Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

giovedì 1 dicembre 2011

Un prete spagnolo che ha scoperto La Messa extraordinaria: UN ESEMPIO PER I SUOI FRATELLI SACERDOTI

Traduco e pubblico dall'ultima Lettera di Paix Liturgique, n.311 di oggi. Vi ritroviamo i nostri sentimenti e le nostre esperienze!


Pochi mesi fa è stato pubblicato in Spagna un libro intitolato Motu Proprio Summorum Pontificum, un problema o una ricchezza?, scritto dal superiore della Fraternità di Cristo Sacerdote y Santa María Reina, Padre Manuel María de Jesús. Molto presto, esso è stato tradotto in portoghese, prova dell'interesse che suscita nella penisola iberica, ed è ora oggetto di un progetto di versione francese.

Questo libro, che va all'essenziale, rompe infatti il grande silenzio che circonda, sia in Spagna che in Portogallo, la liberalizzazione della Messa tradizionale da parte di Papa Benedetto XVI. Questo silenzio è stato misurato dai sondaggi commissionati da Paix Liturgique in questi paesi: in Portogallo, secondo il sondaggio Harris Interactive del 2010, il 74% dei cattolici non aveva mai sentito parlare del Motu Proprio; in Spagna, secondo il sondaggio Ipsos nel 2011, questa cifra sale all' 81,7%.

L'opera di Padre Manuel è davvero notevole, specialmente in ragione delle motivazioni spirituali, teologiche, e profondamente romane che la animano, e vi invitiamo a scoprirle nella seguente intervista. La gioia e la gratitudine che egli mostra per la scoperta della liturgia tradizionale sono comunicative. Egli vuole condividere al massimo il tesoro che ha scoperto.

D'altronde non lo si dirà mai abbastanza: l'esperienza dimostra che i seminaristi, sacerdoti e fedeli (in particolare i giovani, vedi la nostra lettera n.310) che 'gustano' la Messa tradizionale vi si « convertono » in fretta. La Messa straordinaria è contagiosa... e produce vocazioni. Per esempio, tutti sanno o non dovrebbero ignorare che le due parrocchie di Parigi più feconde di vocazioni al sacerdozio sono St-Eugène-Ste-Cécile e St-Nicolas-du-Chardonnet.

I - INTERVISTA A PADRE MANUEL

1) Padre Manuel, puoi presentarti ai nostri lettori?

Padre Manuel: Il mio nome è Manuel Otero Folgar - come religioso, P. Manuel María de Jesús. Sono stato ordinato nel 1988 per la diocesi di S. Giacomo di Compostela. Lì ho lavorato per dieci anni come vicario della parrocchia di San Giuseppe di Pontevedra, cappellano ospedaliero, direttore della Curia della Legione di Maria e direttore spirituale di una sezione del adorazione notturna. Per dodici anni ho insegnato religione al college. Sono stato anche amministratore di molte parrocchie rurali nel corso degli ultimi quindici anni, e, infine, fondatore di una associazione privata di fedeli, la Confraternita di Cristo Sacerdote e Santa Maria Regina (Fraternidad de Cristo Sacerdote e Santa María Reina). In quest'ultima sono nati la Società dei Missionari di Cristo Sacerdote e Santa Maria Regina istituto religioso femminile in formazione, e i Fratelli della Fraternità di Cristo Sacerdote e Santa Maria Regina associazione pubblica [come la Comunità di Saint-Martin ma di diritto diocesano, non papale - ndr], con sede a Toledo della quale io sono, dal 2009, il superiore.

2) Qual è la sua esperienza della forma straordinaria del Rito Romano e che posto prende il Motu Proprio Summorum Pontificum è nella sua vita di prete?

Padre Manuel: a causa della mia età - Sono nato nel 1962 - non ho alcun ricordo della Messa tradizionale durante la mia infanzia e ancor meno durante la mia adolescenza e oltre. La prima volta che ho partecipato a una celebrazione della Santa Messa secondo quello che oggi è chiamata la forma straordinaria, è stato dopo il 2000.

E' solo dal 2004-2005 che ho iniziato di conoscere la liturgia tradizionale in occasione delle mie visite al monastero di Le Barroux. E nel 2007 ho anche avuto l'opportunità di scoprire il seminario internazionale dell'Istituto di Cristo Re, a Gricigliano, accompagnato dal cardinale Cañizares, che conferisce ordinazioni sacerdotali.

In realtà, fu solo a partire dal 2007, con la pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum che ho cominciato a celebrare assiduamente secondo la forma straordinaria. Nel mese di ottobre dello stesso anno, in un'indimenticabile udienza, il cardinale Castrillon Hoyos, già Presidente della Commissione Ecclesia Dei, ci ha dato i suoi incoraggiamenti. Oggi, la forma straordinaria è propria della nostra comunità ed è riconosciuta come tale nei nostri statuti.

La mia esperienza è molto positiva e anche, per certi versi appassionante. Ho percorso il cammino della scoperta di questo tesoro meraviglioso che ci era nascosto, in compagnia dei Fratelli della mia comunità, ma anche dei miei parrocchiani. Per i più anziani, è stata una riscoperta e una novità assoluta per i giovani.

Nelle mie varie parrocchie, non ho mai incontrato la minima resistenza o l'avversione alla Messa Tradizionale. Questo può sorprendere qualcuno, ma è vero. I miei fedeli e io, insieme, abbiamo vissuto nella nostra carne l'esperienza che racconta il Vangelo, quella del padre che prende dal tesoro di famiglia del nuovo e del vecchio (Mt 13:51). Il padre è stato per noi, Sua Santità Benedetto XVI, che ci ha rivelato e ci ha messo a disposizione questo meraviglioso tesoro, antico ma sempre nuovo, che è la liturgia bimillenaria della chiesa, autentico monumento di fede e di pietà.

Nella mia la vita di sacerdote, questo ha rappresentato un arricchimento a tutti i livelli: dottrinale, di preghiera, di identificazione con Cristo Sacerdote e Vittima, ecc. E molti altri aspetti che non è opportuno approfondire ora.

Colgo l'occasione per evidenziare un errore: alcuni riconoscono che la liturgia tradizionale può arricchire il sacerdote che celebra, ma i fedeli considerano dannoso per ridurre in modo significativo impoverimento spirituale o addirittura vietare la loro partecipazione e comprensione della liturgia, ho deve umilmente dire che non coincide con la mia esperienza, anzi.

La celebrazione della liturgia tradizionale richiede al sacerdote di dare una maggiore attenzione pastorale ai fedeli, nel senso di concentrarsi maggiormente sulla loro formazione dottrinale e spirituale: un formazione continua sulla base dell'insegnamento di ciò che è la vera actuosa participatio - vale a dire una disposizione interiore di unirsi con il Cristo Vittima, attraverso il sacerdote, ministro di Cristo e della Chiesa, che rinnova ed offre il Santo Sacrificio -; più cura nella loro formazione liturgica e mistagogica [introduzione alla comprensione spirituale dei sacramenti, come viene praticata dai Padri della Chiesa - NdR].

Con quale diritto e su quali basi si può sottovalutare la capacità dei credenti di partecipare degnamente e con frutto nella liturgia della Chiesa duemila anni?

Ci sono fedeli poco coltivati e provenienti da ambiti semplici che potrebbero superare di buon numero coloro che si credono dotti. Sono fedeli che non hanno mai messo piede in una facoltà di teologia, ma che conoscono col cuore il contenuto della fede, vivendo con una profondità sorprendente il mistero dell'Eucaristia per la loro profonda unione con Cristo Sacerdote, prendendo dalla loro partecipazione al Santo Sacrificio forza e ispirazione per offrirsi poi, nella loro vita quotidiana, come hostie viventi, sante e gradite a Dio.

Oggi, grazie a Dio, i fedeli sanno leggere e possono seguire i testi della Messa sul loro messale per immedesimarsi più perfettamente nelle preghiere della Santa Liturgia. Ciò richiede concentrazione e attenzione più grandi di quelle di coloro che si accontentano di ascoltare. Perciò in molte obiezioni al Motu Proprio, si trova più ideologia che ragioni fondate.

3) Nell'introduzione al suo libro giustifica la sua opera con la mancanza di conoscenza che i sacerdoti e ancor più i fedeli spagnoli hanno del Motu Proprio. Non è sorpreso dal risultato del sondaggio condotto da Ipsos per Paix Liturgique, alla vigilia della Giornata Mondiale della Gioventù, che indica che il 69,5% dei praticanti spagnoli non ne hanno mai sentito parlare?

Padre Manuel: Io non sono del tutto sorpreso. In effetti, il risultato mi sembra al di sotto della realtà. Sono convinto che la stragrande maggioranza dei fedeli non ha mai sentito parlare del Motu Proprio. E che coloro che ne hanno avuto qualche eco anche tra i sacerdoti, non ne conosce il contenuto. Si leggono poche cose a questo riguardo. Prevale l'idea, totalmente distorta, che il Papa ha autorizzato la messa in latino per i fedeli di Mons. Lefebvre, questo è tutto.

Molti diffondono questo equivoco per mettere un freno all'insegnamento del Papa e sminuire l'importanza del Motu Proprio che, per inciso, ha forza di legge per la Chiesa universale e, come tale, stabilisce autentici diritti e doveri che devono essere rispettati da tutti. Purtroppo molte persone si accontentano dei titoli sensazionali che distorcono la realtà e la verità dei contenuti offerti da alcuni media.

