità di fare ciò che si vuole, ma implica responsabilità ed è orientata alla verità e al bene, non all’arbitrio del singolo.

Se una società intera adottasse il suo stesso modo di pensare, oltre a discostarsi profondamente da quello che, almeno finora, è il sentire comune - che non è certo quello di anteporre la morte alla vita - anch' io mi sentirei molto meno tranquillo. Lo comprende bene, vero?

Perché se ogni coscienza potesse trasformare la propria volontà in un diritto semplicemente appellandosi alla propria libertà individuale, rischieremmo di perdere qualsiasi criterio condiviso per distinguere ciò che è lecito da ciò che non lo è. E, portando il principio alle sue estreme conseguenze, persino l’ingiustizia potrebbe essere rivendicata come un diritto, purché qualcuno la percepisca come una propria scelta.

È proprio per questo che la libertà personale merita tutela: non perché sia un principio assoluto e svincolato da ogni altro valore, ma perché appartiene a un ordine più ampio di responsabilità, relazioni e beni condivisi.

Nessuna libertà può essere assoluta quando entra inevitabilmente in rapporto con la dignità della persona, con la responsabilità verso gli altri e con il bene della comunità. E con questo chiudo il mio mio intervento.

Anonimo ha detto...

" Il vero problema ..." arrivati a questo punto della legittimazione del "suicidio assistito " è questo: :"Quanto impiegherà IA a convincere le mente deboli che essendo troppi sul pianeta Terra non è lecito vivere più di 80_ .85 anni? Siamo troppi sul pianeta... : le risorse non bastano più ! . Arrivati ad una certa età è giusto dare spazio ai più giovani....
E' solo una questione di convincimento: che funzionerà all'inizio sulle menti deboli e poi su quasi tutti gli altri esseri, Già adesso possiamo fare esempi come certe sette religiose lasciano morire i propri figli evitando loro una semplice trasfusione di sangue ...
Sulla bibbia è scritto per mano di un profeta che la vita umana dura circa 80 anni e basta questo a certi manipolatori per convincere milioni di persone che una morte dolce senza sofferena a 80 anni è una buona morte senza essere un peccato mortale!
Quindi in conclusione il " suicidio assistito" è un abominio che deve essere combattuto sin dal suo inizio !

mic ha detto...

Dove va la chiesa ? 5/388

Suicidio assistito, Pegoraro appoggia l’inganno del male minore

Parlando al quotidiano della Cei, il presidente della Pontificia Accademia per la Vita fa alcune affermazioni problematiche. In particolare dà un giudizio positivo alla legge sulle Dat e avalla una possibile legge sul suicidio assistito che risponda alla logica del male minore. Una logica che però è contraria al magistero della Chiesa e fallimentare.

Domenica scorsa, 6 settembre, Avvenire ha intervistato monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita (Pav). I temi dell’intervista sono stati la recente legge sul suicidio assistito varata dalla Regione Veneto e una futura legge nazionale sulla medesima materia. Molti passaggi argomentativi di mons. Pegoraro sono assolutamente da condividere, in specie laddove spiega che le derive giuridiche su eutanasia e suicidio assistito sono l’effetto di una cultura tanatofila che ha già accettato il dare o il darsi la morte come soluzione al dolore.

Però vi sono altri passaggi che appaiono problematici. Ad esempio, ad un certo punto, mons. Pegoraro afferma: «Esiste, in Italia, l’obbligo in capo allo Stato di prendersi cura, e anche di rispettare la volontà del singolo di non ricevere trattamenti». Spesso negli interventi di uomini di Chiesa e di politici non si comprende se certe argomentazioni si articolino sul piano meramente descrittivo o su quello valutativo. In parole semplici: il presidente della Pav ci sta solo dicendo che è un fatto che la volontà del malato di non curarsi è rispettata dallo Stato o che, insieme alla descrizione di questo fatto giuridico, è anche un bene che il malato possa rifiutare persino trattamenti salvavita? Non si sa. Al di là di questa ambiguità, sarebbe stato però opportuno ricordare che noi abbiamo il dovere morale di curarci (seppur sia un dovere non assoluto) e che lo Stato, dal punto di vista etico e quindi anche giuridico, può obbligarci alle cure, in specie a quelle salvavita. A riprova di ciò rammentiamo la disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping, il cosiddetto Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro, le vaccinazioni obbligatorie, i trattamenti sanitari obbligatori anche su persone capaci di intendere e volere, i periodi coattivi contumaciali per esigenze profilattiche, l’obbligo delle cinture di sicurezza, eccetera: tutte normative che tutelano la salute e la vita dei singoli anche contro la volontà degli stessi.

Torniamo all’intervista di Avvenire e ad un altro passaggio problematico: «In Parlamento – dichiara Pegoraro – si dovrebbe discutere con serietà e coraggio di questo tema: serve una legge per uniformare in Italia i limitati cambiamenti che la Consulta ha apportato? Non è scontato». Anche qui l’ambiguità non permette bene di comprendere il giudizio del presidente della Pav. Questi si riferisce al versante giuridico o a quello morale? Nella prospettiva meramente giuridica potremmo condividere il giudizio di Pegoraro: le procedure di suicidio assistito possono tranquillamente eseguirsi anche senza una legge nazionale, come è provato dai plurimi suicidi avvenuti in diverse regioni italiane grazie all’intervento delle amministrazioni sanitarie locali. Ma, anche qui, era necessario che mons. Pegoraro formulasse un giudizio morale fortemente critico verso una possibile legge nazionale sul suicidio assistito. Tale legge, con tutte le migliorie possibili e immaginabili, rimarrebbe comunque una legge intrinsecamente ingiusta e come tale da rifiutare in radice. Questo ci saremmo aspettati di sentire da parte di un presidente della Pav.

mic ha detto...

