giovedì 27 gennaio 2011

Ermeneutica conciliare. Il problema metodologico dell'approccio.

Un convegno a Milano (aprile 2010) per la presentazione del libro di John W. O’Malley gesuita, docente alla Georgetown University di Washington: Che cosa è successo nel Vaticano II, edito da Vita e Pensiero, ha consentito di dichiarare:
"Paradossalmente proprio le spinte che sembrerebbero mettere in discussione il senso dell’evento conciliare nella vita della Chiesa ne stanno forse rivelando tutta la fecondità. Chi tocca il Concilio ha come effetto quello di rafforzarne ed evidenziarne il radicamento nella coscienza della Chiesa".
Dobbiamo constatare dunque che i dibattiti rigorosamente paralleli rischiano di protrarsi all'infinito e senza costrutto. L'asse principale intorno al quale girano tutte le discussioni è l'ermeneutica. Molti fedeli interpreti dello "spirito del concilio" insistono sulla impossibilità di dissociarsi e dunque opporre la lettera e lo spirito del concilio stesso perché, sostengono, ciò è coerente con l'opzione fondamentale che ha caratterizzato la sua forma di espressione "epidittica" cioè il "suo carattere pastorale", che ha implicato l'uso di un linguaggio dialogico ed esortativo anziché "apodittico", cioè dimostrativo. Si è privilegata la 'descrizione' mettendo insieme una serie di elementi la cui coesione, alla fine, si rivela apoditticamente artificiale, estromettendo la 'dimostrazione' e quindi la 'prescrizione'. Il risultato, paradossale, è che ora ci si trova di fronte ad un insieme che ha fatto della sua disinvolta 'descrittività' con intenti pastorali qualcosa di intoccabile e rigidamente prescrittivo. Un ingranaggio, che non esiterei a definire perverso e difficilmente smontabile finché ci saranno molti improvvidi custodi ad ungerne le ruote.


Fermarsi ad una visione del genere porterebbe all'impossibilità di far chiarezza nella confusione, che ormai regna sovrana, anche perché chi ci è dentro mani e piedi neppure se ne accorge, anzi ci si avviluppa sempre di più.

Il Convegno di Roma dello scorso dicembre ha dimostrato, invece, la possibilità -anzi la necessità- di non doversi prendere il concilio come "un blocco unico" né come "evento mitizzato ed intoccabile", e quindi non tutto infallibile...

In definitiva, ci si chiede se la ragione principale per la quale la questione dell'interpretazione sfocia su una querelle senza fine non risieda specificamente nella natura stessa di ciò che è interpretato, cioè nell'insieme dei testi e dell'avvenimento del Vaticano II in ciò che essi hanno di confuso e di atipico; ma è una domanda che esige una risposta, implicita nel fatto che ciò che è confuso e atipico non può e non deve aver posto nella Chiesa Mater et Magistra. Ci soccorre l'affermazione di p. Lanzetta che nella difficoltà ermeneutica si nasconde la carenza della metafisica che è problema di forma e di sostanza: la modernità fa perdere chiarezza accusando il dogmatismo normativo, ma accantonare la metafisica è significato accantonare la fede che è messa in un angolo.

E' importante prendere in considerazione il fatto, puntualmente registrato da Fides Catholica, che le prime risposte critiche che sono venute al convegno, evidenziano però un problema d'approccio metodologico, non solo ad autorevoli testi più recenti (sia quello del Prof. De Mattei che quello di Mons. Gherardini) quanto, più in generale, alla questione "Concilio Vaticano II".

Per questa ragione inserisco, tra i Documenti messi a disposizione per arricchire la consultazione nella colonna a sinistra in alto del blog, un testo del Prof Giovanni Turco: Concilio Vaticano II: il problema metodologico dell'approccio, perché centra un importante problema dell'ermeneutica, così sentita e invocata da tutti, ma fortemente legata all'approccio ai testi conciliari e alle loro ricchezze e/o asperità determinato dalla forma mentis dell'interprete. Fides Catholica, da cui ho preso lo scritto, così efficacemente sintetizza: "... L'Autore del saggio, ricercatore all'Università di Udine, riconduce i possibili approcci a tre modelli:
  1. quello della prassi;
  2. quello fenomenico-sociologico;
  3. quello ontologico o della verità. Solo quest'ultimo, spiega, è capace di porsi in dialogo con questi due libri."
Anticipo qui i brani conclusivi:
[...] "Se la fede (cristiana) è rationabile obsequium ed è una fides quaerens intellectum, essa esige di essere pensata in termini teoretici (ovvero in termini di verità essenziale). Il prassismo o il fenomenismo (pur con le migliori intenzioni, che, del resto, non rilevano sotto il profilo del valore dei giudizi) non consentono – proprio perché tali – di pensarla in termini di verità.

D’altra parte, se alcuni documenti e atti pongono problemi, perché vi sarebbe obbligo di ignorarli? Rilevare problemi significa incontrare domande che esigono risposte. Ogni opportunità per porre a tema fatti e questioni non può che essere considerata come propizia per l’esigenza di intendere – e quindi di penetrare intellettualmente – andando al di là di ogni opinare. Cercare le risposte, in termini di verità – con sagacia ed con accuratezza, con generosità e con coraggio – costituisce, a ben vedere, l’unica strada autentica, ovvero razionale e teologale, per soddisfare l’esigenza di capire e quindi anche quella di rendere ragione (sotto il profilo storico, filosofico e teologico)."
Buona lettura. E speriamo vengano fuori spunti per alimentare ulteriormente il dibattito.

4 commenti:

Matteo ha detto...

Si è voluto diminuire il peso dell'oggettività, cioè lo spessore ontologico dell'Annuncio

ma una volta che il "soprannaturale" si è sempre più ridotto a gioco linguistico, si è arrivati all’attuale perdita di rilevanza, anche soggettiva, della fede cristiana

Anthony Shaftesbury ha detto...

Il prassismo conciliare non è altro che una delle eredità dello storicismo, pernicioso tanto quando è messo in pratica dalla sinistra come dalla destra hegeliana. Il problema di fondo è una reductio ad hominem che tende a rompere ogni legame con l'Assoluto, relegandolo in un primo momento in una blanda teoria descrittiva (e a un vago fondamento morale da mercatino), eliminandolo poi del tutto una volta che la descrizione, l'epidittica prende il posto della Persona divina: il Logos è soppiantato dalla Vanitas.

Viator ha detto...

finchè nei seminari la metafisica non prenderà il posto di Rahner, niente potrà cambiare

Philos ha detto...

Ringrazio per questo post.
Ci sono tante, troppe situazioni che sono passate sotto silenzio.
Ora questo silenzio è stato rotto. Una voce anche flebile è una voce.