lunedì 9 aprile 2018

Sulla predestinazione - Romano Amerio

In una recente discussione un lettore chiedeva approfondimenti sulla Predestinazione. Sul tema ho trovato un testo interessante tra gli scritti di Romano Amerio, che contengono riflessioni dense e pertinenti, porte con garbo teoretico e con un pensiero costruttivamente cattolico. Si tratta di analisi che, nel cogliere molte delle variazioni antropologiche e prima ancora metafisiche all'origine dell'attuale crisi, ci ripresentano i dati oggettivi della nostra fede.
L'ultimo suo lavoro, Stat Veritas, analizza e commenta in 55 chiose la Lettera apostolica Tertio millennio adveniente, indirizzata il 10 novembre 1994 da Giovanni Paolo II all'episcopato, al clero e ai fedeli in preparazione del giubileo dell'anno 2000, per definire gli orientamenti pastorali per la Chiesa del nuovo millennio.

Riprendo di seguito la Chiosa 4, nella quale compare il tema della 'predestinazione'. C'è anche un accenno all'Inferno, tornato all'attenzione in occasione del recente colloquio Bergoglio-Scalfari pubblicato da Repubblica.


CHIOSA 4: Commento al § 6, p. 11.
«In tal modo, Cristo è il compimento dell’anelito di tutte le religioni del mondo e, per ciò stesso, ne è l’unico e definitivo approdo. […]
Nello stesso Cristo, l’umanità intera e l’intera creazione parlano di sé a Dio – anzi, si donano a Dio. Tutto così ritorna al suo principio. Gesù Cristo è la ricapitolazione di tutto (cfr. Ef 1, 10).»

I – Queste ci paiono ancora formule questionabili, formule che nigrificano la presenza di un saltus che invece va chiarificata: altra è la preparazione del Verbo nel popolo eletto e altra è la preparazione del Verbo che avverrebbe in tutte le religioni.
Queste sono due cose differenti, due strade che qui vengono confuse.
In primo luogo: il Verbo divino si è incarnato in un individuo e la sua opera porta il carattere della individualità: bisogna riconoscere Cristo come individuo, e invece, se si dice che il Cristo è riconosciuto e riverito in tutte le forme religiose, lo si misconosce.

Cristo è un individuo, non è un tipo; e la sua opera è individuata e non può perciò essere riconosciuta in qualunque opera. È, la sua, l’opera dell’individuo Cristo, il quale Cristo è, come Dio, la Seconda Persona e, come uomo, il figlio di Maria, la sposa di Giuseppe (cfr. Matteo 1, 16).

In secondo luogo: se Dio si è rivelato a tutto il mondo non si può più parlare di Rivelazione. Quando noi parliamo di Rivelazione, intendiamo dire che il velo si è disvelato, è stato rimosso in un certo modo, in un certo tempo, per un certo popolo. Contrariamente, tutto sarebbe già manifesto.

Questa individuazione di tempi, di modi, di popoli, di persone, è necessaria perché, se la Rivelazione fosse universale, non individuata, sarebbe senza il velo, sarebbe simultaneamente in tutto il mondo, in ogni luogo, in ogni tempo: tutto sarebbe manifesto a tutti. Niente più fede, niente più prova, niente più scelta.

Le formule adottate in questo Documento sono quindi formule questionabili, in primo luogo perché si confonde la vocazione di una parte del genere umano con la vocazione universale del genere umano e, in secondo luogo, perché si dice che l’anelito religioso dei popoli fu sempre un «anelito verso il Cristo»: non solo in quella porzione del genere umano che Dio aveva designato come destinataria della sua chiamata, cioè nel popolo dell’Alleanza, ma anche in quella porzione non chiamata, cioè nei Gentili. Ma la chiamata di Dio non è la chiamata di tutti.

C’è un semplice sbaglio grammaticale: si passa da uno a tutti. Qui è manifesta la confusione tra l’ordine naturale che è il sentimento religioso di tutto il genere umano e l’ordine soprannaturale.
L’anelito del genere umano verso la divinità non si deve prendere per l’anelito speciale del genere umano nella Rivelazione cristiana. Non si può passare dalla religione di tutti i popoli alla religione cristiana: qui c’è un salto. La religione cristiana è soprannaturale, è fondata sulla persuasione che Dio mette nell’intelletto, nella mente dell’uomo, in maniera speciale, la Grazia; e i popoli Gentili non hanno la Grazia: hanno una religione – la religione naturale – ma non hanno la Grazia.
Non hanno la religione soprannaturale, perché la religione soprannaturale, cioè la Grazia, è ontologicamente un principio divino: è la vita divina, che viene partecipata all’uomo, in modo incipiente, certo, ma reale. Talmente reale che, nel Battesimo, si parla di una nascita, o rinascita: c’è la creazione di un nuovo essere.

Quindi, la Grazia non è soltanto qualche cosa di morale; la Grazia è qualche cosa di ontologicamente divino, di realmente divino, come vedremo più approfonditamente nella CHIOSA 49 (1)

Quindi, quando si parla di «anelito religioso universale», si dice una cosa giusta; ma bisogna distinguere accuratamente e perpetuamente questo anelito religioso universale e naturale dall’anelito religioso specifico che è il cristianesimo con la Grazia. Il vocabolo che differenzia è GRAZIA.
Al fondo, c’è il gran mistero della predestinazione, della quale non si parla mai.

II – La PREDESTINAZIONE, come sappiamo, consiste in questo: una parte sola del genere umano è chiamata alla Grazia.
L’uomo moderno, però, non accetta la predestinazione, l’uomo moderno vuole l’egualitarismo assoluto in tutto: ogni differenza è considerata un’ingiustizia. Se nel dogma della predestinazione si preannuncia che alcuni non saranno salvati, questa differenza è considerata una ingiustizia: Dio è ingiusto – dicono – perché alcuni li danna e altri no.
Ora, questa è una considerazione che merita un approfondimento.