4) Il suo libro, e tanto la sua forma quanto il suo contenutolo provano, hanno dunque come principale di meglio far conoscere il testo del Motu Proprio e la volontà del Papa sulla liturgia. Che accoglienza ha ricevuto in Spagna?

Padre Manuel: ho cercato di fare del mio meglio. L'accoglienza da quelli che il libro potrebbe raggiungere è molto buona anche se i nostri mezzi sono limitati.

Per un argomento del genere non si può contare sulle case editrici cattoliche. Non li interessa, non corrisponde alla loro linea editoriale... Basti pensare che quando il favoloso libro di Mons. Schneider, Dominus Est - che si dice molto piaciuto al Santo Padre - è stato offerto a diversi editori spagnoli per una miseria in termini di diritto d'autore, nessuno ha voluto pubblicarlo. Non so cosa ne sarebbe oggi... E parlo di case editrici cattoliche, tra cui alcuni ritenute "conservatrici". Anche in questo caso, prevale l'ideologia. E' come se si volesse che la gente non sappia troppo, senza pensano autonomamente, si sottomettono al pensiero dominante. E' triste ma vero. Benedetto XVI ha più volte denunciato la dittatura del relativismo. Beh, potremmo parlare nello stesso modo, senza dubbio, dell'esistenza di una dittatura del pensiero unico, presente e molto potente e in certi ambienti.

Perché alcuni mostrano tanta paura all'idea che le persone possano conoscere sperimentare e decidere? Non è da molti anni che si proclama che i laici sono adulti? Non possiamo lasciare che i fedeli decidano ed evitare di mettere un bastone tra le ruote alle decisioni del Santo Padre?

5) Nel capitolo 9, lei insiste sulla necessaria unità delle chiese locali con Roma. Un solo prelato spagnolo, Mons. Ureña Pastor, finora ha celebrato la forma straordinaria nella sua diocesi, si può sperare che il suo esempio sia presto seguito da altri vescovi?

Padre Manuel: Ad oggi, solo due vescovi spagnoli sembrano aver celebrato la forma straordinaria, anche se ciò ha avuto luogo quasi in segreto: durante la GMG. Senza alcun preavviso né resoconti. Non vi hanno partecipato quasi del tutto che coloro che dovevano partecipare perché facenti parte di gruppi legati alla forma straordinaria. Io non so chi ha la responsabilità di questa situazione, ma non mi permetto di pensare che questo sia stato fatto in mala fede.

Non posso immaginare che altri vescovi presto celebrino la Messa tradizionale nella loro diocesi, in parte perché non ci sono richieste organizzate e strutturate da parte di fedeli, religiosi o di preti. Tuttavia, molti preti riconoscono di non osare apprendere né celebrare per timore di incomprensioni e di critiche. In Spagna siamo alla fase di Nicodemo: imparare a celebrare in segreto... contro i fatti, non c'è argomento che tenga. E i fatti ci dicono che si tratta di fedeli e sacerdoti, i più determinati e convinti di portar avanti le cose. Non conosco i pensieri intimi del Santo Padre, ma sembra proprio che con il Motu Proprio il Papa ha liberato la questione dalla decisione arbitraria dei vescovi. Negli ultimi anni, coerentemente, Roma insiste sul "diritto dei fedeli" a partecipare alla liturgia tradizionale e non dei vescovi di consentire o meno. La più alta autorità in materia liturgica è il papa. Ora, è Benedetto XVI che ha promulgato il motu proprio e ha colto l'occasione per ricordare che la Messa tradizionale non è mai stata ufficialmente abrogata. Ciò che mi fa pensare che, dove è stata di fatto vietata, è stato in violazione di diritto.

Le Chiese locali sono chiamati a vivere in comunione affettiva ed effettiva con la Chiesa Madre di Roma. Questa comunione si esprime e si manifesta in maniera eccellente attraverso la liturgia. Senza dubbio, in ogni diocesi, il vescovo è il responsabile supremo della liturgia, compito che deve svolgere in perfetta armonia e la comunione con la Sede Apostolica. Proprio per questa ragione il Motu Proprio non diminuisce in nulla l'autorità dei vescovi.

Un'altra enormità consiste nell'affermare che la coesistenza di diverse forme liturgiche mettere in pericolo la comunione ecclesiale. Questo argomento si smonta facilmente sia sul piano storico che in termini di realtà concreta. Basti pensare alla ricchezza dei diversi riti orientali e latini. Chi può seriamente sostenere che una tale varietà mette in pericolo l'unità della Chiesa? Al contrario, l'unità della Chiesa è attaccata quando si negano le verità della fede, quando si contesta il Magistero, quando si disobbedisce al Vicario di Cristo o quando qualcuno si appropria della liturgia come se fosse la propria, la "fabbrica" sovvertendo le leggi della Chiesa.

Ci sono anche dei vescovi che spiegano che in realtà non c'è un numero sufficiente di fedeli che chiedono la celebrazione della forma straordinaria. A volte questo è vero, almeno in Spagna. Ma è altrettanto vero che noi non chiediamo ciò che si teme di chiedere e ciò che si ignora del tutto. Ma oggi, molti ignorano l'esistenza della forma straordinaria e, quindi, non possono liberamente decidere.

6) Per tornare alla Ipsos per Paix Liturgique cosa le ispira, il 50,4% di praticanti che si dichiarano disposti a partecipare almeno una volta al mese alla forma ordinaria, se è celebrata nella parrocchia, senza sostituire la forma ordinaria?

Padre Manuel: Non mi sorprende in assoluto. Credo anche che la reale percentuale di partecipazione potrebbe essere più alta, avendo osservato che dove la forma straordinaria viene celebrata - dopo 40 anni! - i fedeli sono stupiti e chiedono di poter partecipare di nuovo. Non capisco perché un tale tesoro rimane nascosto dietro una porta chiusa a doppia mandata. E parlo dei fedeli di ogni età. E' molto curioso vedere come la forma straordinaria piace ai bambini. La Messa tradizionale ha un fascino speciale sui chierichetti. E nello stesso tempo per i giovani che hanno una sensibilità particolare e una disposizione per la bellezza, il senso del mistero, il culto e il silenzio contemplativo. devo anche dire che è richiesta una formazione preliminare e una vera catechesi liturgica per riscoprire la ricchezza dottrinale simbolica e spirituale di questa liturgia. I fedeli ne sono incantati.

7) Una parola per concludere?

Padre Manuel: ringrazio Paix Liturgique per questa intervista. Come suggerisce il nome, si tratta di raggiungere la pace liturgica e soprattutto quella dei cuori, frutto della giustizia. Ed è fare opera di giustizia rispettare i diritti dei fedeli e concedere alla liturgia tradizionale il posto che le spetta! Così lo esprime il nostro amato Papa Benedetto XVI nella sua lettera ai vescovi che accompagna il Motu Proprio Summorum Pontificum: "Ciò che era sacro per le generazioni precedenti resta sacro e grande per noi, e non può improvvisamente esser del tutto proibito, o addirittura, giudicato dannoso. È un bene per tutti noi conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e dare loro il giusto posto."

Per acquistare il libro (originale in spagnolo), si prega di inviare una e-mail a: santamariarenet@hotmail.com o chiamare 0034 619 011 226.

Vescovi del Brasile ai fedeli: evitare la communicatio in sacris con gli pseudo-cattolici.

L'immagine a lato riprende i vescovi del Brasile in visita ad limina in Vaticano.

Pubblico una notizia apparsa su alcuni blog cattolici esteri, che riguarda un importante e significativo intervento della Conferenza Episcopale del Brasile, resa necessaria per l'imperversare delle sette in quel Paese: cosa che accade purtroppo in tutta l'America Latina e, purtroppo, sia pure in misura meno problematica anche nel resto del mondo. Il fenomeno è conseguenziale non solo in riferimento alla progressiva secolarizzazione, ma anche al ripiegamento della Chiesa nei confronti della Dottrina e quindi della Verità, a favore di un 'pastorale' inclusiva e di conio spesso modernista.
"Una nota molto sorprendente e incoraggiante della Conferenza Episcopale del Brasile, la più grande conferenza del mondo, in una nazione dove la Chiesa è da decenni sotto l'assedio delle sette evangeliche e di strani gruppi pseudo-cattolici. (fonte Fratres in unum )." By Rorate Caeli - Pubblicato da New Catholic 30/11/2011
La Conferenza Episcopale Brasiliana si riferisce alle sette conclamate. Tuttavia non posso passare sotto silenzio quanto ci siamo battuti, e continuiamo a farlo, per denunciare analoga confusione nella "communicatio in sacris" con un movimento di matrice settaria autoproclamatosi cattolico, che malgrado tutto ha invece ricevuto anomale approvazioni curiali...

Nota Pastorale della Presidenza della CNBB [Conferenza Episcopale Nazionale Brasiliana] su alcune questioni relative all'uso improprio delle parole "cattolico", "Chiesa cattolica", "Clero", ed altre.

La Conferenza episcopale Nazionale del Brasile, nella difesa della verità e della libertà, ha ritenuto opportuno rendere pubblica questa Nota pastorale, destinata ai membri dell'Episcopato, del clero, ai religiosi e a tutti i fedeli laici.

