Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

giovedì 30 aprile 2026

IN NOME DI ALLAH, il Clemente, il Misericordioso. VOTA PD.

Qualcuno dovrebbe avvisare il papa... Qui l'indice degli articoli sul filo-islamismo. Di seguito trovate un nutrito aggiornamento.
In nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso. Vota PD.

Non è satira. Non è un esperimento sociale. È un volantino elettorale. Stampato, distribuito e pubblicato sui social da due candidati bengalesi del Partito democratico di Marghera, per le comunali veneziane del 24 e 25 maggio 2026.

L'invocazione ad Allah in apertura. Il saluto islamico subito dopo. Il testo in bengalese. L'italiano ridotto a tre parole: "Vota PD" e "Municipalità". I candidati si chiamano Ardul e Sumiya Begum. Lei in hijab. L'obiettivo dichiarato: la moschea a Mestre.

Il Partito Democratico non solo li ha candidati e presentati dal palco del teatro Dante di Mestre. Li ha pure difesi. "Tradurre un volantino significa voler parlare con tutti", ha risposto la sezione di Marghera a chi protestava. Come se aprire un volantino elettorale con "Nel nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso" fosse una traduzione e non una professione di fede.

Quell'invocazione ha un nome: Bismillah. Non è un saluto. Non è un'espressione culturale. Non è un modo carino per dire buongiorno in un'altra lingua. È la formula sacra che apre ogni sura del Corano tranne una.

L'atto di sottomissione alla volontà di Dio che ogni musulmano pronuncia prima di mangiare, prima di pregare, prima di compiere qualsiasi azione significativa. Metterla in cima a un volantino elettorale significa una cosa sola: questo voto è un atto di fede. Non di cittadinanza. Di fede.

Quella fede porta con sé un sistema giuridico, politico e sociale che ha un nome: sharia. Legge coranica.
Prevede il ripudio unilaterale della moglie. La poligamia. La testimonianza della donna che vale la metà di quella dell'uomo. L'eredità dimezzata rispetto al fratello maschio.

Il divieto per la donna musulmana di sposare un non musulmano. La pena di morte per chi abbandona la fede. L'omosessualità come crimine, punito con la morte in dodici paesi islamici. Non è un'interpretazione estremista. È dottrina. Sta scritto.

Il PD che diffonde quel volantino è lo stesso del ddl Zan. Delle quote rosa. Dell'asterisco e della schwa. Della Boldrini che corregge chi dice "il ministro" invece di "la ministra". Del Pride in piazza con i dirigenti in prima fila. Della Segre senatrice a vita contro ogni discriminazione. Lo stesso partito che attacca il crocifisso nelle aule, contesta il presepe nelle scuole, insorge se un politico nomina il Vangelo in un comizio. Il partito della laicità come dogma.

Il PD apre un volantino elettorale con l'invocazione ad Allah.
Dove sono le femministe? La Schlein tace. La Boldrini tace. Le intellettuali che insorgono se un uomo dice "signorina" non hanno una parola per un sistema che riduce la donna a metà di un uomo davanti alla legge.

Perché quei voti servono. Quando servono i voti, il femminismo diventa negoziabile. La laicità diventa negoziabile. I diritti delle donne, degli omosessuali, degli apostati diventano merce di scambio. Il prezzo è scritto sul volantino: una moschea a Mestre.

Immagine a lato altre notizie da altra fonte

Proviamo un esercizio. Salvini stampa un volantino: "Nel nome della Vergine Maria, Madre di Dio, vota Lega." In italiano. Per elettori italiani. In Italia. Quanto dura prima che Repubblica, Corriere, La7, La Stampa, Il Fatto Quotidiano, Il Domani, Gramellini, Saviano, intellettuali prêt-à-porter, CGIL e, tanto per non perdere una polemica, perfino l'ANPI chiedano le dimissioni e l'intervento del Quirinale? Dodici ore. Forse sei.

A Marghera il PD lo fa in bengalese, invocando Allah, e chi lo segnala diventa razzista.