Che alcuni popoli siano chiamati e altri no, è un effetto della predestinazione, cioè, come leggiamo nella Summa theologiæ di san Tommaso (I, q. 23, a. 1): «È un disegno di Dio fatto a priori. […] Destinare vuol dire mandare. Perciò il disegno provvidenziale di Dio di condurre, trasmettere o trasferire la creatura ragionevole al fine della vita eterna – fine che, di per sé trascende la natura di ogni essere creato – si chiama predestinazione. Così è chiaro che la predestinazione, quanto al suo oggetto, è una parte della Provvidenza».
Persino il Cristo, in quanto uomo, ha partecipato di questo disegno, come ricorda anche san Pietro Apostolo: «Egli fu predestinato già prima della creazione del mondo […] e Dio l’ha resuscitato dai morti e gli ha dato la Gloria» (I Pietro 1, 20-21).
Questa è la predestinazione: non un caso, ma un disegno di Dio.
È vero: lo Spirito Santo inonda il mondo oltre i termini evidenti della Chiesa. Però questa è un’inondazione sulla quale non possiamo fare un affidamento certo, perché la via ordinaria dello Spirito Santo, che è lo Spirito del Cristo, è la via della Chiesa Cattolica, Corpo mistico di Cristo, sua mistica Sposa (cfr. anche le CHIOSE 49 e 55).

Cioè: si è sempre detto che anche gli infedeli possono salvarsi, perché lo Spirito Santo, Terza Persona della Trinità, rivelato da Gesù Cristo, non ha limite e, quindi, si espande oltre l’istituzione Chiesa, oltre il Corpo visibile di Cristo. Ma questa espansione oltre la Chiesa visibile è difficile determinarla in concreto e si scivola facilmente nella dottrina della salvezza universale, dottrina adombrata dai termini usati qui nella Lettera: «Cristo, compimento dell’anelito di tutte le religioni»; «Cristo, unico approdo»; «Cristo, definitivo approdo»; questa dottrina solleva ragionevolmente grandi perplessità.
C’è quel terribile luogo della Epistola di san Paolo ai Romani, un versicolo scandalosissimo, il Romani 9, 13: «Prima che fossero nati, e potessero fare alcunché di bene o di male, Io ho odiato Esaù e ho amato Giacobbe» È un versicolo che afferma irrefragabilmente la predestinazione, ed è proprio in questo senso che san Paolo vuole farlo leggere.

Un’altra prova decisiva, scritturale, della predestinazione degli eletti a una gloria commisurata estrinsecamente ai loro meriti, è poi in Apocalisse 2, 17: «A colui che vince darò da mangiare della manna nascosta, e gli darò un sassolino bianco sul quale è scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve». L’Angelo distribuisce a tutti i beati una pietruzza bianca e ciascuno dei beati, assaporando questa pietruzza, percepisce una beatitudine propria soltanto a lui solo. Al lapillus albus dell’Apocalisse era figura la manna del deserto cantata in Sapienza 16, 20-21: «Tu, invece, hai nutrito il tuo popolo con il cibo degli angeli […] che sa di ogni delizia ed è grato ad ogni gusto. Certo, quel tuo alimento manifestava la tua dolcezza verso i figli e si trasformava al desiderio di chi ne prendeva e si trasformava in ciò che egli voleva».

I nostri antichi, i nostri medievali, l’idea della predestinazione l’avevano, nella mente, chiarissima: infatti, se prendiamo il Paradiso di Dante e cerchiamo il Cielo dove si trovano gli infanti, morti dopo il Battesimo, ma morti prima di ogni merito personale, vediamo che sono tutti differenziati nella Gloria: non hanno merito personale – quindi in loro non c’è alcuna differenza intrinseca – eppure Dio li glorifica in misura tra loro diversa.

Queste son cose oggi taciute perché con predestinazione oggi si vuol far significare discriminazione di uomini fatta da Dio a priori nella sua inconcepibile sapienza e nella sua suprema bontà.
Qui siamo contro la dottrina molinistica, secondo la quale la predestinazione è post prævisa merita: dopo la previsione del merito.
Dicendo così, infatti, si annulla la predestinazione: tutto si ridurrebbe a una previsione: Dio avrebbe predestinato alcuni perché avrebbe previsto i loro meriti. Invece i meriti sono effetto, non causa della predestinazione.

C’è poi un altro luogo egualmente spaventevole, sempre nella Epistola ai Romani (Romani 9, 20-24): «Chi sei tu che insorgi contro Dio? Tu sei un vaso di creta, e il vaso di creta non dice al vasaio: perché mi hai adoperato per fare un vaso vile? Perché non mi hai adoperato per fare un vaso prezioso? Noi siamo come creta nelle mani del vasaio». La creta non insorge a sindacare l’opera del vasaio. Egli la dispone come vuole: di certa creta fa un vaso prezioso, di certa creta fa un pitale.

III – Qui nasce il gran problema del LIBERO ARBITRIO: abbiamo visto quello di Dio, ma c’è anche quello dell’uomo.
Il libero arbitrio funziona sotto la causalità divina, e la causalità divina non limita il libero arbitrio, anzi lo produce: il nostro atto libero è un atto veramente libero, ma è veramente causato da Dio come libero. Questa è una dottrina di san Tommaso profondissima: La volontà si muove da sé stessa. Ma è mossa da Dio a muoversi da sé stessa. (Summa theol., I, q. 105, a. 4: «Se Dio possa muovere la volontà creata»; III, q. 10, a. 4: «Se la volontà sia mossa in maniera necessitante da quel motore esterno che è Dio»).

Se si prende il Denzinger (Dz, edizione 1930), Enchiridion Symbolorum, si troveranno molti e molti decreti del Magistero tradizionale della Chiesa sulla predestinazione: «Deus ab æterno certo præscivit et immutabiliter præordinavit omnia futura» (Dz Ind. Syst. Xg). «Deus positivæ prædestinavit omnia opera bona» (Dz 316): Le opere buone sono predestinate. Se tutte le opere fossero buone, sarebbero tutte predestinate alla Gloria. Ma san Paolo afferma (Romani 8, 29): «Quos præscivit et prædestinavit» (Dz 316): Quelli che ha presaputo li ha predestinati. E ancora: «Ita tamen "ut in damnatione periturum meritum malum præcedat iustum Dei iudicium"» (Dz 322): Quelli che si
dannano si dannano per propria colpa, quelli che si salvano si salvano per la Grazia di Dio che li ha eletti.