L'uso di nomi, titoli, i simboli e le istituzioni propri della Chiesa Cattolica Apostolica Romana per altre confessioni religiose diverse da essa, può creare errori e confusione tra i fedeli cattolici. In questi casi, l'uso delle parole "cattolico", "vescovo diocesano", "vicario episcopale", "diocesi", "clero" "cattedrale", "parrocchia", "Prete" ["Padre"], "diacono", "Frate" ["Fratello"] può Indurre in inganno ed errore. Persone di buona volontà possono essere portate a frequentare questi templi, ritenendo che si tratti di comunità della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, quando, in realtà, non lo sono. Per questo motivo, la Chiesa ha il dovere di chiarire e allertare il popolo di Dio al fine di evitare probabili danni di natura spirituale e pastorale.

Pertanto, abbiamo il dovere di avvisare i fedeli cattolici circa l'esistenza di alcuni gruppi religiosi, come l'auto-proclamata "chiesa cattolica carismatica di Belém", e altre denominazioni simili, che, nonostante la definizione di se stessi come "cattolici", non sono in comunione con il Santo Padre, Papa Benedetto XVI, e non sono parte della Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Per questo motivo, tutti i riti e le cerimonie religiose celebrate da loro sono illeciti per i fedeli cattolici. Così stando le cose, si raccomanda vivamente ai fedeli di non frequentare gli edifici in cui si riuniscono, né per collaborare o partecipare a qualsiasi celebrazione promossa da questi gruppi. Preghiamo che l'unità voluta da Gesù Cristo si realizzi completamente.

Brasilia, DF, 30 Nov 2011
Card. Raymundo Damasceno Assis, Arcivescovo di Aparecida - Presidente della CNBB
José Belisario da Silva, Arcivescovo di São Luis - Vice-Presidente della CNBB
Leonardo Ulrich Steiner, Vescovo ausiliare di Brasilia - Segretario Generale della CNBB

martedì 29 novembre 2011

28 novembre 2011 - Intervista con Mons. Fellay sul Preambolo

Perché il Preambolo della dottrina consegnatole dal Cardinale Levada il 14 settembre, è circondato da un tale segreto sia dalla Congregazione della fede della Fraternità San Pio X? Cos'è questo silenzio che nasconde a sacerdoti e fedeli della Tradizione?

Questa discrezione è normale per qualsiasi passo importante, ne garantisce la serietà. Il Preambolo dottrinale che ci è stato consegnato è un documento, come indicato nella nota di accompagnamento, suscettibile di chiarimenti e modifiche. Non è un testo definitivo. Invieremo presto una risposta a questo documento dichiarando apertamente le posizioni dottrinali che ci sembra indispensabile assumere. La nostra preoccupazione costante fin dall'inizio del nostro dialogo con la Santa Sede - e i nostri interlocutori ne sono ben consapevoli - è stata di presentare in tutta lealtà la posizione tradizionale.

Da parte di Roma, la discrezione è necessaria anche perché il testo - anche allo stato attuale che richiede molti chiarimenti - è suscettibile di generare opposizione tra i progressisti che non accettano la semplice idea di una discussione sul Concilio, perché considerano il concilio pastorale indiscutibile o "non negoziabile", come se si trattasse di un concilio dogmatico.

Nonostante tutte queste precauzioni, le conclusioni della riunione dei superiori della Fraternità San Pio X ad Albano il 7 ottobre, sono stati resi noti su Internet, da fonti diverse mai concordanti.

Indiscrezioni non mancano su internet! E' vero che questo preambolo dottrinale non può ricevere la nostra approvazione, anche se è previsto un margine per una "discussione legittima" su alcuni punti del Concilio. Qual è l'entità di questo margine? La proposta che darò in questi giorni alle autorità romane e la loro risposta a loro volta ci permetteranno di valutare le possibilità che ci sono lasciate. E qualunque sia l'esito di queste discussioni, il documento finale che essa è stata accettata o rifiutata, sarà reso pubblico.

Meglio rendere esplicite le difficoltà e le soluzioni

Il presente documento non è chiaro, a suo parere, il modo più semplice non sarebbe opporre un rifiuto ai suoi autori ?

Il più semplice, forse, ma non il più leale. Poiché la nota di accompagnamento prevede chiarimenti, sembra necessario chiedere, piuttosto che negare a priori. Ciò non pregiudica la risposta che diamo.

Dato che il dibattito tra Roma e noi è essenzialmente dottrinale e si concentra principalmente sul Concilio, ma anche perché questo dibattito non riguarda solo la Fraternità San Pio X ma tutta la Chiesa, le precisazioni che otterremo o meno, avranno il merito significativo di mostrare meglio dove sono le difficoltà e dove sono le soluzioni. E' questo spirito che ha sempre guidato le nostre discussioni teologiche degli ultimi due anni.

Questo documento serve da preambolo ad uno status canonico, questo non è implicitamente rinunciare alla tabella di marcia che avete impostato e che prevedeva una soluzione dottrinale prima di qualsiasi accordo pratico?

È davvero un preambolo dottrinale la cui accettazione o rifiuto condizionerà l'ottenimento o meno di uno status canonico. La dottrina non passa in secondo piano. E prima di assumere uno statuto canonico possibile, si studia in dettaglio il preambolo col criterio della Tradizione a cui siamo fedelmente legati. Perchè non dimentichiamo che ci sono differenze dottrinali all'origine delle divergenze tra Roma e noi, da 40 anni; accantonarle per ottenere uno statuto canonico ci esporrebbe a vedere le stesse differenze inevitabilmente riemergere, rendendo lo stato canonico più che precario, semplicemente invivibile.


Quindi, sostanzialmente, nulla è cambiato dopo due anni di discussioni teologiche tra Roma e la Fraternità?

Queste interviste hanno consentito ai nostri teologi di spiegare con franchezza i punti principali del Concilio, che creano difficoltà alla luce della Tradizione della Chiesa. Allo stesso tempo, e forse attraverso queste discussioni teologiche negli ultimi due anni, altre voci si sono fatte sentire oltre le nostre, formulanti critiche che critiche che concordano con le nostre sul Concilio. Anche Mons. Brunero Gherardini nel suo libro Il Vaticano, il discorso mancato, ha evidenziato i diversi livelli di autorità e documenti conciliari sulla "contro-spirito" che si è insinuato nel Vaticano II fin dall'inizio. Mons. Athanasius Schneider ha avuto anche il coraggio di chiedere, nel corso di una conferenza a Roma alla fine del 2010, un Sillabo che condanni gli errori di interpretazione del Concilio. Nello stesso spirito, lo storico Roberto de Mattei ha mostrato le influenze contrarie esercitate sul Concilio, nel suo ultimo libro Vaticano II, una storia mai scritta. Bisogna citare anche la petizione indirizzata a Benedetto da parte degli intellettuali cattolici italiani che richiedono un esame approfondito del Concilio.
Tutte queste iniziative, tutti questi interventi dimostrano chiaramente che la Fraternità San Pio X non è più sola a riconoscere i problemi dottrinali posti dal Vaticano poste. Questo movimento si estende e non si fermerà più.

Sì, ma gli studi accademici, le analisi sapienti non forniscono alcuna soluzione concreta ai problemi del concilio qui e ora.

Questi lavori sollevano le difficoltà dottrinali poste dal Vaticano II e quindi mostrano perché l'adesione al Concilio è problematica. Cosa che è un primo passo essenziale.

Nella stessa Roma, che si evolve interpretazioni che vengono date alla libertà religiosa, i cambiamenti che sono stati fatti per questo tema nel Catechismo della Chiesa Cattolica e il suo Compendio, le correzioni che sono attualmente allo studio per Codice di Diritto Canonico ... tutto questo dimostra la difficoltà che si incontra quando ci si vuole attenere ai testi conciliari a tutti i costi, e, dal nostro punto di vista, questo dimostra l'incapacità di aderire stabilmente ad una dottrina in movimento.

Il Credo non è più sufficiente per essere riconosciuti come cattolici?

Secondo lei, cos'è che oggi è stabile dottrinalmente?

La sola dottrina non varietur è ovviamente il Credo, la professione di fede cattolica. Il cncilio Vaticano II è stato voluto pastorale, e non ha definito dogmi. Non ha aggiunto articoli di fede: "Credo nella libertà religiosa, dell'ecumenismo, della collegialità ..." Il Credo non sarebbe ora più sufficiente a qualificarsi come un cattolico? Non esprime forse tutta la fede cattolica? Si esige ora nei confronti di coloro che abbandonano i loro errori e si uniscono alla Chiesa cattolica che professino la loro fede nella libertà religiosa, nell'ecumenismo o nella collegialità? Per noi, figli spirituali di Mons. Lefebvre si è sempre guardato dal fare una Chiesa parallela e ha sempre voluto rimanere fedele a Roma eterna, non esiste alcuna difficoltà ad aderire pienamente a tutti gli articoli del Credo.

In questo contesto, ci può essere una soluzione alla crisi della Chiesa?

A meno di un miracolo, non si può avere una soluzione immediata. Volere che sia Dio a dare la vittoria, senza chiedere uomini armati in battaglia, per riprendere l'espressione di S. Giovanna d'Arco, è una forma di diserzione. Voler porre fine alla crisi senza sentirsi interessati o coinvolti, non è veramente amare la Chiesa. La Provvidenza non ci esime dai nostri doveri di stato là dove ci ha posti, dall'assumerci le nostre responsabilità e dal rispondere alle grazie che ci dà.