Il volantino non è bilingue. È scritto in bengalese con il logo del PD. Non si rivolge ai cittadini di Marghera. Si rivolge alla comunità islamica bengalese. Non include. Esclude. Crea un canale riservato tra il partito e una comunità religiosa, invisibile al resto dell'elettorato. Un patto che i veneziani non possono nemmeno decifrare.

La strategia non è nuova. Nel Regno Unito i Labour hanno fatto lo stesso per vent'anni: candidati islamici, moschee corteggiate, occhi chiusi sulla segregazione di genere. Il risultato: a Bradford, a Birmingham, a Tower Hamlets, quei candidati hanno prima preso i seggi con i Labour, poi si sono fatti i partiti propri.

Michel Houellebecq [qui e ulteriori link indicati] lo aveva raccontato nel 2015, in "Sottomissione" [qui]: la sinistra francese si allea con la Fratellanza Musulmana per battere il Front National, il candidato islamico diventa presidente. Fantascienza, dissero.

A Marghera il PD ha fatto di peggio. Nel romanzo servivano almeno due partiti. Qui il PD ha messo l'invocazione ad Allah direttamente sul proprio simbolo. La sottomissione nel romanzo era il punto di arrivo. A Marghera è il punto di partenza.

La dinamica è scritta nella storia. Prima prendono i seggi col partito ospitante. Poi si fanno i partiti propri. Il partito ospitante diventa inutile. Non è fantascienza.

È già successo. In Iran la sinistra si alleò con Khomeini per abbattere lo Scià. Insieme vinsero. Poi Khomeini prese il potere e li sterminò. Non politicamente. Fisicamente. Migliaia di militanti di sinistra fucilati, il partito comunista Tudeh sciolto, i dirigenti torturati e giustiziati.
La sinistra iraniana aveva aiutato l'Islam a salire al potere convinta di poterlo cavalcare. L'Islam usò la sinistra come scala. Poi buttò via la scala.

Il candidato Kamrul lo dice con candore disarmante: "Abbiamo scelto il PD perché è da vent'anni che ci ha accolto." Non per il programma. Non per la visione dell'Italia. Perché ci ha accolto.

Tu mi accogli, io ti voto. Tu mi dai la moschea, io ti porto la comunità. Vent'anni di relazione. Non di integrazione.

In nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso, il Partito democratico ha scritto il proprio epitaffio. Non su una lapide. Su un volantino elettorale. In una lingua che i suoi stessi elettori non possono leggere. Autore: Roberto Riccardi
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Aggiornamento

Si chiama Carmela. Come la Madonna del Carmelo, la devozione più profonda del cattolicesimo meridionale. Carmela Lombardi, detta Lina. Napoletana. Si candida al consiglio comunale di Agrigento, lista civica "Agrigento Amore Mio", elezioni del 24 e 25 maggio 2026.

Porta il velo islamico. Il suo manifesto è scritto metà in italiano e metà in arabo. In cima, la professione di fede: "Dio è uno solo: Allah per il musulmano, Dio per il cristiano, ma sempre lo stesso unico Creatore." Non è una preghiera. È un volantino elettorale. Nella città dei Templi.

Chi credeva che l’avanzata musulmana in politica a Marghera fosse un caso isolato si sbagliava. Il primo editoriale di questa serie ha documentato il volantino del PD aperto dalla Bismillah, i candidati bengalesi Ardul e Begum, la moschea a Mestre come prezzo del pacchetto.

A Venezia il PD ha schierato sette candidati bengalesi su cinque municipalità della terraferma. Non rappresentanza. Copertura territoriale.

A millecinquecento chilometri, nel cuore della Sicilia, una napoletana convertita porta Allah sul manifesto di una lista civica che con il PD non ha nulla a che fare. Il fenomeno si è emancipato dal partito. Cammina da solo.

La Lombardi lo dice a La Sicilia con chiarezza disarmante: "Vorrei portare le istanze di questa comunità in Consiglio comunale." Non della città. Di "questa comunità".

Poi cita il Corano come fonte normativa: "Un musulmano non butta la spazzatura per strada perché è peccato e Allah ci chiede la civiltà." Il testo sacro come manuale amministrativo. La sharia applicata ai cassonetti.