Sono formule che è difficile armonizzare in un sistema che appaghi l’intelletto: il nostro intelletto deve fare questo atto di servitù e di umiltà: aderire a cose che non sono intelligibili. E non è una cosa da poco, perché è una specie di atto supremo: l’intelletto, che è la facoltà suprema dello spirito, viene ridotto in servitù dalla fede.

Sacrifichiamo l’intelletto con un atto di fede e l’intelletto che sacrifichiamo è il sacrificio supremo che possiamo fare: la fede è l’immolazione della facoltà suprema dell’uomo, quindi la fede è il maximum. Di solito si pensa che il credere sia un atto leggero, sia un atto facile; ma se si pensa che con la fede noi immoliamo quello che nell’uomo è sommo e supremo, dobbiamo persuaderci che con la fede noi facciamo l’atto di religione più eccelso che possiamo fare. Col sacrificio della ragione sta il funzionamento della ragione, onde la ragione viene a sostenere con i suoi motivi l’atto di immolazione dell’intelletto.

Quando il Manzoni, nella sua Morale cattolica, sviluppava la teoria dell’ignoranza utile, toccava un punto così profondo che neanche lui ne conosceva le profondità. Vi è una ignoranza utile: quando io mi faccio un’obiezione, non sono sicuro di avere la forza intellettuale sufficiente per penetrare nella risposta, se questa obiezione è contro la religione. Quindi posso fare un’obiezione e non essere capace di capire la risposta a quella obiezione. In questo caso, inchinandosi muti al dato certo ma inesplicabile della fede, l’ignoranza è utile. Utile all’anima nostra. Perché la capacità che ha l’intelletto di riconoscere, con il lume della propria ragionevolezza, i confini che al presente lo circoscrivono, è un valore.

IV – Invece, per quanto riguarda la predestinazione, nella Lettera apostolica viene adottata l’idea della salvezza universale: «Cristo è il compimento dell’anelito di tutte le religioni». Tutte le religioni
promuoverebbero la salvezza; e il Cristo avrebbe salvato tutti: non soltanto quelli che si convertono alla sua Chiesa, ma anche quelli di Buddha, quelli della idolatria, gli animisti: tutti.

Ma al riguardo san Tommaso, come abbiamo visto supra, ha nella prima parte della Summa, una questione apposita, la q. 23 della Pars I, che chiede: «Perché c’è la predestinazione?». In a. 5 ad 3 risponde: «Dio ha creato tutte le cose a motivo della sua bontà, affinché la sua bontà fosse rappresentata in tutti gli esseri […] sotto varie forme; perché le cose create non possono rappresentare
la divina semplicità. E quindi per la perfezione dell’universo si richiedono vari gradi nelle cose: alcune dovranno occupare un posto elevato […], altre un luogo infimo. […] Dio volle che tra gli uomini alcuni, da lui predestinati, rappresentassero la sua bontà sotto l’aspetto della misericordia, e usò a essi misericordia; e che altri, da lui riprovati, [rappresentassero la sua bontà] sotto l’aspetto della giustizia, e li sottopose alla punizione». C’è la predestinazione perché vige nel mondo il principio della varietà. Cioè: data un’essenza, si deve dare tutta intiera la variazione, tutta intiera la gradazione di possibilità di perfezioni. Questa necessità dell’essenza di devolversi è legata al fatto che l’essenza, nella creazione, entra nella storia, entra nell’esistenza e, perciò stesso, si dipana. L’essenza, per sé, non è varia: la varietà nasce nell’esistenza, la pluralità nasce nella storia: difatti l’unico modo pertinente all’essenza di entrare nel divenire della storia è di dispiegarsi, di graduarsi.
Quindi il principio esistenziale della predestinazione permette che l’essenza umana si devolva in tutte le sue forme, dalla forma più perfetta alla forma più imperfetta. Alcuni uomini quindi sono salvati e alcuni altri sono dannati per la ragione che l’essenza umana deve svelare, manifestare, tutta la possibilità e l’intera gradazione delle perfezioni a lei partecipate dall’essenza divina.

Il principio tomistico della varietà – ripreso poi anche dal Rosmini – si spinge talmente in avanti che riguarda persino gli innocenti: la differenza di merito non conta niente. Qui si palesa l’estrema libertà di Dio, immensamente buona, immensamente giusta ma anche, per l’uomo che non vuole sottostare all’umiltà dell’ignoranza a lui così utile, immensamente imperscrutabile.

La risposta della teologia cattolica moderna alla predestinazione, che ritroviamo nella Lettera apostolica, ci sembrerebbe la negazione del dogma della predestinazione: «Gesù Cristo è il nuovo inizio di tutto: tutto in lui si ritrova, viene accolto e restituito al Creatore dal quale ha preso origine» (cfr. CHIOSA 3). «Cristo è il compimento dell’anelito di tutte le religioni del mondo e, per ciò stesso, ne è l’unico e definitivo approdo» (cfr. CHIOSE 2 e 4). Quindi tutti gli uomini sarebbero vocati.

V – E qui si aggiunge il secondo rilievo: la citazione, nella Lettera, di Efesini 1, 10: «Gesù Cristo è la ricapitolazione di tutto», citazione posta a fondamento dei pensieri esposti precedentemente (« […] Tutto così ritorna al suo principio»).
Il testo greco del versetto – anakephalàiosis – dà, etimologicamente, ricapitolazione, cioè riunione e riassunzione sotto un solo capo (La Sacra Bibbia, a cura di P. Ricciotti, Salani). La Vulgata traduce instaurare omnia in Christo: fondare, stabilire tutto in Cristo. Anche l’Inferno è fondato in Dio; Dante dice: «Per me si va nella città dolente, / per me si va nell’eterno dolore, / per me si va tra la perduta gente. / Giustizia mosse il mio alto Fattore».