La situazione attuale della Chiesa nei nostri Paesi una volta cristiani, è la caduta drammatica delle vocazioni: quattro ordinazioni a Parigi nel 2011, uno nella diocesi di Roma per il 2011-2012; e allarmante è la scarsità di sacerdoti come il parroco nell' Aude che ha 80 campanili; le diocesi sono esangui al punto che occorrerà raggrupparle in un futuro molto vicino in Francia, come si sono già raggruppate le parrocchie ... In breve, la gerarchia è a capo di strutture ormai sovradimensionate per degli effettivi in costante declino, cosa ingestibile, non solo in termini economici ... Bisognerebbe, per dare un'immagine, mantenere un convento progettato per 300 religiosi, anche se sono solo 3. Fare questo e può durare altri 10 anni?

Di giovani vescovi e sacerdoti che ereditano questa situazione prendono coscienza della sempre maggiore infertilità di 50 anni di apertura al mondo moderno. Essi non gettano la colpa esclusivamente sulla secolarizzazione della società, mettono in discussione le responsabilità del Concilio che ha aperto la chiesa su questo mondo in piena secolarizzazione. Si domandano se la Chiesa possa adattarsi a questo punto alla modernità senza adottarne lo spirito.

Questi vescovi e sacerdoti pongono queste domande, e alcuni ce le fanno ... discretamente, come Nicodemo. Diciamo loro che bisogna sapere se, di fronte a una tale carenza, la Tradizione cattolica è: una semplice opzione oppure una soluzione necessaria? Rispondere che si tratta di una opzione è minimizzare o negare la crisi della Chiesa e volersi contentare delle misure che hanno già dimostrato la loro inefficacia.

L'opposizione dei vescovi

Ma anche se la Fraternità San Pio X a Roma, ottenesse uno statuto canonico, non potrebbe ancora offrire alcuna soluzione sul territorio perché i vescovi vi si opporrebbero, come ha fatto con il Motu Proprio sulla Messa tradizionale .

Questa opposizione dei vescovi nei confronti di Roma si è espressa in maniera sorda ma efficace riguardo al Motu Proprio sulla Messa Tridentina, e continua a verificarsi con insistenza da parte di alcuni vescovi a proposto del pro multis del canone della Messa, che Benedetto XVI, secondo la dottrina cattolica, vuol vedere tradotto come "per molti" e non "per tutti", conosciuta nella maggior parte delle liturgie in lingua volgare. Infatti, alcune Conferenze episcopali persistono nel mantenere questa traduzione falsa, ancora più di recente in Italia.

Così il papa stesso sperimenta il dissenso di diverse conferenze episcopali su questo aspetto e su molti altri, ciò che consente di comprendere facilmente l'opposizione feroce che la Fraternità San Pio X indubbiamente incontrerà da parte dei vescovi nelle loro diocesi. Si dice che Benedetto XVI è personalmente desideroso di una soluzione canonica; occorrerà che voglia prendere le misure che la rendano veramente efficace.

E' a causa della gravità di questa crisi che ha lanciato una nuova crociata del Rosario?

Chiedendo queste preghiere, ho voluto soprattutto che i sacerdoti e i fedeli siano più intimamente uniti a Nostro Signore e Sua Madre Santissima, per la recita quotidiana e la profonda meditazione dei misteri del rosario. Non siamo in una situazione normale che ci permetterebbe di accontentarci di una mediocre routine. La comprensione della crisi attuale non si basa su voci diffuse da Internet, non più che le soluzioni si trovino nell'astuzia politico o nella trattativa diplomatica, occorre avere uno sguardo di fede su questa crisi. Solo la frequentazione assidua di Nostro Signore e della Madonna non mancherà di garantire tra tutti i sacerdoti e i fedeli legati alla Tradizione questo unità di vedute che offre la fede soprannaturale. E' così che faremo blocco in questo momento di grande confusione.

Pregare per la Chiesa, per la consacrazione della Russia, come richiesto dalla Vergine a Fatima, e per il trionfo del suo Cuore Immacolato, ci eleviamo sopra le nostre aspirazioni troppo umane, andiamo oltre le nostre paure troppo naturali. Solo a quell'altezza, si può veramente servire la Chiesa nel compimento del dovere è stato assegnato a ciascuno di noi.

Menzingen, 28 novembre 2011
Fonte : Fraternità San Pio X / MG - DICI del 28/11/11

lunedì 28 novembre 2011

Nuove riflessioni da "Rorate Caeli" su FSSPX e "Preambolo"

Oggi il Blog Rorate Caeli pubblica un articolo siglato Côme Prévigny dal titolo "Grazia di stato o di contrattazione?", che formula osservazioni sull'onda delle recenti notizie e interviste pubblicate da diverse fonti. Penso sia bene condividerlo perché fa il punto della situazione con considerazioni interessanti e attendibili.


In tempi recenti, alcuni hanno trovato alternative, altri hanno scommesso, altri ancora hanno formulato ipotesi. Si firmerà? Non si firmerà? Si rifiuterà? Alcuni commentatori "progressisti" o sedevacantisti, con i capelli brizzolati, pieni di animosità, credono di poter improvvisare una rottura, e anche supporre di immaginare le reazioni dei sacerdoti della Fraternità San Pio X per quanto riguarda il preambolo presentato dal cardinal Levada il 14 settembre. Arrivano anche a presentare - con clausole condizionali, naturalmente - le stime, in percentuale, di quello che sarebbe stato il risultato di un ipotetico referendum interno, in merito all'accettazione o non accettazione del testo romano.

Il primo problema è che questo tipo di sondaggi non esiste in questo tipo di società religiosa. Spetta al Superiore generale - che prende sicuramente in considerazione opinioni, consigli e la situazione, ma che è soprattutto dotato delle grazie di stato per questo - intraprendere tutte le decisioni importanti relative alla vita della Fraternità. Egli è stato legittimamente posto a capo dell'opera fondata dall'Arcivescovo Lefebvre in base agli statuti messi in atto da parte di quest'ultima. Il secondo problema in questo scenario è che il preambolo, conosciuto da così poche persone, è modificabile, secondo quanto espresso da entrambe le parti. Cosa c'è da firmare quando il testo può cambiare? Cosa c'è da rifiutare quando i termini non sono stati risolti?

I commentatori esterni sono spesso dei sognatori. Da un lato, alcuni non possono fare a meno di pretendere di trovare all'interno della Fraternità, sacerdoti che avrebbero rifiutato il principio stesso di una regolarizzazione della loro società, che si rivelerebbe così piena fino all'orlo di sedevacantisti. Dall'altro lato, loro simili non trovano limiti nell'esagerare la quota dei membri stanchi, attribuendo loro la volontà di raggiungere un accordo indipendentemente dal prezzo. L'opera fondata dall'Arcivescovo Lefebvre è stata sufficientemente percorsa, nei suoi ambiti, sia dai venti di un accordo a ogni costo che da quelli di disperazione; in tal modo chi ha fatto entrambe le scelte ha già avuto l'occasione di lasciarla negli anni passati.

Coloro che hanno resistito alle tentazioni - ed è la totalità di quelli che si conoscono - si trovano, di conseguenza, nello stato d'animo con il quale li ha animati l'Arcivescovo Lefebvre. Tutti desiderano ardentemente una regolarizzazione della loro società. Questo renderebbe la loro vita quotidiana più facile! Allo stesso tempo, non sono d'accordo di ottenerla indipendentemente dal prezzo. La possibilità di professare la fede, senza timori di ripercussioni spiacevoli per l'apostolato, pone un problema. Infatti, la fiducia che ci si attende dalla Fraternità non può che essere compromessa ogni volta che si sente di un recente nomina vescovile di chi benedice i divorziati risposati o stabilisce una parrocchia appositamente per gli omosessuali. La prudenza esige quindi che la pastorale debba godere di una completa indipendenza da un clero che permettesse al proprio gregge di pascolare in mezzo a rovi e ortiche.

Quale situazione dovrà garantire quindi la Fraternità che il suo apostolato non rischi di indebolire, se si trova collegato a questi uomini attualmente nominati dalla Sede Apostolica? L'Arcivescovo Lefebvre ha usato espressioni diverse tipo: "quando la situazione torna alla normalità", "quando la tradizione riprende i suoi diritti a Roma", "quando Roma fa un forte movimento a favore della Tradizione", ecc. E spetta al vescovo Fellay, tra le grazie di stato che riceve, determinare il momento in cui viene percepita la Fraternità come forza trainante per il restauro della Chiesa, e non più come un vagone di ritardatari che rischi di essere lentamente posizionato sui binari della riforma. Poiché la situazione resta complessa, si troveranno sempre osservatori pronti a osservare, quando quel momento arriverà, che, dal loro punto di vista soggettivo, non tutto è cambiato e che, anche in primavera, c'è qualche temperie invernale. Al contrario, fino a che quel momento verrà, si troveranno sempre spiriti con opinioni altrettanto piene di riserve, che non capiranno che non si può trovare la primavera ad oltranza. Spetta al Superiore generale giudicare se il Motu proprio e la rimozione delle scomuniche costituiscano una mossa forte, o meglio se siano sufficienti a stabilire un clima di fiducia.