La formula del manifesto - "Dio è uno solo: Allah per il musulmano, Dio per il cristiano" [vedi l'inganno avallato dalla Chiesa] - è una trappola a doppio fondo. L'elettore italiano la legge come messaggio di pace. L'elettore musulmano la sottoscrive senza rinunciare a nulla: per l'Islam attribuire un Figlio a Dio è shirk, il peccato massimo, il solo che Allah non perdona.

Quella formula dice "stesso Dio" in un modo che il musulmano firma senza muovere un muscolo e il cristiano accetta senza sapere cosa sta firmando. Contratto leonino travestito da preghiera.

Il nome è parte della costruzione. Carmela: dalla processione della Madonna del Carmelo, ceri e statue portate a spalla nei vicoli del Mezzogiorno. Quel nome rassicura l'italiano. Il velo, l'arabo e Allah parlano a un altro pubblico.
La tradizione islamica raccomanda il cambio di nome dopo la conversione, soprattutto quando ha radici cristiane. Silvia Romano divenne Aisha. Carmela Lombardi si candida con il nome della Madonna. Due codici, un solo manifesto.

Qualcuno obietterà: anche la DC usava la religione. Con una differenza che smonta il paragone. Il cristianesimo ha separato il potere temporale da quello spirituale. L'Islam no.

Din wa dawla: religione e Stato. Non solo una fede ma un codice civile, un diritto di famiglia, un sistema penale, un progetto politico. Il Corano non è un libro di preghiere: è una costituzione alternativa.

Portare quel codice dentro il Comune è un ritorno al medioevo, quando anche in Europa temporale e spirituale erano una cosa sola. Con un aggravante: ogni fedele musulmano ha il mandato divino di operare perché i precetti coranici diventino legge. La da'wa non è un invito: è un obbligo. La Lombardi lo conferma senza saperlo. Non dice "penso che". Dice "il Corano ci chiede". Il mandato in azione.

Chi si illude che siano episodi sparsi non ha la mappa.
A Monfalcone, trentamila abitanti, settemila bengalesi, dodici centri islamici aperti in ex supermercati senza rispetto di alcuna norma.

A Roma è già nato MuRo27, Musulmani per Roma 2027, fondato da un ingegnere convertito ed ex militante PD: obiettivo dichiarato, portare in politica "idee coerenti con l'appartenenza religiosa". Non con la Costituzione. Con la religione.
Sul logo, il Colosseo sormontato dalla mezzaluna.

Chi ha dimenticato lo scandalo del 25 gennaio 2016 non ha memoria: le statue dei Musei Capitolini furono coperte con pannelli di compensato per non turbare la sensibilità del presidente iraniano Rouhani.
Duemila anni di arte occidentale nascosti dietro i teli. Non servì il piccone. Bastò la nostra paura.

Del resto per l'Islam le immagini sacre sono idolatria. Iconoclasti per dottrina: i bulldozer dell'Isis su Palmira, l'esplosivo sui Buddha di Bamiyan, i martelli pneumatici sui tori alati di Ninive. Non follia. Teologia applicata. Al Campidoglio ci siamo autocensurati prima ancora che qualcuno lo chiedesse.

La presa di coscienza, però, sta salendo dal basso.
A Monfalcone i cittadini hanno protestato. A Venezia la scritta "No moschea" è finita sui fianchi degli autobus. A Marghera il PD, nelle cui file sono candidati, ha dovuto fare i salti mortali carpiati per giustificare i propri candidati bengalesi. Ad Agrigento i social hanno costretto il candidato Di Rosa a difendere pubblicamente la scelta di candidare musulmani. La gente legge il manifesto in arabo sul muro del quartiere. Capisce da sola. Non siamo a Kabul, ma in Italia e questo fa paura.

Nel momento esatto in cui questa consapevolezza emerge, scatta il silenziatore: islamofobia. Chi solleva la questione è islamofobo. Chi nota sette candidati bengalesi su cinque municipalità è islamofobo.