Quindi, il Fattore dell’Inferno è Dio, mosso dalla giustizia. «Fecemi la Divina Potestate, / la Prima Sapienza e il Primo Amore» (Inferno III, 1-6). Quindi, l’Inferno è una creazione del Primo Amore: ci deve fare impressione che, nella descrizione dell’Inferno, siano nominati il Primo Amore e la Giustizia; la Giustizia, transeat, ma il Primo Amore, questa è cosa che atterra.
Perché c’è l’Inferno? Perché – come abbiamo visto supra – è un’esigenza fondamentalissima dell’essere, nel mondo, la varietà: la natura, l’essere umano deve avere una piena devoluzione, quindi: dalla sommità dell’eccellenza morale alla degradazione somma. Infatti anche l’Inferno, se non avesse qualche fondamento in una durata, se non avesse la sua parte nella variazione dell’essere, sarebbe qualcosa dell’Eternità, qualche cosa di Dio. E la sua parte è la parte della varietà dell’essere scissa dall’essere: l’Inferno non torna a Dio, non si converte a Dio, ma lo imita; così, l’Inferno non è eterno, ma dura per sempre.

Allora, la citazione di quel luogo di Efesini non può valere nel senso dato nella Lettera, che è un senso teilhardiano, ma vale solo se intesa sub condicione della conversione a Lui: le cose infatti non tornano a Cristo, Principio di tutto, ed Egli in sé non le ricapitola, per sé stesse, ma solo se partecipano della sua vita, della sua Grazia, se a Lui, loro Principio e Ragione, si convertono, come esorta l’Apostolo poco più avanti, nella stessa Epistola citata nella Lettera: «Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera» (Efesini 4, 23-24). Tanto è vero che non tutte le cose anelano al Cristo e che non tutte le cose tornano a lui, e che Egli, per queste cose non sue, neppure prega: «Non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato» (Giovanni 17, 9b). Non tutto il mondo, quindi, ritorna al suo Principio. Oppure anche le cose dell’Inferno ritornano al loro Principio? Ma l’Inferno è proprio questa scissione
dal suo Principio.

Questa ineliminabile condizione è espressa sia dal contesto dell’Epistola che dal Salmo 44, 11b, che sollecita: «Dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre».
Poi però, riguardo alla predestinazione, bisognerebbe aggiungere: ma gli uomini si dannano per propria colpa. E qui ancora ritorna il problema: perché Dio, buono e giusto, li lascia perdersi per colpa propria?

Come si vede, non si può in nessuna maniera aggirare il problema. Si compie troppo spesso una gran confusione tra ordine naturale: quello che si invera in tutte le religioni del mondo, e ordine soprannaturale: quello della Grazia, che si invera soltanto nel cristianesimo. La Grazia: questo è l’elemento supernaturale contraddistintivo che è assolutamente originale della nostra religione, come vedremo anche nell’ultima CHIOSA (55).

Dio stesso ha proclamato in eterno queste gravi verità di fede in molti luoghi delle Sacre Scritture. Si eleva su tutti il canto del Salmista: «Qui annuntiat verbum suum Jacob, iustitias et iudicia sua Israel. Non fecit taliter omni nationi, et iudicia sua non manifestavit eis» (Salmo 147, 19-20): «Ha annunziato i suoi detti a Giacobbe, le sue leggi e i suoi giudizi ad Israele. Così non ha agito con nessun altro popolo, non ha manifestato ad altri i suoi precetti».

Bisogna qui ricordare che i luoghi dell’Epistola ai Romani con cui si tenta di attenuare il significato di questa asserzione di Davide non hanno il significato così univoco e irrefragabile che ha invece il passo di Davide.

VI – Sulla stessa pericope c’è poi da fare un terzo rilievo, che è il seguente: c’è una collisione di pensiero tra gli asserti qui rilevati e le dottrine di Teilhard de Chardin: Cristo, il punto Omega della storia universale, nella Lettera apostolica è chiamato «compimento dell’anelito di tutte le religioni del mondo».

In Teilhard de Chardin c’è anche un’altra confusione tipica: che non fa distinzione tra il mondo fisico e il mondo spirituale. Per lui è tutto l’universo – anima e corpo – che si muove verso il punto Omega e che deve concludere tutto il destino del mondo.
Manca assolutamente la dottrina del dualismo: anima e corpo. È l’insieme dell’uomo, anzi: tutto l’insieme del mondo che, secondo Teilhard, si muove verso la cristificazione: tutto deve diventare
Cristo.

Che cosa significa, proprio metafisicamente, diventare l’individuo Cristo? Qui si dà luogo a un assurdo: ci sarebbero milioni, miliardi di Cristi. Quindi, questa cristificazione, se ha un senso legittimo, ha un senso tradizionale: bisogna che gli uomini imitino, obbediscano, credano e preghino il Cristo. Non che diventino il Cristo.
Invece, anche oggi, i teologi parlano di cristificazione.
Si potrebbe parlare di partecipazione alle virtù del Cristo, ma questo è sempre un fatto spirituale, morale; non è mai un fatto metafisico, per cui io divento TE, io divento CRISTO.
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1. CHIOSA 49: Commento al § 53, p. 61. «In tale dialogo [interreligioso] dovranno avere un posto preminente gli ebrei e i musulmani. Voglia Dio che a sigillo di tali intenzioni si possano realizzare anche incontri comuni in luoghi significativi per le grandi religioni monoteiste.»
... questi appuntamenti storici, questi incontri in luoghi di «grande significato simbolico», come dice la Lettera, non si caricano di nessun valore soprannaturale ma, casomai, solo di religiosità naturale perché, nella religione naturale, è vero che noi comunichiamo con gli islamici, con gli ebrei, come anche con i buddisti, con gli indù, con gli animisti: infatti la religione naturale è in fondo a ogni credenza positiva. Ma la nostra religione è soprannaturale: è sopra la natura, è fuori della natura creata. Quindi noi non possiamo comunicare soprannaturalmente con loro; assolutamente.

18 commenti:

Anonimo ha detto...