La posta in gioco è notevole, perché la regolarizzazione può aprire apostolati reale per le anime che non si avvicinerebbero mai alla Fraternità a causa degli ostacoli giuridici. Impedir loro di aderire alle grazie attribuisce a questo lavoro di prudenza eccessiva la possibilità di essere un grave errore. Al contrario, imprudentemente prendendo una strada che metterebbe in pericolo l'integrità della fede sarebbe un altro errore, con conseguenze drammatiche. Si può immaginare i dilemmi di coscienza che ha dovuto affrontare Mons. Lefebvre e che l'attuale Superiore Generale ha ereditato. L'arcivescovo, animato da uno spirito missionario, si è adattato a situazioni complesse e diversificate. "E 'questa stessa strada che il suo successore, Mons. Fellay, segue, dopo il nostro fondatore fu chiamato da Dio", il superiore del distretto sud americano ha detto di recente. Qualunque possa essere la sua decisione, preghiamo che essa sia un atto prudente e senza compromessi sulla Fede ed essa sarà compresa dal maggior numero di persone. Cerchiamo di pregare con fervore che tutti possano vedere, nella decisione delle autorità, la mano di Dio che si esprime attraverso di essa, nonostante le incomprensioni, in un senso o in un altro.

domenica 27 novembre 2011

Quando "La Bussola" quotidiana, invece di orientare, disorienta...

Leggo su La Bussola quotidiana di ieri un articolo a firma di don Enrico Finotti, riguardante "Le domande che non ci poniamo più sulla Liturgia".

Dopo aver riscontrato considerazioni sensate e attendibili, resto esterrefatta dall'ultimo interrogativo, che riporto e commento, perché si rivela una stroncatura superficiale, di fatto ignorante sia culturalmente che, soprattutto, spiritualmente del Rito Latino usus antiquior.
19. Coloro che assumono il rito nella forma straordinaria devono porsi dei precisi interrogativi: perché si compie questa scelta; quali i motivi; sono validi; c’è stato prima un sufficiente sforzo di capire e vivere il rito ordinario della Chiesa; cosa ci si attende da questa forma precedente; la si conosce in modo almeno minimale? Si deve inoltre considerare che per se stessa tale forma non può garantire l’assenza di possibili abusi. Il rito tridentino ha una impostazione giuridica ben definita e richiede la conoscenza di una gestualità complessa di non facile comprensione, che può essere talvolta di intralcio allo sviluppo di un autentico senso di pietà. L’interpretazione giuridica, se da un lato garantisce formalmente il corretto svolgimento della celebrazione, dall’altro può «uccidere lo spirito» fornendo la maschera per nascondere l’assenza di un vero spirito di adorazione. È forse per questo motivo che molti sacerdoti nel passaggio al rito del Vaticano II non hanno saputo celebrare con quell’atteggiamento di venerazione e rispetto che anche il rito rinnovato richiedeva? In tal caso non possiamo sospettare che il contesto di creatività liturgica che ha caratterizzato il postconcilio sia in qualche modo dipendente anche dall’interpretazione puramente formale della liturgia preconciliare e ne costituisca una sorta di reazione?
Ebbene, come si può parlare in maniera così sbrigativa e superficiale nonché preconcetta delle cause della creatività liturgica post conciliare, rivelatasi sterile e dissacratoria, individuandole nella "reazione" ad una presunta "interpretazione formale" del Rito nell'usus Antiquior, e riscontrando una interpretazione giuridica anche nella "richiesta" odierna di chi, oggi, lo richiede perché lo sceglie?

Non è neppure esatto affermare che per se stessa tale forma non può garantire l’assenza di possibili abusi. Infatti basta seguire col dovuto rispetto ed immedesimazione, di certo tutt'altro che formale, i suoi ritmi e i suoi momenti e non c'è spazio per la creatività e l'improvvisazione, che può andar bene in altri ambiti, ma non nel 'luogo' privilegiato dell'Azione Teandrica di Cristo Signore!

Perché il nostro don Finotti parla di "impostazione giuridica ben definita" e non coglie la "sostanza saporosa e solenne" della 'forma' oggi diventata inopinatamente extraordinaria che noi amiamo, che consideriamo autentico culto a Dio e nella quale, soprattutto, riconosciamo senza tagli e storpiature il Sacrificio del Golgota?

E non si domanda, don Finotti, se il fatto che essa richiede la conoscenza di una gestualità complessa di non facile comprensione, che può essere talvolta di intralcio allo sviluppo di un autentico senso di pietà non dipenda da deficit di formazione spirituale, abbinata a scarso impegno e totale incomprensione di qualcosa di grande, che merita un minimo di approfondimento e di capacità di apprendimento di significati talmente grandi e sublimi dei quali la banalizzazione imperante vede soltanto l'involucro esteriore e li fa apparire come fossero lontani anni luce, mancando anche, nella formazione dei sacerdoti, la relativa ecclesiologia che la riforma di Paolo VI ha completamente abbandonato?

Infatti non si tratta di una gestualità coreografica, ma di un insieme organico e ben compaginato di gesti parole e sentimenti cui corrispondono significati profondi e sublimi - certamente non criptici né solo formali per chi vi si accosta con un minimo di interesse e volontà di comprendere - e, soprattutto, si rivolge alle fonti giuste, smettendo di ascoltare i "cattivi maestri", che stanno rendendo la nostra Chiesa una landa desolata. Si tratta di gesti parole e sentimenti che hanno una loro precisa collocazione e significato e che, soprattutto, fanno immedesimare il Sacerdote, alter Christus, nella sua autentica identità!

Si potrebbe pensare che si sia voluto richiamare ad una maggiore consapevolezza partendo da interrogativi che richiamano aspetti negativi. Ma, in sostanza, sono soltanto questi che emergono con tanto di responsabilità finale.

Purtroppo, fin quando La Bussola quotidiana o altre fonti di informazione che si dicono cattoliche, che hanno spazio solo per l'orientamento egemone di segno non solo opposto ma addirittura avverso, guarderanno con sospetto la Tradizione evolutiva perenne mentre assentiranno solo a quella conciliare, le nostre saranno "voci che gridano nel deserto", perché a farsi sentire e a dettar legge sono solo le grancasse moderniste e movimentiste accompagnate da mezzi e potere, che continuano a deturpare il volto del Corpo Mistico di Cristo in quanto di sacro e solenne Lui in persona, in una drammatica e rivoluzionaria Ultima Cena, ci ha consegnato e comandato di celebrare fino alla fine dei tempi e che ci è stato trasmesso, impreziosito e mirabilmente custodito da generazioni di credenti e di Santi.

Il preambolo dato alla FSSPX visto da un domenicano modernista su "La Croix". Osservazioni.

IL PREAMBOLO PER I “LEFEVRIANI”? COME PER I LUTERANI!
Così titola il suo articolo il nostro amico Stefano: mi è stata segnalata questa intervista, pubblicata sul suo blog, tratta da un articolo apparso qualche tempo fa su la Croix.

L'ho rivista ed ho corretto qualche sfumatura imprecisa di traduzione. La trascrivo di seguito e aggiungo alcune osservazioni alla fine.


Traduzione dell'articolo di "La Croix" e osservazioni.


Padre Jean-Paul Durand, domenicano, professore di diritto canonico e consultore del Consiglio Pontificio per l’interpretazione dei testi legislativi, spiega in cosa consiste l’accordo preliminare su un preambolo dottrinale.

P. Durand, Domenicano
P. Jean-Paul Durand: “I Lefebvriani devono riconoscere la legittimità dell’insegnamento del Concilio”


La Croix: Qual è il significato di questo “preambolo dottrinale”, che è stato posto dalla Santa Sede come condizione per l’accordo con la Fraternità?


P.J-P D.: Era impossibile diversamente arrivare ad un accordo. Benedetto XVI ha avvertito che lo si accusava di essersi mostrato troppo accogliente, ed era importante impostar bene le cose. D'altronde in un certo numero di discorsi, lui ha avuto a cuore di sottolineare l’importanza del Concilio Vaticano II. Perciò questo preambolo ha due obiettivi. In primo luogo la stessa Fraternità di San Pio X , ma soprattutto i terzi, gli altri cattolici. E' importante che questi ultimi non possano accusare Roma di essersi lasciata convincere, di aver fatto troppo marcia indietro. Questo preambolo dottrinale, una sorta di esposizione dei motivi, comporta un aspetto forte di comunicazione.


Perchè, da un lato, porre questo preambolo e dall’altro lasciare aperte “legittime discussioni”, sulle espressioni o formulazioni presenti nei testi del concilio Vaticano II?


Si tratta di un metodo di dialogo, che si utilizza anche nel dialogo ecumenico, con altre confessioni cristiane. E' stato così anche con i luterani, per l’accordo sulla dottrina della giustificazione, si è riconsociuta una base comune, ma differenze di applicazione, e c’è una maniera per non bloccare le cose. E' la stessa cosa qui: si chiede agli integristi [brutto questo termine!] di inserire un minimo indispensabile, il preambolo dottrinale, e si prende il tempo di discutere in seguito su alcune interpretazioni.


Minimo indispensabile?


Il rispetto “in blocco” del Concilio, cioè della sua autenticità, della legittimità dei suoi insegnamenti. Non si può transigere se non c’è un minimo di punto di partenza. I membri della Fraternità sono obbligati ad accettare questo. la Sede apostolica non li può accogliere se essi non si sono impegnati a riconoscere il Concilio, a non squalificarlo. Tuttavia è consentito continuare a lavorare sull’interpretazione del Concilio. Così come la libertà religiosa fa parte dell’insegnamento del concilio vaticano II. Tuttavia si può parlare di loro interpretazioni. I responsabili lefebvriani devono così accettare che il Vaticano II è un momento storico per la chiesa, nel quale il signore ha continuato a parlare agli uomini. Dio si rivolge ad ogni generazione storica, ma si tratta dello stesso Dio e della stessa religione.


E' prevista la creazione di una prelatura personale. Che senso ha questa struttura?