Chi contesta un volantino che inizia con “In nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso” è islamofobo. La parola è una truffa linguistica: una fobia è una paura irrazionale, patologica. Ma quando un manifesto elettorale cita il Corano come fonte normativa, quando un gruppo politico piazza la mezzaluna sul Colosseo, quando dodici moschee abusive aprono in una città di trentamila anime, la preoccupazione non è irrazionale.

È l'unica reazione lucida di un organismo democratico che riconosce un corpo estraneo. Il termine islamofobo trasforma un fatto politico in una diagnosi clinica. Non sei un cittadino che ragiona: sei un malato. Chi brandisce quella parola lo sa perfettamente.

Le proteste stanno arrivando alle stelle, così la sinistra si è dovuta asserragliare nell'ultima trincea: l'Islam moderato.

Nessuno, però, ha mai conosciuto un buddista moderato. Un induista moderato, un cristiano moderato, uno shintoista moderato. L'aggettivo non esiste perché non serve.

Non serve perché nessuna di quelle religioni ha bisogno di specificare di non avere una versione che preveda la conquista del territorio, l'imposizione di un codice giuridico proprio, la sottomissione dell'infedele come programma teologico.

Chi dice "Islam moderato" pronuncia una confessione involontaria: ammette che ne esiste uno che moderato non è. Talmente grande, strutturato e presente da richiedere ogni volta la specificazione. È il cartello "attenti al cane" che si mette solo dove il cane morde. Sul cancello del labrador nessuno appende cartelli.

Tra poco la mezzaluna non dovrà più bussare alla porta del Comune. Avrà le chiavi. Gliele avrà date la sinistra. Per calcolo elettorale: ogni volantino in bengalese vale un pacchetto di voti. Per interesse economico: il sistema dell'accoglienza alimenta un'industria che ha bisogno di materia prima.

Per strategia demografica: una base elettorale che invecchia e si restringe cerca disperatamente nuovi votanti e li ha trovati. Per vigliaccheria culturale: meglio coprire una statua che rischiare l'accusa di islamofobia.

Per quella malattia ideologica che impedisce alla sinistra di difendere la civiltà in cui è nata nel terrore di sembrare intollerante. Nel 1979 la sinistra iraniana si alleò con Khomeini per abbattere lo Scià. Marciarono insieme, gridarono insieme, vinsero insieme.

La sinistra iraniana credeva di usare Khomeini. Fu Khomeini a usare la sinistra. Poi la eliminò fisicamente sui patiboli in piazza. La storia insegna. Ma solo a chi la studia. Autore: Roberto Riccardi

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Mi viene in mente lo slogan "Nel segreto della cabina elettorale Dio vi vede, Stalin no" coniato da Giovannino Guareschi nel 1948 come propaganda anticomunista per le elezioni del 18 aprile, pubblicato sul settimanale Candido...

da ex studente di Giurisprudenza ha detto...

Mi confermate che alle comunali di Roma del prossimo anno ci sarà (o potrebbe esserci) un vero partito islamico? Si parla di questo MuRo, Musulmani per Roma.
Anche qui nell'Isontino ci sono alcune rivendicazioni, inquietanti nella loro apparente pochezza: a Monfalcone già un anno fa gli operai di Fincantieri (bangladeshi pure quelli, meglio non dire "bengalesi" perchè anche in India ci sono Bengalesi che parlano bengali ma sono in gran parte induisti), hanno cominciato a pretendere un campo da cricket. Che c'è che non va? Che lo vogliono gratis. Se pagassero per far segnare le linee di gioco su un campo da calcio per una partita la settimana non ci sarebbero problemi, ma pretendono di non dover tirare fuori un soldo.

Anonimo ha detto...

Il PD rappresenta il tradimento di ogni logica valoriale. Non rappresenta un’idea, un ideale, un popolo, una storia… rappresenta unicamente se stesso e chi lo mantiene economicamente. Il partito degli asserviti… non che altrove siano rose e fiori, ma questi tradiscono proprio tutto, loro stessi inclusi. Sono l’absurdum, e c’è chi li vota. Fa impressione. Non per le femministe, ma per chi invoca la resistenza e sostiene il green pass. per chi invoca pace e uccide nel grembo; per chi inorridisce per un presepe a scuola, ma invoca allah su un manifesto elettorale etc etc