Grazie Mic, hai fatto bene a postare questo brano di Amerio tratto da Stat Veritas. Qualche giorno fa stavo per postare proprio la Chiosa 4, a completamento dell'intervento fatto dal prof.Pasqualucci in merito alla predestinazione.
Qui si dimostra la complessità della dottrina cattolica sulla predestinazione, soprattutto in risposta all'egualitarismo del mondo moderno,sempre pronto a fare le pulci all'opera di Dio, quando non corrisponde (praticamente mai) ai suoi principi.
Mi sembra che la dottrina cattolica sulla predestinazione, come la presenta Amerio, sia una grande scuola di umiltà.
Spero,per approfondire, in interventi qualificati, che ci aiutino a comprendere meglio, per quanto possibile, questa complessa dottrina.
Antonio

irina ha detto...

"... bisogna riconoscere Cristo come individuo, e invece, se si dice che il Cristo è riconosciuto e riverito in tutte le forme religiose, lo si misconosce..."

"... se la Rivelazione fosse universale, non individuata, sarebbe senza il velo, sarebbe simultaneamente in tutto il mondo, in ogni luogo, in ogni tempo: tutto sarebbe manifesto a tutti. Niente più fede, niente più prova, niente più scelta..."

"...ma bisogna distinguere accuratamente e perpetuamente questo anelito religioso universale e naturale dall’anelito religioso specifico che è il cristianesimo con la Grazia. Il vocabolo che differenzia è GRAZIA.
Al fondo, c’è il gran mistero della predestinazione, della quale non si parla mai."

"...Cioè: data un’essenza, si deve dare tutta intiera la variazione, tutta intiera la gradazione di possibilità di perfezioni. Questa necessità dell’essenza di devolversi è legata al fatto che l’essenza, nella creazione, entra nella storia, entra nell’esistenza e, perciò stesso, si dipana. L’essenza, per sé, non è varia: la varietà nasce nell’esistenza, la pluralità nasce nella storia: difatti l’unico modo pertinente all’essenza di entrare nel divenire della storia è di dispiegarsi, di graduarsi.
Quindi il principio esistenziale della predestinazione permette che l’essenza umana si devolva in tutte le sue forme, dalla forma più perfetta alla forma più imperfetta. Alcuni uomini quindi sono salvati e alcuni altri sono dannati per la ragione che l’essenza umana deve svelare, manifestare, tutta la possibilità e l’intera gradazione delle perfezioni a lei partecipate dall’essenza divina..."

Nell'ultimo brano incollato vi è, a mio parere, la correzione a tutto ciò che va sotto il nome di evoluzionismo. Incollo di nuovo:

"...L’essenza, per sé, non è varia: la varietà nasce nell’esistenza, la pluralità
nasce nella storia: difatti l’unico modo pertinente all’essenza di entrare nel divenire della storia è di dispiegarsi, di graduarsi..."

irina ha detto...

Seguono mie personali considerazioni, prego correggere:

"...Cristo è un individuo,..." da questo discende il principio di identità che tanto è messo all'angolo e violentato, ai nostri giorni.

"... Niente più fede, niente più prova, niente più scelta..." Nella Rivelazione sono i germi della libertà dell'individuo che si manifesta attraverso la fede, le prove, le scelte.

"...Quindi, la Grazia non è soltanto qualche cosa di morale; la Grazia è qualche cosa di ontologicamente divino, di realmente divino,..." Ci sono momenti nella vita in cui si ha la 'grazia' di essere entro 'qualche cosa di ontologicamente divino', cioè la Grazia.

"...l’Inferno non torna a Dio, non si converte a Dio, ma lo imita;..." Questo dell'imitazione è un tema interessantissimo. Noi siamo chiamati ad imitare il nostro Maestro, che viene anche imitato, sovvertendone e stravolgendone l'insegnamento, dall'Inferno. Spero si possa dedicare del tempo a questo tema dello scimmiottamento diabolico, presente anche nel linguaggio del mondo; linguaggio che il mondo mutua dal linguaggio cattolico trasmutandolo in inganno.

Anonimo ha detto...


Sulla predestinazione c'è la monografia di Padre Reginald Garrigou-Lagrange OP

Si tratta di un lavoro del 1939. Ce l'ho nella versione inglese pubblicata dalla nota casa editrice cattolica americana TAN : Fr. REginald Garrigou-Lagrange OP, "Predestination", translated by Dom Bede Rose, OSB, DD - TAN BOOKS AND PUBLISHERS, INC., P.O. Box 424, Rockford, Illinois 61105, 1998, pp. 382.
La dottrina è in pratica analizzata ed esposta in modo chiaro in tutti i suoi aspetti. Questa la ripartizione dell'opera: Parte I : L"insegnamento della Chiesa e il sistema teologico. II : Le principali soluzioni del problema III: La Grazia e la sua efficacia.
Ovviamente, si espongono e criticano le dottrine condannate dalla Chiesa, da quelle dei protestanti alle gianseniste. Larga parte viene naturalmente data al pensiero di S. Tommaso sul tema.
Tutti gli studi e le riflessioni (come si vede anche dal testo di Amerio opportunamente riportato da Mic) non giungono tuttavia a penetrare il mistero della predestinazione, che conserva per noi qualcosa di nascosto e tremendo. Secondo me,è una cosa cui bisogna pensare il meno possibile. Seguire l'esortazione di S. Agostino: "Dio non comanda cose impossibili ma, nel comandare, ti ammonisce di fare ciò che puoi e di pregare per [poter fare] ciò che non puoi - Nam Deus impossibilia non iubet, sed iubendo monet, et facere quod possis, et petere quod non possis" - DS 804/1536. E non dimenticare mai che "Dio non abbandona il giusto se prima non è stato abbandonato da lui"(DS ibi e ss.- si tratta del Decreto sulla Giustificazione del Conc. di Trento). Chi è stato predestinato alla Gloria, lo saprà solo il giorno del suo Giudizio, appena morto.
I testi magisteriali fondamentali sono dai Concili di Quierzy (853), Valenza (855), Langres, Toul, Thuzey.
Si adottò il pensiero di S. Prospero di Aquitania: 1. Dio vuole che tutti si salvino, sebbene non tutti siano salvati. 2. Che alcuni si salvino, ciò è dono di Colui che salva. 3. Per quelli che periscono, è colpa di quelli che periscono. Osea: Tua è la distruzione, o Israele; il tuo aiuto è solo in Me" (13,9). "I due aspetti del mistero sono annunziati in modo chiaro ma la nostra mente non riesce a coglierne l'intima conciliazione"(Garrigou-Lagrange, op. cit., pp. 17-23). Il testo base è la Lettera ai Romani, capp. 8 e 9. Ci sono però, a quanto sembra, anche accenni di Gesù: Lc 17 24 ss : "...Nel giorno in cui il Figlio dell'Uomo dovrà apparire...Chi cercherà di salvare la sua vita, la perderà; e chi la perderà, la conserverà. Io vi dico: in quella notte due saranno nel medesimo letto, uno sarà tolto e l'altro lasciato. Due donne saranno a macinare insieme: l'una sarà presa l'altra lasciata..".
PP

tralcio ha detto...