Dopo quella dell’OPUS DEI questa sarebbe la seconda. Una prelatura personale non è una chiesa particolare, contrariamente ad una diocesi. Una prelatura personale dona al prelato, alla sua testa, competenze sugli individui che appartengono a quel prelato ma non sul territorio dove vivono. Essa non ha un popolo di fedeli propri. E' una istituzione d’appartenenza. La chiesa nella sua organizzazione ha già una opzione generale in favore di territorialità (parrocchia e diocesi). Ma ha previsto, a fianco, particoloari forme di appartenenza non territoriale. Tuttavia la mission de france è una prelatura territoriale dunque è circoscritta ad un territorio e conta preti legati al solo territorio. Per tornare alla prelatura personale, il prelato ha una autorità cheche si può apragonare a quella del superiore di un ordine religioso sui religiosi o religiose del suo ordine. Quindi una prelatura personale non può sostituirsi ad una diocesi. Dovrebbe quindi in teoria stipulare accordi con i vescovi delle diocesi dove si trova.


Il nostro amico Stefano mette in risalto i tre aspetti fondamentali di questa intervista:
  1. L’accettazione “in blocco” del Concilio
  2. E’ il minimo indispensabile
  3. E’ un metodo di dialogo ecumenico qualunque
In linea di principio Stefano ha ragione. Tuttavia, dobbiamo partire dal dato che il preambolo non è noto nella sua formulazione e si tratta quindi di considerazioni di carattere generale. Tutto sommato l'interlocutore, evidentemente modernista, non fa altro che metter in risalto la posizione della Curia, anche se tira in ballo il Papa. Del resto è un deja vu, se ricordate, al momento del famoso ultimatum in 5 punti posto a suo tempo da Castrillon Hoyos, poi caduto come un castello di carte dopo l'intervento diretto di Mons. Fellay nei confronti del Santo Padre.

Non calcherei troppo la mano sul fatto che la Fraternità sia stata messa sullo stesso piano dei Luterani, perché è un fatto abominevole che non sta né in cielo né in terra. Intanto ai Luterani non è stato proposto alcun rientro che per loro è impossibile se non accettano gli importanti Dogmi di fede che hanno rinnegato. La Dichiarazione congiunta sulla "giustificazione", che viene citata, è un atto ibrido che comunque coglie solo un aspetto del loro distacco da Roma e non può essere presa a modello per il tipo di trattativa con la Fraternità. Inoltre il loro è un vero distacco. Invece, la FSSPX non ha mai rotto la comunione col Papa, mentre custodisce la Tradizione. Questo è un distinguo che va fatto. Ma purtroppo i 'novatori' sono abituati a discorsi pressappochisti e superficiali che mettono in luce solo le loro interpretazioni mai rigorose, ma sempre "di parte". Del resto quel che si è perso dal concilio in poi è proprio il rigore e la chiarezza del linguaggio definitorio, che non si presta né ad equivoci né ad ambiguità.

Quel che dobbiamo purtroppo riconoscere è che effettivamente il deleterio metodo dell'"inclusivismo" non è estraneo alle trattative con la Fraternità. E tuttavia, si può ben andare oltre per la salus animarum, se questo comporta non dover scendere a compromessi e non inficia la libertà di poter portare avanti la pastorale Tradizionale in tutte le sue implicazioni.

Quanto all'intervista, non prenderei per oro colato quello che dice un modernista come P. Durand che parla a titolo personale.

Ci è stato reso noto che il testo del preambolo contiene delle espressioni ambigue. Ma è compito di questa fase interlocutoria e del discernimento della Fraternità dirimerle per non scendere eventualmente a impossibili compromessi. Credo che la situazione sia obiettivamente difficoltosa, ma spero che la Provvidenza e il discernimento dei responsabili della Fraternità e della Santa Sede facciano il resto.

Quanto al ventilato incombere dei vescovi diocesani, mi pare avventato perché, se la Prelatura serve proprio per dare alla Fraternità la giusta indipendenza da vescovi notoriamente ostili, gli accordi dovrebbero contenere la soluzione idonea. Comunque non dimentichiamoci che il preambolo nasce in Curia, mentre l'ultima parola, come ha ricordato Mons. Fellay, spetterà al Papa.

Per cui, confidiamo nel Signore e andiamo avanti.

mercoledì 23 novembre 2011

il caso dell'Abbé Michel di Thiberville, avviato a soluzione

Raccogliamo con gioia una buona notizia di parziale soluzione di una ingiusta vessazione, che ha fatto tanto scalpore lo scorso anno, per l'intransigenza del vescovo Nourrichard nei confronti di un sacerdote che aveva l'unico neo di amare la Tradizione e di prendersi cura di un nutrito gregge di fedeli che lo seguivano e lo seguono tuttora.
Piccoli passi verso il grande Regno...


Una piccola chiesa in un piccolo villaggio - ma solo ad un paio di km a sud ovest della sua chiesa parrocchiale. Padre Francesco Michel, l'eroe di Thiberville, diventerà rettore della chiesa più piccola nella sua diocesi, a Le Planquay (a 5 km da Thiberville, Normandia). La sua resistenza ha pagato anche se si è lontani da una soluzione perfetta. L'intervento diretto della Congregazione per il Clero, attraverso il suo mediatore designato (il vescovo Boulanger, di Bayeux /Lisieux), ha assicurato che l'ordinario del luogo, il vescovo Nourrichard, non possa tenere Padre Michel a più di una breve distanza dal suo caro gregge.

Così scrive il Blog francese Perepiscopus:

Grazie al mediatore designato dalla Congregazione per il Clero, Mons. Boulanger, vescovo di Bayeux-Lisieux, la situazione dell'abate Francis Michel, privato della parrocchia di Thiberville da parte di Mons. Nourrichard, vescovo d’Evreux, dovrebbe normalizzarsi.

Mons. Christian Nourrichard ha reso pubblico un accordo intervenuto con l'abate Francis Michel, che diviene rettore della Chiesa del Planquay, situata a pochi kilometri dalla sua vecchia parrocchia. In questa chiesa, egli sarà libero di celebrare la messa sotto qualunque forma. Tuttavia, dato che non è più parrroco, dovrà chiedere l'autorizzazione del locale raggruppamento parrocchiale prima di celebrare un battesimo o un funerale. Se egli non avrà diritto di farsi carico della catechesi, sarà libero di dirigere altre attività pastorali, « come animare una giornata di ritiro », spiega Mons. Nourrichard.
L’abbé Michel dovrebbe celebrare la sia prima Messa al Planquay il 27 novembre, cioè la prima domenica di Avvento. Avrà a disposizione un nuovo prebiterio, messo a disposizione del sindaco di questo villaggio di 140 abitanti, che è la moglie del sindaco di Thiberville. Ciò nonostante l’abbé Michel resta prudente :

Traslocherò quando il mio presbiterio sarà pronto e quando la Chiesa, la più piccola e la più umida della regione, sarà riscaldata. Ciò che non è. Ma ho detto sì a questa soluzione, dunque partirò. Quanto allo stato d'animo, è un altro discorso...

martedì 22 novembre 2011

Universae Ecclesiae. Osservazioni sulle traduzioni dal testo latino, che falsificano o attenuano il senso di alcune prescrizioni

La riflessione che segue riguarda alcuni punti della Istruzione Universae Eccelsiae, attuativa del Motu Proprio Summorum Pontificum che ha liberalizzato il Rito Romano nell'usus Antiquior, individuati percorrendo il testo latino e la traduzione in lingua vernacolare che ne connota le applicazioni, fino ad oggi quasi ovunque disattese dai vescovi e da molti sacerdoti che si dicono fedeli al Papa e invece non ne attuano le precise volontà. Ovviamente l'analisi estrae solo i punti che, ad un primo esame, sono apparsi più controversi e mettono in luce, nella traduzione, una mens orientata ad applicazioni decisamente restrittive; il che è purtroppo esattamente corrispondente alla realtà che il Corpo Mistico di Cristo subisce in tutte le diocesi del mondo, compresa quella del Papa.

Nel fare il raffronto con i testi tradotti nelle altre lingue sempre in riferimento ai punti presi in considerazione, se le mie osservazioni sono esatte, le traduzioni appaiono pedissequamente corrispondenti al testo italiano più che a quello latino e quindi dotate della stessa "coloritura" di fondo più involutiva che incoraggiante...

Ve le propongo in tutta semplicità, aspettandomi le vostre riflessioni e se del caso, anche correzioni.