Segue
E invece, più avanti, ecco che quest’ultimo supera il giudizio ambiguo prima formulato, esprimendo il proprio avallo a questa legge pro suicidio assistito qualora la discussione riprendesse in Parlamento: «Da parte cattolica, si tratta insomma di valutare se saremo in presenza di una “legge imperfetta”, a cui sarebbe comunque morale dare il proprio assenso, in vista del fatto che in Parlamento potrebbero invece essere prontamente approvate leggi più permissive e libertarie, molto più lesive della dignità del malato e del valore della vita». È l’immortale principio del male minore così caro a sterminate schiere di cattolici e prelati: compiamo noi ora un male minore per evitarne uno peggiore in futuro. Anticipiamo noi gli altri nel fare il male. Se le leggi cosiddette imperfette sono leggi ingiuste, dal punto di vista morale, non si possono votare. Infatti votare a favore significa sul piano morale approvare, e mai si può approvare una ingiustizia: si tratterebbe di un’azione intrinsecamente malvagia. E, come ricordava Paolo VI in Humanae vitae al n. 14, mai si può compiere il male anche in vista di un fine buono come sarebbe quello di evitare il varo di una eventuale futura legge più ingiusta e anche stretti da necessità. E nemmeno ci si potrebbe appellare al n. 73 di Evangelium vitae perché in quel numero Giovanni Paolo II ci dice semplicemente che se non è possibile abrogare in toto una legge ingiusta è moralmente lecito limitarne i danni – ad esempio abrogando solo una sua sezione – posto che l’azione di limitazione sia essa stessa moralmente buona. Ma approvare una legge ingiusta meno ingiusta di un’altra è un atto limitativo dei danni malvagio e non buono (in modo poco elegante rimandiamo a T. Scandroglio, Legge ingiusta e male minore. Il voto ad una legge ingiusta al fine di limitare i danni, Phronesis).

mic ha detto...

Segue/2
Inoltre sul piano pratico la strategia del male minore sarebbe ugualmente fallimentare. Infatti una legge meno ingiusta di un’altra prima o poi diventerà anch’essa massimamente ingiusta. È stato il caso della 194 che ha aperto la strada all’aborto chimico; della legge 40/2004 che è stata demolita dalla Consulta negli anni diventando sempre più permissiva; della legge sul divorzio che oggi permette il divorzio express; della stessa legge 219/2017 che ha permesso le plurime sentenze della Corte costituzionale a favore del suicidio assistito e che sarà il precedente necessario ad una futura legge nazionale sull’aiuto al suicidio. Dunque una simile legge non solo deve essere bocciata sul piano morale in modo netto e senza cedere a compromessi, ma deve essere rigettata anche su un piano meramente pragmatico, meramente utilitaristico. E quindi come si fa ad essere così miopi da non comprendere che accettata la ratio di una legge ingiusta – in questo caso: è legittimo farsi aiutare a suicidarsi – sarà impossibile vietare modalità sempre più permissive per applicare questa stessa ratio? Come non rendersi conto che sarà impossibile non far saltare tutti i paletti con cui è stata perimetrata una tale legge per non renderla troppo ingiusta? La storia recente sulle leggi eticamente sensibili non ha insegnato nulla?

Dunque, mons. Pegoraro considera giusto votare a favore di una legge sul suicidio assistito perché altrimenti il centrosinistra ne voterà una peggiore (a margine: e chi lo dice che di certo avverrà?). Il presidente della Pav non poteva che esprimersi così verso questa futura ed eventuale legge; infatti nell’intervista ha espresso uguale giudizio positivo nei confronti della legge 219/2017 che ha legittimato alcune modalità eutanasiche e di suicidio (seppur non assistito). «Non è superfluo – afferma Pegoraro – sottolineare che, grazie alla legge 219/2017 sul consenso informato e le Dat e alla legge sulle cure palliative 38/2010, la maggior parte delle situazioni e delle storie personali di chi è gravemente malato possono essere affrontate alla luce di questa normativa». Un secondo ed esplicito giudizio positivo su una legge che è eutanasica.

Un ultimo commento: perché stupirsi che tali leggi vengono approvate se gli stessi vertici della Chiesa oggi le appoggiano?

https://lanuovabq.it/it/suicidio-assistito-pegoraro-appoggia-linganno-del-male-minore

Anonimo ha detto...

Quindici vescovi inglesi (su venti totali) sono scesi in piazza per protestare contro il disegno di legge sul suicidio assistito, che oggi è stato bocciato dal Parlamento inglese. Non so quanto peso abbia avuto la presa di posizione dei vescovi, forse poco, ma intanto la legge in Inghilterra non c'è, mentre da noi alcuni vescovi dicono che, certo, no, non è bello aiutare la gente a suicidarsi, però "la legge si deve fare": perché l'ha detto la Corte (qualcuno aggiunge generosamente un "purtroppo"). Posto che la questione è moooolto discutibile, come sostengono vari giuristi, poiché la Corte non può imporre nulla al Parlamento, io vorrei vedere anche in Italia i vescovi che combattono uniti, non che rilasciano dichiarazioni ambigue per cercare di non essere impopolari, non che si vergognano della Verità, non che amano più la Costituzione della vita umana e del Vangelo. (Che poi non serve essere credenti per capire che quella del suicidio è una china di morte: nei paesi dove è legge sta facendo stragi). Magari perderemo, pazienza, però avremo combattuto uniti ai nostri pastori, liberi dall'esito, senza complessi di inferiorità verso il mondo, tranquilli perché siamo dalla parte di chi ha vinto la morte, quella ultima.