State accorti, voi che ritenete ancora spendibile il tema della predestinazione, nella sapiente esposizione qui proposta.

La chiesa misericordiosa, sta per donarci l'ennesimo trionfale peana rose e fiori, da stadio: Gaudete et exsultate, che promette nuove interpretazioni al "rigorista" Gesù.

In realtà lo stadio è abbastanza vuoto... Tifosi in fuga?
https://gloria.tv/article/FbvFQLDdFcnK3aNt1FBqstCHX

Forse che una partita dove uno esulta vittorioso e l'altro "si dissolve" è poco con-vincente? Dove l'arbitro non può fischiare rigori, dove "tutti vincono per due a due"?

Forse che per esultare in Dio Salvatore lo spirito abbia bisogno di essere visto nell'umiltà dell'ancella che è timorata di Dio e perciò inondata della Sua misericordia?

La fede non è un corale alee-oo, strombazzanti per strada perché tutti "campeones".
La fede richiede silenzio, contemplazione, adorazione, tempo per Dio, senza clamori.
Chi fosse tutto proteso sul mondo non potrebbe immaginare niente di tutto questo.
Perciò cerca di darsi un tono con il Gaudete et exsultate.

Domandina: dobbiamo esultare a comando, come burattini e schiavi, o da figli educati all'incontro con il Padre, assaporare la beatitudine che sgorga dalla confidenza con Lui?

Anonimo ha detto...

All'esimio prof. P. Pasqualucci, che seguo sempre con attenzione e gratitudine (data la gran confusione della nostra epoca), pongo una domanda da semi-ignorante che sta riscoprendo da poco le profondità della Dottrina Cattolica (appresa in tempi remoti cioè ante CVII, catechismo 3a elementare, indi ricoperta dal poverone coniciliarv2), una domanda forse ingenua, ma può darsi che sia utile ad altri....
Se ho capito il punto fermo della predestinazione, esso mi pare condensato qui:

"2. Che alcuni si salvino, ciò è dono di Colui che salva.
3. Per quelli che periscono, è colpa di quelli che periscono".

Ora, le chiedo, quel dono della salvezza - ricevuto per i meriti di Cristo Salvatore soltanto - come si concilia con quei "meriti" che venivamo esortati (non oggi ahimè, ma 50-60 anni fa) ad acquisire, con preghiere, sacrifici, lotta contro il peccato, mortificazione, sofferenze e opere di carità, dominio dell'ego ecc.....ovvero i famosi meriti personali citati nell'Atto di Speranza ? (o anche le virtù cristiane, per gli aspiranti alla santità coltivate in grado eroico...?)
Grazie, resto in ascolto della sua dotta risposta, nella rara oasi di questo blog, sempre grata per tutti i quotidiani apporti, notizie e commenti, di Mic in primis.
(lettrice)

Anonimo ha detto...

Lo scorso 15 febbraio, nel conversare a porte chiuse con i preti di Roma, come fa ogni anno all'inizio della Quaresima, papa Francesco ha raccomandato loro di leggere un libro di Grün – di cui anche lui è affezionato lettore – descrivendolo come "moderno" e "vicino a noi".

Ebbene, Grün è colui che in un'intervista alla "Augsburger Allgemeine" del 30 marzo, venerdì santo, ha detto che "non c'è nessuna ragione teologica che si opponga all'abolizione del celibato del clero o alla donne prete, alle donne vescovo o a una donna papa". È un "processo storico" che "ha bisogno di tempo" – ha aggiunto – e "il primo passo dev'essere ora l'ordinazione di donne come diaconesse".

Un'ordinazione, quest'ultima, che risulta già tra gli obiettivi a breve termine di Francesco, al pari dell'ordinazione al sacerdozio di uomini sposati.

Mentre sui successivi passi del "processo storico" delineato da Grün, quello delle donne prete, vescovo e papa, Francesco non si è fin qui pronunciato, né in pubblico né in privato.

Ma intanto ha raccomandato di dare ascolto a chi li enuncia come traguardi da raggiungere, non importa se in contrasto plateale con il "non possumus" di tutti i precedenti papi."

Anonimo ha detto...

Marco Tosatti In cinque righe il Pontefice regnante liquida un paio di millenni di monachesimo contemplativo, maschile e femminile. Al N. 26 della sua esortazione apostolica Gaudete ed Exsultate scrive: “Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio. Tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo, ed entra a far parte del cammino di santificazione.

http://www.marcotosatti.com/2018/04/09/gaudete-et-exsultate-ma-non-se-siete-contemplativi-o-di-clausura/

tralcio ha detto...

Un mio conoscente è solito trascorrere del tempo in preghiera davanti al tabernacolo.
Mi racconta che ogni volta che entra in una chiesa per farlo, o non c'è nessuno, oppure chi è lì si comporta sovente in modo inadeguato. Raramente si trovano altri "adoratori".

Il sacerdote che gli ha raccomandato di dedicare del tempo a questa preghiera silenziosa davanti al tabernacolo, gli ha anche suggerito, se qualcuno avesse chiesto del perché di questa pratica, di rispondere che stava facendo "volontariato".

La possibile e/o probabile sorpresa e curiosità dell'interlocutore andrebbe soddisfatta con questa spiegazione: il mio servizio è andare da chi è solo, oltraggiato o oggetto di indifferenza. E Gesù lo è. Aggiungendo che è molto più quel che si riceve di ciò che si dà.