ISTRUZIONE sull’applicazione della Lettera Apostolica Motu Proprio data Summorum Pontificum di S.S. BENEDETTO PP. XVI

[...] Esso [il Motu proprio] si propone l’obiettivo di:
  1. offrire a tutti i fedeli la Liturgia Romana nell’Usus Antiquior, considerata tesoro prezioso da conservare;
  2. garantire e assicurare realmente a quanti lo domandano, l’uso della forma extraordinaria, nel presupposto che l’uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962 sia una facoltà elargita per il bene dei fedeli e pertanto vada interpretata in un senso favorevole ai fedeli che ne sono i principali destinatari;
  3. favorire la riconciliazione in seno alla Chiesa.
[...]
7. ... Tra l’altro Papa Benedetto XVI afferma [monet= ammonisce, è più che afferma]: "Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Messale Romano. Nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può [il testo latino dice non licet non è lecito, non è permesso, quindi solo di conseguenza non è possibile] essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso".
7. ... Inter cetera monet Benedictus XVI: "Inter duas Missalis Romani editiones nulla est contradictio. In historia liturgiae incrementum et progressus inveniuntur, nulla tamen ruptura. Id quod maioribus nostris sacrum erat, nobis manet sacrum et grande, et non licet ut repente omnino vetitum sit, neque ut plane noxium judicetur".
[...]
17. § 1. Per decidere in singoli casi, il parroco o il rettore, o il sacerdote responsabile di una chiesa, si regolerà secondo la [sua] prudenza, lasciandosi guidare da zelo pastorale e da uno spirito di generosa accoglienza. [Da notare che il verbo agat= agisca regge comportamenti che sono tutti sullo stesso piano, compresa la prudenza che non è la sua personale, ma quella di una mente prudente, che equivale a "prudenza", ma del "sua" non c'è traccia. Come non c'è traccia del "lasciarsi guidare" attribuito alla "sua prudenza", e né caritate e urbanitate" carità e garbo, nulla hanno a che vedere con "generosa accoglienza", che sa più di "favore acquiescente" che di "carità gentile". Infatti la frase è molto lineare: agat regge sia la prudenti mente che lo zelo pastorale suffultus (sorretto sostenuto puntellato) da carità e garbo.]
17. § 1. Ut de singulis casibus iudicium feratur, parochus aut rector, aut sacerdos qui ecclesiae curam habet, prudenti mente agat, pastorali zelo, caritate et urbanitate suffultus.

19. I fedeli che chiedono la celebrazione della forma extraordinaria non devono in alcun modo [in alcun modo, nel testo latino non c'è. Semmai quoquo modo= comunque mi pare collegato ai gruppi ostili al Romano Pontefice, consociazionibus... quae... quoquo modo sint infensae, termine tra l'altro molto forte... In questo caso la traduzione usa termini meno 'forti' rispetto al testo latino e condensa in un'unica forma "si manifestano contrari" due verbi: impugnent= (si oppongano, contestino) e sint infensae (siano ostili)] sostenere o appartenere a gruppi che si manifestano contrari alla validità o legittimità della Santa Messa o dei Sacramenti celebrati nella forma ordinaria e/o al Romano Pontefice come Pastore Supremo della Chiesa universale.
19. Christifideles celebrationem secundum formam extraordinariam postulantes, auxilium ne ferant neque nomen dent consociationibus, quae validitatem vel legitimitatem Sanctae Missae Sacrificii et Sacramentorum secundum formam ordinariam impugnent, vel Romano Pontifici, Universae Ecclesiae Pastori quoquo modo sint infensae.

21. Si chiede [enixe= energicamente fortemente] agli Ordinari di offrire al clero la possibilità [occasionem, di certo è più che possibilità] di acquisire una preparazione adeguata alle celebrazioni nella forma extraordinaria. Ciò vale anche [potissimum= "in particolare", non "anche"] per i Seminari, dove si dovrà provvedere che i futuri sacerdoti [siano adeguatamente formati instituantur convenienter] con lo studio del latino e [non se le esigenze pastorali lo suggeriscono, ma a adiunctis id postulantibus= a coloro che uniti lo chiedono. Da notare che questa dizione del testo latino ammette il caso che ci si siano gruppi di seminaristi desiderosi di apprendere e si riferisce specificamente ai seminaristi sacrorum alumni non a generiche e non meglio identificate esigenze pastorali che dovrebbero consentirlo!!!!], offrire la possibilità di apprendere la forma extraordinaria del Rito.
21. Ordinarii enixe rogantur ut clericis instituendis occasionem praebeant accommodatam artem celebrandi in forma extraordinaria acquirendi, quod potissimum pro Seminariis valet, in quibus providebitur ut sacrorum alumni convenienter instituantur, Latinum discendo sermonem et, adiunctis id postulantibus, ipsam Ritus Romani formam extraordinariam.
[...]
28. Inoltre, in forza del suo carattere di legge speciale, nell’ambito suo proprio, il Motu Proprio Summorum Pontificum, deroga a quei provvedimenti legislativi, inerenti ai sacri Riti, emanati dal 1962 in poi ed incompatibili con le rubriche dei libri liturgici in vigore nel 1962.
28. Praeterea, cum sane de lege speciali agitur, quoad materiam propriam, Litterae Apostolicae Summorum Pontificum derogant omnibus legibus liturgicis, sacrorum rituum propriis, exinde ab anno 1962 promulgatis, et cum rubricis librorum liturgicorum anni 1962 non congruentibus.

Il Motu proprio è l’atto più solenne di un Papa che viene dalla sua volontà "emanato di propria iniziativa", decisione personale promulgata da chi ne ha il potere. E’ proprio del Papa per esercitare la sua sovranità immediata sulla Chiesa universale. A questo proposito mi faccio e vi faccio una domanda che spero non sia troppo semplicistica: essendo il Papa il Legislatore universale, c'era bisogno del successivo punto 30 che richiama il Diritto Canonico e le restrizioni del successivo art. 31? Il Motu proprio ben può riferirsi anche al Ministeria Quaedam di Paolo VI che abolisce gli ordini minori, dal momento che il Novus Ordo non prevede il servizio all'Altare nei termini del Vetus Ordo. O no?

29. La concessione [la ratio del Motu proprio non mi pare che possa indurre tanto a parlare di "concessione" quanto di uno "jus riconosciuto" e, quindi è più appropriato, nonché esatto, il termine facoltà] di usare la formula antica per il rito della Cresima è stata confermata dal Motu Proprio Summorum Pontificum (cf. art. 9 § 2). Pertanto non è necessario utilizzare per la forma extraordinaria la formula rinnovata del Rito della Confermazione promulgato da Papa Paolo VI.
29. Facultas adhibendi formulam antiquam ad Confirmationem impertiendam, confirmata est a Litteris Apostolicis Summorum Pontificum (cf. art. 9, § 2), proinde non necessario adhibenda est pro forma extraordinaria formula recentior, quae in Ordine Confirmationis Pauli PP. VI invenitur.

Riporto per comodità di consultazione di chi legge i nn. 30 e 31.

30. Con riguardo alla tonsura, agli ordini minori e al suddiaconato, il Motu Proprio Summorum Pontificum non introduce nessun cambiamento nella disciplina del Codice di Diritto Canonico del 1983; di conseguenza, negli Istituti di Vita Consacrata e nelle Società di Vita Apostolica che dipendono dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, il professo con voti perpetui oppure chi è stato incorporato definitivamente in una società clericale di vita apostolica, con l’ordinazione diaconale viene incardinato come chierico nell’istituto o nella società, a norma del canone 266 § 2 del Codice di Diritto Canonico.
30. Quoad primam Tonsuram, Ordines Minores et Subdiaconatum, Litterae Apostolicae Summorum Pontificum nullam obmutationem in disciplina Codicis Iuris Canonici anno 1983 introduxerunt: hac de causa, pro Institutis Vitae Consecratae et Societatibus Vitae Apostolicae Pontificiae Commissioni Ecclesia Dei subditis, sodalis votis perpetuis professus aut societati clericali vitae apostolicae definitive incorporatus, per receptum diaconatum incardinatur tamquam clericus eidem instituto aut societati, ad normam canonis 266 § 2 Codicis Iuris Canonici.

31. Soltanto [Sarebbe forse più appropriato almeno] negli Istituti di Vita Consacrata e nelle Società di Vita Apostolica che dipendono dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei e in quelli dove si mantiene l’uso dei libri liturgici della forma extraordinaria, è permesso l’uso del Pontificale Romanum del 1962 per il conferimento degli ordini minori e maggiori.
31. Dumtaxat Institutis Vitae Consecratae et Societatibus Vitae Apostolicae Pontificiae Commissioni Ecclesia Dei subditis, et his ubi servatur usus librorum liturgicorum formae extraordinariae, licet Pontificali Romano anni 1962 uti ad Ordines maiores et minores conferendos.

Addirittura il n. 31 sembrerebbe in contrasto col precedente n.30, che si rifà al codice di diritto canonico, mentre il Papa come supremo Legislatore ha emanato un atto normativo di rango primario nell'ambito delle gerarchie delle norme canoniche (vedi n.28). Infatti, mentre al n.30 si richiama il codice in riferimento all'incardinazione e si è voluto specificare che il Summorum Pontificum non ha innovato il Codice riguardo agli "ordini minori" (ma l'Istruzione non ha lo stesso rango del Motu proprio), poi nel n.31 si prevede il conferimento degli "ordini minori", ma solo per gli Istituti... che senso ha? Se il Motu proprio del Papa è normativo per la Chiesa universale, perché una restrizione del genere? (Maria Guarini)

venerdì 18 novembre 2011

Il rito Latino nella sua forma extraordinaria vede il ripristino del servizio all'Altare e quindi degli "ordini minori"

Il Blog Rorate Caeli un paio di settimane fa ha riportato la notizia che alcuni seminaristi della Fraternità Sacerdotale San Pietro (FSSP) avevano ricevuto gli ordini minori di Esorcista e Accolito da Sua Eccellenza l'Arcivescovo Pendergrast di Ottawa. Ora altri cinque seminaristi sono stati ordinati Portiere e Lettore. La foto a lato riguarda l'evento e mostra tutta la sua suggestiva bellezza e sacralità.

Gli ordini minori sono di origine molto antica nella Chiesa. Ci sono quattro ordini minori e tre ordini principali, l'ultimo dei quali è il sacerdozio. Così, gli ordini minori segnano passi importanti nella formazione verso il sacerdozio. Ogni ordine minore porta con sé alcune funzioni ad esso proprie che consentono al chierico di partecipare più da vicino nella sacra liturgia.