In effetti un buon volontario, che non insuperbisce o si vanta del proprio servizio, dovrebbe aver chiaro che il "bisognoso" (di conversione) in realtà è ciascuno di noi.
Se il giusto pecca sette volte (Proverbi 24,16), figurarsi chi giusto non lo è...

La misericordia di Dio è per chi Lo teme. Al roveto ardente ci si leva i calzari, rispettosamente. Davanti all'Eucaristia si adora Dio Presente. Niente grancasse e fanfare.
Figuriamoci eventuali vanti equo-solidali, pacifisti ed eco-friendly da "grandi italiani"!

PS: la divina liturgia è, in uno spazio sacro, uno squarcio di eternità nel tempo che scorre. E' un tempo sacro per chi voglia consacrarsi, cercando di lasciarsi abitare da Dio. Ognuno di noi avrà poi le proprie occupazioni, ma questa è l'unica a certificare l'Oltre.
Se qualcuno questo lo trova tempo sprecato o un non senso, il sentore di zolfo è forte.

Anonimo ha detto...

ops...scusate i refusi:
"....ricoperta dal polverone conciliarv2..."
(lettrice)

marius ha detto...

Mentre sui successivi passi del "processo storico" delineato da Grün, quello delle donne prete, vescovo e papa, Francesco non si è fin qui pronunciato, né in pubblico né in privato.

Invece si è già pronunciato, anche se nei suoi abituali termini sibillini, il 30 luglio 2013 di ritorno sull'aereo da Rio de Janeiro.
Dopo aver magnificato e delineato come suo ideale di donna per la Chiesa la figura della gloriosa donna paraguaiana, la quale per ripopolare la patria rimasta senza uomini, quasi tutti caduti in guerra (era rimasto un uomo su otto donne), senza badare alle "formalità" matrimoniali aprì il suo talamo nuziale a qualunque maschio sopravvissuto, affermò:
"Nella Chiesa bisogna pensare alla donna in questa prospettiva. Non abbiamo ancora fatto una teologia della donna. Bisogna farlo. Per quanto riguarda l'ordinazione delle donne, la Chiesa ha parlato e ha detto di no. Giovanni Paolo II si è pronunciato con una formulazione definitiva, quella porta è chiusa. Ma ricordiamo che Maria è più importante degli apostoli vescovi, e così la donna nella Chiesa è più importante dei vescovi e dei preti"

Anonimo ha detto...

Chi è stato predestinato alla Gloria, lo saprà solo il giorno del suo Giudizio, appena morto.
PURA & SACROSANTA VERITA'. Premesso ciò, però si è sempre insegnato che la devozione al Sacro Cuore e/o quella alla Madonna e/o quella a San Giuseppe sono SEGNI "*PROBABILI*" di predestinazione.

mic ha detto...

Per lettrice 18:44
Mi viene spontanea una prima reazione al suo quesito.
Quando si parla di 'meriti' siamo consapevoli che l'unico merito che possiamo avere davanti a Dio è che accada che il Padre in noi possa compiacersi perché si specchia nell'immagine dell'unico Figlio, il diletto, che non possiamo ricevere per effetto di più o meno eroici volontarismi, ma soltanto nella misura in cui il Signore assume in Sé ciò che diventiamo per mezzo della Sua grazia attraverso le opere che corrispondono alla volontà del Padre perché scaturiscono da un cuore redento... Opere che non è detto coincidano necessariamente con l'ascetica più o meno eroica o con l'impegno sociale, se non sono il frutto di una trasformazione profonda, opera di Cristo nei Suoi, nutrita dalla fedeltà.
È una realtà intuibile con la ragione e con le ragioni del cuore ma che la 'varietà' infinita (com'è infinito il Signore) non consente di racchiudere in casistiche perché esiste una chiamata e una risposta personalissime e solo in questa dinamica possiamo tentare di collocare qual è la nostra. E il nostro limite ci colloca pur sempre nell'orizzonte della Speranza ma non della certezza...

fabriziogiudici ha detto...

In attesa della risposta di PP, provo a dirvi come comprendo la questione dei meriti. Ditemi se ci sono errori. Mi baso su una spiegazione del compianto card. Caffarra, che illustrò - vado a memoria - in modo informale la dottrina corretta, paragonandola con il pelagianesimo ed il semipelagianesimo.

A causa del peccato originale l'uomo è finito in un fiume e rischia di annegare. Il pelagianesimo dice che Cristo ci ha insegnato a nuotare, e dunque sappiamo raggiungere la riva da soli. Falso. Il semipelagianesimo è una variante: riconosce che abbiamo bisogno che Cristo ci lanci una fune, poi però con questo "aiutino" riusciamo effettivamente a raggiungere la riva da soli. Falso. La dottrina corretta è che Cristo deve buttarsi nel fiume e condurci lui a riva; noi però dobbiamo abbandonarci a Lui, perché è noto che se uno che sta per affogare annaspa e si agita, di fatto impedisce al salvatore di agire. Dunque, il nostro merito è questo: riconoscere la nostra inadeguatezza, che solo Lui può salvarci e quindi abbandonarci alla Sua volontà. Ed è comunque un merito, perché richiede sforzo: il combattimento spirituale contro il nostro ego, che vorrebbe fare diversamente.

Che poi mi pare quello che ha detto mic.

Anonimo ha detto...


¤ Lettrice sulla predestinazione

Grazie della stima, bontà sua. Si fa quel che si può, con i nostri limitati mezzi, per cercare di recuperare il significato autentico della vera dottrina cristiana, vista la latitanza di quella che dovrebbe essere la teologia ufficiale odierna.
Mi semba di capire che il problema da lei posta sia questo: se la predestinazione e quindi la salvezza è un "dono" allora perché dobbiamo procurarcela con i "meriti" (le opere) che Dio vuole da noi? Il merito da acquisire con la dura fatica della santificazione giornaliera per conseguire la salvezza finale, non sembra in contraddizione con il concetto che questa stessa salvezza, a causa della predestinazione alla salvezza, appare un "dono" e quindi gratuita?
Se occorre il merito, allora dov'è il dono? E se viene per dono, a che serve il merito? Non so se ho esposto correttamente i corni del dilemma.
Come diceva Amerio, dobbiamo credere per fede cose che con il nostro intelletto non riusciamo a spiegare bene e quindi ammettere sia il dono che il merito. Quello sulla predestinazione è un discorso che mi riesce difficile, mi fa sentire in tutta la mia umana nullità di peccatore, di fronte alla divina onniscienza e onnipotenza. Bisognerebbe far emergere anche il lato della misericordia, che c'è anche nella predestinazione. Perché san Paolo si occupa di questo argomento? Un motivo era dato dal fatto che gli ebrei non concepivano che i pagani potessero essere anch'essi eletti alla salvezza. Per questo s. Paolo spiega: "Quindi Egli usa misericordia a chi vuole e indurisce chi vuole"(Rm 9,18). Cioè, "usa misericordia" a chi vuole fra tutti gli uomini, non è vincolato agli ebrei, e "indurisce" chi vuole, fra tutti gli uomini, ebrei compresi. E Dio vuole certamente a ragion veduta, conoscendo il cuore dell'uomo meglio dell'uomo stesso.
Notazioni sparse. 1. Non esigere i meriti da parte dei predestinati significherebbe considerarli privi di libero arbitrio (di volontà, ragione). 2. Ci sono dei "segni probabili"di predest., quale la recita devota del Rosario quotidiano, ma sono appunto "probabili"; ciò che conta è la perseveranza finale nelle virtù cristiane. 3. S. Paolo stesso rivela che Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi. Allora "l'indurire"? Deve riferirsi, credo, alla situazione di chi rifiuta l'aiuto della Grazia, che è dato a tutti, onde Dio lo lascia ad un certo punto indurire nel peccato. 4. Ma il rifiuto della Grazia, se è libero, non implica allora che la nostra volontà può agire indipendentemente dalla Grazia stessa? Si cade allora nel pelagianesimo? Qui si dovrebbe penetrare nel meccanismo dell'azione malvagia, del cadere in tentazione. Tutte cose difficili e per le quali non ho la competenza.
Penso comunque, come diceva Amerio, che sulla predestinazione convenga accettare i concetti fondamentali sapendo che non riusciamo in termini umani a far combaciare certi aspetti e praticare la manzoniana "ignoranza utile". Pascal, com'`e noto, dedicò pagine profonde e tormentate al mistero della Grazia e della Predestinazione, ma lasciò il manoscritto incompiuto e si rimise completamente, disse il suo confessore, all'insegnamento ufficiale della Chiesa, che del resto non aveva mai messo in dubbio.
PP

tralcio ha detto...

Ringraziando tutti per gli interessantissimi spunti, ho capito che la grazia di Dio è ciò che fa la differenza. Anche tra “religione” e “rivelazione”.
Non è un’idea, non è astratta, non la si tocca ed è increata. La grazia di Dio è di Dio.
Non la pensiamo noi, né la “facciamo” noi, pelagiani di ritorno inclusi.
La grazia, essendo di Dio, viene da fuori del tempo; ma essendo per gli uomini incontra il tempo.
La grazia per essere sperimentata deve esistere in uno spazio e in un tempo.
La piena di grazia, Maria Santissima, ricevette la grazia nel tempo e, pur priva del peccato che fa di noi dei bisognosi della grazia per salvarci, con il proprio assenso acconsentì a che la grazia prendesse in lei la forma umana nel Figlio, accettando che quel Figlio ci salvasse con la croce.
La grazia è di Dio, ma le anime che la accolgono, fino ad esserne ricolme come la Beata Vergine, pur non avendo merito proprio, non frappongono ostacolo al suo dispiegarsi nella storia.
Dunque la grazia è potenzialmente per tutti, ma praticamente per molti.
I “molti” hanno il merito indiretto di accoglierla, a volte non subito ma dopo un percorso di conversione nel quale viene messo in gioco il libero arbitrio, che la grazia causa, ma non costringe. Per contro chi rifiuta la grazia di Dio, lo fa con la propria volontà, scientemente.
Dio lo sa, perché conosce i nostri cuori: ama tutti, tutti raggiungerebbe con la grazia, ma sa che ci sarà chi non ne sarà capace, rendendosene -da se stesso- indegno.
Il vangelo odierno, alla luce di questa rivelazione, soccorre di luce il nostro stupore. Gesù disse a Nicodemo: “In verità ti dico: dovete rinascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito”.
Il mistero della grazia è basato sull’umiltà di una santa ignoranza, che chi è troppo “maestro” può smarrire, arroccandosi alla sapienza del mondo, la sapienza dell’intelletto umano, tentato dal farsi “dio” a se stesso, ritenendo tempo sprecato contemplare l’agire della grazia in noi.
Gesù disse ancora a Nicodemo: “in verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?”
Le cose del cielo differiscono dalle cose della terra. Dio è Dio. La grazia è da Lui che è eterno, fuori dal tempo che segna, come quarta dimensione, il nostro percorso creaturale, facendosi esperienza, cioè realtà, per nulla astratta per quanto apparentemente incomprensibile.
Tra le tante stoltezze celesti c’è la croce. Ancora Gesù a Nicodemo: “Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorchè il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”.
La fede è un dono di grazia che apre all’ottavo giorno della ricapitolazione in Cristo di tutto l’universo. La storia degli uomini, con i loro progressi incapaci di vita eterna, sono come i vetri luccicanti con i quali i conquistadores imbrogliarono gli ingenui, scambiandoli con il loro oro.
L’imbroglio è possibile quando la superbia e l’orgoglio ritengono la grazia solo un’idea.
A maggior ragione se la misericordia di Dio, che fa parte della grazia, sembrerebbe un diritto, automaticamente concesso, considerando sciocco chi lo mendica, adorando il Cielo e non il mondo.

Anonimo ha detto...

Operi Dei nihil praeponatur

Anonimo ha detto...

Il vero cristiano è colui che spesso fallisce a livello umano, ma sempre trionfa a livello spirituale, soprannaturale.