Oggi, con la Universae Ecclesiae:
31. Soltanto negli Istituti di Vita Consacrata e nelle Società di Vita Apostolica che dipendono dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei e in quelli dove si mantiene l’uso dei libri liturgici della forma extraordinaria, è permesso l’uso del Pontificale Romanum del 1962 per il conferimento degli ordini minori e maggiori.

Secondo la Tradizione della Chiesa:
  • l'episcopato si identifica nel sacerdozio di Melchisedech e ricorda quello di Aronne
  • i sacerdoti - presbiteri (anziani) (come i 72 mandati da Gesù) sono come i 70 anziani (i "cohanim" ebraico=cohen è "colui che sta in piedi" davanti e alla guida dell'Assemblea); 
  • gli ordini maggiori o sacri (suddiacono, diacono, sacerdote)
  • tutti gli altri ordini minori (accolito, esorcista, lettore, portiere) si identificano con i leviti, e cioè gli aggiunti gli aiutanti
Fu nel 1972 che Paolo VI (con la Ministeria quaedam) abolì i cosiddetti "ordini minori" (ostiariato, esorcistato -svolto in altre forme -, suddiaconato) e cambiò la definizione stessa degli "ordini sacri" in "ministeri", rendendoli parzialmente accessibili anche ai laici, secondo l'indirizzo del Concilio Vaticano II. Giustificava Paolo VI la sua decisione con queste parole: "Corrisponde inoltre alla realtà stessa e alla mentalità odierna che i menzionati uffici non siano più chiamati ordini minori e che il loro conferimento sia denominato non «ordinazione» ma «istituzione», ed ancora che siano e vengano ritenuti propriamente chierici soltanto coloro che hanno ricevuto il Diaconato."

L'abolizione da parte di Paolo VI degli ordini minori ha cambiato la "scaletta" più esterna del sacerdozio e aggiornato l'ordine-taxis-ordo voluto da Dio per il culto pubblico che è innanzitutto uno ius divinum, modificando il lettorato e l'accolitato, che sono diventati ministeri per far posto ai laici. In questo modo, non solo Paolo VI ha rivisitato il sacerdozio, ma ha inteso dare una nuova immagine di servizio all'Altare, ottenendo però di essere preso troppo alla lettera: l'Altare, col Novus Ordo, si è praticamente ovunque trasformato in mensa... Ecco perché nella Chiesa (e nel mondo) tutto è sovvertito. E il sovvertimento va aggravandosi sempre più: gli abusi e gli arbìtri vanno moltiplicandosi. Non c'è bisogno di essere disfattisti. Basta guardarsi intorno... Non per questo la fiducia (che è Fede, adesione, attenzione amorosa, fedeltà) viene meno, così come non vengono meno la Speranza e l'Attesa... Il Signore è Risorto ed è con noi se rimaniamo in Lui e, quindi, non dobbiamo aver timore di nulla!

Ma le cose stanno così. Chi ha sovvertito e continua a sovvertire la Tradizione sostituendo l'antropocentrismo dell'assemblea al Cristocentrismo del Sacrificio se ne infischia. C'è chi sa ed è connivente. C'è chi non sa. C'è chi minimizza per ignoranza o per incuria o per eccessiva fiducia nell'uomo messo al posto di Dio.

Dunque un adeguamento della Chiesa "alla mentalità moderna" che non solo ha introdotto le figure dei diaconi permanenti cui è lecito amministrare alcuni sacramenti e persino essere sposati (dei preti a metà, insomma). Ma ha anche introdotto quelle figure di zelanti catechisti e affini che amano mettere un piede nello stato clericale, diventando lettori e accoliti.

Cosa ha eliminato Paolo VI? Ha eliminato l'ordine ossia la "classe sacerdotale" cui venivano introdotti i giovani seminaristi attraverso la tonsura. Così il clero stesso si è trasformato ideologicamente in "servizio", visto che tutti i fedeli sono anch'essi sacerdoti. Una riforma che se nelle intenzioni era volta ad eliminare la distanza fra fedeli e clero, e a ridurre gli effetti del clericalismo degli "ordinati", in realtà non ha fatto altro che portare un certo scompiglio nel cattolicesimo, producendo ciò che Benedetto XVI ha definito saggiamente "la clericalizzazione dei laici e la laicizzazione del clero".

Con la tonsura è stato eliminato quindi l'ingresso nello stato sacerdotale. Pertanto, fino al diaconato i futuri sacerdoti sono dei semplici laici. La cerimonia della tonsura non consta infatti soltanto del taglio di alcune ciocche di capelli, simbolo della rinuncia al mondo e dell'appartenenza a Cristo. Nel corso del rito i futuri sacerdoti vestono per la prima volta la veste sacerdotale, veste che, se non abbandoneranno il seminario prima della loro ordinazione presbiteriale, resterà la stessa per tutta la loro vita futura.

La "nuova" Chiesa. Cambiamenti ed arbìtri: un esempio che è una conseguenza.
L'iniziatore del Cammino neocatecumenale, durante le “cerimonie” per l’invio di famiglie o catechisti o seminaristi in missione, o soltanto per una “missione popolare” alla quale partecipano tutte le comunità, è solito far proclamare il Vangelo Luca 1-22 (l'invio dei 72 da parte di Gesù), per perorare il “mandato” a quei “piccoli” che hanno accolto tale Parola e la vogliono mettere in pratica.

Dobbiamo invece ricordare, senza alcuna intenzione di sovvertire il significato del Battesimo, che, se è vero che il rito e la Grazia santificante del Sacramento sollecita e rende capace ogni cristiano a farsi “piccolo” ed essere sempre pronto a rispondere sulle ragioni della speranza che è in lui, i 72 discepoli che Gesù chiama “piccoli” sono principalmente, se non esclusivamente i Ministri ordinati della Chiesa.

Lo stesso Papa Giovanni Paolo II, in una sua Lettera ai sacerdoti del 1999, come in molte catechesi del mercoledì da marzo a settembre 1993, ne ha spiegato i motivi; per di più, basta esaminare cosa dice chi, da questo Vangelo, trae ragioni per difendere la struttura gerarchica della Chiesa voluta da Gesù Cristo stesso.

E tuttavia, oltre alla prassi segnalata e relativi insegnamenti, non mancano nella Chiesa documenti e discussioni che, alla chiamata dei 72 discepoli, attribuiscono il significato più esteso dell’apostolato dei laici. Di conseguenza, si entra in confusione perché così facendo i laici potrebbero ritenersi giustificati - pur nel nome di Gesù Cristo – a scacciare i demoni, come del resto si fa già nel RnS imponendo le mani e proferendo preghiere – se non di esorcismo vero e proprio – di guarigione e liberazione, quando sappiamo invece che tale “mandato” viene impartito esclusivamente ai Sacerdoti e solo dal loro Vescovo.

Questo è il nuovo volto della Chiesa, che l'epoca post-conciliare ci consegna irriconoscibile, anche se in qualche oasi ancora la Tradizione è custodita intatta anche in relazione al culto autentico dovuto a Dio, funzione primaria della Chiesa e Sorgente della sua edificazione.

sabato 12 novembre 2011

Ancora la pace nello "spirito di Assisi".

Il 10 novembre, nella Sala dei Papi del Palazzo Apostolico, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza una Delegazione dell"Israeli Religious Council", il Consiglio dei Capi religiosi di Israele, nel corso della quale ha rinnovato l’invocazione al Signore affinché «ascolti la preghiera di tutti gli uomini e di tutte le donne che gli chiedono la pace di Gerusalemme».

Dopo aver richiamato l’incontro dei capi religiosi svoltosi ad Assisi lo scorso 27 ottobre, il Pontefice ha ribadito che «la relazione dell’uomo con Dio vissuta rettamente è una forza di pace». Si tratta — ha aggiunto — di «una verità che deve divenire sempre più visibile nel modo in cui viviamo insieme ogni giorno». Da qui l’invito a «promuovere un clima di fiducia e di dialogo fra i leader e i membri di tutte le tradizioni religiose presenti in Terra Santa», ai quali spetta «la grave responsabilità» di educare i membri delle rispettive comunità a «una comprensione reciproca più profonda» e «di sviluppare un’apertura verso la cooperazione con persone di tradizioni religiose diverse dalla nostra».

Ancora una volta è stato fatto riferimento ad un "pace" genericamente scaturente dalle buone volontà umane e non a quella accolta vissuta e diffusa dalla Persona dell'Unico Principe della Pace, nostro Signore Gesù Cristo. Discorsi generici come questo non servono a nessuno e, alla fine, traggono in inganno perché arrivano ad accogliere anche illusorie e aleatorie ed anche ambigue speranze di pace, che senza il Signore nessuno è in grado di raggiungere.

Non possiamo continuare a confondere con la nostra Fede che è in una Persona, il Signore Gesù, l'umanesimo ateo, o quello diversamente credente. Esso, pur se pieno di buone intenzioni, resta ancorato nell'orizzonte materiale, a differenza di quello cristiano, Teandrico, che porta in sé la Vita del Redentore!

E che questo il Papa non lo proclami anche AD EXTRA opportune et importune ci sconcerta e ci fa male non poco!

Se è comprensibile il richiamo alla responsabilità per il bene comune nell'ambito delle prassi, purtroppo la storia millenaria ci insegna come ogni prassi, senza Redenzione, sia destinata a degenerare...